Oltre il Referendum: Costruire la Resistenza Popolare per la Pace e la Giustizia Sociale.

Oggi torniamo a resistere. Non da sconfitti, ma da sopravvissuti. Da esseri umani che hanno scelto di non inginocchiarsi davanti alla macchina perfetta dell’oppressione. Da cittadini che non accettano l’indifferenza come destino, né la resa come alternativa. La lotta non è mai stata una moda o una nostalgica celebrazione del passato. È un respiro lungo, spesso silenzioso, ma sempre vivo. È ciò che ci tiene in piedi in tempi come questi, dove il diritto diventa privilegio e la dignità merce.

Il referendum non ha raggiunto il quorum, è vero. Ma chi si ferma alle cifre ignora la profondità di un moto che ha attraversato il Paese. Ha coinvolto milioni di coscienze. Ha aperto un varco nel silenzio mediatico, nel conformismo culturale, nella paura sistemica. Ci hanno detto che eravamo pochi. Ma siamo stati milioni. Milioni di persone che hanno deciso di non girarsi dall’altra parte, che hanno parlato di lavoro, di sicurezza, di cittadinanza, di giustizia.

Questo non è un fallimento. È l’inizio di una nuova fase.
È un’esortazione a trasformare quella spinta in organizzazione, quella rabbia in proposta, quella frustrazione in forza collettiva.

Viviamo in un’epoca in cui il neoliberismo, sotto mentite spoglie di competenza e progresso, ha smantellato i diritti conquistati in oltre un secolo di lotte.
Un’epoca in cui la guerra viene normalizzata, il dissenso represso, la povertà criminalizzata. In cui il padronato esulta, la stampa si fa megafono del potere e i governi approvano decreti che soffocano il dissenso e blindano le città con il manganello.

Tutto questo accade mentre, nel silenzio complice dell’Occidente, a Gaza e in Cisgiordania viene perpetrato un genocidio. Un massacro sistematico e documentato, frutto della convergenza tra potere sionista, suprematismo bianco, interessi militari e colonialismo economico.
Bambini, donne, anziani vengono annientati con la complicità tacita delle democrazie capitaliste. E chi osa parlare, viene accusato, censurato, isolato.

È questo il mondo che vogliamo lasciare ai nostri figli?
Un mondo dove si può morire sotto le bombe mentre l’Europa firma nuovi accordi commerciali con chi le sgancia?
Un mondo dove il profitto viene prima della vita e dove la democrazia è un fastidio da eliminare?

Dobbiamo avere il coraggio di rispondere: No.
Dobbiamo dire con forza che un altro mondo è necessario.
Un mondo che metta al centro le persone, non il capitale. La pace, non le armi. La giustizia sociale, non il privilegio di pochi.

E allora la battaglia non finisce qui.
Anzi, comincia adesso.

Dobbiamo darci uno strumento politico nuovo, ampio, democratico, radicale. Un fronte popolare per la giustizia e la pace, che raccolga l’eredità dei movimenti sociali, la dignità del lavoro, la rabbia dei giovani precari, la lucidità degli anziani resistenti.
Un fronte che non si limiti alla testimonianza, ma costruisca potere dal basso. Che dia voce ai senza voce. Che protegga la Costituzione dai suoi nemici, oggi seduti nei palazzi del potere.

I cinque quesiti referendari devono diventare parte viva di questa piattaforma. Ma non basta.
Dobbiamo affrontare la precarietà esistenziale, i salari da fame, la devastazione ambientale, il razzismo istituzionale, l’apartheid sociale che ci circonda.
Dobbiamo pretendere il diritto al voto per tutti, non il suo restringimento.
Perché stanno già preparando la prossima offensiva: impedire ai poveri di votare, rendere il suffragio un privilegio di classe, una funzione del censo.

I segnali sono chiari:
• attacchi continui al diritto di sciopero;
• censura nei media e nelle università;
• criminalizzazione delle ONG e delle reti solidali;
• trasformazione dei CPR in campi di detenzione etnica;
• campagne per il voto “intelligente”, cioè riservato a chi può dimostrare “merito” o “utilità economica”.

Tutto questo è già iniziato.
È il progetto della nuova reazione internazionale: un mondo blindato, selettivo, autoritario, dove la democrazia è solo di facciata.

Ma noi siamo ancora qui.
E non ci arrendiamo.

Siamo milioni.
Siamo consapevoli.
Siamo pronti a costruire.

Costruire una comunità politica che sappia sognare e agire. Che dica no alla guerra, no al neoliberismo, no al genocidio, e sì alla libertà, alla giustizia, alla solidarietà.

La storia non è finita.
Siamo noi a scriverla.
Con pazienza, con rabbia, con amore.
Per chi è caduto. Per chi lotta.
Per chi verrà dopo di noi.

Noi siamo la Resistenza.
E qui non si arrende nessuno.

