Democrazia a ritroso e verità sotto assedio: come la regressione diventa un metodo di governo

La regressione democratica non arriva come un golpe con i carri armati. Arriva come una ristrutturazione silenziosa: si cambiano le serrature, si spostano le porte, si restringono i corridoi. Un giorno ti accorgi che la casa è sempre la stessa, ma l’aria è diversa: è più difficile respirare, è più facile avere paura, è più comodo obbedire.

Il cuore della regressione sta qui: la democrazia non viene negata, viene riscritta per funzionare anche senza diritti effettivi. Si conserva l’involucro, si svuota la sostanza. Le elezioni restano, ma diventano un rituale dentro un ecosistema mediatico deformato e un apparato istituzionale che punisce i contropoteri. Le libertà formali restano, ma scivolano nella pratica quotidiana, dove la persona comune impara che parlare costa, manifestare rischia, aiutare può diventare reato morale.

Negli ultimi anni questo processo ha accelerato. Non perché un solo leader abbia inventato tutto, ma perché alcuni governi hanno deciso di trasformare l’eccezione in normalità, e la forza in un criterio di verità. Un rapporto recente descrive il fenomeno con un’immagine netta: secondo alcuni indicatori la democrazia globale sarebbe tornata ai livelli del 1985, con circa il 72% della popolazione mondiale che vive sotto regimi autocratici. E non parla solo di Russia o Cina: include anche gli Stati Uniti come parte del quadro di deterioramento. Il punto politico non è la classifica, è il segnale: l’idea stessa di “diritti” sta perdendo terreno davanti all’idea di “potere”.

Quando i diritti arretrano, non arretra soltanto la libertà. Arretra la possibilità di riconoscere la realtà. È qui che la regressione diventa davvero pericolosa: non si limita a colpire chi protesta, colpisce la percezione collettiva. Introduce un nuovo senso comune: se sei vulnerabile, è colpa tua; se chiedi tutele, sei un peso; se denunci i crimini, sei un estremista; se difendi il diritto internazionale, sei un ingenuo; se metti in discussione la guerra, sei un traditore. Così la democrazia si riduce a una parola decorativa, buona per i discorsi ufficiali e inutile nella vita reale.

Il laboratorio della paura

La paura è l’infrastruttura politica più economica e più redditizia. Costa meno della sanità, rende più della scuola, funziona meglio del lavoro stabile. La paura crea cittadini soli, e la solitudine crea sudditi. In questo quadro, la gestione dei flussi migratori diventa un dispositivo perfetto: produce un nemico immediato, visibile, vulnerabile. Si sposta l’ansia sociale su un bersaglio e si costruisce un consenso disciplinare: “o con noi o con il caos”.

Le politiche e la retorica securitaria trasformano la frontiera in una scena permanente. La promessa è sempre la stessa: protezione. Il risultato, spesso, è un allargamento dell’arbitrio. Il salto di qualità arriva quando la violenza non è più un eccesso, ma una prassi: operazioni spettacolari, detenzioni degradanti, deportazioni rapide, controllo aggressivo. E quando qualcuno protesta, lo si definisce “terrorista”, “sovversivo”, “minaccia”.

Qui il dettaglio giuridico è rivelatore: l’uso di una legge del 1798, pensata per tempi di guerra, per deportazioni e rimozioni accelerate. È un segnale culturale prima ancora che legale: quando si riesuma l’archivio dell’eccezione per governare il presente, significa che lo Stato si sta abituando a non giustificare più le sue scelte con la legalità ordinaria. Significa che la politica non cerca consenso con i diritti, lo cerca con lo shock.

Il messaggio implicito è brutale: la persona può essere spostata come un pacco, senza che la sua storia conti. E quando un essere umano diventa spostabile, anche i diritti di chi oggi si sente al sicuro diventano negoziabili. È sempre così: prima tocca agli ultimi, poi si allarga.

La guerra contro le regole

C’è una contraddizione che definisce il tempo che viviamo: si invoca l’“ordine basato sulle regole” e intanto si colpiscono le istituzioni che incarnano quelle regole. Il diritto internazionale, che dovrebbe essere l’argine contro i crimini e gli abusi, viene trattato come un ostacolo geopolitico. E quando un tribunale internazionale prova ad avvicinarsi ai potenti, la reazione non è la difesa nel merito, ma la punizione dell’istituzione stessa.

Il salto di qualità è arrivato con le sanzioni: non contro un paese, ma contro giudici, procuratori, funzionari e perfino figure delle Nazioni Unite. Sanzioni impostate con lo stesso linguaggio e la stessa meccanica usata per i terroristi e i narcotrafficanti, come se difendere i diritti umani fosse una forma di ostilità verso lo Stato. Questa è una svolta storica: perché non è più soltanto un conflitto tra diplomazie. È una guerra preventiva contro l’idea che esista un limite giuridico universale.

Qui non si parla più solo di geopolitica. Si parla di antropologia del potere: se la giustizia internazionale viene piegata a colpi di sanzioni, allora la violenza torna a essere il criterio ultimo. E se la violenza diventa criterio, la democrazia non regge, perché la democrazia vive di limiti, non di prepotenze.

L’ipocrisia come sistema

La regressione democratica non avrebbe successo senza una cosa: la menzogna organizzata. Non la bugia occasionale, ma un ecosistema intero di narrazioni che rovesciano i fatti e addestrano le persone a non fidarsi più dei propri occhi.

È un metodo antico, modernizzato dalla tecnologia. Oggi la propaganda non deve convincere tutti: le basta confondere abbastanza. Non deve produrre verità: le basta produrre rumore. Non deve censurare tutto: le basta rendere tutto “controverso”. Così ogni crimine diventa opinione, ogni prova diventa tifo, ogni strage diventa “complessità”, ogni vittima diventa statistica.

Il doppio standard è il cardine morale di questo sistema.

I) La violenza degli “alleati” è sempre un errore, una necessità, una “reazione”.
II) La violenza dei “nemici” è sempre barbarie, terrorismo, minaccia alla civiltà.
III) Le vittime “giuste” ricevono empatia e telecamere. Le vittime “sbagliate” ricevono silenzi e sospetti.
IV) Chi denuncia i crimini dei potenti viene dipinto come radicale, antinazionale, complice.

Questa asimmetria morale non è un dettaglio: è il collante che tiene insieme la regressione. Perché se la morale diventa selettiva, la legge diventa selettiva. E quando la legge è selettiva, la democrazia è già in fase terminale: resta in piedi solo la facciata.

La cartina di tornasole: Palestina e la gerarchia delle vittime

Nessun tema ha mostrato con altrettanta chiarezza la crisi morale dell’Occidente come la tragedia palestinese. Non serve nemmeno discutere di retoriche: basta osservare la sproporzione tra parole e azioni, tra indignazione e complicità, tra “valori” dichiarati e realtà praticata.

Il punto è semplice e terribile: se si accetta che un popolo possa essere punito collettivamente, bombardato, affamato, espulso, e nello stesso tempo si colpiscono i meccanismi internazionali che provano a giudicare i crimini, allora si sta dicendo al mondo che esistono esseri umani di serie A e di serie B. E quando questa gerarchia diventa “normale”, la democrazia globale scivola in un’epoca coloniale mascherata da modernità.

Un ordine internazionale fondato su questa gerarchia non è un ordine: è un dominio.

L’Europa: autonomia proclamata, dipendenza praticata

L’Europa vive un paradosso che la indebolisce e la espone. Da un lato rivendica “valori” e “diritti”. Dall’altro accetta una subordinazione politica, militare ed energetica che riduce quei valori a carta intestata. È una condizione che produce due effetti tossici:

I) All’esterno, l’Europa appare incoerente: predica diritti universali, ma li applica a geometria variabile.
II) All’interno, l’Europa alimenta frustrazione sociale: chiede sacrifici, ma non offre protezione; chiede disciplina, ma non restituisce futuro.

In questo vuoto cresce l’autoritarismo: perché quando la democrazia non garantisce più sicurezza sociale, la “sicurezza” viene sostituita con il manganello e con il capro espiatorio. Ed è qui che le destre, e non solo le destre, trovano terreno fertile: promettono ordine perché il sistema ha smesso di promettere giustizia.

La regressione è una tecnica: ecco come funziona

Non serve immaginare un complotto. Basta osservare una sequenza ricorrente.

I) Si crea un’emergenza permanente.
II) Si introduce un linguaggio morale che giustifica l’eccezione.
III) Si colpiscono i corpi intermedi: ONG, sindacati, università, magistrature, stampa.
IV) Si restringono gli spazi di dissenso: norme, prassi, repressione, criminalizzazione.
V) Si sostituisce la cittadinanza con il sospetto: alcuni sono “veri”, altri sono “ospiti”, “nemici”, “parassiti”.
VI) Si trasforma la verità in un campo di battaglia, non in un terreno comune.

Quando questo processo è compiuto, la democrazia resta solo come teatro. Il potere non ha più bisogno di convincere: gli basta gestire la paura e impedire l’organizzazione collettiva.

La via d’uscita: ricostruire sostanza, non nostalgia

Denunciare è necessario, ma non basta. Perché la regressione non si combatte con un ricordo romantico della democrazia. Si combatte ricostruendo la materia concreta che rende la democrazia desiderabile e difendibile.

I) Verità pubblica come bene comune
Serve un ecosistema informativo pluralista, indipendente, capace di rompere la saturazione e smontare la propaganda. Non per “vincere una polemica”, ma per restituire ai cittadini un terreno comune di realtà. Quando la realtà sparisce, la politica diventa una lotta tra tribù guidate dall’odio.

II) Diritti sociali come argine democratico
Sanità, scuola, lavoro stabile, casa, welfare territoriale non sono capitoli di bilancio: sono dispositivi di libertà. Senza protezione sociale, le persone cercano protezione autoritaria. È una legge storica. Dove cresce la precarietà, cresce la disponibilità a cedere diritti in cambio di promesse di ordine.

III) Diritto internazionale senza ipocrisie
O si difendono le regole anche quando colpiscono gli alleati, oppure non si difendono affatto. Se la giustizia internazionale viene intimidita e sanzionata, la risposta non può essere il silenzio diplomatico. Il silenzio è complicità strutturale: rende la regressione un nuovo standard.

IV) Diritto di protesta come termometro democratico
Una società che punisce la protesta sta punendo il futuro. La violenza va isolata e perseguita, sempre, ma senza trasformare il dissenso in una minaccia ontologica. Se pochi episodi diventano pretesto per restringere libertà collettive, la democrazia entra in modalità di auto-sabotaggio.

V) Alleanze civiche e politiche, dentro e oltre i confini
La risposta più efficace all’ondata autoritaria non è l’individuo eroico. È la rete: associazioni, amministrazioni locali, sindacati, movimenti, giuristi, giornalisti, scuole, comunità. È una sfida generazionale: o si ricostruiscono comunità politiche capaci di proteggere diritti e verità, oppure la regressione continuerà a sembrare inevitabile.

Conclusione: la sovranità vera è mentale

La regressione democratica si alimenta di una resa invisibile: l’abitudine alla menzogna. Quando ci si abitua, tutto diventa normale. La guerra diventa normalità. L’ingiustizia diventa paesaggio. La povertà diventa colpa. La repressione diventa “sicurezza”. E la democrazia diventa un’insegna luminosa sopra un edificio vuoto.

La prima riconquista è mentale: rifiutare l’anestesia. Rifiutare la gerarchia delle vittime. Rifiutare il doppio standard. Rifiutare l’idea che la legge valga solo per i deboli. E poi, con questa lucidità, fare ciò che il potere teme davvero: organizzare la speranza in forme concrete, sociali, collettive, durature.

