Gaza: l’orrore che non si può più negare. Infanzia sepolta, verità uccisa, coscienze in fuga

C’è un punto oltre il quale il dolore smette di essere solo umano e si fa politico, storico, imperdonabile. Quel punto è stato superato a Gaza da tempo. Ma ciò che si continua a raccontare, a denunciare, a documentare ogni giorno — contro ogni tentativo di censura — mostra che il fondo dell’orrore non è ancora stato toccato. E che l’umanità, nel senso più pieno del termine, sta collassando sotto il peso dell’indifferenza.

Lattine esplosive e bambini sepolti vivi: quando la crudeltà si fa strategia

Tutto è cominciato con post sussurrati, raccolti da testimoni palestinesi: lattine di cibo lasciate come esche per i civili affamati, modificate per esplodere al contatto o all’apertura. Sembravano favole dell’orrore, facilmente liquidabili come “propaganda”. Eppure, mesi dopo, una cittadina israeliana racconta di aver udito, in metropolitana a Tel Aviv, due soldati ridere di quelle trappole mortali, come se parlassero di scherzi tra ragazzini.

Poi sono arrivate le testimonianze più atroci. Quelle che spezzano anche il più corazzato degli animi: bambini sepolti vivi, con le mani legate dietro la schiena, le grida soffocate sotto le ruspe militari. A raccontarlo è Mark Perlmutter, medico ebreo americano, presidente della World Surgical Foundation, reduce da settimane negli ospedali da campo di Gaza. Le sue parole sono pietre tombali su ogni residua scusa occidentale.

Non è la prima volta: la memoria lunga di Amnesty International

L’orrore a Gaza non è cominciato il 7 ottobre. È sistemico, programmato, reiterato. Lo documentava Amnesty International già nel 2008, con parole che oggi suonano profetiche:

“La morte di così tanti bambini e di altri civili non può essere semplicemente liquidata come ‘danno collaterale’, come sostenuto da Israele. Molte domande rimangono ancora in attesa di risposta.”

All’epoca, almeno 1.400 palestinesi furono uccisi, di cui circa 300 bambini, molti colpiti mentre dormivano, giocavano, stendevano il bucato o si trovavano nei cortili delle loro case. Anche personale medico e ambulanze furono presi di mira. Tutto questo molto prima del 7 ottobre. Era chiaro già allora che non si trattava di errori o incidenti, ma di una strategia.

La missione dei narratori di Gaza: informare per sopravvivere

C’è chi, fin da piccolo, ha capito che l’unico modo per salvare vite in Palestina è raccontare la verità. Come il bambino di 12 anni che sopravvisse a un bombardamento nel 2008 e che da allora scelse la strada del giornalismo. Diventato adulto, ha continuato a documentare il genocidio con coraggio e precisione, fino a quando Israele ha colpito di proposito la tenda stampa presso l’ospedale Al Shifa, uccidendo lui e la sua intera troupe di Al Jazeera.

A giustificare l’omicidio mirato, il solito meccanismo: accusa di terrorismo, basata su fotografie in cui il giornalista era ritratto insieme a esponenti politici del proprio popolo. Come se chi fa il proprio lavoro — in un contesto di occupazione — debba essere considerato un nemico da abbattere.

Chi lavora nei media a Gaza vive sapendo di essere nel mirino dell’IDF. Lascia testamenti, condivide password, si prepara alla morte. Eppure, resta a raccontare. Perché, come i partigiani di ogni tempo, non si può fuggire quando si ha la responsabilità di testimoniare la verità.

Il genocidio sotto censura: l’eliminazione sistematica dei giornalisti

A Gaza non entrano giornalisti occidentali. Israele lo impedisce. Restano solo i palestinesi. E vengono eliminati. Il numero di giornalisti uccisi a Gaza ha superato ogni record storico, anche quello delle guerre del Novecento. Colpiti mentre indossano giubbotti con la scritta “PRESS”, filmati, fotografati, e infine accusati post mortem di essere “militanti”.

Neanche in Cisgiordania, dove Hamas non è presente, la stampa è al sicuro. Shirin Abu Akleh, storica reporter palestinese-americana, è stata assassinata da un cecchino israeliano nel 2022. E come lei, almeno altri 20 giornalisti sono stati colpiti a morte in zone dove non c’erano ostilità attive.

Il progetto di cancellazione: da Gaza a resort di lusso

Il piano è chiaro: non solo sterminare un popolo, ma cancellare la sua memoria e la sua voce. Prima i bombardamenti, poi l’espulsione o l’eliminazione dei sopravvissuti, infine la ricostruzione della Striscia come zona turistica esclusiva per soli israeliani. Un progetto svelato da documenti ufficiali del governo israeliano, con tanto di render architettonici, studi di sviluppo e promozioni turistiche.

Il crimine non si ferma all’annientamento fisico. È anche appropriazione di terra, distruzione della cultura, negazione della storia.

Il doppio standard che uccide

Oggi, chi difende la propria terra viene definito terrorista, mentre chi bombarda ospedali, scuole, ambulanze e campi profughi viene chiamato Stato democratico. Ma non esistono democrazie che seppelliscono vivi i bambini. Non esiste difesa che giustifichi carestie imposte, bombardamenti chirurgici su civili, e omicidi mirati di giornalisti.

La risoluzione ONU 37/43 del 1982 è esplicita: “La lotta dei popoli contro l’occupazione straniera è legittima, anche armata.” Eppure, il mondo chiede ogni giorno alle vittime di giustificarsi, di abiurare, di spiegare perché continuano a esistere, a resistere, a raccontare.

La domanda che resterà impressa nei secoli

Un giorno i bambini ci chiederanno: dove eravate?
Cosa facevate mentre venivano affamati, terrorizzati, bombardati?
Cosa avete detto, scritto, fatto?

Chi oggi tace, chi si volta dall’altra parte, chi continua a parlare di “equidistanza”, chi giustifica o minimizza, ha già scelto da che parte stare. E sarà ricordato come complice. Nessuno potrà dire “non sapevo”.

Perché oggi lo sappiamo. Tutti.

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