“Non delegare, agisci: votare è Resistenza! Difendi la Costituzione, costruisci il futuro”

L’8 e il 9 giugno non sono semplici date sul calendario: sono una chiamata. Una di quelle che non puoi ignorare senza rinnegare qualcosa di profondo, radicato, che fa parte della tua storia, della tua dignità, della tua libertà. Non è il solito invito al voto. È molto di più. È l’occasione per rientrare nella storia dalla porta principale, dopo anni in cui ci hanno chiusi fuori con il pretesto dell’apatia, della sfiducia, del disincanto. Ma stavolta no. Stavolta non possiamo voltarci dall’altra parte.

Perché a essere in gioco non sono soltanto cinque quesiti tecnici: in gioco c’è la nostra coscienza democratica. Si vota per i diritti sul lavoro, per la sicurezza nei cantieri, per ridare speranza a chi è stato licenziato ingiustamente, per combattere la precarietà come condanna sociale. E si vota per dire sì a una cittadinanza che non sia privilegio di sangue, ma riconoscimento del vissuto, dell’identità, della partecipazione alla comunità.

Di fronte a tutto questo, chi invita all’astensione compie un atto di violenza simbolica. Chi suggerisce “non ritirate le schede” sta dicendo: non disturbate i manovratori, lasciate che decidano sempre gli stessi, nei palazzi, nei salotti, nei centri del potere dove la voce popolare è solo rumore di fondo. Ma noi non siamo rumore. Siamo popolo. Siamo Costituzione incarnata.

E allora sì, politicizziamo! Ma nel senso più alto del termine: come esercizio di cittadinanza attiva, come partecipazione reale alla cosa pubblica, come riscatto collettivo. Politicizzare non è piegare a una bandiera, ma rialzare la testa. È dire: “Io ci sono. Io conto. Io decido”.

Non lasciamoci paralizzare dai cinici del disincanto. Non permettiamo che il cinismo vinca sulla speranza. I referendum non sono solo uno strumento tecnico, sono un baluardo residuo di democrazia diretta in un’epoca di esecutivi autoritari e di Parlamento svuotato. Non andare a votare oggi è come aprire le porte al silenzio, alla rassegnazione, alla disumanizzazione della politica.

Nel mentre, a Gaza si consuma un genocidio sotto gli occhi del mondo. E l’Italia tace. Anzi, legittima, protegge, giustifica. Il governo italiano si rifiuta persino di pronunciare parole nette di condanna. Anche per questo dobbiamo essere in piazza, sabato 7 giugno, per gridare “Non in nostro nome!”, e poi alle urne, domenica e lunedì, per scrivere “Sì” cinque volte, per riaffermare che il potere appartiene al popolo, e non a chi lo tradisce ogni giorno dietro sorrisi istituzionali e vuote parole patriottiche.

Il lavoro, la cittadinanza, la dignità, la sicurezza, la giustizia sociale: non sono favori da chiedere, sono diritti da difendere. Ed è con il voto che possiamo ancora farlo, insieme, uniti, orgogliosi.

Perché votare Sì è un atto di resistenza. È un gesto d’amore per chi verrà. È il modo più diretto per applicare quella Costituzione che ci hanno lasciato in eredità partigiani, donne, operai, intellettuali, martiri di un’Italia che ha saputo risorgere.

Non c’è spazio per l’astensione, oggi. Non c’è tempo per la paura. Non c’è alibi per l’indifferenza. Il referendum è la tua voce. Usala.

Invito finale:
L’8 e il 9 giugno non restare a casa. Non lasciare che altri decidano per te. Esci, partecipa, scegli. Vota cinque volte Sì. Perché la libertà non si delega. Si esercita.

’O referendum ’e ll’ate

Addò finisce ogne cosa:
fama, potere, ricchezza e ventagli,
ce sta ’na croce, ’nu marmo, e due tagli:
chi ha campato a fatica… e chi a spese d’ ’e figli.

Era l’otto giugno, ‘ncopp’ a ‘na tomba
’nu viento leggero faceva penzà
e doje voci, tra ’e rose e ’na bomba,
accuminciaro a parlà.

— Scusate, Signoria, si ve disturbammo,
ma ’e votato sì, quanno stavate ncopp’a sta Terra?
Rispose ’o barone, cu’ tono d’allarme:
— Io no, io stavo a Capri, a guarda’ ’a guerra.

— E allura, chell’ che succede mo,
è pure colpa vostra, nun ce sta scusa!
Siete state zitto, quanno se poteva
dicere: “basta, sta legge è ’na musa!”

— Ma io so’ ’n barone! Che me ne importa
si ’o precario more, si ‘o migrante aspetta?
E l’ate, cu ’na faccia scura scura,
j’ arrispunne: — E mo dormimmo ‘ncopp’ a stessa stretta.

