La libertà come sospetto: L’Europa liberale, la caccia al dissenso e il volto autoritario di chi si proclama democratico

Accade in un continente che si autoproclama faro del mondo libero, bastione dei diritti, custode dello Stato di diritto. Accade nei palazzi dell’Unione e nelle redazioni dei quotidiani più letti, nei salotti televisivi e nelle aule parlamentari, con una disinvoltura che dovrebbe inquietare chiunque conservi ancora una qualche memoria di cosa significhi democrazia. Un’ambasciatrice della Repubblica viene linciata in prima pagina e derubricata a funzionario di rango medio-basso. Un professore universitario di storia contemporanea viene inseguito di città in città con tentativi di sabotaggio delle sue presentazioni. Un giornalista-vignettista popolare finisce nella lista nera dei nemici pubblici. Un festival di cinema documentario diventa oggetto di lettere aperte alla Presidenza del Consiglio per chiedere divieti, censure e sanzioni. La colpa, in tutti questi casi, è sempre la stessa: avere un’opinione diversa da quella prescritta, e avere ancora la pretesa di esprimerla.

La macchina del bollino atlantico
Il meccanismo è ormai oliato. Da una parte, figure istituzionali di primo piano — una vicepresidente del Parlamento europeo, senatori di area liberale e radicale, commentatori di testate di riferimento — che trasformano l’etichetta di «putiniano» in uno strumento di neutralizzazione politica. Dall’altra, una stampa compiacente che raccoglie, amplifica, trasforma in verità giornalistica l’insulto d’ufficio. A chiudere il cerchio, la satira televisiva, quella addomesticata, che prende di mira non il potere ma i privati cittadini colpevoli di essersi presentati alla proiezione di un documentario non allineato. Non è più un dibattito, è una caccia. E la caccia ha regole semplici: chi critica la NATO è al soldo del Cremlino; chi documenta il genocidio a Gaza è antisemita; chi si oppone al riarmo è un agente del nemico; chi distingue tra diritto internazionale e ragion di Stato è un nostalgico. La complessità, che dovrebbe essere la misura della maturità di una democrazia, viene liquidata come copertura ideologica.

La conferenza stampa convocata in pompa magna per denunciare come «indecente» la presentazione di un libro nella Sala Stampa di Montecitorio è solo l’ultimo tassello di un costume che si è andato formando negli ultimi anni. Un libro, si badi: un oggetto di carta stampata, accompagnato da una discussione pubblica con un’autrice, un’ambasciatrice, una parlamentare e una giornalista. Nulla che non rientri nel più ordinario esercizio della funzione intellettuale in qualunque paese che si rispetti. Eppure, nell’Italia e nell’Europa di oggi, questo basta a scatenare una reazione degna di un regime minore. Non è tollerabile, nel nuovo galateo, che qualcuno parli fuori dal coro davanti a microfoni istituzionali. Non è tollerabile che il dissenso esca dai perimetri assegnati, che si affacci alle tribune, che trovi una sala. Occorre circoscriverlo, isolarlo, delegittimarlo.

Doppi standard, o la geometria variabile del diritto
La manovra che più colpisce, in questa stagione di linciaggi ordinati, è il sistematico ricorso al doppio standard. Gli stessi che si indignano per un padiglione russo alla Biennale di Venezia partecipano a conferenze organizzate dal governo dell’Arabia Saudita, i cui vertici sono stati indicati come mandanti dell’esecuzione di un giornalista dentro un consolato in territorio turco. Gli stessi che chiedono sanzioni contro chi ha assistito a un festival di cinema difendono senza sfumature un governo, quello israeliano, che da oltre due anni calpesta il diritto internazionale sotto gli occhi del mondo, tra decine di migliaia di morti civili, migliaia di bambini mutilati o uccisi, intere città ridotte a cenere. Gli stessi che gridano alla sovranità europea accettano che banche italiane ed europee applichino sanzioni statunitensi contro una relatrice speciale delle Nazioni Unite come Francesca Albanese, colpevole soltanto di fare il proprio mestiere con rigore giuridico impeccabile.

La Commissione europea, organo esecutivo privo di funzioni giudiziarie, ha bloccato i conti bancari del politologo Jacques Baud senza alcun processo, limitandone la libertà di movimento sulla base di sospetti politici. Ha esercitato pressioni economiche dirette sulla Biennale di Venezia per orientarne le scelte culturali. Ha disposto, in autonomia amministrativa, la censura di testate giornalistiche russe sull’intero territorio dell’Unione. Tutto questo, si intende, senza che alcun parlamento nazionale abbia mai dichiarato uno stato di guerra. Perché la guerra, quando non viene votata, non è guerra: è un’area grigia dentro la quale si possono sperimentare forme di restrizione delle libertà che in condizioni ordinarie sarebbero immediatamente riconosciute come autoritarie. Ed è proprio in quest’area grigia, in questa sospensione non dichiarata dello Stato di diritto, che si gioca la partita più pericolosa.

La censura come forma intima del fascismo
Chi ha vissuto il Novecento europeo sa che la censura non è mai un incidente, non è mai un eccesso di zelo, non è mai un episodio. È la spia di un orientamento profondo, di un riflesso di potere che si manifesta ogni volta che i gruppi dirigenti avvertono di aver perso il controllo della narrazione. La Costituzione italiana, agli articoli 21 e 33, tutela la libertà di pensiero e di ricerca come valori fondativi non negoziabili. La Convenzione europea dei diritti dell’uomo lo ribadisce con parole altrettanto nette. Eppure, sotto il peso della guerra in Ucraina e del massacro di Gaza, tutto questo apparato di garanzie viene trattato come un impaccio retorico, un residuo formalistico che si può aggirare con circolari, pressioni bancarie, lettere aperte, trasmissioni televisive tarate sull’insulto.

Il fascismo, nella sua forma storica, non cominciò con l’abolizione della Costituzione, ma con la normalizzazione dell’idea che esistessero cittadini di serie A — titolari del diritto di parola — e cittadini di serie B, da ridurre al silenzio per il loro stesso bene, o per il bene della nazione. Oggi accade la stessa cosa sotto un lessico liberale. Il professore che critica la NATO non è un intellettuale che esercita una funzione pubblica: è un «propagandista filorusso». L’ambasciatrice che denuncia il genocidio non è una diplomatica di carriera: è una «militante faziosa». Il giornalista che mostra i bambini di Gaza non è un cronista: è un «utile idiota». Il cittadino che partecipa a un festival di documentari non è un uomo libero: è un sospetto. La logica è quella dell’inquisizione laica, e la sua conseguenza, a breve, è sempre la stessa: chi non si allinea, scompare.

Il sistema che vuole la testa dei dissidenti
Dietro questa offensiva non c’è un capriccio individuale, non c’è la stizza di un parlamentare in cerca di visibilità, non c’è la goffaggine di qualche opinionista televisivo. C’è un sistema. Un sistema che ha bisogno del consenso per sostenere uno sforzo bellico di proporzioni storiche, per giustificare il più imponente piano di riarmo dalla fine della guerra fredda, per drenare risorse pubbliche dai bilanci sociali — sanità, scuola, trasporti, assistenza — e dirottarle verso l’industria militare. Un sistema che ha bisogno della compattezza mediatica per nascondere l’impopolarità delle scelte strategiche, per coprire l’inadeguatezza di una classe dirigente europea subalterna a Washington, per normalizzare il massacro palestinese e per proseguire nella logica di escalation con la Russia senza dover rendere conto ai propri cittadini.

In questo schema, il dissenso non è un’anomalia: è una minaccia funzionale. Ogni voce libera che si leva erode il perimetro del consenso obbligato. Ogni libro che si pubblica, ogni presentazione che si tiene, ogni festival che si organizza, ogni documentario che si proietta costituisce una falla in un edificio propagandistico che si vorrebbe compatto. Da qui la reazione spropositata, la valanga di lettere aperte, la chiamata alla censura, l’uso strumentale della satira per trasformare cittadini qualunque in bersagli pubblici. Non è un eccesso: è il mezzo. Il potere non teme gli isolati, teme le esempi. Teme che la libertà di uno diventi la libertà di molti, e che dai molti nasca l’unica cosa che davvero gli fa paura: un’opinione pubblica capace di distinguere, di comparare, di giudicare.

La responsabilità della sinistra che non c’è
Una parola, in questa vicenda, va spesa sulla condizione desolata della sinistra europea e italiana. Il Partito Democratico, che esprime la vicepresidente del Parlamento UE più attiva in questa stagione di epurazioni simboliche, ha ormai abbracciato senza riserve un atlantismo integrale che nulla ha più a che fare con la tradizione del pensiero socialista, laburista, socialdemocratico. Il gruppo dei Socialisti e Democratici a Bruxelles ha rinunciato a qualsiasi funzione di argine, allineandosi su ogni voto cruciale alla maggioranza liberale-popolare, sostenendo sanzioni, censure, restrizioni di diritti che la sinistra storica avrebbe combattuto come ovvietà. Nei dibattiti pubblici, la dirigenza dem preferisce litigare con chi critica la guerra piuttosto che con chi la alimenta, colpisce chi dissente dalla linea NATO piuttosto che chi sostiene un governo in carica a Tel Aviv sotto mandato della Corte penale internazionale.

In questo quadro, ogni discorso sul campo largo rischia di suonare come un esercizio retorico. Come si costruisce un’alternativa democratica, sociale, progressista insieme a chi pretende di espellere dal dibattito intellettuale chiunque non accetti la narrazione unica? Come si difende la Costituzione accanto a chi ne sta erodendo i principi fondativi con la collaborazione attiva delle istituzioni europee? Sono domande che le forze minori della sinistra — quelle che non hanno rinunciato alla propria matrice antimilitarista e anti-imperialista — dovranno porsi con chiarezza, senza ipocrisie tattiche, se vorranno essere ancora qualcosa di diverso da un’appendice residuale del partito maggiore.

Oggi loro, domani tutti
C’è un’unica ragione per cui questa vicenda riguarda ciascuno, ben oltre i nomi dei singoli intellettuali colpiti. Il meccanismo della censura ha una dinamica storicamente costante: comincia dai nomi scomodi, quelli che possono essere facilmente etichettati, marginalizzati, ridicolizzati; si estende poi alle categorie intere, ai giornalisti indipendenti, ai docenti universitari, ai ricercatori, agli autori di libri, ai registi, ai documentaristi; finisce con il cittadino qualunque, che si autocensura prima ancora di parlare per evitare problemi al lavoro, con la banca, con la Commissione europea. Quando si arriva a quel punto, la democrazia non è stata abolita: è stata semplicemente svuotata dall’interno, ridotta a rituale elettorale privo di sostanza, a liturgia istituzionale senza libertà di pensiero.

È per questo che la mobilitazione che intellettuali come Elena Basile e Angelo d’Orsi, insieme a tanti altri, stanno sollecitando non è una faccenda corporativa, non è una richiesta di clemenza, non è un appello a sostegno di reputazioni personali. È la pretesa elementare che in Europa valga ancora quello che c’è scritto nelle Costituzioni e nei trattati. È la pretesa che i cittadini europei siano liberi — fino a prova contraria, e la prova contraria non è stata fornita — di leggere, di ascoltare, di guardare, di giudicare con la propria testa, senza che un funzionario di Bruxelles, una parlamentare in carriera o un editorialista compiacente decida per loro cosa sia lecito sapere. È la pretesa che la parola «democrazia», quando la si mette in bocca, abbia ancora un significato.

A chi scrive, a chi insegna, a chi fa cinema o teatro, a chi informa, a chi semplicemente legge e pensa, spetta oggi una scelta netta. Si può cedere al ricatto, si può abbassare la testa, si può fingere di non vedere, si può accettare la logica del bollino e rassegnarsi a parlare soltanto di ciò che è consentito parlare. Oppure si può scegliere di stare dalla parte dello Stato di diritto, quello vero, quello costituzionale, quello che non ammette eccezioni opportunistiche. La storia europea ci ha già mostrato dove conducono le scorciatoie dell’allineamento: conducono a generazioni intere costrette poi, a cose fatte, a chiedersi come sia stato possibile. Il momento per non farsi trovare, ancora una volta, impreparati è adesso.

Una scelta di campo
La libertà di pensiero non è un lusso da intellettuali, non è una rivendicazione corporativa, non è un capriccio di minoranza. È la condizione stessa della democrazia, la sua materia prima, ciò senza cui ogni altro diritto si svuota in fretta. Difenderla non significa sottoscrivere le opinioni altrui: significa riconoscere a ciascuno il diritto di formarsele, esprimerle, discuterle. Significa rifiutare la pretesa di chi vorrebbe trasformare il disaccordo in reato, la critica in complotto, la dissidenza in collaborazionismo. Significa tenere viva la promessa scritta nella nostra Costituzione e tradita ogni giorno dalle istituzioni europee che dovrebbero custodirla. Da che parte stare, in questa stagione, non è una questione opinabile. È una questione di coerenza, di memoria, di dignità.

Fonti e riferimenti
Elena Basile — Angelo d’Orsi, Comunicato del 16 aprile 2026.

Costituzione della Repubblica Italiana, articoli 21, 33.

Convenzione europea dei diritti dell’uomo, articolo 10.

Rapporti della Relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese sulla situazione nei Territori palestinesi occupati.

Documentazione sulle sanzioni statunitensi applicate extraterritorialmente dagli istituti bancari europei.

Festival internazionale del cinema documentario RT-Doc «Il tempo dei nostri eroi», Bologna, 11-12 aprile 2026.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
© Mario Sommella — Licenza Creative Commons BY-NC-SA 4.0

La fabbrica della realtà: istruzioni per abitare il Paese più bello del mondo (quello immaginario)

Cari concittadini, una buona notizia: viviamo nel migliore dei paesi possibili. Lo sappiamo per certo perché ce l’ha appena comunicato la premier dal banco del governo, con la compostezza di chi legge un bollettino meteorologico nel quale c’è sempre il sole. I salari crescono, la giustizia si modernizza, l’Europa è unita, la sanità ha il finanziamento più alto della storia patria, gli sbarchi si sono fermati, la pace è a un passo e il diesel costa meno. L’unico piccolo inconveniente è che nessuna di queste cose è vera. Ma non facciamone un dramma: viviamo in un’epoca avanzata, in cui la realtà è diventata un optional, come il climatizzatore bizona.
Benvenuti nella versione ufficiale dell’Italia, quella che va in onda in diretta parlamentare e resiste fino al telegiornale della sera, dopodiché svanisce come una promessa elettorale. Qui ogni cosa è al suo posto perché chi governa ha deciso dove metterla, senza curarsi troppo di dove si trovi realmente. È una tecnica di governo raffinata: invece di affrontare i problemi, si riscrive il dizionario. Così una sconfitta diventa “un’occasione mancata”, un dato piatto diventa “una svolta storica”, una bocciatura popolare diventa “un cantiere aperto”, e una guerra che fa paura diventa “una posizione condivisa con i principali partner europei”. Un giorno qualcuno tradurrà queste formule in italiano. Per ora ci tocca arrangiarci.
I fatti, quegli antipatici guastafeste