Perché la democrazia non muore quando perde un’elezione. Muore quando perde la verità, la solidarietà e il coraggio di guardare in faccia i propri crimini. E se vogliamo impedire che le lancette tornino indietro ancora, non basta indignarsi: bisogna ricostruire, pezzo per pezzo, i pilastri della dignità.

Fonti essenziali (per archivio)

I) Human Rights Watch, World Report 2026, sezione di sintesi sul “democratic recession” e indicatori 1985/72% autocracy.
II) The Guardian, 4 febbraio 2026, ricostruzione del report HRW e contesto sulla “democratic recession”.
III) Reuters, 6 febbraio 2026, inchiesta sulle sanzioni “terrorist-grade” contro personale ICC e una relatrice ONU.
IV) U.S. Supreme Court, 7 aprile 2025, Trump v. J.G.G., contesto e limiti procedurali sull’uso dell’Alien Enemies Act (PDF).
V) U.S. Treasury (OFAC), 13 febbraio 2025, annuncio ufficiale su E.O. 14203 e designazioni ICC-related.

Dalla Repubblica alla Paura: il Decreto Sicurezza e la trasformazione autoritaria dell’Italia

Ci sono momenti nella storia di un Paese in cui le parole smettono di essere strumenti retorici e diventano categorie della realtà. “Democratura” non è più un’espressione da convegno accademico o da saggio politologico. È una chiave di lettura concreta, oggi, per comprendere ciò che sta accadendo in Italia.

Il nuovo Decreto Sicurezza varato dal governo guidato da Giorgia Meloni non rappresenta una semplice continuità con le politiche restrittive del passato. Segna un passaggio di fase. Introduce una logica fondata sulla prevenzione repressiva, sull’anticipazione del sospetto, sulla limitazione sistematica degli spazi di partecipazione democratica.

Non siamo di fronte a un inasprimento tecnico delle norme. Siamo davanti a una trasformazione del rapporto tra Stato e cittadini.

Colpire la protesta, non la violenza

Da anni, in Italia, il racconto pubblico delle manifestazioni è dominato dalla retorica dell’“ordine pubblico”. Ogni piazza viene descritta come potenziale pericolo, ogni protesta come rischio da neutralizzare.

Con questo decreto, però, si compie un salto ulteriore.

Non si colpiscono più soltanto i comportamenti violenti. Si colpisce il diritto stesso di protestare.

Il fermo preventivo fino a dodici ore, basato su un generico “fondato sospetto”, introduce una forma di punizione anticipata. Il cittadino può essere privato della libertà non per ciò che ha fatto, ma per ciò che potrebbe fare.

È una rottura profonda con i principi dello Stato di diritto.

In una democrazia costituzionale, la libertà personale è inviolabile e può essere limitata solo in presenza di fatti accertati. Qui, invece, si istituzionalizza il sospetto come criterio di intervento.

Il reato viene sostituito dall’ipotesi.

La prova dalla percezione.

La giustizia dalla prevenzione.

La discrezionalità come forma di potere

Uno degli aspetti più pericolosi del decreto è l’enorme spazio concesso alla discrezionalità amministrativa.

Saranno questure e prefetture a decidere chi fermare, quando, come e perché. Senza parametri chiari, senza controlli tempestivi, senza reali possibilità di difesa immediata.

Si crea così una catena di comando verticale: governo, prefetture, forze di polizia. Una struttura che concentra il potere decisionale e riduce i contrappesi.

Il controllo giudiziario, evocato come garanzia, appare debole e tardivo. Come può un giudice smontare un provvedimento fondato su una valutazione soggettiva? Come può contestare un “convincimento” privo di riscontri oggettivi?

Nella maggior parte dei casi, non potrà farlo.

La legalità resta formalmente in piedi. Ma viene svuotata nella pratica.

Dall’emergenza alla normalizzazione autoritaria

Il richiamo alla Legge Reale del 1975 è inevitabile. Anche allora, in nome dell’emergenza, si ampliarono i poteri repressivi. Ma oggi il contesto è diverso.

Non siamo in una fase di terrorismo diffuso. Non siamo in una situazione di guerra interna. Siamo in una crisi sociale, economica, democratica.

Precarietà, impoverimento, disuguaglianze, servizi pubblici in crisi, sfiducia nelle istituzioni.

È in questo scenario che nasce il nuovo impianto securitario.

Non per rispondere a una minaccia eccezionale, ma per governare il malessere sociale.

Il decreto diventa così uno strumento di gestione politica del conflitto: prevenire, dissuadere, neutralizzare prima che il dissenso si organizzi.

È una logica tipica dei regimi ibridi: mantenere l’apparenza democratica, svuotandone la sostanza.

La pedagogia della paura

Ogni democratura funziona attraverso un meccanismo fondamentale: la paura.

Non serve arrestare tutti. Basta colpire alcuni.

Non serve reprimere sempre. Basta far capire che si può.

Quando partecipare a una manifestazione comporta il rischio di un fermo, quando organizzare un corteo diventa un problema giudiziario, quando esporsi pubblicamente ha conseguenze personali, la società cambia.

Si diffonde l’autocensura.

Si riduce la partecipazione.

Si normalizza il silenzio.

La repressione più efficace è quella che convince le persone a rinunciare spontaneamente ai propri diritti.

È una forma di controllo invisibile, ma potentissima.

L’illusione delle rassicurazioni

C’è chi invita alla calma. Chi parla di esagerazioni. Chi confida nei “pesi e contrappesi”.

È una pericolosa illusione.

Nessuna deriva autoritaria nasce improvvisamente. Tutte si costruiscono per accumulo: decreti, deroghe, emergenze, eccezioni, proroghe.

Ogni volta si dice: è solo temporaneo.

Ogni volta si restringe un po’ lo spazio di libertà.

Finché ciò che era eccezione diventa norma.

Le rassicurazioni istituzionali servono soprattutto a disinnescare il conflitto sociale, a rendere accettabile ciò che non dovrebbe esserlo.

Una questione di cittadinanza

Il problema del decreto sicurezza non è solo giuridico. È politico e culturale.

Riguarda il modello di società che si sta costruendo.

In questo modello, il cittadino non è più soggetto attivo della democrazia, ma potenziale problema di ordine pubblico.

La partecipazione diventa fastidio.

Il dissenso diventa minaccia.

La critica diventa anomalia.

È una visione incompatibile con lo spirito della Costituzione repubblicana, fondata sulla sovranità popolare, sulla libertà di espressione, sul pluralismo.

Qui si afferma invece un’idea verticale del potere, fondata sull’obbedienza e sulla sorveglianza.

Quando il silenzio diventa complicità

Ci sono momenti nella vita di un Paese in cui non esistono posizioni neutre.

Minimizzare oggi significa legittimare domani.

Tacere oggi significa accettare l’arbitrio futuro.

Difendere il diritto a manifestare non significa giustificare la violenza. Significa difendere la democrazia.

Difendere il dissenso non significa creare disordine. Significa impedire che il potere diventi incontrollabile.

La libertà non viene mai cancellata tutta insieme. Viene erosa lentamente, pezzo dopo pezzo, fino a diventare una concessione.

Quando una società smette di indignarsi per la perdita dei diritti, ha già perso molto più di una legge.

Ha perso la propria coscienza civile.

Torino come pretesto: la giustizia trasformata in propaganda e la piazza messa sotto accusa

C’è una destra che non discute, non argomenta, non spiega. Incendia. Prende un fatto di cronaca, lo riduce a slogan, lo incolla a un referendum e pretende che il Paese voti seguendo la rabbia, non la ragione. È quello che sta accadendo con gli scontri di Torino e con la campagna per il Sì al referendum sulla riforma della giustizia: una scorciatoia comunicativa che punta a un solo obiettivo, costruire consenso attraverso paura e semplificazione.

Il punto è semplice: la scarcerazione con obbligo di firma e la scelta dei domiciliari non sono “scempi”, non sono cedimenti dello Stato, non sono un favore politico. Sono il funzionamento ordinario delle regole processuali, applicate da un giudice sulla base di presupposti di legge. Chi grida allo scandalo lo sa benissimo. E se non lo sa, allora non dovrebbe avere la responsabilità di guidare il dibattito pubblico su una riforma costituzionale.

I. La prima menzogna: far credere che la riforma “impedirà le scarcerazioni”

Nel caso di Torino, la procura aveva chiesto una misura cautelare più severa; il giudice per le indagini preliminari ha valutato diversamente e ha disposto per due indagati l’obbligo di firma e per un terzo i domiciliari. È un fatto normale: l’accusa chiede, il giudice decide. È esattamente così che deve funzionare uno Stato di diritto, perché la misura cautelare non è una punizione anticipata e non può diventare un messaggio politico. 

La propaganda, invece, racconta una favola: con la riforma e con la separazione delle carriere “queste cose non succederanno più”. Ma le misure cautelari si decidono oggi come domani con gli stessi criteri: gravi indizi, esigenze cautelari attuali, proporzionalità, scelta della misura meno afflittiva tra quelle idonee. È scritto nel codice, non in un post social. 

Quindi dov’è la norma miracolosa che trasforma il processo in un automatismo repressivo? Non c’è. Perché non può esserci senza abbattere l’impianto delle garanzie.

II. La seconda menzogna: confondere “giustizia” con “carcere preventivo”

Quando la destra dice “scempio”, in realtà non sta difendendo la legalità: sta proponendo l’idea che l’unico modo per rassicurare l’opinione pubblica sia la custodia in carcere, subito, comunque, a prescindere. Ma questo è l’opposto della presunzione di innocenza. E soprattutto è un cortocircuito con le stesse posizioni che, a fasi alterne, lo stesso ministro Nordio ha sostenuto sulla necessità di limitare l’abuso della carcerazione preventiva.

Il messaggio implicito è pericoloso: se non li metti in carcere sei “complice”, se applichi una misura non afflittiva sei “ideologico”, se rispetti la gradualità prevista dalla legge sei “contro lo Stato”. È una pedagogia autoritaria mascherata da ordine pubblico.

III. L’incompetenza (o la malafede): vendere come “riforma” ciò che è già legge

Il passaggio più rivelatore non è la durezza dei toni. È la superficialità spacciata per certezza: “Con il Sì non accadrà più”. Chiunque conosca la materia sa che la scelta delle misure cautelari non dipende dalla carriera del magistrato ma dai criteri del codice e dal controllo del giudice. L’articolo 275 del codice di procedura penale impone proporzionalità e adeguatezza; e la dottrina e la giurisprudenza discutono da anni proprio di questi limiti, non di “pugno duro” come slogan elettorale. 

Se un parlamentare confonde questi piani, sta chiedendo al Paese un salto nel buio. Se non li confonde, sta manipolando deliberatamente.

IV. Il progetto reale: mettere la piazza sotto tutela e piegare la giustizia al racconto del potere

Torino diventa un pretesto perché permette due operazioni politiche insieme.

La prima: delegittimare chi sostiene il No, trasformandolo in una caricatura morale. Chi vota No viene dipinto come alleato dei violenti, come nemico del diritto, come complice dell’impunità. È una tecnica antica: non si risponde alle ragioni, si infanga la posizione.

La seconda: costruire un clima in cui la piazza è un problema e il dissenso è una minaccia. Si sposta tutto sul terreno dell’ordine pubblico, e intanto si prepara l’idea che, in nome di pochi infiltrati o di episodi violenti, si possano restringere spazi, comprimere libertà, irrigidire le risposte dello Stato. Il “paravento” funziona sempre così: si prende una parte, la si usa per colpire il tutto.