’O referendum, pe’ nun dicere ca staje zitto,
è ‘na chiamata, comm’ ’a campana a matina.
E chi nun vote — scusate ’o ditto —
aiuta a fa’ legge pure a ‘na gallina!

E che legge, figliò! Ce stanno cinque cose:
una pe’ ’a sicurezza, una pe’ ’o lavoro,
una pe’ nun fà sfruttà chi s’ ‘ncroce
quann’ ‘o padrone je dice: “Sta’ zitt’ e muore!”

E po’, chill’ d’ ’a cittadinanza,
ca pare ’na favola, ’na pazzia…
ce sta ’nu criaturo che parla italiano
e nun tene manco ‘na patria sua?

Rispose allora, cu ‘na voce fina,
’nu vecchietto ca stava ‘nfaccia a lloro:
— Stateme a sentì, ve prego, è cosa seria,
votate pure pe’ chi nun tene oro.

Chi sta zitt’, cu’ tutta ‘a libertà,
nun è né saggio, né furbo, né astuto…
è comme ’nu morto ca, vivo, se sta a murì
pecché nun dice “no”, nun dice “aiuto”!

E così, tra ’e tombe, se sentette ‘na risa,
’nu vento s’alzò e portò ’na divisa…
ma ‘sta vota, ‘o popolo, cu tutt’ ‘a passione,
ce mise ‘na croce… ma d’indignazione!

Chi dice: “Nun me ne fotte, nun voto!”,
è comme ’o pazzariello ca corre a vuoto.
Ma chi va e vota, e dice “Sì”,
je fa ‘na pernacchia a chi campa accussì.

Referendum 8–9 giugno: Perché voto SÌ al quarto quesito sulla sicurezza nei subappalti e contro le morti sul lavoro

Il quarto quesito referendario è forse il più drammaticamente urgente. Riguarda la vita stessa. Riguarda chi, ogni giorno, esce di casa per andare a lavorare e non sempre fa ritorno. Riguarda le vittime invisibili della produttività a ogni costo. Per questo, io voterò SÌ. Perché non si può più tollerare che il profitto valga più della vita.

Cosa propone il quesito?

Oggi, secondo l’articolo 26, comma 4, del Testo Unico sulla Sicurezza (D.Lgs. 81/2008), un’impresa committente non è responsabile per gli infortuni o le malattie professionali che colpiscono i lavoratori delle ditte appaltatrici o subappaltatrici, quando gli incidenti derivano da “rischi specifici” della loro attività.

In parole semplici: chi affida un lavoro può chiamarsi fuori se qualcosa va storto. Anche se ha beneficiato direttamente di quel lavoro. Anche se avrebbe potuto controllare. Il quarto quesito propone di abrogare questa esclusione di responsabilità, rendendo finalmente corresponsabile il committente.

Perché voto SÌ?

  1. Perché le morti sul lavoro sono una strage quotidiana

Secondo i dati INAIL, solo nel 2024 si sono contati oltre 1.000 morti sul lavoro. Ogni giorno, almeno tre persone perdono la vita mentre lavorano. Nei cantieri, nei magazzini, sui ponteggi, nei campi, nelle fabbriche. Dietro ogni numero c’è un nome, una storia, una famiglia spezzata.

E troppe volte, a morire, sono lavoratori di ditte esterne, subappaltati, assunti con contratti fragili, impiegati in condizioni precarie. Con la normativa attuale, chi affida quei lavori può scrollarsi le spalle. Con il SÌ, dovrà assumersi le proprie responsabilità.

  1. Perché chi appalta deve rispondere di ciò che commissiona

Oggi la catena degli appalti e dei subappalti è una giungla. Ogni livello scarica sull’altro colpe e doveri. L’obbligo di vigilanza spesso resta sulla carta. Ma chi commissiona un lavoro ha il dovere morale e giuridico di verificare che quel lavoro venga svolto in condizioni di sicurezza.

Con il SÌ, il committente non potrà più nascondersi dietro una clausola. Dovrà scegliere imprese serie, pretendere il rispetto delle norme, tutelare ogni vita umana coinvolta nei lavori appaltati.

  1. Perché la sicurezza è un dovere collettivo, non un optional

Negare la responsabilità del committente vuol dire alimentare una cultura dell’impunità. E un Paese dove la sicurezza è una voce di bilancio da tagliare non è un Paese civile. Votare SÌ significa rimettere al centro il valore della vita e della dignità di chi lavora.

  1. Perché la sicurezza non si subappalta

Chi oggi si oppone al referendum o invita all’astensione difende, consapevolmente o meno, uno status quo inaccettabile. Difende una zona grigia dove muoiono gli ultimi, gli appaltati, i precari. Io non voglio più leggere necrologi al posto delle buste paga.

E se vincesse il NO?