Esistono ancora, purtroppo per il governo, alcuni testardi che pretendono di controllare i numeri. Sono quelli che vanno a cercare i bollettini dell’Istat, le rilevazioni del Ministero delle Imprese, i rapporti della Corte dei conti: insomma, persone con gravi problemi di socialità, che rovinano le cene e i talk-show insistendo sulla sgradevole abitudine di confrontare le parole con i fatti. Secondo questi disagiati, le retribuzioni reali italiane sarebbero ancora circa otto punti sotto il livello del 2021. Tradotto: il lavoratore medio porta a casa una settimana di stipendio in meno all’anno rispetto a cinque anni fa. Ma non disperiamo, perché la premier ci rassicura che i salari “hanno ripreso a crescere”. In effetti crescono, è vero. Crescono come crescono i prezzi della spesa: soltanto un po’ meno. Chiamiamola crescita e andiamo a dormire sereni.
Sugli sbarchi la performance è ancora più memorabile. Nel 2025 ne abbiamo avuti poco più di sessantaseimila, quasi identici ai sessantaseimila del 2024. Un capolavoro di stabilità. Il governo però ha trovato la soluzione: basta confrontare il 2025 con il 2023, che era un’annata eccezionale gonfiata da guerre e collassi statuali, e il crollo appare magicamente. È lo stesso principio per cui, se ti pesi dopo cena, hai l’impressione di essere a dieta rispetto all’Epifania. Funziona solo se la bilancia non parla. Ma per fortuna la bilancia italiana non parla: ci pensa il ministro a parlare al posto suo.
Sul Fondo sanitario nazionale, poi, siamo al sublime. “Il livello più alto di sempre”, ripete il governo con l’orgoglio di chi annuncia un record olimpico. Peccato che in percentuale sul Pil la spesa sanitaria pesi oggi meno di quanto pesasse nel 2022: dal 6,3 per cento al 6, poi lentamente al 6,1, sempre ben al di sotto del 6,5 per cento che l’Organizzazione mondiale della sanità considera il minimo sindacale per un sistema universalistico. Per festeggiare il nostro record, in compenso, possiamo prenotare una risonanza magnetica per il prossimo gennaio. Anzi, meglio: per il gennaio del duemilaventotto. Ma con un po’ di fortuna si libera un buco prima, quando qualcuno rinuncerà alle cure. La rinuncia alle cure, a proposito, è l’unico settore italiano davvero in crescita stabile. Un risultato storico, effettivamente.
Il piano casa merita un paragrafo a parte per ragioni di galanteria verso l’ingegneria retorica. Centomila case in dieci anni, dice la premier, come se le avesse contate una per una la sera prima. In realtà non è prevista una sola nuova casa popolare: si tratta di ristrutturare sessantamila alloggi Erp già esistenti, con soldi europei del Pnrr, e di chiamare “edilizia sociale” tutto il resto, dove “sociale” è la parola magica che significa “affitti per chi se li può permettere”. È un piano casa nello stesso senso in cui una foto del frigorifero vuoto è un piano alimentare. Ma concediamo il beneficio del dubbio: forse alla fine qualcuno ci abiterà davvero, magari gli studenti fuori sede che oggi dormono in macchina. Basta aspettare. L’importante è non perdere la speranza. E le bollette. Quelle non si perdono mai.
Chiudiamo la rassegna dei dati con il miliardo di euro speso per tagliare venticinque centesimi su benzina e diesel, con il nobile obiettivo di far calare i prezzi alla pompa. I prezzi alla pompa, come da miracolo laico, sono saliti. Lo certifica lo stesso Ministero delle Imprese: un centesimo in media più alti rispetto a tre settimane fa. Dunque: abbiamo speso un miliardo, abbiamo ottenuto un aumento, abbiamo spedito la premier nel Golfo Persico a sorridere ai sauditi, e alla fine il pieno costa di più. Se non è efficienza questa, bisognerà inventare una parola nuova. “Efficineza”, magari. Suona abbastanza governativa.
Lo “standard europeo”: un capolavoro di geografia creativa

Veniamo alla giustizia, terreno sul quale il governo ha dato prova delle sue migliori capacità cartografiche. Secondo Palazzo Chigi, la riforma respinta al referendum sarebbe servita ad “allineare l’Italia agli standard europei”. Magnifica espressione: lo “standard europeo”. Evoca l’idea di un’Europa perfettamente ordinata, con un unico modello di magistratura, uguale dal Portogallo alla Finlandia, certificato Ue e venduto nei supermercati con il codice a barre. Peccato che quest’Europa non esista. Esistono la Francia con il suo Consiglio superiore a composizione mista, la Germania con la magistratura inquadrata nelle amministrazioni dei Länder, la Spagna con un organo di autogoverno che litiga per anni a ogni nomina, il Portogallo con un sistema affine al nostro, la Grecia con le sue specificità e così via. Un paesaggio plurale, contraddittorio, complicatissimo. Nessuno “standard”. Ma ammettere la pluralità costerebbe fatica: molto più comodo inventarsi un’Europa che non c’è e dichiararsene pionieri.
Il bello è che l’Italia, in questo fantomatico allineamento, era già avanti. Il nostro pubblico ministero è tra i più indipendenti del continente, caratteristica che altrove molti giuristi studiano con ammirazione. Quella indipendenza, però, è un inconveniente per chi governa, perché ogni tanto qualche toga si mette a indagare dove non dovrebbe. La riforma non serviva a modernizzare: serviva a sistemare. Non a efficientare: a disciplinare. E quando il popolo — quel popolo sovrano che viene celebrato nei comizi e ignorato nelle urne — ha detto di no, il governo ha reagito con la consueta eleganza: «Rispettiamo il giudizio degli italiani», ha detto la premier. Due righe dopo: «Occasione mancata». Tre righe dopo: «Il cantiere non si ferma». È il rispetto nella sua versione post-moderna: quella in cui se non sei d’accordo con me, ti rispetto, ma poi faccio comunque quello che volevo.
Nel frattempo, per un intero anno, abbiamo assistito a un campionato di demonizzazione della magistratura nel quale figure come Nicola Gratteri sono state trattate come se fossero pericolosi ultrà da allontanare dallo stadio. È la celebre teoria del “conflitto istituzionale come derby”, variante italiana del tifo da curva applicata alle toghe. Lo schema è semplice: prima demolisci un contropotere, poi ti offendi se ti rispondono, poi convochi l’elettorato e gli chiedi di arbitrarti. Nel calcio si chiama moviola in campo. In politica costituzionale si chiamava, una volta, separazione dei poteri. Ma nomi vecchi, ormai.
L’«unità europea» a uso interno

Poi c’è la guerra contro l’Iran, e qui bisogna prendere fiato prima di iniziare, perché il livello di creatività raggiunto dal governo è commovente. La premier assicura che la posizione italiana è stata “esattamente la stessa” dei principali paesi europei. Cerchiamo di capirci: Pedro Sánchez ha parlato di “aggressione illegale” e di “guerra contro il diritto internazionale”; l’Irlanda ha chiesto un cessate il fuoco immediato; persino la Francia ha adottato formule molto più prudenti di quelle italiane. Se questa è la stessa posizione, allora anche il gatto e il topo condividono lo stesso progetto gastronomico. È vero: a volte si incontrano nella stessa stanza. Ma le loro prospettive sull’evento sono lievemente divergenti.
In compenso la premier, mentre parlava di “unità occidentale”, è volata da sola nel Golfo. Da sola nel senso proprio: senza coordinamento europeo, senza un piano condiviso, senza quell’orpello fastidioso chiamato politica estera comune. È andata a sorridere a sauditi ed emiratini come si va a un battesimo di un cugino lontano: bisogna esserci, non si sa bene perché, e l’importante è farsi fotografare. Sul piano del quadro strategico, quella missione si è inscritta docilmente dentro un disegno disegnato altrove, precisamente a Washington e a Gerusalemme. Ma guai a dirlo: l’Italia è “sovrana”, lo dicono tutti i giorni. Lo dicono con così tanta insistenza che viene quasi il sospetto che debbano rassicurare qualcuno, forse sé stessi.
Sul capitolo voli partiti dalle basi italiane durante la crisi, il governo ha adottato una tecnica comunicativa innovativa: il silenzio assoluto. Non è stato smentito nulla, perché non è stato confermato nulla, perché non è stato detto nulla. È la trasparenza versione nebbia fitta. E quando qualcuno ha chiesto conto del ruolo logistico delle basi italiane in un’operazione militare che l’Italia non ha deciso né discusso, la risposta è stata: “Rispettiamo scrupolosamente i trattati con gli Stati Uniti”. Traduzione per chi è rimasto indietro: facciamo quello che ci chiedono di fare, come sempre, ma abbiamo deciso di sentirci orgogliosi nel farlo. È la sovranità come stato d’animo: indipendentemente dai fatti, purché ci si creda con convinzione.
E mentre i caschi blu italiani di Unifil stanno in Libano in una missione svuotata di ogni copertura politica, senza regole d’ingaggio aggiornate, senza una cornice diplomatica coerente, il governo esulta per averne ottenuto la proroga fino al 2026. È come rivendicare di aver salvato una barca perché non è ancora affondata del tutto, pur avendo riempito d’acqua la stiva. “Abbiamo chiesto a Israele di fermare l’escalation”, ha detto la premier. Bene. E Israele ha smesso. È vero. L’unico dettaglio è che non l’ha fatto. Ma la richiesta, ufficialmente, è partita. I soldati italiani possono dormire tranquilli, protetti dal peso geopolitico di un comunicato stampa.
Chi paga, chi incassa: il magico mondo della ridistribuzione al contrario

Veniamo ora alla parte economica, forse la più spassosa, perché qui la differenza fra la narrazione e la realtà raggiunge la profondità di una fossa marina. I salari reali sono sotto di otto punti rispetto al 2021. Ma tranquilli, il governo dice che crescono. E siccome la realtà è democratica, vale quello che dice il governo oppure vale quello che dicono i dati. Noi, per una volta, rischiamo di dar retta ai dati. Ma giuriamo di pentirci.
Intanto, chi ha guadagnato in questi anni di “ripresa del potere d’acquisto”? Curiosamente, non i lavoratori dipendenti. Curiosamente, i grandi gruppi energetici hanno registrato utili record mentre le famiglie italiane spegnevano i termosifoni. Curiosamente, le rendite finanziarie si sono gonfiate mentre i salari recuperavano soltanto sulla carta intestata dei ministeri. L’inflazione, ci raccontano, è stata un evento atmosferico, come una grandinata: arrivata da chissà dove, nessuno è responsabile, nessuno ha beneficiato. È strano: di solito quando piove qualcuno si bagna e qualcun altro sta all’asciutto. Ma non in Italia. In Italia piove su tutti allo stesso modo, tranne che non è vero. È piovuto molto di più su chi viveva di stipendio, e molto di meno su chi viveva di rendita, di speculazione e di posizione oligopolistica. Ma chiamare le cose con il loro nome costerebbe fatica: molto più comodo parlare di “congiuntura internazionale”.
I numeri dell’occupazione meritano una menzione d’onore. «Un milione e duecentomila occupati stabili in più», «550 mila precari in meno». Cifre stupende, degne di un miracolo economico. Peccato che la quota principale di questi occupati aggiuntivi sia composta da cinquantenni e sessantenni che non possono più andare in pensione, perché il governo stesso ha alzato i requisiti. Non è il mercato del lavoro che si riscalda: è la popolazione attiva che invecchia, costretta a rimanere al tornio, in ufficio, in corsia. I giovani nel frattempo restano dove erano: precari, malpagati, o all’estero. Ma sui pannelli del governo appaiono comunque tra gli “occupati in più”, con la stessa logica con cui, se non vuoi che il frigo sia vuoto, basta togliere i ripiani.
La sanità: il reparto cortesia del tramonto dello Stato sociale

Arriviamo alla sanità, e qui l’ironia si fa più difficile, perché la materia prima sono i corpi delle persone. Proviamoci lo stesso, perché a volte il sarcasmo è l’unica forma di rispetto possibile per chi non viene rispettato da nessuno. Il Fondo sanitario nazionale, ricordiamolo, ha raggiunto “il livello più alto di sempre”. Uno penserebbe a sale operatorie che funzionano, a pronto soccorso fluidi, a medici di famiglia disponibili. Invece la percentuale sul Pil è scesa rispetto al 2022 e la sanità si sta spegnendo a luce intermittente. È il paradosso italiano: il livello più alto di sempre coincide con il momento in cui ti dicono che per una visita cardiologica devi aspettare fino al prossimo governo. Forse anche al successivo.
Il decreto del giugno 2024 sulle liste d’attesa, vantato come svolta storica, sta per compiere due anni. In questi due anni, la piattaforma digitale per monitorare le liste non ha reso pubblico un solo dato — non uno — e l’Organismo di vigilanza non è mai stato costituito. È come una legge antincendio che prevede vigili del fuoco immaginari e estintori da installare appena ci sarà tempo. In compenso il governo lo cita nei discorsi come esempio di coraggio. “Il primo ad aver avuto il coraggio”, dice la premier. Il coraggio di non applicare la legge che si è approvata è effettivamente raro, bisogna ammetterlo: ci vuole stoffa.
Nel frattempo, con la discrezione di chi non vuole disturbare, lo Stato italiano sta lentamente cambiando mestiere in sanità. Non cura più: smista. Non garantisce più: consiglia. La transizione verso un sistema misto — nel quale chi può paga di tasca propria e chi non può aspetta, peggiora, rinuncia — è in corso da anni, ma adesso procede in discesa. È la privatizzazione elegante, quella che non osa dire il proprio nome. Si chiama “efficienza” quando il servizio è lento. Si chiama “responsabilizzazione” quando ti mandano dal privato. Si chiama “responsabilità delle Regioni” quando il sistema crolla. E si chiama “modernizzazione” quando la classe media si stipula una polizza, mentre chi non può permettersela si iscrive alla più triste delle liste d’attesa: quella della rinuncia alle cure. Ma ogni paese merita il sistema sanitario che si sceglie, e il nostro, a quanto pare, ha scelto questo. Anche se non ricordiamo bene di averlo mai votato.
La classe dirigente: una tragicommedia in tre atti

Sul capitolo selezione della classe dirigente, la premier ha raggiunto le vette dell’autocoscienza. «Abbiamo chiesto un passo indietro ad alcuni membri del governo per anteporre l’interesse della Nazione». Una frase che, letta a mente fredda, suona così: abbiamo scelto persone discutibili, le abbiamo difese contro ogni evidenza, poi abbiamo perso un referendum, poi ci siamo accorti che erano discutibili, e adesso vi chiediamo di applaudire perché le abbiamo allontanate. Il caso Santanchè è in questo senso esemplare: imposto soltanto dopo la sconfitta politica, cioè quando il consenso non reggeva più. La sensibilità etica si è risvegliata esattamente nel momento in cui costava zero. Un tempismo miracoloso. Più di un prodigio: quasi un segnale divino.
Il criterio di selezione di questa maggioranza, del resto, non è mai stato la competenza. Non è stata la credibilità. Non è stata la sobrietà. È la fedeltà. La fedeltà regge finché regge il consenso, dopodiché viene ridefinita come “sacrificio”, e il sacrificio diventa merito personale della premier, come se il capitano di una nave si vantasse di aver buttato in mare i passeggeri durante una tempesta da lui stesso provocata. Il pubblico del teatro, come sempre, è invitato ad applaudire: la rappresentazione continua finché continua il biglietto staccato. Solo che qui il biglietto lo paghiamo noi, e la rappresentazione è il nostro paese.
Il regime del discorso, con contorno di giornalismo affamato

Nulla di tutto questo funzionerebbe senza un ecosistema mediatico compiacente, e l’Italia ne ha costruito uno negli ultimi trent’anni con una dedizione che meriterebbe un museo. Grandi gruppi editoriali concentrati, proprietari legati a interessi industriali, redazioni dipendenti dagli investimenti pubblicitari, giornalisti che sanno che una critica eccessiva può costare la carriera. È in questo terreno fertile che il dispositivo narrativo del governo sboccia come un’ortensia a maggio. Un ministro dice una cosa falsa, il giorno dopo è titolo di apertura, tre giorni dopo arriva la smentita tecnica a pagina sedici, il quinto giorno la smentita viene smentita da un editoriale compiacente, il settimo giorno ci si riposa. È la settimana della creazione, versione italiana della post-verità.
Il potere contemporaneo non ha bisogno di censurare — sarebbe volgare, oltre che inefficace. Gli basta saturare. Gli basta occupare lo spazio, sommergere di annunci, distribuire incarichi pubblici ai giornalisti compiacenti, isolare con la denigrazione personale chi non sta alle regole del gioco. La libertà di stampa formalmente esiste, come esiste formalmente il diritto di chiunque di volare sulla Luna con mezzi propri. In pratica, il dissenso viene relegato nei margini, trattato come folclore, riassegnato allo statuto di eccentricità personale. È il regime del discorso educato, quello in cui non ti arrestano: ti ignorano, che è molto peggio, perché non c’è neppure il martirio a consolare.
Le conseguenze sulla carne dei vivi (che continua a non trovare la battuta)

Qui, per un momento, l’ironia deve tirare il freno, perché al di sotto di ogni cifra gonfiata ci sono delle vite vere, e le vite vere non sono mai divertenti. Un paese in cui i salari reali sono più bassi di cinque anni fa è un paese in cui qualcuno ha saltato il pranzo, qualcun altro ha lasciato spegnere il termosifone, una terza persona ha rimandato l’acquisto delle scarpe per i figli. Un paese in cui la sanità pubblica si ritira è un paese in cui la morte comincia a distinguersi per reddito: chi può pagare si cura, chi non può pagare entra nella statistica della “rinuncia alle cure”, nome burocratico per una forma di ingiustizia silenziosa che ha tutto il diritto di chiamarsi violenza sociale. Un paese in cui il diritto alla casa non esiste è un paese in cui studenti brillanti scelgono l’università in base al prezzo dell’affitto, e dove intere generazioni vengono espulse dalle città in cui sono nate.
Dietro ogni statistica addomesticata, ogni taglio contabile, ogni annuncio trionfale, ci sono persone reali. Ci sono madri che decidono se comprare la medicina o pagare la luce. Ci sono cinquantenni che hanno capito che non andranno mai in pensione, e ci hanno rinunciato con quel misto di rassegnazione e orgoglio che è diventato la cifra emotiva del lavoratore italiano. Ci sono giovani donne che rinviano ad avere figli perché nessun contratto dura abbastanza per poterli crescere . Ci sono anziani che aspettano un’ecografia per un anno e mezzo, da soli, in case dove la televisione è accesa tutto il giorno per simulare una presenza. La fabbrica della realtà lavora a pieno regime per cancellare queste vite dal campo visivo della politica, e ci riesce piuttosto bene, perché i protagonisti raramente prendono la parola, e quando la prendono vengono classificati come “disagio sociale”, “caso limite”, “nicchia”. Una nicchia di sessanta milioni di persone, va detto. Ma pur sempre nicchia.
Riprendere la realtà, se qualcuno l’ha vista passare

