L’abbraccio velenoso: il patto non scritto tra Calenda e Meloni e l’attacco frontale al Movimento 5 Stelle

Un congresso che, più che un confronto di idee, si è rivelato la fotografia di un possibile asse futuro tra la destra di governo e una sedicente opposizione pronta a farsi stampella del potere.

Al congresso di Azione è andato in scena un teatro politico che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore la tenuta democratica e l’equilibrio del nostro sistema. Sul palco, Carlo Calenda e Giorgia Meloni hanno inscenato un gioco delle parti che, dietro la patina del “dialogo democratico”, ha mostrato con chiarezza l’intesa politica e culturale tra i due protagonisti. Un’intesa che non è solo sulle scelte strategiche — dall’appoggio incondizionato alla guerra in Ucraina, al ritorno del nucleare, fino alla visione di un’Europa forte solo militarmente e debole socialmente — ma soprattutto sulla volontà condivisa di demolire ogni spazio alternativo alla destra al governo.

L’attacco sistematico al Movimento 5 Stelle

L’obiettivo principale di questa inedita alleanza informale è stato chiarissimo: il Movimento 5 Stelle. Le parole usate da Calenda, accolte dagli applausi della platea e dal compiacimento della Presidente del Consiglio, sono state di una violenza politica senza precedenti: «L’unico modo per stare assieme al M5s è cancellarlo». Un’affermazione che va ben oltre la normale dialettica tra avversari e che disvela una concezione oligarchica della politica: l’idea che la pluralità democratica sia un fastidio e che le forze realmente alternative vadano non solo sconfitte, ma annientate.

Tra gli attacchi rivolti al Movimento 5 Stelle, spicca la demonizzazione di uno dei provvedimenti sociali più rilevanti degli ultimi anni: il Superbonus. Come già accaduto con il Reddito di Cittadinanza, Calenda e Meloni utilizzano la solita, stanca e tossica retorica che punta a svilire qualsiasi strumento di redistribuzione sociale, riducendo il dibattito a una caricatura utile solo a giustificare tagli e cancellazioni.

Nel caso del Superbonus, la narrazione che viene imposta è quella del «bonus per i ricchi che rifanno le villette» — un falso argomentativo che ignora il fatto che migliaia di famiglie della classe media e popolare hanno potuto mettere in sicurezza, efficientare e valorizzare immobili che altrimenti sarebbero rimasti fatiscenti, inquinanti e pericolosi. Esattamente come nel caso del Reddito di Cittadinanza, liquidato come “paghetta per fannulloni”, si colpisce chi soffre, chi fatica, chi è ai margini, alimentando l’odio sociale da parte di chi ha già la pancia piena e vuole che nulla cambi.

È sempre la stessa strategia: criminalizzare chi riceve aiuti, silenziare le cause della povertà, ridicolizzare chi chiede giustizia sociale.

Giuseppe Conte lo ha compreso bene, quando ha risposto definendo questi attacchi «medaglie» ricevute dal «partito trasversale delle armi». È una verità che va riconosciuta e ribadita: il Movimento 5 Stelle, per la sua posizione netta contro la guerra, contro il massacro in Ucraina e contro il genocidio in Palestina, per la difesa dei ceti popolari e dei diritti sociali, rappresenta oggi l’unico argine reale al blocco di potere che si sta cementando tra destra e sedicente centro.

L’ipocrisia di Calenda e la finta opposizione

L’ex ministro Carlo Calenda si affanna a smentire ogni ipotesi di riposizionamento verso la maggioranza, ma i fatti parlano chiaro. Le convergenze con la Premier sono ormai quotidiane: dall’Ucraina alla politica industriale, dalla giustizia alla demolizione del Superbonus. Il Congresso di Azione ha reso visibile ciò che fino a ieri si cercava di nascondere: Azione non è un partito alternativo alla destra, ma un potenziale futuro alleato, pronto a governare fianco a fianco con Meloni quando la Lega avrà esaurito la sua funzione.

L’attacco al “campo largo”, condito da una retorica aggressiva contro il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle, non è altro che il tentativo di scavare una trincea tra chi si oppone realmente al governo e chi, come Calenda, si candida a diventare la nuova ruota di scorta di Palazzo Chigi.

Un congresso senza popolo, ma pieno di potere

Non è un caso che tra gli ospiti di Calenda figurassero volti noti dell’establishment: Monti, Gentiloni, Guerini, Picierno, Lupi, Boccia, Fassino. L’operazione di Azione è chiara: costruire una nuova area di centro funzionale agli interessi delle élite economiche e dell’apparato militare-industriale, priva di qualsiasi radicamento popolare. Un’area che Meloni non teme, anzi, con cui già oggi dialoga apertamente, tra un sorriso e un applauso, in vista di future intese.

La trappola dell’“unità europea” armata

Tutto questo si consuma sotto la bandiera dell’“unità europea” e della difesa dell’Occidente, concetti branditi come clava per giustificare l’aumento delle spese militari e lo smantellamento del welfare. La narrazione condivisa tra Azione e Fratelli d’Italia è che chi si oppone alla corsa agli armamenti è un irresponsabile, un “figlio dei fiori” fuori dal tempo, un nemico della modernità. In questa cornice, chi parla di pace viene deriso, chi chiede giustizia sociale viene ridicolizzato, chi invoca la fine del massacro in Ucraina e del genocidio in Palestina viene tacciato di tradimento o di essere un terrorista .

Una prospettiva inquietante

Il congresso di Azione non ha solo mostrato la complicità tra Meloni e Calenda, ma ha tracciato un possibile scenario politico: un futuro in cui Azione si offre come stampella “moderata” di questa destra radicale, facendo piazza pulita di ogni alternativa progressista.

Per questo motivo è necessario che le forze sociali, democratiche e progressiste, a partire dal Movimento 5 Stelle, non cadano nella trappola di questa falsa polarizzazione e rilancino un progetto autonomo, radicato nei bisogni reali del Paese, capace di opporsi tanto alla destra quanto ai suoi alleati occulti.

Il congresso di Azione è stato un congresso del potere. Quello che manca oggi è un congresso del popolo.

Dall’odio digitale alla fraternità algoritmica: la sfida etica nell’era dell’intelligenza artificiale

In un’epoca in cui la trasformazione tecnologica plasma in profondità le relazioni sociali, la comunicazione e persino la percezione di sé, la società globale si trova al crocevia tra due scenari divergenti: l’inciviltà crescente dell’odio digitalizzato e la possibilità di costruire un umanesimo algoritmico, capace di promuovere inclusione, pluralismo e solidarietà. In questo contesto, l’intelligenza artificiale (IA) non è più una semplice innovazione tecnica, ma un attore sociale e culturale di primo piano, potenzialmente in grado di riprodurre le diseguaglianze oppure di sanarle, a seconda dell’etica che ne guida l’addestramento e l’uso.

