Il circo della propaganda: media, narrativa e manipolazione dell’opinione pubblica

L’illusione dell’informazione libera

Un tempo si diceva che l’informazione fosse il “quarto potere”, un cane da guardia della democrazia. Oggi sembra più un cane da compagnia, fedele ai suoi padroni e pronto a mordere solo chi è fuori dalla cerchia del consenso imposto. Il recente trattamento mediatico riservato al colloquio tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky è solo l’ennesima dimostrazione di come l’informazione non sia più al servizio della comprensione dei fatti, ma della loro manipolazione.

Tutti i principali media, con pochissime eccezioni, hanno estrapolato pochi minuti del confronto (dal minuto 43 al 47, su 50 complessivi), costruendo una narrazione che dipinge Zelensky come vittima dell’“umiliazione” inflittagli dal “bullo” Trump. Una sintesi arbitraria, funzionale alla perpetuazione dello schema buono/cattivo che regola ormai la comunicazione politica e geopolitica mainstream. Non importa il contenuto completo della conversazione, non conta il contesto più ampio: il pubblico deve ricevere un messaggio chiaro e inequivocabile, un’istruzione su chi odiare e chi sostenere.

Questa dinamica non è un’eccezione, ma la regola.

La narrazione prefabbricata: Putin, Hamas e l’eterno “fulmine a ciel sereno”

La gestione delle informazioni riguardanti la guerra in Ucraina e il conflitto in Medio Oriente segue lo stesso copione. Il 24 febbraio 2022, secondo la narrazione dominante, Putin, “pazzo e malato”, ha invaso l’Ucraina senza motivo, spinto da un insaziabile desiderio di conquista. Nessun accenno al contesto geopolitico precedente, alla NATO che ha spinto i suoi confini sempre più a est, agli accordi di Minsk mai rispettati, alla guerra civile nel Donbass che andava avanti dal 2014. Nulla di tutto questo esiste nella narrazione ufficiale.

Stesso discorso per il 7 ottobre 2023: Hamas attacca Israele, e questo evento viene descritto come un’aggressione improvvisa e inspiegabile, un puro atto di barbarie senza alcun retroterra storico. Non si parla dell’occupazione, del blocco di Gaza, delle violenze subite dai palestinesi per anni. Il pubblico deve solo sapere che c’è un aggressore malvagio e una vittima innocente.

Questa modalità di costruzione della realtà si basa su un meccanismo estremamente semplice: proiettare il film a partire dal punto più conveniente alla narrazione. Se io ti tiro un pugno dopo che tu mi hai accoltellato, la storia comincerà dal pugno. La parte precedente sarà eliminata, e il pubblico sarà invitato a condannare la mia violenza senza porsi altre domande.

La regressione infantile della politica e del giornalismo

Questo modello narrativo ha prodotto un impoverimento radicale della capacità analitica sia del pubblico sia di chi dovrebbe guidare il dibattito politico. Il discorso pubblico si è ridotto a una dicotomia elementare: buoni contro cattivi.

Se sei contro Zelensky, allora sei automaticamente a favore di Putin. Se critichi la NATO, allora sei un filo-russo. Se non sostieni incondizionatamente Israele, allora sei un antisemita. Se critichi l’Unione Europea, allora sei un sovranista populista e dunque un fascista.

Questa logica binaria impedisce qualsiasi analisi complessa, qualsiasi tentativo di comprendere le ragioni profonde dei conflitti. Il dibattito politico non è più un confronto di idee, ma un continuo test di fedeltà ideologica: devi dichiarare da che parte stai, senza sfumature, senza approfondimenti.

Persino figure che un tempo erano considerate critiche e argute si sono arrese a questa semplificazione infantile. È il caso di molti intellettuali e giornalisti che, pur avendo avuto in passato una visione lucida della realtà, oggi sembrano incapaci di vedere l’Unione Europea per quello che è realmente: un blocco neoliberale e guerrafondaio, che non ha nulla a che vedere con i sogni progressisti degli anni ’90. Ma aggiornare il proprio pensiero richiede uno sforzo, e molti preferiscono rimanere ancorati alle proprie convinzioni giovanili, anche quando la realtà le ha smentite.

I media come strumenti di propaganda

Ciò che emerge chiaramente da questo scenario è che i media non sono più strumenti di informazione, ma di propaganda. Il loro obiettivo non è fornire al pubblico gli strumenti per comprendere la complessità del mondo, ma indirizzarlo verso determinate conclusioni preconfezionate.

Le grandi testate giornalistiche e i telegiornali non si limitano a raccontare i fatti: li selezionano, li manipolano, li inquadrano in una narrazione che serve precisi interessi. I conflitti non sono più analizzati dal punto di vista geopolitico, economico o storico, ma trasformati in sceneggiature hollywoodiane, con eroi e villain ben definiti.

In questo senso, il giornalismo mainstream non è più neanche “giornalismo”: è intrattenimento politico, teatro della manipolazione, una fabbrica di consensi per i poteri dominanti. Il pubblico non è chiamato a riflettere, ma a tifare, come in una partita di calcio.

Come rompere l’incantesimo?

Di fronte a questo scenario, la prima cosa da fare è smettere di essere spettatori passivi.

• Non accontentarsi delle narrazioni ufficiali, ma cercare sempre il contesto, le fonti alternative, i dettagli omessi.

• Diffidare delle semplificazioni, perché la realtà è sempre più complessa di quanto viene raccontato.

• Non farsi trascinare nel gioco delle tifoserie, rifiutando la logica binaria del buono/cattivo.

• Pretendere un’informazione vera, supportando quei pochi giornalisti e media indipendenti che cercano ancora di fare il loro lavoro con onestà.

Oggi, più che mai, l’informazione è un campo di battaglia. E in questa guerra della propaganda, l’unica arma che ci rimane è il pensiero critico.

La rapina del secolo: l’aumento delle spese militari mentre il mondo muore di fame

Ogni tre secondi, un essere umano muore di fame. Ogni tre secondi, un bambino, una donna o un uomo perde la vita perché non ha accesso al cibo. Eppure, i governi delle potenze mondiali continuano ad aumentare i bilanci militari, investendo cifre astronomiche in armamenti che, invece di garantire sicurezza, alimentano instabilità e sofferenza.

Un prezzo insostenibile

Le spese militari globali hanno raggiunto livelli record. Solo i paesi del G7 – le sette economie più ricche del pianeta – spendono oltre 1.200 miliardi di dollari all’anno in spese militari. Un’enormità di risorse che, in un mondo sempre più segnato da crisi climatiche e povertà estrema, rappresenta una vera e propria rapina ai danni dell’umanità.

Eppure, basterebbe appena l’1% di queste speseper eradicare la fame estrema, quella che provoca la morte di milioni di persone e costringe intere popolazioni a migrare in cerca di sopravvivenza. Questa fame estrema è in drammatico aumento. L’ONU stima che con circa 40 miliardi di dollari all’anno si potrebbe garantire cibo e nutrizione adeguata a chi oggi non ne ha accesso. Molto meno di quello che si sta spendendo nella guerra in Ucraina. 