A questo punto qualcuno, giustamente, si chiederà: e adesso? Non è una domanda retorica. È la domanda. La risposta breve è che non esiste democrazia senza un rapporto onesto tra parole e cose, e che la partita vera oggi si gioca proprio lì: nel tentativo di riportare le parole della politica a qualche forma di corrispondenza con i fatti. Un paese può sopportare governi mediocri, può sopravvivere a scelte sbagliate, può convivere persino con leadership che lavorano contro gli interessi della maggioranza. Non può sopravvivere alla rottura strutturale del legame tra ciò che viene detto e ciò che accade, perché in quel momento il giudizio collettivo diventa impossibile, e la sovranità popolare si riduce a tifo. Il tifo, è bene ricordarlo, non ha mai salvato nessuno. Neppure al novantesimo minuto.
Riprendere la realtà significa pretendere la verifica di ogni annuncio. Significa trattare la retorica istituzionale con lo stesso rispetto con cui si tratta un volantino promozionale del supermercato: leggendo anche le righe piccole. Significa rimettere al centro chi paga davvero il prezzo di questa Italia immaginaria: i lavoratori senza aumenti, i pazienti senza cure, i giovani senza orizzonti, gli studenti senza case, i migranti trasformati in scenografia elettorale, i civili iraniani e libanesi e palestinesi e ucraini che nei discorsi ufficiali sono sempre meno nominati, come se il silenzio potesse risparmiare qualcuno. Non risparmia nessuno: né loro, né noi, che perdiamo un pezzo di umanità ogni volta che accettiamo di non dire.
L’Italia virtuale della premier non è un incidente. È un progetto. È la forma politica di una destra neoliberale che ha deciso di difendere rendite e privilegi trasformando la democrazia in un palcoscenico, dove il copione lo scrive chi paga, gli attori recitano in cambio di una parte, e il pubblico è invitato a non disturbare l’illusionista. L’unica risposta possibile, contro un palcoscenico, è ricordare che fuori dal teatro c’è una strada, e sulla strada ci siamo noi: con le nostre bollette, le nostre visite rimandate, i nostri stipendi stagnanti, le nostre case introvabili, i nostri figli che partono. Siamo ancora il paese reale. E il paese reale, prima o poi, ha il brutto vizio di presentarsi al botteghino a chiedere il rimborso del biglietto.
Fonti

Istat, Rilevazione sulle forze di lavoro, bollettini 2024-2025.
Istat, Indici delle retribuzioni contrattuali e di fatto, serie storica 2021-2025.
Istat, Statistiche sulla povertà e sulle condizioni di vita delle famiglie, ultima edizione disponibile.
Ministero dell’Interno, Cruscotto statistico giornaliero sugli sbarchi, 2023-2025.
Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Osservatorio prezzi carburanti, rilevazioni 2026.
Commissione europea, dichiarazioni del commissario Valdis Dombrovskis sulla clausola di salvaguardia del Patto di stabilità.
Corte dei conti, Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica, sezione sanità, 2024-2025.
Fondazione Gimbe, Rapporto sul Servizio sanitario nazionale, edizioni 2024 e 2025.
Organizzazione mondiale della sanità, parametri di finanziamento dei sistemi sanitari universalistici.
Gazzetta Ufficiale, Decreto-legge 7 giugno 2024, n. 73 (liste d’attesa).
Nomisma e Sunia, Rapporti sull’emergenza abitativa nelle grandi città italiane.
Dichiarazioni ufficiali dei governi di Spagna, Irlanda e Francia sulla crisi iraniana, marzo-aprile 2026.
Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza Onu sulla missione Unifil, proroghe 2025-2026.
Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 32.
«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
Licenza CC BY-NC-SA 4.0
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L’Italia a piedi: la mobilità negata come strumento di dominio sociale

Non è la pigrizia a fermare milioni di italiani. È un sistema che ha deciso chi può muoversi e chi deve restare fermo.

Esiste una povertà che nessuno misura, che nessun governo inserisce nelle sue slide trionfali sulla crescita, che nessun editorialista mainstream denuncia con la dovuta urgenza. Non è la povertà di chi non ha soldi. È la povertà di chi non può spostarsi. In Italia, nel 2026, milioni di persone restano intrappolate non dalla mancanza di talento, di volontà o di competenze, ma dalla mancanza di un autobus, di un treno, di una corsa che colleghi la loro casa a un posto di lavoro, a un ospedale, a una scuola. Questa non è un’inefficienza: è un progetto. È l’architettura di un’esclusione che fa comodo a chi governa e a chi estrae profitto dalla frammentazione sociale.

L’immobilità come condizione strutturale

Il dato è brutale nella sua chiarezza: circa un quarto della popolazione italiana vive in aree interne o periferiche dove l’accesso ai servizi essenziali, trasporti inclusi, è gravemente compromesso. Sono quasi sette milioni di persone, secondo la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, che si trovano in condizioni di vera e propria “povertà dei trasporti”. Non una metafora, ma una diagnosi sociale precisa: l’impossibilità materiale di raggiungere il luogo dove si potrebbe lavorare, studiare, curarsi.

Il Forum Disuguaglianze e Diversità ha descritto questa condizione come una barriera strutturale all’accesso al lavoro e alla formazione. Eurostat conferma che oltre il trenta per cento della popolazione italiana non dispone di un trasporto pubblico locale adeguato, con punte drammatiche nelle aree rurali del Mezzogiorno, dell’Appennino, delle zone alpine marginali. In queste aree, il tasso di occupazione è sistematicamente più basso. Non per difetto di domanda o di offerta, ma per difetto di collegamento fisico tra i due.

Eppure, il discorso pubblico continua a parlare di “produttività”, di “competitività”, di “merito”. Come se il problema fosse la qualità delle persone e non la qualità delle infrastrutture. Come se un lavoratore che non riesce a candidarsi per un impiego a trenta chilometri da casa fosse semplicemente “poco motivato”. Questa retorica non è innocente: serve a spostare la responsabilità dal sistema all’individuo, dalla politica alla colpa personale.

Il grande inganno della flessibilità

C’è un’ipocrisia di fondo che attraversa l’intero dibattito sul mercato del lavoro italiano. Da decenni si predica la flessibilità come virtù cardinale del lavoratore moderno: devi adattarti, spostarti, essere disponibile ovunque e in qualsiasi momento. Ma la flessibilità, per esistere, ha bisogno di un presupposto materiale che nessuno vuole garantire: la mobilità. Se non puoi muoverti, non puoi essere flessibile. Se non esiste un treno che ti porti al colloquio di lavoro, la flessibilità è una parola vuota. Se l’unica corsa per il capoluogo parte alle sei del mattino e torna alle sette di sera, non sei un lavoratore flessibile: sei un prigioniero.

Il modello neoliberista che ha plasmato le politiche del lavoro italiane degli ultimi trent’anni ha costruito un mondo in cui il lavoratore deve essere infinitamente adattabile, ma le infrastrutture che gli permetterebbero di esserlo restano quelle degli anni Settanta, quando non sono state smantellate del tutto. Ferrovie secondarie chiuse, linee regionali soppresse, corse tagliate, autobus che non passano più: ogni riduzione del servizio pubblico è una porta che si chiude sulla vita di qualcuno. Ma nel bilancio dello Stato, compare come “razionalizzazione”. Nel bilancio umano, è esclusione.

La transizione ecologica dei ricchi

Il quadro si complica ulteriormente quando si incrocia la questione trasporti con la transizione energetica. L’Europa, e l’Italia con essa, ha imboccato la strada della decarbonizzazione. Auto elettriche, riduzione delle emissioni, città a basse emissioni: tutto giusto in linea di principio. Ma c’è un dettaglio che la narrazione istituzionale sistematicamente omette: si sta rendendo la mobilità più costosa prima di renderla accessibile.

Il risultato è una transizione ecologica a due velocità. Chi ha reddito e vive in centri urbani ben serviti può permettersi l’auto elettrica, il car sharing, l’abbonamento alla metropolitana. Chi vive nella provincia profonda, dove l’auto è l’unico mezzo possibile, si trova a pagare di più per il carburante, per l’assicurazione, per la manutenzione di un veicolo inquinante che non può permettersi di sostituire. La transizione ecologica, così concepita, non è una rivoluzione verde: è una selezione sociale mascherata da progresso ambientale.

La Commissione Europea ha istituito il Fondo Sociale per il Clima, pensato per compensare gli effetti regressivi di questa transizione. Ma compensare non è progettare. Distribuire qualche bonus non equivale a ripensare il sistema. Il punto non è dare un sussidio a chi non riesce a comprare l’auto elettrica: è costruire un’alternativa pubblica, efficiente, capillare, che renda superflua l’auto privata per chiunque, non solo per chi vive in centro a Milano o a Bologna.

Il paradosso dell’alta velocità

L’Italia è un Paese che discute di alta velocità ferroviaria mentre milioni di cittadini non hanno una linea affidabile per raggiungere il comune limitrofo. È un Paese che celebra il Frecciarossa Milano-Roma come simbolo di modernità mentre le ferrovie regionali accumulano ritardi, soppressioni e degrado. È un Paese che investe miliardi nel collegamento tra le sue grandi città e dimentica sistematicamente i territori che stanno in mezzo.

Questo non è un caso. È il riflesso di un modello di sviluppo che concentra risorse, servizi e opportunità nei poli urbani, svuotando le aree interne e trasformandole in periferie dell’esistenza. La retorica dei “borghi”, tanto cara alla comunicazione governativa, è esattamente questo: retorica. Nessuno vuole vivere in un borgo se dal borgo non riesce a raggiungere un pronto soccorso in meno di un’ora. Nessuno vuole tornare al paese se dal paese non parte nessun treno.

I dati dell’Osservatorio PNRR confermano che gli investimenti in infrastrutture di trasporto continuano a privilegiare le grandi direttrici ad alta capacità, lasciando le reti secondarie in uno stato di abbandono progressivo. Il PNRR stesso, che avrebbe dovuto essere l’occasione storica per colmare il divario infrastrutturale, ha destinato alla mobilità locale una quota insufficiente e frammentata, spesso vincolata a tempistiche irrealistiche che i piccoli comuni non riescono a rispettare.

La scelta politica dell’esclusione

Dietro ogni stazione chiusa, dietro ogni linea soppressa, dietro ogni corsa tagliata, c’è una decisione politica. Non una fatalità, non un’inevitabilità economica, non una legge di natura: una scelta. La scelta di chi ha deciso che il trasporto pubblico è un costo da ridurre, non un diritto da garantire. La scelta di chi ha privatizzato, esternalizzato, tagliato, e poi si è stupito che le periferie si svuotassero e che il disagio sociale crescesse.

In Italia il diritto alla mobilità non è riconosciuto come diritto fondamentale. La Costituzione parla di lavoro, di salute, di istruzione, ma non del presupposto materiale che li rende accessibili. Eppure, senza mobilità, ogni altro diritto diventa teorico. Il diritto al lavoro non esiste se non puoi raggiungere il posto di lavoro. Il diritto alla salute non esiste se non puoi arrivare all’ospedale. Il diritto all’istruzione non esiste se non c’è un autobus che porti tuo figlio a scuola.

Questo è il nodo che nessun governo vuole affrontare, perché affrontarlo significherebbe rimettere in discussione l’intero modello di sviluppo territoriale. Significherebbe ammettere che la centralizzazione dei servizi non è efficienza ma abbandono, che la chiusura degli ospedali periferici non è razionalizzazione ma condanna, che il taglio delle linee ferroviarie non è risparmio ma desertificazione.

Il silenzio dei media e la complicità del racconto dominante

La povertà dei trasporti è un tema che fatica a trovare spazio nel dibattito mediatico mainstream. Quando si parla di disuguaglianze, i grandi giornali preferiscono concentrarsi sui differenziali di reddito, sugli indici di Gini, sulle statistiche macroeconomiche. La dimensione territoriale dell’esclusione — il fatto che in Italia la tua vita sia determinata in larga misura dal codice di avviamento postale in cui sei nato — resta ai margini della narrazione pubblica.

Questa omissione non è casuale. Il racconto dominante ha bisogno di mantenere l’illusione che il sistema sia equo, che le opportunità siano distribuite in modo ragionevole, che chi resta indietro lo faccia per propria responsabilità. Ammettere che milioni di persone sono escluse non per difetto personale ma per difetto infrastrutturale significherebbe ammettere il fallimento del modello. E questo, nel discorso pubblico italiano, non è consentito.

L’Italia che non arriva

La domanda che questo Paese si rifiuta di porsi è semplice e feroce: quante vite sono state sacrificate, quante carriere stroncate, quanti talenti dispersi, quante famiglie impoverite, non dalla crisi, non dalla globalizzazione, non dalla mancanza di merito, ma dalla mancanza di un treno? Quanti ragazzi hanno rinunciato all’università non perché non avessero i voti, ma perché non avevano il mezzo per arrivarci? Quanti malati hanno aggravato la propria condizione non perché non esistesse la cura, ma perché non esisteva il collegamento per raggiungerla?

Nel silenzio delle stazioni chiuse, nella polvere delle pensiline dove nessun autobus si ferma più, nell’orario dei treni che è un elenco di fantasmi, si consuma ogni giorno una violenza lenta, silenziosa, invisibile. È la violenza dell’abbandono travestito da efficienza, del taglio spacciato per modernizzazione, dell’indifferenza presentata come necessità economica.

L’Italia immobile non è immobile per natura. È stata resa immobile da scelte precise, da interessi precisi, da un modello di sviluppo che ha deciso chi conta e chi no, chi si muove e chi resta fermo. E finché la mobilità non sarà trattata come quello che è — un’infrastruttura sociale fondamentale, un diritto, una condizione imprescindibile di cittadinanza — questo Paese continuerà a raccontarsi la favola del merito mentre condanna milioni dei suoi cittadini all’immobilità. Non per mancanza di strade, ma per mancanza di volontà politica.

Fonti
Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, Report sulla povertà dei trasporti in Italia
Eurostat, Statistiche sull’accessibilità al trasporto pubblico locale (dati aggiornati 2025)
Forum Disuguaglianze e Diversità, Rapporto sulle aree interne e la mobilità
Commissione Europea, Fondo Sociale per il Clima (Regolamento UE 2023/955)
Osservatorio PNRR, Monitoraggio investimenti infrastrutturali trasporti
Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere
CC BY-NC-SA 4.0

Il Campo Largo delle Contraddizioni

Perché un campo largo che mescola tutto e il contrario di tutto non è un’alternativa, ma il miglior regalo a Giorgia Meloni.

La notte di piazza Barberini e l’euforia della vittoria
Il 23 marzo 2026 resterà negli annali come la prima vera sconfitta politica del governo Meloni. Il No al referendum sulla riforma costituzionale della giustizia — la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, il doppio CSM, l’Alta Corte disciplinare — ha prevalso con il 53,74% dei voti, su una partecipazione che ha sfiorato il 59 per cento: un dato di per sé incoraggiante, in un Paese che da anni conosce il male oscuro dell’astensionismo.
La risposta del centrosinistra è stata immediata e spettacolare: abbracci sul palco di Piazza Barberini, cori di “Unità, unità, unità”, il corteo notturno fino a Piazza del Popolo, i leader — Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli — fotografati insieme come una squadra che ha appena vinto il campionato. E già la mattina seguente partivano le proposte di primarie di coalizione per scegliere il candidato premier in vista delle politiche del 2027.
Tutto comprensibile. Tutto, però, pericolosamente affrettato.
Il voto dei giovani e degli ex astenuti: un mandato che non appartiene al campo largo
Chi ha vinto il referendum? Non il campo largo in quanto tale: ha vinto una nuova generazione di elettori — il No ha prevalso oltre il 60% nella fascia under 34 — e una quota consistente di italiani che da anni non mettevano piede in un seggio. Persone che non si riconoscono nell’offerta politica tradizionale, che hanno detto No alla riforma Meloni non per portare Schlein a Palazzo Chigi, ma per difendere la Costituzione, per rifiutare una riforma percepita come una mossa di controllo politico sulla magistratura.
È un mandato popolare, costituzionale, civico. Non è un cheque in bianco consegnato a una coalizione che non ha ancora un programma, un leader né — si scoprirà subito — una linea comune su nessuna delle questioni decisive.
Le contraddizioni insanabili: il campo largo è nudo
Bastano poche ore di riflessione a smontare l’euforia della notte di Barberini. Il campo largo che si vuole presentare alle politiche del 2027 come alternativa di governo porta con sé contraddizioni di fondo che nessuna liturgia unitaria può coprire indefinitamente.
Vale la pena nominarle una per una, senza sconti:
— Chi ha votato No al referendum e chi ha votato Sì, o si è astenuto come Renzi, fino all’ultimo.
— Chi si oppone all’escalation militare e all’invio di armi e chi sostiene il riarmo e la logica NATO senza se e senza ma.
— Chi difende la causa palestinese e chi ha sostenuto la legge che punisce l’antisionismo come reato.
— Chi vuole abrogare il Job Act e chi ne è il padre putativo.
— Chi lotta per lo Stato sociale, la sanità e la scuola pubbliche e chi ha applicato l’austerità europea sostenendo i governi tecnici.

