Trump, il re del conflitto d’interessi: la nuova era del fascismo neoliberale made in USA

C’è un filo rosso che lega Silvio Berlusconi a Donald Trump. Un filo fatto di affari personali intrecciati al potere politico, di patrimoni gonfiati all’ombra delle istituzioni, di democrazia deformata in funzione privatistica. Ma se l’Italia ha fatto da laboratorio, gli Stati Uniti oggi rappresentano la versione “industriale” del conflitto d’interessi: un modello non più occulto, ma sfacciatamente rivendicato, difeso, celebrato.

Nel solo primo quadrimestre del secondo mandato, Donald Trump ha raddoppiato il suo patrimonio personale, passando da 2,3 a 5,1 miliardi di dollari. Il meccanismo è semplice: l’ufficio più potente del mondo come piattaforma pubblicitaria permanente della propria rete di business. I confini tra politica e profitto sono stati dissolti. E ciò che resta è un mostro giuridico e morale che minaccia la stessa idea di repubblica democratica.

I dati raccolti dalla ONG Citizens for Responsibility and Ethics in Washington parlano chiaro: 3.740 casi di conflitto d’interesse nel primo mandato; una media già superata nel secondo, grazie all’uso sistematico di proprietà private per eventi politici, soggiorni istituzionali e campagne promozionali. Ora si aggiunge l’universo delle criptovalute, un terreno nuovo e normativamente fragile su cui Trump ha edificato un impero parallelo, con memecoin personali ($Trump e $Melania), una stablecoin con investimenti da Abu Dhabi e una partecipazione di controllo in un exchange quotato, World Liberty Financial. Il tutto mentre la sua amministrazione demolisce ogni forma di vigilanza e caccia i funzionari scomodi.

Nel cuore di questo sistema di potere c’è la figura del presidente-imprenditore, che non governa per la collettività ma per sé stesso, che non rappresenta una nazione ma un brand globale. Gli immobili firmati Trump, i resort di lusso a Dubai e nel Golfo Persico, la piattaforma Truth quotata al Nasdaq, i documentari su Melania pagati da Amazon, le cause miliardarie intentate contro i colossi dei media: ogni tassello compone il mosaico di un capitalismo predatorio che fagocita la democrazia.

Ma il dato più inquietante è la strategia comunicativa e repressiva che accompagna questo disegno. Il recente viaggio in Medio Oriente, il primo nella storia a escludere le principali agenzie di stampa a bordo dell’Air Force One, segna uno spartiacque: Trump non si limita a strumentalizzare la presidenza, la trasforma in un feudo personale. A bordo con lui, anziché giornalisti, ci sono Mark Zuckerberg, Elon Musk, Sam Altman, Larry Fink: una corte di tecnocrati e miliardari pronti a siglare accordi su armi, infrastrutture, criptovalute, a porte chiuse, lontano da ogni controllo democratico.

Nel frattempo, mentre si discute di piani di “ricostruzione” della Striscia di Gaza come futuro resort, e si negoziano tregue con Hamas in cambio di aperture di mercato, Trump consolida un potere fondato non sulla Costituzione, ma sul culto della personalità e sull’impunità.

Il suo autoritarismo non è folclore, è prassi sistematica. Il recente arresto del sindaco di Newark per aver protestato contro un centro di detenzione per migranti – illegale secondo le leggi locali – è solo la punta dell’iceberg. A seguire, l’arresto di una giudice della contea di Milwaukee per aver applicato correttamente la legge impedendo un’arresto ICE senza mandato. La criminalizzazione del dissenso è ormai legge non scritta. Le sanctuary cities vengono private di fondi federali. Gli studenti che manifestano contro il genocidio in Palestina vengono espulsi o detenuti arbitrariamente. La Costituzione è interpretata come ostacolo. L’habeas corpus è diventato una variabile opzionale.

Trump non è solo un presidente. È il capofila di una mutazione genetica del potere occidentale: dalla democrazia rappresentativa al feudalesimo neoliberale, dove chi è eletto usa il potere non per servire, ma per arricchirsi, zittire, reprimere. La sua frase – “Chi salva l’America, non può violare la legge” – non è un lapsus, ma la nuova dottrina dell’eccezione permanente: il capo ha sempre ragione, anche quando distrugge le regole.

La domanda, oggi, non è più “se” Donald Trump sia un pericolo per la democrazia. Ma “quando” l’Occidente si accorgerà di essere già entrato in un nuovo paradigma autoritario. Un fascismo in giacca e cravatta, con le cripto al posto delle divise, le piattaforme al posto dei partiti, la paura al posto del diritto.

E noi, che ci diciamo ancora figli dell’Illuminismo, della libertà, dei diritti civili, siamo pronti a reagire? O resteremo spettatori di una storia che abbiamo già visto, ma che stavolta potremmo non riuscire a riscrivere?

“La Vittoria Perduta: Ottant’anni dopo, il 9 Maggio ci parla ancora di guerra”

L’aria dovrebbe essere di celebrazione, le piazze unificate dal ricordo, le coscienze accomunate dal sacrificio. E invece, l’ottantesimo anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale in Europa, celebrato il 9 maggio 2025, si presenta come una ricorrenza spaccata, avvolta in una nebbia di memorie selettive, interpretazioni geopolitiche divergenti e tensioni che sembrano riproporsi sotto nuove forme.

Sir Alan Brooke, feldmaresciallo britannico, annotava nei suoi diari di quei giorni una stanchezza talmente profonda da svuotare persino la gioia per la pace raggiunta. Le sue parole non sono un dettaglio: sono il sintomo di un mondo che non riesce a chiudere davvero le proprie ferite. La guerra, infatti, non terminò con una firma. Terminò in modo incerto, con sospetti, disillusioni e nuove minacce. Come se la fine di un incubo aprisse soltanto la porta a un sonno ancora più inquieto.

Le dinamiche di quei giorni rivelano uno scollamento profondo tra la realtà militare e quella ideologica. I vertici tedeschi cercarono disperatamente di arrendersi alle forze occidentali, coltivando l’illusione che, una volta eliminato Hitler, sarebbe potuta nascere una nuova alleanza contro il nemico comune: l’Unione Sovietica. Un sogno folle e velenoso, alimentato da anni di propaganda nazista che, crollato il mito della razza superiore, si reinventava come difesa estrema di un’Europa “libera” dal bolscevismo.

Questa illusione, incredibilmente, trovò eco anche in alcune menti occidentali. Winston Churchill stesso, uomo di visioni lucide e contraddizioni brucianti, accarezzò fugacemente l’idea di uno scontro post-bellico con Mosca. Ma la realtà – fatta di generali stremati, opinioni pubbliche ostili a nuove guerre e il riconoscimento del ruolo cruciale dell’Armata Rossa nella sconfitta del nazifascismo – pose fine a quelle fantasie.

Tuttavia, il seme della sfiducia era già piantato. E da quel seme sarebbe cresciuta la Guerra Fredda. Le tensioni di maggio 1945 – la diffidenza tra alleati, la gestione disomogenea della resa tedesca, la lotta ancora viva sul fronte orientale e le violenze a Praga – furono il preludio all’installazione della “cortina di ferro”. L’illusione di una pace duratura fu, per molti, solo un velo sottile sopra un campo minato.

La firma della resa a Reims il 7 maggio e la successiva ratifica a Berlino il 9, voluta da Eisenhower per sancire l’universalità della capitolazione, doveva essere il sigillo della fine. In realtà divenne l’inizio di una disputa di memorie. L’8 maggio divenne la data simbolo per l’Occidente – ma è una data che oggi pochi ricordano, fatta eccezione per la Francia. Il 9 maggio, al contrario, è diventato in Russia la “Festa della Vittoria”, con parate monumentali e simbolismi sempre più intrecciati con il nazionalismo e la nostalgia imperiale.

Ci si interroga dunque: fino a che punto la celebrazione russa è memoria autentica e quanto invece è narrazione politica? Quanto è ancora viva la gratitudine per i 27 milioni di morti sovietici e quanto invece si tratta di un’autocelebrazione del potere?

Il tempo, si sa, trasforma tutto. Ma in questo caso, il tempo sembra avere frantumato anziché sedimentato. La commemorazione dell’ottantesimo anniversario della fine della guerra in Europa è oggi un mosaico di visioni inconciliabili, dove la pace non è più solo una conquista da onorare, ma un concetto da difendere ogni giorno contro le riscritture del passato e le tentazioni del presente.