Resterebbe in vigore una norma ingiusta e ipocrita. Una norma che solleva chi commissiona da ogni dovere reale. Continueremo a contare i morti, a piangere i caduti sul lavoro senza mai chiederci davvero perché. E soprattutto, senza correggere la radice del problema.

Conclusione

Questo referendum è un grido che viene dal basso. Dai cantieri, dai magazzini, dai silos, dalle impalcature. Viene da chi lavora nel silenzio e nel rischio. Il quarto quesito non è una questione tecnica, è una questione di umanità.

Io voterò SÌ, perché nessuno dovrebbe morire per lavorare.
Perché la vita non è un rischio d’impresa.
Perché la sicurezza non è un lusso.
Perché questo voto non è per altri: è per chi non c’è più.

Referendum 8–9 giugno: Perché voto SÌ al terzo quesito contro l’abuso del lavoro precario

Il lavoro dovrebbe essere il fondamento della Repubblica, come recita l’articolo 1 della nostra Costituzione. Ma da troppo tempo, dietro la parola “flessibilità” si nasconde una realtà brutale: milioni di persone costrette a vivere sospese, senza certezze, in attesa di un rinnovo, di una proroga, di un altro mese. Il terzo quesito del referendum dell’8 e 9 giugno parla proprio a loro, ai precari invisibili. Per questo, io voto SÌ. E invito tutti a fare altrettanto.

Cosa propone il terzo quesito?

Il quesito chiede l’abrogazione di una parte del Decreto Legislativo 81/2015, che consente oggi di stipulare contratti a tempo determinato senza indicare alcuna causale per un periodo fino a 12 mesi. In pratica, il datore di lavoro può assumere una persona con un contratto a termine senza dover spiegare perché non sia a tempo indeterminato.

Questa norma ha aperto la porta all’abuso sistematico del lavoro precario. Oggi il 16,5% dei lavoratori dipendenti ha un contratto a termine, spesso usato come strumento di ricatto: prendi quel che passa il convento, oppure avanti il prossimo.

Votare SÌ significa eliminare questa possibilità, ripristinando l’obbligo di giustificare le assunzioni a termine con esigenze specifiche e temporanee. In altre parole: rendere il precariato di nuovo l’eccezione, non la regola.

Perché voto SÌ?
1. Perché il lavoro non è un favore, ma un diritto

Assumere senza causale, senza un motivo legato all’organizzazione aziendale, significa trasformare il contratto a termine in uno strumento ordinario. Così facendo, si svuota di senso ogni logica di stabilità, si nega il futuro. Io voto SÌ per riportare coerenza tra le parole e i fatti.
2. Perché il precariato uccide la vita sociale

Essere precari significa non poter pianificare nulla: una casa, un figlio, un mutuo, una formazione. Significa vivere a rate, non solo nel portafoglio, ma anche nell’anima. Con il SÌ possiamo arginare questa spirale. Non si cancella il lavoro a termine, ma si costringe chi lo usa ad avere almeno una motivazione seria.
3. Perché la dignità non ha scadenza

Non si può vivere appesi a un foglio che scade ogni due o tre mesi. Non si può essere trattati come tappi da sostituire. Il contratto senza causale è uno strumento che disumanizza. Io voto SÌ perché ogni lavoratore merita rispetto, continuità, valore.
4. Perché si può fare impresa anche rispettando le persone

Non è vero che senza precariato l’impresa muore. L’Italia ha un tessuto produttivo fatto di aziende capaci, che innovano e competono anche senza sfruttare. Votare SÌ è un atto di fiducia in un’economia diversa, più giusta, dove il profitto non si costruisce sulla pelle dei più deboli.

Cosa succede se prevale il NO o non si raggiunge il quorum?

Se il quorum non viene raggiunto o se vincesse il NO, continuerà ad essere possibile assumere senza causale, con contratti a termine “mordi e fuggi”, che non costruiscono nulla. Si rafforzerà ancora di più un modello di mercato del lavoro basato sulla temporaneità e sulla debolezza contrattuale. In sintesi: si conferma la precarietà come norma.

Conclusione

Questo referendum è una chiamata al coraggio. È l’occasione per dire che non vogliamo più vivere in una società in cui il futuro è un lusso e la stabilità un’eccezione.
Io scelgo di votare SÌ al terzo quesito, perché credo che un Paese civile debba garantire certezze, non insicurezza, debba valorizzare il lavoro, non svilirlo.

L’8 e il 9 giugno, non votiamo per altri.
Votiamo per noi. Votiamo per chi lavora e non può più aspettare.

Referendum 8–9 giugno: Perché votare SÌ al secondo quesito sui licenziamenti nelle piccole imprese

L’8 e il 9 giugno siamo chiamati a decidere su cinque referendum che toccano temi fondamentali: il lavoro, la sicurezza, la cittadinanza. Il secondo quesito interviene su una norma che penalizza ingiustamente i lavoratori delle piccole imprese in caso di licenziamento illegittimo. Per questo io sostengo con convinzione il SÌ, perché si tratta di una battaglia di giustizia, equità e dignità.