Non si tratta di sfumature o di accenti diversi: sono posizioni radicalmente incompatibili. E non è questione di tattica politica: sono le fratture che attraversano la vita reale di milioni di italiani.
La guerra in Ucraina: la prima crepa esplode in diretta
Non è servito aspettare molto. A meno di tre giorni dalla vittoria del No, il senatore M5S Stefano Patuanelli ha dichiarato con nettezza: “Con noi al governo gli aiuti militari all’Ucraina cesserebbero”. Risposta immediata del dem Filippo Sensi: “Con noi gli aiuti ci sono stati, ci sono e ci saranno. Fatevene una ragione”.
Non è una scaramuccia: è una frattura strutturale. Il PD di Schlein si è collocato sulla linea del sostegno militare a Kiev, pur con qualche ondeggiamento tattico. Il M5S di Conte ha sempre espresso una posizione critica, a tratti esplicitamente contraria. AVS si è tenuta su una posizione di pacifismo convinto, contro ogni escalation. Non esiste una formula linguistica capace di coprire questa voragine senza tradire l’elettorato di almeno uno dei contraenti.
L’episodio non è isolato: già a gennaio 2026, al rinnovo del decreto sugli aiuti all’Ucraina, la tensione era esplosa all’interno della coalizione, con sette senatori democratici che avevano votato contro una risoluzione pentastellata. Il riformista Lorenzo Guerini aveva parlato di “segnale di metodo non accettabile”.
La Palestina: unità di facciata su un dramma irriducibile
Sull’altra grande questione geopolitica — la Palestina — il quadro non è più rassicurante. AVS ha ribadito che riconoscerà lo Stato di Palestina come prima misura di governo. Ma il PD al suo interno ospita sensibilità molto diverse su Israele, sui rapporti con le comunità ebraiche italiane, sul confine tra critica all’occupazione e antisionismo.
Il tema della legge sull’antisionismo — che ancora pesa come un macigno nel dibattito interno — divide profondamente il centrosinistra, dove voci autorevoli hanno sostenuto o non contrastato misure normative percepite da ampi settori della sinistra come una limitazione al legittimo dissenso politico.
Il Job Act: il cadavere nell’armadio della coalizione
Sul piano del lavoro, la frattura è ancora più antica e politicamente esplosiva. Il Job Act — la riforma del mercato del lavoro varata nel 2015 dal governo Renzi, che ha smontato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori — è ancora lì, in vigore, non abrogato, non emendato. Eppure Italia Viva fa parte dell’ecosistema del campo largo. Come si spiega a un operaio metalmeccanico in somministrazione che chi ha inventato la precarizzazione sistematica del lavoro dipendente ora si siede allo stesso tavolo programmatico di chi promette di abolire il precariato?
La risposta onesta è che non si spiega. Si aggira. Si rimanda. Si usa la formula “però prima togliamo la destra” come anestetico universale. Ma l’anestetico finisce, e la delusione che segue è sempre più profonda di quella precedente.
La lezione che non è mai stata imparata
La storia della sinistra italiana degli ultimi trent’anni è costellata di coalizioni larghe costruite non su un programma ma su un nemico comune. E ogni volta il copione si è ripetuto con variazioni minime.
L’Ulivo anti-Berlusconi degli anni Novanta e Duemila ha prodotto governi che hanno accettato, pezzo dopo pezzo, l’agenda berlusconiana in economia, in politica estera, nelle politiche del lavoro. L’antiberlusconismo come collante ha finito per rafforzare Berlusconi, offrendo a lui il monopolio dell’identità politica di quella stagione.
Il sostegno ai governi tecnici — da Monti a Draghi — ha fatto il resto. Quando la sinistra ha sorretto esecutivi che applicavano austerità, tagli al welfare, riforme del mercato del lavoro sgradite al proprio elettorato, ha ceduto il campo valoriale alla destra. Gli eredi del MSI, lentamente ma inesorabilmente, sono diventati la prima forza politica italiana. E hanno vinto le elezioni del 2022.
Oggi una parte del centrosinistra sembra voler riproporre quella stessa politica perdente: nel nome dell’unità contro la destra, anche a costo di ospitare nelle proprie file le peggiori posizioni di destra. Un errore di strategia che rischia di trasformarsi nel miglior regalo possibile a Giorgia Meloni.
Il campo largo nella sua versione attuale non è un fronte alternativo: è la riedizione di un modello fallimentare con ingredienti aggiornati. La differenza rispetto al passato è che ora l’elettorato ha gli anticorpi: i giovani che hanno votato No al referendum non sono disposti a essere di nuovo ingabbiati nel “voto utile” se non è chiaro quale utilità effettiva viene loro offerta.
Il rischio del ritorno all’astensionismo
I sondaggi post-referendum mostrano il campo largo sopravanzare di misura il centrodestra in termini aggregati. Ma i numeri nascondono una dinamica che dovrebbe preoccupare: molti degli elettori che hanno votato No al referendum — giovani, ex astenuti, delusi dalla politica — non hanno necessariamente intenzione di votare una coalizione percepita come l’ennesimo “fritto misto” di interessi incrociati.
Se il campo largo non sarà capace di offrire una proposta programmatica chiara, coraggiosa, senza ambiguità sulle questioni fondamentali — guerra e pace, lavoro, Palestina, Stato sociale — l’astensionismo tornerà a essere il primo partito italiano. E in quel caso, tra due coalizioni in calo, perderà meno la destra: più compatta, più identitaria, più fedele.
Cosa serve davvero: chiarezza, programma, coerenza
Il voto del 23 marzo ha dimostrato una cosa che avrebbe dovuto essere ovvia da tempo: quando si offre agli elettori una scelta netta, con una posizione chiara e non ambigua, la risposta civica c’è. Il 59% di affluenza lo dimostra. I giovani che sono tornati alle urne lo dimostrano.
Un’alternativa credibile alla destra di Meloni non può essere costruita sulla negazione del nemico, ma sulla chiarezza del progetto. E un progetto chiaro richiede scelte dolorose: non si può stare insieme a chi ha scritto il Job Act e promettere di abolire la precarietà. Non si può dirsi contro la guerra e includere chi ha votato sistematicamente per l’invio di armamenti. Non si può difendere la Palestina e ospitare chi ha sostenuto misure repressive contro chi critica Israele.
Un fronte ampio, costituzionale e popolare — l’unico in grado di costruire una vera alternativa di governo — non si costruisce mettendo assieme tutto e il contrario di tutto. Si costruisce su un programma minimo condiviso, su posizioni incomprimibili, su quella coerenza che è la sola moneta che i cittadini, soprattutto i più giovani e i più delusi, sono ancora disposti ad accettare.
Il modello sbagliato e quello da costruire
Si è parlato molto, in queste ore, del modello Sanchez in Spagna. È un riferimento utile, a condizione di capire perché il PSOE ha vinto: non per aver allargato il campo a destra, ma per aver costruito un’alleanza con la sinistra radicale di Sumar, su una piattaforma di tutele sociali, contrasto alla precarietà, laicità dello Stato, politica estera autonoma dai diktat atlantisti. Una coalizione con una identità, non un agglomerato di interessi.
Il Prodi 2 — l’altra formula evocata come spauracchio da molti commentatori — è invece il simbolo di ciò che non bisogna ripetere: una coalizione tenuta assieme da sessanta anime diverse, naufragata in pochi mesi sulla contraddizione insanabile tra le sue componenti. Quella stagione ha spianato la strada a Berlusconi prima e a Meloni poi.
Non è un caso che chi viene dalle periferie, dal lavoro operaio, dai movimenti sociali, dai collettivi studenteschi che hanno manifestato per la Palestina e contro la guerra — stia guardando altrove. Non perché non voglia cambiare il governo: perché non si fida di chi chiede i voti per cambiarlo e poi, una volta al potere, si adegua alle stesse logiche.

Il coraggio della chiarezza
Il 23 marzo ha rotto l’aura di invincibilità di Giorgia Meloni. Ha dimostrato che esiste in questo Paese una maggioranza civica, costituzionale, potenzialmente progressista. Ha riportato ai seggi una generazione che aveva abbandonato la politica come pratica inutile.
Sarebbe un crimine politico trasformare questa energia in combustibile per l’ennesima coalizione senz’anima. Sarebbe una beffa imperdonabile per chi ha votato No pensando a un cambiamento reale, ritrovarsi con un governo che porta avanti la metà delle politiche precedenti con segno diverso.

La vera sfida del centrosinistra — o di ciò che vuole essere un’alternativa di governo — non è vincere le primarie. È rispondere a una domanda semplice e brutale: su cosa non siete disposti a cedere? Su lavoro, pace, Palestina, Stato sociale, indipendenza dalla NATO: dove stanno le linee rosse? Chi le traccia?
Senza quella chiarezza, il campo largo resterà un campo minato. E Giorgia Meloni, dal suo osservatorio privilegiato, avrà già capito come attraversarlo indenne.

IL FEDERALISMO DELLA VERGOGNA

Fontana rilancia la secessione, Sechi insulta il Sud che ha salvato la Costituzione.
Mentre milioni di poveri perdono il sussidio, la stampa di regime incassa milioni dallo Stato.
Tre giorni dopo la storica vittoria del No al referendum costituzionale del 22-23 marzo 2026, che ha respinto lo smembramento e indebolimento della magistratura, il governatore della Lombardia Attilio Fontana ha risposto al voto democratico con quella che non può essere definita altrimenti che una dichiarazione di guerra all’unità nazionale. E il direttore di Libero, Mario Sechi, ha fatto da megafono ideologico all’offensiva, insultando i meridionali che hanno difeso la Carta. Due voci, un unico messaggio: punire il Sud che non si è inginocchiato.

I. LE PAROLE DI FONTANA: ANATOMIA DI UN PROGETTO SECESSIONISTA
Sul Corriere della Sera del 26 marzo 2026, Attilio Fontana — presidente della Regione Lombardia e figura di spicco della Lega — ha scelto di non riconoscere la lezione referendaria. Al contrario, ha deciso di rilanciarla, amplificarla, trasformarla in programma politico.
“Bisogna trovare il modo di mettere il Nord, che è la parte sana e produttiva del Paese, in grado di competere con le Regioni europee più avanzate […] L’Autonomia è solo un primo passo, il nodo di fondo è che bisogna cambiare la forma dello Stato in senso federale.”
Il messaggio è cristallino nella sua crudezza: il Nord è la “parte sana”, il resto è zavorra. Il Meridione va punito per aver votato in massa contro la manomissione delle garanzie costituzionali, per aver difeso l’indipendenza della magistratura e la separazione dei poteri. La soluzione di Fontana non è il dialogo: è la frammentazione dello Stato in senso federale, con le Regioni del Nord libere di allearsi con la Baviera per proteggere l’industria automobilistica e manifatturiera del Nord padano.
Non si tratta di una posizione nuova per la Lega, che sin dalla sua fondazione nel 1989 ad opera di Umberto Bossi ha perseguito prima la secessione aperta della Padania, poi il federalismo fiscale, poi l’autonomia differenziata. Ma le parole di Fontana del 26 marzo rappresentano un salto di qualità: è la prima volta che un governatore in carica, a poche ore da una sconfitta elettorale che coinvolge direttamente le sue politiche, invoca esplicitamente un federalismo secessionista come risposta al voto popolare.
In altri termini: se il popolo vota in modo “sbagliato”, la soluzione non è ascoltarlo — è costruire una struttura istituzionale che lo escluda. Questo è l’attacco alla democrazia che Fontana non nomina ma pratica.
II. IL “MODO DI PENSARE”: IL RAZZISMO ISTITUZIONALE DELLA LEGA
Ancora più rivelatore del progetto secessionista è il linguaggio utilizzato da Fontana per descrivere il divario tra Nord e Sud. Secondo il governatore lombardo, il Nord è “l’area più moderna e funzionale che traina il resto dell’Italia”. Il sottotesto è inequivocabile: il Meridione è arretrato, premoderno, irrecuperabile, e questa arretratezza si esprime anche nel “modo di pensare” dei suoi abitanti.
Questo “modo di pensare” sbagliato, secondo la logica fontaniana, consiste nell’aver votato a difesa della Costituzione. 15 milioni di cittadine e cittadini meridionali, che hanno espresso liberamente e democraticamente la propria volontà, vengono così trasformati in un problema da risolvere con la separazione istituzionale. È una forma di razzismo istituzionale che etnicizza la preferenza politica: non sbagli perché la tua posizione è sbagliata, sbagli perché appartieni al gruppo sbagliato.
Eppure — come sottolineano i dati — il Sud che ha votato No al referendum non lo ha fatto per attaccamento all’immobilismo. La Calabria, una delle regioni più duramente colpite dalla questione meridionale, ha espresso percentuali altissime di voto favorevole alla riforma nel quesito sulla separazione delle carriere. Il Sud non è un blocco monolitico conservatore: è un territorio che risponde alle proposte che gli vengono sottoposte, capace di scelte radicalmente diverse a seconda del quesito e del contesto. Fontana, e chi lo sostiene, preferisce ignorare questa complessità, perché serve loro un nemico semplice, uniforme, utile come alibi.
III. SECHI E LIBERO: QUANDO IL GIORNALISMO INSULTA CHI HA DI MENO
Se Fontana ha offerto la cornice politica, Mario Sechi — direttore di Libero — ne ha fornito la copertura ideologica e mediatica. Nel suo editoriale pubblicato su Libero il 24 marzo 2026, intitolato “L’ingiustizia è uguale per tutti”, Sechi ha commentato l’esito referendario con parole che il senatore M5S Orfeo Mazzella ha definito senza mezzi termini “gravissime e a tratti razziste”.
“Ha vinto il NO grazie a giovani ‘coltivati’ in scuole e università e grazie al Sud attaccato al reddito e alle pensioni d’invalidità.”
Tradotto: chi ha votato No è o un giovane manipolato nei banchi di scuola, oppure un meridionale che difende il proprio “assistenzialismo”. Il voto democratico di milioni di persone ridotto a una scelta di convenienza, a un riflesso pavloviano del portafoglio. L’editoriale di Sechi è “uno schiaffo in faccia a 20 milioni di meridionali e al giornalismo stesso”, per usare ancora le parole del senatore Mazzella, che ha auspicato una rapida presa di posizione dell’Ordine dei giornalisti.
Francesco Emilio Borrelli, parlamentare di Avs, è andato oltre: “Adesso basta! Mario Sechi ha usato parole offensive verso il popolo del Sud che ha votato per difendere la Costituzione.” Perché è questo che il direttore di Libero non riesce — o non vuole — comprendere: il voto del Sud non era in difesa del reddito di cittadinanza. Era in difesa dell’articolo 104 della Costituzione, dell’indipendenza della magistratura, dei contrappesi democratici che proteggono tutti i cittadini, a cominciare dai più vulnerabili.
IV. IL PARADOSSO DEI FINANZIAMENTI PUBBLICI: CHI INSULTA IL POVERO VIVE DEI SOLDI DI STATO
Ma c’è una dimensione di questa vicenda che non può essere taciuta, perché tocca il cuore di una contraddizione insostenibile. Sechi scrive su Libero che il Sud ha votato No per “attaccamento al reddito” di cittadinanza, come se fosse una vergogna che una famiglia in difficoltà economica riceva un sussidio statale. Eppure il giornale sul quale firma questi editoriali campioni di disprezzo sociale — Libero — è tra i principali beneficiari del finanziamento pubblico all’editoria in Italia.
I dati pubblicati dal Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri parlano chiaro: Libero ha ricevuto oltre 5,4 milioni di euro di contributi pubblici diretti per l’anno 2023, e circa 2,7 milioni nella prima rata del 2024. Nel complesso, negli anni più recenti, il quotidiano ha incassato dallo Stato cifre nell’ordine di svariati milioni di euro all’anno.
Un meccanismo surreale: la testata che si nutre di fondi pubblici — erogati attraverso una cooperativa che formalmente detiene la testata, mentre la proprietà sostanziale fa capo alla società di Antonio Angelucci, deputato della Lega — usa quelle stesse risorse per produrre editoriali che umiliano chi riceve un sussidio per sopravvivere. La differenza tra il reddito di cittadinanza e il contributo pubblico all’editoria non sta nella natura dell’intervento statale, ma in chi ne beneficia: nel primo caso, famiglie al di sotto della soglia di povertà; nel secondo, un giornale di proprietà di un parlamentare del partito di governo.
Non è solo una questione di ipocrisia. È una questione di classe. Il welfare per i ricchi si chiama “pluralismo dell’informazione”. Il welfare per i poveri si chiama “assistenzialismo” e diventa argomento di scherno sulle pagine dello stesso giornale che quel welfare incassa.
Vergogna, Sechi. Vergogna, Libero. Non si morde la mano che ti nutre, soprattutto quando quella mano è la mano dello Stato che stai insultando attraverso i suoi cittadini più fragili.
V. LA RISPOSTA CHE CI ASPETTIAMO: UNITÀ, DIGNITÀ, RESISTENZA COSTITUZIONALE
Il comunicato dei Comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata pubblicato il 26 marzo 2026 lancia un appello preciso e urgente: tutte le forze politiche, sindacali e associative che hanno combattuto per la difesa della Costituzione devono reagire “immediatamente con dichiarazioni, prese di posizione, interrogazioni parlamentari” alle dichiarazioni di Fontana. Si chiedono esplicitamente le dimissioni del governatore lombardo.
È un appello che facciamo nostro con piena convinzione. Non per spirito di rivincita, non per logica di parte, ma perché chi ricopre una carica istituzionale ha il dovere di rispettare il verdetto democratico, non di costruire architetture istituzionali per aggirarlo. Fontana non ha perso un voto qualsiasi: ha visto sconfitto un progetto politico che voleva indebolire la magistratura e concentrare il potere. La risposta a quella sconfitta non può essere la minaccia della secessione.
L’iter delle Intese — che prevede accordi bilaterali tra singole Regioni e lo Stato per trasferire competenze e risorse — deve essere bloccato immediatamente. L’autonomia differenziata, nella sua forma attuale, è stata dichiarata parzialmente incostituzionale dalla sentenza n. 192 del 2024 della Corte Costituzionale. Andare avanti su questo percorso, dopo il voto referendario, sarebbe non solo un errore politico ma una sfida aperta alla volontà del popolo sovrano.
VI. LA QUESTIONE MERIDIONALE COME QUESTIONE DEMOCRATICA
C’è qualcosa di profondamente rivelatore nella coincidenza temporale tra le dichiarazioni di Fontana e gli editoriali di Sechi. Entrambi, a pochi giorni dal referendum, hanno scelto di non interrogarsi sulle ragioni del voto, ma di attaccare chi ha votato. Entrambi hanno trovato nel Sud il capro espiatorio ideale.
Questa è la politica della distrazione. Invece di chiedersi perché milioni di italiani abbiano scelto di difendere la Costituzione, invece di fare i conti con la crisi di consenso che attraversa la destra di governo, si preferisce additare il Meridione come zavorra, zavorra che produce voti sbagliati, che incassa sussidi, che non capisce la modernità.
Ma il Sud che ha votato NO non è arretrato. È consapevole. Consapevole che uno Stato smembrato in feudi autonomi non protegge i deboli, ma li abbandona. Consapevole che una magistratura dipendente dalla politica non difende i cittadini, ma chi è al potere. Consapevole che le riforme istituzionali non si fanno di notte, contando i voti in Parlamento, ma si costruiscono con il consenso, il dialogo, la partecipazione democratica.
“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.” Non è una citazione. È un programma di vita. E il 22-23 marzo 2026, 15 milioni di italiani lo hanno scritto con la matita sulla scheda referendaria.
Fontana si dimetta. Sechi faccia ammenda. E che lo Stato smetta di finanziare il disprezzo.

