Pasqua di luce, non di piombo: il grido di Francesco contro l’indifferenza

Questa mattina, alle 7:35, Papa Francesco ci ha lasciati. È morto il giorno dopo aver pronunciato, forse inconsapevolmente, il suo testamento spirituale. Un discorso che oggi suona come un’eredità affidata a tutti noi, un ultimo appello alla coscienza collettiva, pronunciato con la voce fioca ma con l’anima accesa di fuoco.

In un mondo che sembra avere il cuore avvolto nel ferro, dove la compassione è diventata un lusso e la speranza un esercizio solitario, ieri a San Pietro si era levata una voce che squarciava il silenzio dell’ipocrisia. Era la voce di Francesco, vescovo di Roma, uomo tra gli uomini, che con parole semplici e infuocate aveva ricordato a tutti noi — credenti, atei, dubbiosi, militanti e smarriti — che non c’è pace senza giustizia, non c’è futuro senza umanità.

«Quanto disprezzo si nutre a volte verso i più deboli, gli emarginati, i migranti…» aveva detto. Parole che bruciano come sale sulle ferite della coscienza. Francesco non faceva sconti. Non cercava applausi. Invitava alla rivoluzione del cuore: tornare ad avere fiducia negli altri, anche in chi ha un volto, una lingua, una storia diversa.

Poi, con voce ferma, aveva lanciato un appello che oggi assume il peso sacro di un’ultima volontà: «La Pasqua sia l’occasione per liberare i prigionieri di guerra e quelli politici!».

Non sono state solo parole. Sono state una consegna. A chi crede e a chi lotta. A chi soffre e a chi resiste. A chi non si rassegna all’ingiustizia.

Francesco ha lasciato questa Terra come un profeta: inascoltato da molti potenti, amato dal popolo, coerente fino all’ultimo respiro. «Queste sono le armi della pace!», aveva detto: non i missili, non i bilanci del terrore, ma le mani che nutrono, che curano, che accolgono.

Oggi, nel giorno della sua morte, quelle parole chiedono di non essere archiviate. Di diventare azione. Vita. Memoria viva.

Perché ogni speranza vera è un atto di resistenza.

Ucraina: la pantomima delle “forze di dissuasione” e la grande illusione occidentale

C’è un filo sottile, teso tra la propaganda e il delirio, che attraversa la narrazione dell’Occidente sul conflitto ucraino. Un filo che oggi viene tirato sempre più in là, con il rischio concreto che si spezzi, facendo precipitare l’Europa in una guerra aperta contro la Russia. Eppure, la retorica delle “forze di dissuasione” continua a guadagnare terreno, alimentata da dichiarazioni roboanti e da piani militari che sembrano scritti più per i giornali che per i campi di battaglia.

L’ultima tornata di dichiarazioni, che vanno dall’ottimismo quasi mistico del deputato russo Andrej Kolesnik al realismo disincantato di funzionari ucraini come Pristajko e Rakhmanin, disegna un quadro a dir poco schizofrenico. Kolesnik, parlando dal pulpito di Russia Unita, si mostra certo che l’unico vero deterrente contro l’intervento occidentale sia la paura dell’arsenale nucleare russo. Un’analisi che trova un’eco sorprendente anche nelle parole dell’ex analista della CIA Larry Johnson, per il quale l’idea stessa che gli USA possano prevalere su Mosca è una fantasia da manuale della disinformazione.

Eppure, mentre i missili continuano a cadere e le trincee si moltiplicano, in Europa si discute di contingenti di pace, “forze di deterrenza” e “presenze simboliche”. Ma simboliche per chi? Per quale scopo? A che serve una brigata di 10.000 uomini a L’vov, più vicina a Berlino che alla linea del fronte nel Donbass? È questa la deterrenza? O è solo l’ennesimo gioco di specchi utile a giustificare il progressivo degrado democratico e sociale delle “pacifiche” democrazie liberali?

Le risposte, come spesso accade, non vengono dai tavoli diplomatici, ma dalle crepe del sistema stesso. L’ex ministro degli Esteri ucraino, Vadim Pristajko, lo ammette senza mezzi termini: ogni intervento straniero, ogni soldato francese o britannico inviato nel paese, segna la fine dell’autonomia politica di Kiev. «Non appena si comincia a internazionalizzare la questione, compaiono molte mani sul volante», dice. In altre parole: l’Ucraina non guida più. E, forse, non lo ha mai fatto davvero.

Dal canto suo, Rakhmanin, deputato della Rada, butta acqua gelata su ogni illusione bellicista: questi contingenti non saranno né risolutivi né influenti. Non avranno reale impatto militare, non fermeranno l’aggressore, non cambieranno le sorti della guerra. Ma serviranno, psicologicamente e politicamente, a rafforzare l’illusione che qualcosa si stia facendo. Che l’Occidente non abbia voltato le spalle all’Ucraina. È la logica dei “Javelin” e degli “Stinger”, che non hanno fatto la differenza sul campo, ma hanno aperto la strada a una narrazione, a un’escalation, a un business.

In questo scenario, Bloomberg avverte: o i contingenti europei saranno imponenti (da 60.000 a 100.000 uomini) oppure è meglio lasciar perdere. Perché altrimenti si rischia di cadere nel paradosso militare: troppo pochi per dissuadere, troppi per ignorarli. Un concetto che Jack Watling porta all’estremo: «Solo dalla regione di Kursk la Russia può schierare 70.000 uomini, più dell’intero esercito britannico». E allora? Dove si troverebbe il vantaggio? Forse nei cieli, dice qualcuno. Ma nel frattempo, la terra brucia.

È evidente che non si tratta più, o forse non si è mai trattato, di una guerra dell’Ucraina. L’intero apparato bellico-mediatico occidentale ha bisogno della guerra per giustificare se stesso: per trasformare l’ecatombe sociale in “sacrificio necessario”; per giustificare le misure eccezionali, la compressione dei diritti, la censura, la repressione delle piazze; per spostare l’attenzione dalle crisi interne, dai tagli, dalla fame e dalla miseria crescente. Perché nulla come la guerra permette di convertire la paura in consenso.