Ma uno Stato serio fa il contrario: individua i responsabili degli atti violenti e li persegue, senza trasformare un episodio in un alibi per un controllo permanente.

V. Il punto decisivo: il referendum sta diventando un dovere civico, e il No è una difesa della democrazia

A questo punto va detto con chiarezza: partecipare al referendum non è un gesto neutro, sta diventando un dovere civico. Perché questa maggioranza non sta provando a migliorare la giustizia per i cittadini, sta cercando di migliorarla per chi governa: per rendere più controllabile l’equilibrio dei poteri, per spostare l’asse dalla tutela dei diritti alla tutela del potere, per costruire un sistema in cui la narrazione politica pretende di dettare la misura delle decisioni giudiziarie.

È in questa cornice che l’appello a votare No acquista il suo senso pieno: non come appartenenza, ma come difesa degli argini democratici.

VI. La verità che la propaganda rimuove: i bisogni del popolo sono altrove, e la “giustizia show” serve a coprirli

Mentre si gonfia il caso Torino come se fosse il cuore del Paese, la vita reale racconta altro: stagnazione economica, lavoro precario, futuro negato a intere generazioni, istruzione impoverita, sanità pubblica spinta verso una privatizzazione di fatto, dove chi ha risorse compra cure e tempi, e chi non le ha aspetta o rinuncia.

In questo scenario, la riforma agitata come urgenza nazionale diventa un diversivo potente: spostare l’attenzione dalle condizioni materiali di vita, dai salari, dagli affitti, dai servizi pubblici, e trascinare il Paese dentro una guerra culturale contro “toghe”, “garantismi selettivi” e “piazze pericolose”.

È un disegno politico riconoscibile: reprimere per governare, reprimere per proteggere interessi, reprimere per continuare a fare affari a spese del popolo. E non è un fenomeno isolato: si inserisce in una tendenza più ampia, occidentale, dove la risposta alla crisi sociale non è più la redistribuzione, ma il controllo. Dove si restringono libertà in nome dell’ordine, mentre si lascia crescere l’ingiustizia in nome del mercato.

Aprire gli occhi oggi significa non cadere nella trappola. Significa non lasciare che Torino diventi il grimaldello per riscrivere i rapporti tra poteri dello Stato e ridurre lo spazio del dissenso. Significa capire che lo “scempio” non è l’obbligo di firma deciso da un gip nel rispetto della legge. Lo scempio è trasformare la giustizia in propaganda e la paura in programma politico.

Per questo il No non è un capriccio. È una linea di difesa.

Fonti

Il Fatto Quotidiano, “Votate Sì al referendum per fermare questo scempio”: la fake news di Fdi e Salvini sulla scarcerazione dei manifestanti a Torino, 4 febbraio 2026. 

Corriere della Sera Torino, decisioni del gip su domiciliari e obbligo di firma (caso Askatasuna), 4 febbraio 2026. 

ANSA, aggiornamenti sugli scontri e sulle misure cautelari a Torino, 4 febbraio 2026. 

RaiNews TGR Piemonte, riepilogo sulle misure cautelari e sul caso Calista, 4 febbraio 2026. 

Codice di procedura penale, art. 275, criteri di scelta delle misure cautelari. 

Sistema Penale, contributi su misure cautelari e principio di proporzionalità. 

Sicurezza come pretesto: lo Stato preventivo e la normalizzazione dell’eccezione

C’è un copione che si ripete con una puntualità quasi matematica: un episodio di violenza, una narrazione unilaterale, un’emergenza costruita e, infine, un pacchetto normativo che restringe diritti e amplia poteri. La mozione sulla sicurezza che la destra porterà in Senato il 4 febbraio non fa eccezione. Anzi, rappresenta un ulteriore passo in avanti verso uno Stato preventivo, dove il sospetto precede il fatto e la repressione viene giustificata come tutela dell’ordine.

La risoluzione annunciata dopo i fatti di Torino è costruita interamente su un racconto selettivo. I numeri vengono esibiti come clava politica, le parole scelte con cura per evocare uno scenario bellico: “guerriglia urbana”, “soggetti armati”, “devastazione”. In questo quadro, il conflitto sociale viene ridotto a un problema di ordine pubblico, e la piazza – tutta la piazza – diventa un potenziale nemico interno.

Il primo pilastro della mozione è lo scudo penale per gli agenti. Una formula che, dietro l’apparente tutela di chi svolge un lavoro difficile, introduce un principio pericoloso: la differenziazione della responsabilità penale in base alla divisa indossata. In uno Stato di diritto la legge non protegge categorie, ma garantisce diritti e doveri uguali. Qui, invece, si prepara un’asimmetria: mentre il cittadino risponde sempre delle proprie azioni, l’agente viene preventivamente “coperto” nell’esercizio delle sue funzioni. È una torsione giuridica che indebolisce la fiducia, non la rafforza.

Il secondo punto è ancora più insidioso: il fermo preventivo. Non si interviene più su un reato commesso, ma su un rischio presunto. Si colpisce chi potrebbe fare qualcosa, non chi l’ha fatta. È il passaggio dallo Stato di diritto allo Stato di previsione, dove il comportamento futuro viene ipotizzato e represso prima che esista. Un modello che ricorda più la logica della sorveglianza permanente che quella della democrazia costituzionale.

Il terzo elemento riguarda gli sgomberi degli immobili occupati, presentati come misura neutra, tecnica, inevitabile. Ma anche qui la selettività è evidente. I centri sociali diventano il bersaglio simbolico, il luogo su cui mostrare forza e determinazione. Spazi di conflitto, di mutualismo, di critica vengono trattati come un problema di sicurezza nazionale. Eppure, mentre si annunciano nuovi sgomberi, su altri immobili occupati – quelli dell’estrema destra organizzata – cala un silenzio assordante.

Il passaggio più rivelatore della mozione, però, è quello che riguarda il diritto di manifestare. Formalmente viene riaffermato, ma subito dopo condizionato, limitato, recintato. Si parla di “tenere lontano” dalle manifestazioni chi è considerato violento, senza chiarire chi decide, come, su quali basi. È una formula vaga, elastica, perfetta per essere usata contro chiunque disturbi l’ordine costituito. Non si colpisce solo la violenza: si disciplina il dissenso.

In tutto questo, manca un elemento fondamentale: una riflessione seria e onesta sull’uso della forza da parte dello Stato. Le immagini di pestaggi, cariche sproporzionate, aggressioni a giornalisti non entrano nel racconto ufficiale. La violenza è sempre e solo “degli altri”. Lo Stato non sbaglia, reagisce. Non reprime, tutela. È questa autoassoluzione permanente che rende pericolosa la deriva in atto.

C’è infine un’assenza che pesa più di molte parole: CasaPound. Nessun riferimento, nessuna condanna, nessuna volontà di intervenire. Eppure parliamo di un’organizzazione che occupa immobili, che pratica intimidazione politica, che si richiama apertamente al fascismo. Qui la sicurezza scompare, l’urgenza evapora, il rigore si scioglie. È il doppio standard elevato a metodo di governo.

Questa mozione non serve a garantire sicurezza. Serve a ridefinire i confini della democrazia, restringendoli. Serve a trasformare il conflitto sociale in un problema penale e la piazza in una minaccia. Serve, soprattutto, a normalizzare l’eccezione, rendendola prassi.

La storia insegna che quando la sicurezza diventa l’unico linguaggio del potere, la libertà è già sotto processo. E quando lo Stato sceglie chi colpire e chi ignorare, non sta difendendo l’ordine: sta scegliendo da che parte stare.

E, ancora una volta, non è quella della Costituzione.

MANIFESTAZIONI DI MASSA, VIOLENZA DI MINORANZA: IL COPIONE PERFETTO PER STRINGERE LE LIBERTÀ

Torino ci consegna l’ennesima scena doppia: una piazza larga e partecipata, e poi una “coda velenosa” di violenza che cambia il fuoco della narrazione. Nel mezzo, un rischio politico enorme: che l’ordine pubblico diventi il cavallo di Troia per ridurre gli spazi di dissenso, mentre le responsabilità individuali si dissolvono in un racconto di comodo.

C’è un punto che andrebbe scolpito prima di tutto: una manifestazione riuscita non è un dettaglio folkloristico da archiviare quando arrivano gli scontri. È un fatto politico. Migliaia, decine di migliaia di persone che attraversano una città, che dicono “ci siamo”, che mettono in strada corpi, rabbia, speranza, conflitto sociale, sono una notizia in sé. Eppure, quasi sempre, quel fatto politico viene triturato in pochi minuti da un’altra notizia, più semplice e più spendibile: le botte, il sangue, la paura.

A Torino è accaduto ancora. Un corteo partecipato e pacifico, poi la guerriglia urbana dopo il buio. Il risultato è il copione perfetto per chi, al governo, sogna una democrazia addomesticata: piazze “autorizzate” solo finché non disturbano, e repressione “preventiva” quando disturbano davvero.

IL MECCANISMO: LA PIAZZA VINCE, POI ARRIVA LA FIRMA DI POCHI
Il politologo Marco Revelli descrive da anni un rituale che si ripete: la grande maggioranza manifesta, sfila, tiene la linea; poi, quando la giornata finisce e la città si svuota, entra in scena un gruppo ridotto che “firma” la serata con la violenza. 

È qui che nasce il dubbio più corrosivo, quello che tanti avvertono ma che va maneggiato con rigore: possibile che questo finale ricorrente faccia comodo a qualcuno? Possibile che basti “lasciar fare” perché una minoranza trascini tutti nella cornice più utile al potere? Revelli stesso invita a non scivolare nella dietrologia, ma segnala un punto politico reale: quando la gestione dell’ordine pubblico è sconsiderata o passiva, il finale può diventare prevedibile. 

E non è una questione astratta, perché il “finale” produce conseguenze concrete: feriti, arresti, campagne mediatiche, norme nuove.

RESPONSABILITÀ: CHI PICCHIA VA FERMATO, IDENTIFICATO, PROCESSATO
Qui non servono ambiguità. Chi aggredisce un agente isolato, chi usa oggetti contundenti, chi trasforma una piazza in un ring commette reati e va perseguito. Punto. Non “perché lo chiede il governo”, ma perché lo chiede lo Stato di diritto: la libertà di manifestare non è la libertà di devastare, e la solidarietà politica non può diventare copertura penale.

Su questo terreno, la richiesta è una sola: indagini rapide, ricostruzione completa, responsabilità individuali accertate. La cronaca parla già di arresti effettuati anche con il meccanismo della flagranza differita. 
Bene: si vada avanti fino in fondo, senza scorciatoie e senza propaganda.

MA LA LEGGE VALE PER TUTTI: ANCHE PER CHI PORTA IL CASCO E IL MANGANELLO
L’altra metà della scena non può essere cancellata. Le testimonianze e i video circolati descrivono lacrimogeni ad altezza d’uomo, cariche, manganellate, persone colpite mentre sono a terra, e una pressione che non risparmia chi documenta. In uno dei racconti più citati, un fotografo prova a identificarsi mentre viene trascinato; in un altro, si vede un ferito con una lesione profonda alla testa e attorno la richiesta di soccorso. 

Non è “tifo contro la polizia” dire che anche questi fatti vanno verificati, e se confermati vanno sanzionati. È esattamente il contrario: è pretendere professionalità, proporzionalità, controllo, trasparenza. Perché la divisa non è un lasciapassare morale, e la sicurezza non coincide con l’impunità.