Fonti: Corriere della Sera, 26 marzo 2026; Libero, 24 marzo 2026; Comunicato Comitati NO AD, 26 marzo 2026;
Il Post — contributi pubblici all’editoria 2023/2024; Wikipedia — Referendum costituzionale Italia 2026;
Sardiniapost, Paese Italia Press, Agenzia Opinione — reazioni all’editoriale Sechi (25-26 marzo 2026).

La storia (ri)scritta a uso e consumo del potere

Il discorso di Meloni al Parlamento sulla guerra in Iran: una narrazione che capovolge la realtà, assolve gli aggressori e abbandona il diritto internazionale

C’è una tecnica narrativa collaudata, nel lessico del potere: nominare i fatti senza dirli, condannare senza accusare, invocare principi che si è già provveduto a svuotare. Il discorso tenuto ieri da Giorgia Meloni al Parlamento — prima al Senato, poi alla Camera — sulla guerra in corso in Medio Oriente è stato un esercizio magistrale di questa arte. Una costruzione retorica impeccabile nella forma, devastante nei contenuti. Una presa in giro istituzionale servita su vassoi dorati.

Chi bombarda chi: la grammatica capovolta della guerra

Partiamo da una frase che Meloni ha ripetuto con ostinazione degna di miglior causa: “Non c’è spazio per la diplomazia fin quando l’Iran non smette di bombardare i Paesi del Golfo”. Il problema — un problema non da poco — è che a bombardare, mentre erano in corso i colloqui diplomatici con Teheran, sono stati Trump e Netanyahu. Non gli ayatollah.

È la stessa dinamica già vista con Hamas e il Qatar: Israele aveva già bombardato le aree dove si svolgevano le trattative diplomatiche con Hamas mentre gli incontri erano in corso. Il canovaccio è identico. E la premier italiana lo conosce. Ma sceglie di ignorarlo.

Il diritto internazionale, che Meloni cita a giorni alterni come scudo o come spettro a seconda della convenienza geopolitica del momento, stabilisce con chiarezza incontrovertibile, all’Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, il “diritto naturale” di legittima difesa in caso di attacco armato contro un membro dell’ONU. Gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran. L’Iran, a quel punto, non ha esercitato un arbitrio: ha esercitato un diritto. Un diritto che Trump e Netanyahu — con la loro iniziativa militare unilaterale — hanno di fatto legitimato con le proprie mani.

Meloni definisce “attacchi” ciò che per il diritto internazionale sono azioni difensive. E chiama “diplomazia” ciò che è, nei fatti, una resa incondizionata all’aggressore.

Resta aperta — e bruciante — una domanda: distruggere il diritto internazionale era, per Trump e Netanyahu, un danno collaterale o un beneficio collaterale? La risposta, a guardare la traiettoria degli ultimi anni, non è difficile da intuire.

Minab: condannare senza nominare il colpevole

Sul bombardamento della scuola elementare Shajareh Tayyibeh di Minab, nel sud dell’Iran — dove hanno perso la vita oltre 150 bambine — la presidente del Consiglio ha pronunciato parole di “ferma condanna”. Fin qui, tutto bene. Poi ha aggiunto che occorre “accertare rapidamente le responsabilità”. Ed è qui che il discorso precipita nell’ipocrisia.

Le responsabilità sono già state accertate. Sono gli Stati Uniti ad aver bombardato quella scuola, come documentato da un’inchiesta del New York Times, probabilmente a causa di mappe satellitari del territorio iraniano non aggiornate. Chiedere di “accertare” ciò che è già stato accertato non è prudenza diplomatica: è copertura politica. È proteggere l’alleato a spese delle vittime.

Le basi militari: la Spagna, l’Italia e il segreto che protegge

Sul capitolo delle basi militari statunitensi presenti in territorio italiano, Meloni ha esibito un parallelismo con la Spagna che non regge all’analisi. Madrid ha detto no esplicito all’utilizzo delle proprie basi per operazioni di guerra contro l’Iran, vincolando ogni utilizzo a quanto previsto dai trattati bilaterali. “La stessa cosa che facciamo noi”, ha dichiarato la premier.

La verità è un’altra. Gli accordi bilaterali tra Spagna e Italia e gli Stati Uniti sono profondamente diversi. Quelli italiani, risalenti al 1954 e periodicamente aggiornati, sono in larga parte secretati. Meloni non ha detto no all’utilizzo delle basi per operazioni belliche. Ha detto che la decisione spetterà al Parlamento — dove la sua maggioranza è solida — senza che né il Parlamento né i cittadini conoscano il testo integrale degli accordi. Una delega in bianco a se stessa, mascherata da rispetto delle istituzioni.

Le accise, l’automotive e la retorica della transizione

Nel lungo inventario di promesse non mantenute — o peggio, invertite — spicca la questione delle accise sui carburanti, che Meloni e Salvini avevano solennemente promesso di ridurre in campagna elettorale e che invece sono state aumentate, con la giustificazione che “non ci sono i soldi”. I soldi, però, si trovano per le armi. Per la difesa. Per le missioni militari. Per i contractor e gli appaltatori della guerra.

Allo stesso modo, il richiamo alle “industrie di transizione a partire dall’automotive” ha il sapore amaro di una rassicurazione vuota: gli incentivi promessi alle filiere produttive suonano come un invito a riconvertirsi verso la produzione di sistemi d’arma. È questo il modello economico che si offre al Paese: un’economia di guerra camuffata da politica industriale.

Palestina: la solidarietà a parole di chi vende le armi

L’affermazione più strepitosa per sfrontatezza è però arrivata sul finale: Meloni che si vanta della “solidarietà” dimostrata dall’Italia nei confronti del popolo palestinese. Vale la pena fare l’elenco, pacatamente e senza retorica.

L’Italia di Meloni non ha riconosciuto lo Stato di Palestina; ha rinnovato il Memorandum di Intesa con Israele sulla cooperazione militare; continua a vendere armi a Israele; si è opposta alle sanzioni a Israele in sede europea; è a favore del mantenimento dell’accordo di associazione UE-Israele; consente a Netanyahu — sul quale pende un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità — di sorvolare indisturbato il suolo italiano.

A completare il quadro, il governo ha sostenuto l’iter di una legge che, con il pretesto del contrasto all’antisemitismo, mira in realtà a silenziare le critiche nei confronti delle politiche del governo israeliano e del sionismo come prassi politica. Una legge bavaglio travestita da tutela dei diritti.

Questa è la solidarietà di Meloni con il popolo palestinese: dichiarata in aula, sepolta dai fatti fuori dall’aula.

la grammatica del potere e il prezzo della verità

Il discorso di Meloni al Parlamento non è stato solo una performance politica. È stato un tentativo sistematico di riscrivere la realtà: trasformare gli aggressori in difensori, le vittime in responsabili, le menzogne in pragmatismo, la complicità in neutralità. Una narrazione che sceglie accuratamente quali pagine del libro di storia leggere e quali strappare via.

Il diritto internazionale, quando torna utile, viene invocato come stendardo. Quando diventa scomodo — come nel caso delle operazioni militari unilaterali di Trump e Netanyahu, o come nel mandato di cattura della CPI contro Netanyahu — viene accantonato senza troppe cerimonie. E chi osa ricordarlo viene accusato di strabismo, di propaganda, di anti-americanismo.

Gli italiani meritano una classe dirigente capace di guardare ai fatti per quello che sono, non per quello che conviene che sembrino. Meritano trasparenza sugli accordi militari che impegnano il territorio nazionale. Meritano onestà sui prezzi che si pagano per le scelte di campo. Ieri, al Parlamento della Repubblica, non l’hanno avuta.

IL METODO DELLA DEMOLIZIONE

Dal fascismo delle leggi eccezionali alla riforma Meloni-Nordio: cent’anni di attacco all’indipendenza della magistratura, alla separazione dei poteri e alle libertà dei cittadini

A pochi giorni dal referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026, il Paese è chiamato a pronunciarsi su una riforma che non riguarda soltanto l’organizzazione giudiziaria. Riguarda il tipo di Stato in cui vogliamo vivere. Il tipo di democrazia che siamo disposti a difendere — o che siamo disposti a consegnare. Per capire dove stiamo andando, bisogna sapere da dove veniamo. E bisogna avere il coraggio di dire ciò che si vede.

I. La marcia su Roma e la conquista legale dello Stato

Il 28 ottobre 1922 le camicie nere di Benito Mussolini marciarono sulla capitale. Il re Vittorio Emanuele III, anziché firmare lo stato d’assedio che avrebbe fermato la colonna fascista, cedette l’incarico di governo. Fu un atto che segnò, con la complicità delle istituzioni liberali esauste e della grande borghesia industriale pronta a tutto pur di neutralizzare la minaccia socialista, l’inizio della fine dello Stato di diritto italiano.

Ma la violenza squadrista non fu che il primo atto. Il secondo, più subdolo e duraturo, fu legislativo. Mussolini comprese subito che per consolidare il potere non bastava occupare le piazze: bisognava riscrivere le regole del gioco, dall’interno, una legge alla volta. La legge Acerbo del 1923 modificò la legge elettorale introducendo un premio di maggioranza abnorme: il partito che avesse raggiunto il 25% dei suffragi avrebbe ottenuto i due terzi dei seggi parlamentari. Il meccanismo consentì al PNF, alle elezioni del 1924 — segnate da brogli, intimidazioni e violenze sistematiche — di conquistare quella larga maggioranza parlamentare necessaria per smontare lo Stato liberale pezzo per pezzo.

Giacomo Matteotti denunciò in parlamento le frodi e le violenze. Il 10 giugno 1924 fu rapito e assassinato da squadristi fascisti. L’opposizione parlamentare si ritirò sull’Aventino in segno di protesta, convinta che la pubblica coscienza si sarebbe rivoltata contro il regime. Non fu così. Mussolini rimase al suo posto, sorretto dalla complicità silenziosa di polizia, magistratura e apparati dello Stato. Il 3 gennaio 1925 si presentò alla Camera e si assunse la responsabilità politica e morale del delitto Matteotti. Quella data segna il vero passaggio dal governo al regime.

II. Le leggi fascistissime: la tecnica della demolizione istituzionale

Tra il 1925 e il 1926, il ministro della Giustizia Alfredo Rocco — giurista e teorico del nazionalismo autoritario — disegnò l’architettura normativa della dittatura. Un corpus legislativo passato alla storia con il nome di “leggi fascistissime”, che non abolì la Costituzione in vigore (lo Statuto Albertino) ma ne svuotò progressivamente ogni contenuto democratico, rivestendo ogni atto di una patina di legalità formale.

La legge del 24 dicembre 1925 trasformò il Presidente del Consiglio in Capo del Governo: non più primus inter pares, non più responsabile di fronte al parlamento, ma titolare esclusivo del potere esecutivo, rispondente unicamente al re. La legge del 31 gennaio 1926 attribuì al governo la facoltà di emanare norme giuridiche per decreto, svuotando il parlamento di ogni reale funzione legislativa. La legge del 4 febbraio 1926 abolì le elezioni comunali, sostituendo i sindaci con i podestà di nomina governativa. La legge sulla stampa impose che ogni giornale potesse essere diretto soltanto da un soggetto non sgradito al governo, tramite il controllo del prefetto. La legge del 25 novembre 1926 istituì il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, un organo giudiziario composto da militari e miliziani, privo di garanzie processuali, inappellabile nelle sue sentenze: il giudice identificato con il potere politico.

Il metodo era precisissimo. Non si abbatteva la democrazia con un colpo solo. La si demoliva mattone per mattone. Quanto alla magistratura: già nel 1923 il CSM, che aveva ottenuto una parziale elettività nel 1921, fu ricondotto alla nomina governativa. Nel 1925 l’Associazione Generale Magistrati Italiani fu costretta ad auto-sciogliersi per evitare di essere trasformata in uno strumento del regime. Nel 1934 l’iscrizione al Partito Nazionale Fascista divenne obbligatoria anche per i magistrati. Chi non si adeguava veniva epurato per “incompatibilità con le direttive politiche del Governo”. La magistratura, nel giro di un decennio, smise di essere un potere dello Stato e divenne uno strumento del regime. La maggioranza dei magistrati italiani, con silenziosa complicità o entusiasmo convinto, si adattò. E “la magistratura sembrò affannarsi nel tentativo di interpretare sempre meglio non la legge, ma lo spirito del sistema politico, l’indirizzo desiderato dal governo”.

III. La Costituzione del 1948: il baluardo costruito sull’esperienza del terrore

I Padri Costituenti sapevano di cosa stavano scrivendo. Avevano vissuto il fascismo. Avevano perso amici, fratelli, libertà. Per questo la Costituzione repubblicana del 1948 costruì un sistema di garanzie fondato sulla separazione e sul reciproco bilanciamento dei poteri: un parlamento sovrano, un presidente della Repubblica con funzioni di garanzia, una magistratura autonoma e indipendente da ogni altro potere, una Corte costituzionale custode delle regole fondamentali, una Corte dei Conti sentinella dei conti pubblici e dei diritti dei cittadini.

