AMIAMO DAVVERO LA GUERRA? – IL RUOLO DEI PENNAFONDAI NELLA COSTRUZIONE DEL CONSENSO BELLICO

Nel primo volume dei Quaderni dal carcere, Antonio Gramsci analizzava con straordinaria lucidità la funzione degli intellettuali nella società: essi sono i costruttori del consenso, gli architetti dell’egemonia culturale che legittima il potere. Oggi, a distanza di quasi un secolo, assistiamo a una spettacolare conferma di questa tesi: la mobilitazione degli intellettuali organici alla classe dominante per sostenere l’ennesima operazione bellica.

L’ultimo capolavoro di questo genere è l’articolo di Antonio Scurati apparso su Repubblica, dal titolo evocativo: Dove sono oramai i guerrieri d’Europa? Un testo che non si limita a eseguire un compitino assegnato, ma eleva l’arruolamento ideologico a forma d’arte. L’obiettivo è chiaro: trasformare la colossale spesa per il riarmo e la militarizzazione dell’Europa in una missione epica, un dovere morale, un rito di passaggio identitario. E per farlo, si attinge a piene mani alla retorica più pericolosa della nostra storia: la guerra come fondamento del senso dell’esistenza.

Dalla Realtà alla Manipolazione: Il Metodo del Pennafondaismo

L’articolo di Scurati si muove con una costruzione retorica diabolicamente efficace. Si parte da un nemico immediatamente riconoscibile – Donald Trump – dipinto come il traditore degli alleati, il dissolutore dell’ordine internazionale. Poi si evoca la minaccia imminente, un’Europa che rischia di essere sopraffatta da aggressioni già in atto (senza che nessuno si prenda il disturbo di spiegare da chi e come). Infine, la svolta narrativa: la colpa del nostro stato di debolezza non è solo politica o economica, ma culturale e antropologica. L’Europa non ha più guerrieri.

È su questa parola, ripetuta ossessivamente, che si gioca la partita. Non si parla di soldati, militari, personale addestrato alla difesa: si parla di guerrieri. Il termine richiama un immaginario epico, arcaico, istintivo. I guerrieri non si addestrano, non si stipendiano, non si arruolano con incentivi: i guerrieri nascono guerrieri, sono uomini (e donne, con imbarazzata concessione al politicamente corretto) risoluti a uccidere e a morire.

Ma il vero capolavoro dell’articolo è un altro: il ribaltamento del rapporto tra guerra e senso della vita. La guerra, secondo Scurati, non è un male necessario, né un sacrificio tragico imposto dalle circostanze. No. La guerra è il luogo di genesi del senso stesso. Non c’è bisogno di trovare una ragione per morire in guerra, perché sarà la guerra stessa a darci una ragione per vivere.

Questa è l’ideologia che abbiamo visto all’opera nei totalitarismi del Novecento, nel militarismo fascista, nel culto della violenza come principio di rigenerazione morale. È il Dulce et decorum est pro patria mori riveduto e corretto per un’Europa che ha bisogno di legittimare nuove campagne belliche.

Il Rancore contro il Welfare: Dall’Ordine al Caos

Ma se c’è una cosa che i pennafondai dell’establishment detestano più della pace, è il welfare. E qui Scurati si supera. Secondo lui, il declino della “virtù guerriera” dell’Europa è la conseguenza dell’espansione delle politiche sociali. Il progresso del dopoguerra, invece di essere visto come il frutto di un compromesso tra capitale e lavoro per garantire stabilità e sviluppo, viene descritto come un processo di infantilizzazione collettiva. Lo stato sociale è un grande utero esterno, una trappola di mollezze che ci ha resi incapaci di combattere.

Ma questa è una falsificazione storica. Non è il welfare ad aver rammollito l’Europa: è stata la sua progressiva distruzione, a partire dagli anni ’70, ad aver eroso la coesione sociale e il senso di appartenenza. È stata l’egemonia neoliberale a sostituire il concetto di comunità con quello di competitività individuale, a trasformare i cittadini in consumatori privi di riferimenti collettivi. La cultura della guerra non è scomparsa per colpa del benessere, ma perché il capitalismo globalizzato ha annientato ogni identità che non fosse quella meramente mercantile.

Morire per Ursula, Borrell e Soros?

Scurati ha ragione su un punto: oggi in Europa pochi sarebbero disposti a morire per una causa. Ma non perché la società è diventata troppo morbida. Il problema è che le élite hanno distrutto ogni forma di appartenenza autentica. Per decenni ci hanno detto che le nazioni erano arcaiche, che le culture erano provinciali, che la solidarietà di classe era un’illusione. Ci hanno insegnato che nulla ha valore, se non il prezzo che gli assegna il mercato.

E ora, improvvisamente, scoprono che non ci sono più giovani pronti a immolarsi per la loro guerra. Non trovano abbastanza guerrieri disposti a combattere per i contratti della Lockheed, per i dividendi di BlackRock, per il giardino zen di Josep Borrell.

Ma se la guerra è così necessaria, se davvero credono che il futuro dell’Europa dipenda dalla sua militarizzazione, allora dovrebbero dare il buon esempio. Scurati, von der Leyen, Macron, Stoltenberg, Rutte: ecco gli elmetti, ecco le baionette. Dopo di voi, anzi, tanto tempo dopo di voi! 

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