Effetto “Serra”: come si soffocano i popoli

Ci sono momenti nella storia in cui l’aria diventa irrespirabile. Non perché manchi ossigeno, ma perché è satura di menzogne, ipocrisie e manipolazioni. Oggi ci troviamo in uno di questi momenti. Si soffoca. Si soffoca sotto il peso di decisioni prese sopra le teste dei popoli, sotto il fumo nero di un’Europa che invece di costruire pace, sceglie di alimentare il fuoco della guerra.

L’ultima mossa di Bruxelles è chiara: 800 miliardi di euro per il riarmo. Per la sanità? Non c’erano soldi. Per la scuola? Sacrifici. Per il lavoro? Austerità. Per i diritti sociali? Le solite prediche sui “bilanci sostenibili”. Ma quando si tratta di produrre armi, improvvisamente i forzieri si spalancano e le casse si riempiono. E lo fanno in poche ore. Senza discussione, senza esitazione. L’Europa che ci bacchettava come bambini quando chiedevamo risorse per la giustizia sociale, ora firma assegni a 11 zeri per un’economia di guerra.

Il grande inganno: spezzare il dissenso

Questa manovra non è solo un colpo mortale alla pace, ma è anche un’arma contro il dissenso. Perché chiunque osi mettere in discussione questa deriva viene frantumato, isolato, relegato ai margini del dibattito pubblico. La strategia è sottile ma letale: frammentare, dividere, indebolire.

Lo vediamo nelle associazioni, nei sindacati, nei movimenti. C’è chi aderisce con entusiasmo alla piazza dell’“Europa unita”, c’è chi partecipa per ribadire un messaggio di pace, c’è chi si dissocia con sgomento, e c’è chi resta paralizzato, incapace di capire se quella sia ancora la sua battaglia o solo una trappola ben orchestrata. La Cgil è spaccata, l’Anpi in subbuglio, l’Arci si tira indietro, le Acli abbracciano la causa. Un caos calcolato, progettato a tavolino per disorientare le masse e annullare qualsiasi possibilità di opposizione strutturata.

L’illusione di un’Europa unita nella difesa della democrazia è stata tradita dal piano ReArm Europe. Altro che democrazia, altro che pace: siamo di fronte alla più grande militarizzazione del continente dai tempi della Guerra Fredda.

La follia della corsa al riarmo

Ci hanno raccontato che la pace si ottiene con le armi. Un assurdo logico, un abominio morale. La verità è un’altra: la guerra è un affare. Un affare sporco, cinico, mostruoso. Il complesso militare-industriale non ha mai smesso di prosperare e ora si prepara a fare il più grande balzo in avanti della sua storia. Chi pagherà? Noi. Con le nostre tasse, con il nostro futuro, con la nostra sicurezza sacrificata sull’altare del profitto.

Ci stanno portando verso il baratro. Non con proclami roboanti, ma con atti concreti. Non ci stanno chiedendo se vogliamo la guerra, ce la stanno imponendo pezzo dopo pezzo, spostando sempre più in là il confine della tollerabilità. Ci hanno abituati prima alle sanzioni, poi alle forniture militari, ora al riarmo totale. Il passo successivo sarà l’intervento diretto?

Se non apriamo gli occhi ora, quando? Se non troviamo la forza di opporci oggi, domani sarà troppo tardi.

Unire le voci, rovesciare la narrazione

Dobbiamo dirlo forte e chiaro: questo non è il nostro futuro. Questa non è la nostra Europa. Noi non vogliamo un continente trasformato in una fabbrica d’armi. Non vogliamo un’economia di guerra, vogliamo un’economia di giustizia. Non vogliamo una società piegata agli interessi delle lobby militari, vogliamo una società che investa nei diritti, nella salute, nell’istruzione, nel benessere collettivo.

Un’unica voce, un unico messaggio, un’unica battaglia: basta con questa follia! Chi si arrende alla logica del riarmo è complice di un sistema che ci sta portando alla distruzione.

Non possiamo più restare immobili. Dobbiamo unirci e cacciarli via. Prima che sia troppo tardi.

Sabato 15 marzo: un’altra Piazza sta nascendo

Mentre l’Europa apre le sue casse al riarmo e soffoca ogni voce contraria, noi diciamo NO. Non ci facciamo ingannare, non ci facciamo dividere, non ci facciamo spezzare.

Sabato 15 marzo, a Piazza Barberini, nascerà un nuovo spazio di resistenza. Una piazza per chi rifiuta l’Europa della guerra e rivendica un’Europa della pace, della giustizia sociale, dei diritti.

Saremo lì per denunciare lo scandalo degli 800 miliardi per le armi, mentre per la sanità, l’istruzione e il lavoro ci hanno sempre raccontato che “non ci sono risorse”. Saremo lì per dire che questa Europa non è la nostra Europa. Non vogliamo essere complici di chi ci sta trascinando nel baratro.

Dobbiamo unirci, perché divisi ci soffocano, uniti possiamo fermarli. Scendiamo in piazza. Facciamo sentire la nostra voce. Prima che sia troppo tardi.

Polly-tiche di Riarmo: I Polli che Pagano il Prezzo delle Follie Globali

Il recente annuncio del piano di riarmo europeo, un’iniziativa da 800 miliardi di euro, ha suscitato non poche perplessità. Da una parte si invoca la necessità di rafforzare la difesa del continente, dall’altra si intravede l’ennesimo canale dorato verso le casse delle grandi industrie belliche, molte delle quali a stelle e strisce. Non è un mistero, infatti, che gran parte di questi fondi finirà nei forzieri delle multinazionali americane, alimentando un meccanismo rodato che sotto la patina della sicurezza cela ben altri obiettivi: profitto unilaterale e consolidamento di precise dinamiche geopolitiche.

Il paradosso è evidente. Per anni ci hanno raccontato che le casse pubbliche erano vuote, che il debito pubblico era un mostro da tenere a bada con le catene dell’austerità. Ogni richiesta di fondi per sanità, istruzione o welfare si schiantava contro il muro dei parametri di bilancio e dei vincoli europei. Ma, quasi per magia, di fronte alla necessità di riarmo, ecco che le risorse saltano fuori. I rubinetti del denaro pubblico si aprono generosamente, come se improvvisamente i conti non fossero più un problema. Questa incoerenza stride, e la domanda sorge spontanea: perché i soldi sono sempre pochi quando si tratta del benessere dei cittadini, ma diventano improvvisamente abbondanti quando c’è da finanziare nuove armi?

Il cittadino medio, intanto, continua a pagare. Cambiano i governi, cambiano le facce, ma il copione resta immutato. Che si voti a destra o a sinistra, le politiche economiche e internazionali seguono spesso la stessa traiettoria. Il voto sembra essere diventato un rituale vuoto, una parvenza di partecipazione che maschera una sostanziale impotenza. L’illusione della scelta democratica, in realtà, nasconde un sistema in cui le decisioni cruciali vengono prese lontano dalle urne, nei salotti del potere finanziario e industriale. Un gioco delle parti in cui i veri padroni del mondo, protetti dalle torri d’avorio della finanza globale, continuano a muovere i fili senza che nulla cambi davvero.

Siamo passati dall’essere sudditi di re e imperatori all’essere cittadini di moderne democrazie, o almeno così ci hanno fatto credere. La verità è che il sistema ha semplicemente raffinato i suoi metodi di controllo. Se un tempo il potere si imponeva con la forza, oggi si esercita con la persuasione e la manipolazione. Non siamo più sudditi, ma consumatori. Il nostro valore non sta più nella partecipazione alla vita pubblica, ma nella capacità di sostenere un’economia basata sul consumo incessante. E ora ci viene chiesto qualcosa di più: non solo consumare, ma anche sostenere, direttamente o indirettamente, le avventure belliche decise sopra le nostre teste.