L’anatomia dell’odio online: genealogia e mutazione digitale

L’odio che oggi infesta i social network non nasce con Internet. Ha radici storiche profonde che affondano nei totalitarismi del Novecento, nei traumi della guerra e nelle ricostruzioni ideologiche successive. Tuttavia, il passaggio al digitale ha modificato in modo sostanziale la sua morfologia. In passato, l’odio si esprimeva in forme visibili, localizzate e limitate nel tempo; oggi si presenta come un flusso continuo, transnazionale, memetico, in grado di attraversare culture e generazioni con la velocità di un clic.

La rete ha portato a compimento tre trasformazioni cruciali: l’anestesia del contesto, dove la parola violenta si sgancia dal volto umano; la persistenza del contenuto, che sopravvive anche quando l’emozione che lo ha generato è svanita; e la diffusione sistemica, che rende ogni episodio di odio non solo potenzialmente virale, ma anche difficile da contenere nello spazio e nel tempo.

Il pregiudizio, come descritto dalla scala di Gordon Allport, oggi si sviluppa interamente nella dimensione digitale: dalla semplice derisione, si passa all’isolamento sociale virtuale, poi alla discriminazione algoritmica (negazione di visibilità, shadow banning, targeting selettivo), fino ad arrivare al linciaggio mediatico e alle campagne di incitamento alla violenza.

La logica fredda degli algoritmi e l’illusione della neutralità

Contrariamente alla narrazione mainstream che considera l’algoritmo una struttura neutra e oggettiva, la realtà rivela un meccanismo profondamente antropico, cioè carico di ideologia, cultura, pregiudizi. I dati su cui viene addestrata l’IA sono frutto di società umane diseguali e spesso razziste, sessiste, classiste. Di conseguenza, gli algoritmi tendono a replicare e amplificare tali storture. L’odio digitale, in questo senso, non è un effetto collaterale ma una possibile funzione emergente del sistema, una sua modalità di ottimizzazione dell’engagement.

Non si tratta, quindi, solo di combattere il contenuto dell’odio, ma di comprendere e correggere la logica stessa dell’infrastruttura digitale. In assenza di un orientamento etico esplicito, l’IA si limita a massimizzare ciò che è già dominante, riproducendo fedelmente i bias del passato: chi è stato escluso lo sarà ancora, chi è stato marginalizzato verrà ulteriormente oscurato.

Ipnocrazia e psicopolitica: il nuovo volto del dominio

Il filosofo Jianwei Xun ha introdotto il concetto di ipnocrazia per descrivere il regime in cui il potere non impone, ma seduce; non reprime, ma distrae; non proibisce, ma ipnotizza. Nell’era degli algoritmi, il controllo non passa più attraverso la censura, bensì attraverso la saturazione cognitiva, la manipolazione emotiva, la personalizzazione compulsiva. L’IA diventa il cuore invisibile della psicopolitica contemporanea, un potere dolce e subdolo che orienta opinioni, rafforza polarizzazioni, modella desideri.

In questo scenario, l’odio non è più l’urlo brutale del fanatismo, ma la carezza ambigua della disinformazione, il sorriso finto dell’ironia razzista, il meme che deumanizza sotto forma di battuta. L’odio “cool” è oggi molto più pericoloso di quello “hot”, perché si camuffa da normalità, scorre nel linguaggio comune, si traveste da libertà di parola. È questo il terreno più fertile per l’ipnocrazia: una società dove le coscienze non sono represse, ma rese docili, anestetizzate, incapaci di distinguere l’informazione dalla propaganda.

Algoretica e progettazione etica: verso un’intelligenza inclusiva

Per contrastare questa deriva è necessario un approccio radicalmente nuovo: una algoretica, ovvero un’etica incorporata nei codici, nei dati, nelle logiche decisionali dell’IA. Ciò significa orientare l’intero processo di progettazione verso princìpi non negoziabili: la tutela dei diritti fondamentali, l’uguaglianza sostanziale, la valorizzazione delle differenze, la dignità della persona.

Non basta implementare filtri o bannare parole chiave. Occorre un salto culturale: rendere l’intelligenza artificiale cosciente delle sue implicazioni sociali, responsabile delle sue scelte, trasparente nei suoi criteri. L’algoritmo deve essere educato, come un essere morale, affinché sappia distinguere tra disaccordo e discriminazione, tra critica e disumanizzazione.

Questo richiede una governance pubblica, partecipativa, fondata sulla giustizia digitale. L’algoritmo non può restare proprietà esclusiva di multinazionali opache: deve essere reso accessibile, comprensibile, auditabile dalla collettività. La sua intelligenza deve essere collettiva, non oligarchica.

Fraternità algoritmica: un’alternativa possibile

L’utopia non è un sogno vano. È la direzione verso cui orientare le scelte presenti. L’intelligenza artificiale può davvero diventare uno strumento di coesione, se posta al servizio della cura, dell’educazione, della democrazia. Può promuovere politiche inclusive, ridurre le discriminazioni sistemiche, amplificare le voci delle minoranze, smascherare l’odio strutturale.

Ma perché ciò accada, serve una rivoluzione etica. Non si può costruire una fraternità algoritmica senza una consapevolezza critica diffusa. L’educazione digitale, il diritto intelligente, la tecnologia trasparente sono tre pilastri imprescindibili. E su tutti, serve un nuovo protagonismo politico e sociale, capace di rimettere l’essere umano al centro della rivoluzione digitale.

L’intelligenza artificiale, se guidata, può essere lo strumento per risvegliare le coscienze e non per sopirle. Può essere il cuore di una società empatica, non il motore del dominio invisibile. Può essere, finalmente, l’algoritmo della fraternità.

“Fuck Europe”: quando la verità sull’Ucraina irrompe dagli USA e svela il grande inganno occidentale

Che qualcosa stesse cambiando nella narrazione ufficiale del conflitto in Ucraina, lo si intuiva da tempo. Ma che fosse The Hill – praticamente l’house organ del Partito Democratico – a squarciare il velo di silenzio complice, ha il sapore di un’ammissione storica. Il 18 marzo 2025, Alan J. Kuperman, docente di strategia militare e gestione dei conflitti all’Università di Austin, ha firmato un editoriale che, fino a poco tempo fa, sarebbe stato etichettato come propaganda russa. Ora, invece, è la voce della realtà che irrompe nel cuore del sistema mediatico statunitense.

