Questa settimana, a Strasburgo, si è consumato un atto gravissimo per il futuro dell’Unione Europea: l’approvazione del piano RearmEU. Una scelta che segna un punto di svolta, ma in senso negativo. I leader europei, compresa Giorgia Meloni, hanno dato il via libera a un massiccio incremento delle spese militari, una decisione che contrasta con il sentimento della maggior parte dei cittadini europei, i quali, come dimostrano numerosi sondaggi, non vogliono una deriva militarista.
Ma ciò che è ancora più grave è il metodo con cui si è giunti a questa decisione. La Presidente della Commissione Europea, Ursula von Der Leyen, ha deliberatamente evitato un passaggio chiave: il dibattito democratico. Il Parlamento europeo, espressione della volontà popolare, è stato messo da parte. Perché? Forse perché la democrazia fa paura a chi impone scelte impopolari.
NON È UNA DIFESA COMUNE, È UNA SPESA SENZA CRITERIO
Il piano RearmEU viene spacciato come un passo verso una difesa comune europea. In realtà, non prevede un budget comune, né tantomeno un debito condiviso tra gli Stati membri. Bruxelles ha semplicemente autorizzato una spesa di 650 miliardi di euro per permettere a ciascun Paese di incrementare il proprio arsenale militare, derogando alle rigide regole del Patto di Stabilità. Inoltre, altri 150 miliardi potranno essere chiesti in prestito alla Commissione Europea, a condizione che vengano usati per acquistare nuove armi, secondo alcuni analisti questo smisurato importo tenderebbe a salire anche oltre i mille miliardi di euro. Ma tutto questo non porta a una difesa comune: significa solo gonfiare i bilanci nazionali delle forze armate in modo scoordinato, senza alcuna strategia condivisa, arricchendo esclusivamente le lobby delle armi, tutto questo sulle nostre teste, compromettendo il futuro di chi verrà dopo di noi.
E qui emerge un aspetto inquietante: se il Patto di Stabilità può essere derogato per le armi, perché non lo si è mai fatto per la sanità, il welfare, l’istruzione o il sostegno alle imprese in difficoltà? Quando si tratta di aiutare le fasce più deboli della popolazione, Bruxelles diventa spietata e inflessibile. Ma quando si tratta di finanziare la corsa agli armamenti, improvvisamente ogni vincolo cade.
L’ASSURDA AUTORIZZAZIONE AD USARE I FONDI DI COESIONE
Se la logica della deroga al Patto di Stabilità per le spese militari è già di per sé assurda, lo è ancora di più l’autorizzazione data ai Paesi membri di usare i fondi di coesione per acquistare armi. Questi fondi dovrebbero servire a ridurre le disuguaglianze tra le regioni europee, a combattere la povertà, a creare occupazione e sviluppo. Ma ora, in nome della “sicurezza”, vengono dirottati sulle forniture militari. L’Europa sta letteralmente smantellando i suoi stessi principi fondativi, sacrificandoli sull’altare della guerra.
UNA POLITICA ESTERA MIOPE E PERICOLOSA
La giustificazione principale per questo piano di riarmo è la presunta minaccia della Russia. Ma questa minaccia è davvero così reale e imminente? O piuttosto siamo di fronte a un circolo vizioso in cui gli attuali leader europei, incapaci di ammettere i propri errori, si ostinano a una strategia fallimentare, rinunciando a qualsiasi tentativo di negoziato?
La politica estera dell’UE è nelle mani di tre commissari – Kaja Kallas, Andrius Kubilius e Valdis Dombrovskis – esponenti di Paesi baltici che hanno un passato storico segnato da profonde tensioni con la Russia. Tutti e tre i Paesi baltici, insieme, sono grandi quanto il Piemonte. Eppure, la loro impostazione nazionalista e il loro rigore ideologico stanno orientando le politiche dell’intera Unione Europea, imponendo un’austerità economica e una strategia di contrapposizione alla Russia che ignora le radici politiche e culturali dell’Europa occidentale. Il risultato sono le 18 pagine del documento finale approvato dal parlamento EU, in esso si riportano alcuni passaggi a dir poco inquietanti, da far rabbrividire. 
LA CONTRADDIZIONE DEL PACIFISMO: LE PIAZZE DI ROMA
Questa tensione tra guerra e pace, tra militarismo e giustizia sociale, è stata al centro delle manifestazioni che si sono svolte ieri, 15 marzo, a Roma. Tre piazze, tre modi diversi di interpretare il momento storico, tre narrazioni distinte sulla guerra e sul futuro dell’Europa.
Da un lato, a Piazza del Popolo, l’evento promosso da la Repubblica e Michele Serra ha raccolto una parte dell’opinione pubblica progressista, , circa 25.000 partecipanti, ma portando in sé una profonda contraddizione: si è parlato di pace senza però mettere in discussione il ruolo dell’Europa nella fornitura di armi e nella perpetuazione del conflitto. Un pacifismo che, pur mosso da sincere intenzioni, finisce per accettare passivamente la retorica del riarmo come inevitabile.
Dall’altro lato, a Piazza Barberini, si è radunata una manifestazione molto più chiara e netta, circa 10.000 partecipanti, organizzata dall’area della sinistra alternativa. Qui il messaggio era inequivocabile: no all’escalation militare, no all’invio di armi, no all’asservimento dell’Europa a una strategia di guerra che ci trascina in un vortice di instabilità globale. C’erano Potere al Popolo, l’Unione Sindacale di Base, Rifondazione Comunista, azione Civile, gli studenti di Cambiare Rotta, le comunità palestinesi, i movimenti per la casa e qualche bandiera dell’Arci. Uno schieramento variegato ma unito da una stessa rivendicazione: alzate i salari, abbassate le armi!
Infine, c’era la terza piazza, quella sovranista alla Bocca della Verità, con tricolori e inni nazionali, ma destinata a un flop annunciato. Il generale Vannacci ha dato forfait, Marco Rizzo è rimasto isolato.
L’EUROPA RISCHIA DI PERDERE SE STESSA
I padri fondatori dell’Europa unita, da Altiero Spinelli a Ernesto Rossi, ci hanno lasciato un manifesto chiaro: la Carta di Ventotene. Un documento che invocava un’Europa federale basata su pace, giustizia sociale e cooperazione tra i popoli. Oggi questi principi sono stati traditi.
Le tre piazze di Roma rappresentano il bivio davanti a cui ci troviamo: accettare passivamente una guerra senza fine o avere il coraggio di dire no, senza ambiguità. Se non si cambia rotta, l’Europa rischia di diventare il fantasma di sé stessa: un continente in crisi economica, sociale e morale, trascinato in un conflitto che non può vincere e che, soprattutto, non dovrebbe combattere, alimentando solo risentimenti ed odio contro di essa, favorendo, come sta accadendo, le forze reazionarie naziste e fasciste che stanno avanzando in tutti gli Stati europei.
È tempo di ribellarsi a questa deriva. È tempo di dire chiaramente che l’Europa che vogliamo non è un’Europa di guerra, ma un’Europa di pace, progresso e giustizia sociale.