Non è un caso che alcuni studiosi abbiano definito questa fase storica come “neo-feudalesimo”. Un sistema dove, proprio come nel Medioevo, una ristretta élite possiede le risorse e detta le regole, mentre la massa viene mantenuta in una condizione di sudditanza. Cambiano le forme, ma non la sostanza: al posto dei castelli ci sono i grattacieli delle multinazionali, al posto dei signori feudali ci sono i CEO delle grandi corporazioni, e noi, i nuovi servi della gleba, siamo legati non più alla terra, ma al consumo, al debito e, se serve, anche alla guerra. Questo neo-feudalesimo moderno ha affinato i suoi strumenti: non più catene di ferro, ma catene invisibili fatte di marketing, narrazioni mediatiche e cicli di crisi senza fine.

E mentre ci illudiamo di essere liberi, continuiamo a girare come criceti su una ruota, inseguendo un benessere che si allontana sempre di più. È un grande esperimento sociale, un test continuo sulla nostra resistenza alla stupidità. Ci stanno facendo ingoiare di tutto, fango compreso, raccontandoci che è per il nostro bene. Ogni crisi, ogni emergenza, diventa un’occasione per un nuovo esperimento: fino a che punto siamo disposti ad accettare decisioni palesemente contrarie ai nostri interessi? Quanto ancora ci lasceremo trascinare, come “Polly”, i polli perfetti, pronti a credere a qualsiasi narrativa ci venga proposta?

Addirittura, ci viene concessa la libertà di esprimerci, un’illusione ben confezionata per alimentare il mito della democrazia. Ma questa libertà è monitorata, regolata e concessa solo fino a quando il flusso delle informazioni rimane sotto controllo. Sanno perfettamente come orientare le masse, come distrarle, come renderle innocue. E se un giorno la voce delle persone diventasse troppo forte, se l’informazione sfuggisse al loro controllo, allora non esiterebbero a chiudere anche questa piccola valvola di sfogo. Ci tolgono il bavaglio solo perché sanno che, finché le nostre parole non scalfiscono il sistema, sono innocue. Ma il giorno in cui la parola dovesse trasformarsi in azione, non ci penseranno due volte a spegnere la luce.

Ma la parabola dell’inganno non si ferma qui. Dopo averci sfruttato come polli da batteria, spremendoci fino all’osso, il sistema ha in serbo per noi un’ulteriore umiliazione: la divisa. Proprio così, quando ormai siamo stati frantumati e resi docili, arriva il momento di essere vestiti da soldati, mandati a morire in guerre che non ci appartengono. E lo facciamo marciando a passo militare, senza fiatare, obbedendo ciecamente come automi, come polli di batteria che si avviano al macello. È il perfetto coronamento di un processo di spersonalizzazione, dove non siamo più individui, ma semplici numeri da spostare sul grande scacchiere delle strategie globali.

Forse la vera domanda non è se ci sveglieremo, ma quando. Quando inizieremo a mettere in discussione questo sistema che ci tratta come sudditi travestiti da elettori? Quando decideremo di fermare questa infernale ruota e rivendicare il nostro ruolo di cittadini consapevoli, non solo di consumatori o sudditi? Il mondo ha bisogno di un risveglio collettivo, di una consapevolezza nuova che ci permetta di vedere oltre la cortina fumogena delle promesse e delle paure. Solo allora potremo sperare di costruire una società davvero libera, giusta e in pace, dove le scelte vengano fatte per il bene comune e non per gli interessi di pochi.

L’Europa non ha bisogno di armi nucleari, ma di diplomazia. Un dialogo con la Russia è indispensabile per la pace.

L’Europa è di nuovo sull’orlo di un abisso. Non è la prima volta e, purtroppo, non sarà l’ultima, se non si imbocca un radicale cambio di rotta. Il dibattito di questi giorni sulla deterrenza nucleare, agitato da leader come Emmanuel Macron, Kaja Kallas e Ursula von der Leyen, dimostra quanto il continente sia intrappolato in una spirale pericolosa. Si invoca l’atomica come se fosse uno scudo protettivo, quando in realtà rischia di trasformarsi in una miccia accesa. Serve una riflessione lucida: l’Europa non ha bisogno di nuove testate nucleari, ma di una politica estera autonoma, matura e finalmente orientata alla diplomazia. E di un dialogo con la Russia, senza demonizzazioni ideologiche.

L’economista Jeffrey Sachs, voce autorevole e scomoda, lo ha detto chiaramente: questa guerra è figlia dell’arroganza strategica statunitense, di trent’anni di scelte fallimentari che hanno spinto la NATO a est, verso i confini russi. Una politica miope, che ha ignorato ogni appello al dialogo e ha alimentato un clima di sospetto e ostilità. Ora, con gli Stati Uniti decisi a porre fine al conflitto ucraino sotto la presidenza Trump, tocca all’Europa assumersi le sue responsabilità. Invece, Bruxelles sembra bloccata in una coazione a ripetere: si continua a parlare di deterrenza, si ipotizza un riarmo nucleare continentale, si soffia sul fuoco di una contrapposizione inutile e pericolosa.

È una strategia suicida. Perché l’Europa e la Russia non hanno ragioni oggettive per farsi la guerra. Sono partner naturali, storici, economici, culturali. A dividerle è stato solo il bellicismo imposto da scelte atlantiche che oggi mostrano tutte le loro crepe. Eppure, si continua a ragionare con le categorie della Guerra Fredda, quando la priorità dovrebbe essere il ritorno alla normalità diplomatica. La sicurezza dell’Europa non può basarsi sull’atomica francese o su una nuova corsa agli armamenti. La sicurezza si costruisce con la fiducia reciproca, con negoziati seri che affrontino i temi concreti della sicurezza e della cooperazione economica.

Le parole di Sachs suonano come un ammonimento: se Bruxelles continuerà a seguire la linea massimalista di alcuni suoi leader, si scivolerà in una crisi irreversibile con Mosca. E se l’Europa e Kiev rifiuteranno la pace, sarà l’Ucraina a pagare il prezzo più alto, rischiando persino la propria sovranità. La strada della neutralità strategica per l’Ucraina – sostenuta dalle Nazioni Unite e accompagnata da garanzie internazionali – è oggi l’unica soluzione realistica per chiudere questa tragedia. Continuare ad alimentare illusioni di vittoria totale non è solo illogico: è irresponsabile.

Questa guerra è stata un tragico errore. Un errore di cui gli Stati Uniti sono stati i principali artefici, ma che l’Europa ha accettato senza fiatare. Adesso, paradossalmente, è Washington che sembra cercare una via d’uscita, mentre l’Unione Europea resta aggrappata a una visione anacronistica e autolesionista. Se l’Europa vuole davvero garantirsi un futuro sicuro, dovrà smettere di inseguire fantasmi nucleari e iniziare a costruire ponti con il suo vicino orientale.

Il tempo è poco. Il rischio di escalation è reale. Ma è altrettanto reale la possibilità di mettere fine al conflitto e ricominciare un percorso di pace e cooperazione. Non sarà semplice, ma è l’unica strada sensata. Serve coraggio. Serve lungimiranza. Serve diplomazia. Non altre armi.

Dai vincoli di bilancio al riarmo: il grande inganno delle élite europee

C’è una frase di Albert Einstein che oggi risuona come una condanna storica:

“Non so con quali armi si combatterà la Terza guerra mondiale, ma so che la Quarta si combatterà con bastoni e pietre.”