Il punto centrale dell’articolo è chiaro: la guerra in Ucraina non è “non provocata” come per anni ci è stato raccontato. Non è figlia esclusiva dell’espansionismo putiniano, ma anche di un intreccio di errori, provocazioni e ciniche manovre geopolitiche portate avanti da Washington, Bruxelles e Kiev.

2014, il Maidan e il “Fuck Europe” che svelò il vero volto della diplomazia occidentale

Per comprendere fino in fondo il contesto che ha condotto allo scoppio della guerra, non si può ignorare un nome: Victoria Nuland. Ai tempi degli eventi di piazza Maidan, era sottosegretaria agli Affari Europei del Dipartimento di Stato americano. In una telefonata intercettata e resa pubblica, Nuland esclamò la celebre frase “Fuck Europe”, sintetizzando l’arroganza di un’America che non solo ignorava gli alleati europei, ma operava direttamente nel cuore dell’Ucraina per pilotare il cambio di regime.

Non si trattò di semplice diplomazia. Secondo numerose inchieste giornalistiche e documenti emersi in seguito, il segretariato di Stato USA non si limitò a fornire supporto verbale agli oppositori del presidente democraticamente eletto Viktor Yanukovych: elargì sostegno logistico, finanziario e politico a gruppi armati, tra cui anche formazioni di estrema destra, apertamente nostalgiche del collaborazionismo nazista.

Il doppio gioco di Zelensky e il fallimento degli accordi di Minsk

L’editoriale di The Hill fa luce anche su un altro nodo fondamentale: la rottura degli accordi di Minsk da parte ucraina. Zelensky, salito al potere con la promessa di riportare la pace nel Donbass, tradì rapidamente quel mandato popolare, preferendo l’escalation militare e un avvicinamento sempre più aggressivo alla NATO. La scelta di armarsi fino ai denti con l’aiuto occidentale non fu una strategia di difesa, ma una provocazione sistematica verso Mosca, che rispondeva da anni con segnali chiari ma ignorati da Washington e Bruxelles.

Biden, la NATO e il sogno infranto della diplomazia

L’editoriale inchioda anche Joe Biden alle sue responsabilità. Anziché usare la leva diplomatica per obbligare Zelensky a rispettare Minsk, il presidente statunitense si limitò a promesse vaghe e dichiarazioni roboanti. Quell’atteggiamento, spacciato come “difesa della democrazia”, fu in realtà un lasciapassare all’escalation, alimentando le illusioni ucraine su un intervento militare occidentale mai realmente pianificato. Il risultato? Una guerra devastante, centinaia di migliaia di morti e una linea del fronte sostanzialmente immutata rispetto all’inizio del conflitto.

Il ruolo occulto delle elite e l’informazione manipolata

Per tre anni, l’opinione pubblica occidentale è stata nutrita con un racconto a senso unico, costruito ad arte per giustificare il continuo invio di armi, fondi e sostegno politico a un governo ucraino che, lungi dall’essere “paladino della libertà”, ha più volte dimostrato di calpestare i principi stessi della democrazia. Le milizie paramilitari celebrate come “eroi della resistenza” erano – e in parte sono ancora – contaminate da ideologie neonaziste, come dimostrato da numerosi rapporti OSCE e fonti indipendenti. Ma tutto questo, fino a ieri, era bollato come “disinformazione russa”.

La verità si affaccia in casa Dem. E ora?

Se persino ambienti legati al Partito Democratico americano iniziano a raccontare questa verità, cosa ci dice questo sullo stato dell’informazione in Europa? E cosa dovrebbe farci riflettere sulla nostra stessa democrazia? Il risveglio tardivo delle coscienze non basta a cancellare anni di menzogne, né può riportare in vita le vittime di un conflitto che si poteva – e si doveva – evitare.

Oggi più che mai, serve una nuova onestà intellettuale e politica. Occorre ammettere che l’Occidente non è stato un arbitro imparziale ma un giocatore pesantemente coinvolto, con le mani ben affondate nel fango geopolitico. E, come spesso accade nella storia, i popoli pagano il prezzo delle ambizioni delle élite.

Il tempo delle illusioni è finito. È ora che anche in Europa si apra un dibattito serio, scomodo, ma necessario. Perché se la verità inizia a trapelare persino dai palazzi di Washington, sarebbe criminale continuare a nasconderla sotto il tappeto della propaganda.

Dalle Spider ai Siluri: declino e retorica del “Made in Italy” nell’industria automobilistica

Non si può amare ciò che si abbandona. Eppure, questo amore per l’Italia tanto decantato da John Elkann e dalla dinastia Agnelli – il mito della grande borghesia torinese che per decenni ha tenuto in pugno l’industria nazionale – suona sempre più come una favola stanca, ripetuta per sedare le coscienze mentre il presente mostra ben altri scenari: desertificazione industriale, perdita di know-how, delocalizzazioni produttive e un’idea inquietante che si fa largo tra le pieghe del capitalismo bellico.

Il cuore della questione è tutto qui: la crisi dell’automotive italiano non è solo congiunturale. È una crisi strutturale, di visione, di volontà politica e industriale. È il riflesso di una parabola discendente iniziata da tempo, accelerata dalle scelte delle grandi famiglie del potere economico e oggi legittimata dalla complicità di governi deboli, quando non apertamente subordinati.

L’illusione della riconversione verde

In un mondo che corre verso la transizione ecologica, il settore dell’auto – specialmente quello delle vetture elettriche – dovrebbe essere il motore di una rinascita. Ma in Italia questa transizione è rimasta impigliata in promesse mancate e piani industriali evanescenti. Elkann, nell’ultima audizione parlamentare, ha ribadito che «vedrete cosa faremo dal 2026 con i due miliardi di investimenti». Promesse, appunto. Ma intanto la gigafactory di Termoli, fiore all’occhiello annunciato per l’era elettrica, è evaporata: costi troppo alti, poca competitività rispetto a Spagna e Francia, dove lo Stato ha messo mano al portafogli. In Italia no. Qui si celebrano gli “annunci”, ma si finanziano le armi.