Un’illusione di sicurezza

Ci dicono che l’aumento delle spese militari è necessario per la sicurezza globale. Ma la vera minaccia alla sicurezza non è forse la povertà estrema, il collasso climatico, le disuguaglianze sempre più marcate?

Alimentare il mercato delle armi non ferma i conflitti: li moltiplica, li prolunga, li rende più devastanti. Come è accaduto in Ucraina. 

Eppure, anche riducendo le spese militari del 99%, i paesi del G7 continuerebbero a spendere in difesa oltre dieci volte più della Russia. Il che dimostra come la corsa agli armamenti sia più una questione di interessi economici che di reale necessità strategica.

La scelta è politica, non inevitabile

L’idea che il mondo abbia bisogno di più armi per essere sicuro è una narrazione costruita da chi trae profitto dall’aumento delle spese militari. L’industria bellica è un colosso che influenza governi e istituzioni, promuovendo un ciclo infinito di guerra e riarmo.

Ma ogni euro aggiunto alle spese militari è un euro sottratto all’istruzione, alla sanità, alla lotta contro la crisi climatica, alla giustizia sociale, alla cooperazione internazionale e alla non prorogabile eradicazione della fame nel mondo.

Un’altra strada è possibile

Di fronte a questa “rapina del secolo”, di fronte a questo aumento  delle spese militari, i cittadini del mondo hanno il diritto e il dovere di alzare la voce. Occorre esigere che i governi invertano la rotta, che l’1% delle spese militari sia immediatamente destinato alla lotta contro la fame estrema, e che la logica della guerra lasci spazio alla diplomazia e alla solidarietà internazionale con le aree del mondo schiacciate da una spaventosa povertà.

Perché nessun esercito servirà mai a proteggere un mondo in cui milioni di persone muoiono di fame. 

La più grande rapina del secolo a danno dei più poveri va fermata. Come se mondo bastasse l’iniqua distribuzione delle ricchezze nel Pianeta, adesso è entrata in campo – con effetti devastanti – la lobby politica che va a braccetto con il complesso industriale-militare. Ha coinvolto i media media e ogni giorno si parla di una sola cosa in televisione: comprare nuovi armamenti, aumentare le spese militari.

È in atto una campagna martellante a cui dobbiamo opporci con tutte le nostre forze prima che sia troppo tardi.

Stop all’aumento delle spese militari!

Questo testo può essere liberamente scaricato, stampato, modificato, integrato e utilizzato in attività per la pace e i diritti globali. Puoi farne un volantino e distribuirlo ai tuoi amici.———————-
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Il nuovo sceriffo e l’illusione di Kiev: il tramonto dell’Occidente bellicista

L’incontro alla Casa Bianca tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky è stato molto più di un semplice scontro verbale tra due uomini di potere. È stato il simbolo di un cambiamento epocale nei rapporti di forza globali, la certificazione definitiva che l’Occidente non è più quello di tre anni fa. Il “nuovo sceriffo in città” non è solo Trump, ma un’intera visione del mondo che si sta affermando con brutalità e cinismo, ma anche con una logica fredda e inesorabile: chi ha perso, deve prenderne atto.

La scazzottata politica tra il tycoon e l’ex comico divenuto presidente non è stata un semplice incidente diplomatico, ma il segnale che l’America ha chiuso il rubinetto e sta ridefinendo le sue priorità. Zelensky è stato convocato a Washington con un messaggio chiaro: “Vieni solo per firmare”. Firmare cosa? Un accordo sulle terre rare, il futuro asset strategico dell’economia globale. Ma quando si è trovato davanti al nuovo padrone della Casa Bianca, Zelensky ha provato a giocare d’azzardo, a trattare, a sfidare Trump davanti alle telecamere per mostrare all’Occidente di non essere un semplice burattino. Il risultato? Un’umiliazione pubblica e la conferma che l’Ucraina, nel grande gioco geopolitico, è una pedina sacrificabile.

Zelensky e l’illusione della guerra a oltranza

L’Occidente aveva garantito a Zelensky un sostegno incondizionato, lo aveva trasformato nel “paladino della libertà”, ma ora lo sta lasciando al suo destino. I leader europei, da Macron a Starmer, continuano a ripetere il mantra della “solidarietà incrollabile”, ma sanno bene che senza gli Stati Uniti la guerra è già persa. Le casse europee sono vuote, gli arsenali militari anche, e la popolazione inizia a ribellarsi all’idea di mandare risorse e giovani a morire per Kiev.

Eppure Zelensky continua a non voler accettare la realtà. Ha rifiutato qualsiasi possibilità di negoziato con la Russia, imponendosi come il solo arbitro della pace. La NATO e l’UE gli hanno cucito addosso un ruolo che ora non può più sostenere: quello dell’eroe che decide i tempi e i modi della fine del conflitto. Ma la guerra non si decide nei talk show, né nei summit diplomatici: si decide sul campo di battaglia. E lì l’Ucraina sta perdendo.

Trump lo ha detto senza mezzi termini: “Così sarà difficile fare affari con te”. Perché alla fine, nella visione trumpiana del mondo, tutto si riduce a una questione di business. E la guerra in Ucraina non è più un buon affare per gli Stati Uniti. Non perché Trump sia un pacifista, ma perché il suo pragmatismo gli impone di chiudere i fronti inutili per concentrarsi su quelli davvero strategici. L’Ucraina, semplicemente, non lo è più.

“Morire per Kiev”? No, serve il cessate il fuoco

Mentre Zelensky si ostina a chiedere più armi e persino una no-fly zone – richiesta che neppure Biden ha mai osato concedere – in Europa qualcuno inizia a porsi la domanda scomoda: vale la pena morire per Kiev? È la versione aggiornata dell’interrogativo che Marcel Déat si pose nel 1939 di fronte alla prospettiva di una guerra per Danzica. Solo che stavolta la situazione è ancora più chiara: la Russia non è il Terzo Reich, e la guerra non porterà la salvezza a nessuno.

L’Ucraina è stata trascinata in un conflitto assurdo, che si sarebbe potuto evitare se l’Occidente non avesse trasformato il Paese in una lancia della NATO contro la Russia. La strategia di recuperare manu militari i territori perduti dopo il 2014 è stata una follia, e il risultato è stato solo quello di prolungare un conflitto che si poteva chiudere in poche settimane. Il logoramento è evidente: le risorse scarseggiano, la popolazione è esausta, e i giovani ucraini non vogliono più essere mandati al massacro.

Zelensky lo sa, e per questo ha cercato fin dall’inizio di coinvolgere direttamente la NATO nel conflitto. Ma il suo sogno di una guerra totale tra l’Occidente e la Russia non si è avverato. Ora la sua unica possibilità è trattare, ma lo deve fare alle condizioni di Trump e Putin, non alle sue.