Il Consiglio Superiore della Magistratura, istituito dall’articolo 104 della Costituzione, fu definito nel 1986 dalla Corte Costituzionale stessa come la “pietra angolare” del nuovo ordinamento giudiziario: l’organo che garantisce l’autogoverno della magistratura, sottraendola alla dipendenza dal potere esecutivo. Non per caso: chi aveva redatto quelle norme ricordava bene cosa significa avere giudici nominati e rimossi dal governo. Ricordava il Tribunale speciale. Ricordava i magistrati epurati per incompatibilità politica.

L’obbligatorietà dell’azione penale, sancita dall’articolo 112, fu un’altra scelta consapevole: il pubblico ministero deve perseguire i reati secondo la legge, non secondo le preferenze del governo in carica. Questa regola impedisce che il potere politico possa dire ai magistrati requirenti quali reati perseguire e quali ignorare, chi proteggere e chi colpire. Era la risposta diretta all’esperienza del regime, in cui la giustizia era stata strumento selettivo del potere.

IV. Il progetto Meloni: non tre riforme, ma un solo disegno

Il governo Meloni si è presentato agli italiani nel 2022 con un programma di riforme istituzionali che, lette separatamente, potevano sembrare risposte a esigenze distinte. Il premierato come risposta all’instabilità governativa. L’autonomia differenziata come risposta alla richiesta di efficienza amministrativa. La riforma della magistratura come risposta alla commistione tra accuse e sentenze. Ma esaminando gli effetti combinati di queste riforme sul sistema istituzionale, un denominatore comune emerge con nitidezza: la concentrazione del potere nelle mani del governo, a scapito di tutti gli altri contrappesi costituzionali.

Il premierato, come segnalato da oltre 180 costituzionalisti in una lettera pubblica, tende ad annullare la separazione dei poteri trasformando la maggioranza parlamentare in una proiezione diretta del capo dell’esecutivo. L’autonomia differenziata, nella sua impostazione originaria — parzialmente corretta dalla Corte Costituzionale — trasferiva nelle mani del governo la gestione dei livelli minimi di diritti garantiti ai cittadini su tutto il territorio nazionale. Il terzo pilastro è la riforma della magistratura, sottoposta a referendum il 22 e 23 marzo 2026. Ma il progetto non si esaurisce qui. Attorno a questi tre pilastri costituzionali si è costruito, in tre anni di governo, un sistema di provvedimenti ordinari che, presi insieme, rivelano la medesima logica: neutralizzare progressivamente ogni forma di controllo sul potere esecutivo.

V. La fabbrica dell’impunità: dall’abuso d’ufficio alla Corte dei Conti

Il 10 luglio 2024 il Parlamento ha approvato il cosiddetto “ddl Nordio”, con cui il governo ha ottenuto uno dei risultati più clamorosi e meno discussi della legislatura: l’abolizione del reato di abuso d’ufficio. Per decenni, l’articolo 323 del codice penale aveva punito il pubblico ufficiale che, nell’esercizio delle sue funzioni, procurasse ingiusti vantaggi o arrecasse danni ingiustificati. Un “reato spia”, lo definivano i giuristi: non il reato principale, ma il sintomo rivelatore di fenomeni più estesi di corruzione, favoritismo e malaffare nella pubblica amministrazione. Ora non esiste più.

Le conseguenze sono concrete e immediate: i cittadini non possono più far valere i propri diritti di fronte ad abusi nelle concessioni edilizie o nelle sanatorie. Non possono più denunciare chi trucca un concorso pubblico senza corrispettivo in denaro. Il Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione ha avvertito che senza questo reato rischia di farla franca “chi favorisce senza un corrispettivo economico una persona in un concorso, o chi assegna direttamente un contratto”. Il governo ha risposto che “non era un reato, paralizzava i pubblici amministratori”. Il messaggio ai funzionari pubblici è stato compreso: adesso si può fare con meno paura.

Non è un caso isolato. La stessa logica ha guidato la riforma della Corte dei Conti, approvata definitivamente con la legge 7 gennaio 2026, n. 1. La Corte dei Conti è un organo costituzionale previsto dall’articolo 100 della Carta, con una funzione cruciale: controllare come vengono spesi i soldi pubblici e giudicare gli amministratori che causano danni erariali allo Stato. Un presidio di legalità nato nell’Ottocento, proprio per evitare sprechi, favoritismi e mala gestione delle risorse comuni. Con la nuova riforma, la “colpa grave” viene esclusa dall’ambito della responsabilità erariale per le condotte attive dei funzionari. Viene introdotto il meccanismo del silenzio-assenso: se la Corte non riesce a esprimersi entro termini strettissimi — in alcuni casi trenta giorni — gli atti si considerano automaticamente approvati. Uno scudo permanente per chi amministra, gestendo fondi pubblici miliardari compresi quelli del PNRR, senza più il timore di rispondere dei propri errori.

L’Associazione magistrati della Corte dei conti ha parlato apertamente di “sostanziale cancellazione delle funzioni costituzionali”. La riforma si inserisce in un quadro già avviato: il governo Meloni aveva in precedenza tentato di escludere il PNRR dal controllo concomitante della Corte — il controllo in corso d’opera sui grandi investimenti pubblici — limitando la capacità del massimo organo di controllo contabile di segnalare ritardi e irregolarità su 191 miliardi di euro di fondi europei. Il disegno è coerente e leggibile: meno controlli, meno responsabilità, più spazio per il potere politico.

VI. Il decreto sicurezza: criminalizzare il dissenso

Nel 2025 il governo ha approvato il decreto sicurezza, convertito definitivamente in legge il 29 maggio 2025 con 163 voti favorevoli e 91 contrari. Nessun quorum democratico, nessun confronto reale: il governo ha posto la fiducia, tagliando fuori dal dibattito parlamentare 131 emendamenti presentati dall’opposizione. L’Associazione Nazionale Magistrati ha definito il decreto un “messaggio inquietante” con due obiettivi: “creare nella collettività un problema che non esiste” e “porre le basi per la repressione del dissenso”.

Il decreto introduce 14 nuovi reati e 9 aggravanti. La cosiddetta “norma anti-Gandhi” trasforma il blocco stradale pacifico — la forma di protesta più elementare della disobbedienza civile — da illecito amministrativo a reato penale punibile con la reclusione da sei mesi a due anni. Le proteste sindacali rischiano di essere criminalizzate come “interruzione di pubblico servizio”. Le pene per chi manifesta vicino alle grandi opere vengono inasprite. La resistenza passiva nei centri di detenzione per migranti diventa reato. Viene data copertura legale alle spese legali degli agenti di polizia indagati per fatti commessi in servizio, mentre i detenuti che protestano rischiano da 10 a 20 anni.

Non si tratta di un episodio isolato: è l’ultimo atto di una serie. Il decreto anti-rave del 2022, il decreto Cutro del 2023, il ddl anti-imbrattamento contro gli attivisti climatici del 2023, il decreto Albania per esternalizzare la gestione dei migranti fuori dai confini dell’Unione Europea e dalla giurisdizione dei nostri giudici. Una fabbrica di reati, come l’ha definita l’opposizione, costruita non per rispondere a emergenze reali ma per alimentare la percezione di nemici — i giovani, i manifestanti, i migranti, gli attivisti — e per alzare il costo del dissenso. Il giurista Luigi Ferrajoli ha scritto che si tratta del “più grande attacco alla libertà di protesta della storia repubblicana”.

VII. La riforma Meloni-Nordio: il nodo che stringe il sistema

Il disegno di legge costituzionale firmato da Giorgia Meloni e dal ministro Carlo Nordio — approvato definitivamente dal Parlamento il 30 ottobre 2025, senza la maggioranza dei due terzi necessaria per evitare il referendum — modifica otto articoli della Costituzione, intervenendo sul cuore dell’ordinamento giudiziario. Viene presentato come una semplice “separazione delle carriere”, ma il contenuto è assai più radicale.

La riforma separa formalmente le due magistrature — giudicante e requirente — dotandole ciascuna di un proprio organo di autogoverno. Il CSM unico viene sdoppiato. I membri dei due nuovi Consigli Superiori non saranno più eletti dai magistrati tra i magistrati, ma sorteggiati, privando così l’autogoverno della magistratura di qualsiasi legittimazione democratica interna. L’Alta Corte Disciplinare, istituita ex novo, assumerà la competenza esclusiva sulle sanzioni ai magistrati.

Il nodo più pericoloso riguarda il pubblico ministero. Come ha denunciato il senatore Mazzella in aula al Senato il 25 giugno 2025, la separazione delle carriere è “solo un primo passo”: il secondo, già annunciato, sarà quello di sottoporre il PM al controllo del potere esecutivo. Con la separazione, il magistrato requirente risponde soltanto a se stesso, in un sistema autoreferenziale privo di contrappesi. In questo quadro, il governo potrà agire sui contesti materiali delle indagini — risorse, priorità operative, organizzazione della polizia giudiziaria — senza violare formalmente la lettera della Costituzione. La magistratura requirente, privata del legame con quella giudicante e dell’ancoraggio al CSM unitario, diventa esponenzialmente più vulnerabile alla pressione politica.

Non è un caso che il governo abbia respinto alla Camera, il 16 gennaio 2025, l’ordine del giorno che impegnava l’esecutivo a garantire l’indipendenza dei pubblici ministeri. Come ha osservato l’opposizione: “Siete rei confessi.” La consigliera del ministro Nordio, in un momento di involontaria franchezza, ha sintetizzato il progetto con una frase che ha fatto scandalo: “Votate sì e togliamo di mezzo la magistratura.”

VIII. Il metodo antico, il costume nuovo

Il paragone con le leggi fascistissime non è un’iperbole retorica. Non si tratta di affermare che il governo Meloni sia fascista nei modi e nelle forme. Si tratta di riconoscere che il metodo — la demolizione progressiva dei contrappesi istituzionali attraverso riforme di facciata rivestite di una patina di legalità — ha una genealogia precisa nella storia italiana. Come nel 1925, si opera per gradi. Come nel 1925, ogni singolo atto viene presentato come una risposta a un’esigenza concreta e ragionevole: si dice “paura della firma” per giustificare l’abolizione dell’abuso d’ufficio, “efficienza” per svuotare la Corte dei Conti, “sicurezza” per criminalizzare il dissenso, “terzietà del giudice” per controllare il PM.

C’è però una differenza sostanziale, che rende il confronto al tempo stesso più rassicurante e più inquietante. Nel 1925 non esisteva una Costituzione rigida che frenasse il legislatore. Nel 2026 esiste, ed è già stata parzialmente violata nelle intenzioni — la Corte Costituzionale ha dovuto intervenire sull’autonomia differenziata — e viene ora aggredita nei suoi principi fondamentali attraverso una revisione formalmente legittima ma sostanzialmente eversiva nella sua logica complessiva. Quando le modifiche costituzionali tendono sistematicamente a smantellare i meccanismi di bilanciamento del potere, i costituzionalisti parlano di “abuso della revisione costituzionale”: un uso formalmente legale dello strumento per produrre esiti illegittimi rispetto allo spirito e ai valori fondativi dell’ordinamento.

La radice ideologica del progetto va cercata nella cultura profondamente autoritaria del Movimento Sociale Italiano degli anni Settanta: il partito degli “esclusi” dal patto costituzionale, che non ha mai accettato i valori della Resistenza e della Repubblica parlamentare, e che oggi — per la prima volta — si trova nelle condizioni di poter riscrivere quelle regole dall’interno. Come scrive Questione Giustizia, si tratta di una volontà di rivincita sulla Costituzione e sulla storia istituzionale repubblicana: l’obiettivo di capovolgere regole e principi fondanti della democrazia repubblicana. Non un errore, una scelta.

IX. L’internazionale reazionaria: Meloni, Trump, Orbán e la rete sovranista globale

Questo progetto non nasce nel vuoto della politica italiana. Si inserisce in un fenomeno globale che accomuna leader di destra radicale in tutto l’Occidente: Donald Trump negli Stati Uniti, Viktor Orbán in Ungheria, Marine Le Pen in Francia, Javier Milei in Argentina, Nayib Bukele in El Salvador. Un’internazionale reazionaria che condivide una visione del potere verticale, autoritario e plebiscitario, in cui il leader eletto risponde soltanto al popolo — e quindi, di fatto, a nessuno — sottraendosi a ogni contrappeso istituzionale, giudiziario, giornalistico o civile.

Giorgia Meloni è parte organica di questa rete, non una comprimaria. Ha partecipato alle convention del CPAC, comprese quelle tenute nell’Ungheria di Orbán. Ha prestato il proprio volto alle campagne elettorali del sovranista ungherese. Ha aderito al progetto di Steve Bannon per federare le estreme destre europee. Ha costruito la sua identità politica internazionale sull’asse Roma-Budapest, più vicina all’Ungheria e all’Albania che ai partner storici della costruzione europea. Come scrive Linkiesta, Meloni non può condividere le critiche ai valori del movimento trumpiano “semplicemente perché di quel movimento è parte integrante, militante convinta della primissima ora”.

Il modello che questi governi perseguono è stato teorizzato da Orbán come “democrazia illiberale”: elezioni regolari, pluralismo formale, ma sistematico smantellamento dei contrappesi — magistratura, media liberi, società civile, organismi di controllo — che rendono le elezioni realmente significative. Ciò che accade oggi negli Stati Uniti di Trump — assalto al potere giudiziario, attacchi alle università, epurazioni nella pubblica amministrazione, criminalizzazione del dissenso — è benvisto da chi governa l’Italia. Non è una coincidenza. È un programma.

L’ironia tragica è che questa subalternità all’internazionale sovranista non ha portato all’Italia alcun vantaggio concreto. I dazi di Trump hanno colpito duramente le esportazioni italiane in settori chiave. L’Italia è stata esclusa dalla comunicazione preventiva sull’operazione militare contro l’Iran, nonostante le ambizioni di “ponte” tra Washington e Bruxelles. Siamo un governo che paga il prezzo di un’amicizia di carta con il mondo MAGA, senza avere né la forza contrattuale né la credibilità per incidere sulle decisioni che contano.

X. L’emergenza democratica e il No come atto di resistenza

Il referendum del 22 e 23 marzo 2026 non ha quorum. Chiunque non voti, in sostanza, favorisce il Sì. Il governo Meloni ha costruito la campagna referendaria sull’ambiguità: si parla di “separazione delle carriere” come se la riforma si limitasse a questo, mentre il testo sottoposto al voto modifica radicalmente l’equilibrio tra magistratura e potere politico, colpisce l’autogoverno dei giudici, crea le condizioni strutturali per la subordinazione dei PM all’esecutivo. Nulla nel testo riguarda l’efficienza o la rapidità dei processi. Tutto nel testo riguarda chi controlla chi.

Di fronte a tutto questo, l’opposizione appare ancora frammentata, incapace di costruire una narrazione unitaria che unisca le singole battaglie in un quadro coerente. Ogni riforma viene combattuta separatamente — la magistratura, il decreto sicurezza, la Corte dei Conti, l’abuso d’ufficio — senza mai riuscire a spiegare agli italiani che si tratta dei tasselli di un unico mosaico. Un mosaico che raffigura la stessa cosa da qualunque angolo lo si guardi: un governo che vuole ridurre i controlli sul proprio potere, silenziare chi dissente, proteggere i propri amici e colpire i propri nemici, utilizzando lo Stato come strumento invece di servirlo come mandatario.

Ciò che ci viene chiesto il 22 e 23 marzo non è un voto tecnico sull’ordinamento giudiziario. Ci viene chiesto di scegliere tra due idee di Stato: uno in cui il potere risponde a contrappesi reali — magistratura indipendente, organi di controllo autonomi, diritto al dissenso garantito — oppure uno in cui il governo decide chi deve essere indagato, come devono essere spesi i fondi pubblici, quali forme di protesta sono consentite, e lo fa non nonostante la Costituzione ma attraverso una sua riscrittura progressiva, mattone per mattone.

XI. Conclusione: cent’anni di storia, undici giorni per scegliere

I Padri Costituenti scrissero quella Costituzione con la memoria viva di ciò che accade quando i contrappesi istituzionali cedono uno dopo l’altro. Sapevano che le dittature non nascono quasi mai da un colpo di Stato violento. Nascono da una serie di scelte apparentemente ragionevoli, ciascuna delle quali — presa singolarmente — sembra una riforma legittima. È la somma che produce il disastro.