L’ombra lunga del riarmo

Il sospetto – fondato – che aleggia nei palazzi e nei sindacati è quello di una riconversione bellica dell’industria automobilistica. Lo scenario non è più fantascientifico: la partnership tra Iveco (gruppo Exor, quindi Agnelli) e Leonardo per la produzione di carri armati è realtà. Mentre l’Europa imbocca la strada del riarmo, con Ursula von der Leyen pronta a destinare 800 miliardi al comparto militare, l’industria dell’auto cerca rifugio sotto l’ala protettiva della difesa. E poco importa se questo tradisce completamente le premesse ecologiche o le promesse occupazionali.

Lo stesso Elkann si affretta a dire che «il futuro dell’auto non è nell’industria bellica», ma aggiunge subito dopo che «dipende da dove l’Europa deciderà di investire». Un messaggio chiaro, anzi chiarissimo: la direzione la danno i soldi pubblici, e la moralità industriale è una variabile secondaria.

Il ruolo ambiguo del governo Meloni

Davanti a tutto questo, il governo italiano si dichiara “soddisfatto”. Il ministro Urso fa spallucce. Palazzo Chigi preferisce non disturbare il manovratore. Si lascia fare. Anzi, si elogia il garbo e la discrezione di Elkann, «mica come quel portoghese Tavares», CEO di Stellantis, che almeno ha avuto il coraggio di dire le cose come stanno: l’Italia non è un Paese competitivo per fare industria. E se anche lo fosse, nessuno si preoccupa più di mantenere qui la produzione.

L’unica voce nella maggioranza che si solleva è quella della Lega, per calcolo elettorale. Le opposizioni denunciano ma non incidono. I sindacati dei metalmeccanici – tutti, dalla Fiom alla Fim – manifestano insofferenza. Ma la realtà è che senza una visione condivisa e senza strumenti reali, anche il conflitto rischia di restare solo verbale.

Dalla grande fabbrica alla grande illusione

Il punto più drammatico della crisi non è neppure economico, ma culturale. L’Italia era il Paese delle utilitarie per tutti, delle linee disegnate da Pininfarina, dei marchi iconici, dei collaudatori e dei progettisti di Mirafiori. Oggi è un laboratorio di smantellamento in cui si parla di “orgoglio italiano” mentre si delocalizza in silenzio e si preparano linee di montaggio per mezzi blindati, anziché per city car.

L’amore per l’Italia non si misura a parole, ma nei fatti. E i fatti dicono che Stellantis è una multinazionale che risponde alle logiche della Borsa, non a quelle della coesione nazionale. Che Termoli è un progetto fallito e che l’occupazione nel settore auto sta crollando. Che ci stiamo attrezzando per costruire siluri invece di spider.

La fine di un ciclo e la sfida della reindustrializzazione

Siamo alla fine di un ciclo. Se non si interviene ora, l’Italia uscirà definitivamente dal novero dei Paesi con una filiera automobilistica rilevante. L’alternativa è chiara: o si costruisce una politica industriale seria, capace di scommettere sulla transizione ecologica, sull’innovazione, sul lavoro, o si accetta di essere retrovia logistica del riarmo europeo.

Serve una visione pubblica forte, un’alleanza tra Stato, imprese e lavoro che punti su sostenibilità, competenze, redistribuzione e autonomia strategica. Non basta più inseguire i colossi. Serve immaginare il futuro e avere il coraggio di difenderlo dalle tentazioni belliche e dagli interessi privati che parlano italiano ma pensano in dollari.

Dal Manifesto di Ventotene all’Europa di Oggi: Un Tradimento degli Ideali Fondativi

Il Manifesto di Ventotene, redatto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni durante il confino fascista tra il 1941 e il 1944, rappresenta uno dei documenti più visionari e progressisti della storia europea. Il suo obiettivo non era solo la creazione di un’Europa unita, ma un’Europa federale, democratica, sociale, orientata al benessere dei popoli e alla pace.

Oggi, molti politici e commentatori lo citano come il documento fondante dell’Unione Europea, ma la realtà è ben diversa: l’Europa attuale non ha quasi nulla a che fare con il sogno di Ventotene. Al contrario, si è trasformata in una tecnocrazia neoliberista, dominata da interessi economici e finanziari, lontana dalle aspirazioni di giustizia sociale e pace che animavano Spinelli e i suoi compagni.

L’Europa di Ventotene: un progetto per i popoli

Il Manifesto di Ventotene immaginava un’Europa:

• Federale, con istituzioni sovranazionali capaci di superare gli egoismi nazionali.

• Democratica, con una chiara separazione tra potere politico ed economico.

• Sociale, dove i diritti dei lavoratori, il welfare e l’uguaglianza economica fossero al centro delle politiche pubbliche.

• Pacifica, con il superamento dei conflitti tra Stati e un’unica politica estera orientata alla diplomazia.

Gli autori identificavano nel nazionalismo e nel militarismo le principali cause delle guerre che avevano devastato l’Europa, ed esortavano alla creazione di un’unione capace di impedire nuovi conflitti e garantire la giustizia sociale.

L’Europa di oggi: un’Unione Tecnocratica e Neoliberista

L’Unione Europea che abbiamo oggi non è l’Europa di Ventotene. È un’Europa dominata da regole di bilancio rigide, dalla centralità della finanza e da una governance che risponde più ai mercati che ai cittadini. Le sue caratteristiche principali sono:

• Un’economia orientata al neoliberismo: le politiche di austerità, le privatizzazioni selvagge e la precarizzazione del lavoro hanno aumentato le disuguaglianze sociali e minato i diritti dei cittadini.

• L’assenza di una politica estera comune: ogni Stato continua ad agire in modo autonomo, senza una visione unitaria.

• L’assenza di un sistema fiscale ed economico federale: mentre gli Stati sono costretti a rispettare vincoli di bilancio stringenti, le grandi multinazionali e i colossi finanziari beneficiano di una fiscalità frammentata e spesso favorevole agli interessi privati.

• La mancanza di una vera sovranità popolare: le decisioni più importanti vengono prese da organismi non eletti direttamente dai cittadini, come la Commissione Europea e la BCE, rendendo l’Unione un’entità più tecnocratica che democratica.

Il tradimento dello spirito pacifista di Ventotene: il nuovo piano di riarmo

Uno degli aspetti più evidenti della distanza tra il Manifesto di Ventotene e l’Europa attuale è il nuovo piano di riarmo.

Nel Manifesto si auspicava un’Europa che superasse la logica della guerra attraverso istituzioni capaci di garantire pace e stabilità. Oggi, invece, l’UE sta spingendo verso una corsa agli armamenti che non ha precedenti nella sua storia recente. Il nuovo piano prevede oltre ottocento miliardi di euro destinati alla difesa, sottraendo risorse fondamentali a welfare, sanità, istruzione e transizione ecologica.