L’Europa tra ipocrisia e suicidio strategico

La reazione europea alla debacle di Washington è stata la solita: ipocrisia e retorica. I leader UE si affannano a dichiarare sostegno a Zelensky, ma sanno che senza gli USA il loro peso è nullo. Parlano di rafforzare la difesa europea, di inviare nuove armi, persino di mettere “stivali sul terreno” in Ucraina. Ma questa non è una strategia, è solo il riflesso di una classe dirigente che non sa come uscire dall’angolo in cui si è cacciata.

A cosa porterà tutto questo? Al nulla. L’unica via d’uscita per l’Europa è imporsi come mediatore per un cessate il fuoco e un accordo di pace. Continuare a seguire Zelensky nella sua politica suicida significa solo prolungare l’agonia dell’Ucraina e avvicinare il rischio di un’escalation incontrollabile.

Ma per farlo, l’Europa dovrebbe avere una leadership autonoma e capace di pensare in modo strategico. Invece si limita a seguire il copione scritto da Washington, anche quando è chiaro che quel copione porta al disastro.

Henry Kissinger, con il suo cinismo spietato, l’aveva detto chiaramente: “Essere nemici dell’America può essere pericoloso, ma esserle amici è fatale”. Oggi Zelensky lo sta scoprendo sulla propria pelle. E domani potrebbe toccare all’Europa.

Villa Lou Bini, la Versailles del piccolo “Re Sole”

C’era una volta un ente che nessuno si filava, un castello dormiente nella foresta incantata della burocrazia italiana. Poi, un bel giorno, arrivò lui, il piccolo “Re Sole”, che con un colpo di bacchetta magica trasformò Villa Lubin in Villa Lou Bini, reggia di sfarzi, ori e medaglie. Il protagonista di questa fiaba? Renato Brunetta, che da presidente del CNEL ha deciso di reinterpretare il concetto di austerità in una chiave decisamente più… settecentesca.

L’arte di spendere senza ritegno

Altro che sobrietà! Qui si marcia a passo spedito verso il primato del lusso istituzionale, con tappeti rossi più lunghi della lista d’attesa per una visita specialistica e lampadari che farebbero impallidire la Reggia di Versailles. E non si tratta mica di volgari LED da discount! No, no. Al CNEL le lampade si trasformano, si reinventano, si ristrutturano con amorevole dedizione: 15.000 euro qui, 6.100 là, perché la luce del potere deve brillare sempre e comunque.

Ma l’illuminazione, si sa, non basta. Serve anche arredare con gusto. E allora giù con sedie ergonomiche, salottini in stile rétro e, già che ci siamo, con qualche opera d’arte in prestito dagli Uffizi. Perché se non puoi essere un Medici, almeno puoi imitare il loro salotto buono. Certo, per esporre i quadri servono pareti all’altezza, quindi meglio ridipingere tutto con una spolverata di vernice da 40.000 euro. Per un tocco finale, ecco il restauro del tavolo presidenziale (4.000 euro) e del salottino privato (3.800 euro), che di certo ne avevano bisogno dopo aver sopportato i pesi della democrazia partecipativa.

Tecnologia e souvenir per tutti!

Ma il piccolo Re Sole del CNEL non è certo un nostalgico del passato. No, la modernità avanza anche a Villa Lou Bini, e lo fa con iPhone nero titanio (2.256 euro), stampanti laser dai gusti raffinati (1.259 euro solo per i colori) e chiavette USB personalizzate (1.069 euro, perché la memoria costa, si sa). In un’epoca in cui la digitalizzazione è tutto, non sia mai che qualcuno rimanga senza gadget con il logo del CNEL.

E per chi si chiedesse se il buon gusto fosse confinato solo all’arredamento, eccolo che spunta nel vestiario. Cravatte e foulard per 3.200 euro, kit autista per 619 euro, vestiario ospiti per 750 euro, e divise d’accoglienza per 1.570 euro. La domanda sorge spontanea: ma cosa accade a Villa Lubin, un Gran Ballo in maschera?

Un teatro di spese (e di illusioni)

Se poi pensavate che la vera funzione del CNEL fosse occuparsi di lavoro e rappresentanza sociale, vi siete sbagliati di grosso. Qui la rappresentanza si fa con stile, con partnership mediatiche da 138.000 euro e convegni che da soli valgono più di un anno di stipendio di un precario.

Ma dove sono i provvedimenti, le decisioni, il lavoro svolto dal Consiglio Nazionale per l’Economia e il Lavoro? Al momento sono pervenute solo le spese, ma il resto? Quali sono i risultati di questo ente costituzionale? Cosa ha prodotto finora? Non è dato sapere!

E mentre al Ministero dell’Ambiente i dipendenti vengono rispediti a casa causa salmonella nei bagni, a Villa Lou Bini ci si gode l’aria pulita, tra tappeti americani bordati di rosso (5.030 euro per 27 metri), finestre nuove e tramezzi tirati su con la nonchalance di chi con i soldi pubblici ci fa origami.

Dulcis in fundo: il tributo alla grandeur

In ogni monarchia che si rispetti, ci sono le onorificenze. E qui, ovviamente, non si è badato a spese: 10.295 euro in medaglie, 8.600 in francobolli, quasi a voler lasciare un sigillo indelebile di tanta magnificenza.

E così, mentre gli italiani arrancano tra inflazione e bollette sempre più salate, al CNEL si continua a vivere nel lusso di una Versailles in miniatura. Se Luigi XIV avesse avuto la possibilità di reincarnarsi, probabilmente avrebbe chiesto di rinascere presidente del CNEL. Ma avrebbe avuto un problema: persino lui, con la sua mania di grandezza, si sarebbe forse vergognato di tanto spreco.

Trump, Vance e il ceffone diplomatico a Zelensky: la crisi ucraina ai piedi del nuovo ordine americano

L’incontro nello Studio Ovale tra Donald Trump, il suo vice JD Vance e Volodymyr Zelensky, più che una discussione tra leader, è sembrato il processo a un imputato già condannato in contumacia. Il presidente ucraino, reo di non voler cedere incondizionatamente lo sfruttamento delle terre rare del suo paese senza garanzie di sicurezza, è stato messo sotto torchio in un acceso scambio di battute che ha rivelato non solo la durezza della nuova amministrazione americana, ma anche la fragilità della posizione ucraina nello scacchiere internazionale.

L’interrogatorio nello Studio Ovale

Il confronto si è trasformato ben presto in una sequenza di accuse, reprimende e moniti che hanno visto Zelensky in difficoltà di fronte a un Trump sempre più padrone della scena. L’ex, e ora nuovamente, presidente degli Stati Uniti ha ridotto il tema della guerra in Ucraina a una partita di carte, sottolineando come Kiev, senza il sostegno americano, non avrebbe alcuna mano da giocare.