Il sogno espresso da Alan Brooke – “imparare ad amare gli altri come noi stessi” – resta tragicamente lontano. Ma non è un sogno da archiviare. È un invito, oggi più che mai urgente, a guardare indietro non per nostalgia, ma per evitare che la Storia, ancora una volta, cambi maschera e ci sorprenda.

“Lotta di classe dall’alto: la disfatta delle sinistre, l’avanzata delle destre, il sangue degli ultimi”

“Certo che c’è una lotta di classe. Ma è la mia classe, quella dei ricchi, che la sta facendo. E stiamo vincendo.”
Così parlava Warren Buffett, il miliardario gentile. Non un rivoluzionario in incognito, ma uno dei simboli dell’1% globale. Una confessione che pesa più di mille analisi accademiche: la lotta di classe non è scomparsa, ha solo cambiato direzione. È diventata unilaterale, verticale, silenziosa ma spietata. Si combatte dall’alto verso il basso. E chi la subisce non ha più strumenti né rappresentanza per reagire.

La sinistra, un tempo baluardo dei diritti sociali, si è arresa senza combattere. Ha smesso di essere opposizione per diventare garanzia di sistema. Dal Partito Democratico americano ai suoi cloni europei, compreso l’evanescente PD italiano, la “sinistra di governo” ha adottato la grammatica del neoliberismo, accettando le sue regole e tradendo le sue origini. La finanziarizzazione dell’economia, la deregulation, la precarizzazione del lavoro, il culto del mercato: tutto ciò che un tempo veniva combattuto oggi è amministrato con zelo da coloro che si definiscono progressisti.

Il risultato? Milioni di persone tradite, impoverite, disilluse. Una massa disorganizzata, senza più voce né tutela, che ha smesso di credere nella democrazia rappresentativa. E come ogni vuoto politico e culturale, anche questo è stato colmato: non da movimenti radicali o alternativi, ma dalla destra più estrema, reazionaria e autoritaria.
Negli Stati Uniti il trumpismo non è solo sopravvissuto: è tornato al potere, con Donald Trump nuovamente alla Casa Bianca. Ma oggi è ancora più determinato, più radicale, più organizzato. Dietro la retorica populista si nasconde un progetto sistemico di smantellamento delle istituzioni democratiche, di repressione interna e di ritorno a un suprematismo bianco che divide la società, rafforza le élite economiche e alimenta il mito del nemico interno ed esterno.
In Europa, da Le Pen a Orbán, da Meloni a Vox, le destre marciano. E in Italia, per la prima volta dalla fine del fascismo, governa una destra-destra, xenofoba e autoritaria, che riscrive la storia, reprime la dissidenza e svende diritti in nome dell’ordine.

La deriva è globale. E il sintomo più feroce di questa barbarie sistemica è la Palestina. Lì, in quella terra martoriata, la violenza non è solo militare: è economica, coloniale, razziale. È la manifestazione più cruda di un potere che non conosce limiti, che distrugge per profitto e si legittima attraverso una propaganda ipnotica.
Il governo sionista israeliano agisce come un regime suprematista etnico, fondato su una visione teocratica del potere e sulla convinzione della superiorità del “popolo eletto”. Non solo commette un genocidio, ma mette in atto un apartheid sistemico, pianificato, volto a cancellare l’identità, la storia e l’esistenza stessa del popolo palestinese. E l’Occidente, che predica diritti e democrazia, guarda, tace o applaude. Complici le sinistre addomesticate, prigioniere del ricatto atlantista.

E allora sì, ha ragione Bernie Sanders: tutto ciò che ci dicevano fosse il comunismo — la perdita del potere politico, dei beni, della dignità — ce lo ha inflitto il capitalismo stesso. Il volto attuale del capitalismo non è quello delle fabbriche, ma dei fondi speculativi. Non crea ricchezza: la concentra. Non eleva: sotterra. Non libera: opprime. Accumula nelle mani di pochi e distrugge le vite dei molti. Svuota le parole, sbriciola le conquiste sociali, trasforma la guerra in business e la miseria in colpa individuale.

Lottare oggi significa disertare il linguaggio del potere, denunciare le sue menzogne, e unirsi a chi resiste — da Gaza a Napoli, da Chicago a Parigi. Serve una nuova internazionalità della rabbia, una nuova alleanza tra oppressi. Perché se la lotta di classe continua, è tempo di invertire la direzione del fuoco.

Quando la democrazia diventa il cavallo di Troia dell’autoritarismo: il rischio della deriva illiberale

C’è un paradosso che inquieta le democrazie occidentali: quello per cui, proprio grazie agli strumenti e alle libertà offerte dal sistema democratico, possono emergere e affermarsi forze politiche che ne negano i principi fondamentali. È il paradosso dell’uovo della serpe: la democrazia libera consente l’ascesa di chi della libertà vuole farne scempio.

Non è una questione astratta. È il cuore di ciò che oggi mina alla base l’architettura costituzionale di molti Stati europei. E non riguarda solo i fantasmi del passato, ma i volti noti del presente: Trump negli Stati Uniti, Orban in Ungheria, Le Pen in Francia, Afd in Germania, Meloni in Italia. Il punto critico non è che queste forze siano contro la democrazia in senso procedurale — spesso ne rispettano le regole formali — ma che mirino a svuotarla di senso, minandone le basi liberali: separazione dei poteri, rispetto delle minoranze, indipendenza della stampa, primato della Costituzione.

È in questo quadro che si inserisce la discussione accesa in Germania sulla messa al bando di Alternative für Deutschland (AfD). I servizi segreti tedeschi hanno identificato in quel partito un pericolo per l’ordine democratico, definendolo «incompatibile con l’idea di libertà, giustizia e democrazia» su cui si fonda la Repubblica federale. Una posizione forte, figlia dell’antifascismo costituzionale tedesco, ma che solleva interrogativi non banali: è legittimo escludere forze politiche dalla competizione elettorale per il loro orientamento ideologico? E se sì, dove fissare il confine tra protezione della democrazia e repressione del dissenso?

Il rischio, come ha osservato il politologo Marco Valbruzzi, è che questa conventio ad excludendum finisca per rafforzare proprio ciò che si intende contrastare, alimentando la retorica della vittimizzazione e il consenso tra gli elettori più arrabbiati. Il vero antidoto all’autoritarismo non può essere una scorciatoia giuridica, ma una risposta politica e culturale. Una democrazia forte si difende sul terreno della partecipazione, della giustizia sociale, della trasparenza. Non rimuovendo il problema, ma affrontandolo alla radice.

Del resto, la crisi attuale non nasce nel vuoto. È frutto di decenni di politiche che hanno spogliato la democrazia del suo contenuto popolare, trasformandola in un contenitore vuoto, governato da élite tecnocratiche, mercati impersonali e poteri senza volto. I partiti socialdemocratici, progressisti e liberali hanno abbandonato le classi lavoratrici, smantellato lo Stato sociale, promosso l’austerità e ridotto il ruolo dei Parlamenti. In questo vuoto si è inserita la destra radicale, presentandosi come l’unica voce del “popolo tradito”.

È successo in America con Trump, dove l’evocazione di Dio, patria e proprietà ha coperto i peggiori impulsi autoritari. È successo in Europa con Le Pen, Orban e ora anche con Meloni, che in Italia vuole riscrivere l’assetto costituzionale con la riforma del premierato, l’autonomia differenziata, e una giustizia assoggettata al potere esecutivo. E ciò che inquieta non è tanto il contenuto delle riforme — già grave — ma il metodo: l’idea che si possa alterare la Costituzione a proprio piacimento, una volta conquistato il potere.

Ma la democrazia non è solo maggioranza. È anche garanzia. È limite. È equilibrio. È proprio ciò che distingue una Repubblica costituzionale da una tirannide elettiva. Come ricordava Norberto Bobbio, non basta il voto per definirsi democratici: servono contrappesi, divisione dei poteri, informazione libera e rispetto delle minoranze.