La “dissuasione” di cui si parla tanto non è contro Mosca, ma contro le masse europee. Contro i popoli affamati e traditi, che si vorrebbero ridurre al silenzio sotto la minaccia di una guerra perenne. Perché, come sempre nella storia, dietro le divise si muovono i capitali, e dietro le baionette si muovono le grandi imprese e le élite finanziarie.

L’Ucraina, dal 2014 a oggi, è diventata il laboratorio di questa nuova guerra ibrida permanente, dove l’occupazione militare si traveste da cooperazione, e la perdita di sovranità si spaccia per difesa della democrazia. E allora non stupisce se, da Washington a Bruxelles, da Parigi a Berlino, la parola d’ordine resti una sola: “dissuadere” le popolazioni dal pensare con la propria testa. Spaventare, militarizzare, controllare.

Ma il gioco è pericoloso, e la storia insegna che chi gioca troppo con la guerra, prima o poi, la trova davvero. E allora, forse, dovranno essere proprio i popoli – e non i governi – a dire basta a questa follia lucidamente costruita.

L’Unione armata dei paradossi. La guerra come nuova Costituzione europea

L’Europa non riesce a mettersi d’accordo neppure sull’ora legale. Figuriamoci su un esercito comune. Ma proprio mentre gli Stati membri litigano da anni sul fuso orario, il Parlamento Europeo approva una sterminata Risoluzione sulla “politica di sicurezza e difesa comune” che promette coesione militare, mobilità di truppe, produzioni belliche armonizzate e addirittura una “comprensione condivisa” tra cittadini e governi. Una specie di miracolo politico, a patto che si parli di guerra e non di diritti.

Dietro i buoni propositi ufficiali si cela una mutazione profonda del progetto europeo. Dall’utopia della pace alla distopia della deterrenza permanente. Dalla carta dei diritti fondamentali al prontuario bellico perenne. Una trasformazione orchestrata in silenzio, senza consultazioni popolari, con l’arroganza tecnocratica di chi presume di sapere sempre cosa sia il bene comune, anche quando lo impone con le armi in pugno.

L’illusione della guerra preventiva

Nel documento del 2 aprile – lungo quanto un’epopea omerica – si legge che la Russia «ha scelto di dichiarare guerra ai Paesi europei». Nessuna dichiarazione ufficiale, nessun atto conforme al diritto internazionale, ma una formula buttata lì, come una verità autoevidente. È il principio della guerra preventiva rovesciato in dottrina ufficiale dell’Ue, una “verità percepita” da far diventare realtà a colpi di decreti e voti parlamentari.

Tutto questo mentre l’America di Trump, nuovo presidente degli Stati Uniti, annuncia il ritorno all’unilateralismo isolazionista e rispolvera il vecchio sogno coloniale di annettere la Groenlandia – regione autonoma della Danimarca e quindi parte integrante dello spazio europeo. Nessuna indignazione, nessun comunicato infuocato. Solo silenzio. Perché i muscoli dell’alleato a stelle e strisce sono evidentemente immuni da ogni sospetto imperialista.

I doppi standard dell’Unione e la democrazia a geometria variabile

In Ucraina il mandato di Volodymyr Zelensky è scaduto nel maggio 2024. Nessuna nuova elezione, nessun voto popolare. Ma l’Unione Europea – così solerte nel denunciare presunti autoritarismi altrui – approva senza fiatare. Anzi, rilancia, chiedendo un’escalation militare, l’invio di armamenti sempre più sofisticati, e l’abolizione di ogni limite all’uso delle armi occidentali sul territorio russo.

Eppure anche in tempi tragici la democrazia può sopravvivere: nel 1944, nel mezzo della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti celebrarono regolarmente le elezioni presidenziali. Ma le regole valgono solo quando sono funzionali agli interessi geopolitici dell’asse euro-atlantico. Altrimenti si sospendono, in nome di una “emergenza” che ormai è diventata perenne.

Nato, Turchia e l’occupazione che non fa notizia

Nel pantano delle ipocrisie europee, spunta anche il caso di Cipro, membro dell’Ue con un terzo del proprio territorio ancora occupato militarmente dalla Turchia. La Risoluzione cita il fatto come giustificazione per armarsi, ma evita con cura di dire che la Turchia è il secondo esercito più potente della Nato. Alleato sì, ma con licenza di invadere. Il doppio standard è ormai prassi consolidata.

Il business della guerra e il saccheggio silenzioso del welfare

ReArm Europe, il nuovo piano di armamento europeo, è il cuore economico della Risoluzione. Si parla apertamente di aumentare la produzione interna di armi e sistemi bellici, mentre si favoleggia di un budget da 800 miliardi di euro. Ma da dove verranno questi soldi? Quali capitoli di bilancio verranno sacrificati sull’altare del riarmo? Salute, istruzione, transizione ecologica? Non si dice. Il saccheggio avverrà nel silenzio delle burocrazie, lontano dai riflettori e ancora più lontano dai cittadini.

Nel frattempo, i grandi gruppi industriali dell’apparato militare ringraziano. La guerra, come sempre, è un’occasione straordinaria per fare profitti. E se per aumentare gli utili bisogna militarizzare le coscienze, si può sempre contare sul “riallineamento delle percezioni” invocato dalla Risoluzione. Una formula che in tempi diversi si sarebbe chiamata propaganda.

I parlamentari italiani: tra guerra e Costituzione

A votare a favore della Risoluzione sono stati anche 25 eurodeputati italiani: 17 del Partito Democratico e 8 di Forza Italia. Il voto è libero, certo, ma se davvero questi rappresentanti credono in una “vittoria militare decisiva” e nella necessità di armare l’Europa fino ai denti, allora abbiano almeno il coraggio di proporre la revisione dell’articolo 11 della Costituzione italiana. Perché quel principio – che vieta la guerra “come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” – è incompatibile con la dottrina bellicista che stanno abbracciando.

E non si tratta solo di coerenza giuridica. Si tratta di rispetto verso la storia. La nostra Repubblica nasce dalla Resistenza al nazifascismo. Il rifiuto della guerra è stato inciso a fuoco nella Carta del 1948 come antidoto eterno all’orrore. Stravolgere quel principio significa negare le radici stesse del nostro patto democratico.