Questa profezia non è più solo una riflessione sul futuro, ma una descrizione sinistra del presente. Perché la Terza guerra mondiale, in un certo senso, è già in corso. Non è (ancora) una guerra combattuta con eserciti che si fronteggiano in campo aperto su scala globale, ma è una guerra condotta dalle élite contro i popoli. Una guerra finanziaria, economica, ideologica, che ha un solo obiettivo: mantenere il controllo assoluto sulle risorse e sulle vite di miliardi di persone.

Il paradosso dell’austerità: 25 anni di sacrifici… per cosa?

Per un quarto di secolo, i popoli europei hanno subito il martellante mantra del rigore. Il patto di stabilità, il rispetto dei parametri di Maastricht, il contenimento della spesa pubblica, i tagli al welfare, le privatizzazioni selvagge. Ogni richiesta di investimenti in sanità, istruzione, pensioni o salari veniva respinta con la solita giustificazione: “Non ci sono soldi”.

Ma oggi scopriamo che le casse si aprono. Non per salvare i cittadini, ma per finanziare l’industria bellica. Ottocento miliardi di euro: questa è la cifra che l’Europa è disposta a spendere per un riarmo senza precedenti.

Dove sono finiti i dogmi dell’austerità? Dove sono le prediche sulla responsabilità finanziaria? La verità è che il rigore vale solo quando si tratta di impedire ai popoli di avere un’esistenza dignitosa. Quando invece c’è da alimentare la macchina della guerra, il denaro scorre a fiumi.

La guerra infinita: un’industria che non conosce crisi

Non è un caso che tutto questo avvenga oggi. L’industria bellica è uno dei pochi settori che non conosce crisi, anzi, prospera sulle tensioni internazionali. Le élite occidentali hanno bisogno di un nemico per giustificare il loro potere e le loro spese folli. Dopo il terrorismo islamico, dopo la crisi finanziaria, ora è il turno dello scontro con la Russia e la Cina.

E mentre i popoli si impoveriscono, le grandi aziende della difesa — Lockheed Martin, Rheinmetall, Leonardo, BAE Systems — vedono crescere i loro profitti. Tutto a spese di chi, fino a ieri, si sentiva dire che doveva stringere la cinghia per il bene comune.

Dove ci porterà tutto questo?

Il riarmo non porterà pace, ma solo nuova distruzione. E chi pagherà il prezzo più alto saranno sempre gli stessi: i lavoratori, le classi medie e povere, i giovani senza futuro, gli anziani abbandonati. Questa guerra silenziosa, combattuta con armi economiche e politiche, è già in corso.

Einstein aveva ragione: se non fermiamo questa follia, un giorno ci ritroveremo a combattere con bastoni e pietre. Non perché sia inevitabile, ma perché chi ci governa sta portando il mondo proprio in quella direzione.

È ora di dire basta.

L’illusione della pace: l’Europa sceglie la strada del riarmo

Il recente vertice straordinario dell’Unione Europea sulla difesa ha sancito l’adesione di 26 Stati membri (con l’eccezione dell’Ungheria) a una dichiarazione che definisce i cinque principi fondamentali per una “pace giusta” in Ucraina. Parallelamente, è stato dato il via libera al piano ReArm Europe, promosso da Ursula von der Leyen, che punta a rafforzare l’industria bellica del continente.

Sulla carta, questi principi sembrano ragionevoli: nessun negoziato senza l’Ucraina, coinvolgimento dell’Europa nella sicurezza regionale, cessate il fuoco solo nel contesto di un accordo di pace globale, garanzie di sicurezza per Kiev e rispetto dell’integrità territoriale del paese. Tuttavia, un’analisi più approfondita mostra come questa dichiarazione rappresenti più un rafforzamento della linea dura che una reale apertura alla diplomazia.

Un’Europa che parla di pace, ma prepara la guerra

Dall’inizio del conflitto, l’UE ha seguito una politica che, al di là della retorica, ha alimentato l’escalation militare. Il sostegno finanziario e militare all’Ucraina, pur comprensibile in un’ottica di solidarietà, ha progressivamente trasformato il conflitto in una guerra per procura tra NATO e Russia. Ora, con il piano ReArm, l’Europa compie un ulteriore passo nella stessa direzione: invece di investire nella diplomazia, investe nell’industria delle armi.

Questo approccio ignora due realtà fondamentali:

1. L’impossibilità di una vittoria totale – La Russia non accetterà mai di ritirarsi dai territori occupati senza ottenere qualcosa in cambio. Continuare a pretendere il ripristino dell’integrità territoriale ucraina senza considerare il quadro politico e strategico significa perpetuare il conflitto.

2. La volontà di pace dei cittadini europei – I sondaggi indicano chiaramente che la maggioranza della popolazione europea non vuole un’escalation bellica. Eppure, le leadership politiche sembrano ignorare questo segnale, proseguendo sulla strada del riarmo.

Ma mentre i grandi colossi dell’industria bellica stanno già sfregando le mani per i profitti miliardari che otterranno grazie a questa nuova corsa al riarmo, la maggioranza della popolazione europea piangerà lacrime di sangue. Il prezzo di questa politica militarista sarà pagato con i tagli al welfare, alle pensioni, all’istruzione, alla sanità e ai servizi pubblici essenziali.

Gli stessi governi che oggi giustificano il riarmo con la necessità di difendersi dal “pericolo russo” sono gli stessi che negli ultimi anni hanno imposto sacrifici ai cittadini in nome della stabilità finanziaria, riducendo le risorse destinate ai bisogni fondamentali delle persone. Ora, improvvisamente, per le armi i soldi ci sono. Per la pace sociale, invece, no.

Le vere soluzioni per una pace sostenibile

Se l’obiettivo fosse davvero la pace, l’UE dovrebbe adottare un approccio differente, basato su questi punti chiave:

• Mediatori neutrali – Un negoziato efficace dovrebbe coinvolgere attori non direttamente coinvolti nel conflitto, come la Cina, la Turchia o l’India.

• Compromesso territoriale – Sebbene impopolare in Occidente, è irrealistico pensare che la Russia si ritiri senza condizioni. È necessario trovare un equilibrio tra il diritto dell’Ucraina alla sovranità e le esigenze di sicurezza della Russia.

• Status neutrale per Kiev – Un’Ucraina non allineata, fuori dalla NATO, potrebbe rappresentare una soluzione che garantisce stabilità senza esacerbare le tensioni geopolitiche.

• Garanzie di sicurezza reciproche – Non solo per l’Ucraina, ma anche per la Russia, per evitare un futuro ritorno alla guerra.

• Stop alla corsa al riarmo – Se l’Europa vuole essere promotrice di pace, deve smettere di agire come un blocco militare e investire nella diplomazia e nella ricostruzione.

Conclusione: una pace costruita, non imposta

Il documento dell’UE appare più come un manifesto politico che come una vera proposta di pace. Parlare di negoziati mentre si promuove il riarmo è una contraddizione evidente. Se l’Europa vuole davvero essere un attore di pace, deve abbandonare la logica del confronto e tornare a essere un soggetto diplomatico capace di mediare soluzioni realistiche e sostenibili.

Oggi l’UE ha scelto la via del riarmo. Ma la vera domanda è: questa è la volontà dei cittadini europei? O è solo la strategia delle élite politiche e industriali che vedono la guerra come un’opportunità economica e geopolitica?