La tentazione illiberale — alimentata da piattaforme digitali trasformate in armi ideologiche, da leader cinici e da un sistema mediatico sempre più fragile — è ormai globale. Elon Musk, con la sua X, si è eretto a megafono della destra internazionale, difendendo AfD e attaccando la stampa professionale. Javier Milei in Argentina twitta che «non odiamo abbastanza i giornalisti», evocando lo spettro della violenza simbolica e non solo. In Italia, il governo alimenta un clima anti-costituzionale, mentre parte della stampa si è piegata all’infotainment o all’autocensura.

In questo scenario, la domanda diventa cruciale: può una democrazia tollerare la propria negazione? E, viceversa, può salvarsi diventando essa stessa illiberale?

La risposta, per quanto difficile, sta in un equilibrio fragile ma necessario: difendere con fermezza i principi costituzionali, senza usarli come clava per escludere il dissenso legittimo. Le forze dichiaratamente nemiche della democrazia liberale vanno denunciate, isolate e combattute sul terreno politico, culturale e sociale. Ma il rispetto delle regole deve restare saldo. Perché, se si imbocca la via dell’esclusione forzata, si rischia di legittimare ciò che si vuole delegittimare. E se la democrazia si difende con strumenti autoritari, non fa che anticipare la dittatura che dice di temere.

La via è un’altra. È ricostruire un tessuto sociale, riconnettere rappresentanza e realtà, ridare senso alla politica come progetto collettivo. È riaffermare la centralità della Costituzione — quella vera, quella scritta col sangue della Resistenza — come stella polare di ogni governo, di destra o di sinistra. Perché, in fondo, la libertà non si difende negandola, ma rendendola più forte, più giusta, più uguale per tutti.

“Il lavoro non è una messa: retorica, sfruttamento e resistenza nel 1° Maggio del capitale armato”

Nel tempo dell’oblio istituzionalizzato, anche le date che dovrebbero unire vengono usate come cesure. Il 25 aprile è stato silenziato da un lutto nazionale lungo cinque giorni per la morte di papa Francesco – una figura scomoda e anomala per le élite economiche e politiche, che ha avuto il coraggio di parlare di sfruttamento, precarietà e dignità del lavoro senza infingimenti clericali. Non sorprende che la stessa scelta non sia stata replicata per oscurare il Primo Maggio: undici giorni di lutto sarebbero stati difficili da giustificare persino per la più spregiudicata delle destre al potere. Meglio lasciare che la ricorrenza scorra via tra un concertone e una passerella, evitando di ricordare che questa festa nasce nel sangue degli operai di Chicago, non nei salotti dei talk show o nei palchi governativi.

L’anomalia Bergoglio e il fastidio del potere per la voce dei lavoratori

Non è un caso che proprio papa Francesco fosse diventato bersaglio implicito di silenzi e manipolazioni. Quando nel 2023 accolse in Vaticano migliaia di delegati della CGIL e disse loro “fate rumore”, fece ciò che il potere teme di più: legittimare il conflitto sociale in nome del Vangelo. Denunciava la “cultura dello scarto”, chiamava “sfruttamento” quello che i giornali definiscono “flessibilità”, e si scagliava contro “l’idolatria del denaro”, quella stessa idolatria che oggi giustifica la precarizzazione, la deindustrializzazione civile e la riconversione bellica dell’economia italiana.

L’Italia della guerra che uccide il lavoro

Iveco e Leonardo progettano blindati, Fincantieri costruisce motovedette e corvette, l’industria militare italiana cresce a dismisura. I contratti civili stagnano, i salari reali calano e il potere d’acquisto dei lavoratori si erode costantemente sotto l’effetto combinato dell’inflazione e della deregolamentazione del lavoro. Negli ultimi dieci anni, il salario medio italiano ha perso oltre il 12% del suo valore reale, mentre in altri paesi europei – Germania, Francia, Spagna – è cresciuto. Oggi in Italia si lavora di più per guadagnare meno, mentre il costo della vita continua a salire: affitti, mutui, bollette, beni di prima necessità.

Nel frattempo, i bilanci delle aziende belliche crescono a doppia cifra. È un’economia schizofrenica quella che ci circonda: si lamenta il calo della domanda per auto elettriche e beni di consumo, e si rilancia la produzione di armi come antidoto alla crisi. Ma quale modello sociale si costruisce con le bombe? Quale democrazia si tutela alimentando il mercato della morte?

La Germania, come nel secolo scorso, torna ad armarsi. E l’Italia, come nel secolo scorso, tenta di aggrapparsi al suo carro armato. Nessuna lezione appresa, nessuna riflessione. Solo l’antica illusione che la guerra sia il motore della ricchezza. È il capitalismo militarizzato, dove la pace è un lusso e la produzione si salva producendo morte.

Il ritorno dei minori in fabbrica: l’americanizzazione della miseria

Dall’altra parte dell’Atlantico, in Florida, si discute una legge per abbassare a 13 anni l’età minima lavorativa. Bambini trattati come riserve di forza-lavoro per colmare il vuoto lasciato dai migranti espulsi, spesso con manette e gabbie. In un’America che si finge cristiana ma adora Moloch, il lavoro minorile diventa la soluzione alla crisi demografica e all’ossessione per i confini. È il trionfo della distopia neoliberista: meno scuola, più sfruttamento. E in Italia? Siamo su quella stessa china. Il sistema scolastico è disinvestito, i giovani vengono avviati al lavoro sottopagato con la retorica del “fare esperienza”, e i migranti – braccia preziose per l’economia – vengono criminalizzati.

Precarietà, appalti e morte: il lavoro che uccide

Secondo l’Osservatorio di Bologna, nel 2024 sono morti 1.424 lavoratori – uomini, donne, migranti – e i dati del 2025 mostrano già un incremento del 16% nei primi due mesi. È un’ecatombe. Ma è anche la punta dell’iceberg. Il Jobs Act, le riforme della destra e il mercato degli appalti hanno costruito una filiera della morte, dove chi lavora è solo un pezzo intercambiabile, sacrificabile. Chi muore sul lavoro, spesso, non ha un datore di lavoro identificabile: i grandi committenti sono legalmente deresponsabilizzati, come i registi che non firmano mai la scena finale. È una forma raffinata di disumanizzazione: non solo sei precario, ma se muori nessuno è responsabile. È lo Stato stesso che lo ha deciso.

Cinque referendum per rompere le catene del Jobs Act

L’8 e 9 giugno si voterà su cinque referendum proposti dalla CGIL. Sono referendum per il lavoro, per la dignità, per la democrazia.
1. Ripristino della reintegrazione per licenziamenti illegittimi: perché chi viene espulso senza motivo ha diritto a tornare al lavoro.
2. Abolizione del tetto alle indennità per licenziamenti nelle piccole imprese: perché la giustizia non deve dipendere dal numero di dipendenti.
3. Limitazione dell’uso dei contratti a termine: per arginare l’abuso strutturale della precarietà.
4. Responsabilità delle aziende appaltatrici sugli infortuni: per colpire l’omertà legale lungo la filiera degli appalti.
5. Riforma della cittadinanza: perché chi vive, lavora e paga le tasse qui è già italiano nei fatti.

Ma siamo in un contesto postdemocratico, in cui la partecipazione popolare è svuotata, e la sfiducia dilaga. La politica è percepita come distante, compromessa, o del tutto assente. I media tacciono, Elly Schlein parla ma il suo partito è ancora quello che approvò il Jobs Act. Il M5S sostiene i referendum ma ha governato col Capitano dei porti chiusi. AVS è in prima linea, ma è marginalizzata. E la Cisl ha scelto da tempo un’altra strada, parallela a quella del governo Meloni, lasciando la “strada maestra” della Costituzione.

O si cambia o si cade: perché il 1° maggio non basta più

Questo 1° maggio non è solo difficile. È uno specchio rotto. Da una parte, la celebrazione della retorica unitaria, incarnata dal Concertone e dalle dichiarazioni istituzionali. Dall’altra, la frattura tra chi lavora davvero e chi governa, tra chi subisce e chi impone.

Non basta più “celebrare” il lavoro. Bisogna difenderlo. E per farlo, serve una mobilitazione che non sia episodica, una consapevolezza che diventi progetto, una ribellione che si faccia diritto. La risposta non può venire da chi ha svenduto il lavoro o da chi lo ha armato. Può venire solo dal basso, da chi vive il lavoro come carne, sudore, fatica. E da chi ricorda che la Festa del Lavoro non è una messa: è un grido collettivo, eversivo, rivoluzionario.