Vance, dal canto suo, ha incarnato il ruolo del braccio armato della nuova dottrina trumpiana: “Hai mai detto grazie?” ha incalzato Zelensky, come a rimarcare che gli aiuti americani non sono mai stati un atto di solidarietà, ma un investimento con aspettative di ritorno. E se l’Ucraina non è in grado di restituire, allora è fuori dai giochi.

Zelensky, nel tentativo di difendere la sua posizione, ha cercato di ricordare le vittime ucraine, il prezzo umano del conflitto, la necessità di un sostegno reale e non condizionato. Ma le sue parole si sono infrante contro il muro di una nuova visione strategica americana, che non vede più Kiev come una causa da sostenere, ma come una pedina sacrificabile nel più ampio gioco della geopolitica.

L’America che cambia volto

Trump e Vance hanno lanciato un messaggio chiaro: la guerra in Ucraina non sarà più un problema degli Stati Uniti, se non alle condizioni dettate dalla Casa Bianca. La strategia trumpiana punta a un accordo con la Russia, dove l’Ucraina rischia di diventare una merce di scambio. La logica è brutale: il sostegno militare e finanziario non è un diritto acquisito, ma un privilegio che va meritato con obbedienza e gratitudine.

Zelensky, in questo scenario, è apparso come un leader lasciato senza alternative, pressato affinché accetti un cessate il fuoco che potrebbe tradursi in una resa mascherata. E se non lo farà, la minaccia implicita è chiara: l’America potrebbe semplicemente abbandonare Kiev al suo destino.

L’Europa in ordine sparso

Mentre Washington ridisegna le priorità globali, l’Europa si muove in ordine sparso. Giorgia Meloni, nel tentativo di ritagliarsi un ruolo di mediatrice, ha invocato un vertice urgente tra USA, UE e alleati, ribadendo che ogni divisione indebolisce l’Occidente. Tajani ha preferito la prudenza, sottolineando che la situazione è delicata e va gestita con calma. Salvini, come prevedibile, si è schierato senza esitazioni dalla parte di Trump, mentre Elly Schlein ha accusato il presidente americano di bullismo istituzionale e di aver scelto apertamente Putin.

In questo scenario, l’Unione Europea appare un convitato di pietra, incapace di assumere una posizione autonoma e concreta. Mentre a Washington Zelensky veniva umiliato in diretta, a Bruxelles si discuteva di “unità europea”, un mantra che ormai sembra svuotato di significato.

Il tramonto di Kiev?

L’incontro nella Casa Bianca è stato più di un semplice scambio diplomatico: è stato il segnale che l’Ucraina è a un bivio. Zelensky ha resistito, ha rifiutato di firmare senza garanzie, ma il prezzo di questa resistenza potrebbe essere altissimo.

Se l’America di Trump deciderà di voltare le spalle a Kiev, l’Ucraina si troverà sola a fronteggiare una Russia che non ha mai smesso di puntare alla sua annessione de facto. E l’Europa? Riuscirà a prendere in mano la situazione o continuerà a rincorrere gli eventi, aspettando che qualcun altro scriva il prossimo capitolo di questa storia?

Ipnocrazia e Psicopolitica: Il Controllo delle Menti nell’Era degli Algoritmi

L’analisi di Jianwei Xun in Ipnocrazia si innesta su un filone di pensiero già esplorato da diversi filosofi contemporanei. Tra questi, Byung-Chul Han, con il suo Psicopolitica, offre una chiave di lettura essenziale per comprendere il regime ipnocratico e il suo funzionamento.

Han descrive la transizione dal potere disciplinare (tipico del Novecento, basato sulla repressione e sul controllo fisico) a un potere più sottile e pervasivo: quello psicopolitico. Se in passato il potere si esercitava imponendo ordini e divieti, oggi si manifesta attraverso un condizionamento mentale invisibile, che induce i soggetti a volere esattamente ciò che il sistema desidera che vogliano.

La Trance Algoritmica come Psicopolitica Perfetta

Questa evoluzione del potere si sposa perfettamente con il concetto di trance algoritmica di massa descritto da Xun. L’Ipnocrazia non ha bisogno di imporsi con la forza, perché le persone vi si consegnano volontariamente. Il condizionamento avviene attraverso l’interiorizzazione dei meccanismi digitali, che penetrano nelle menti con un’efficacia mai vista prima.

Han ci mette in guardia dall’illusione della libertà digitale: i social media, gli algoritmi predittivi e i big data non servono a emancipare gli individui, ma a guidare i loro pensieri e le loro emozioni senza che se ne rendano conto. L’era delle punizioni e della censura è finita: oggi è più efficace saturare il campo percettivo con un eccesso di stimoli, immagini, informazioni contraddittorie.

L’Ipnocrazia non convince, stordisce. E nel momento in cui una mente è sommersa da troppe informazioni, smette di cercare la verità e si abbandona al flusso dell’informazione stessa. Ecco perché il video di Trump su Gaza non è solo propaganda, ma un esempio perfetto di saturazione narrativa: la realtà viene sostituita da una simulazione che non cerca di essere credibile, ma semplicemente di essere totalizzante.

La Produzione del Sé come Meccanismo di Controllo

Un altro punto chiave che lega Psicopolitica e Ipnocrazia è il modo in cui il potere oggi non si limita a dirci cosa fare, ma ci spinge a modellarci spontaneamente secondo le sue logiche. Han parla di come il capitalismo digitale abbia sostituito la repressione con la produzione del sé:

• Gli individui si trasformano in imprenditori di se stessi, costantemente impegnati a ottimizzare la propria immagine, i propri pensieri, il proprio tempo.

• I social network sono il luogo in cui questa dinamica raggiunge il massimo grado di efficienza: l’individuo si sorveglia da solo, desidera conformarsi al modello dominante senza che ci sia bisogno di una coercizione esterna.

• La felicità e il successo diventano obblighi: non sei più costretto a obbedire, ma ti senti in colpa se non riesci a essere felice, produttivo, performante.

Se l’Ipnocrazia descritta da Xun è un regime che manipola la percezione, la Psicopolitica di Han spiega perché questo sia possibile: il soggetto moderno è già predisposto a lasciarsi catturare. L’incessante esposizione a immagini, feed, notifiche e micro-dosi di piacere digitale ha creato un’umanità addestrata a reagire agli stimoli come un animale in laboratorio.

Chi è Immune all’Ipnocrazia?

E qui torniamo a una riflessione personale: chi può sottrarsi a questo sistema?

Essendo non vedente, mi rendo conto di essere, in un certo senso, immune alla parte più potente del condizionamento ipnocratico: l’invasione visiva. Le immagini, gli spot, i video, i flussi continui di contenuti visivi che tengono le persone in uno stato di trance non hanno effetto su di me. Tuttavia, so bene che il condizionamento non è solo visivo: è un sistema che opera su più livelli, incluso quello emotivo e linguistico.