Questo non è un progetto per un esercito europeo democratico e federale, come si potrebbe immaginare in un’Unione coesa e unita. È piuttosto la risposta disorganizzata e dettata dalla paura di una politica estera che non è mai stata unificata, e che ora si sta piegando alle logiche della NATO e degli interessi militari-industriali.

Verso quale Europa? Un bivio tra Ventotene e il declino

L’Europa di oggi è a un bivio. Può scegliere di riscoprire gli ideali del Manifesto di Ventotene, lavorando per un’unione autenticamente federale, democratica e sociale, oppure può continuare a essere un’arena di scontri tra Stati, dominata da lobby finanziarie e militari.

Per far rivivere il sogno di Spinelli, Rossi e Colorni, servirebbe:

• Un’integrazione economica e fiscale più equa, che superi l’austerità e metta al centro il welfare e la giustizia sociale.

• Un vero esercito europeo democratico, non una corsa agli armamenti senza una strategia politica comune.

• Un superamento della tecnocrazia, restituendo il potere alle istituzioni democratiche e al Parlamento Europeo.

• Un’Unione che lavori per la pace, non per il riarmo e l’escalation militare.

Se l’Europa continuerà a ignorare questi principi, allora dovrà smettere di usare il Manifesto di Ventotene come simbolo. Perché l’Europa di oggi non è l’Europa che Spinelli sognava. E, forse, siamo più lontani che mai dal realizzarla.

“Crisi climatica senza precedenti: CO₂ ai massimi storici e temperature oltre la soglia critica”

Il 2024 ha segnato un punto critico nella crisi climatica globale: la concentrazione atmosferica di anidride carbonica (CO₂) ha raggiunto livelli senza precedenti negli ultimi 800.000 anni, e la temperatura media globale ha superato per la prima volta la soglia di 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali.

Concentrazione di CO₂: un record storico

Secondo il rapporto della World Meteorological Organization (WMO), la concentrazione di CO₂ nell’atmosfera ha raggiunto 420 parti per milione (ppm) nel 2023, con un incremento di 2,3 ppm rispetto all’anno precedente.  Questo aumento è attribuibile principalmente alle emissioni derivanti dalla combustione di combustibili fossili e da eventi naturali come gli incendi boschivi, intensificati dalle condizioni climatiche estreme. 

Superamento della soglia critica di 1,5°C

Il 2024 è stato probabilmente il primo anno in cui l’aumento della temperatura media globale ha superato gli 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, con un incremento stimato di 1,55°C.  Questo dato rappresenta un campanello d’allarme significativo, poiché la soglia di 1,5°C è considerata critica per evitare gli effetti più devastanti del cambiamento climatico.

Effetti sul clima e sugli ecosistemi

L’aumento delle temperature ha avuto impatti significativi sugli ecosistemi terrestri e marini. I ghiacciai hanno subito una perdita record tra il 2022 e il 2024, contribuendo all’innalzamento del livello del mare. Inoltre, gli oceani hanno registrato un riscaldamento senza precedenti per l’ottavo anno consecutivo, influenzando negativamente la biodiversità marina e la pesca. 

Eventi climatici estremi

Il 2024 ha visto un aumento degli eventi climatici estremi, con almeno 151 eventi meteorologici senza precedenti, tra cui ondate di calore, inondazioni e incendi boschivi. Questi fenomeni hanno causato ingenti danni economici e la perdita di vite umane, sottolineando l’urgenza di adottare misure efficaci per mitigare il cambiamento climatico. 

Conclusione

I dati del 2024 evidenziano la necessità urgente di ridurre le emissioni di gas serra e di adottare politiche climatiche più ambiziose. Il superamento della soglia di 1,5°C e l’aumento record della concentrazione di CO₂ rappresentano segnali inequivocabili della gravità della crisi climatica in corso. È fondamentale che la comunità internazionale intensifichi gli sforzi per limitare il riscaldamento globale e proteggere il nostro pianeta per le generazioni future.

“Sacrifici per i molti, privilegi per i pochi: il grande inganno di eredità e riarmo”

Se c’è una costante nella gestione del potere economico e politico, è l’abilità di giustificare sacrifici per i molti mentre si proteggono i privilegi dei pochi. Questo principio sembra essere più che mai evidente nelle scelte economiche dell’Unione Europea, dove la spinta al riarmo per centinaia di miliardi di euro si affianca all’incapacità – o alla mancata volontà – di riequilibrare la distribuzione della ricchezza.

L’annunciato piano di riarmo europeo, che potrebbe richiedere oltre 800 miliardi di euro ai cittadini, avrà conseguenze tangibili sulla qualità della vita delle persone comuni. Le dichiarazioni dei leader politici sono chiare: per finanziare questa corsa alle armi, saranno necessari tagli al welfare, ai salari e ai servizi pubblici. Mentre ai lavoratori e ai cittadini si chiede di stringere la cinghia, il sistema delle eredità e della concentrazione della ricchezza resta intatto, con una fiscalità che favorisce la trasmissione dei patrimoni piuttosto che la redistribuzione delle risorse.

Il paradosso della spesa pubblica: austerità per il welfare, abbondanza per le armi

L’Europa ha attraversato oltre un decennio di politiche di austerità, durante il quale ci è stato detto che non c’erano fondi sufficienti per la sanità pubblica, per l’istruzione, per le pensioni e per il sostegno ai redditi più bassi. Oggi, però, scopriamo che quando si tratta di finanziare l’industria bellica, i soldi ci sono.

L’incongruenza è evidente: mentre si taglia sullo Stato sociale con la scusa della sostenibilità economica, non si pone lo stesso freno alla spesa per armamenti. I sacrifici vengono imposti ai lavoratori e ai pensionati, ma le grandi eredità continuano a godere di una tassazione irrisoria.

Eredità e disuguaglianza: la strategia di conservazione del potere

In un momento storico in cui la redistribuzione della ricchezza dovrebbe essere al centro del dibattito pubblico, i governi scelgono di proteggere il capitale accumulato piuttosto che riequilibrare il sistema. I dati mostrano che l’eredità è diventata la prima causa delle disuguaglianze nei Paesi sviluppati, ma invece di correggere questa deriva con una tassazione progressiva, si preferisce far gravare il peso delle nuove spese sulle fasce meno abbienti della popolazione.