Perché il lavoro non è una concessione. È un diritto. E senza diritti, il lavoro è solo schiavitù col badge.

Il Grande Tradimento: la Guerra come Nuovo Contratto Sociale sulle Spalle degli Ultimi

L’Europa e il patto sociale infranto

C’era una volta un patto non scritto tra lo Stato e i cittadini: il contratto sociale nato dalle macerie della Seconda guerra mondiale prometteva pace, diritti e benessere diffuso in cambio dell’impegno comune. Su quelle fondamenta l’Europa ha costruito decenni di welfare, di servizi pubblici e di progresso sociale. Oggi, però, assistiamo a un grande tradimento di quello spirito originario. I governi europei sembrano aver rotto quel patto: la guerra – o meglio, una perenne economia di guerra – sta diventando il nuovo collante della società, il nuovo contratto sociale imposto dall’alto. Al posto della sicurezza sociale, ci viene chiesta sicurezza militare; al posto dei diritti, si invoca disciplina e sacrificio bellico. È un tradimento profondo e doloroso, perché tradisce la promessa di “mai più” fatta ai nostri nonni e padri, e soprattutto perché colpisce per primi i più deboli, i poveri, gli esclusi.

In questa inquietante trasformazione, la guerra non è più vista come follia da evitare, ma come orizzonte attorno a cui riorganizzare la società. Veniamo bombardati da discorsi di emergenza e paura: c’è sempre un nemico alle porte, una minaccia incombente per cui stringerci attorno alla bandiera e accettare qualsiasi sacrificio. Così, passo dopo passo, il dibattito pubblico sposta l’attenzione dalla giustizia sociale alla mobilitazione bellica. Il risultato? Lo Stato che un tempo prometteva di prendersi cura dei suoi cittadini ora chiede ai cittadini di prendersi cura dello Stato in guerra, rinunciando a diritti e risorse. È come se il messaggio fosse: dimenticatevi del welfare, della sanità o del lavoro sicuro – l’importante è sostenere lo sforzo bellico. Questo nuovo contratto sociale bellico è una trappola velenosa, perché vincola la cittadinanza non più alla partecipazione democratica e alla tutela reciproca, ma all’obbedienza e al silenzio di fronte alla guerra.

La guerra come priorità, i fragili come vittime invisibili

La scelta di fare della guerra la priorità assoluta ha conseguenze dirette e devastanti su tutta la popolazione. Chi paga il prezzo più alto di questo tradimento? Sono le persone più fragili, i poveri, gli emarginati, quelli che Papa Francesco chiama “scarti” di questa “cultura dello scarto” che emargina i non produttivi. Mentre piovono miliardi per nuovi armamenti, nelle periferie d’Europa c’è chi non riesce a mettere insieme un pasto caldo o a pagare l’affitto. Mentre i governi annunciano orgogliosi l’acquisto di caccia e carri armati, un europeo su cinque rischia la povertà: parliamo di quasi 95 milioni di persone senza garanzie di una vita dignitosa . Sono numeri enormi, dietro cui ci sono volti e storie di sofferenza: famiglie monoreddito travolte dal caro-vita, disoccupati e precari senza alcun ammortizzatore sociale, anziani soli costretti a scegliere se riscaldarsi o cenare, giovani senza lavoro né futuro, migranti e rifugiati trattati come numeri o minacce invece che come esseri umani in fuga dalla guerra e dalla fame.

Questi ultimi della fila erano già ai margini in tempi “normali”; ora, nell’Europa del nuovo patto bellico, diventano praticamente invisibili. I loro diritti fondamentali – il cibo, la casa, la salute, l’istruzione – passano in secondo piano, schiacciati dalla retorica della sicurezza militare. L’economia di guerra li opprime due volte: da un lato, erode quel poco di sostegno pubblico su cui potevano contare; dall’altro, aggrava le difficoltà quotidiane con inflazione e carovita. Non dimentichiamo che la guerra non è solo missili e soldati al fronte: è anche bollette triplicate, benzina alle stelle, inflazione a doppia cifra sui beni essenziali. Chi ha risorse affronta questi rincari stringendo i denti; chi viveva già in povertà o ai suoi limiti ne viene travolto. Così, se l’alta società quasi non sente lo sforzo bellico se non come dato di cronaca, i poveri ne sentono ogni singolo schianto: nel piatto sempre più vuoto, nella coda più lunga alla mensa dei poveri, nel posto di lavoro perso perché l’azienda ha chiuso i battenti.

“L’economia di guerra” contro il welfare e la dignità

Questa economia di guerra che avvolge l’Europa non è fatta solo di fucili e cannoni: è fatta di bilanci statali stravolti, di scelte politiche che spostano montagne di denaro pubblico dalla spesa sociale a quella militare. Gli indicatori non lasciano dubbi. A livello di Unione Europea, la spesa militare ha raggiunto cifre record: quasi 300 miliardi di euro l’anno, con un balzo del +20% in un solo anno . In parallelo, i fondi per scuola, sanità, assistenza languono quando non vengono tagliati. Ogni euro destinato a un carro armato è un euro sottratto a un ospedale, a una scuola, a un progetto di edilizia popolare. Non è retorica, è realtà. Come notano gli osservatori più attenti, “le spese militari sono incompatibili con il mantenimento della sanità, della previdenza, dell’istruzione pubblica” . Possiamo davvero stupirci se, mentre aumentano i finanziamenti ai generali, chiudono reparti ospedalieri per mancanza di personale? Possiamo sorprenderci se i treni dei pendolari cadono a pezzi e le case popolari restano fatiscenti, mentre si trovano all’istante miliardi per nuove armi?

Questa è la crudele aritmetica del tradimento: si finanzia la guerra e si affama il welfare. In Italia, ad esempio, oltre 30 miliardi di euro all’anno sono già destinati alle spese militari e puntano a diventare 40 , una somma colossale che, se investita sul sociale, potrebbe rivoluzionare la vita di milioni di cittadini. Invece viene usata per comprare strumenti di morte. E così, mentre le fabbriche di armi macinano profitti e le élite celebrano la “necessità” del riarmo, gli “esuberi” di questa società – i disoccupati, gli indigenti, i disabili senza assistenza – vengono spinti ancora più fuori vista. È un’economia perversa quella che sacrifica i deboli sull’altare della forza militare. Papa Francesco l’ha definita senza mezzi termini “cattiva politica fatta con le armi”, una politica che produce nuovi poveri e innumerevoli vittime innocenti . Le sue parole risuonano come un monito etico: “Quanti nuovi poveri produce questa cattiva politica fatta con le armi, quante vittime innocenti!” . Non si può costruire una società giusta sulle fondamenta di questa violenza istituzionalizzata, perché essa annichilisce ulteriormente chi già non ha voce.

Ci avevano raccontato, negli anni passati, che “non c’erano soldi” per migliorare le pensioni minime, per garantire un reddito dignitoso ai disoccupati, per costruire case popolari o asili nido. Ma all’improvviso i soldi compaiono, eccome, quando si tratta di missili e carri armati. E compaiono su una scala mai vista: l’industria bellica vive una nuova età dell’oro a spese del nostro futuro. Questo slittamento delle priorità è accompagnato da una propaganda incessante: se protesti perché l’ospedale nel tuo quartiere chiude, ti senti rispondere che “c’è la guerra, dobbiamo stringere la cinghia”. Come se la collettività dovesse accettare in silenzio di perdere diritti e servizi perché “adesso c’è ben altro a cui pensare”. Ma a cosa serve uno Stato armato fino ai denti se poi lascia indifesi i suoi cittadini più vulnerabili? È davvero sicurezza nazionale quella che ignora la sicurezza umana di avere un tetto, del cibo, delle cure mediche? Questa economia di guerra sta distruggendo quello che resta dei diritti sociali dei popoli europei, aprendo la strada a una società più diseguale e più feroce. In nome della difesa, stiamo disarmando la giustizia sociale.