CONTROCANTO15 marzo: “Preferirei di no” di: Marco Revelli

Come il Bartleby di Melville, alla chiamata in piazza di Michele Serra rispondo “Preferirei di no”. Perché nella migliore delle ipotesi il suo “Manifesto” di convocazione è un fervorino vuoto, zeppo solo di velleitaria retorica (un po’ come quelli che il padre di Enrico, detestabile per servile conformismo, rivolgeva allo zelante figliolo nel celebre Cuore deamicisiano), con l’unico riferimento valoriale a una libertà evocata in termini tanto generici da poter essere fatta propria da chiunque, persino dal pistolero hillbilly JD Vance nella sua reprimenda di Monaco. Nella peggiore perché suona come un orrendo grido di guerra, a sostegno delle recenti dissennate iniziative di un establishment europeo che sembra solo preoccupato di proseguire questo inutile massacro di giovani ucraini e di liquidare quell’embrione – giusto un minuscolo spiraglio – di dialogo tra Washington e Mosca. Dialogo tra due criminali, certo, ma ognuno carico di testate nucleari capaci di distruggere più volte il pianeta, per cui è comunque preferibile che si parlino piuttosto che si combattano a colpi di bombe atomiche.

L’Europa, quella per cui valeva la pena mobilitarsi – non dico “morire”, parola d’ordine di tutti i nazionalismi, locali o continentali, ma per lo meno sperare -, non c’è più. Continuare a illudersi sulla sua presenza ricorda, penosamente, quel fenomeno che in campo psichiatrico si chiama phantom limbo syndrome, ovvero la “sindrome dell’arto fantasma”, e colpisce chi dopo un’amputazione continua a percepire sensazioni tattili, dal prurito al tocco leggero fino al dolore, come se il piede o il braccio mancanti fossero ancora al loro posto. “L’Unione europea è cerebralmente defunta”, ha scritto in questi giorni Lucio Caracciolo, uno che sa di cosa parla contrariamente a chi si limita a discettare disteso in un’amaca. La sua leadership – la peggiore di sempre -, non è stata nemmeno capace di cogliere la sfida esistenziale che questa orribile guerra rappresenta per la sua sopravvivenza come entità terza nel confronto tra due potenze imperiali declinanti (e per questo tanto più pericolose). Non ha mosso un dito per impedire che scoppiasse (ed era possibile e doveroso tentare). E in tre anni di massacro crescente non ha preso un’iniziativa, non una sola, per affermare l’intelligenza dell’azione diplomatica contro l’inerzia ottusa dello strepito delle armi. Nell’illusione – rivelatasi falsa – che la potenza dell’impero (declinante) americano avrebbe garantito la vittoria sull’impero (declinato) russo, e magari la possibilità di appropriarsi delle risorse di questo, si è appiattita sul pensiero (si fa per dire) e sulle

2 marzo 2025 – Summit di Londra
parole dei vari Stoltenberg e Sullivan fino a confondersene. Ora che l’ombrello americano è scomparso e che l’Atlantico da mare interno è diventato di colpo un oceano immenso, si agita nel vuoto infilando a raffica una serie impressionante di sproloqui e di atti mancati, come i summit di Parigi e soprattutto di Londra, dove iconicamente l’Europa appariva come una sorta di bizzarro patchwork in cui accanto a meno della metà dei suoi membri sedevano stati tipo il Canada la Turchia o il Regno Unito post-brexit e individui come Rutte o altri ospiti non paganti. Come se avessero ancora dietro di sé la potenza militare del Pentagono e le risorse finanziarie dell’America, continuano quasi per riflesso pavloviano a ripetere il vecchio tormentone del sostegno a Kiev “whenever it tekes”, della inevitabile “vittoria finale”, dell’incrollabile resistenza… Prove reiterate di inconsistenza e disordine mentale che giustificano la sarcastica affermazione di un altro che sa di cosa parla, il generale Fabio Mini, il quale così descrive la condizione di questa Europa mutilata tragicamente inconsapevole della propria condizione: “Quella in corso tra Russia, Usa e Cina sul tavolo verde ucraino è una sorta di partita a tressette col morto o una a poker col ‘pollo’ e all’Europa toccano questi due ruoli. A tressette il morto non gioca e neanche si siede al tavolo, a poker ‘se nella prima mezzora non hai capito chi è il pollo vuol dire che sei tu’”.

Per non parlare degli ineffabili opinion leader dei media mainstream, quelli che ancora alla metà di febbraio, a giochi ormai fatti, avevano il coraggio di scrivere che “Zelensky scommette sul collasso russo. L’economia di Mosca comincia a scricchiolare” (così Anna Zafesova il 16 febbraio”). O che, come gli editorialisti del “Foglio”, proclamavano il dovere di “sostenere Kiev anche senza Trump”, denunciando “il disonore che si vede a occhio nudo” sul volto di quanti non ci stanno. O chi ancora, come Mario Giro su “Domani”, si confortava proclamando con toni stentorei che “i tre imperi sbagliano a sottovalutare l’Ue”, e assomiglia tanto a chi, persosi al buio in un bosco grida forte per farsi coraggio. Tutti insieme, politici e gazzettieri, ricordano tristemente quel personaggio ariostesco che “del colpo non accorto, andava combattendo, ed era morto”…

15 marzoDunque, dovremmo impegnarci a ”vincere o morire” per quest’Europa che sta deliberatamente e accanitamente rovesciando, ad uno ad uno, tutti i propri principii fondativi (quelli, per intenderci, del “Manifesto di Ventotene”) per seguire le alcinesche seduzioni della baronessina Ursula von der Leyen appena uscita dal salotto di nonna Speranza col ghigno feroce in faccia e le braccia colme di ordigni bellici a proclamare il folle progetto di militarizzazione integrale del continente col suo ReArm Europe (che solo a sentirlo pronunciare evoca stridor di denti), piano da 800 miliardi di euro in armamenti, la sua “Banca del riarmo”, le sue orrifiche immagini di istrici d’acciaio e di debiti fuori bilancio purché finalizzati alla distruzione. Quest’Europa che aveva rifiutato come la peste gli EuroBond necessari a difendere quel che restava del suo welfare ma che accetta senza batter ciglio gli EuroBomb necessari a finanziare il futuro warfare. La stessa Europa che concepisce la folle idea di sequestrare i conti russi depositati nella sue banche rischiando di sfasciare l’intero sistema bancario globale. E che da tre anni ha continuato a imporre sanzioni boomerang che ne hanno strangolato l’economia e disseccato le già esauste possibilità di sostenere la spesa sociale, lasciandosi nel contempo tagliare la giugulare del Nord Steam 2 senza neppure un fiato… E’ vero che nelle ultime ore lo stesso apprendista stregone che ha evocato la manifestazione del 15, sulle pagine dello stesso giornale che ne ha fatto da grancassa, ha provato a prendere le distanze dai deliri della von der Leyen, e che i sindacati che vi hanno aderito hanno definito inaccettabile il suo piano di riarmo. Ma ci ha pensato un ineffabile Paolo Mieli, dal megafono di “Otto e mezzo”, a smentirli, chiarendo che c’è una sola Europa, quella “della von der Leyen, un’altra non c’è”. E proclamando urbi et orbi che lui a quell’adunata di volonterosi in Piazza del popolo ci andrà, perché “l’Europa sia armata e prenda il posto lasciato libero da Trump”. Punto. E temo che la sua sia l’interpretazione autentica del significato che – volenti o nolenti i suoi animatori – quella manifestazione assumerà nella confusa agorà pubblica.