Cosa prevede il secondo quesito?

Nelle aziende con meno di 16 dipendenti, oggi la legge prevede che, se un lavoratore viene licenziato senza giusta causa, abbia diritto a un’indennità fissa compresa tra 2,5 e 6 mensilità dell’ultima retribuzione. Questo significa che, anche se il licenziamento è riconosciuto come illegittimo, il datore di lavoro se la cava con una cifra bassa e predeterminata.

Il secondo quesito referendario propone di abrogare il limite massimo di questa indennità, lasciando al giudice il potere di decidere – caso per caso – un risarcimento più equo, tenendo conto dell’età, dell’anzianità, della condizione economica e della gravità dell’ingiustizia subita.

Perché votare SÌ?
1. Per affermare l’eguaglianza tra lavoratori
Oggi esistono due categorie di lavoratori: quelli delle grandi imprese, che possono ottenere una tutela più ampia, e quelli delle piccole, che vengono risarciti con il minimo. È una disparità inaccettabile. Votare SÌ significa affermare che tutti i lavoratori, indipendentemente dalle dimensioni dell’impresa, meritano le stesse tutele.
2. Per rafforzare la giustizia del lavoro
L’indennità fissa, oggi prevista, non tiene conto delle reali conseguenze che un licenziamento può avere su una persona. Con il SÌ, sarà un giudice a valutare la situazione e a determinare un risarcimento adeguato. Si passa da una “giustizia automatica” a una “giustizia personalizzata”.
3. Per tutelare i più vulnerabili
I lavoratori delle piccole imprese, spesso meno sindacalizzati e più esposti agli abusi, hanno oggi meno strumenti per difendersi. Votare SÌ è un atto di protezione verso chi è più debole e ha meno voce.
4. Per scoraggiare gli abusi
Un indennizzo proporzionato, deciso dal giudice, ha un effetto deterrente: riduce la tentazione di licenziare senza motivazione. Oggi, al contrario, le imprese sanno di poter “pagare poco” per licenziare anche senza giusta causa.

Cosa succede se prevale il NO o non si raggiunge il quorum?

Resterà in vigore l’attuale sistema, che consente alle imprese di licenziare anche senza ragione, pagando somme basse e predeterminate. I lavoratori delle piccole imprese continueranno a essere considerati lavoratori di serie B. Non ci sarà alcuna valutazione caso per caso, nessuna attenzione alla persona, nessuna giustizia concreta.

Conclusione

Il lavoro non è una concessione, è un diritto. E i diritti non si possono quantificare con due o tre mensilità standard, indipendentemente dalle storie personali. Questo referendum dà finalmente voce a chi oggi non ne ha.

Io voterò SÌ. Per restituire dignità, uguaglianza e giustizia a chi lavora.
Perché questo voto non è per altri: è per noi.
Per chi ha sempre dato tutto, anche in silenzio.
Per chi non ha più paura di chiedere giustizia.

Referendum 8–9 giugno: Perché votare SÌ al primo quesito sui licenziamenti illegittimi

L’8 e il 9 giugno, i cittadini italiani sono chiamati a esprimersi su cinque quesiti referendari che toccano temi fondamentali come il lavoro, la sicurezza e la cittadinanza. Il primo di questi quesiti propone l’abrogazione del Decreto Legislativo n. 23 del 2015, noto come Jobs Act, nella parte relativa ai licenziamenti illegittimi per i lavoratori assunti dopo il 7 marzo 2015. Io sostengo con convinzione il SÌ a questo quesito, ritenendo che rappresenti un passo essenziale verso la giustizia sociale e la tutela dei diritti dei lavoratori.

Cosa prevede il primo quesito referendario?

Il primo quesito propone di abrogare la normativa introdotta dal Jobs Act che, per i lavoratori assunti dal 7 marzo 2015, in caso di licenziamento illegittimo, prevede esclusivamente un indennizzo economico compreso tra 6 e 36 mensilità, senza possibilità di reintegro nel posto di lavoro. Se il referendum avrà esito positivo, si tornerà all’applicazione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, come modificato dalla legge Fornero del 2012, che prevede il reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo, oltre a un risarcimento economico. 

Perché votare SÌ?