I “figli di nessuno” e la cultura dello scarto

In questo quadro desolante, non possiamo non vedere l’ombra della “cultura dello scarto” denunciata da Papa Francesco. È la mentalità per cui alcune vite valgono meno di altre, per cui poveri, migranti, disabili, emarginati diventano scarti, rifiuti umani di cui disfarsi o da lasciare al loro destino. La trasformazione bellica della società europea accentua questa tendenza disumana: gli ultimi diventano ancora più ultimi. Sono i dimenticati, i “figli di nessuno” del nostro tempo, su cui si abbattono tutte le crisi senza che nessuno li ascolti. Vengono sacrificati due volte: prima dallo schema economico che li esclude, poi dalla deriva bellicista che li ignora del tutto o addirittura li usa come pedine. Pensiamo ai giovani senza lavoro né formazione, arruolati dalla disperazione in eserciti e guerre che non comprendono, mandati a combattere e morire mentre cercavano soltanto una via d’uscita dalla miseria. Oppure pensiamo ai migranti che fuggono da guerre spesso alimentate dalle stesse potenze che ora alzano muri: finiscono per essere rifiutati, imprigionati, considerati “invasori” invece che vittime di un sistema violento. La guerra come nuovo contratto sociale non prevede spazio per la solidarietà verso lo straniero o per la compassione verso il povero; al contrario, spesso alimenta nazionalismi e chiusure che individuano proprio negli ultimi i capri espiatori del malcontento. È più facile prendersela con i deboli – l’immigrato, il senzatetto, il dissidente pacifista – che assumersi la responsabilità di un sistema malato.

Eppure, proprio da questi scarti emarginati sale un monito e insieme una speranza. Se ascoltiamo le periferie, i ghetti, le baraccopoli d’Europa, sentiremo la stessa richiesta universale di dignità e pace. I poveri non chiedono la luna: chiedono di poter vivere con dignità, senza essere calpestati o dimenticati. “I dimenticati di questo mondo hanno un posto privilegiato nel cuore di Dio”, ha detto Papa Francesco , ricordandoci che il valore di una società si misura dallo spazio che riserva ai più deboli. I nuovi poveri sono vittime innocenti delle guerre e della politica fatta con le armi : suona come una condanna morale e insieme un appello a cambiare rotta. Ogni barbone avvolto in un cartone, ogni bambino che a scuola ha fame, ogni madre single senza aiuti è un atto d’accusa vivente contro questa deriva bellica che stiamo accettando. Non possiamo voltare lo sguardo altrove: in quei volti c’è il riflesso della nostra umanità collettiva che viene meno.

Riscoprire la solidarietà e la giustizia sociale

Di fronte a questo scenario cupo, abbiamo una scelta di fondo: accettare passivamente questo nuovo “contratto sociale” basato sulla guerra, oppure ribellarci in nome della solidarietà e della giustizia sociale. Il richiamo alla solidarietà non è retorica vuota, ma l’ultimo baluardo di civiltà che ci resta. Vuol dire rimettere al centro gli esseri umani, tutti, a partire da chi sta in basso. Vuol dire rifiutare la logica perversa che assegna valore alle persone in base alla loro utilità nello sforzo bellico o produttivo. Solidarietà significa che nessuno deve essere lasciato indietro: né in tempo di pace né – tantomeno – in tempo di guerra. Significa che di fronte a una famiglia che non arriva a fine mese, non accettiamo la scusa “ci sono altre priorità”: quella è la priorità. Che di fronte a un popolo straniero sotto le bombe, non rispondiamo con più bombe, ma con l’abbraccio dell’accoglienza e della diplomazia. Significa, in sostanza, restare umani quando tutto attorno spinge ad essere l’opposto.

Servono scelte coraggiose e un cambio di mentalità. È necessario reclamare, con forza e con voce collettiva, un ritorno a un contratto sociale degno di questo nome: un patto di pace sociale, non di guerra permanente. Questo significa pretendere dai nostri governi di invertire la rotta: meno soldi ai generali, più soldi agli ospedali e alle scuole; meno investimenti in armi, più investimenti in lavoro, case popolari, energie pulite; meno retorica di guerra nei media, più attenzione e spazio alle storie di chi soffre la povertà e l’ingiustizia. Giustizia sociale e pace sono due volti della stessa medaglia. Non ci può essere vera pace se milioni di cittadini vivono nell’angoscia economica e nell’abbandono; e d’altra parte, una società equa e coesa è il più solido antidoto alla guerra, perché popoli amici e rispettati reciprocamente difficilmente acconsentiranno a massacrarsi.

Ricostruire il contratto sociale significa anche dare voce a chi non ha voce. I poveri, gli emarginati, i “nessuno” di cui sopra vanno ascoltati, coinvolti, rappresentati. È troppo facile parlare di loro senza mai dar loro un microfono. Una società veramente democratica deve includere le istanze di tutti, soprattutto di chi è normalmente escluso dai palazzi del potere. Responsabilità verso chi ha meno voce, infatti, ricade su ognuno di noi: sui media, sui politici, ma anche sui cittadini comuni. Non possiamo delegare solo ai leader (spesso sordi) questo compito: spetta a ciascuno di noi, nel suo piccolo, far emergere il grido di chi soffre. Significa sostenere associazioni e movimenti che aiutano i più poveri e contemporaneamente lottano contro la guerra e le spese militari folli. Significa denunciare ogni giorno, ostinatamente, questo scandalo morale di risorse buttate in armamenti mentre gli esseri umani patiscono la fame e l’abbandono. Significa riscoprire un senso di umanità collettiva, sentirci parte di un unico popolo che non accetta di sopravvivere sulle macerie dei propri valori.

Conclusione: un futuro da riconquistare insieme

Il grande tradimento in atto – la guerra elevata a nuovo contratto sociale – non è un destino inevitabile, ma un percorso scellerato che possiamo e dobbiamo fermare. La Storia ci insegna che ogni contratto sociale ingiusto, ogni patto fondato sulla sopraffazione, prima o poi viene messo in discussione dai popoli. Oggi tocca a noi farlo. Dobbiamo rifiutare il ricatto morale per cui dissentire dalla guerra equivale a tradire la patria: al contrario, denunciare questa deriva è un atto di altissima fedeltà ai valori più veri della nostra patria europea, nata per unire i popoli nella pace e nei diritti. Non c’è vera patria senza i suoi figli più umili: una nazione che sacrifica gli ultimi tradisce sé stessa. E allora diventa doveroso gridare che questa guerra – qualunque guerra – non può essere il nuovo contratto sociale su cui fondare l’Europa. L’Europa dei padri fondatori era quella della solidarietà e della cooperazione, del “mai più guerre”. Dobbiamo reclamare quell’eredità e aggiornarla all’oggi, includendo esplicitamente chi ne è sempre rimasto ai margini.

In questo sforzo, l’emozione non è un difetto ma una forza motrice. Indignazione, compassione, speranza: sono sentimenti che dobbiamo coltivare e trasformare in azione. Indignazione per ogni soldo pubblico sprecato in strumenti di morte mentre un bambino povero resta senza pasti; compassione per ogni vita spezzata, sia sotto una bomba dall’altra parte del mondo sia sotto i nostri ponti cittadini; speranza che un altro modello di società sia possibile. Perché lo è: un contratto sociale della pace e della solidarietà è possibile, se abbastanza persone lo vogliono. Un modello in cui la sicurezza non si misuri in testate nucleari ma in famiglie tolte dalla miseria, in malati curati, in giovani educati alla fraternità. Un modello in cui le parole umanità, dignità, giustizia non siano retorica, ma pratica quotidiana.

Il futuro dell’Europa – e del mondo – dipende da questa scelta cruciale. Possiamo continuare sulla strada del tradimento, lasciando che la guerra cannibalizzi la nostra umanità. Oppure possiamo spezzare questo incantesimo maligno, rifiutare la guerra come orizzonte e riprendere in mano il sogno di una società davvero umana. Sta a noi. Non domani, ma adesso. Ogni gesto di solidarietà verso un escluso, ogni voce che si leva contro l’economia di guerra, ogni coscienza che si risveglia alla compassione è un mattone di un nuovo patto sociale da costruire. Un patto in cui la guerra torni ad essere impensabile e la dignità di ogni persona sia il valore più sacro. Solo così potremo dire di aver sconfitto davvero il grande tradimento e di aver riconquistato la nostra umanità collettiva.