IL DECRETO SICUREZZA: QUANDO LA PAURA DIVENTA MATERIA PRIMA LEGISLATIVA
Ed eccoci al punto politico decisivo. Dopo gli scontri, il governo ha annunciato un’accelerazione sul nuovo “decreto Sicurezza”, con riunioni a Palazzo Chigi e l’ipotesi di un via libera in tempi strettissimi. 
Tra le misure che vengono riportate nel dibattito pubblico spicca lo “scudo penale” per le forze dell’ordine (e in alcune ricostruzioni anche per altre categorie), cioè un meccanismo che punta a rendere più difficile o più tardiva l’iscrizione nel registro degli indagati in presenza di cause di giustificazione come la legittima difesa o l’uso legittimo delle armi. 

Qui la domanda non è ideologica, è costituzionale: uno Stato di diritto si regge sulla controllabilità del potere, non sulla sua immunità preventiva. Se esiste un abuso, si accerta. Se non esiste, si archivia. Ma l’idea di sterilizzare a monte la possibilità di controllo giudiziario è un salto culturale pericoloso: la forza pubblica non deve “temere la legge”, deve incarnarla.

E c’è un altro rischio, ancora più sottile: che il pacchetto sicurezza venga venduto come “risposta ai facinorosi”, ma finisca per colpire soprattutto chi facinoroso non è, cioè la parte grande e pacifica delle piazze. Perché la storia insegna questo: quando restringi gli spazi, non selezioni i violenti; selezioni i poveri, i giovani, i movimenti, chi ha meno voce e meno tutela.

INFILTRATI? IL DUBBIO VA PRESO SUL SERIO, MA SENZA TRASFORMARLO IN ALIBI
In ogni ciclo di protesta torna la parola “infiltrati”. A volte è una verità storica (perché i poteri lo hanno fatto e lo fanno). A volte è un modo per non guardare in faccia le responsabilità reali dentro i movimenti. Qui la postura corretta è una sola:

I) non trasformare il dubbio in una certezza utile solo a consolarsi
II) non liquidare il dubbio come paranoia, perché i precedenti esistono
III) pretendere fatti: identificazioni, dinamiche, catene di comando, tempi di intervento, scelte operative

In altre parole: la magistratura e gli organismi di controllo facciano il loro mestiere, e lo facciano alla luce del sole. Perché se le violenze di pochi diventano l’alibi per ridurre le libertà di molti, allora quei pochi hanno già vinto due volte.

COME SI DIFENDE UNA PIAZZA SENZA REGALARLA ALLO STATO DI POLIZIA
La linea, per chi ha a cuore i diritti e non vuole regalare argomenti alla destra securitaria, è scomoda ma necessaria:

I) isolare politicamente chi cerca lo scontro, senza ambiguità e senza romanticismi
II) costruire pratiche di protezione della manifestazione (anche interne), perché una piazza è un bene comune
III) pretendere regole di ingaggio chiare e verificabili per l’ordine pubblico: proporzionalità, tracciabilità, tutela di giornalisti e soccorso immediato ai feriti
IV) respingere l’equazione “più repressione uguale più sicurezza”: la sicurezza vera è fiducia nelle istituzioni, non paura delle istituzioni

La verità è semplice e dura: le piazze che funzionano spaventano chi governa male. Per questo ogni “coda violenta” diventa un regalo politico: sposta l’attenzione dal motivo della protesta alla sua punizione. Ma se accettiamo questo ricatto, abbiamo già perso.

Si indaghino e si puniscano i responsabili delle violenze, uno per uno. E si indaghino, con la stessa determinazione, eventuali abusi nelle cariche, nelle modalità operative, nella gestione di chi documenta. Perché la democrazia non si difende scegliendo tra violenti e impuniti: si difende applicando la legge a tutti, e proteggendo il diritto di dissentire proprio quando qualcuno prova a trasformarlo in un reato.

ALIBI PERFETTO: L’IMMIGRATO. PREDA VERA: IL CITTADINODalla scenografia delle catene alla normalizzazione dello Stato di polizia

C’è sempre una figura pronta a farsi carico delle nostre paure. A volte è un uomo, a volte una donna, a volte un bambino. Fugge da una guerra, da una carestia, da una vita che non lascia alternativa. Chiede asilo dentro i nostri confini e, ancora prima di essere ascoltato, viene trasformato in una funzione politica: il colpevole ideale.

Perché l’immigrato, nella retorica del potere, non è più una persona. È un alibi. Serve a giustificare la torsione autoritaria, a stringere i freni della libertà, a rendere “normale” ciò che in una democrazia dovrebbe restare eccezione. E la parte più cinica è questa: la rete si costruisce su di lui, ma poi resta appesa sopra tutti noi.

AMERICA: L’ICE E LE NUOVE “MILIZIE” ANTI MIGRAZIONE

Negli Stati Uniti, il secondo mandato di Trump ha scelto un linguaggio che non ha bisogno di interpretazioni: deportazioni mostrate come trofei, persone incatenate e fotografate come se fossero “prove” di forza. A fine gennaio 2025 la Casa Bianca ha rilanciato immagini di trasferimenti su aerei militari, diretti anche verso il Guatemala: non semplice amministrazione, ma scenografia di potere. 

L’ICE non agisce più solo come agenzia federale. Sta diventando un modello esportabile di forza, perché viene “replicato” attraverso l’estensione delle sue braccia. Il punto chiave è la delega: programmi come il 287(g) permettono di trasformare pezzi di polizia locale e sceriffi in appendici operative dell’enforcement federale. In pratica, una federalizzazione strisciante della repressione, ottenuta senza cambiare bandiera ma cambiando funzione: non più tutela della comunità, bensì controllo di popolazione. 

Non serve chiamarle milizie in senso tecnico: lo diventano nella percezione sociale e nella dinamica politica. È una “milizia amministrativa”, un dispositivo a rete, che allarga l’area d’intervento e abbassa la soglia dell’abuso, perché moltiplica gli attori e rende più difficile la responsabilità. Non a caso, in queste settimane la reazione è stata durissima: proteste di massa contro l’ICE, e persino iniziative legislative per impedire che le forze dell’ordine locali vengano deputizzate. 

In questo clima, Minneapolis è diventata un simbolo: un luogo dove lo scontro tra apparato e comunità si misura in carne viva, tra versioni ufficiali contestate e richieste di indagini indipendenti. 

FRANCIA: FRONTIERE INTERNE, VIOLENZA E CRIMINALIZZAZIONE DELLA SOLIDARIETÀ

In Europa preferiamo l’eufemismo, ma l’effetto è simile. Al confine italo-francese, soprattutto a Ventimiglia, la frontiera è da anni un laboratorio di respingimenti e logoramento. Il tema non è solo l’attraversamento, ma la militarizzazione di un confine dentro l’Unione.

E poi c’è la criminalizzazione di chi aiuta: Amnesty International ha denunciato negli anni pressioni e vessazioni contro attivisti e volontari a Calais e Grande-Synthe, con una logica perversa: se soccorri, diventi parte del “problema”. 

La politica securitaria, quando prende corpo in legge, compie il salto decisivo: non gestisce più l’ordine, lo impone. E nella discussione francese attorno alla “sécurité globale” il punto non era un dettaglio tecnico, ma l’idea che il controllo sulle forze dell’ordine possa diventare un intralcio da ridurre. 

REGNO UNITO: DELOCALIZZARE L’ASILO, RESTRINGERE LA PROTESTA

Il Regno Unito ha tentato la scorciatoia più brutale: spostare i richiedenti asilo lontano, come se la distanza cancellasse il problema e il dolore. La formula “Paese sicuro per legge” applicata al Rwanda è stata l’emblema di una politica che pretende di risolvere la realtà con una dichiarazione normativa. 

E intanto, dentro casa, la protesta diventa sempre più trattata come disturbo. Le norme che ampliano i poteri di polizia nella gestione delle manifestazioni hanno cambiato la temperatura democratica: la protesta non è vietata, è resa più rischiosa, più punibile, più facilmente spegnibile. 

ITALIA: ALBANIA, IL CPR OFFSHORE E LA FABBRICA DEGLI SPRECHI

Arriviamo a noi, : il centro di permanenza e rimpatrio costruito “fuori confine”, in Albania. È qui che la retorica dell’efficienza si svela per quello che spesso è: una costosa messinscena.

Il “modello Albania” è stato presentato come soluzione innovativa. In realtà, tra ostacoli giudiziari, ripensamenti e riusi, ha prodotto soprattutto una cosa misurabile: spesa pubblica. Un report di ActionAid con l’Università di Bari ha evidenziato costi altissimi per posto letto e un’operatività ridotta; Reuters ha riportato cifre che parlano di un hub costato molte volte più di strutture analoghe in Italia, con giorni di attività limitati e numeri bassissimi di persone trattenute, mentre il governo ha valutato di riconvertire i centri per i rimpatri. 

È un paradosso che dice molto sul nostro tempo: spendere somme enormi per “dimostrare” durezza, anziché investire in ciò che riduce davvero l’irregolarità, cioè canali legali, lavoro regolare, integrazione, controlli contro lo sfruttamento, politiche abitative e territoriali. La durezza, qui, non è uno strumento: è una performance.

E nel frattempo, la stretta non si ferma ai migranti. Si allarga ai cittadini, alla protesta, alla libertà concreta di dissentire. La logica è sempre quella: si alza un nemico esterno per far passare misure interne. Il bersaglio mediatico è lo straniero. Il trofeo politico, alla fine, rischia di essere il cittadino “riaddestrato” all’obbedienza.

LA CONCLUSIONE CHE NON POSSIAMO EVITARE

Io non credo alla favola della sicurezza quando diventa una parola passe-partout per ogni compressione di diritti. Perché la sicurezza reale è sanità, scuola, lavoro dignitoso, case accessibili, territori curati, trasporti che non crollano, istituzioni che non umiliano. Il resto è l’estetica del comando.

E l’immigrato resta l’alibi più comodo: non vota, non conta, non viene difeso. Ma proprio per questo è il primo gradino. Una volta normalizzata l’eccezione su di lui, la stessa eccezione scivola su tutti.

Quando un potere comincia a parlare con il linguaggio delle catene, non sta costruendo un’età dell’oro. Sta inaugurando un’epoca di ferro. E il ferro, prima o poi, lo sentono anche quelli che oggi applaudono.

Fonti essenziali consultate in rete
I) Deportazioni su aerei militari USA: 
II) Delega e “deputizzazione” delle forze locali per enforcement migratorio, reazione legislativa: 
III) Proteste anti ICE negli USA: 
IV) Centro Albania, costi e inefficienze riportati da Reuters: 
V) Quadro UK su restrizioni alla protesta: 

CI SONO DUE ITALIE, MA IL FANGO È LO STESSO PER TUTTI

Quando il mare entra in casa, le colpe “geografiche” sono solo un alibi: le responsabilità vere stanno nelle scelte pubbliche

In questi giorni, davanti alle immagini del ciclone mediterraneo “Harry” (18–21 gennaio 2026), ho provato una rabbia doppia. La prima è quella normale, umana: coste sventrate, strade mangiate dal mare, case con l’acqua dentro, ferrovie interrotte, comunità che spalano fango e sale con le proprie mani. La seconda è più amara, perché riguarda noi italiani: non la tempesta, ma il modo in cui scegliamo di raccontarla.

Perché quando il disastro colpisce Sicilia, Calabria e Sardegna, troppo spesso parte un processo. E il banco degli imputati è sempre lo stesso: “il Sud”, come se fosse una categoria morale prima che geografica.