Siamo all’11 marzo del 2026. Tra undici giorni gli italiani voteranno. Cent’anni fa Alfredo Rocco costruì il suo sistema con decreti, leggi eccezionali e tribunali speciali. Oggi si lavora con referendum costituzionali, abolizioni di reato, riforme della Corte dei Conti e decreti sicurezza. Il paesaggio è diverso. Il metodo della demolizione è lo stesso. La direzione è la stessa.

Chi governa oggi sa benissimo cosa vuole. Sa che il premierato darà all’esecutivo il controllo del parlamento. Sa che la riforma della magistratura aprirà la strada al controllo del PM. Sa che l’abolizione dell’abuso d’ufficio e lo svuotamento della Corte dei Conti tolgono vigilanza sulla spesa pubblica. Sa che il decreto sicurezza alza il costo del dissenso. Sa che questa internazionale reazionaria di cui è parte sta smontando, pezzo per pezzo, le democrazie liberali in tutto l’Occidente. E sa di farlo nell’ombra del dibattito quotidiano, nella nebbia della confusione mediatica, nell’inerzia dell’opposizione che ancora non ha trovato la parola giusta.

Quella parola è: No. Un No che non è solo un voto sulla magistratura. È il rigetto di un progetto reazionario e autoritario che umilia la memoria di chi ha scritto la Costituzione, svende la sovranità italiana all’internazionale del potere senza controllo, e consegna alle generazioni future un’Italia meno libera, meno giusta, meno degna di se stessa.

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere. Votare No è il minimo che la storia ci chiede.

L’inginocchiata italiana e il coraggio spagnolo

Mentre Madrid difende la sovranità e il diritto internazionale, Roma non viene nemmeno avvisata dell’attacco all’Iran. Il servilismo dell’Italia verso Washington raggiunge il suo punto più basso.

C’è un momento, nella storia di un paese, in cui la sua dignità viene misurata non dalle parole dei suoi governanti, ma dal peso del silenzio che li avvolge. Quel momento, per l’Italia, è arrivato il 28 febbraio 2026, all’alba, quando i missili americani e israeliani hanno cominciato a piovere su Teheran, su Isfahan, su Qom. Mentre una scuola femminile veniva rasa al suolo uccidendo quasi centosettanta bambine, il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto era a Dubai con la famiglia, in vacanza, bloccato come un qualsiasi turista. Il vicepremier Matteo Salvini, a quell’ora, si complimentava su X con il cantante Ermal Meta per le sue doti linguistiche.

Giorgia Meloni — la stessa Meloni che aveva costruito la sua immagine internazionale sull’amicizia personale con Donald Trump, sul filo diretto con la Casa Bianca, sulla presunta centralità dell’Italia nelle grandi partite geopolitiche — non è stata avvisata. Non prima, non durante i preparativi. Solo a cose fatte, ad attacco già iniziato. Come ha dovuto ammettere lo stesso Tajani: il ministro degli Esteri israeliano Saar lo ha chiamato “quando l’attacco era già iniziato”. Come ha confermato Crosetto: gli americani hanno avvisato “quando hanno avvisato gli altri, ad attacco in corso”.

Ecco, dunque, il valore reale dell’amicizia con Trump. Ecco il dividendo della genuflessione.

La lezione di Madrid

Mentre Roma taceva — o balbettava giustificazioni — dall’altra parte della penisola iberica Pedro Sánchez parlava con la chiarezza di chi sa dove stare. Il premier spagnolo ha rifiutato l’uso delle basi militari congiunte di Morón e Rota, in Andalusia, per l’offensiva contro l’Iran. Lo ha fatto richiamando un principio elementare: quelle basi esistono in base a un accordo bilaterale preciso, e quell’accordo non prevede il loro utilizzo al di fuori del quadro delle Nazioni Unite.

Non si trattava di ingenuità o di debolezza. Era, al contrario, l’esercizio pieno della sovranità nazionale. “La Spagna è un paese sovrano che prende autonomamente le proprie decisioni in politica estera”, ha dichiarato il ministro degli Esteri Albares. E Sánchez ha aggiunto, con una lucidità che imbarazza per contrasto la pochezza del dibattito italiano: “Non si può rispondere a un’illegalità con un’altra illegalità: è così che iniziano i disastri dell’umanità”.

È una posizione che non ha nulla di astrattamente pacifista. Sánchez ha condannato il regime degli Ayatollah — che “reprime e uccide i propri cittadini, in particolare le donne” — ma ha tenuto ferma la distinzione fondamentale tra il giudizio morale su un regime e la legittimità di un’azione militare condotta al di fuori del diritto internazionale. L’Iran, per quanto tirannico e teocratico, rimane uno stato sovrano. Nessuna potenza, nemmeno la più forte del mondo, può violare questa sovranità a proprio arbitrio senza sanzione delle Nazioni Unite.

Ancora più importante: l’attacco di Usa e Israele è avvenuto mentre era in corso una mediazione concreta. La sera del 27 febbraio, l’Oman aveva annunciato che l’Iran aveva accettato di smantellare le proprie riserve di uranio arricchito. Un accordo era a portata di mano. Poche ore dopo, i missili erano già in volo.

La zona grigia dell’Italia

Il governo Meloni ha scelto la sua posizione con una cura quasi chirurgica nell’evitare qualunque posizione netta. Nessuna condanna dell’attacco. Nessuna richiesta di cessate il fuoco immediato. Nessuna solidarietà alla Spagna, bersaglio delle minacce economiche di Trump. Dal Palazzo Chigi è arrivata la solita formula anestetizzata: preoccupazione per la “stabilità regionale”, invito a “evitare l’escalation”, dichiarazione che da basi italiane non sono partiti aerei americani per attacchi — come se questo bastasse a lavare la coscienza.

Ma la realtà parla da sola. Le basi di Sigonella e del sistema MUOS di Niscemi sono state intensamente utilizzate per monitoraggio e intelligence prima e durante l’attacco. Il drone Global Hawk è decollato da Sigonella più volte nelle ore precedenti all’offensiva. Le infrastrutture militari americane sul territorio italiano — circa 12.000 soldati statunitensi presenti nel paese — hanno svolto un ruolo attivo nel sostenere l’operazione. “Le basi militari italiane gli Usa le hanno già”, ha ammesso lo stesso Crosetto. E allora la distinzione tra “supporto difensivo” e “partecipazione offensiva” diventa una finzione semantica.

Mentre Meloni non interveniva, la segretaria del PD Elly Schlein chiamava Sánchez per esprimere solidarietà. Il M5S e AVS chiedevano al governo di fare altrettanto. La risposta del centrodestra al potere: silenzio, o peggio, imbarazzanti giustificazioni per il mancato preavviso. Luca Ciriani, ministro per i Rapporti con il Parlamento, ha persino osservato che “bastava osservare i movimenti della flotta Usa” per capire che l’attacco era imminente. Come se la subalternità fosse da giustificare con l’autosufficienza informativa.

La strada verso il baratro

C’è qualcosa di strutturalmente pericoloso nel comportamento degli Stati Uniti di Trump. Non è soltanto l’aggressività diplomatica — le minacce commerciali alla Spagna, gli insulti agli alleati “terribili”, i ricatti tarifari. È la logica profonda di un’amministrazione che ha deciso di smantellare il sistema multilaterale costruito dopo la Seconda guerra mondiale e di sostituirlo con la legge del più forte.

Sánchez ha evocato l’Iraq con una precisione dolorosa: ventitré anni fa, un’altra amministrazione americana trascinò l’Europa in una guerra presentata come necessaria, liberatrice, chirurgica. Il risultato fu la destabilizzazione dell’intera regione, un’ondata di terrorismo jihadista, milioni di morti, una crisi migratoria senza precedenti. Oggi si ripete lo stesso copione, con attori parzialmente diversi e con l’aggravante di una potenza nucleare — l’Iran — coinvolta direttamente.

La Rete Italiana Pace e Disarmo lo ha detto con parole inequivocabili: questo attacco “non aiuterà la società civile iraniana a liberarsi del regime teocratico ma darà nuove motivazioni a Teheran per accelerare il proprio riarmo e rafforzare la repressione interna”. La strage delle bambine nella scuola di Minab — quasi 170 vittime — non è un effetto collaterale: è il volto reale della guerra, comunque si chiami l’operazione che la produce.

E mentre lo Stretto di Hormuz — attraverso cui transita una quota significativa del commercio energetico mondiale — è paralizzato dalle petroliere ferme in attesa della fine delle ostilità, mentre i prezzi del petrolio e del gas salgono e l’incertezza economica si diffonde, l’Italia tace. Perché tacere, per Meloni, è più comodo che scegliere.

Quando l’obbedienza servile non è leadership

Pedro Sánchez ha lanciato un messaggio che va ben oltre la disputa sulle basi militari. Ha parlato all’Europa intera, e in particolare a quei leader — tra cui è lecito includere Meloni — che scambiano l’allineamento con Washington per politica estera: “Ingenuo è pensare che la soluzione sia la violenza, ingenuo è credere che le democrazie nascano dalle rovine, ingenuo è pensare che un’obbedienza cieca e servile significhi leadership”.

Ha ragione. L’obbedienza servile non è leadership. È abdicazione. È la rinuncia a quella funzione di mediazione, di dialogo, di costruzione del diritto internazionale che l’Europa avrebbe potuto e dovuto esercitare. Invece, la gran parte dei governi europei ha scelto l’ambiguità, quando non la complicità. L’Italia, in questo, non fa eccezione: anzi, primeggia per la combinazione di subalternità politica e imbarazzante impreparazione operativa.

Mentre Macron e il presidente del Consiglio europeo Costa esprimevano solidarietà a Sánchez, mentre la Francia dispiegava la portaerei De Gaulle nel Mediterraneo per operazioni esplicitamente difensive — non offensive — il governo italiano aspettava che qualcuno decidesse per lui. Aspettava le richieste formali degli americani, valutava, monitorava, dichiarava di non essere stato coinvolto. Una posizione che è, nei fatti, il contrario della sovranità.

Una scelta di civiltà

Di fronte a un’aggressione militare condotta al di fuori di qualsiasi mandato delle Nazioni Unite, su uno Stato sovrano — per quanto illiberale, per quanto tirannico — la risposta di un paese che si definisce democratico non può essere il silenzio complice. Né può essere la retorica del “dobbiamo aspettare che la situazione si chiarisca”.

La Spagna ha scelto. Ha scelto il diritto internazionale contro la forza bruta. Ha scelto la diplomazia contro la guerra preventiva. Ha scelto la propria sovranità contro le pressioni di un’amministrazione che usa le ritorsioni commerciali come strumento di ricatto tra alleati. E ha pagato un prezzo: le minacce di Trump, le critiche inopportune del cancelliere Merz, l’isolamento momentaneo.

Ma ha guadagnato qualcosa di più prezioso: la sua dignità. E, con essa, la solidarietà di Macron, di Costa, di tutti gli europei che sanno distinguere tra un alleato e un padrone.

L’Italia avrebbe potuto fare lo stesso. Aveva ogni strumento giuridico e politico per farlo. Il Parlamento, secondo la Costituzione, avrebbe dovuto essere informato e coinvolto in qualsiasi decisione sull’uso delle basi militari per azioni offensive. Invece, il governo ha preferito la zona grigia, il non detto, l’attesa delle richieste formali. Una postura che, nella migliore delle ipotesi, è ignavia. Nella peggiore, è complicità.

“Fermatevi prima che sia troppo tardi”, ha detto Sánchez rivolgendosi a Washington, Tel Aviv e Teheran. È una frase semplice, quasi elementare. Ma in questo momento, quella semplicità è rivoluzionaria. Perché i governanti che avrebbero il dovere di pronunciarla — e in primo luogo quelli italiani — scelgono invece di inginocchiarsi.

E la storia, quando arriverà il momento del giudizio, non dimenticherà chi ha scelto di tacere mentre il mondo bruciava.

“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere”

La Premier delle Mille Bugie. Quando il Palazzo mente più dello Schermomariosommella.wordpress.com

C’è un principio elementare nel giornalismo, così antico da sembrare ovvio eppure così sistematicamente violato da chi governa: chi occupa una posizione pubblica di potere risponde delle proprie parole. Non alle telecamere dell’alleato di turno, non ai commenti del proprio esercito mediatico, ma ai fatti. Nudi, verificabili, documentati. È su questo principio che poggia la credibilità di un’istituzione democratica. E su questo stesso principio che il governo Meloni costruisce ogni giorno la propria narrazione alternativa alla realtà.
Giorgia Meloni mente. Lo fa con metodo, con continuità, con la serenità di chi sa di disporre di una rete di protezione mediatica che la solleva da qualsiasi conseguenza. Un esercito silenzioso ma capillare, fatto di reti televisive, quotidiani allineati, alleati di governo che amplificano ogni affermazione senza interrogarsi sulla sua veridicità. Forza Italia e Mediaset, in questo schema, non sono semplici partner politici: sono ingranaggi essenziali di una macchina della disinformazione di Stato.

Le Sentenze Senza Leggerle
L’ultima tecnica prediletta dalla Presidente del Consiglio è quella di pescare sentenze dal cassetto della giurisprudenza, non leggerle, e usarle come clava politica contro la magistratura. Il meccanismo si ripete con sconcertante regolarità.
Prendiamo il caso dell’algerino Redouane Laaleg, undici volte arrestato, ventitré volte condannato, espulso per pericolosità sociale. Meloni ha individuato in questo caso il simbolo di una magistratura che protegge i criminali contro la volontà del governo. La realtà, per chi si prende il tempo di leggere gli atti, racconta tutt’altra storia: nessun giudice ha mai vietato l’espulsione di Laaleg. È il Viminale che non lo ha espulso. Non per una sentenza ostile, ma per un’incapacità amministrativa imbarazzante: il governo ha comunicato all’uomo il trasferimento a Brindisi, lo ha poi condotto con l’inganno in Albania — paese dal quale non può essere rimpatriato —, e non gli ha nemmeno notificato la misura restrittiva. Risultato: l’avvocato ha ottenuto dal giudice, che era stato consulente di Berlusconi, la condanna dello Stato a pagare settecento euro di danni. Non una vittoria ideologica delle toghe rosse. Un errore operativo del governo, pagato dai contribuenti.
Stessa dinamica nella vicenda della nave SeaWatch e della capitana Carola Rackete. Mercoledì la Meloni ha sventolato il risarcimento di novantamila euro all’ong come prova dell’assurdità delle sentenze. Ma la sentenza del Tribunale civile di Palermo non menziona la capitana, non giustifica la speronata, non assolve l’ong dall’aver forzato il porto. Si occupa esclusivamente di ciò che è accaduto dopo: il fermo amministrativo della nave. E lo motiva non con una scelta politica, ma con un silenzio burocratico. La Prefettura di Agrigento aveva dieci giorni di tempo per confermare il fermo, come impone la legge. Non rispose. Il silenzio-assenso rese nullo il blocco. La nave restò ferma altri due mesi in modo illegale. L’Avvocatura dello Stato ha ammesso l’errore. Il fermo era legale, l’omissione della Prefettura non lo era. Novantamila euro pagati per un modulo sbagliato e un ufficio che non ha risposto nei tempi previsti. Non è la magistratura che condanna il governo. È il governo che si condanna da solo.
Va aggiunto che nelle cause civili i pubblici ministeri non esistono: i giudici civili non sono pm. La separazione delle carriere, dunque, di cui Meloni fa un cavallo di battaglia referendario, non avrebbe cambiato nulla in nessuno di questi procedimenti. Per capirlo non serve essere giuristi. Basta leggere le sentenze.

Le Bollette: Il Gioco delle Tre Carte
Sul fronte energetico il metodo non cambia, si affina. Il decreto bollette, presentato dalla premier come un provvedimento strutturale che garantirebbe uno sconto di trecentoquindici euro a 2,7 milioni di famiglie, è in realtà un esercizio di contabilità creativa che nasconde un taglio netto agli aiuti rispetto all’anno precedente.
I fatti: nel 2025 le famiglie con ISEE fino a venticinquemila euro percepivano un bonus straordinario di duecento euro, che si sommava al bonus ordinario erogato dall’Autorità per l’Energia. Per un nucleo con più di quattro componenti, il totale superava i quattrocentoquaranta euro. Quel contributo straordinario da duecento euro non è stato rinnovato nel 2026. Al suo posto è stato introdotto un bonus di centoquindici euro, con una soglia ISEE drasticamente abbassata a 9.796 euro. Solo per i nuclei con almeno quattro figli a carico sopravvive la vecchia soglia di ventimila euro.
I trecentoquindici euro promessi dalla premier li percepiranno quindi le sole famiglie numerose con ISEE inferiore alla soglia ridotta: un’esigua minoranza. Le famiglie fino a due componenti che già beneficiavano del bonus ordinario di centoquarantasei euro riceveranno nel 2026 un totale di duecentosessantuno euro. I nuclei con tre o quattro componenti arriveranno a trecentouno euro. In ogni caso, meno dell’anno scorso. Lo ha spiegato senza margini di ambiguità il vicepresidente dell’Unione Nazionale Consumatori: il decreto è un passo indietro, non un passo avanti. L’unica novità è che costa meno, aiuta meno persone, e le aiuta di meno.
Il ministro dell’Ambiente si è esibito in una performance parallela, mescolando bonus e contributi straordinari in un modo tale da far apparire ogni famiglia come beneficiaria di uno sconto che la maggior parte di esse non vedrà mai. A questa confusione si aggiungono misure ancora ipotetiche, come l’annullamento della tassa europea sulle emissioni — oltre quattro miliardi e mezzo — che entrerà in vigore solo nel 2027 e solo se la Commissione Europea darà il via libera, possibilità al momento ritenuta improbabile dagli stessi analisti del settore.
Il mercato ha capito prima del cittadino medio: i titoli dei principali gruppi energetici hanno chiuso in rosso, da Enel ad A2A, da Italgas a Hera. Non per paura dell’opposizione politica. Per timore di misure che minacciano i ricavi del comparto senza un quadro normativo europeo stabile.