In conclusione, il nostro “contratto sociale” va riscritto ora, insieme, mettendo al centro la pace, la giustizia sociale e la solidarietà verso chiunque sia rimasto indietro. Solo allora l’Europa potrà guardare al futuro con la coscienza di non aver abbandonato i suoi figli più fragili, ma anzi di averli finalmente riconosciuti come pietra angolare di una società rinnovata. Questo è il contratto che vogliamo: non quello della guerra e del profitto per pochi, ma quello della fratellanza e della dignità per tutti.

Quando il mondo ha scelto le armi: il record che racconta il nostro fallimento

C’è un numero che racconta, da solo, la direzione che il mondo ha scelto di imboccare.
2.718 miliardi di dollari: è quanto, nel 2024, l’umanità ha deciso di investire nella guerra.
Non nella pace, non nella lotta alla povertà, non nella salvezza di un pianeta esausto. Nelle armi.

A rivelarlo è il nuovo rapporto del Sipri, l’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma. Un documento che somiglia più a un referto clinico che a una semplice analisi statistica: il paziente, l’umanità, è gravemente malato di paura, rivalità, violenza.

Mai, nemmeno nei momenti più incandescenti della Guerra Fredda, si era raggiunta una spesa così alta. E il dato impressiona ancora di più perché si inserisce in una corsa che non conosce tregua, che riguarda ogni angolo del pianeta, ogni regime politico, ogni economia, ogni latitudine.

Eppure, questo primato oscuro non è destinato a rimanere isolato. Al contrario: tutto lascia prevedere che il record del 2024 sarà presto superato, forse già nell’anno in corso e sicuramente negli anni successivi. Il piano di riarmo europeo, infatti, non è ancora pienamente conteggiato in questo calcolo. Le nuove programmazioni militari, gli investimenti pluriennali e la trasformazione industriale degli apparati bellici indicano una tendenza inesorabile al rialzo, trascinando il mondo sempre più vicino all’autodistruzione.

Gli architetti della corsa agli armamenti

In testa, come sempre, ci sono loro: gli Stati Uniti, che con 997 miliardi di dollari coprono quasi il 37% della spesa militare globale.
Dietro, la Cina, che investe 314 miliardi (+7%), segnando il trentesimo anno consecutivo di crescita.
E poi la Russia, che — travolta dalle sanzioni e dall’isolamento — trova comunque la forza di aumentare del 38% la sua spesa militare, trascinata dal fuoco che divora l’Ucraina.

A proposito di Kiev: l’Ucraina, anche al netto dei massicci aiuti esterni, è salita all’ottavo posto mondiale per spese militari. A dimostrazione che una guerra, una volta iniziata, si autoalimenta come un incendio nel bosco.

L’Europa si risveglia… sotto le armi

Non è solo il mondo a ovest e a est del globo a farsi trovare pronto alla guerra.
È l’Europa stessa che cambia pelle: dalla culla della diplomazia, a fucina di riarmo.

La Germania di Scholz, sospinta dalla retorica della “Zeitenwende”, investe il 28% in più nella difesa, diventando la prima potenza armata del continente da dopo la riunificazione.
La Polonia accelera del 31%, il Giappone del 21%.
L’Italia si muove più lentamente, con un aumento dell’1,4%, ma abbastanza da garantirsi il tredicesimo posto nella classifica mondiale, con una spesa che si avvicina ai 40 miliardi di euro.

E poi c’è Israele.
La carneficina di Gaza ha prodotto un dato sconvolgente: +65% nella spesa militare. La guerra si nutre del sangue, e cresce con esso.

La Nato: un gigante armato

Il quadro sarebbe incompleto senza guardare alla Nato.
I suoi 32 membri, presi insieme, rappresentano il 55% di tutta la spesa militare mondiale: 1.506 miliardi di dollari.
Solo gli Stati europei dell’Alleanza Atlantica hanno investito 454 miliardi.

Un terzo delle risorse mondiali per la difesa concentrate su un unico blocco.
Chi si arma, si sente minacciato. Ma chi si arma in modo così sproporzionato, finisce per minacciare a sua volta.

La pace che evapora

Il mondo che emerge dal rapporto del Sipri non è quello che sognavano gli artefici delle Nazioni Unite, né quello invocato dai popoli durante le marce per la pace.
È un mondo dove la competizione permanente ha preso il posto della deterrenza. Dove la guerra non è più vista come un’eventualità estrema, ma come un destino inevitabile da preparare meticolosamente, giorno dopo giorno.

Come ha detto Papa Francesco, questa è la “terza guerra mondiale a pezzi”.
Non ci sono ancora le grandi battaglie campali, ma ci sono le continue tensioni, i massacri, le rivalità che si moltiplicano, le alleanze che si irrigidiscono.
E soprattutto, c’è una mentalità che accetta come normale quello che dovrebbe essere considerato mostruoso: il riarmo come politica ordinaria.

E non dobbiamo farci illusioni: le guerre del futuro non saranno combattute soltanto tra soldati e uomini in divisa.
Le vittime non saranno più soltanto eserciti regolari.
Saranno le popolazioni civili, le città, le infrastrutture pacifiche a subire la distruzione più profonda.
Ogni nuova corsa agli armamenti è anche una dichiarazione di guerra contro le scuole, gli ospedali, le case, i mercati, i parchi, tutto ciò che costruisce la vita civile.

Un pianeta senza futuro

E così, mentre le calotte polari si sciolgono, mentre milioni di bambini crescono senza istruzione, mentre nuove pandemie minacciano di fiorire nell’indifferenza globale, i governi scelgono di investire miliardi per rafforzare i propri arsenali.

Scelgono il futuro delle guerre, non quello delle società.

Il record dei 2.718 miliardi di dollari è il monumento di un fallimento collettivo.
Un mondo che, invece di unirsi per salvare se stesso, preferisce armarsi fino ai denti, scavando ogni giorno un po’ più a fondo la fossa in cui rischia di cadere.

Il vero nemico dell’umanità, oggi, non si nasconde dietro una bandiera straniera.
È la nostra incapacità di immaginare un futuro diverso dalla guerra.

Contro chi marcia alla nostra testa: la guerra che dobbiamo combattere

Non è l’uomo al tuo fianco il vero nemico. Né quello che ti affronta sul campo.
Il nemico marcia alla tua testa.
È chi ti manda a combattere mentre la tua famiglia tira avanti a fatica, è chi ti spinge in guerra mentre a casa tua si taglia sulla sanità, sull’istruzione, sui diritti.

La verità è semplice, antica e sempre rimossa: o si lotta tra capitalisti per il dominio del mondo, o si lotta tra oppressi per la propria liberazione.
In questo bivio storico, il pacifismo da solo non basta più: serve l’antimilitarismo consapevole, quello che riconosce il vero volto della guerra e si organizza per disertarla, boicottarla, sabotarla. Non per servire padroni stranieri o governi asserviti, ma per restituire dignità al nostro stesso popolo.

Valerio Evangelisti ci ricordava che l’Internazionale francese invitava i soldati a rivoltarsi contro i propri ufficiali. E oggi, più che mai, quell’invito suona attuale.
Non si tratta di un atto romantico: è il principio base della guerra alla guerra.
Una guerra che si fa disertando, scioperando, paralizzando la macchina bellica.
Se le condizioni maturano, persino con la resistenza attiva.

Ci hanno addestrato per decenni a credere che ogni atto di ribellione fosse terrorismo, ogni scintilla di lotta una minaccia alla “civiltà democratica”.
Ci hanno fatto credere che l’unica lotta accettabile fosse quella filtrata dai sindacati di regime e dai partiti progressisti venduti, che di progressista hanno ormai solo la retorica vuota.

E ora, quando ai padroni serviamo come carne da cannone per alimentare le guerre del capitale globale, tentano il ribaltone: ci rispolverano l’europeismo da salotto, ce lo impastano con Hegel, Pirandello, e pretendono che combattere per loro sia un dovere morale.
Peccato che il popolo italiano – nonostante l’intossicazione continua dei media – questo inganno non lo beva più.
La stragrande maggioranza rifiuta il riarmo, rifiuta la guerra.
Non serve essere bolscevichi: basta avere buon senso, quello che ti suggerisce di sopravvivere ai prossimi dieci anni invece di farti ammazzare in nome di interessi che non sono i tuoi.