Mi spiace dirlo in termini così espliciti, ma riempire Piazza del Popolo in giorni come questi significa inevitabilmente esprimere il proprio sostegno a questo gruppo di eurocrati falliti, desiderosi di guerra e indifferenti alle sofferenze a alla morte di massa di chi è costretto a combatterla, colpevolmente impegnati nella metamorfosi regressiva dall’Europa sociale degli ideali di ieri all’Europa armata della realtà di oggi. Sono loro, purtroppo, che rappresentano l’Europa reale in contrapposizione frontale all’Europa ideale che ci aveva coinvolti in un tempo ormai lontano. Mi rendo conto di quanto sia difficile ri-orientarsi nel pieno di un mutamento così radicale e veloce. Il mondo si è effettivamente capovolto nel giro di poche settimane, per certi versi di pochi giorni. I tedeschi usano il termine “achsen-zeit” – “epoche assiali” – per definire i tempi in cui il mondo ruota di 180 gradi sul proprio asse, e tutti i riferimenti mutano di posto e di segno. Bene e male, giusto e ingiusto, amico e nemico, virtù e vizio, i termini polari di tutte le antitesi si scambiano di posizione. Ne è un sintomo la moltiplicazione dei paradossi. Come quello, ad esempio, per cui gli argomenti dei critici della guerra definiti fino a ieri spregiativamente come “anti-americani” si ripresentano oggi come “Voce dell’America” senza che nessuno faccia un plissé. O il vecchio insulto di “putiniano” rivolto ai fautori della pace viene sostituito del nuovo termine invalidante “trumpiano” senza che nella transizione semantica da un Capo all’altro delle due Super-potenze simbolo dell’antitesi, si sia perso neppure un grammo della carica deprecatoria dell’evocazione. Un esempio per certi versi insuperato di una simile meccanica del disorientamento è costituito dal celebre episodio di Tutti a casa, il film di Luigi Comencini sull’8 settembre, in cui il sottotenente di complemento interpretato da Alberto Sordi, di fronte alla pattuglia tedesca che apre il fuoco contro il suo reparto divenuto appunto nemico per effetto dell’armistizio, si attacca al telefono pronunciando la fatidica frase “Signor colonnello, è successo un fatto incredibile. I tedeschi si sono alleati agli americani”.

E’ dunque ben comprensibile lo sconcerto, il vero e proprio disorientamento, con cui molti di noi si muovono nella nuova realtà. Per usare ancora una metafora clinica, ricorda per molti versi quello che i medici militari nella prima guerra mondiale chiamarono Shell schock – “schock da granata” – intendendo con ciò il disturbo che colpiva i soldati vittime di esplosioni ravvicinate con forme di amnesia, perdita di senso della realtà, torpore emotivo, rimozione degli orrori della guerra. In molti casi furono sospettati di simulazione per evitare il ritorno al fronte. In altri vennero derisoriamente chiamati “scemi di guerra”. Ma il loro, mutatis mutandis ovviamente, e in contesto ben meno drammatico, è un comportamento simile a quello di chi, soprattutto nelle file della residua sinistra, di fronte all’esplosione che ha diviso il tempo nel famigerato febbraio 2022 e poi, in scia, il 4 novembre del ‘24, non sa più bene come collocarsi, perde il riferimento ai valori fondanti – la Pace in primis – e alla stessa realtà che lo circonda, è tentato, come si è detto, di aggrapparsi a leader bolsi o cinici, s’illude che il trauma dell’assenza (dell’Europa in primo luogo) possa essere facilmente superato o rimosso, che il mondo ben ordinato dell’altro-ieri – quello in cui le democrazie erano democrazie e le dittature dittature – possa essere restaurato dagli stessi che hanno contribuito a distruggerlo. Quanto prima si supererà quel trauma, tanto meglio sarà.

Naturalmente in tutto ciò la presenza di Donald Trump svolge un ruolo di primo piano. In quanto indiscutibile “figura del Male” contribuisce in modo fondante alla costruzione della scena in cui si svolge l’azione corale. E’ la sua negatività ontologica – ovvero radicata nel suo stesso essere – a spingere istintivamente chi ha sempre militato nel nostro campo sul fronte a lui integralmente opposto. A farci dire che nello spazio in cui sta lui – “per la contraddizion che nol consente” – non possiamo stare noi, fosse pure quello lo spazio della tanto invocata trattativa. Nello stesso tempo, in quanto forma del negativo, mette il scena l’ontologica negatività del reale, del reale nudo, senza i veli pietosi delle rappresentazioni edificanti e manipolatorie. Disvela “verità” innominabili. Come quando dice a Zelensky che l’Ucraina ha perso, e all’Occidente che la Nato ha perso, che la Russia può essere sconfitta solo a colpi di bombe atomiche, e che accanirsi a combattere significa “giocare con la Third World War”, e a noi turba il modo brutale e vessatorio che usa ma non possiamo negare che tutto ciò sia vero (lo ha detto bene Cacciari “Trump dice brutalmente e senza ipocrisia alcune cose che tutti sanno: per caso qualcuno aveva creduto che l’Ucraina potesse da sola sconfiggere la Russia sul terreno? O che gli Stati Uniti potessero fare una guerra mondiale per l’Ucraina? Perché se vuoi vincere la Russia devi fare la guerra mondiale”). Allo stesso modo con l’osceno filmato sulla striscia di Gaza ridotta a Resort di lusso, la sua statua d’oro, i miliardari sdraiati sulla terra che nasconde migliaia di cadaveri a prendere il sole, Elon Musk che lancia in aria mazzette di dollari, il Tycoon ci sbatte in faccia la proiezione del suo (loro) immaginario malato e nello stesso tempo, tuttavia, l’immagine in filigrana dello spirito del mondo per un attimo rivelato per quello che nella sostanza è diventato. In questo senso Donald Trump è l’esatto equivalente del ritratto di Dorian Grey nel dramma di Oscar Wilde: registra nel proprio volto ributtante l’orrore di ciò che nessuno vede ma che ha lavorato sotto la superficie del viso patinato del suo vizioso e perverso soggetto vivente.

Per questa ragione è inaccettabile la posizione – di tutte le destre radicali del mondo – che considera Trump “uomo di pace” per il fatto che lì e ora, sull’asse tra Washington e Mosca, nel momento in cui si è giunti sull’orlo dell’abisso, ha deciso di parlarsi anziché spararsi. Ma specularmente mi sembra concettualmente sbagliata l’idea – di buona parte delle sinistre – secondo cui, essendo Trump un fascista – direi, meglio, un anarco-fascista -, sia dovere di ogni sincero democratico e antifascista combattere qualsiasi sua iniziativa “a prescindere”, fosse anche un tentativo di dialogo per metter fine a un massacro (dialogo, intendiamoci, guidato dalla logica degli interessi imperiali non certo da sentimenti umanitari, ma pur sempre parole anziché morte). Entrambe queste risposte mi sembrano frutto di una sostanziale incapacità di comprendere la natura dialettica del reale.

15 marzo
Panurge
Per quanto mi riguarda, tendo a considerare Trump una sorta di Panurge del nostro tempo. Panurge, lo ricordo brevemente, è un personaggio di un certo rilievo del ciclo rabelaisiano su Gargantua e Pantagruel, il cattivo per antonomasia (il suo nome, tratto dal greco πανοῦργος, significa “capace di tutto”), semina il male per semplice piacere di farlo, mente, insulta, deride, appiccica corna di cartone sulle schiene dei gentiluomini, infila oggetti a forma di membro virile nei cappucci delle dame, ha provocato una strage di pecore e pastori gettando dalla nave su cui viaggiava un montone in mare e ha preso a colpi di remo i naufraghi che tentavano di salvarsi, rappresenta la contraddizione assoluta nella società delle buone maniere del suo tempo. Umberto Eco, nel suo celebre Elogio di Franti, lo evoca come esempio di “qualcosa che si installa dentro a un ordine e lo mina dall’interno deformandone la fisionomia con atti di gratuita iconoclastia” (un po’, appunto, come il Franti deamicisiano col suo iconico “lo sciagurato sorrise”). Se Gargantua et Pantagruel “è il libro che chiude un’epoca e ne apre una nuova – spiega Eco – esso lo è proprio per la centralità che vi ha Panurge” in quanto espressione “della cultura tardo medievale che si disfa” e acceleratore granguignolesco di quel disfacimento. Allo stesso modo Donald Trump. Interpreta senza infingimenti, e accelera, la fine di un’epoca. Non potrà inaugurarne una nuova, che sarebbe socialmente e civilmente invivibile. Ma dobbiamo guardarlo come il tracciatore di una patologia in corso più che come un barbaro venuto dal nulla, e tentare di trarre insegnamento – non solo deprecare – da ciò che la sua marcia di Radezky rivela per poter andar oltre, non certo restaurare, il mondo pericoloso e finito che abbiamo alle spalle.
articolo tratto dal sito volere la luna:https://volerelaluna.it/controcanto/2025/03/06/15-marzo-preferirei-di-no/