Eppure, molte persone vedenti, pur avendo pieno accesso a questo flusso ipnotico, riescono comunque a non farsi catturare. Perché?

La risposta, forse, sta proprio in quello che Xun e Han suggeriscono: la consapevolezza è l’unica forma di resistenza. Sapere di essere immersi in un sistema che ci plasma continuamente è il primo passo per mantenere una distanza critica.

Possiamo Resistere all’Ipnocrazia?

Se il problema è che la realtà è stata sostituita da una simulazione algoritmica, come possiamo resistere?

1. Spezzare la Dipendenza dal Flusso Digitale

• Uscire dall’iperconnessione, evitare il consumo passivo di informazioni, riappropriarsi del tempo e della concentrazione.

2. Creare Spazi di Narrazione Alternativa

• Se il potere oggi si esercita attraverso la moltiplicazione delle narrazioni, l’unico modo per resistere non è solo smascherarle, ma produrre narrazioni diverse, capaci di sovvertire la logica ipnocratica.

3. Coltivare la Capacità di Dubbio e di Riflessione

• Non accettare mai un’informazione senza interrogarsi sul suo contesto, sulla sua origine, sul suo scopo. L’Ipnocrazia si nutre di velocità e impulsività: il pensiero lento e critico è il suo peggior nemico.

4. Recuperare la Dimensione Umana e Comunitaria

• La solitudine digitale è il terreno ideale per la manipolazione psicopolitica. Tornare a costruire relazioni autentiche, basate su dialogo e confronto reale, è un atto di resistenza.

In definitiva, l’Ipnocrazia non è un mostro imbattibile, ma un sistema che prospera grazie alla nostra complicità. Byung-Chul Han ci insegna che il potere moderno non impone: seduce. E come per ogni seduzione, la chiave sta nel non lasciarsi incantare.

L’unica via d’uscita è trovare gli spazi in cui poter essere pienamente coscienti, lucidi, consapevoli di ciò che accade. Perché il vero pericolo non è che la realtà venga sostituita da una simulazione.

Il vero pericolo è che nessuno si accorga più della differenza.

Riferimenti bibliografici:
B. C. Han, Psicopolitica, Nottetempo, 2016 “
Jianwei Xun, Ipnocrazia: Trump, Musk e la nuova architettura della realtà.Traduttore: Andrea Colamedici
Tlon
2025

Rappresentanza politica e partecipazione democratica nel contesto della post-democrazia. | Rizomatica

disegno fumettistico che rappresenta politici che oziano indifferenti su un divano, mentre fuori dalla finestra una folla manifesta pacificamente con cartelli nella strada di una metropoli


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img generata da IA – dominio pubblico

Introduzione

La democrazia rappresentativa, nella sua forma moderna, è stata un pilastro fondamentale delle società occidentali. Durante il periodo noto come “capitalismo democratico” (1945-1975), ha consentito progressi significativi nel benessere economico, nei diritti civili e sociali, e nella stabilità politica. Tuttavia, dalla metà degli anni Settanta, questo modello ha subito una progressiva erosione, aprendo la strada alla fase della post-democrazia, caratterizzata da una riduzione della partecipazione politica e da un crescente controllo delle élite economiche e tecnocratiche.

Come indicato da Wolfgang Streeck (Tempo guadagnato, 2013), il periodo del capitalismo democratico ha rappresentato l’apice delle democrazie occidentali, ma ha iniziato a sfaldarsi quando politiche globali ed economiche hanno indebolito il compromesso tra capitale e lavoro. Questo articolo esplora i processi storici e teorici che hanno portato a questa trasformazione, ponendo l’accento sulle possibili vie di rinnovamento attraverso modelli partecipativi e deliberativi.

1. Il trentennio d’oro del capitalismo democratico

Il periodo tra il 1945 e il 1975 rappresenta l’apice della democrazia rappresentativa. In questa fase, caratterizzata dalla ricostruzione post-bellica, lo Stato svolgeva un ruolo centrale nella promozione di politiche pubbliche volte a garantire servizi sociali, istruzione e sanità. Sindacati e partiti politici fungevano da mediatori tra classi sociali diverse, garantendo stabilità e benessere attraverso un compromesso tra capitale e lavoro.

Le idee di John Maynard Keynes ispirarono questo modello, incentrato su uno “Stato imprenditore” attivo e sul rafforzamento del Welfare State, come documenta Gianfranco Borrelli. Le costituzioni di Italia e Germania segnarono una rottura netta con i totalitarismi del passato, tracciando un progetto fondato su diritti e partecipazione civica. Secondo Borrelli, si trattò di un periodo unico di equilibrio tra costituzione economica e costituzione politica.

2. La crisi della democrazia rappresentativa

A partire dagli anni Settanta, diversi fattori hanno contribuito alla crisi del capitalismo democratico:

• Crisi economiche globali: La crisi petrolifera del 1973, unita alla crescente globalizzazione, mise in discussione la sostenibilità del modello keynesiano, come evidenziato da Streeck.

• Politiche neoliberali: L’ascesa di leader come Reagan e Thatcher segnò il passaggio a un modello economico basato sulla deregolamentazione e sulla privatizzazione, una trasformazione già prevista da Karl Polanyi (La grande trasformazione, 1944).

• Erosione del Welfare State: Il ridimensionamento delle tutele sociali, analizzato da Luciano Gallino (Il colpo di stato di banche e governi, 2013), ha contribuito all’aumento delle disuguaglianze.

Secondo il rapporto della Trilateral Commission (The Crisis of Democracies, 1975), la lentezza dei sistemi democratici rappresentativi veniva percepita come un ostacolo alla crescente accelerazione economica globale, favorendo l’affermarsi di tecnocrazie e organismi sovranazionali.

3. Post-democrazia: caratteristiche e contraddizioni

La post-democrazia rappresenta una fase in cui le istituzioni democratiche formali continuano a esistere, ma il loro funzionamento effettivo è compromesso. Bernard Manin (Principi del governo rappresentativo, 1995) evidenzia come la concentrazione del potere esecutivo e la personalizzazione della politica abbiano ridotto il ruolo del dibattito parlamentare e delle elezioni, privando i cittadini di una partecipazione sostanziale.

La spettacolarizzazione mediatica della politica e il predominio di élite tecnocratiche sono state denunciate anche da Colin Crouch (Post-democrazia, 2005), che sottolinea come tali dinamiche abbiano favorito la disconnessione tra cittadini e istituzioni.

4. Il ritorno del populismo

La crisi della rappresentanza ha aperto la strada a movimenti populisti, che si presentano come alternativa al sistema politico tradizionale. Ernesto Laclau (La ragione populista, 2008) analizza il populismo come una reazione alle difficoltà di rappresentare i conflitti reali e propone che i movimenti populisti rispondano a bisogni lasciati insoddisfatti.

