Il recente annuncio del piano di riarmo europeo, un’iniziativa da 800 miliardi di euro, ha suscitato non poche perplessità. Da una parte si invoca la necessità di rafforzare la difesa del continente, dall’altra si intravede l’ennesimo canale dorato verso le casse delle grandi industrie belliche, molte delle quali a stelle e strisce. Non è un mistero, infatti, che gran parte di questi fondi finirà nei forzieri delle multinazionali americane, alimentando un meccanismo rodato che sotto la patina della sicurezza cela ben altri obiettivi: profitto unilaterale e consolidamento di precise dinamiche geopolitiche.
Il paradosso è evidente. Per anni ci hanno raccontato che le casse pubbliche erano vuote, che il debito pubblico era un mostro da tenere a bada con le catene dell’austerità. Ogni richiesta di fondi per sanità, istruzione o welfare si schiantava contro il muro dei parametri di bilancio e dei vincoli europei. Ma, quasi per magia, di fronte alla necessità di riarmo, ecco che le risorse saltano fuori. I rubinetti del denaro pubblico si aprono generosamente, come se improvvisamente i conti non fossero più un problema. Questa incoerenza stride, e la domanda sorge spontanea: perché i soldi sono sempre pochi quando si tratta del benessere dei cittadini, ma diventano improvvisamente abbondanti quando c’è da finanziare nuove armi?
Il cittadino medio, intanto, continua a pagare. Cambiano i governi, cambiano le facce, ma il copione resta immutato. Che si voti a destra o a sinistra, le politiche economiche e internazionali seguono spesso la stessa traiettoria. Il voto sembra essere diventato un rituale vuoto, una parvenza di partecipazione che maschera una sostanziale impotenza. L’illusione della scelta democratica, in realtà, nasconde un sistema in cui le decisioni cruciali vengono prese lontano dalle urne, nei salotti del potere finanziario e industriale. Un gioco delle parti in cui i veri padroni del mondo, protetti dalle torri d’avorio della finanza globale, continuano a muovere i fili senza che nulla cambi davvero.
Siamo passati dall’essere sudditi di re e imperatori all’essere cittadini di moderne democrazie, o almeno così ci hanno fatto credere. La verità è che il sistema ha semplicemente raffinato i suoi metodi di controllo. Se un tempo il potere si imponeva con la forza, oggi si esercita con la persuasione e la manipolazione. Non siamo più sudditi, ma consumatori. Il nostro valore non sta più nella partecipazione alla vita pubblica, ma nella capacità di sostenere un’economia basata sul consumo incessante. E ora ci viene chiesto qualcosa di più: non solo consumare, ma anche sostenere, direttamente o indirettamente, le avventure belliche decise sopra le nostre teste.
Non è un caso che alcuni studiosi abbiano definito questa fase storica come “neo-feudalesimo”. Un sistema dove, proprio come nel Medioevo, una ristretta élite possiede le risorse e detta le regole, mentre la massa viene mantenuta in una condizione di sudditanza. Cambiano le forme, ma non la sostanza: al posto dei castelli ci sono i grattacieli delle multinazionali, al posto dei signori feudali ci sono i CEO delle grandi corporazioni, e noi, i nuovi servi della gleba, siamo legati non più alla terra, ma al consumo, al debito e, se serve, anche alla guerra. Questo neo-feudalesimo moderno ha affinato i suoi strumenti: non più catene di ferro, ma catene invisibili fatte di marketing, narrazioni mediatiche e cicli di crisi senza fine.
E mentre ci illudiamo di essere liberi, continuiamo a girare come criceti su una ruota, inseguendo un benessere che si allontana sempre di più. È un grande esperimento sociale, un test continuo sulla nostra resistenza alla stupidità. Ci stanno facendo ingoiare di tutto, fango compreso, raccontandoci che è per il nostro bene. Ogni crisi, ogni emergenza, diventa un’occasione per un nuovo esperimento: fino a che punto siamo disposti ad accettare decisioni palesemente contrarie ai nostri interessi? Quanto ancora ci lasceremo trascinare, come “Polly”, i polli perfetti, pronti a credere a qualsiasi narrativa ci venga proposta?
Addirittura, ci viene concessa la libertà di esprimerci, un’illusione ben confezionata per alimentare il mito della democrazia. Ma questa libertà è monitorata, regolata e concessa solo fino a quando il flusso delle informazioni rimane sotto controllo. Sanno perfettamente come orientare le masse, come distrarle, come renderle innocue. E se un giorno la voce delle persone diventasse troppo forte, se l’informazione sfuggisse al loro controllo, allora non esiterebbero a chiudere anche questa piccola valvola di sfogo. Ci tolgono il bavaglio solo perché sanno che, finché le nostre parole non scalfiscono il sistema, sono innocue. Ma il giorno in cui la parola dovesse trasformarsi in azione, non ci penseranno due volte a spegnere la luce.
Ma la parabola dell’inganno non si ferma qui. Dopo averci sfruttato come polli da batteria, spremendoci fino all’osso, il sistema ha in serbo per noi un’ulteriore umiliazione: la divisa. Proprio così, quando ormai siamo stati frantumati e resi docili, arriva il momento di essere vestiti da soldati, mandati a morire in guerre che non ci appartengono. E lo facciamo marciando a passo militare, senza fiatare, obbedendo ciecamente come automi, come polli di batteria che si avviano al macello. È il perfetto coronamento di un processo di spersonalizzazione, dove non siamo più individui, ma semplici numeri da spostare sul grande scacchiere delle strategie globali.
Forse la vera domanda non è se ci sveglieremo, ma quando. Quando inizieremo a mettere in discussione questo sistema che ci tratta come sudditi travestiti da elettori? Quando decideremo di fermare questa infernale ruota e rivendicare il nostro ruolo di cittadini consapevoli, non solo di consumatori o sudditi? Il mondo ha bisogno di un risveglio collettivo, di una consapevolezza nuova che ci permetta di vedere oltre la cortina fumogena delle promesse e delle paure. Solo allora potremo sperare di costruire una società davvero libera, giusta e in pace, dove le scelte vengano fatte per il bene comune e non per gli interessi di pochi.