AMIAMO DAVVERO LA GUERRA? – IL RUOLO DEI PENNAFONDAI NELLA COSTRUZIONE DEL CONSENSO BELLICO

Nel primo volume dei Quaderni dal carcere, Antonio Gramsci analizzava con straordinaria lucidità la funzione degli intellettuali nella società: essi sono i costruttori del consenso, gli architetti dell’egemonia culturale che legittima il potere. Oggi, a distanza di quasi un secolo, assistiamo a una spettacolare conferma di questa tesi: la mobilitazione degli intellettuali organici alla classe dominante per sostenere l’ennesima operazione bellica.

L’ultimo capolavoro di questo genere è l’articolo di Antonio Scurati apparso su Repubblica, dal titolo evocativo: Dove sono oramai i guerrieri d’Europa? Un testo che non si limita a eseguire un compitino assegnato, ma eleva l’arruolamento ideologico a forma d’arte. L’obiettivo è chiaro: trasformare la colossale spesa per il riarmo e la militarizzazione dell’Europa in una missione epica, un dovere morale, un rito di passaggio identitario. E per farlo, si attinge a piene mani alla retorica più pericolosa della nostra storia: la guerra come fondamento del senso dell’esistenza.

Dalla Realtà alla Manipolazione: Il Metodo del Pennafondaismo

L’articolo di Scurati si muove con una costruzione retorica diabolicamente efficace. Si parte da un nemico immediatamente riconoscibile – Donald Trump – dipinto come il traditore degli alleati, il dissolutore dell’ordine internazionale. Poi si evoca la minaccia imminente, un’Europa che rischia di essere sopraffatta da aggressioni già in atto (senza che nessuno si prenda il disturbo di spiegare da chi e come). Infine, la svolta narrativa: la colpa del nostro stato di debolezza non è solo politica o economica, ma culturale e antropologica. L’Europa non ha più guerrieri.

È su questa parola, ripetuta ossessivamente, che si gioca la partita. Non si parla di soldati, militari, personale addestrato alla difesa: si parla di guerrieri. Il termine richiama un immaginario epico, arcaico, istintivo. I guerrieri non si addestrano, non si stipendiano, non si arruolano con incentivi: i guerrieri nascono guerrieri, sono uomini (e donne, con imbarazzata concessione al politicamente corretto) risoluti a uccidere e a morire.

Ma il vero capolavoro dell’articolo è un altro: il ribaltamento del rapporto tra guerra e senso della vita. La guerra, secondo Scurati, non è un male necessario, né un sacrificio tragico imposto dalle circostanze. No. La guerra è il luogo di genesi del senso stesso. Non c’è bisogno di trovare una ragione per morire in guerra, perché sarà la guerra stessa a darci una ragione per vivere.

Questa è l’ideologia che abbiamo visto all’opera nei totalitarismi del Novecento, nel militarismo fascista, nel culto della violenza come principio di rigenerazione morale. È il Dulce et decorum est pro patria mori riveduto e corretto per un’Europa che ha bisogno di legittimare nuove campagne belliche.

Il Rancore contro il Welfare: Dall’Ordine al Caos

Ma se c’è una cosa che i pennafondai dell’establishment detestano più della pace, è il welfare. E qui Scurati si supera. Secondo lui, il declino della “virtù guerriera” dell’Europa è la conseguenza dell’espansione delle politiche sociali. Il progresso del dopoguerra, invece di essere visto come il frutto di un compromesso tra capitale e lavoro per garantire stabilità e sviluppo, viene descritto come un processo di infantilizzazione collettiva. Lo stato sociale è un grande utero esterno, una trappola di mollezze che ci ha resi incapaci di combattere.

Ma questa è una falsificazione storica. Non è il welfare ad aver rammollito l’Europa: è stata la sua progressiva distruzione, a partire dagli anni ’70, ad aver eroso la coesione sociale e il senso di appartenenza. È stata l’egemonia neoliberale a sostituire il concetto di comunità con quello di competitività individuale, a trasformare i cittadini in consumatori privi di riferimenti collettivi. La cultura della guerra non è scomparsa per colpa del benessere, ma perché il capitalismo globalizzato ha annientato ogni identità che non fosse quella meramente mercantile.

Morire per Ursula, Borrell e Soros?

Scurati ha ragione su un punto: oggi in Europa pochi sarebbero disposti a morire per una causa. Ma non perché la società è diventata troppo morbida. Il problema è che le élite hanno distrutto ogni forma di appartenenza autentica. Per decenni ci hanno detto che le nazioni erano arcaiche, che le culture erano provinciali, che la solidarietà di classe era un’illusione. Ci hanno insegnato che nulla ha valore, se non il prezzo che gli assegna il mercato.

E ora, improvvisamente, scoprono che non ci sono più giovani pronti a immolarsi per la loro guerra. Non trovano abbastanza guerrieri disposti a combattere per i contratti della Lockheed, per i dividendi di BlackRock, per il giardino zen di Josep Borrell.

Ma se la guerra è così necessaria, se davvero credono che il futuro dell’Europa dipenda dalla sua militarizzazione, allora dovrebbero dare il buon esempio. Scurati, von der Leyen, Macron, Stoltenberg, Rutte: ecco gli elmetti, ecco le baionette. Dopo di voi, anzi, tanto tempo dopo di voi! 

Dagli Euro Bond agli Euro Bomb: il grande affare delle armi sulla pelle degli europei

L’Unione Europea sta per compiere un passo che segnerà un punto di non ritorno nella sua storia: l’approvazione di un colossale piano di riarmo da 800 miliardi di euro, promosso da Ursula von der Leyen. Un progetto che, più che garantire la sicurezza del continente, rappresenta l’ennesima capitolazione dell’Europa agli interessi dell’industria bellica, soprattutto statunitense, e una pericolosa accelerazione verso un futuro di instabilità e conflitto.

L’Europa in armi: un affare per pochi, un rischio per tutti

Gli 800 miliardi previsti dal piano RearM EU non saranno destinati a un’ipotetica difesa comune europea, come alcuni vorrebbero far credere, bensì all’acquisto di armamenti da parte dei singoli Stati membri, con un’enorme fetta di queste risorse che finirà direttamente nelle casse delle aziende belliche, in primis quelle americane. Sotto l’ombrello della NATO, gli eserciti europei dipendono infatti da tecnologie e forniture a stelle e strisce, garantendo ai colossi dell’industria militare statunitense una pioggia di commesse miliardarie.

In questo scenario, l’Europa non è altro che una pedina nelle mani del complesso militare-industriale USA, il cui obiettivo non è la sicurezza del Vecchio Continente, ma la sua trasformazione in un mercato sempre più dipendente dagli armamenti d’oltreoceano. Dalla crisi del debito, gestita con l’imposizione degli Euro Bond, si passa ora all’era degli Euro Bomb, dove i finanziamenti comuni servono non per la crescita e la coesione sociale, ma per alimentare l’industria bellica e i suoi profitti.