Tuttavia, Pierre Rosanvallon (Pensare il populismo, 2017) sottolinea come questi movimenti tendano a semplificare e pervertire i processi democratici, enfatizzando la necessità di trasformazioni più complesse e partecipative.

5. Ripensare la partecipazione democratica

Di fronte alla crisi della rappresentanza e all’ascesa del populismo, emerge la necessità di ripensare le modalità di partecipazione politica. Diverse esperienze internazionali dimostrano che è possibile costruire forme di democrazia più inclusive e partecipative:

• Democrazia diretta: Modelli come quello svizzero, documentati da Moritz Rittinghausen (La législation directe du peuple, 1851), dimostrano l’efficacia di strumenti come il referendum.

• Democrazia deliberativa: Susan Podziba (Chelsea Story, 2006) e Luigi Bobbio hanno esplorato casi in cui processi deliberativi hanno migliorato la qualità delle decisioni pubbliche.

• Democrazia partecipativa: Yves Sintomer (Gestion de proximité et démocratie participative, 2005) evidenzia come strumenti come il bilancio partecipativo possano promuovere la gestione condivisa delle risorse pubbliche.

Questi modelli, come afferma Borrelli, non devono sostituire la democrazia rappresentativa, ma rafforzarla integrando i cittadini nei processi decisionali.

6. Verso una nuova stagione politica

Per superare la crisi della post-democrazia è necessario promuovere una nuova stagione politica basata su:

• Educazione civica e partecipazione: Investire Per superare la crisi della post-democrazia è necessario promuovere una nuova stagione politica basata su:

• Educazione civica e partecipazione: Un obiettivo che, secondo Pierre Rosanvallon (La legittimità democratica, 2015), può essere raggiunto sviluppando forme di prossimità tra cittadini e istituzioni.

• Trasparenza e responsabilità: Judith Butler (L’alleanza dei corpi, 2017) suggerisce che i movimenti collettivi possano agire come catalizzatori di cambiamento verso una maggiore responsabilità delle istituzioni.

• Innovazione istituzionale: È necessario, come indicato da Donatella Della Porta (Politica progressista e regressiva nel tardo neoliberismo, 2017), immaginarenuove forme di governance capaci di rispondere alle sfide del nostro tempo.

Un’idea concreta per realizzare questa trasformazione potrebbe essere la costruzione di un fronte popolare progressista, fondato su:

• Comunicazione e piattaforme autonome: Garantire uno spazio indipendente e collettivo per il confronto, l’informazione e la partecipazione dei cittadini.

• Gestione collettiva: I processi decisionali e organizzativi dovrebbero essere basati su strutture collettive, in cui i garanti assicurino trasparenza e rispetto delle regole condivise.

• Scrittura condivisa dei programmi: Attraverso strumenti digitali partecipativi, i cittadini potrebbero contribuire direttamente alla stesura dei programmi politici, rendendo il processo inclusivo e democratico.

• Individuazione partecipativa delle candidature: L’utilizzo di piattaforme aperte permetterebbe di selezionare i rappresentanti in modo trasparente, basato su competenze e adesione ai valori condivisi.

Questa proposta si inserisce nel solco di esperienze già esistenti di democrazia partecipativa, ma ne amplia l’ambizione, integrando principi di autogoverno e collettività. È un modello che mira non solo a rispondere alla crisi della rappresentanza, ma a ricostruire la fiducia tra cittadini e politica, rendendoli co-protagonisti di un cambiamento autentico e sostenibile.

Bibliografia

N. Bobbio, La democrazia e il potere invisibile(1980), in Democrazia e segreto, Einaudi, 2011.
G. Borrelli, Tra governance e guerre: i dispositivi della modernizzazione politica alla prova della mondializzazione, in, Governance, Dante & Descartes, 2004.
G. Borrelli, Per una democrazia del comune. Processi di soggettivazione e trasformazioni governamentali all’epoca della mondializzazione, in A. Arienzo-G. Borrelli (a cura di),Dalla rivoluzione alla democrazia del comune, Cronopio, 2015.
J. Butler, L’alleanza dei corpi, Nottetempo, 2017.
M. Crozier – S. Huntington – J. Watanuki,The Crisis of Democracies, Trilateral Commission, 1975.
C. Crouch, Post-democrazia, Laterza, 2005.R. Dahl, I dilemmi della società pluralista, Il Saggiatore, 1996.
D. Della Porta, Politica progressista e regressiva nel tardo neoliberismo, in H. Geiselberg, La grande regressione, Feltrinelli, 2017.
L. Gallino, Il colpo di stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa, Einaudi, 2013.
E. Laclau, La ragione populista, Laterza, 2008.B. Manin, Principi del governo rappresentativo(1995), Il Mulino, 2010.
S. L. Podziba, Chelsea Story. Come una cittadinanza corrotta ha rigenerato la sua democrazia, Mondadori, 2006.
K. Polanyi, La grande trasformazione. Le origini economiche e politiche della nostra epoca(1944), Einaudi, 2000.
M. Rittinghausen, La legislazione diretta del popolo, o la vera democrazia, Giappichelli, 2018.
P. Rosanvallon, La legittimità democratica, Rosenberg & Sellier, 2015.
P. Rosanvallon, Pensare il populismo, Castelvecchi, 2017.
Y. Sintomer, Gestion de proximité et démocratie participative, La Découverte, 2005.
W. Streeck, Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico, Feltrinelli, 2013.

https://rizomatica.noblogs.org/2025/02/sommella-rappresentanza-politica-e-partecipazione-post-democrazia/

L’Europa alla prova della realtà: tra crisi identitaria e riscoperta delle sue radici

L’Unione Europea è di fronte a un bivio. La guerra in Ucraina ha accelerato una crisi che era latente da anni, rivelando non solo la debolezza militare del continente, ma anche la fragilità della sua identità politica. L’errore strategico dell’UE non è stato solo quello di sottovalutare la Russia, come sottolinea Orsini, ma soprattutto quello di sopravvalutare sé stessa, credendo di poter agire come un attore geopolitico senza avere la forza per farlo.

Con l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca il 20 gennaio di quest’anno, gli equilibri globali stanno subendo un’ulteriore trasformazione. Il presidente americano ha già avviato un processo di riavvicinamento con Mosca, una mossa che era ampiamente prevedibile alla luce del suo atteggiamento nei confronti di Putin. In questa direzione vanno i negoziati di pace in corso in Arabia Saudita, che potrebbero segnare un nuovo capitolo per la guerra in Ucraina, ma anche per il ruolo dell’Europa nel sistema internazionale.

L’illusione strategica dell’Europa e il risveglio forzato

Per trent’anni, l’Unione Europea ha costruito la sua sicurezza sul pilastro americano, senza mai dotarsi di una reale autonomia strategica. Si è cullata nell’idea che il soft power economico e diplomatico fosse sufficiente per garantirle un ruolo centrale, ignorando la realtà delle relazioni internazionali, che si basano ancora sul concetto di deterrenza e forza militare.