Qui non parliamo di un temporale qualsiasi. Parliamo di un evento estremo con scirocco fino a 120 km/h, mareggiate con onde fino a 10 metri e piogge eccezionali, con accumuli localmente oltre i 300 mm: un colpo duro a strade, ferrovie, porti, traghetti e aeroporti, insomma alla vita quotidiana di territori già fragili.

Eppure, appena si alza la schiuma, si alza anche il dito. Sui social e in certe narrazioni “da salotto”, al Sud la tragedia diventa colpa: abusivismo, incuria, “mentalità”. Come se la pioggia facesse selezione etica, e come se il mare chiedesse il codice di avviamento postale prima di entrare in casa. Intanto, quando l’acqua arriva altrove, si parla (giustamente) di emergenza, solidarietà, ricostruzione. Non di espiazione.

La cosa più ipocrita è che questa retorica convive benissimo con un’altra verità, tutta italiana: lo Stato che moralizza dal pulpito è lo stesso Stato che, quando gli conviene, ha coltivato negli anni la cultura del “poi sistemiamo”, anche con tre grandi condoni edilizi (1985, 1994, 2003). Ogni volta lo stesso messaggio implicito: il confine tra regola e deroga è negoziabile.

E infatti il punto che si finge di non vedere è questo: la vulnerabilità non nasce solo dal singolo edificio fuori posto. Nasce da un modello. Da decenni di governo del territorio a spinta, a macchia, a emergenze. E soprattutto nasce da una parola che in Italia pronunciamo poco, perché costa fatica e non porta voti immediati: manutenzione.

Manutenzione vuol dire fossi, canali, versanti, boschi, alvei, tombini, briglie, spiagge, scogliere, reti fognarie, monitoraggi, piani comunali aggiornati, vincoli rispettati, controlli veri. Vuol dire spendere prima, non piangere dopo.

E qui arriva la frase che dovrebbe inchiodare tutti, Nord e Sud: il dissesto idrogeologico non è “un problema del Meridione”. ISPRA dice che il 94,5% dei comuni italiani convive con almeno una forma di rischio tra frane, alluvioni, erosione costiera o valanghe. Non è un’eccezione geografica: è una condizione nazionale.

A questo si aggiunge un altro dato che è una sentenza: continuiamo a impermeabilizzare il Paese. ISPRA, nel suo rapporto sul consumo di suolo, parla di un ritmo medio che resta attorno a 20 ettari al giorno (con la conseguente perdita dell’“effetto spugna” del terreno).
È matematica, non ideologia: se sigilliamo il terreno, l’acqua non entra più dove dovrebbe, corre dove può, e presenta il conto nei punti più deboli.

Allora la domanda vera non è “di chi è la colpa, al Sud”. La domanda vera è: perché continuiamo a comportarci come se gli eventi estremi fossero parentesi, quando ormai sono una traiettoria?

Su Harry, le analisi diffuse in questi giorni lo descrivono come un evento emblematico in un contesto che cambia: un Mediterraneo più caldo e instabile, capace di trasformare il maltempo in violenza concentrata.
E non serve un’illuminazione: basta guardare la frequenza con cui passiamo da siccità a nubifragi, da mare calmo a mare devastante, come se il Mediterraneo stesse imparando un linguaggio nuovo, più duro.

Poi però arriva l’altra vergogna, quella tutta nostra: invece di prendere questi eventi come uno specchio, una parte del Paese li usa come clava identitaria. È veleno. Veleno che diventa terreno perfetto anche per le uscite complottiste e razziste sotto certi post: non spiegano nulla, non aiutano nessuno, servono solo a sporcare ulteriormente un dolore reale.

Quando manca una strategia nazionale, ogni territorio diventa “colpevole” a piacere, a seconda della latitudine e del talk show. E intanto si ripete lo stesso film: emergenza, sopralluoghi, promesse, qualche stanziamento “per i primi interventi urgenti”, poi silenzio. Anche in questi giorni si è parlato di danni enormi e stime pesanti (solo in Sicilia si è arrivati a parlare di centinaia di milioni).
Ma se restiamo lì, è solo un cerotto su una frattura.

E qui entra, inevitabile, il tema del Ponte sullo Stretto. Perché se c’è un simbolo perfetto della “doppia Italia”, è proprio questo: da una parte l’opera-monumento, dall’altra le infrastrutture reali che cadono a pezzi mentre la gente spalava fango.

Parliamoci chiaro: io non sto facendo propaganda contro un’idea in astratto. Sto parlando di priorità, di tempi, di scelte. Il progetto del ponte, con opere connesse, viene stimato nell’ordine di 13,5 miliardi di euro.
E intanto, nella Calabria ionica colpita da Harry, ci sono ancora tratti serviti da una ferrovia a binario unico, spesso non elettrificata, e da una statale come la 106 che è diventata un incubo quotidiano.
In Sicilia e nel Messinese, frane e alluvioni sono un trauma ripetuto, e la rete di collegamenti locali resta fragile proprio dove dovrebbe essere più robusta.

Capite la stonatura? Io posso anche discutere per anni di campate, tiranti, record ingegneristici. Ma se poi, nel mondo reale, una mareggiata “mangia” strade, porti, ferrovie e sottoservizi, il ponte diventa una vetrina accesa sopra una casa con l’impianto elettrico bruciato.

E non è nemmeno un ragionamento teorico: sul ponte si è aperta una partita istituzionale e contabile pesante, con discussioni e stop che hanno rimesso al centro proprio la questione della spesa pubblica e delle procedure.
Nel frattempo, però, la manutenzione vera non ha lobby, non taglia nastri, non produce rendering. Produce solo una cosa che in Italia sembra rivoluzionaria: sicurezza.

Se vogliamo uscire dalla farsa crudele del “due Italie”, io la metterei così, senza slogan e senza ipocrisie.

I) Piano permanente di manutenzione del territorio, con risorse stabili e verifiche pubbliche: non progetti a singhiozzo, non bandi che restano nei cassetti, non competenze rimpallate.

II) Stop alla cementificazione facile e al consumo di suolo, con rigenerazione dell’esistente: se continuiamo a sigillare terreno, continuiamo a pagare alluvioni e frane.

III) Difesa costiera e adattamento climatico seri: mareggiate ed erosione non sono più “eventi rari”, sono una nuova normalità, soprattutto nel Mediterraneo.

IV) Legalità coerente: basta usare la parola “abusivismo” come insulto selettivo e poi rendere la deroga una politica. Se la regola vale, vale ovunque, e vale prima del disastro.

V) Racconto mediatico decente: la solidarietà non può dipendere dal capoluogo. Le vittime non devono presentare domanda di umanità, né giustificarsi per meritare aiuto.

Perché alla fine il punto è semplice, ed è quello che mi fa più rabbia: senza manutenzione e prevenzione, queste tragedie non diminuiranno, aumenteranno. E colpiranno ovunque, come già accade. Solo che noi, invece di fare squadra contro il rischio, ci dividiamo per abitudine, e trasformiamo il dolore in una guerra tra poveri.

Il fango, però, non fa tifo. Entra. E quando entra, la geografia delle colpe è solo un alibi. La geografia delle responsabilità, invece, è chiarissima: sta in alto, dove si decide se mettere in sicurezza l’Italia o continuare a spendere dopo, piangendo prima in TV e dimenticando poi nei bilanci.

Dal diritto penale dell’insicurezza al progetto reazionario: perché la destra ha bisogno di paura e di magistrati più deboli

Quando guardo al referendum sulla separazione delle carriere non riesco a considerarlo un incidente tecnico dell’ordinamento. Lo vedo come un passaggio di fase in un progetto politico molto più ampio, che tiene insieme tre piani: il modo in cui si scrivono le leggi penali, il modo in cui si riscrive la Costituzione, il modo in cui si governa la paura.

Dentro questo quadro, la raccolta firme per il referendum non è un dettaglio procedurale. Oggi le sottoscrizioni hanno superato quota 425.000, circa l’85% dell’obiettivo delle 500.000 firme necessarie: un risultato raggiunto in un contesto di oscuramento mediatico, che dice chiaramente che nel Paese reale qualcosa si muove.

Nel frattempo il governo ha forzato la mano: il Consiglio dei ministri ha fissato la data del voto per il 22 e 23 marzo 2026, e il Presidente della Repubblica ha firmato il decreto di indizione, nonostante la fase di raccolta firme fosse ancora in corso. Contro questa scelta, il comitato referendario ha già presentato ricorsi al TAR del Lazio, denunciando la compressione dei tempi di partecipazione dei cittadini e la lesione del diritto a una campagna informata.

Per capire davvero che cosa c’è in gioco, però, bisogna guardare a chi questa riforma la vuole e al tipo di Stato che ha in mente.

Un governo di destra-destra, reazionario e rancoroso verso la Costituzione

Non siamo di fronte a un governo “conservatore” nel senso classico del termine. Questa è una destra-destra che, sul terreno costituzionale, non vuole conservare, ma smontare. Nella nostra Carta, nelle sue radici antifasciste, non vede una casa comune, ma un ostacolo.

I principi che le danno più fastidio sono sempre gli stessi:

I) la centralità del lavoro e dei diritti sociali

II) l’eguaglianza sostanziale, non solo formale

III) il pluralismo politico e sindacale

IV) l’indipendenza della magistratura dall’esecutivo

Per decenni, dopo la caduta del fascismo, quella cultura è stata costretta a vivere ai margini, a cercare una legittimazione dentro un sistema costruito per impedire il ritorno dei fantasmi del Ventennio. Oggi, con i figli e i nipoti di quel mondo al governo, il rancore istituzionale viene a galla: finalmente possono mettere mano agli argini che li hanno contenuti per settant’anni.

Premierato, autonomia differenziata, separazione delle carriere, Alta Corte disciplinare per i magistrati: sono pezzi di un unico mosaico. Una Costituzione nata per limitare il potere viene piegata per concentrare il potere. Una Repubblica antifascista viene “ri-interpretata” per renderla compatibile con un esecutivo forte, poco controllabile, con un’opposizione debole e una magistratura intimidita.

Il Piano di rinascita democratica: il “manuale” di riferimento

Se cerco un documento che anticipa in modo impressionante la direzione di marcia di questa destra, lo trovo fuori dal perimetro della Costituzione e dentro un testo che con la democrazia ha avuto rapporti tutt’altro che limpidi: il Piano di rinascita democratica di Licio Gelli e della loggia P2.

Lì dentro c’è già quasi tutto:

I) controllo dei media e concentrazione proprietaria

II) riduzione del ruolo dei sindacati

III) rafforzamento dell’esecutivo e indebolimento del Parlamento

IV) attacco all’autonomia della magistratura, in particolare dei pubblici ministeri

V) riscrittura del CSM e della responsabilità disciplinare dei giudici

Quel progetto non era una stramberia marginale, ma il cuore di un disegno eversivo che si è intrecciato con le trame nere, i servizi deviati e la strategia della tensione. Le indagini e le sentenze sulla strage del 2 agosto 1980 a Bologna – 85 morti, oltre 200 feriti – hanno mostrato il ruolo di Gelli come snodo tra loggia segreta, terrorismo neofascista e apparati infedeli dello Stato, compresi i flussi di denaro che finanziavano gruppi dell’estrema destra e coprivano depistaggi sistematici.

Non è un dettaglio che Silvio Berlusconi, fondatore del principale partito della destra italiana degli ultimi trent’anni, fosse iscritto alla P2 con la tessera 1816, né che Marcello Dell’Utri, cofondatore di Forza Italia e figura chiave del suo radicamento politico-mediatico, sia stato condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa.