Da qui parte il nostro compito.
La guerra alla guerra non è un gioco di parole.
È lotta vera, capillare, nelle piazze, nelle scuole, nei luoghi di lavoro.
È denuncia serrata contro chi tradisce, contro chi vende il futuro del Paese.
È capacità di parlare al cuore della gente, di riconoscere la loro paura, la loro rabbia, la loro voglia di vivere.
È strategia di comunicazione che scavalchi il muro di menzogne costruito da chi fabbrica nemici interni per giustificare ogni emergenza repressiva.

Per fortuna, qualcosa si sta muovendo.
Durante la pandemia e ancora di più oggi, sono nate voci nuove, indipendenti, fuori dal coro tossico dei Mentana, dei Parenzo, dei loro cloni.
Web TV come Ottolina TV, progetti come Multipopolare, stanno iniziando a dare voce a un altro mondo possibile, a una sinistra che non si accontenta più di piagnucolare ma punta a organizzare la lotta di classe reale, antimilitarista, antimperialista.

Non sarà facile. Dovremo imparare dai nostri errori, riconoscere i nostri limiti.
Ma per la prima volta da anni si intravede una crepa nell’edificio della propaganda imperiale.
Un mondo multipolare emerge, fragile ma potente nella sua promessa: sovranità dei popoli, cooperazione tra nazioni, emancipazione concreta delle classi lavoratrici.
Un mondo dove il Comune prevale sull’avidità privata, dove lo Stato torna a essere il custode del bene collettivo e non il maggiordomo dei gruppi di potere.

Chi è il nemico, oggi, è più chiaro che mai.
È chi calpesta la Costituzione italiana, nata proprio dal rifiuto della guerra, della dittatura, dello sfruttamento.
È chi, mentre la osanna a parole, ne svuota ogni principio.
È chi trasforma l’Italia in un avamposto bellico, un protettorato senz’anima, un magazzino di missili puntati contro altri popoli.

A tutto questo bisogna rispondere.
Con intelligenza, con coraggio, senza illusioni nostalgiche, ma anche senza paura.
Perché questa battaglia non riguarda solo l’ideologia, riguarda la nostra sopravvivenza.
E, in fondo, riguarda anche qualcosa di più grande: il diritto dell’umanità a un futuro diverso da quello che i padroni della guerra stanno preparando.

La guerra alla guerra è iniziata.
E non torneremo indietro.

L’alternativa che non c’è (ancora): unire la galassia della critica per costruire forza popolare

Tra frammentazione e invisibilità, il pensiero critico non può più permettersi il lusso dell’isolamento. Contro la guerra, la povertà e il riarmo, è tempo di costruire una convergenza reale e concreta, a partire dai contenuti condivisi.

L’alternativa che non c’è (ancora): unire la galassia della critica per costruire forza popolare

In un’epoca segnata dalla confusione e dall’impotenza, esiste un arcipelago frammentato ma vivo. Un arcipelago fatto di associazioni, collettivi, partiti, canali di controinformazione, comitati, militanti e singole coscienze critiche che non si riconoscono nel teatrino istituzionale, né nelle narrazioni belliche, né nella deriva della guerra tra poveri. Questo mondo esiste, produce pensiero, denuncia le menzogne, lotta ogni giorno. Eppure non esiste politicamente. Perché non riesce a unirsi.

Viviamo in un Paese e in un continente in cui il dissenso reale è stato espulso dallo spazio pubblico. Le televisioni e le tribune ufficiali si limitano a una finta dialettica, tra maggioranze sempre più autoritarie e opposizioni addomesticate. Il dibattito pubblico è ridotto a una fiera di slogan, mentre i temi cruciali – la guerra, il riarmo, la povertà crescente, la devastazione dei diritti sociali – vengono ignorati, distorti o dipinti come follie ideologiche.

Eppure, tra le pieghe della società, si muove una galassia fatta di donne e uomini che continuano a dire no. No al capitalismo di guerra, no alla NATO padrona dell’agenda politica europea, no all’austerità mascherata da riforme. No alla menzogna secondo cui “non ci sono alternative”.

Questa galassia ha però un problema strutturale: la frammentazione. Ogni soggetto coltiva la propria specificità come fosse un confine invalicabile. Ogni identità viene vissuta come una trincea. E così, mentre la destra si organizza e domina, chi avrebbe la forza di resistere resta diviso. E diviso è, politicamente, irrilevante.

La grande illusione dell’autosufficienza

L’illusione più pericolosa che ancora ci abita è quella dell’autosufficienza: l’idea che si possa resistere da soli, con il proprio marchio, con la propria storia, con la propria narrazione. È un’illusione comprensibile, specie in chi ha conosciuto fallimenti, tradimenti, e sigle svuotate. Ma oggi, più che mai, è una posizione politicamente suicida.

Esistono elementi comuni che potrebbero costituire il perno di un fronte critico alternativo, capace di parlare alle classi popolari, ai giovani, ai lavoratori impoveriti e ai cittadini abbandonati. Un impianto valoriale e analitico che, tra le molte voci, ha cominciato a emergere con forza:
• La critica alla narrazione occidentale dello “scontro di civiltà” come strumento del capitalismo finanziario per sopravvivere alla sua crisi.
• La denuncia dell’Unione Europea come struttura tecnocratica e irriformabile, funzionale solo agli interessi delle élite economiche.
• La necessità di riconquistare la sovranità popolare, lontana tanto dal sovranismo xenofobo quanto dal cosmopolitismo liberale.
• Il rifiuto dell’idea che il debito pubblico, il contenimento della spesa o la competitività giustifichino la distruzione dello stato sociale.
• La convinzione che la crisi ambientale non si risolva con finte “transizioni” che scaricano i costi su chi ha già pagato troppo.
• La consapevolezza che la guerra in Palestina e quella in Ucraina non iniziano il giorno comodo per la propaganda, ma affondano le radici in decenni di prevaricazione e imperialismo.
• L’idea che la pace sia una posizione attiva, non una vigliaccheria. Che il riarmo europeo non è difesa, ma preparazione al conflitto.

Contro l’autismo politico: la priorità è parlare alle persone

Per chi si riconosce in questa visione, il compito primario è uno: ricostruire un ponte tra pensiero critico e società reale. Oggi, per milioni di persone, l’unica narrazione che conoscono è quella imposta dal mainstream. Parlare di sovranità, di pace, di Palestina, di NATO, di salari da fame, appare spesso come un linguaggio incomprensibile, ideologico, scollegato dalla vita concreta.

Ma è proprio da qui che si deve ripartire: non da una nuova sigla, ma da un nuovo sforzo di pedagogia popolare. Una comunicazione radicale nei contenuti, ma semplice nei linguaggi. Un progetto che parli con, e non sopra, le persone. Che sappia farsi ascoltare nei mercati, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, e non solo nei convegni.

Un fronte comune senza illusioni né forzature

Non serve – almeno per ora – un nuovo partito. Non serve nemmeno l’ennesima federazione litigiosa. Serve una convergenza funzionale, fondata su regole minime ma solide:
• Il riconoscimento di una base comune (i punti citati sopra).
• La disponibilità a coordinare le azioni, evitando la concorrenza tra simili.
• L’impegno a non sabotarsi a vicenda.
• La libertà di continuare a essere se stessi, ma in dialogo con gli altri.

Serve soprattutto una battaglia condivisa e visibile: contro la corsa al riarmo. È questa, oggi, la linea del fronte. Una mobilitazione larga, decentrata, popolare, contro un progetto folle e criminale che sta già derubando i cittadini per ingrassare il complesso militare-industriale europeo.

L’unione non è un’opzione. È l’unica possibilità.

La verità è semplice e brutale: se non ci uniamo, non ci sarà alternativa. Continueremo a essere una somma di forze belle ma impotenti, nobili ma inascoltate. Se invece scegliamo la strada del confronto, della costruzione, della strategia, allora potremo finalmente essere visibili, farsi forza reciproca, restituire alle parole “pace”, “lavoro”, “giustizia sociale” il peso che meritano.

Il tempo non gioca dalla nostra parte. Ma le idee ci sono, le forze anche. Quello che manca è il coraggio di riconoscersi, di fidarsi, di camminare insieme. Non per sciogliersi, ma per contare. Non per vincere domani, ma per iniziare finalmente a esistere oggi.