L’unica voce di pace ai vertici: Francesco

In questo coro assordante di tamburi di guerra, l’unica voce dissonante ai vertici istituzionali europei è quella di papa Francesco. Non per ragioni religiose, ma per una lucidità che oggi sembra rivoluzionaria. Francesco ricorda al mondo le vere priorità: giustizia sociale, ambiente, educazione, salute pubblica, dignità umana, dialogo tra popoli. E lo fa con ostinazione, consapevole che ogni euro speso in armi è un euro sottratto alla vita.

Una nuova Resistenza civile

Oggi serve una nuova Resistenza. Non armata, ma culturale e politica. Una Resistenza che dica no alla militarizzazione delle nostre vite, no all’omologazione delle coscienze, no alla sostituzione della pace con la paura. Serve un fronte ampio, trasversale, che riunisca cittadini, associazioni, giuristi, lavoratori, insegnanti, giovani, per difendere la Costituzione, la libertà e il futuro.

Perché la pace non si costruisce accumulando missili, ma costruendo ponti. La pace non si impone con i droni, ma si semina con la parola, con il rispetto, con la giustizia. Ed è questo il compito dell’Europa che vogliamo: non quella delle guerre mascherate da difesa, ma quella delle democrazie vere, partecipate, vive.

Se l’Unione Europea sceglie la strada dell’economia di guerra, noi dobbiamo scegliere quella dell’umanità. E farlo con la stessa determinazione con cui un tempo si difendeva la libertà sulle montagne. Perché oggi, la montagna da scalare, è il coraggio di restare umani.

Fonte: articolo pubblicato su La Stampa il 14 aprile 2025 

Dal Superbonus al Superbluff: il grande inganno contabile di un governo senza visione

Per mesi hanno raccontato la favola nera di un’Italia travolta da una “voragine” nei conti pubblici, colpa — si diceva — del Superbonus 110%. Un Vajont fiscale, un disastro annunciato, un’eredità tossica lasciata dai governi precedenti. Eppure, la realtà — come spesso accade — è molto più ostinata della propaganda.

Standard & Poor’s, una delle tre principali agenzie di rating internazionali, ha appena fatto ciò che non accadeva da 23 anni: ha alzato il giudizio sul debito sovrano italiano, portandolo da BBB a BBB+. Una promozione figlia proprio di quel provvedimento così vituperato, il Superbonus, varato nel pieno della crisi pandemica dal governo Conte. Altro che bomba a orologeria: fu una leva espansiva, un volano di crescita, un’azione anticiclica concreta che ha rilanciato il settore edilizio, ridotto la disoccupazione e rafforzato il PIL. I conti pubblici — dicono gli analisti — reggono meglio quando si sostiene la crescita, non quando si insegue ossessivamente un saldo di bilancio sterile e senza orizzonte.

E allora viene da chiedersi: dove sono finite le sirene dell’allarme? Dov’è la valanga? La stessa S&P ammette che l’impatto del Superbonus è contenuto, gestibile e in diminuzione. Il debito scende, l’avanzo commerciale è robusto, la posizione netta sull’estero è positiva. Una smentita sonora a chi ha costruito un racconto tossico, utile solo a screditare ciò che funzionava per non dover costruire nulla di nuovo.

Il bluff dei tecnici e l’economia della stagnazione redistribuita

Questo governo ha eretto la contabilità a religione, ma ha dimenticato l’economia reale. Redistribuisce briciole di bilancio senza visione, mentre taglia su sanità, scuola, welfare, cultura. Resta immobile nel mezzo della tempesta, armato solo di ragionieri e slogan. Ha svuotato di senso ogni politica industriale, ignorato il potenziale di misure come il Superbonus, e scelto la via della regressione sociale camuffata da prudenza finanziaria.

La verità è che un governo senza visione teme ciò che non controlla. E nulla è più incontrollabile — per chi vive di rendite e consensi — di un popolo che comincia a respirare. Il Superbonus, con tutti i suoi limiti, ha mostrato che lo Stato può essere leva, non solo gendarme. Può costruire, non solo punire. Ma chi oggi ci governa preferisce un Paese sedato a un Paese in cantiere.

Dalla casa al lavoro: la doppia verità della dignità negata

Se l’edilizia ha conosciuto una ripartenza, il lavoro continua a precipitare in un baratro silenzioso. Il recente rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro è impietoso: l’Italia è l’unico Paese del G20 in cui i salari reali sono crollati costantemente dal 2008. Si lavora di più, si guadagna di meno. È il trionfo della precarietà istituzionalizzata, del lavoro svuotato di dignità, del potere contrattuale polverizzato.

Dal Jobs Act all’abolizione dell’articolo 18, dai contratti a tutele crescenti alle false partite IVA, ogni intervento degli ultimi trent’anni ha avuto un unico scopo: rendere il lavoratore ricattabile. Un ingranaggio muto, piegato alla logica del profitto, incapace di conflitto. La disoccupazione non serve più come leva per schiacciare i salari: basta aver tolto la voce a chi lavora.

L’8 e 9 giugno: un voto per la riconquista

In questo scenario, il referendum promosso dalla CGIL per l’8 e 9 giugno rappresenta un bivio storico. È molto più di una consultazione tecnica: è un’occasione politica per dire basta. Per rivendicare la centralità del lavoro contro le logiche del profitto. Per abrogare norme ingiuste e umilianti, e rimettere al centro la dignità delle persone.

Cinque quesiti per cinque ferite aperte: l’abrogazione del contratto a tutele crescenti, il ripristino della reintegrazione per i licenziamenti illegittimi, la cancellazione del tetto massimo di indennizzo, la limitazione dell’uso abusivo dei contratti a termine, e la responsabilità solidale negli appalti per la sicurezza sul lavoro. Non sono dettagli. Sono la mappa per uscire dal deserto.

Lotta o resa: non ci sono alternative

Oggi l’Italia è un Paese che celebra la stabilità dell’impiego mentre affonda nella povertà del lavoro. Un Paese che ha smesso di lottare e si limita a sopravvivere. Ma senza conflitto, non c’è trasformazione. E senza trasformazione, non c’è futuro.