Ripristinare la giustizia sul lavoro: Il reintegro nel posto di lavoro rappresenta una forma di tutela reale per il lavoratore ingiustamente licenziato, riconoscendo il valore del lavoro come diritto fondamentale e non come merce negoziabile. Contrastare la precarizzazione: La possibilità per il datore di lavoro di licenziare senza giusta causa, pagando un’indennità, ha contribuito a creare un clima di insicurezza e precarietà tra i lavoratori. Ripristinare il reintegro significa rafforzare la stabilità occupazionale. Tutelare i lavoratori più vulnerabili: Il sistema attuale penalizza soprattutto i lavoratori con minore anzianità, che ricevono indennizzi più bassi e hanno meno possibilità di reinserirsi nel mercato del lavoro. Il ritorno all’articolo 18 garantirebbe una maggiore equità. Promuovere un’economia più sana: Le imprese che rispettano i diritti dei lavoratori e investono nella qualità del lavoro non devono essere penalizzate da una concorrenza sleale basata sullo sfruttamento e sulla facilità di licenziamento.

Le conseguenze di un mancato quorum o di una vittoria del NO

Se il referendum non raggiungerà il quorum o se prevarrà il NO, resterà in vigore l’attuale normativa del Jobs Act, che limita fortemente le tutele per i lavoratori licenziati ingiustamente. Ciò significherebbe mantenere un sistema che ha indebolito il potere contrattuale dei lavoratori e aumentato la precarietà.

Conclusione

Votare SÌ al primo quesito referendario significa scegliere di rafforzare i diritti dei lavoratori, promuovere la giustizia sociale e costruire un mercato del lavoro più equo e sostenibile. È un’occasione per correggere gli errori del passato e per affermare il valore del lavoro come pilastro fondamentale della nostra società.

L’8 e il 9 giugno, votiamo SÌ. Perché questo voto non è per altri: è per noi.

Contro i sognatori: quando lo Stato ha paura della gioventù che sogna giustizia

Ci sono episodi che, se non ci indignano nel profondo, dovrebbero almeno farci aprire gli occhi sulla direzione che ha preso questo governo, il più fascista dei governi della Repubblica sin dal 25 aprile del 45. La vicenda dell’infiltrazione – perché tale è, al di là delle goffe smentite – all’interno dell’ex OPG “Je so’ pazzo”, cuore pulsante di un’attività sociale e politica coraggiosa e radicalmente alternativa, non è un fatto da archiviare come una leggerezza amministrativa o uno “sbandamento amoroso” di un giovane poliziotto.

È un segnale politico. E come tale va letto.

Chi conosce davvero quell’ambiente, chi ha avuto l’onore di attraversare quei corridoi pieni di murales e libri, chi ha ascoltato le voci giovani e determinate di ragazze e ragazzi che hanno scelto di dedicare le proprie vite a combattere le disuguaglianze, a curare le ferite della città, a sostenere chi è stato abbandonato dallo Stato – non può restare in silenzio.

Io stesso ho frequentato l’ex OPG, quando vivevo in provincia di Napoli. Ho visto nascere lì dentro il seme di Potere al Popolo, tra mani sporche di vernice e parole urlate nei megafoni delle assemblee. Non erano terroristi, non erano sovversivi nel senso che vogliono farci credere: erano e sono un baluardo di speranza, un risveglio necessario in un Paese in cui la rassegnazione è diventata disciplina di Stato.

E oggi quello stesso Stato manda un suo agente, con metodi che portano alla memoria della polizia fascista e della sezione OVRA, ovvero la polizia politica del regime, – con la sua vera identità, persino con un profilo social dal quale si poteva risalire facilmente alla sua funzione – a spiare, a sedurre, a vivere dall’interno la quotidianità di chi lotta per una scuola pubblica, per la casa, per il diritto al lavoro, per la Palestina, per la Costituzione.
Che messaggio arriva alle nuove generazioni? Che se sogni, se organizzi un presidio, se leggi Gramsci o ti batti contro il neoliberismo, allora sei un pericolo da monitorare?

Non è una questione giudiziaria, è una questione morale e politica. L’infiltrazione all’OPG, come già accaduto con altri collettivi e centri sociali, dimostra che esiste una chiara volontà di criminalizzare il dissenso politico non violento, soprattutto quando questo dissenso viene da giovani. Non mafiosi, non fascisti, non corrotti: loro non si toccano. Ma chi crede che un altro mondo sia possibile, chi prova a costruirlo dal basso, allora sì, merita la sorveglianza, la manipolazione, la diffamazione.

Viviamo in un Paese in cui si lasciano proliferare indisturbate organizzazioni neofasciste che negano la Resistenza e oltraggiano la memoria delle vittime del fascismo. In cui le norme approvate dal governo strizzano l’occhio ai corrotti e smontano pezzo dopo pezzo la giustizia sociale. In cui i partiti al governo sono complici delle stragi a Gaza, del razzismo istituzionalizzato, della distruzione dei diritti sociali.

Eppure, proprio in questo scenario distopico, si decide di infiltrare chi porta cibo alle famiglie povere, chi organizza doposcuola per i bambini dimenticati dalle istituzioni, chi si batte per un Paese più giusto.

La verità è che questi giovani fanno paura. Perché non sono domabili. Perché non cercano carriere, ma giustizia. Perché non vendono sogni preconfezionati, ma seminano libertà reale. Perché sono l’unica vera alternativa a questo sistema marcio e sempre più autoritario.