Questa strategia risponde a un’unica logica: mantenere la ricchezza nelle mani di pochi e aumentare il controllo sulle classi lavoratrici, che vedranno ridurre progressivamente il loro potere d’acquisto, le loro tutele e il loro accesso ai servizi essenziali.

Il declino del welfare: una scelta politica, non una necessità economica

Il taglio al welfare non è una fatalità, ma una decisione consapevole. Se davvero l’Unione Europea volesse finanziare il riarmo senza gravare sui cittadini, basterebbe un’imposta progressiva sulle grandi eredità e sui patrimoni accumulati. Un prelievo equo su chi detiene immense ricchezze permetterebbe di recuperare risorse senza intaccare i diritti fondamentali della popolazione.

Ma questa ipotesi non viene neppure presa in considerazione, perché entrerebbe in contrasto con gli interessi delle élite economiche che influenzano le decisioni politiche. I grandi capitali, infatti, sono protetti da una fitta rete di agevolazioni fiscali, mentre si continua a spremere il ceto medio e le fasce più deboli con politiche di sacrificio.

Quale futuro per l’Europa?

Se il piano di riarmo europeo procederà senza un riequilibrio delle risorse, ci troveremo di fronte a un’Europa più militarizzata e meno equa, dove il benessere delle persone sarà sacrificato in nome della spesa per la difesa. Una scelta che, oltre a essere economicamente insostenibile nel lungo periodo, è anche moralmente inaccettabile.

La sfida non è solo quella di opporsi a una politica che favorisce la concentrazione della ricchezza, ma di ricostruire un modello economico in cui il benessere collettivo venga prima della tutela dei privilegi di pochi. Se le classi dirigenti europee continueranno su questa strada, sarà necessario un nuovo fronte di resistenza sociale, capace di rivendicare il diritto a una redistribuzione più giusta e a un’Europa fondata sulla solidarietà, e non sulla guerra.

NO AL PIANO REARMEU: L’EUROPA DEVE RITROVARE SE STESSA

Questa settimana, a Strasburgo, si è consumato un atto gravissimo per il futuro dell’Unione Europea: l’approvazione del piano RearmEU. Una scelta che segna un punto di svolta, ma in senso negativo. I leader europei, compresa Giorgia Meloni, hanno dato il via libera a un massiccio incremento delle spese militari, una decisione che contrasta con il sentimento della maggior parte dei cittadini europei, i quali, come dimostrano numerosi sondaggi, non vogliono una deriva militarista.

Ma ciò che è ancora più grave è il metodo con cui si è giunti a questa decisione. La Presidente della Commissione Europea, Ursula von Der Leyen, ha deliberatamente evitato un passaggio chiave: il dibattito democratico. Il Parlamento europeo, espressione della volontà popolare, è stato messo da parte. Perché? Forse perché la democrazia fa paura a chi impone scelte impopolari.

NON È UNA DIFESA COMUNE, È UNA SPESA SENZA CRITERIO

Il piano RearmEU viene spacciato come un passo verso una difesa comune europea. In realtà, non prevede un budget comune, né tantomeno un debito condiviso tra gli Stati membri. Bruxelles ha semplicemente autorizzato una spesa di 650 miliardi di euro per permettere a ciascun Paese di incrementare il proprio arsenale militare, derogando alle rigide regole del Patto di Stabilità. Inoltre, altri 150 miliardi potranno essere chiesti in prestito alla Commissione Europea, a condizione che vengano usati per acquistare nuove armi, secondo alcuni analisti questo smisurato importo tenderebbe a salire anche oltre i mille miliardi di euro. Ma tutto questo non porta a una difesa comune: significa solo gonfiare i bilanci nazionali delle forze armate in modo scoordinato, senza alcuna strategia condivisa, arricchendo esclusivamente le lobby delle armi, tutto questo sulle nostre teste, compromettendo il futuro di chi verrà dopo di noi.

E qui emerge un aspetto inquietante: se il Patto di Stabilità può essere derogato per le armi, perché non lo si è mai fatto per la sanità, il welfare, l’istruzione o il sostegno alle imprese in difficoltà? Quando si tratta di aiutare le fasce più deboli della popolazione, Bruxelles diventa spietata e inflessibile. Ma quando si tratta di finanziare la corsa agli armamenti, improvvisamente ogni vincolo cade.

L’ASSURDA AUTORIZZAZIONE AD USARE I FONDI DI COESIONE

Se la logica della deroga al Patto di Stabilità per le spese militari è già di per sé assurda, lo è ancora di più l’autorizzazione data ai Paesi membri di usare i fondi di coesione per acquistare armi. Questi fondi dovrebbero servire a ridurre le disuguaglianze tra le regioni europee, a combattere la povertà, a creare occupazione e sviluppo. Ma ora, in nome della “sicurezza”, vengono dirottati sulle forniture militari. L’Europa sta letteralmente smantellando i suoi stessi principi fondativi, sacrificandoli sull’altare della guerra.

UNA POLITICA ESTERA MIOPE E PERICOLOSA

La giustificazione principale per questo piano di riarmo è la presunta minaccia della Russia. Ma questa minaccia è davvero così reale e imminente? O piuttosto siamo di fronte a un circolo vizioso in cui gli attuali leader europei, incapaci di ammettere i propri errori, si ostinano a una strategia fallimentare, rinunciando a qualsiasi tentativo di negoziato?

La politica estera dell’UE è nelle mani di tre commissari – Kaja Kallas, Andrius Kubilius e Valdis Dombrovskis – esponenti di Paesi baltici che hanno un passato storico segnato da profonde tensioni con la Russia. Tutti e tre i Paesi baltici, insieme, sono grandi quanto il Piemonte. Eppure, la loro impostazione nazionalista e il loro rigore ideologico stanno orientando le politiche dell’intera Unione Europea, imponendo un’austerità economica e una strategia di contrapposizione alla Russia che ignora le radici politiche e culturali dell’Europa occidentale. Il risultato sono le 18 pagine del documento finale approvato dal parlamento EU, in esso si riportano alcuni passaggi a dir poco inquietanti, da far rabbrividire. 

LA CONTRADDIZIONE DEL PACIFISMO: LE PIAZZE DI ROMA

Questa tensione tra guerra e pace, tra militarismo e giustizia sociale, è stata al centro delle manifestazioni che si sono svolte ieri, 15 marzo, a Roma. Tre piazze, tre modi diversi di interpretare il momento storico, tre narrazioni distinte sulla guerra e sul futuro dell’Europa.