Il tempo della narrazione è finito. È l’ora della scelta. Servono parole nuove, ma soprattutto azioni nuove. Serve un’alleanza sociale tra chi ha costruito muri e chi oggi viene murato vivo nel silenzio della precarietà. Serve tornare a dire “noi”, ricostruendo dal basso una società che ha smesso di guardarsi negli occhi.

Il Superbonus ci ha insegnato che si può investire per crescere. Il referendum ci ricorda che si può votare per resistere. In mezzo, c’è la nostra responsabilità. Perché una casa senza lavoro è una prigione. Ma un lavoro senza diritti è solo una casa in fiamme.

– Il fronte dei Brics ora sfida «The Donald»”:

ECONOMIA – La sfida dei BRICS a Trump e all’Occidente ipnotizzato

di Mario Sommella

C’è un altro mondo, là fuori. Un mondo che non si riconosce nei parametri della NATO, nel dollaro come valuta di scambio obbligata, nel primato morale e commerciale degli Stati Uniti d’America. Un mondo che si chiama BRICS, ma che oggi andrebbe scritto tutto in maiuscolo e con qualche punto interrogativo in più sul volto di chi crede che la globalizzazione sia ancora una faccenda euro-atlantica.

Nato come acronimo tecnico negli uffici di Goldman Sachs, diventato club diplomatico, il gruppo BRICS è ormai una struttura geopolitica alternativa. Con l’allargamento recente (tra i nuovi entrati: Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi, Argentina, Arabia Saudita), ha smesso i panni dell’esperimento e indossa l’armatura del competitor globale. Un competitor che si prepara a sfidare apertamente Donald Trump nella partita più decisiva del secolo: quella per la sovranità economica globale.

Addio G7, benvenuto G40

Oggi i BRICS rappresentano quasi il 40% del PIL mondiale, più del G7. E non è solo una questione di numeri. È una questione di visione del mondo. Mentre l’Occidente blatera di valori democratici e minaccia sanzioni come fossero salmi evangelici, il Sud globale si organizza: parla di pace in Ucraina senza criminalizzare la Russia, intrattiene relazioni con l’Iran, apre le porte al Venezuela, flirta con regimi ritenuti “non allineati”.

Questo non per spirito di contrapposizione ideologica, ma per interesse strategico, quella parola che l’Europa ha dimenticato in nome della sua funzione ancillare al progetto americano. I BRICS, invece, un progetto ce l’hanno. E, come ogni progetto credibile, ha una sua moneta.

La moneta anti-dollarocentrica

Che i BRICS stiano lavorando a una valuta comune non è più una suggestione. È un dato. Che se ne sappia poco è un altro dato, ben più inquietante, perché denota l’assenza completa della stampa occidentale all’ultimo vertice di Kazan. Ma Lula, che ospiterà il prossimo summit a luglio a Rio de Janeiro, promette che questa volta “il Sud globale parlerà al mondo”. E se parlerà, dirà cose semplici e dirompenti: basta con il dominio del dollaro.

La nuova moneta, ancora in gestazione, sarà pensata per bypassare le sanzioni, stabilizzare gli scambi tra economie complementari, e — fatto cruciale — sottrarsi all’instabilità endemica di una valuta Usa sempre più condizionata da guerre tariffarie, inflazione interna e scelte politiche arbitrarie.

Il nuovo “made in”: non Italy, ma Moscow

Altro che griffe italiane. In Cina oggi il nuovo status symbol è comprare russo. Le borse non portano più la firma di Milano, ma quella di Mosca (autentica o contraffatta). La banca Qichacha segnala quasi 1.000 aziende cinesi specializzate in prodotti “made in Russia”, e i supermercati a tema sovietico crescono come funghi. Secondo l’università di Tsinghua, due cinesi su tre hanno oggi una visione positiva della Russia. Un dato che sarebbe sembrato fantascientifico negli anni ’90.

Questa saldatura culturale accompagna quella commerciale e geopolitica. Pechino è andata allo scontro diretto con Washington sul piano dei dazi, bloccando le importazioni di film hollywoodiani e consolidando un surplus commerciale con gli USA da quasi 300 miliardi di dollari.

Brasile: tra uova, dazi e materie prime

Il vero ago della bilancia però è Lula. Il Brasile è primo fornitore di materie prime per Pechino e gioca su due tavoli: da un lato con Biden-Trump, dall’altro con Xi Jinping. Trump lo sa bene: ha evitato di colpire il Brasile con tariffe elevate (solo il 10%), per non spingere Lula definitivamente tra le braccia del Dragone. Ma il presidente brasiliano ha risposto con controdazi, approvati persino dalla destra bolsonarista.

Curiosità che dice tutto: da gennaio a marzo 2025, le esportazioni di uova brasiliane verso gli USA sono esplose del 346%. Mentre Washington si arrabatta con la sua crisi alimentare, il gigante latinoamericano incassa e rilancia.

Il Sud globale è un Nord politico

Altro che “Global South”, come lo definisce romanticamente Lula. Quella dei BRICS è una macchina da guerra economica e diplomatica, un’internazionale multipolare che ha smesso di aspettare l’elemosina dell’Occidente e ora scrive le sue regole.

A luglio, a Rio de Janeiro, si capirà se il nuovo ordine mondiale sarà ancora scritto a Washington… o se il vento è cambiato, e il Sud del mondo ha deciso che il suo Nord non è più Manhattan, ma qualcosa che assomiglia a Pechino, Mosca, Pretoria e Nuova Delhi, con una bandiera che si chiama indipendenza economica.

E Donald Trump — il re dell’unilateralismo muscolare — si troverà a fare i conti non più con un G7 impaurito, ma con un blocco che non teme più le sue minacce, perché ha imparato a fare da sé. E a pensare in grande.

L’incoerenza del capitalismo svelata dai dazi: l’ultimo bluff di un sistema in agonia

Per cinquant’anni ci hanno raccontato che il mondo doveva essere globalizzato, che le barriere commerciali erano ostacoli al progresso, che il libero scambio era il fondamento della pace e della prosperità. Ci hanno ripetuto come un mantra che la globalizzazione era inarrestabile, naturale, perfino desiderabile. E oggi? Assistiamo, senza troppi giri di parole, a una retromarcia storica: Donald Trump vara dazi fino al 104% contro la Cina, in una manovra che suona come il colpo di coda di un impero in declino.