Lo Stato, quello che dovrebbe tutelare i diritti e garantire la democrazia, ha smesso da tempo di essere imparziale. Ha scelto di proteggere gli interessi dei potenti, di sorvegliare i fragili e di reprimere chi non si conforma. Ma c’è qualcosa che non potrà mai infiltrare, né spegnere: la coscienza.

E allora, che restino pure romantici, agitati, indisciplinati. Ma veri. Sognatori. Partigiani della Costituzione tradita. La nostra società non solo non può permettersi di perderli: deve proteggerli, ascoltarli, imparare da loro.
Perché senza questi giovani, l’Italia è solo un Paese stanco, che marcisce in silenzio. Con loro, invece, può ancora sperare di tornare a vivere.

“La cittadinanza è appartenenza, non burocrazia: diamo dignità al futuro”

In una democrazia matura, la cittadinanza non può essere ridotta a un premio da elargire a discrezione del potere, né a un lasciapassare per chi ha vinto una lotteria anagrafica. È, invece, un atto di giustizia. Un riconoscimento. Un legame che si stringe tra chi vive, lavora, cresce e contribuisce ogni giorno al bene comune e la comunità che lo accoglie.

L’8 e 9 giugno siamo chiamati a decidere se ridurre da dieci a cinque anni il periodo di residenza necessario per ottenere la cittadinanza italiana. Non è una questione di regole formali, ma di visione del mondo. Non si tratta di “concedere qualcosa”, ma di riconoscere ciò che già è. Di vedere l’altro come parte integrante del nostro presente e del nostro destino.

Nel nostro Paese vivono oltre cinque milioni di stranieri. Molti di loro sono qui da anni, lavorano con noi, pagano le tasse, mandano i figli a scuola, curano i nostri anziani, animano i nostri quartieri, soffrono e gioiscono insieme a noi. Eppure, restano giuridicamente esclusi, confinati in una terra di mezzo, senza pieno accesso ai diritti politici, senza voce, senza rappresentanza, senza radici formalmente riconosciute. Come se la loro appartenenza fosse sospesa in eterno.

Ma non possiamo più permettere che lo sguardo dello Stato sia cieco di fronte a questa realtà. Non possiamo accettare che un giovane nato e cresciuto in Italia venga trattato come straniero nella sua stessa casa. Non possiamo più ignorare l’ingiustizia di chi, pur essendo parte viva della nostra società, continua a vivere nell’ombra dell’irregolarità solo per un cavillo anagrafico.

Votare Sì a questo referendum significa rispondere a una domanda semplice e potente: vogliamo essere una Repubblica che riconosce il valore della presenza, dell’impegno, della convivenza? Oppure vogliamo restare fermi a una concezione ottocentesca della cittadinanza, fondata su sangue e confini, anziché su legami, progetti e responsabilità condivise?

Ridurre gli anni di attesa da dieci a cinque non è un azzardo. È un atto di civiltà. È il riconoscimento di un percorso di vita già compiuto: cinque anni di residenza continuativa, conoscenza della lingua, assenza di condanne, reddito dimostrato. Nessun regalo, ma un giusto equilibrio tra diritti e doveri. E soprattutto, è un investimento sulla coesione sociale, sulla stabilità delle famiglie, sull’integrazione culturale, sull’uguaglianza dei minori.

Chi otterrà la cittadinanza grazie a questa riforma non è un “altro”, ma è già parte di noi. È il nostro vicino di casa, la nostra collega, il compagno di banco di nostro figlio. Persone che chiedono solo di essere riconosciute per quello che già sono: membri della nostra comunità.

Ci raccontano che così si “svende” la cittadinanza. È falso. La si onora, invece, dandole il significato che merita: non barriera, ma ponte. Non esclusione, ma partecipazione. Non proprietà di pochi, ma diritto di chi condivide il destino comune.

In un’epoca segnata da crisi demografica, da divisioni e conflitti, da smarrimento di senso, questo referendum può essere una risposta concreta e umana. Un passo verso un’Italia più giusta, più accogliente, più vera.

Votare Sì significa scegliere la dignità sull’indifferenza. La giustizia sulla paura. Il futuro sulla chiusura.

L’8 e 9 giugno, facciamoci trovare dalla parte giusta della storia.
Votiamo Sì per una cittadinanza che riconosca l’essere umano prima del documento.
Votiamo Sì per un’Italia che non esclude, ma include.
Votiamo Sì perché il futuro ha bisogno di appartenenza, non di burocrazia.

Mario Sommella
– Per chi crede che i diritti non debbano aspettare dieci anni per fiorire.