La trappola di Trump: l’Europa usata come carne da cannone

A complicare ulteriormente il quadro geopolitico c’è la presidenza di Donald Trump, che prosegue una linea strategica cinica e spregiudicata. Dopo aver indotto l’Ucraina a una guerra su procura, combattuta sulla pelle di migliaia di soldati e civili ucraini, ora gli Stati Uniti stanno allargando l’operazione su scala continentale. L’obiettivo è chiaro: spingere gli eserciti europei a mobilitarsi, mentre gli USA si defilano.

Trump sta mostrando tutta la sua astuzia politica, non certo in qualità di stratega, ma piuttosto come un trucido commerciante che sa come massimizzare i profitti senza sporcarsi le mani. Mentre impone dazi alle economie europee e attua una politica protezionista per rafforzare l’industria americana, costringe gli “euro guerrafondai” a gettarsi nel vortice del riarmo e della militarizzazione. La guerra resta un affare per gli USA, ma il sangue lo versano gli altri.

La Russia e il mito dell’invasione dell’Europa

La narrazione che giustifica questa corsa al riarmo si basa sull’idea che la Russia rappresenti una minaccia esistenziale per l’Europa, pronta a marciare su Berlino e Parigi dopo l’operazione militare speciale in Ucraina. Eppure, questa tesi non trova riscontri concreti: per quanto la guerra in Ucraina sia un evento tragico e l’azione di Mosca sia condannabile, non è mai esistito un piano russo di invasione dell’Europa.

La realtà è che il riarmo europeo non è una risposta a un’aggressione imminente, ma una scelta politica dettata da interessi economici e strategici. Invece di lavorare a una soluzione diplomatica del conflitto e alla costruzione di un’architettura di sicurezza realmente europea – svincolata dalla logica bellicista della NATO – l’UE sceglie la strada della militarizzazione, spostando risorse fondamentali dallo sviluppo sociale ed economico verso il finanziamento delle guerre future.

Von der Leyen e il colpo di mano contro il Parlamento Europeo

A rendere ancora più inquietante questa deriva è il fatto che Von der Leyen stia cercando di scavalcare il Parlamento Europeo, evitando il voto in Aula per far approvare il piano Rearm EU direttamente dai governi nazionali. Un’operazione che conferma il carattere profondamente antidemocratico di questa Unione Europea, dove le decisioni cruciali vengono prese nelle stanze chiuse dei vertici esecutivi, senza alcun controllo popolare.

La resistenza della segretaria del PD Elly Schlein a questo piano è un segnale politico importante, ma rischia di rimanere isolata di fronte alla compattezza con cui anche i Socialisti europei sembrano orientati ad accettare la proposta di Von der Leyen. La logica che guida queste scelte non è quella della sicurezza collettiva, ma quella dell’allineamento agli interessi della NATO e del Pentagono, con l’UE ridotta a un vassallo militare di Washington.

E l’Italia? Meloni senza bussola

In questo scenario di caos strategico, l’Italia si trova in una posizione particolarmente ambigua. Giorgia Meloni non sa dove collocarsi: da un lato cerca di mostrarsi fedele all’atlantismo e all’asse con Washington, dall’altro è consapevole che il riarmo europeo rischia di trasformarsi in un disastro economico e sociale per il nostro Paese.

Meloni ha finora evitato prese di posizione nette, cercando di barcamenarsi tra il sostegno agli alleati NATO e le pressioni interne di una parte del suo elettorato che mal digerisce l’idea di un’Italia coinvolta in nuove avventure belliche. Il suo governo si trova quindi in una posizione di debolezza, incapace di elaborare una strategia autonoma e condannato a subire passivamente le decisioni prese a Bruxelles e Washington.

Verso un’Europa sempre più instabile

Investire 800 miliardi di euro nel riarmo non renderà l’Europa più sicura, al contrario: accrescerà le tensioni internazionali e spingerà il continente verso un’escalation militare di cui nessuno può prevedere le conseguenze. La pace non si costruisce accumulando arsenali, ma con una politica estera autonoma, capace di dialogare con tutti gli attori globali, inclusa la Russia, senza subordinarsi ai diktat di Washington.

La scelta è chiara: continuare sulla strada dell’escalation, trasformando l’Europa in un’enorme caserma al servizio degli interessi americani, oppure recuperare un ruolo autonomo e responsabile sulla scena internazionale. Per ora, Von der Leyen e i governi europei sembrano aver scelto la prima opzione. Ma la storia insegna che le guerre non arricchiscono i popoli: arricchiscono solo chi le arma.

L’Europa in ostaggio dell’industria bellica americana: il capitalismo della guerra contro lo Stato sociale

Il piano “RearmEurope” annunciato da Ursula von der Leyen segna una svolta epocale per l’Unione Europea: l’abbandono definitivo dell’illusione di un’economia sociale e di pace per abbracciare un modello fondato sul militarismo e sulla distruzione. La guerra, da sempre, è lo strumento con cui il capitalismo predatorio massimizza i suoi profitti, e il riarmo europeo non è altro che un colossale trasferimento di ricchezza dai cittadini alle industrie belliche, in particolare a quelle statunitensi.

Dietro le retoriche della sicurezza e della deterrenza, si nasconde un gigantesco business, in cui la distruzione diventa un’opportunità economica e il capitale si rigenera attraverso la morte e la devastazione. Il riarmo non è solo un drammatico drenaggio di risorse pubbliche, ma è anche l’antitesi dello Stato sociale, perché mentre la guerra distrugge, il welfare crea ricchezza e benessere. Ed è proprio per questo che il capitalismo odierno—sempre più predatorio e oligarchico—è nemico giurato di qualsiasi modello economico che redistribuisca ricchezza ai cittadini.

Il vincolo tecnologico: l’Europa costretta ad arricchire gli USA

Le cifre parlano chiaro: 800 miliardi di euro in nuove spese militari, di cui almeno 640 miliardi finiranno nelle casse dell’industria bellica statunitense. Il motivo è semplice: l’Europa è tecnologicamente dipendente dagli USA.

L’arsenale militare europeo—dagli F-35 ai sistemi di difesa missilistica, dalle reti di comunicazione ai sistemi di comando—è integrato in una struttura progettata per essere compatibile con le tecnologie americane. Questo significa che gli Stati europei non possono sviluppare autonomamente un’industria bellica indipendente senza rendere obsoleti i loro armamenti attuali, un ricatto tecnologico che li costringe a continuare a comprare dagli USA.

In questo contesto, l’adeguamento della spesa militare europea alle richieste di Donald Trump non è un atto di autonomia, ma un’ulteriore sottomissione al diktat statunitense. Trump ha imposto agli alleati della NATO di portare il budget militare al 5% del PIL, e l’UE si sta affrettando a rispettare questo ordine. Mentre negli USA si pratica il protezionismo economico, in Europa si impone l’austerità ai cittadini per finanziare l’industria delle armi.

Ma questa scelta non è subita dalle élite europee, è voluta e orchestrata da loro stesse. Gli oligarchi europei non si oppongono a quelli anglosassoni, ne fanno parte. La militarizzazione dell’economia è il nuovo paradigma per salvaguardare i profitti del capitale, a discapito delle condizioni di vita dei cittadini europei.

La guerra come business: il capitalismo della distruzione

Il capitalismo ha sempre avuto un rapporto simbiotico con la guerra. Non è solo una questione di vendere armi: la distruzione è il motore della rigenerazione del capitale. Il ciclo è semplice:

1. Si produce armamento con enormi finanziamenti pubblici.

2. Si scatena un conflitto che consuma le risorse militari.

3. Si distruggono città, infrastrutture, economie e vite umane.

4. Si ricostruisce tutto con capitali privati, finanziati nuovamente dagli Stati, caricando il debito sui cittadini.

Il risultato? Profitti infiniti per le industrie belliche, le banche e le multinazionali della ricostruzione.