Il capitalismo globalista, che aveva promesso di unire i popoli sotto il segno del mercato, oggi si rinnega. E lo fa con una violenza sorda, che tradisce il panico di una classe dirigente incapace di governare le contraddizioni che ha creato. Per salvare se stesso, il sistema capitalista è disposto a bruciare le sue stesse dottrine, a riscrivere le regole che ha imposto al mondo intero, e a scatenare una nuova guerra commerciale su scala planetaria. È l’ammissione implicita del fallimento.

Il ritorno del protezionismo: sintomo o strategia?

La nuova impennata dei dazi americani, voluta da Trump, non è un semplice atto politico: è una dichiarazione di guerra economica. La Cina risponde con fermezza, e il rischio è la paralisi delle catene di approvvigionamento mondiali. I mercati tremano, le Borse crollano, le grandi imprese americane — che hanno costruito la loro fortuna sul lavoro a basso costo nei paesi asiatici — si ritrovano improvvisamente esposte, vulnerabili, sconfessate. Il mondo interconnesso che ci avevano venduto come inevitabile si sgretola davanti ai nostri occhi.

Non è difficile intuire a chi andrà il conto: ai lavoratori, ai consumatori, ai cittadini comuni, che pagheranno prezzi più alti, che vedranno licenziamenti, che subiranno una nuova ondata di insicurezza economica. Il capitalismo non si riforma: si contrae e si difende, trasformandosi nel suo contrario pur di sopravvivere.

La faccia nascosta del protezionismo: criminalità e mercato parallelo

Ma c’è un altro effetto collaterale, spesso ignorato: l’aumento vertiginoso dei dazi apre spazi enormi al mercato nero e al contrabbando. Quando una merce raddoppia di prezzo per via delle tariffe, il crimine organizzato fiuta l’opportunità. I prodotti proibiti o iper-tassati diventano oro per chi gestisce i traffici illeciti. Ed è qui che la storia prende una piega inquietante.

Perché è lecito porsi una domanda: a chi giova davvero questa guerra commerciale? Solo alla retorica trumpiana o forse anche a quei circuiti opachi, fatti di vecchie alleanze tra imprenditoria corrotta e criminalità organizzata? Gli intrecci tra la famiglia Trump e figure legate alla mafia italo-americana non sono una fantasia giornalistica. Roy Cohn, mentore e avvocato di Trump, era il legale di boss come Fat Tony Salerno e Paul Castellano. I primi grattacieli di Trump sono stati costruiti grazie a forniture di cemento controllate dai Gambino. Il “self-made man” newyorkese ha sempre saputo con chi stringere la mano.

Non servono teorie cospirative per vedere che l’incremento del contrabbando e delle attività illegali sarà uno degli effetti concreti di questa strategia. Quando si chiude un mercato ufficiale, se ne apre uno parallelo. E a riempirlo non saranno gli imprenditori onesti, ma i clan.

L’ideologia del profitto contro se stessa

Ci troviamo davanti a una contraddizione strutturale: il capitalismo, che ha eretto il libero scambio a religione, ora si traveste da difensore dell’interesse nazionale. Ma è solo una maschera. Dietro c’è sempre il profitto, solo che ora è diventato più difficile da garantire. Il protezionismo non è un ritorno ai valori, è una tattica disperata. È l’ennesima mutazione genetica di un sistema che, pur di restare in piedi, è disposto a sacrificare tutto: coerenza, alleanze, stabilità, verità.

Chi paga il prezzo di questa incoerenza? Non i miliardari né i loro consiglieri: pagheremo noi, con una vita più cara, con una democrazia sempre più debole e con un futuro sempre più opaco. I dazi non sono solo numeri, ma l’indicatore preciso di un mondo che ha smesso di credere nelle sue stesse illusioni.

Il globalismo era una menzogna utile. Ora che non serve più, la si può smantellare. E in questa marcia all’indietro c’è tutta la decadenza morale ed economica di un sistema alla fine del suo ciclo storico. Un sistema che, come un animale ferito, morde nel buio.

Trump, dazi e sanzioni: la guerra commerciale che affossa l’Europa e isola l’America

Donald Trump, con la solita teatralità da reality show, ha dato ieri il via a quella che potremmo definire senza mezzi termini una nuova guerra commerciale globale. Dal Giardino delle Rose della Casa Bianca, circondato da telecamere e slogan roboanti, ha annunciato l’introduzione di dazi punitivi verso buona parte del mondo: un 20% sull’Unione europea, un 34% sulla Cina, fino al 46% sul Vietnam, e via dicendo, con tariffe variabili per Corea del Sud, India, Giappone e altri partner commerciali.

Il pretesto? Difendere il «sogno americano» che – a suo dire – sarebbe stato «saccheggiato» da decenni di scambi squilibrati. Una retorica già sentita, ma che nasconde un’enorme contraddizione e un clamoroso boomerang economico.

L’imperialismo commerciale che si morde la coda

Trump prova ora a mettere una pezza sugli effetti di quel capitalismo predatorio che gli stessi Stati Uniti hanno imposto al mondo negli ultimi cinquant’anni. Sono stati loro, infatti, a svendere l’industria americana sull’altare del profitto, delocalizzando produzioni strategiche verso paesi a basso costo e disintegrando la manifattura interna. Ora si svegliano e scoprono che l’imperialismo economico non paga.

Il tafazzismo americano raggiunge vette tragicomiche: dazi su tutto, ma non sulle armi. Già, perché in questo disegno protezionista c’è una sola industria che deve restare intoccabile: quella bellica. Trump ha già fatto sapere agli alleati europei che, mentre potranno dimenticarsi di esportare auto, acciaio, formaggi e vini, saranno obbligati a comprare armi made in USA. La guerra, si sa, non conosce recessione.

L’Italia paga il conto (e non è l’unica)

In questo scenario, l’Italia è tra le vittime designate. Il comparto agroalimentare, quello che esporta nel mondo l’eccellenza dei nostri territori, sarà colpito duramente. Formaggi, vini, spumanti, prodotti lattiero-caseari di alta qualità: tutto finirà sotto la scure dei dazi.