L’errore più grave è stato quello di immaginare la Russia come una potenza in declino, incapace di reggere un conflitto prolungato. Le sanzioni avrebbero dovuto strangolare l’economia russa, la guerra avrebbe dovuto minare la stabilità del regime di Putin, e invece è successo il contrario: la Russia ha dimostrato una resilienza inaspettata, mentre l’Europa si è trovata sempre più dipendente dagli Stati Uniti, senza una chiara strategia alternativa, impantanata in una recessione economica autoinflitta .

Ora, con Trump nuovamente al potere e un processo di pace in corso, l’Europa si trova in una posizione ancora più difficile. Se il conflitto dovesse concludersi con una trattativa tra Washington e Mosca, senza un ruolo attivo dell’UE, ciò sancirebbe definitivamente la marginalizzazione politica del continente.

L’Europa paralizzata di fronte a Trump

I leader europei appaiono smarriti, incapaci di reagire alle nuove dinamiche internazionali. Macron, Meloni, von der Leyen e il nuovo cancelliere tedesco (dopo la sconfitta elettorale di Scholz) balbettano perché sanno che le scelte di Trump potrebbero cambiare radicalmente la postura occidentale sulla guerra in Ucraina, ma non hanno alcun potere di influenza su di lui.

Il paradosso è che, pur essendo più consapevole della minaccia russa, l’Europa è completamente dipendente dagli Stati Uniti, un alleato sempre più imprevedibile. Trump ha già dichiarato chiaramente che gli Stati europei dovranno aumentare drasticamente le loro spese militari se vogliono continuare a godere della protezione della NATO. Ma il problema non è solo economico: il vero nodo è che l’Europa non ha una leadership capace di pensare in termini di autonomia strategica.

L’opportunità di una nuova Europa: ritornare alle radici di Ventotene

Se questa crisi può avere un risvolto positivo, è quello di costringere l’Europa a ripensarsi. Il rischio più grande è quello di un’Europa che si riduca a spettatrice impotente delle decisioni altrui. Ma esiste un’altra possibilità: trasformare questo disorientamento in un’occasione per costruire un’Europa dei popoli, un’Europa che torni alle sue radici originarie, abbandonando il modello tecnocratico e burocratico che l’ha allontanata dai cittadini.

Il Manifesto di Ventotene, redatto da Altiero Spinelli e Ernesto Rossi durante la Seconda Guerra Mondiale, rappresenta ancora oggi una bussola per chi vuole immaginare un’Europa diversa. Il sogno di Ventotene non era un’Europa asservita agli interessi economici delle élite, ma un’Europa fondata sulla solidarietà tra i popoli, sulla democrazia partecipativa, sulla giustizia sociale.

Oggi quel progetto è stato tradito da decenni di politiche che hanno messo al centro l’austerità, la finanza, gli interessi delle multinazionali, sacrificando il principio di coesione sociale. Ma proprio ora, nel momento in cui l’Europa appare smarrita e senza direzione, può riscoprire quella visione originaria.

La strada non è semplice, ma è l’unica percorribile se l’UE vuole sopravvivere come attore politico. Non basta aumentare le spese militari o affidarsi ancora una volta agli Stati Uniti: serve un progetto politico nuovo, capace di dare un senso all’Unione oltre la mera convenienza economica.

Se questa crisi costringerà l’Europa a riscoprire il suo spirito fondativo, allora potrebbe trasformarsi in un’opportunità storica. Altrimenti, il rischio è quello di un’Europa sempre più irrilevante, incapace di determinare il proprio destino e condannata a subire le decisioni altrui.

L’altra ipotesi, quella più drammatica, è la disgregazione completa dell’Unione Europea. Se il processo di smarrimento dovesse proseguire senza una direzione chiara, se gli Stati membri dovessero continuare a perseguire solo interessi nazionali, senza una visione comune, allora l’Europa potrebbe implodere, diventando un mosaico di Paesi privi di peso strategico. A quel punto, non ci sarebbe più nessun sogno europeo da recuperare, ma solo il rimpianto di un’idea mai realizzata fino in fondo.

fonte: il Fatto Quotidiano rubrica Nuovo Atlante di alessandro Orsini del 25 febbraio 2025.

Germania e l’onda nera: il passato che non passa e il presente che avanza

Le elezioni tedesche hanno emesso un verdetto chiaro: la destra cresce, la sinistra si disgrega, il centro affonda. L’Unione Cristiano-Democratica (CDU-CSU) segna un deciso +4,4% e si attesta al 28,5%, mentre Alternative für Deutschland (AfD) raddoppia i voti e raggiunge il 20,8%. Insieme, queste due forze totalizzano il 49,3% dei consensi, una percentuale che ricorda da vicino il 49,8% ottenuto da Trump lo scorso novembre. La Germania, culla della memoria antifascista europea, sembra aver dato un segnale inquietante: il passato non è solo una lezione da ricordare, ma anche una tentazione sempre più forte.

Eppure, nonostante questa avanzata numerica, l’estrema destra non governerà. Friedrich Merz, futuro cancelliere, ha tentato di strizzare l’occhio ai voti di AfD con una legge anti-immigrazione, ma la risposta popolare è stata immediata e dura: proteste di massa, una rivolta civile che ha costretto Merz a una marcia indietro precipitosa. L’ombra del Terzo Reich è ancora un limite invalicabile per la maggioranza dei tedeschi. E qui emerge una contraddizione potente: mentre la paura dell’altro, del diverso, dell’immigrato cresce nelle urne, la coscienza storica della Germania impone ancora un argine, almeno per ora.

La disfatta della coalizione di governo

Chi ha perso? La risposta è netta: la coalizione di centrosinistra che governava. L’SPD di Olaf Scholz crolla al 16,4% (-9,3%), i Verdi si fermano all’11,6% (-3,2%) e i liberali del FDP scivolano sotto il 5%, sparendo dal Bundestag. La loro è una sconfitta meritata, figlia di una gestione politica priva di visione e coraggio. La Germania, che per decenni è stata il motore economico d’Europa, è oggi in recessione. Ha perso l’energia a basso costo proveniente dalla Russia e ha accettato senza battere ciglio il sabotaggio del Nord Stream, un atto di guerra su cui Scholz ha preferito chiudere gli occhi.

E quando il governo ha provato a recuperare terreno con una politica di destra sui migranti, il risultato è stato disastroso: nessuna nuova fiducia dagli elettori conservatori e una perdita irreparabile di credibilità tra i progressisti. La sinistra che copia la destra finisce per essere percepita come una versione sbiadita e poco convincente dell’originale. Il prezzo? Un tracollo elettorale senza appello.