Il Catalogo delle Falsità: Un Inventario Necessario
Sarebbe un errore trattare le menzogne sul decreto energia e sulle sentenze come episodi isolati. Sono invece l’espressione più recente di un repertorio sistematico. Un catalogo che vale la pena tenere aperto.
La crescita economica superiore alla media europea, rivendicata con orgoglio: falsa. La Commissione Europea stima la crescita italiana allo 0,9 per cento, quella europea all’1,3. Secondo l’ISTAT, il dato italiano potrebbe fermarsi allo 0,7. La crescita avviata con il governo Draghi è stata poi frenata, non accelerata, dall’esecutivo attuale.
Le tasse non aumentate: falsa. Sono cresciute le accise su benzina e tabacchi, l’IVA su beni di prima necessità come pannolini e assorbenti, la cedolare secca sugli affitti brevi per le seconde case, gli oneri in bolletta. La maggior parte degli interventi è stata finanziata con sedici miliardi di nuovo deficit, non con tagli alla spesa pubblica.
La tassazione sulle banche per finanziare la sanità: falsa. Non c’è stata alcuna tassazione sugli extraprofitti bancari. Gli istituti di credito hanno effettuato un prestito allo Stato che andrà restituito a partire dal 2027.
I finanziamenti record alla sanità: parzialmente falsa. In termini assoluti i numeri crescono, ma rapportati al PIL la spesa sanitaria del 2024 risulta in calo rispetto all’anno precedente. Nel frattempo sono aumentati i tempi di attesa e i casi di rinuncia alle cure.
Il tasso di occupazione più alto di sempre: ambigua e fuorviante. L’occupazione cresce, ma l’Italia detiene il record europeo di lavoratori dipendenti sotto la soglia di povertà. Non è aumentato il lavoro dignitoso: è aumentato lo sfruttamento.
I salari che crescono più dell’inflazione: falsa. L’aumento dei prezzi è stato il doppio rispetto all’aumento dei salari. Le retribuzioni con contratto nazionale sono cresciute del 3,1 per cento in un anno in cui l’inflazione si attestava al 5,7.
Il caso Almasri: una narrazione cambiata tre volte in una settimana. Prima un complotto della Corte Penale Internazionale contro l’Italia, poi un’espulsione per ragioni di sicurezza, poi la responsabilità scaricata sulla Corte d’Appello di Roma. Tre versioni incompatibili per coprire un fatto semplice: un uomo ricercato per crimini contro l’umanità è stato liberato e rispedito in Libia con un volo di Stato.
Il premierato che non toccherà i poteri del Presidente della Repubblica: falsa per definizione. L’elezione diretta del presidente del Consiglio è già di per sé una sottrazione di prerogative al Capo dello Stato, che perderebbe il potere di conferire il mandato esplorativo. È scritto nel testo della riforma stessa.
Sul MES, ha sostenuto che la mancata ratifica potesse diventare occasione per rivedere il trattato: falsa. Tutti i dirigenti delle strutture legate al meccanismo hanno ribadito che la ratifica era condizione previa per qualsiasi rinegoziazione. L’Italia si è isolata diplomaticamente senza ottenere nulla in cambio.
Il riarmo presentato come investimento strategico neutro, senza costi sociali: falsa e pericolosa. Il governo Meloni ha aderito con entusiasmo alla nuova corsa agli armamenti europea, impegnandosi a portare la spesa militare italiana al due per cento del PIL — e con le pressioni NATO potenzialmente oltre — per un ammontare che si traduce in decine di miliardi sottratti ogni anno al bilancio ordinario. Miliardi che non andranno a ridurre le liste d’attesa negli ospedali, a stabilizzare i precari della scuola, a finanziare gli asili nido che mancano al Sud, a sostenere i Comuni che tagliano i servizi sociali perché le risorse non bastano. La premier non ha mai spiegato agli italiani questa aritmetica elementare: ogni euro destinato ai carri armati è un euro in meno per un’aula scolastica, per un reparto di oncologia, per una casa famiglia. Il riarmo non è una scelta indolore. È una scelta di priorità. E questa scelta, come tutte le altre, viene occultata dietro una narrazione di sicurezza e orgoglio nazionale che non prevede domande, né conti in chiaro.

Il Precedente Petrecca e la Domanda che Nessuno Vuole Fare
In questi stessi giorni, un direttore di una testata del servizio pubblico ha rimesso il proprio mandato. Paolo Petrecca, alla guida di RaiSport, si è dimesso dopo tredici giorni di proteste della redazione, innescate da una serie di errori grossolani durante la telecronaca della cerimonia di apertura delle Olimpiadi Milano-Cortina. Gaffe, inesattezze, improvvisazione: un professionista che si era cimentato in un compito per il quale, secondo i colleghi, non aveva le competenze necessarie. La redazione ha ritirato le firme, ha scioperato, ha reso pubblico il proprio dissenso. L’azienda ha preso atto. Il direttore si è fatto da parte.
È un precedente significativo. Non per le dimensioni dello scandalo — le gaffe di una telecronaca hanno un peso limitato nella vita del Paese — ma per il principio che esso incarna: chi ricopre una funzione pubblica e si dimostra inadeguato, chi diffonde informazioni false o gravemente errate nell’esercizio del proprio ruolo, risponde. Si dimette. Lascia il campo.
La domanda che sorge spontanea, e che nessun giornalista del perimetro governativo si sognerebbe di formulare, è la seguente: se il direttore di RaiSport ha lasciato l’incarico per una serie di errori commessi nel corso di una diretta televisiva, qual è la soglia di tolleranza per chi guida il Paese?
Giorgia Meloni non commette errori sporadici in momenti di pressione. Mente sistematicamente, strategicamente, con piena consapevolezza. Lo fa nelle conferenze stampa, nelle dirette social dei suoi “Appunti di Giorgia”, nei comunicati di Palazzo Chigi, nei post sui social network. Lo fa sulle sentenze che non legge, sui bonus che taglia presentandoli come aumenti, sui crimini di guerra che minimizza, sull’economia che dipinge rosa mentre i dati la descrivono grigia, sulle spese militari che gonfia senza dire ai cittadini cosa viene tagliato in cambio. Lo fa con la tutela di un sistema mediatico che non corregge, non contraddice, non verifica.
Petrecca ha lasciato perché una redazione libera ha preteso responsabilità. Meloni resta perché l’esercito mediatico alle sue spalle non pretende nulla, se non sottomissione.

La Verità come Atto Sovversivo
In questo scenario, seguire le notizie in modo alternativo — verificare i dati, leggere le sentenze per intero, confrontare i numeri con le fonti primarie — è diventato un atto quasi sovversivo. Non perché le informazioni siano inaccessibili: tutto è pubblico, tutto è verificabile. Ma perché il sistema informativo dominante non ha interesse a verificare, a smentire, a correggere.
La democrazia non muore solo con i colpi di Stato. Muore anche quando chi governa può mentire liberamente, ogni giorno, sapendo che nessuno dei grandi media chiederà conto. Quando la distanza tra ciò che si dice e ciò che si fa diventa incolmabile, e quella distanza viene accettata come una caratteristica del potere e non come una sua distorsione patologica.
Il Paese che Meloni governa — e che racconta — non esiste. Esiste un’Italia con i salari più bassi d’Europa, con la spesa sanitaria in declino relativo, con un debito che cresce, con le bollette che costano più dell’anno scorso nonostante i comunicati trionfalistici, con un bilancio della difesa in espansione mentre ospedali, scuole e servizi sociali raccolgono briciole. Esiste un’Italia in cui i più vulnerabili ricevono meno di prima, pur leggendo ogni giorno che il governo li protegge.
Se i fatti contano ancora qualcosa — e devono contare, perché altrimenti non ha senso fare informazione — allora la domanda rimane aperta, senza risposta istituzionale ma con tutta la sua urgenza morale: quante bugie può permettersi chi guida un Paese prima che qualcuno, oltre alla redazione di RaiSport, pretenda che faccia un passo di lato?

“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.”

Dalla gogna alla norma: il caso Albanese e la scorciatoia “antisemitismo” come dispositivo di censura

Una frase può essere un bisturi o un’arma impropria. Può servire a incidere la realtà, oppure a ferire chi prova a descriverla. Nel caso di Francesca Albanese la dinamica è stata questa: non si è discusso il merito delle sue denunce, ma si è tentato di fabbricare un “reato morale” da appendere al suo mandato. E lo si è fatto con un meccanismo da manuale: una clip tagliata, un’accusa ripetuta come se fosse un fatto, la richiesta di dimissioni elevata a prova di “responsabilità”, mentre intorno cresce un rumore di fondo fatto di allusioni, insinuazioni e intimidazioni.

Il 10 febbraio, in conferenza stampa a Ginevra, l’Ufficio ONU per i diritti umani ha pronunciato parole pesanti e chiarissime: “Siamo molto preoccupati” per l’aumento di attacchi personali, minacce e disinformazione contro funzionari ONU, esperti indipendenti e operatori della giustizia, perché questa aggressione distoglie l’attenzione dalle gravi questioni sui diritti umani. E soprattutto ha rimesso in asse il punto centrale: Albanese “non ha caratterizzato alcuno Stato come nemico dell’umanità”. 

I. L’accusa francese: la parola “indifendibile” e la richiesta di dimissioni
La miccia politica, però, era già stata accesa. L’11 febbraio 2026 il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha chiesto le dimissioni di Albanese, parlando di dichiarazioni “oltraggiose e riprovevoli”. La contestazione, per come è stata presentata, non riguardava la critica a un governo, ma avrebbe colpito Israele come “popolo” e “nazione”, cioè su un piano identitario: una soglia che, se vera, cambierebbe completamente la questione. Ma è proprio qui che la costruzione scricchiola, perché il presupposto fattuale risulta contestato e non confermato dai materiali completi. 

Secondo diverse ricostruzioni, la pressione politica in Francia è cresciuta dopo l’intervento della deputata Caroline Yadan, che ha attribuito ad Albanese la frase “Israele è il nemico comune dell’umanità” sulla base di un video circolato online. 
È qui che si innesta il punto più grave: l’accusa si è nutrita di un contenuto audiovisivo contestato, presentato come prova, rilanciato come verdetto.

II. Il “video prova” e la manipolazione: quando il montaggio sostituisce la realtà
Reuters ha riferito un elemento decisivo: una trascrizione dell’intervento a Doha del 7 febbraio, visionata dall’agenzia, non supporta l’idea che Albanese abbia definito Israele “nemico comune dell’umanità”.
Parallelamente, la stessa Albanese ha pubblicato il filmato integrale (o comunque una versione non tagliata) chiarendo che il “nemico comune” a cui si riferiva non era uno Stato, ma “il sistema” che, nella sua analisi, rende possibili impunità, violenze e devastazione: capitale finanziario, algoritmi che oscurano, armi che vaporizzano corpi e distruggono tutto in maniera indiscriminata. Amnesty International, intervenendo sul caso, ha richiamato esplicitamente la distorsione e ha chiesto ai governi europei di ritirare gli attacchi. 
Anche Al Jazeera ha parlato di “fake video” o filmato “doctored” (manomesso) che avrebbe attribuito ad Albanese una formulazione più diretta contro Israele. 

Questo passaggio è politicamente esplosivo: se una richiesta di dimissioni di un relatore ONU nasce da un contenuto montato o decontestualizzato, non siamo davanti a un “equivoco”. Siamo davanti a un’operazione. La disinformazione non è un incidente collaterale: diventa il carburante del procedimento.

III. L’obiettivo reale: non una persona, ma la funzione del diritto internazionale
La conseguenza è doppia. Da un lato si tenta di isolare Albanese e indebolire il suo mandato: una forma di intimidazione reale, perché colpisce la sua credibilità e mira a rendere tossico chiunque pronunci parole come “apartheid”, “occupazione”, “genocidio”, “crimini”. Dall’altro lato si manda un messaggio a tutti gli altri: chi porta in superficie certe accuse verrà trascinato in un processo mediatico-politico, anche se le “prove” sono fragili o manipolate.

Non è un caso che l’ONU abbia parlato apertamente di “misinformation” e attacchi personali: è il riconoscimento istituzionale del metodo. 

IV. Dalla gogna alla norma: i ddl antisemitismo come possibile salto di qualità repressivo
Ed è qui che le due notizie si agganciano. Il caso Albanese mostra una macchina di delegittimazione che opera sul piano politico-mediatico. I ddl antisemitismo, se scritti male o usati in modo strumentale, rischiano di portare lo stesso schema sul piano normativo, dove la pressione diventa più fredda e più potente: non più soltanto reputazione, ma rischio di sanzioni, procedimenti, esclusione.

Nessuno mette in discussione la necessità di contrastare l’antisemitismo. Il punto è: con quali strumenti e con quali definizioni. In alcune proposte legislative il perno concettuale richiamato è la definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). È una definizione operativa nata in un contesto di memoria e contrasto dell’odio antiebraico, ma il dibattito critico riguarda l’uso delle esemplificazioni che la accompagnano e la possibilità di far scivolare, nella pratica, la critica al sionismo o alle politiche dello Stato d’Israele dentro l’etichetta di antisemitismo. 

Quando quel confine si fa incerto, si produce il famigerato “chilling effect”: non serve condannare qualcuno per ottenere la censura, basta rendere plausibile il rischio. E così molti evitano di parlare, di scrivere, di insegnare, di organizzare convegni, di pubblicare inchieste. Il dissenso si ritira prima ancora di essere attaccato.

V. Distinguere per proteggere: antisemitismo non è antisionismo
La distinzione è semplice, ma oggi viene deliberatamente confusa.

1) Antisemitismo: odio verso persone ebree in quanto ebree, discriminazione, violenza, teorie del complotto, de-umanizzazione.
2) Critica politica: contestazione di un governo, di uno Stato, di una dottrina politico-nazionalista, di politiche militari e di occupazione.
3) Antisionismo: opposizione al sionismo come ideologia o progetto storico-politico, che può essere argomentata in modo legittimo, oppure può scadere in odio antiebraico se usa stereotipi e colpisce gli ebrei come collettività.

Se si cancella questa distinzione, il risultato è perverso: si indebolisce la lotta vera contro l’antisemitismo e si trasforma la tutela in arma contro la libertà di critica. Amnesty International ha avvertito apertamente del rischio di collisione con principi costituzionali e con la libertà di espressione, se la definizione IHRA viene tradotta o usata in modo improprio come norma punitiva. 
Non a caso esistono definizioni alternative, come la Jerusalem Declaration on Antisemitism (JDA), nate proprio per evitare che la lotta all’odio venga piegata a funzioni di censura e per chiarire meglio il perimetro tra antisemitismo e critica politica. 

VI. La fotografia finale: un test democratico in corso
Il caso Albanese è il laboratorio perfetto: si parte da un video contestato, si costruisce un’accusa, si chiede la testa della relatrice, e intanto la sostanza del suo lavoro viene spinta fuori campo. 
I ddl antisemitismo, se imboccano la scorciatoia dell’equiparazione tra antisionismo e antisemitismo, rischiano di diventare il secondo anello della stessa catena: dal fango alla norma, dalla pressione politica alla pressione giuridica.

Una democrazia degna di questo nome può fare entrambe le cose insieme, senza barare: combattere l’antisemitismo con fermezza e proteggere la libertà di critica, anche radicale, verso uno Stato e una ideologia. Se invece sceglie la confusione, allora non sta difendendo valori: sta costruendo un recinto.

Fonti essenziali
Reuters; UN Geneva Press Briefing (UNOG); Le Monde; El País; Amnesty International; Al Jazeera.