Potremmo rispondere ironicamente ai consumatori americani: cari amici d’Oltreoceano, ora gustatevi i vostri formaggi di plastica, gli hamburger di carne ignota e le bibite zuccherate che raccontano la triste parabola del Genk Food, mentre noi continuiamo a difendere la cultura del cibo come valore, identità e piacere.

Ma l’ironia lascia presto spazio alla realtà. Secondo il Centro Studi di Confindustria, una guerra commerciale prolungata potrebbe ridurre lo sviluppo italiano fino a un -0,6% del PIL nei prossimi due anni. Un colpo durissimo, che rischia di schiacciare un’economia già fragile.

Le sanzioni alla Russia: un altro cappio al collo europeo

A rendere questo quadro ancora più drammatico c’è un’altra, enorme contraddizione della politica occidentale: le sanzioni imposte alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Sanzioni che, nei proclami ufficiali, avrebbero dovuto fiaccare l’economia russa, ma che di fatto hanno chiuso uno dei mercati più floridi per le produzioni italiane ed europee.

Dal vino alle macchine utensili, dai formaggi ai prodotti di lusso, gli esportatori europei hanno perso l’accesso a un bacino commerciale vastissimo, mentre altre potenze – Cina in primis – si sono affrettate a riempire il vuoto lasciato. Ora, con l’arrivo dei dazi americani, l’Europa si trova con due mercati chiusi: quello russo, per scelta politica, e quello statunitense, per decisione unilaterale di Washington.

È un cortocircuito perfetto. L’Europa, obbediente agli interessi geopolitici americani, ha scelto di tagliarsi un braccio con le sanzioni alla Russia; ora Trump gliene sega anche l’altro, chiudendo il mercato USA a colpi di tariffe.

Un’Europa sempre più debole, un’America sempre più sola

In definitiva, mentre Trump sogna di «rifare l’America ricca», sta costruendo un castello di sabbia su un terreno che lui stesso sta erodendo. I dazi aumenteranno i prezzi per i consumatori americani, aggraveranno l’inflazione, renderanno più poveri lavoratori e famiglie. Ma, soprattutto, isoleranno gli Stati Uniti dal resto del mondo, trascinandoli in una spirale di autarchia e arroganza.

L’Europa, dal canto suo, sta pagando a caro prezzo la subalternità politica e commerciale nei confronti di Washington. Dopo aver sacrificato sull’altare della NATO un mercato come quello russo, ora rischia di vedere sgretolarsi anche l’accesso al mercato americano.

E, paradossalmente, a vincere questa guerra commerciale saranno proprio quei paesi che gli USA e l’UE volevano marginalizzare: la Cina, l’India, la Russia, che intanto rafforzano i loro legami, creando nuovi assetti multipolari.

A conti fatti, chi sta davvero saccheggiando il «sogno americano» e la prosperità europea non sono gli scambi internazionali, ma le scelte miopi di chi governa senza visione, con la clava dei dazi in una mano e la pistola delle sanzioni nell’altra.

Dal Recovery al Riarmo: il grande inganno dei fondi europei

Tra ritardi sospetti e decisioni già scritte, l’ombra di una strategia deliberata dietro il fallimento del PNRR. Dalla ricostruzione promessa alla corsa agli armamenti: quando il denaro pubblico smette di servire i cittadini per alimentare l’industria bellica.

C’è un filo sottile, quasi invisibile, che unisce le decisioni prese nei palazzi del potere e le strategie che si svelano solo a posteriori, quando i giochi sembrano ormai fatti e le carte già distribuite. La vicenda del PNRR italiano e la recente decisione europea di dirottare fondi strutturali e di coesione verso le industrie del riarmo ne sono un esempio lampante. Un esempio che solleva domande scomode e dubbi legittimi, che vale la pena affrontare senza preconcetti ma con sguardo critico.

La svolta del riarmo europeo

Nei giorni scorsi, la Commissione Europea ha annunciato una revisione senza precedenti dei criteri di utilizzo dei Fondi europei di sviluppo regionale (FESR), estendendo la possibilità di finanziamento anche alle grandi imprese strategiche, in particolare a quelle operanti nel settore della difesa. Una decisione che, dietro l’alibi del “mutato quadro geopolitico” e della necessità di garantire la sicurezza collettiva, rappresenta in realtà un ribaltamento dei principi fondativi della coesione europea: non più priorità a riduzione delle disuguaglianze, inclusione sociale o transizione ecologica, ma risorse destinate all’industria bellica, alla mobilità militare e alla produzione di armi.

Fitto, il commissario italiano, ha provato a rassicurare: “Non useremo questi fondi per comprare armi.” Ma la realtà è che quei soldi, che dovevano servire per scuole, ospedali, infrastrutture civili e inclusione sociale, serviranno a potenziare le linee produttive di Leonardo, Rheinmetall, Iveco Defence e delle grandi fabbriche d’armi europee. Un giro di denaro colossale, che muove in prospettiva 800 miliardi di euro in quattro anni, quasi quanto la spesa militare annua degli Stati Uniti.

L’ipotesi scomoda: un ritardo “programmato”

A questo punto si inserisce un dubbio che appare irragionevole solo a chi preferisce non farsi domande. È possibile che i clamorosi ritardi nell’attuazione del PNRR in Italia — quei fondi che dovevano rilanciare il Paese dopo la pandemia — non siano stati solo il frutto di inefficienze, burocrazia e incapacità politica? È possibile che, dietro il balletto di piani non approvati, progetti bloccati e fondi non spesi, ci sia stato un calcolo politico freddo e razionale?

L’ipotesi, certo, non poggia su prove certe. Ma alcuni segnali inquietanti fanno riflettere. È curioso che proprio ora, a giochi quasi chiusi, quei 90 miliardi di euro che l’Italia rischiava di perdere perché “non riusciva a spenderli” possano essere tranquillamente riprogrammati per la produzione di armi. È lecito domandarsi se il ritardo nel mettere a terra i progetti del PNRR non sia stato favorito, o quantomeno tollerato, per arrivare esattamente a questo punto: liberare risorse per indirizzarle verso un settore che, negli ultimi due anni, ha scalato le priorità politiche europee.