L’erede di San Francesco: il pontificato rivoluzionario di Papa Bergoglio

Nel lungo e spesso travagliato cammino della Chiesa cattolica, il pontificato di Jorge Mario Bergoglio, noto al mondo come Papa Francesco, ha rappresentato una vera e propria scossa tellurica. Non tanto per dogmi sovvertiti o dottrine ribaltate, quanto per la profondità spirituale, la radicalità evangelica e la forza simbolica dei suoi gesti, delle sue parole e delle sue omissioni. Nessun papa prima di lui, perlomeno nella contemporaneità, ha saputo riaccendere la coscienza morale e politica di credenti e non credenti con la stessa forza. Ma, al tempo stesso, nessun papa è stato tanto osteggiato — non soltanto fuori dalle mura vaticane, ma dentro la stessa curia romana.

Francesco è stato un papa “scandaloso” nel senso più evangelico del termine: ha messo a nudo le ipocrisie, ha smascherato le liturgie del potere e ha spostato il baricentro dell’attenzione cattolica dai temi “sensibili” come aborto, fine vita, omosessualità, divorzio, alla carne viva del Vangelo: i poveri, la Terra, gli emarginati, gli ultimi.

Il papa dei gesti profetici

I suoi gesti sono rimasti impressi nella memoria collettiva più delle sue encicliche: la visita a Lampedusa, primo atto del suo pontificato, con lanci di fiori in mare per commemorare i migranti morti durante la traversata. Un atto silenzioso e potente, che rivelava la sua intenzione di riportare al centro del cristianesimo la compassione e la giustizia. O ancora il cammino solitario in Piazza San Pietro durante la pandemia, sotto la pioggia, davanti a una piazza vuota ma colma di dolore umano, a simboleggiare la necessità di restare vicini nella distanza.

Ha celebrato giubilei lontano dal centro del potere, nelle carceri, nelle periferie, in Africa. Ha incontrato leader religiosi e politici, ma ha sempre scelto di porgere la mano prima ai diseredati, agli scartati, agli invisibili. Ha tentato la via del dialogo per fermare le guerre, spesso inascoltato, ma mai silente.

Una rivoluzione silenziosa: dalla dottrina al cuore

Papa Francesco non ha rivoluzionato la dottrina cattolica nel senso formale, ma l’ha disinnescata nei suoi automatismi dogmatici. Con cautela, certo, consapevole di non essere un agitatore, ma un pontefice. Tuttavia, ha agito come un vero riformatore, preferendo la pastorale alla teologia, l’incontro alla condanna. Su temi come l’aborto, l’eutanasia, l’identità di genere, ha mantenuto posizioni tradizionali sul piano dottrinale, ma ha sempre invitato a guardare prima le persone che le norme. Ha saputo dire “chi sono io per giudicare?” con una semplicità disarmante e rivoluzionaria.

Il suo pontificato ha incarnato un cristianesimo incentrato non sul dominio dell’uomo, ma sulla custodia del creato. Un ribaltamento epocale della visione antropocentrica tradizionale, in favore di una spiritualità ecologica, radicata nella consapevolezza dell’interdipendenza tra l’essere umano, gli altri esseri viventi e la Terra.

Laudato si’: l’enciclica che parla al mondo

Nel 2015, la pubblicazione dell’enciclica Laudato si’ ha segnato un punto di non ritorno nel magistero della Chiesa. Più che un documento dottrinale, essa si presenta come un manifesto spirituale, filosofico e politico. Con parole semplici, accessibili, ma di impressionante profondità, il papa ha intrecciato i fili della crisi climatica, dell’ingiustizia sociale, della tecnocrazia distruttiva e dell’economia dell’esclusione, legandoli in un’unica trama: il grido della Terra è il grido dei poveri.

Laudato si’ ha fatto propria l’eredità dell’ecologia profonda e dell’ecofemminismo, includendo nella riflessione teologica il pensiero indigeno, in particolare delle comunità dell’Amazzonia. Da questa apertura è nato anche il Sinodo panamazzonico, un evento senza precedenti nella storia della Chiesa, finalizzato all’“inculturazione” del messaggio evangelico nelle culture indigene. Il termine stesso — inculturare — rivela un gesto di umiltà: il Vangelo non si impone, si innesta, cresce dentro ciò che è già vita e spirito.

Fratelli tutti: l’enciclica della fraternità universale

Cinque anni dopo, nel pieno di una crisi pandemica e sociale senza precedenti, Francesco ha pubblicato Fratelli tutti (2020), un richiamo coraggioso a ripensare le basi stesse del vivere insieme. In un mondo lacerato da diseguaglianze, razzismi, nazionalismi, guerre e solitudini, il papa ha invocato un nuovo patto sociale fondato sulla solidarietà e sulla condivisione. Ha rifiutato l’ideologia della competizione come principio regolatore della società, denunciando la cultura dello scarto, che emargina i deboli, gli anziani, i disabili, i migranti, i poveri.

In Fratelli tutti risuona il grido francescano di fraternità universale, ma anche un’eco profonda della dottrina sociale della Chiesa, finalmente spogliata delle incrostazioni moralistiche e ricollegata alla giustizia concreta.

Laudate Deum: l’ultimo grido

Nel 2023, a pochi anni dalla fine del suo pontificato, Papa Francesco ha pubblicato Laudate Deum, un’esortazione accorata, quasi disperata, a non dimenticare la crisi climatica. In un mondo ormai nuovamente sprofondato nella logica della guerra, del riarmo e della distrazione permanente, il papa ha voluto ricordare che il tempo sta per scadere. Che l’umanità ha imboccato una strada che conduce all’abisso. E che la salvezza, se verrà, non potrà essere individuale ma collettiva, fondata sulla cooperazione internazionale, sulla giustizia climatica, sulla conversione ecologica.

Il papa che ha dato voce ai movimenti popolari

Un altro testo fondamentale per comprendere la visione politica e sociale di Francesco è il discorso rivolto nel 2014 ai movimenti popolari. In quel contesto, lontano dai riflettori delle diplomazie, il papa si è rivolto agli ultimi — contadini, senza tetto, lavoratori informali — incitandoli a lottare per la terra, il tetto, il lavoro. Tre parole che sintetizzano i diritti negati nella globalizzazione neoliberista. È stata forse una delle dichiarazioni più forti di un papa nella storia recente, non solo per il contenuto, ma per il soggetto a cui era rivolta: non i potenti, ma i dimenticati.

Una figura scomoda per il potere

Francesco ha suscitato rispetto, ma anche diffidenza e odio. L’ha fatto perché ha toccato nervi scoperti: ha denunciato l’economia che uccide, ha smascherato la guerra come industria, ha accusato il capitalismo predatorio, ha criticato duramente i governi che chiudono i porti, i confini, gli occhi e i cuori. Ma soprattutto ha disturbato molti all’interno della stessa Chiesa. Una Chiesa ancora troppo spesso arroccata nel clericalismo, nel potere, nella misoginia, nella gestione opaca dei beni materiali.

Eppure, persino in questo ambiente ostile, Francesco ha mantenuto uno stile inconfondibile: ironico, autoironico, diretto, tenero. Un uomo che ha saputo attraversare i drammi del nostro tempo senza perdere umanità. E che, con quella famosa immagine avvolto in un poncho — simbolo di semplicità e vicinanza ai popoli indigeni — ha saputo rievocare, senza imitarlo, lo spirito del santo di Assisi.

L’eredità di un pontificato

Il pontificato di Papa Francesco non si misurerà solo nei documenti, ma nella capacità che avrà di germinare nel cuore delle persone, anche dopo la sua morte. È stato il primo papa globale, il primo del Sud del mondo, il primo che ha fatto della parola giustizia il centro del Vangelo, il primo che ha fatto tremare i potenti e che ha parlato alle moltitudini come un fratello.

Forse è stato letto e capito più dai non credenti che dai cattolici praticanti. Ma non è forse questo, in fondo, ciò che accadeva anche a Gesù di Nazareth?

In un tempo in cui i valori evangelici vengono strumentalizzati da forze reazionarie, Francesco ha restituito dignità alla parola cristianesimo. E lo ha fatto da dentro, senza mai rompere, ma aprendo spazi di senso, di dialogo, di possibilità. Un’eredità che non va custodita come reliquia, ma continuata come lotta. Come cammino. Come servizio.

Perché, oggi più che mai, abbiamo bisogno di testimoni. Non di padroni.