Ogni missile lanciato, ogni bomba sganciata, ogni città rasa al suolo rappresenta un’enorme opportunità economica per i capitalisti della guerra. Le guerre moderne non si concludono più con una pace stabile, ma vengono alimentate in modo permanente per garantire un flusso continuo di distruzione e ricostruzione.

Lo Stato sociale come nemico del capitalismo di guerra

In questo schema, lo Stato sociale è il principale ostacolo. Un sistema che garantisce sanità, istruzione, pensioni e diritti ai cittadini rappresenta una minaccia diretta al modello economico bellicista.

• Lo Stato sociale redistribuisce ricchezza, mentre il capitalismo della guerra la concentra nelle mani di pochi.

• Lo Stato sociale investe in benessere e sviluppo, mentre il capitalismo della guerra investe in morte e devastazione.

• Lo Stato sociale crea coesione e stabilità, mentre il capitalismo della guerra si nutre di crisi e conflitti.

Ecco perché le élite neoliberiste e militariste sono unite nella distruzione dello Stato sociale. Ogni euro che va alla sanità pubblica è un euro che non può essere speso in armi. Ogni scuola costruita è una fabbrica di missili in meno. L’austerità imposta in Europa non è una necessità economica, ma una scelta politica deliberata per spostare risorse dal welfare alla guerra.

L’Europa militarizzata e la fine del sogno europeo

Questa trasformazione segna la fine di qualsiasi velleità di un’Europa dei popoli. L’UE non è più un progetto di cooperazione, ma un sistema di potere centralizzato che lavora per gli interessi dell’industria bellica e della finanza internazionale.

Gli Stati europei non stanno costruendo un esercito per difendersi, stanno creando un mercato della guerra, in cui la produzione e l’uso delle armi diventeranno sempre più centrali nell’economia. Si delinea uno scenario inquietante: un’Europa trasformata in un complesso militare-industriale sul modello israeliano, dove la società intera viene riorganizzata attorno alla guerra, con l’industria, l’università, i media e la politica allineati a un’economia di guerra permanente.

Guerra e capitalismo: un sistema che rischia di distruggere l’umanità

La guerra non è solo una tragedia umanitaria, è un progetto economico preciso. Ma c’è un paradosso in questa strategia: la guerra totale come modello di sviluppo è un sistema che, se spinto al massimo, porta all’estinzione dell’umanità.

Il capitale ha sempre trovato nuovi modi per rigenerarsi, ma la logica distruttiva del militarismo è un vicolo cieco. L’uso crescente di armi sempre più avanzate, l’accumulo di testate nucleari, l’intensificazione dei conflitti rischiano di portare il pianeta a un punto di non ritorno.

Se il capitalismo continuerà a vedere nella guerra il suo strumento principale di profitto, non solo distruggerà il concetto stesso di società, ma metterà a rischio la sopravvivenza dell’intera specie umana.

Conclusione: l’ultima battaglia per un’alternativa

Oggi più che mai, serve un’alternativa chiara e radicale a questa deriva. Se l’Europa continuerà sulla strada del riarmo e della guerra, diventerà sempre più un satellite degli interessi americani, sacrificando il benessere dei suoi cittadini per alimentare il profitto di poche multinazionali.

Ripensare l’Europa come un continente di pace e cooperazione è ancora possibile, ma serve una rottura netta con questo modello economico predatorio. La sfida non è solo fermare il riarmo, ma ridefinire il sistema economico in cui viviamo, costruendo un’alternativa che metta al centro il benessere collettivo anziché la distruzione.

La guerra è il perfetto strumento di arricchimento per il capitale, ma anche il suo più grande pericolo. Se non fermiamo questa macchina infernale, sarà il capitalismo stesso a condurci verso la fine della civiltà.

Il Partito della Guerra e la Trappola dell’Interesse

L’incontro tra Volodymyr Zelensky e Donald Trump non è stato soltanto una scena politica, ma un simbolo del logoramento di un paradigma: quello del partito della guerra. Il conflitto in Ucraina ha evidenziato non solo la sofferenza di una nazione, ma anche le dinamiche di potere e gli interessi economici globali che si celano dietro la sua perpetuazione.

L’Ucraina tra Realtà e Propaganda

Analizzando i dati al netto della retorica, l’Ucraina appare oggi come uno Stato economicamente e socialmente collassato, tenuto in vita solo dai finanziamenti occidentali. Lontana da ogni ideale democratico, si regge su un impianto politico caratterizzato da leggi marziali, soppressione del dissenso e rinvio indefinito delle elezioni. Il sacrificio umano è impressionante: milioni di persone emigrate, una generazione di giovani falcidiata, un esercito che fatica a trovare nuovi soldati.

Eppure, la guerra continua. Perché? La risposta si trova nei benefici che la classe dirigente ucraina ottiene dal conflitto. Se la guerra dovesse finire, le attuali élite perderebbero il potere, sostituite da un popolo stremato che le spingerebbe verso l’oblio politico.

Gli Stati Uniti e il Peso della Guerra

Per gli Stati Uniti, il conflitto ucraino è un’arma a doppio taglio. Da un lato, fornisce un mercato florido per l’industria bellica e consente di mantenere un’egemonia geopolitica in Europa. Dall’altro, prosciuga risorse che potrebbero essere impiegate per risanare un’economia sempre più fragile. Il debito pubblico ha raggiunto livelli record, l’inflazione pesa sulla classe media, e il settore industriale mostra segni di declino.

La strategia trumpiana di disimpegno dalla guerra risponde a una logica economica e politica: ridurre le spese militari, rafforzare l’industria interna e riequilibrare il confronto con la Cina. Tuttavia, il cosiddetto “Deep State”, rappresentato dalle lobby finanziarie e militari, ha tutto l’interesse a mantenere lo status quo.

L’Europa: Vittima e Complice

L’Europa si trova in una posizione paradossale. La recessione tedesca, l’inflazione e la crisi energetica derivano in gran parte dalle conseguenze della guerra, ma le élite europee continuano a sostenere il conflitto, accettando costi altissimi per la propria economia e la propria popolazione. Perché? Ancora una volta, gli interessi di chi governa non coincidono con quelli dei cittadini. L’industria della difesa, le istituzioni finanziarie e i gruppi di pressione atlantisti hanno più voce in capitolo rispetto al ceto medio e alla classe lavoratrice.

L’apparente “ribellione” di alcuni leader europei nei confronti di Washington potrebbe essere interpretata non come un atto di indipendenza, ma come un cambio di referenti all’interno dello stesso sistema di potere. Non è un caso che le tensioni tra il vecchio establishment e la nuova élite trumpiana si manifestino in modo evidente, segnalando un possibile riassestamento delle dinamiche di controllo globale.

La Soluzione Logica

Se l’obiettivo fosse davvero la sicurezza e la stabilità dell’Europa, la soluzione logica sarebbe un’immediata de-escalation. L’Ucraina, invece di essere il campo di battaglia di una guerra per procura, dovrebbe essere spinta verso negoziati realistici, accettando una pace che preservi ciò che resta della sua sovranità e della sua popolazione.

Per gli Stati Uniti, una politica di riassetto economico dovrebbe sostituire il paradigma della guerra infinita. In Europa, i cittadini dovrebbero esigere un cambio di direzione, mettendo in discussione una leadership che continua a sacrificare il benessere collettivo sull’altare degli interessi bellici.

In definitiva, smascherare la retorica del “partito della guerra” e ricondurre la politica internazionale a un principio di razionalità e convenienza reciproca non è solo un’utopia: è una necessità per evitare il collasso di un sistema che sta mostrando tutte le sue crepe.