Questi elementi dicono con chiarezza da dove viene una parte importante dell’immaginario della destra italiana sul rapporto tra potere, informazione e giustizia. Oggi, mentre si riscrive la Costituzione e si interviene sull’ordinamento giudiziario, quel Piano resta l’unico schema organico di “normalizzazione” autoritaria del sistema che questa destra ha a disposizione: una destra povera di visione sociale, ma ricca di rancore verso l’architettura antifascista nata dalla Resistenza.

Dal dopoguerra ai sindacalisti uccisi: quando la giustizia difendeva i forti

Per capire perché questa riforma arriva proprio adesso, bisogna tornare alla lunga storia dell’impunità italiana.

Già nell’Ottocento, gli scandali delle Ferrovie, del Monopolio dei tabacchi e della Banca Romana mostrano un copione che si ripeterà spesso: uomini di governo coinvolti in imbrogli colossali, accertamenti che emergono e poi si spengono, pochissime condanne. Il capo del governo Francesco Crispi incassa somme rilevanti e resta politicamente in piedi. Il messaggio è chiaro: i vertici dello Stato non si toccano.

Nel Mezzogiorno e in particolare in Sicilia, la storia è ancora più brutale. Migliaia di morti di mafia, pochissimi ergastoli. Dopo la guerra, la logica dell’anticomunismo di sistema – la scelta strategica di tenere fuori dal governo le forze di sinistra – si traduce anche in un uso selettivo della giustizia.

Sindacalisti e dirigenti contadini vengono uccisi uno dopo l’altro: Placido Rizzotto nel 1948, Epifanio Li Puma, Salvatore Carnevale, Turiddu Cocco e tanti altri. Sono militanti che guidano le lotte per la terra e i diritti dei braccianti. I loro assassini restano quasi sempre impuniti, grazie a complicità, connivenze e indagini pilotate.

Pio La Torre, che quelle lotte le ha incarnate fino in fondo, conosce il carcere per un’occupazione di terre e non viene neppure autorizzato ad assistere alla nascita del figlio. La legge funziona come una lama a senso unico: taglia verso il basso, protegge verso l’alto.

La frattura degli anni Settanta e la nascita di una magistratura “non di famiglia”

A un certo punto, però, qualcosa si incrina. Tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta entra in magistratura una generazione diversa, cresciuta nel clima del ’68, meno organica alle élite tradizionali. Nasce la stagione dei “pretori d’assalto”: magistrati che iniziano a usare il diritto del lavoro e il diritto penale del rischio per difendere lavoratori, salute, ambiente, anziché considerare l’imprenditore portatore automatico di ragione.

Nel 1976 cambia il sistema di elezione del CSM: dal maggioritario, che consegnava tutti i seggi a una sola corrente, si passa alla proporzionale, che permette a orientamenti meno accomodanti verso la politica di entrare nell’autogoverno delle toghe. È una crepa importante nel vecchio schema dei “giudici di famiglia, per le famiglie che contano”.

Poi arriva il 1989, il crollo del Muro, la fine del blocco bipolare. Cade la scusa della “ragion di Stato” permanente, che serviva a coprire corruzione e collusioni con le mafie in nome degli equilibri internazionali.

In questo contesto esplode Mani Pulite. Tra il 1992 e il 1993 la procura di Milano scoperchia il sistema delle tangenti che reggeva la Prima Repubblica; in Sicilia, Calabria, Campania e altrove una nuova generazione di magistrati porta a processo boss, politici, imprenditori. Nel giro di pochi anni, mai nella storia italiana tanti ministri, parlamentari, manager pubblici e grandi imprenditori erano finiti sotto inchiesta e condannati, compresi due presidenti del Consiglio.

Questa stagione viene pagata a caro prezzo: dagli anni Settanta in poi una trentina di magistrati vengono uccisi da mafie e terrorismo. Ma succede anche un’altra cosa: una parte significativa dell’opinione pubblica comincia a percepire la magistratura non solo come una casta chiusa, ma anche come un possibile argine all’arbitrio dei poteri forti.

È esattamente questa rottura storica – la fine dell’impunità garantita per definizione ai “signori sopra la legge” – che oggi viene messa nel mirino.

Il diritto penale dell’insicurezza: governare attraverso la paura

Dentro il progetto di questa destra il diritto penale è una leva centrale. Lo schema è ormai chiaro.

C’è un diritto penale del nemico:

I) che colpisce migranti, poveri, senza casa, minori in difficoltà

II) che criminalizza forme di protesta e conflitto sociale (blocchi stradali, picchetti, occupazioni, azioni simboliche degli attivisti climatici)

III) che trasforma la devianza sociale in questione di ordine pubblico

E c’è un diritto penale dell’amico:

I) che depenalizza o alleggerisce i reati dei colletti bianchi

II) che moltiplica le garanzie processuali utilizzabili solo da chi può permettersi grandi studi legali

III) che rafforza le tutele per le forze di polizia anche quando emergono abusi, alimentando l’idea di uno Stato che non deve rendere conto a nessuno

Il tutto innaffiato da un uso compulsivo della decretazione d’urgenza. Il “decreto anti-rave” ha inaugurato questa stagione, trasformando un raduno non autorizzato in un quasi-crimine di massa con pene sproporzionate; altri decreti hanno via via inasprito le pene per blocchi stradali, imbrattamenti, reati di strada, minori “problematici”, fino a delineare quello che diversi giuristi hanno definito un vero e proprio “diritto penale della destra”, ossia un diritto penale dell’insicurezza giuridica e sociale.

Il risultato non è un sistema razionale, ma una giungla normativa in cui:

I) nessuno sa più con certezza dove finisce la protesta legittima e dove inizia il reato

II) il disagio sociale viene trattato quasi esclusivamente come problema di ordine pubblico

III) la cronaca nera diventa sceneggiatura politica per nuovi decreti simbolici

Non è un effetto collaterale. È il cuore del metodo: in un contesto confuso, chi ha potere interpretativo (polizia, procure, giudici “allineati”) acquista più forza, mentre chi protesta o vive ai margini è sempre esposto al rischio di cadere sotto le maglie di una legge elastica.

Perché questo governo ha bisogno di controllare i pubblici ministeri

Dentro questo quadro, la riforma sulla separazione delle carriere non è un vezzo da giuristi. È il tassello necessario per rendere stabile un diritto penale così sbilanciato.

Se vuoi governare attraverso decreti repressivi e reati “elastici”, hai due esigenze molto concrete:

I) forze di polizia molto protette e poco controllate

II) una magistratura che non ti ostacoli quando scegli chi colpire e chi lasciare in pace

Oggi il pubblico ministero fa parte dell’ordine giudiziario ma, almeno sulla carta, gode delle stesse garanzie del giudice. Questo lo rende più libero di indagare, anche controvento, anche quando l’inchiesta tocca i piani alti. È proprio questa autonomia che disturba una destra reazionaria, convinta che lo Stato sia cosa “sua” quando vince le elezioni.

Separare le carriere, creare un CSM ad hoc per i PM, istituire un’Alta Corte disciplinare esterna significa spezzare quel legame. Significa isolare il pubblico ministero, renderlo più esposto a pressioni, ricatti, carriere bloccate. In prospettiva, significa avvicinarlo all’orbita dell’esecutivo, soprattutto se la riforma verrà poi completata con ulteriori interventi sull’obbligatorietà dell’azione penale e sulla responsabilità disciplinare.

È il vecchio sogno della destra autoritaria: avere una polizia forte e una magistratura docile.

Le parole di Nordio come messaggio trasversale all’opposizione

Dentro questo contesto, le uscite del ministro Nordio non sono scivoloni, ma messaggi in chiaro.

Quando afferma che anche i partiti di opposizione dovrebbero sostenere la separazione delle carriere perché, quando torneranno al governo, se ne avvantaggeranno – “non avranno più il fiato sul collo dei pubblici ministeri” – non sta sbagliando lessico. Sta dicendo la verità su come concepisce la giustizia: uno strumento nelle mani di chi governa, non un potere autonomo al servizio della legalità costituzionale.

Quella frase è un invito e una tentazione, soprattutto verso i settori dell’opposizione più sensibili al richiamo della “governabilità” e meno disposti a disturbare gli assetti economici e mediatici esistenti. È un modo per dire al Partito democratico e ad altri: non fate i puri, anche voi avete avuto problemi con le procure, anche voi, domani, potreste preferire un pubblico ministero meno libero e più gestibile.

Qui sta la subdola modernità di questo progetto: non è una riforma pensata solo “per la destra”. È una riforma costruita per piacere a chiunque stia al governo, oggi o domani. È un sistema trasversale in potenza, pensato per neutralizzare la magistratura quando diventa davvero scomoda, indipendentemente dal colore politico di Palazzo Chigi.

Il richiamo al Piano Gelli e la povertà di progetto sociale

Quando lo stesso ministro della Giustizia arriva a dire che non c’è nulla di male se una certa idea di riforma della magistratura era presente anche nel Piano di Licio Gelli, perché “anche lui diceva cose giuste”, non sta facendo un paradosso da salotto. Sta legittimando come riferimento ammissibile una matrice dichiaratamente eversiva, che voleva piegare la Costituzione antifascista alle esigenze di un blocco di potere economico, militare, mediatico.

Per me, questa destra ha un problema di fondo: non ha un progetto di trasformazione sociale, ha solo un progetto di potere. Non sa come ridurre le disuguaglianze, come affrontare il lavoro povero, come ricostruire sanità e scuola pubblica, come governare seriamente la transizione ecologica. Sa però benissimo come rafforzare l’esecutivo e come indebolire i contropoteri.

Nel vuoto di idee, resta solo il rancore istituzionale: la voglia di “regolare i conti” con quella Costituzione che li ha emarginati per decenni, con quella magistratura che negli anni Novanta ha osato mettere sotto processo la politica, con quei pezzi di società che rivendicano ancora diritti e conflitto.

Il referendum e la raccolta firme: antifascismo costituzionale oggi

Dentro questo scenario, la raccolta firme per il referendum assume un valore che va oltre la procedura. È una forma di antifascismo costituzionale nel presente.

A fronte di un governo che ha fissato in modo accelerato la data del voto per il 22-23 marzo 2026 e di media che dedicano al tema spazio e tempo ridotti, il fatto che oltre 425.000 persone abbiano già firmato – online e nei banchetti – è una risposta concreta. Non è retorica, è un gesto che lascia traccia.

La pagina ufficiale per sottoscrivere e informarsi è questa:

Ogni firma è un “no” preventivo all’idea che la Costituzione sia materia per iniziati, da regolare tra giuristi e maggioranze variabili. È un modo per dire che i principi antifascisti, l’equilibrio tra poteri, l’indipendenza della magistratura non sono archeologia, ma pezzi di vita quotidiana: riguardano il diritto a protestare senza essere trattati da criminali, il diritto ad avere inchieste serie sulla corruzione, il diritto a non vedere trasformata la sicurezza in un manganello politico.

Paura o diritti: la scelta vera dietro la scheda

Alla fine tutto si riduce a una domanda secca: vogliamo vivere in un Paese in cui la paura è il vero programma di governo e il diritto penale è la sua lingua ufficiale, mentre la Costituzione viene riscritta per rendere più comodo il potere di chi vince le elezioni?

Oppure vogliamo difendere un modello in cui la sicurezza non viene costruita contro qualcuno, ma con più diritti, più giustizia sociale, più uguaglianza, e in cui chi governa sa che, se sbaglia o abusa, può trovarsi un pubblico ministero libero di indagare e un giudice libero di giudicare?

Il referendum sulla separazione delle carriere non basta a fermare tutto il disegno reazionario di questa destra, ma apre una breccia. Trasforma una riforma scritta per pochi in una scelta affidata a molti.