Il vizio oscuro del potere: l’allergia al diritto e la nostalgia per il comando assoluto

Nel cuore nero del nostro tempo, si fa strada un’ombra lunga e infetta, quella di un potere che rigetta le fondamenta stesse della civiltà democratica per inseguire un sogno autoritario. Un potere che non proviene dai padri della Costituzione, ma dai figli dei suoi carnefici. Un potere che non nasce da chi ha scritto con il sangue e la dignità la Repubblica, ma da chi l’ha sempre disprezzata. È il potere dell’elefantessa Meloni, guida di un governo allergico al diritto, insofferente ai limiti, ossessionato dal controllo e determinato a gettare nella fogna ogni ostacolo posto dalla civiltà giuridica.

Il 22 maggio 2025, Giorgia Meloni ha reso pubblica una lettera collettiva, priva di destinatario ma gravida di significato politico. Con essa, assieme a otto capi di governo europei – tutti provenienti da quell’estrema destra che si traveste da democrazia per meglio colpirla – ha avviato una rivolta senza precedenti contro la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. L’attacco è diretto e sfacciato: la Corte avrebbe osato “limitare” l’azione politica in tema di immigrazione, impedendo espulsioni collettive, respingimenti in mare e deportazioni in Paesi dove si pratica la tortura.

Dietro la maschera di belle parole sullo “Stato di diritto” e la “dignità dell’individuo”, si nasconde la più antica delle menzogne: “Crediamo nei diritti, ma…”. Ma i tempi cambiano. Ma i migranti sono troppi. Ma i giudici sono un ostacolo. Ma noi vogliamo mani libere. È il mantra della restaurazione autoritaria, della regressione giuridica, dell’oblio deliberato della storia. È la negazione del principio fondativo del costituzionalismo moderno: il diritto come limite al potere, non come suo complice.

Questa offensiva non è isolata. È parte di un disegno più ampio, più torbido, più inquietante. La destra di governo, figlia spirituale del fascismo storico, manifesta con sempre maggiore arroganza il desiderio di sottrarre ogni decisione al vaglio del diritto, ogni azione al giudizio della legalità internazionale. È il medesimo impianto ideologico che consente oggi all’Italia di continuare a intrattenere relazioni militari con Israele, malgrado quattro pronunce della Corte Internazionale di Giustizia abbiano riconosciuto violazioni delle misure urgenti contro il genocidio a Gaza. È lo stesso filo rosso che lega l’aggressione ai giudici all’omertà istituzionale verso lo sterminio in Palestina.

C’è un passo che distingue una democrazia da un regime: la possibilità di agire entro i confini della legge, anche quando questa impone limiti scomodi. Quando quei limiti vengono demonizzati, quando si preferisce la forza bruta alla giurisdizione, quando si rispolverano fantasmi del passato con il volto rassicurante della “governabilità”, allora bisogna dirlo senza ambiguità: siamo davanti a un tentativo di restaurazione autoritaria.

La nostra Costituzione, nata dal sangue della Resistenza, stabilisce in modo inequivocabile che l’Italia “ripudia la guerra” e “accoglie i principi del diritto internazionale”. Non sono dichiarazioni d’intenti: sono vincoli. Vincoli che impediscono all’Italia di collaborare con chi commette crimini di guerra. Vincoli che obbligano ogni governo, anche il più reazionario, a rispettare la dignità umana. Vincoli che oggi Meloni e i suoi sodali tentano di spezzare con un ghigno neofascista, rispolverando la retorica del nemico, la propaganda dell’assedio, il culto del sovrano infallibile.

L’elefantessa del potere non dimentica da dove viene. La sua memoria storica è una palude in cui si agitano simboli e nostalgie di un tempo buio, quello del manganello e dell’olio di ricino, quello delle leggi razziali e del confino, quello della guerra fascista e della censura. Questo governo porta impressa una macchia indelebile, la stessa che l’antifascismo storico ha giurato di non lasciare più salire al potere. E invece eccoli: si sono travestiti da democratici, ma restano figliastri di un’ideologia criminale.

Noi non staremo fermi. Non assisteremo in silenzio alla demolizione dello Stato di diritto. Non lasceremo che la civiltà giuridica venga annientata da chi la teme. La nostra risposta sarà costituzionale, ma sarà implacabile. Difenderemo le Carte, i giudici, i diritti, le minoranze, le vittime. Non cederemo un centimetro al nuovo autoritarismo, che indossa i panni del populismo per nascondere la brama di dominio.

Resisteremo. Con le parole e con le azioni. Con la cultura e con la lotta. Con la memoria e con la denuncia. E se necessario, come i partigiani del secolo scorso, sporgeremo le mani nella fogna da cui riemerge oggi il fascismo travestito, e lo ributteremo nel luogo che gli è congeniale.

Perché la Costituzione non è un pezzo di carta. È il giuramento di un popolo che ha scelto di non essere mai più schiavo. E questo giuramento, finché avremo voce, continueremo a pronunciarlo.