Le decisioni prese altrove e molto prima

Quando la Commissione europea giustifica questa svolta con il “mutato quadro geopolitico”, finge di scoprire oggi qualcosa che, in realtà, si decideva già ieri. La guerra in Ucraina dura da oltre tre anni. Gli Stati Uniti e i principali Paesi NATO avevano già da tempo chiesto agli alleati europei un massiccio aumento delle spese militari. I mercati finanziari, che non si muovono mai senza informazioni privilegiate, hanno fatto schizzare le azioni di Rheinmetall, Leonardo, Thales e Bae Systems ben prima degli annunci ufficiali. Chi lavora nelle stanze dei bottoni sapeva già tutto da tempo.

Dal welfare alla guerra: la grande sostituzione

Così, nell’arco di pochi anni, abbiamo assistito alla metamorfosi del Next Generation EU, nato come piano di ricostruzione e resilienza dopo la pandemia, in un gigantesco piano di riarmo chiamato — con un’abile operazione di maquillage linguistico — Readiness 2030. È la storia di un tradimento politico annunciato: soldi promessi ai cittadini per ricostruire un futuro di diritti, benessere e giustizia sociale, dirottati silenziosamente verso l’industria della guerra.

Il vero obiettivo non era mai stato la coesione sociale, ma la coesione militare. Il PNRR, con tutti i suoi ritardi e le sue inefficienze, potrebbe allora apparire come un cavallo di Troia perfettamente riuscito. Un meccanismo che ha tenuto in stand-by investimenti cruciali, per poi riversarli, al momento opportuno, nell’unico settore che oggi pare garantire “posti di lavoro” e “competitività industriale”: quello delle armi.

Un dubbio necessario

Questa, sia chiaro, è solo un’ipotesi, un dubbio irragionevole forse, ma necessario. Perché quando le decisioni dei governi sembrano inspiegabili, quando i ritardi si sommano e le priorità si capovolgono, bisogna sempre guardare oltre la superficie, seguire il denaro e chiedersi: cui prodest?

In fondo, come insegnava Seneca, “nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa dove andare”. Ma a ben vedere, forse qualcuno la rotta l’aveva tracciata da tempo. E oggi stiamo solo vedendo dove ci sta portando.

Quando gli insulti fanno piazza: la riscossa identitaria del Movimento 5 Stelle

Ci sono momenti in politica in cui le accuse degli avversari diventano la miglior campagna elettorale. È quello che sta accadendo al Movimento 5 Stelle in vista del corteo del 5 aprile a Roma. Una manifestazione che, nelle intenzioni degli organizzatori, dovrebbe rappresentare un chiaro «no» all’escalation bellicista e alla folle corsa al riarmo che attraversa l’Europa. Ma che, nei fatti, sta già diventando molto di più: un’occasione di rilancio identitario, di riscoperta di un protagonismo politico che sembrava smarrito.

Il paradosso è evidente: più gli avversari attaccano, più il Movimento si rafforza. Le parole del ventriloquo Carlo Calenda, nel pieno di una crisi mistica da possessione per la presenza della Giorgia nazionale, – che ha auspicato senza mezzi termini «la cancellazione dei Cinque Stelle» – sono diventate il detonatore di una mobilitazione che supera ogni previsione. Non solo i cinquemila manifestanti già certi, ma un numero che potrebbe triplicare grazie a un sentimento diffuso di rivalsa. Perché nulla compatta come l’insulto, nulla galvanizza come l’essere messi all’angolo dal sistema politico e mediatico.

Il Movimento 5 Stelle sta così ricostruendo, mattone dopo mattone, la sua vecchia narrazione: quella del partito contro tutti, della forza antisistema che sfida i poteri costituiti. E poco importa se negli anni abbia governato, stretto alleanze, ceduto su molte delle sue promesse originarie. Oggi Conte e i suoi cavalcano di nuovo lo spirito dell’assedio, sapendo che lì, in quello spazio di conflitto e marginalità, possono tornare ad aggregare consenso.

Non si tratta soltanto di opposizione al riarmo o alle politiche europee sulla sicurezza: dietro la piazza del 5 aprile c’è una precisa strategia di occupazione dello spazio politico che il Partito Democratico non riesce o non vuole presidiare. Quel fronte ampio e popolare fatto di sindacati, associazioni, intellettuali, militanti pacifisti e semplici cittadini che non si riconoscono né nella retorica atlantista né nell’ortodossia neoliberista.

Lo dimostrano le adesioni illustri all’appello pubblicato dal Fatto Quotidiano: firme autorevoli come Luciana Castellina, Luigi Ferrajoli e Gian Giacomo Migone, seguite da oltre 150 intellettuali, giornalisti, attivisti. Un endorsement che non è solo politico, ma culturale: la sinistra che non trova casa nelle stanze del Partito Democratico guarda al M5S come all’unico argine possibile contro l’omologazione bellicista.

Indicativa anche la presenza annunciata di Michele Santoro, così come la partecipazione di Azione Civile di Antonio Ingroia, Rifondazione Comunista. E, sullo sfondo, la silenziosa assenza di Elly Schlein, stretta tra le sue contraddizioni interne, e quella più rumorosa di Maurizio Landini, che segna la distanza dei grandi apparati sindacali da questa piazza “autarchica”.

Il paradosso è tutto qui: mentre il Movimento si prepara a sedersi ai tavoli di coalizione per le prossime elezioni regionali, nelle strade si ricompatta su un’identità di lotta che lo rende, almeno per un giorno, autosufficiente e protagonista. È la vecchia strategia del conflitto come collante, dell’insulto come carburante politico.

Virginia Raggi lo ha detto senza mezzi termini: «Siamo la maggioranza degli italiani, anche se ci etichettano come pacifinti o filoputiniani». Una frase che, al di là dell’enfasi, coglie il senso profondo di questa mobilitazione: l’intenzione di occupare uno spazio che la sinistra ufficiale ha abbandonato e che la destra non potrà mai conquistare.