Dire no a questa riforma, per me, significa dire no a un’Italia in cui i “signori sopra la legge” tornano a sentirsi intoccabili e in cui i deboli tornano a essere solo materiale da codice penale. Significa scegliere, ancora una volta, da che parte stare: dalla parte di una Costituzione antifascista viva, o dalla parte di chi la considera un ostacolo da aggirare e, pezzo dopo pezzo, da smantellare.

Fonti essenziali (selezione)

I) Nello Rossi, “La destra e il diritto penale dell’insicurezza”, Volere la Luna / Questione Giustizia.

II) Documenti e relazioni sul Piano di rinascita democratica della P2 (Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2).

III) Ricostruzioni storiche su Placido Rizzotto, gli altri sindacalisti uccisi in Sicilia e l’impunità dei mandanti mafiosi.

IV) Approfondimenti su Silvio Berlusconi (tessera P2 n. 1816) e sulla condanna definitiva di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa.

V) Atti parlamentari e dichiarazioni del ministro Nordio sulla separazione delle carriere e sul “fiato sul collo” dei pubblici ministeri.

VI) Testi e cronache sulla riforma costituzionale Meloni–Nordio (separazione delle carriere, doppio CSM, Alta Corte disciplinare) e sul decreto di indizione del referendum del 22-23 marzo 2026, con i ricorsi del comitato referendario al TAR Lazio.

I rivoluzionari a distanza e gli insultatori da tastieraQuando la politica diventa un riflesso e non più un pensiero

Ogni tanto mi prendo un momento per guardare cosa sta diventando la conversazione pubblica. Non per il gusto di lamentarmi, ma per capire dove si spezza il filo, e perché. In questi giorni mi sono rimaste addosso due scene che sembrano diverse, ma in realtà raccontano lo stesso tempo. Due post, due stili diversi, la stessa radiografia.

Il primo è di Gianni Cuperlo: un testo ironico e ragionato in cui racconta la vita di una pagina social, il miscuglio di consenso, critica legittima e astio che scivola nell’insulto. Il secondo è di Andrea Zhok: una riflessione tagliente su quelli che invocano rivoluzioni lontane con entusiasmo leggero, senza conoscere davvero contesti e conseguenze. In mezzo, come un filo nero che unisce tutto, c’è il nostro presente: una politica che sempre più spesso diventa un riflesso, non un pensiero.

Da una parte, un politico che prova a discutere con ironia e stile e si ritrova investito da commenti che non contestano un’idea: contestano una persona. “Pagliaccio”, “nullità”, “chi sei?”, “rosicante”. Dall’altra, la folla digitale che invoca “la rivoluzione” in Iran o altrove con una sicurezza morale che non si sporca mai le mani con la fatica di capire davvero cosa sta dicendo. Due scene, un solo problema: la politica trattata come tifo. E il tifo, per definizione, non vuole comprendere. Vuole vincere, umiliare, schiacciare, sentirsi dalla parte giusta.

L’insulto come scorciatoia

La prima cosa che mi colpisce, quando vedo certi commenti, è l’economia di pensiero che contengono. L’insulto non è un’argomentazione: è un modo rapido per evitare l’argomentazione.
È un interruttore che spegne la discussione prima ancora che cominci. Non mi interessa nemmeno chiedermi se chi insulta sia “cattivo” o “frustrato”: mi interessa il meccanismo. Perché quel meccanismo oggi è diventato la norma.

Sui social l’offesa è funzionale. È breve, tagliente, attiva reazioni, trascina altri a fare lo stesso. È perfetta per un ambiente che premia l’urto, non la complessità. E, soprattutto, è comoda: ti dà l’ebbrezza di un colpo andato a segno senza costringerti a confrontarti con il merito.

Cuperlo lo mostra con una chiarezza quasi didattica quando distingue fra chi critica nel merito e chi si limita a irridere e avvelenare. Qui bisogna essere netti: c’è la critica dura, anche severa, che può essere sgradevole ma resta sul piano politico. E poi c’è la derisione personale, lo sputo, l’irrisione. Con la prima puoi discutere. Con la seconda no.
Con la seconda puoi solo decidere se lasciare che quel fango si espanda o se proteggere lo spazio minimo in cui la parola ha ancora un valore.

E non è un tema di sensibilità. È un tema democratico. Perché quando il linguaggio si degrada, la politica si riduce a forza bruta: vince chi urla meglio, chi manipola di più, chi semplifica con più violenza. E a quel punto diventa secondario cosa pensi davvero: conta solo se riesci a imporre la tua emozione sull’altra.

La fede ideologica che si traveste da informazione

La seconda scena, quella descritta da Zhok, mi inquieta per un motivo diverso. Qui non c’è sempre aggressività. Spesso c’è persino un tono serio, “preoccupato”, moralmente ineccepibile. Eppure il risultato non cambia: si parla di un paese complesso come se fosse una fiaba con i buoni e i cattivi. Si invoca un rovesciamento, si sogna un’epopea, si immagina un popolo che “si libera” nel modo in cui ce lo raccontano i film.

Zhok fa un esempio che, da solo, basta a chiarire la trappola: l’Iran. La quantità di persone che, con toni pensosi o barricaderi, auspica un cambio di regime, una rivoluzione “giusta”, è impressionante. Poi però provi a chiedere cosa sappiano della Costituzione iraniana, dei dibattiti interni, delle fratture sociali e politiche, dei partiti e delle differenze reali. E trovi il vuoto. Non perché le persone siano stupide, ma perché sono state abituate a un’abitudine mentale: sostituire la conoscenza con la posizione morale.

È qui che nasce la tentazione più pericolosa: credere che bastino poche nozioni ripetute e qualche frammento emotivo per autorizzarsi a desiderare eventi drammatici per altri. La solidarietà verso chi soffre è una cosa seria. Ma la solidarietà non è una sceneggiatura. Non è tifo. Non è la ricerca di un “momento liberatorio” che ci faccia sentire parte del Bene. E soprattutto non può diventare una forma elegante di irresponsabilità: invocare rovesciamenti e sangue a migliaia di chilometri di distanza senza nemmeno sapere di cosa si parla.

E qui torna il filo nero con la prima scena: gli stessi meccanismi che producono i “leoni da tastiera” contro un politico producono anche i “rivoluzionari a distanza” contro un paese sconosciuto. In entrambi i casi, l’obiettivo non è capire. È esprimere una fede ideologica e sentirsi nel giusto, costruendo un nemico e una storia semplice.

E infatti, mentre ci si entusiasma per rivoluzioni lontane, a casa propria la stessa energia evapora. Sulle cose vicine ci si rassegna: tasse che pesano sempre sugli stessi, sanità pubblica abbandonata alle privatizzazioni, servizi pubblici che si sfilacciano, salari che non tengono il passo, burocrazia infinita, diritti che arretrano, repressioni normalizzate, governi che si alternano tra la menzogna e la manipolazione e la vita reale che resta inchiodata. Lì, improvvisamente, si ripete la formula che giustifica ogni resa: “è complicato”.

Allora mi chiedo: non è che quella passione per l’epica lontana serva anche a non guardare la nostra impotenza quotidiana? Non è che la rivoluzione degli altri diventi un surrogato, un modo di sentirsi vivi e coerenti senza dover affrontare il problema più duro: cambiare davvero qualcosa qui?

L’algoritmo come regista di massa

In mezzo a tutto questo c’è un attore invisibile che fa da regista: l’ecosistema social. Non è neutro. Spinge verso le forme più rapide e più polarizzanti di comunicazione. Premia l’indignazione, la derisione, la semplificazione. Trasforma la discussione in una gara di riflessi. E in una gara di riflessi, la complessità è perdente.

Il risultato è un paradosso amaro: abbiamo accesso a più informazioni che mai, ma fatichiamo a trasformarle in conoscenza. Abbiamo più possibilità di parlare, ma meno capacità di dialogare. Abbiamo più opinioni, ma meno argomenti. E più ci abituiamo a questo, più diventiamo manipolabili.

E qui il punto non è difendere qualcuno in quanto persona. Il punto è difendere la possibilità stessa di una politica adulta. Di uno spazio in cui ci si possa scontrare senza disumanizzarsi. In cui si possa criticare senza distruggere. In cui la parola non venga trattata come una pietra da lanciare e basta.

Che cosa fare, concretamente

Non credo alle formule miracolose, ma credo alle regole. Un luogo di discussione senza regole diventa sempre il dominio del più rumoroso. Per questo, chi gestisce uno spazio pubblico ha il diritto e il dovere di distinguere: tollerare la critica, respingere l’insulto. Non è censura: è igiene del confronto. È difesa del linguaggio come bene comune.

E poi c’è un lavoro che riguarda ciascuno di noi: reimparare la fatica del “non so”. Reimparare il gusto di leggere prima di giudicare. Reimparare a non desiderare per altri ciò che non avremmo il coraggio di desiderare per noi. Reimparare a non confondere un commento con un’azione politica.

Io, oggi, mi fido più di chi coltiva dubbi ragionati che di chi distribuisce certezze urlate. Mi fido più di chi prova a tenere il filo dell’ironia senza cadere nel disprezzo. Mi fido più di chi non scambia la propaganda per realtà, né la propria identità per una verità automatica.

Monito alla collettività

Il problema, però, è più grande di una pagina Facebook, più grande di un dibattito sull’Iran, più grande perfino dei social. Qui stiamo guardando un mutamento di clima, una mutazione culturale che rischia di diventare irreversibile: la rinuncia collettiva alla complessità come forma di libertà.

Perché la complessità non è un vezzo da intellettuali. È la materia stessa della democrazia. Una comunità democratica vive se sa distinguere, se sa pesare, se sa ascoltare e poi decidere. Quando smette di farlo, non diventa più diretta o più autentica. Diventa più manipolabile. Diventa più fragile. Diventa preda.

L’odio e l’epica sono due strumenti di governo. L’odio serve a creare bersagli, a incanalare frustrazioni, a farci litigare tra simili mentre il potere vero resta al riparo. L’epica serve a farci sognare altrove, a darci una dose quotidiana di indignazione o speranza teleguidata, così da non vedere la banalità feroce di ciò che accade sotto casa: lo smantellamento lento dei diritti, la normalizzazione della precarietà, la trasformazione della sanità e dell’istruzione in servizi a due, tre o più velocità, la criminalizzazione del dissenso, la riduzione della politica a marketing.

In questa atmosfera, l’insulto non è solo un gesto individuale: è un sintomo. È il segno di una società che sta perdendo il vocabolario per nominare la realtà e, non sapendo più nominarla, la prende a calci. È il segno di persone che confondono la forza con la brutalità, la sincerità con la volgarità, la libertà con l’impunità. E la rivoluzione invocata a distanza è l’altra faccia dello stesso cedimento: è la voglia di sentirsi protagonisti senza fare i conti con l’organizzazione, con la responsabilità, con la fatica di cambiare davvero.

Se non fermiamo questa deriva, succede una cosa precisa: ci abituiamo. Ci abituiamo a un linguaggio sempre più povero. Ci abituiamo a una politica sempre più isterica. Ci abituiamo al fatto che l’opinione valga quanto lo studio, che l’urlo valga quanto il ragionamento, che la battuta valga quanto la prova. Ci abituiamo perfino a perdere diritti, perché intanto siamo occupati a discutere del nulla, a inseguire il trend del giorno, a scegliere un nemico su cui scaricare la rabbia.

