L’Europa non riesce a mettersi d’accordo neppure sull’ora legale. Figuriamoci su un esercito comune. Ma proprio mentre gli Stati membri litigano da anni sul fuso orario, il Parlamento Europeo approva una sterminata Risoluzione sulla “politica di sicurezza e difesa comune” che promette coesione militare, mobilità di truppe, produzioni belliche armonizzate e addirittura una “comprensione condivisa” tra cittadini e governi. Una specie di miracolo politico, a patto che si parli di guerra e non di diritti.
Dietro i buoni propositi ufficiali si cela una mutazione profonda del progetto europeo. Dall’utopia della pace alla distopia della deterrenza permanente. Dalla carta dei diritti fondamentali al prontuario bellico perenne. Una trasformazione orchestrata in silenzio, senza consultazioni popolari, con l’arroganza tecnocratica di chi presume di sapere sempre cosa sia il bene comune, anche quando lo impone con le armi in pugno.
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L’illusione della guerra preventiva
Nel documento del 2 aprile – lungo quanto un’epopea omerica – si legge che la Russia «ha scelto di dichiarare guerra ai Paesi europei». Nessuna dichiarazione ufficiale, nessun atto conforme al diritto internazionale, ma una formula buttata lì, come una verità autoevidente. È il principio della guerra preventiva rovesciato in dottrina ufficiale dell’Ue, una “verità percepita” da far diventare realtà a colpi di decreti e voti parlamentari.
Tutto questo mentre l’America di Trump, nuovo presidente degli Stati Uniti, annuncia il ritorno all’unilateralismo isolazionista e rispolvera il vecchio sogno coloniale di annettere la Groenlandia – regione autonoma della Danimarca e quindi parte integrante dello spazio europeo. Nessuna indignazione, nessun comunicato infuocato. Solo silenzio. Perché i muscoli dell’alleato a stelle e strisce sono evidentemente immuni da ogni sospetto imperialista.
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I doppi standard dell’Unione e la democrazia a geometria variabile
In Ucraina il mandato di Volodymyr Zelensky è scaduto nel maggio 2024. Nessuna nuova elezione, nessun voto popolare. Ma l’Unione Europea – così solerte nel denunciare presunti autoritarismi altrui – approva senza fiatare. Anzi, rilancia, chiedendo un’escalation militare, l’invio di armamenti sempre più sofisticati, e l’abolizione di ogni limite all’uso delle armi occidentali sul territorio russo.
Eppure anche in tempi tragici la democrazia può sopravvivere: nel 1944, nel mezzo della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti celebrarono regolarmente le elezioni presidenziali. Ma le regole valgono solo quando sono funzionali agli interessi geopolitici dell’asse euro-atlantico. Altrimenti si sospendono, in nome di una “emergenza” che ormai è diventata perenne.
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Nato, Turchia e l’occupazione che non fa notizia
Nel pantano delle ipocrisie europee, spunta anche il caso di Cipro, membro dell’Ue con un terzo del proprio territorio ancora occupato militarmente dalla Turchia. La Risoluzione cita il fatto come giustificazione per armarsi, ma evita con cura di dire che la Turchia è il secondo esercito più potente della Nato. Alleato sì, ma con licenza di invadere. Il doppio standard è ormai prassi consolidata.
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Il business della guerra e il saccheggio silenzioso del welfare
ReArm Europe, il nuovo piano di armamento europeo, è il cuore economico della Risoluzione. Si parla apertamente di aumentare la produzione interna di armi e sistemi bellici, mentre si favoleggia di un budget da 800 miliardi di euro. Ma da dove verranno questi soldi? Quali capitoli di bilancio verranno sacrificati sull’altare del riarmo? Salute, istruzione, transizione ecologica? Non si dice. Il saccheggio avverrà nel silenzio delle burocrazie, lontano dai riflettori e ancora più lontano dai cittadini.
Nel frattempo, i grandi gruppi industriali dell’apparato militare ringraziano. La guerra, come sempre, è un’occasione straordinaria per fare profitti. E se per aumentare gli utili bisogna militarizzare le coscienze, si può sempre contare sul “riallineamento delle percezioni” invocato dalla Risoluzione. Una formula che in tempi diversi si sarebbe chiamata propaganda.
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I parlamentari italiani: tra guerra e Costituzione
A votare a favore della Risoluzione sono stati anche 25 eurodeputati italiani: 17 del Partito Democratico e 8 di Forza Italia. Il voto è libero, certo, ma se davvero questi rappresentanti credono in una “vittoria militare decisiva” e nella necessità di armare l’Europa fino ai denti, allora abbiano almeno il coraggio di proporre la revisione dell’articolo 11 della Costituzione italiana. Perché quel principio – che vieta la guerra “come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” – è incompatibile con la dottrina bellicista che stanno abbracciando.
E non si tratta solo di coerenza giuridica. Si tratta di rispetto verso la storia. La nostra Repubblica nasce dalla Resistenza al nazifascismo. Il rifiuto della guerra è stato inciso a fuoco nella Carta del 1948 come antidoto eterno all’orrore. Stravolgere quel principio significa negare le radici stesse del nostro patto democratico.
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L’unica voce di pace ai vertici: Francesco
In questo coro assordante di tamburi di guerra, l’unica voce dissonante ai vertici istituzionali europei è quella di papa Francesco. Non per ragioni religiose, ma per una lucidità che oggi sembra rivoluzionaria. Francesco ricorda al mondo le vere priorità: giustizia sociale, ambiente, educazione, salute pubblica, dignità umana, dialogo tra popoli. E lo fa con ostinazione, consapevole che ogni euro speso in armi è un euro sottratto alla vita.
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Una nuova Resistenza civile
Oggi serve una nuova Resistenza. Non armata, ma culturale e politica. Una Resistenza che dica no alla militarizzazione delle nostre vite, no all’omologazione delle coscienze, no alla sostituzione della pace con la paura. Serve un fronte ampio, trasversale, che riunisca cittadini, associazioni, giuristi, lavoratori, insegnanti, giovani, per difendere la Costituzione, la libertà e il futuro.
Perché la pace non si costruisce accumulando missili, ma costruendo ponti. La pace non si impone con i droni, ma si semina con la parola, con il rispetto, con la giustizia. Ed è questo il compito dell’Europa che vogliamo: non quella delle guerre mascherate da difesa, ma quella delle democrazie vere, partecipate, vive.
Se l’Unione Europea sceglie la strada dell’economia di guerra, noi dobbiamo scegliere quella dell’umanità. E farlo con la stessa determinazione con cui un tempo si difendeva la libertà sulle montagne. Perché oggi, la montagna da scalare, è il coraggio di restare umani.
Fonte: articolo pubblicato su La Stampa il 14 aprile 2025 
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