La sinistra tra illusioni e realismo

Se il centro affonda e la destra avanza, la sinistra si divide. La Linke, forza storica della sinistra radicale, raddoppia i voti e arriva all’8,8%. Ma la scissione rosso-bruna di Sahra Wagenknecht non riesce a superare lo sbarramento del 5% e resta fuori dal Parlamento. Il suo tentativo di intercettare il malcontento popolare con una miscela di nazionalismo economico e retorica anti-immigrazione non ha convinto. L’elettorato progressista non si è lasciato sedurre dall’illusione di una sinistra che flirta con il sovranismo.

Questa è una lezione importante: la sinistra può essere forte solo se resta fedele ai suoi principi e non cede alla tentazione di inseguire le paure della destra. La questione migratoria non si risolve con i muri, ma con una politica sociale capace di garantire dignità e sicurezza a tutti. La crisi dell’Europa non è l’immigrazione, ma l’incapacità dei governi di affrontare le disuguaglianze che alimentano il rancore sociale.

Il vento della destra e la lezione italiana

Questo voto tedesco conferma un trend globale: la destra avanza perché cavalca paure profonde. Paura della globalizzazione, del cambiamento sociale, della crisi dell’ordine internazionale. Ma in Europa, a differenza degli Stati Uniti, il peso della storia frena gli entusiasmi per i nuovi nazionalismi.

Il rischio è che questa onda nera non trovi sbocco immediato, ma resti latente, pronta a emergere con ancora più forza. I 10 milioni di voti di AfD potrebbero congelarsi, come i 10,6 milioni raccolti da Bardella (Le Pen) in Francia. Ma il ghiaccio, lo sappiamo, non è eterno.

L’eccezione europea resta l’Italia. Qui la destra estrema governa, e governa senza vergogna. Non è stato Giorgia Meloni a rendere possibile tutto questo, ma Silvio Berlusconi, che ha normalizzato l’estrema destra trasformandola in una forza accettabile per il sistema. Il suo modello? Meno diritti, meno sindacati, meno tasse per i ricchi e una magistratura addomesticata.

Meloni oggi vuole ereditare quel sistema, ma con ambizioni globali: in inglese fluente si presenta come la perfetta alleata di Biden e di Trump, di Netanyahu e di Ursula von der Leyen, dei dittatori arabi e dei conservatori americani. Il suo obiettivo è il Premierato, un sistema che le permetterebbe di rafforzare il suo potere, eliminare i concorrenti interni e costringere l’opposizione a una battaglia tutta in salita.

Conclusione: un bivio per l’Europa

La Germania ci mostra un bivio chiaro per l’Europa: da un lato, il rischio di una svolta reazionaria che potrebbe prendere piede se le forze progressiste continueranno a mostrarsi deboli e incoerenti. Dall’altro, la possibilità di una risposta politica nuova, capace di affrontare le paure senza cedere al populismo.

Il vento soffia forte, e la direzione dipenderà dalla capacità di chi si oppone a questa deriva di costruire un’alternativa credibile. Perché il problema non è solo la destra che avanza, ma la sinistra che non riesce a essere all’altezza della sfida.

Giorgia Meloni, l’equilibrista del nulla

Ci vuole talento per fingersi statista senza mai esserlo. Giorgia Meloni, nel suo cammino da premier, ha dimostrato un’abilità particolare nel praticare l’arte dell’equilibrismo politico: cambia posizione come il vento, si adatta alle circostanze, cerca l’applauso facile e poi torna indietro con la stessa disinvoltura con cui ha promesso certezze. L’ultima esibizione di questa performance senza sostanza è andata in scena al Cpac, la convention dei Repubblicani statunitensi, dove la presidente del Consiglio ha tentato di dipingersi come una leader di caratura mondiale, senza però dire nulla di concreto, se non una litania di slogan e di adulazioni verso Donald Trump.

Un discorso di dodici minuti, condito con i soliti riferimenti ai “valori occidentali” e all’alleanza con i conservatori internazionali, per poi arrivare alla grande acrobazia sull’Ucraina: “Pace giusta e duratura” sì, ma sotto la guida di Trump. Meloni tenta di giocare su più tavoli, consapevole che il vento potrebbe cambiare: sa che l’Italia dipende dall’Unione Europea e dagli equilibri atlantici, ma non vuole perdere l’occasione di incassare la benevolenza del tycoon americano.

Un’“internazionale nera”

Nel suo intervento, la premier ha parlato di un’alleanza dei conservatori, teorizzando una sorta di “internazionale nera” che unirebbe Trump, Milei, Modi e altri leader reazionari. Peccato che questa visione esista solo nella sua propaganda. Trump non la cita nemmeno tra i leader sovranisti da ringraziare, mentre Macron si assicura un incontro diretto con il presidente americano. Meloni, invece, deve accontentarsi di una comparsata in videoconferenza e di un goffo tentativo di legittimazione internazionale.

E qui emerge il vero problema: la narrazione della “Meloni leader globale” è un’invenzione tutta italiana, uno spot per i suoi sostenitori. Fuori dai confini nazionali, la sua figura politica non ha né il peso né la rilevanza che i suoi spin doctor vogliono far credere. Mentre la Francia e la Germania si muovono con relazioni diplomatiche solide, la premier italiana si barcamena tra proclami ideologici e retromarce necessarie per non inimicarsi l’Europa.

Dalla propaganda alla realtà: l’inconsistenza politica

A ben vedere, Meloni non ha una linea chiara su nulla. In politica estera, si affida agli umori del momento: filoamericana quando serve, europeista quando conviene, atlantista di facciata e trumpiana quando deve strizzare l’occhio all’estrema destra internazionale.

Ma anche sul piano interno, la sua politica è altrettanto inconsistente. Il governo ha tagliato servizi essenziali, reso più precario il lavoro, indebolito il welfare e distrutto le tutele sociali, mentre la premier continua a riempire i suoi discorsi di parole prive di contenuto. La destra al potere non ha una visione per il futuro del Paese, ma solo una macchina propagandistica che pompa l’immagine di Meloni come “donna forte”, un costrutto mediatico che crolla ogni volta che deve affrontare un dossier serio.

La “presidente degli italiani” che parla in un inglese stentato

E poi c’è la ciliegina sulla torta: il fuori onda imbarazzante dopo il discorso al Cpac. Un microfono rimasto acceso, una frase che suona come una sintesi perfetta di questa leadership improvvisata: “Mortacci, volevo veramente morì”. Un premier che, dopo dodici minuti di discorso mal recitato, non riesce nemmeno a nascondere la frustrazione per la difficoltà di parlare un inglese che non padroneggia.

Questa è la realtà dietro la facciata: una politica che si sforza di apparire autorevole, ma che non riesce a costruire nulla di concreto. Un’Italia che si illude di avere un ruolo centrale nel mondo, ma che sotto questa leadership si ritrova sempre più marginale.

Meloni è il simbolo perfetto di questa destra reazionaria: tanti slogan, tanti proclami, tanti giochi di prestigio comunicativi, ma alla fine, quando si spengono le luci della propaganda, resta solo il vuoto.