E quando una collettività si abitua, diventa governabile con pochissimo. Basta un’emergenza permanente, un nemico di turno, un racconto semplificato, una promessa facile. Basta tenere le persone in uno stato di eccitazione o di paura, alternando indignazione e distrazione come una terapia. È così che si spegne una democrazia senza bisogno di carri armati: le si toglie ossigeno, pezzo dopo pezzo, finché non resta che un guscio.

Ecco perché, per me, il punto non è soltanto educazione o buone maniere. Il punto è l’autodifesa civile. Difendere il linguaggio, la complessità, la fatica del confronto, non è moralismo: è resistenza. È il modo in cui una società evita di diventare un branco. È il modo in cui si impedisce al potere di usare le nostre emozioni contro di noi.

Se vogliamo davvero una politica diversa, dobbiamo cominciare da una scelta semplice e scomoda: smettere di vivere di riflessi. Smettere di fare i tifosi. Smettere di delegare la nostra coscienza a un feed. Tornare a studiare, a organizzarci, a discutere sul serio, a pretendere risultati, a costruire conflitti intelligenti, a fare comunità.

Io, a quella prigione, non voglio abituarmi. E credo che nessuno di noi dovrebbe farlo.

L’Italia al 49º posto nella classifica RSF 2025 sulla libertà di stampa

Questo titolo fa notizia, ma soprattutto mi fa male. Mi fa male perché somiglia a un paradosso: accendo la tv, scorro i giornali, sento qua e là domande anche dure, e per un attimo mi verrebbe da pensare “ma allora dov’è il problema?”. Il problema è che la libertà d’informazione non si misura dal volume della voce in un talk show, né dalla scena madre di una conferenza stampa. Si misura, molto più brutalmente, da quello che sta dietro: proprietà e concentrazioni, querele e costi legali, precarietà, intimidazioni, controllo politico del servizio pubblico, accesso alle fonti, sicurezza fisica, possibilità reale di fare inchieste senza pagare un prezzo personale e professionale.

E quel “dietro” oggi pesa abbastanza da farci scivolare dal 46º posto del 2024 al 49º nel 2025, con un punteggio complessivo di 68,01 su 100.
Non è solo una posizione. È un segnale. È l’immagine di un Paese che, mentre recita la parte della democrazia loquace, arretra sul terreno dove la democrazia si difende davvero: il diritto dei cittadini a sapere, verificare, comprendere.

E poi c’è un dettaglio simbolico che brucia: per varie ricostruzioni, l’Italia risulta dietro tutti gli altri Paesi dell’Europa occidentale nella classifica 2025. La nostra “casa democratica” di riferimento, e noi in coda.

Il punto non è “c’è chi fa domande incalzanti”

Io vedo l’obiezione ovunque: “Ma come? In tv li attaccano. In conferenza stampa fanno domande.” È un’illusione ottica. Un sistema può tollerare qualche picco di aggressività scenica e, allo stesso tempo, rendere quasi impossibile il giornalismo che conta: quello che scoperchia conflitti d’interesse, corruzione, collusioni, opacità, abusi, sprechi, ricatti. Quando quel giornalismo diventa costoso, rischioso, legalmente fragile, non serve la censura esplicita: basta la convenienza della paura. E la paura produce la forma più efficiente di silenziamento: l’autocensura.

RSF, nella scheda Paese sull’Italia, elenca pressioni ricorrenti che non sono fantasia: minacce di mafia e gruppi violenti, procedimenti intimidatori (SLAPP), e tentativi politici di ostacolare la copertura dei casi giudiziari con norme “bavaglio”.

Il governo Meloni e la conferenza stampa: la politica che pretende il megafono e odia lo specchio

Qui io non faccio finta di essere neutro. Sotto il governo Meloni questa tensione si è fatta sistema: più controllo sul servizio pubblico, più clima ostile verso le inchieste, più nervosismo verso chi insiste con domande scomode, più tentazione di trasformare l’informazione in una passerella per la narrazione di governo. È un metodo: non serve chiudere i giornali, basta svuotarli. Non serve vietare le domande, basta rendere la verità un mestiere pericoloso e la propaganda un lavoro tranquillo.

Prendo un episodio recente e concreto: la conferenza stampa di inizio anno. Lì si è vista la dinamica in piena luce. Da una parte una premier che governa anche con la comunicazione, dall’altra un sistema mediatico dove troppo spesso le affermazioni vengono rilanciate prima di essere verificate. Il punto non è “ha detto cose controverse”: il punto è l’ecosistema che consente che dichiarazioni discutibili diventino titoli, e i titoli diventino realtà percepita.

Sul contenuto, i fact-checker non parlano per suggestioni: Pagella Politica ha verificato numerose dichiarazioni della premier e ha evidenziato errori e imprecisioni.
E non è l’unica lettura critica: altre ricostruzioni hanno contestato dati e narrazioni proposte su lavoro, pensioni, immigrazione, descrivendo un impianto comunicativo costruito per far apparire carenze e scelte politiche come una collezione di successi.
In parallelo, chi segue da vicino il rapporto tra Meloni e la stampa sottolinea un clima di attrito e irritazione, con domande che restano senza risposta e un rapporto “aspro” con parte del giornalismo.

Quando io dico che certe “menzogne” vengono condivise, non sto facendo il processo alle intenzioni di ogni cronista, e soprattutto non mi interessa il pettegolezzo moralista sui singoli. Io sto denunciando una cosa più grave: un circuito in cui una quota dell’informazione si comporta come cassa di risonanza, non come controllo. Non serve immaginare valigette. Basta la carriera, la convenienza, la paura, la dipendenza economica, il desiderio di restare “dentro” al giro. Basta l’abitudine a confondere accesso con complicità.

Quattro pressioni che, sommate, fanno una gabbia

Pressioni politiche e presa sul servizio pubblico
La libertà d’informazione non è solo “assenza di divieti”. È indipendenza editoriale. Il nodo della RAI torna sempre perché è un nervo scoperto: governance, nomine, clima interno, messaggi che scendono lungo la catena. E questo tema, negli ultimi anni, è entrato anche nelle analisi internazionali come fattore di rischio, con preoccupazioni su interferenze e sul trattamento dei programmi d’inchiesta.
Quando il servizio pubblico viene percepito come terreno di conquista, ogni redazione capisce che l’aria può cambiare a seconda della stagione politica. E quando l’aria cambia, cambiano i coraggi.

Pressione legale: querele, diffamazione, SLAPP
In Italia la diffamazione resta un’arma che funziona anche solo come minaccia: tempi lunghi, costi, incertezza, stress. Freedom House ricorda che la diffamazione è ancora reato e che il contenzioso può produrre un effetto raggelante sul giornalismo.
E poi c’è la galassia delle SLAPP: cause strategiche per intimidire chi parla di interesse pubblico. RSF le segnala come pratica comune nel contesto italiano.
Il messaggio, spesso, è semplice: “Se scrivi, paghi.” Anche se poi vinci.

Norme “bavaglio” e informazione giudiziaria
La libertà di stampa vive di atti, verifiche, carte. Se riduci la pubblicabilità degli atti, tu non “proteggevi la presunzione d’innocenza”: tu riduci la capacità dei cittadini di capire cosa accade nei palazzi. La discussione sul divieto di pubblicazione delle ordinanze cautelari e sul rapporto tra garanzie e diritto di cronaca è stata esplicitamente inquadrata come “legge bavaglio” da pezzi importanti del mondo giornalistico e sindacale, con l’accusa di comprimere l’informazione.
RSF, già nelle sue valutazioni, richiama proprio questi tentativi di limitazione della copertura giudiziaria.

Sicurezza e intimidazioni: mafia, estremismi, violenza
Qui l’Italia ha una specificità tragica. RSF ricorda esplicitamente le minacce di mafia e di gruppi violenti.
E quando l’intimidazione diventa materiale, non è più teoria: l’attacco contro l’auto di Sigfrido Ranucci, volto di un raro spazio d’inchiesta in tv, è stato raccontato da fonti internazionali come un segnale pesantissimo sul clima che circonda il giornalismo investigativo.
Uno Stato serio, davanti a queste cose, non si limita alla solidarietà di rito: si chiede perché accade e cosa, nel clima pubblico e politico, sta legittimando l’odio verso chi racconta.

Il cuore economico: informazione povera, potere ricco

Qui io vado dritto: un giornalismo povero è un giornalismo addomesticabile. RSF, nel quadro 2025, insiste sul fatto che la fragilità economica è una minaccia centrale alla libertà di stampa.
Se non hai risorse, non fai inchieste lunghe. Se non fai inchieste lunghe, vivi di dichiarazioni. Se vivi di dichiarazioni, il potere diventa la tua fonte e il tuo padrone.

E quando la proprietà si concentra, il pluralismo rischia di diventare scenografia. Non serve che il proprietario telefoni al direttore. Spesso basta che tutti sappiano dove sta il perimetro invisibile del consentito.

La domanda vera: che cos’è, per me, “informazione libera” oggi

Se la riduciamo a “posso dire quello che penso su un social”, abbiamo già perso. Per me l’informazione libera è un’infrastruttura democratica: significa che qualcuno può verificare, documentare, contraddire il potere, e farlo con continuità. Non è un episodio, è un sistema.

E allora torno al punto che mi ossessiona: in Italia il rumore è fortissimo, ma la libertà concreta di fare giornalismo investigativo, di reggere una causa, di non essere isolati, di non vivere sotto minaccia, è un’altra cosa. È lì che misuro il 49º posto: non come una classifica, ma come la fotografia di un paese dove il controllo sul potere è sempre più faticoso, e la narrazione del potere sempre più comoda.

Cosa pretendo, senza retorica, da uno Stato che si dice democratico

Io pretendo manutenzione democratica, non prediche.

Voglio regole e anticorpi contro le querele temerarie e un quadro che riduca davvero l’effetto intimidatorio della diffamazione.
Voglio un servizio pubblico blindato dall’occupazione politica, non “riformato” per diventare più obbediente.
Voglio un bilanciamento serio tra garanzie e diritto di cronaca, senza trasformare le carte in territorio vietato.
Voglio che la sicurezza dei giornalisti sia trattata come sicurezza democratica, non come “rischio del mestiere”.

E voglio, soprattutto, che si smetta di chiamare “libertà” il teatro mediatico. La libertà non è la conferenza stampa con qualche domanda dura, se poi le risposte possono essere costruite su dati sbagliati o parziali e diventare comunque racconto dominante perché troppi le rilanciano senza verifica.

il termometro non è la febbre, ma io non ho più voglia di ignorare l’allarme

Il 49º posto non è una sentenza definitiva sull’Italia. È un allarme. E mi ricorda una cosa semplice: la libertà di stampa non muore solo quando “chiudono un giornale”. Muore quando diventa sconveniente dire la verità. Quando il costo di una notizia supera il suo valore pubblico. Quando la paura entra nelle routine. Quando l’informazione, invece di controllare il potere, lo accompagna.

Per questo io non mi accontento di guardare lo spettacolo. Io guardo la struttura: chi nomina, chi compra, chi querela, chi minaccia, chi controlla il servizio pubblico, chi rende precario chi dovrebbe essere libero. È lì che si decide quanto siamo davvero liberi.

Fonti principali
RSF World Press Freedom Index 2025 (pagina Index e scheda Italia)
RaiNews e ANSA sul ranking 2025 e sul punteggio 68,01
Pagella Politica, fact-checking conferenza stampa di inizio anno (9 gennaio 2026)
Fanpage, analisi critica su dati e narrazione in conferenza stampa
Reuters Institute, analisi su rischi e interferenze sul sistema mediatico italiano
Le Monde su pressioni su media e controllo RAI
AP e The Guardian su attentato all’auto di Ranucci