Da un lato, a Piazza del Popolo, l’evento promosso da la Repubblica e Michele Serra ha raccolto una parte dell’opinione pubblica progressista, , circa 25.000 partecipanti, ma portando in sé una profonda contraddizione: si è parlato di pace senza però mettere in discussione il ruolo dell’Europa nella fornitura di armi e nella perpetuazione del conflitto. Un pacifismo che, pur mosso da sincere intenzioni, finisce per accettare passivamente la retorica del riarmo come inevitabile.

Dall’altro lato, a Piazza Barberini, si è radunata una manifestazione molto più chiara e netta, circa 10.000 partecipanti, organizzata dall’area della sinistra alternativa. Qui il messaggio era inequivocabile: no all’escalation militare, no all’invio di armi, no all’asservimento dell’Europa a una strategia di guerra che ci trascina in un vortice di instabilità globale. C’erano Potere al Popolo, l’Unione Sindacale di Base, Rifondazione Comunista, azione Civile, gli studenti di Cambiare Rotta, le comunità palestinesi, i movimenti per la casa e qualche bandiera dell’Arci. Uno schieramento variegato ma unito da una stessa rivendicazione: alzate i salari, abbassate le armi!

Infine, c’era la terza piazza, quella sovranista alla Bocca della Verità, con tricolori e inni nazionali, ma destinata a un flop annunciato. Il generale Vannacci ha dato forfait, Marco Rizzo è rimasto isolato.

L’EUROPA RISCHIA DI PERDERE SE STESSA

I padri fondatori dell’Europa unita, da Altiero Spinelli a Ernesto Rossi, ci hanno lasciato un manifesto chiaro: la Carta di Ventotene. Un documento che invocava un’Europa federale basata su pace, giustizia sociale e cooperazione tra i popoli. Oggi questi principi sono stati traditi.

Le tre piazze di Roma rappresentano il bivio davanti a cui ci troviamo: accettare passivamente una guerra senza fine o avere il coraggio di dire no, senza ambiguità. Se non si cambia rotta, l’Europa rischia di diventare il fantasma di sé stessa: un continente in crisi economica, sociale e morale, trascinato in un conflitto che non può vincere e che, soprattutto, non dovrebbe combattere, alimentando solo risentimenti ed odio contro di essa, favorendo, come sta accadendo, le forze reazionarie naziste e fasciste che stanno avanzando in tutti gli Stati europei.

È tempo di ribellarsi a questa deriva. È tempo di dire chiaramente che l’Europa che vogliamo non è un’Europa di guerra, ma un’Europa di pace, progresso e giustizia sociale.

“Il PD e la Sindrome di Procuste: L’Arte di Auto-Sabotarsi in un Mondo che Brucia”

C’è un incendio in corso, il fuoco divampa sui confini europei, le sirene della guerra ululano più forte che mai e la crisi sociale morde come un mastino inferocito. Ma tranquilli, nel Partito Democratico l’emergenza è un’altra: la solita, eterna, logorante faida interna. Un conflitto che non ha nulla di epico, ma assomiglia più a una rissa da condominio, con l’unica differenza che qui non si litiga su chi deve pagare la luce delle scale, bensì su chi deve spegnere quella del partito.

Il Partito dell’Autoflagellazione

Siamo nel 2025 e, mentre i cittadini cercano disperatamente di arrivare a fine mese, i democratici trovano tempo e voglia per azzuffarsi su questioni di potere, correnti e micro-leadership. A vederli da fuori, sembra che abbiano contratto una strana patologia politica, una specie di “sindrome di Procuste”: chiunque emerga troppo viene abbattuto, chiunque pensi fuori dagli schemi viene sacrificato, chiunque osi proporre un’identità chiara viene fatto a pezzi dal fuoco amico. Il PD è una macchina perfettamente oliata… per il suicidio politico.

E mentre si avvitano in discussioni su quanto debba essere annacquata la loro identità, il mondo va avanti. Va avanti la NATO con le sue strategie di riarmo. Va avanti il governo con politiche che strangolano i più deboli. Va avanti la precarietà, va avanti la crisi climatica, va avanti il declino dell’Italia come potenza industriale. Ma nel PD? No, lì si resta fermi, perché c’è sempre una nuova scissione all’orizzonte.

Due Anime, Nessuna Identità

Ogni volta che si prova a definire cos’è il PD, si finisce a giocare a “Indovina Chi?”. Sono di sinistra? Non proprio. Sono centristi? Più o meno. Sono progressisti? Dipende dall’umore del giorno. Di fatto, convivono due grandi famiglie politiche: da un lato gli “estremisti di centro”, che sembrano più a destra di molti conservatori dichiarati; dall’altro i “moderati che guardano a sinistra”, talmente moderati che per esprimere un’opinione ci mettono sei mesi di consultazioni interne.

Il problema non è la pluralità. Il problema è che questa pluralità è diventata una zavorra, un pretesto per non decidere mai nulla. La loro unica strategia è tenersi stretti, sperando che, stando insieme, possano contare di più. Peccato che, a forza di annullarsi a vicenda, si stanno rendendo inutili.

La Corsa al Nulla mentre il Mondo Implode

Non sarebbe il momento di unire le forze per contrastare la deriva guerrafondaia e il riarmo? Non sarebbe ora di proporre un’alternativa chiara, netta, coraggiosa? Non sarebbe il caso di affrontare la crisi sociale con politiche radicali per la redistribuzione della ricchezza? No, molto meglio spaccarsi sulle candidature regionali, sulle quote di potere, su chi ha più diritto di parlare in un talk show.

Mentre la gente fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, il PD si diletta in un sofisticato gioco di equilibrismi. Un capolavoro di irrilevanza politica che ha portato il partito a perdere milioni di voti in pochi anni, senza che nessuno sembri preoccuparsene davvero.

Conclusione: Il PD, Malato Cronico

Il PD è come un paziente che si rifiuta di prendere la medicina, preferendo dibattere sulla posologia fino alla morte. Le guerre interne sono diventate il loro unico vero programma politico, e l’autolesionismo la loro unica linea guida. Se continuano così, l’unico quesito che resterà sarà: chi spegnerà la luce quando anche l’ultimo elettore se ne sarà andato?

Perché di una cosa possiamo essere certi: mentre il mondo si spacca, il PD continuerà a spaccarsi anche da solo.