Il corteo del 5 aprile sarà dunque molto più di una marcia contro la guerra. Sarà la prova che, nella politica italiana, le etichette affibbiate dai salotti sono spesso il preludio a un ritorno sulla scena. Che l’autarchia identitaria, in tempi di crisi e di guerra, può ancora diventare un’arma potente.

L’Impero delle disuguaglianze: come il capitalismo predatorio ci sta rubando il futuro (e perché dobbiamo fermarlo)

Viviamo immersi in un inganno che ha assunto le sembianze della normalità. Ogni giorno ci svegliamo, lavoriamo, consumiamo, accettiamo senza battere ciglio che esista un ordine naturale delle cose, in cui pochi sono sempre più ricchi e molti devono lottare ogni giorno solo per sopravvivere. Ci hanno convinti che sia inevitabile, che sia il prezzo del progresso. Ma non è così. Quello che stiamo vivendo non è progresso: è predazione.

I dati che emergono dall’analisi dell’evoluzione economica degli Stati Uniti — che rappresentano da sempre il laboratorio e il modello del capitalismo globale — parlano chiaro e descrivono un processo inarrestabile di concentrazione della ricchezza e di crescente disuguaglianza sociale.

Nel 1976, l’1% più ricco della popolazione americana possedeva il 9% del reddito nazionale. Oggi quella quota è salita quasi al 25%. In meno di cinquant’anni, la loro fetta di ricchezza è quasi triplicata. Nel frattempo, il 50% più povero degli americani possiede appena lo 0,5% degli investimenti in azioni, obbligazioni e fondi comuni: significa che la metà della popolazione statunitense non investe, non costruisce, non risparmia. Sopravvive.

Trent’anni fa, la classe media possedeva una ricchezza doppia rispetto all’1% più ricco. Oggi quella forbice si è chiusa: l’1% ha superato la classe media in termini di ricchezza collettiva e il divario continua ad aumentare anno dopo anno. Gli americani a basso reddito — che rappresentano il 20% inferiore in termini di reddito — possiedono soltanto il 3% della ricchezza complessiva.

Ma non è solo la distribuzione della ricchezza a certificare la deriva: sono i salari a raccontare la violenza di questo modello. Tra il 1979 e il 2021, i salari degli americani appartenenti all’1% più ricco sono aumentati del 206%, al netto dell’inflazione. Nello stesso periodo, i salari del 90% più povero sono cresciuti solo del 29%. Una forbice insostenibile che ha portato a un’assurdità ormai strutturale: un CEO guadagna in media 380 volte più di un lavoratore medio. Per guadagnare quanto un dirigente incassa in un’ora, un lavoratore deve sgobbare per oltre un mese.

Possiamo davvero credere che il lavoro, l’impegno, l’intelligenza di un essere umano valgano 380 volte meno di quelli di un altro? O siamo semplicemente di fronte all’ennesima menzogna istituzionalizzata, a un sistema che non premia il merito, ma protegge con ferocia il privilegio?

Questa non è una distorsione accidentale del capitalismo. Non è una sbavatura correggibile. È il cuore stesso del modello.
Il capitalismo predatorio che si è affermato negli ultimi quarant’anni ha smesso da tempo di essere un motore di crescita condivisa: si è trasformato in una macchina famelica che vive divorando tutto ciò che incontra. Sfrutta il lavoro umano, distrugge l’ambiente, finanzia guerre, precarizza le vite, mercifica ogni diritto. Non crea ricchezza collettiva, ma estrazione di valore per pochi e miseria per molti.

E non pensiamo che questa dinamica riguardi solo gli Stati Uniti. È la regola in tutto l’Occidente. È la logica profonda della globalizzazione finanziaria che ha trasformato ogni aspetto della nostra vita in merce e ogni nostra fragilità in occasione di profitto.

Ma la parte più insidiosa di questo meccanismo non è soltanto la concentrazione della ricchezza. È la costruzione di un’intera narrazione tossica che ci convince che tutto questo sia normale, inevitabile, persino giusto.

Ci fanno credere che non esistano alternative, che la disuguaglianza sia il prezzo da pagare per il benessere, che la povertà sia colpa dei poveri, che chi resta indietro sia inadeguato, improduttivo, inutile.

È questa la vera gabbia: la manipolazione delle coscienze, il controllo del senso comune, la naturalizzazione della disuguaglianza. È un progetto politico e culturale che ha un solo obiettivo: disinnescare ogni possibilità di ribellione.

Non esiste un solo tavolo dove si decide tutto questo. Ce ne sono decine, centinaia, intrecciati come una fitta rete che tiene imprigionate le nostre vite. Sono tavoli economici, politici, militari, tecnologici, mediatici. Sono multinazionali, fondi finanziari, think tank, agenzie di rating, lobby industriali, governi complici. Ognuno di questi tavoli si alimenta degli altri, scambia potere e ricchezza come fossero fiches in un casinò globale dove il banco vince sempre.

E noi?
Noi siamo gli spettatori paganti.
I clienti inconsapevoli.
I servi senza catene visibili.

È ora di comprendere che nessuno ribalterà quei tavoli per noi.
Non ci saranno uomini della provvidenza, né scorciatoie.
Non ci sarà riforma possibile finché questo intero edificio non verrà smascherato e spazzato via.

La prima rivoluzione è culturale: dobbiamo uscire dalla narrazione tossica, dobbiamo smettere di credere che questo sia l’unico mondo possibile.
La seconda rivoluzione è sociale: dobbiamo organizzarci, costruire dal basso nuovi spazi di autonomia, di resistenza, di mutualismo.
La terza rivoluzione è politica: dobbiamo mettere in discussione ogni tavolo, ogni regola scritta per garantire il dominio di pochi sui molti.

Finché non saremo noi, popolo, massa, comunità, a riorganizzarci e a prendere in mano il nostro destino, il capitalismo predatorio continuerà a divorarci, centimetro dopo centimetro, giorno dopo giorno, senza che nemmeno ce ne accorgiamo.

Il momento è adesso.
Non per chiedere riforme impossibili, ma per ribaltare tutti i tavoli.
Perché non ne esiste uno solo: sono troppi, intrecciati, apparentemente invincibili.
Ma tutti possono crollare nello stesso momento, quando la massa smette di chinare la testa e decide di rialzarla.