La lotta tra capitalismo produttivo e speculativo: un riassetto che non sarà mai a favore dei popoli

La storia del capitalismo è una storia di continui adattamenti e ristrutturazioni, spesso mascherati da conflitti ideologici o battaglie politiche, ma che in realtà rispondono a una logica ferrea: il mantenimento del dominio delle élite economiche sulla società. L’attuale scontro tra il capitalismo produttivo, rappresentato da Trump e dalla sua fazione, e il capitalismo finanziario-speculativo, incarnato dall’asse globalista di Davos e delle grandi istituzioni finanziarie, non è altro che l’ennesima fase di questa eterna riorganizzazione del potere economico.

Tuttavia, ciò che emerge con chiarezza è che in questa guerra di fazioni non c’è un campo che possa essere considerato realmente dalla parte dei popoli. Sia il capitalismo produttivo che quello finanziario sono interessati unicamente alla propria sopravvivenza e al proprio rafforzamento, mentre i cittadini rimangono spettatori passivi e vittime predestinate di ogni nuovo assetto.

Il capitalismo e la sua vera lotta: le tasse e il controllo delle risorse

Per comprendere il conflitto in corso, bisogna partire dalla questione fondamentale: la tassazione. Ogni sistema economico si regge sulla capacità dello Stato di prelevare risorse dalla società per finanziare infrastrutture, servizi e il mantenimento dell’ordine. Ma il capitalismo ha sempre cercato di sottrarsi a questa logica, trasferendo il peso fiscale sulle fasce più deboli mentre le grandi corporation e le élite finanziarie trovano modi sempre più sofisticati per eludere le tasse.

Il capitalismo finanziario ha prosperato grazie alla deregolamentazione globale, ai paradisi fiscali e alla manipolazione monetaria operata dalle banche centrali. Il capitalismo produttivo, d’altro canto, ha bisogno di una base fiscale più solida per finanziare le proprie attività industriali e infrastrutturali. Da qui nasce lo scontro: chi deve pagare il conto del nuovo riassetto economico?

Trump e la sua fazione vogliono rilanciare l’industria americana e riportare la produzione negli Stati Uniti, il che implica un maggiore controllo sulla finanza speculativa e una redistribuzione della pressione fiscale. Ma questo non significa affatto che i cittadini ne trarranno beneficio: la storia ci insegna che quando il capitalismo produttivo prende il sopravvento, lo fa a scapito dei lavoratori, con tagli ai diritti, all’aumento dei carichi di lavoro e alla riduzione della spesa sociale.

Trump contro l’élite finanziaria: un vero scontro o una faida interna?

L’ascesa di Trump e della sua squadra non è solo un cambio di amministrazione, ma un vero terremoto per l’ordine economico globale. La sua visione si contrappone all’élite finanziaria che ha dominato gli ultimi decenni, rappresentata dalle grandi istituzioni come la BCE, la Commissione Europea e i think tank di Davos.

La sua strategia è chiara: svincolare gli Stati Uniti dalla logica della globalizzazione finanziaria per riportare il baricentro dell’economia sulla produzione interna. Questo significa, tra le altre cose, minare il potere di organismi sovranazionali come il WTO, il FMI e la stessa NATO, e avviare un processo di deglobalizzazione controllata.

Ma è davvero un cambio di paradigma? O si tratta solo di un riassetto delle forze dominanti, in cui il capitalismo produttivo rimpiazzerà quello speculativo senza che la popolazione ne tragga alcun vantaggio? La verità è che il cittadino medio non vedrà mai una ridistribuzione della ricchezza, ma solo nuove forme di sfruttamento e controllo.

L’Europa: il vaso di coccio tra due capitalismi predatori

In questo scenario, l’Europa è il soggetto più debole. Ancorata a un sistema economico basato sul rigore fiscale e sulle politiche di austerità, si trova schiacciata tra l’ambizione di Trump di smantellare l’ordine globalista e la volontà delle élite finanziarie di mantenere il controllo assoluto sulle economie nazionali.

La Commissione Europea e la BCE hanno adottato politiche che favoriscono la speculazione finanziaria a scapito dell’economia reale. La deindustrializzazione dell’Europa, accelerata dal Green Deal e dalle sanzioni alla Russia, è un chiaro esempio di come il capitalismo finanziario abbia sacrificato interi settori produttivi per mantenere i profitti di pochi.

Ma l’alternativa offerta da Trump non è affatto una salvezza per il Vecchio Continente. Il ritorno a un capitalismo produttivo negli Stati Uniti significa per l’Europa una perdita di centralità economica e una maggiore pressione per seguire la nuova direzione imposta da Washington, con un aumento delle spese militari e una riduzione della sovranità economica.

I popoli come vittime sacrificali: il grande riassetto del potere

Qualunque sia l’esito dello scontro tra le due fazioni capitaliste, una cosa è certa: i popoli non ne trarranno alcun beneficio. Sia il capitalismo finanziario che quello produttivo vedono i cittadini come semplici risorse da sfruttare, greggi da tosare per alimentare il proprio sistema.

Nel vecchio modello finanziario, la speculazione ha portato alla compressione dei salari, alla precarizzazione del lavoro e all’aumento delle disuguaglianze. Nel nuovo modello produttivo che Trump vuole imporre, il rischio è quello di una nuova forma di sfruttamento, in cui la necessità di rilanciare l’industria porterà a una maggiore pressione sui lavoratori e a una riduzione dei diritti sociali.

Il grande riassetto in corso non ha nulla a che fare con il benessere delle persone, ma solo con la sopravvivenza e il rafforzamento del sistema capitalistico. I popoli non saranno protagonisti di questo cambiamento, ma semplici spettatori, costretti a subire le conseguenze delle scelte fatte da una ristretta élite di potere.

Conclusione: il futuro sarà sempre più spietato per i cittadini

La vera domanda non è se Trump vincerà contro la fazione globalista, ma cosa cambierà davvero per i cittadini comuni. La risposta, purtroppo, è amara: indipendentemente da chi prevarrà, il sistema continuerà a funzionare a vantaggio delle élite economiche, lasciando ai popoli solo le briciole e i costi delle nuove strategie di dominio.

La politica, in questa fase storica, non è altro che una lotta tra fazioni dell’élite economica per il controllo delle risorse globali. Non esistono veri difensori degli interessi popolari, ma solo nuovi assetti di potere che cercheranno, con metodi diversi, di garantire la continuità del dominio capitalista.

Le masse continueranno a essere manipolate, divise, illuse con false promesse e terrorizzate con minacce esterne, siano esse la Russia, la Cina o qualche nuova emergenza costruita ad arte. E mentre il grande riassetto avanza, i popoli resteranno quello che sono sempre stati per le élite: un gregge da sfruttare, tosare e, se necessario, sacrificare.