Trump, il re del conflitto d’interessi: la nuova era del fascismo neoliberale made in USA

C’è un filo rosso che lega Silvio Berlusconi a Donald Trump. Un filo fatto di affari personali intrecciati al potere politico, di patrimoni gonfiati all’ombra delle istituzioni, di democrazia deformata in funzione privatistica. Ma se l’Italia ha fatto da laboratorio, gli Stati Uniti oggi rappresentano la versione “industriale” del conflitto d’interessi: un modello non più occulto, ma sfacciatamente rivendicato, difeso, celebrato.

Nel solo primo quadrimestre del secondo mandato, Donald Trump ha raddoppiato il suo patrimonio personale, passando da 2,3 a 5,1 miliardi di dollari. Il meccanismo è semplice: l’ufficio più potente del mondo come piattaforma pubblicitaria permanente della propria rete di business. I confini tra politica e profitto sono stati dissolti. E ciò che resta è un mostro giuridico e morale che minaccia la stessa idea di repubblica democratica.

I dati raccolti dalla ONG Citizens for Responsibility and Ethics in Washington parlano chiaro: 3.740 casi di conflitto d’interesse nel primo mandato; una media già superata nel secondo, grazie all’uso sistematico di proprietà private per eventi politici, soggiorni istituzionali e campagne promozionali. Ora si aggiunge l’universo delle criptovalute, un terreno nuovo e normativamente fragile su cui Trump ha edificato un impero parallelo, con memecoin personali ($Trump e $Melania), una stablecoin con investimenti da Abu Dhabi e una partecipazione di controllo in un exchange quotato, World Liberty Financial. Il tutto mentre la sua amministrazione demolisce ogni forma di vigilanza e caccia i funzionari scomodi.

Nel cuore di questo sistema di potere c’è la figura del presidente-imprenditore, che non governa per la collettività ma per sé stesso, che non rappresenta una nazione ma un brand globale. Gli immobili firmati Trump, i resort di lusso a Dubai e nel Golfo Persico, la piattaforma Truth quotata al Nasdaq, i documentari su Melania pagati da Amazon, le cause miliardarie intentate contro i colossi dei media: ogni tassello compone il mosaico di un capitalismo predatorio che fagocita la democrazia.

Ma il dato più inquietante è la strategia comunicativa e repressiva che accompagna questo disegno. Il recente viaggio in Medio Oriente, il primo nella storia a escludere le principali agenzie di stampa a bordo dell’Air Force One, segna uno spartiacque: Trump non si limita a strumentalizzare la presidenza, la trasforma in un feudo personale. A bordo con lui, anziché giornalisti, ci sono Mark Zuckerberg, Elon Musk, Sam Altman, Larry Fink: una corte di tecnocrati e miliardari pronti a siglare accordi su armi, infrastrutture, criptovalute, a porte chiuse, lontano da ogni controllo democratico.

Nel frattempo, mentre si discute di piani di “ricostruzione” della Striscia di Gaza come futuro resort, e si negoziano tregue con Hamas in cambio di aperture di mercato, Trump consolida un potere fondato non sulla Costituzione, ma sul culto della personalità e sull’impunità.

Il suo autoritarismo non è folclore, è prassi sistematica. Il recente arresto del sindaco di Newark per aver protestato contro un centro di detenzione per migranti – illegale secondo le leggi locali – è solo la punta dell’iceberg. A seguire, l’arresto di una giudice della contea di Milwaukee per aver applicato correttamente la legge impedendo un’arresto ICE senza mandato. La criminalizzazione del dissenso è ormai legge non scritta. Le sanctuary cities vengono private di fondi federali. Gli studenti che manifestano contro il genocidio in Palestina vengono espulsi o detenuti arbitrariamente. La Costituzione è interpretata come ostacolo. L’habeas corpus è diventato una variabile opzionale.

Trump non è solo un presidente. È il capofila di una mutazione genetica del potere occidentale: dalla democrazia rappresentativa al feudalesimo neoliberale, dove chi è eletto usa il potere non per servire, ma per arricchirsi, zittire, reprimere. La sua frase – “Chi salva l’America, non può violare la legge” – non è un lapsus, ma la nuova dottrina dell’eccezione permanente: il capo ha sempre ragione, anche quando distrugge le regole.

La domanda, oggi, non è più “se” Donald Trump sia un pericolo per la democrazia. Ma “quando” l’Occidente si accorgerà di essere già entrato in un nuovo paradigma autoritario. Un fascismo in giacca e cravatta, con le cripto al posto delle divise, le piattaforme al posto dei partiti, la paura al posto del diritto.

E noi, che ci diciamo ancora figli dell’Illuminismo, della libertà, dei diritti civili, siamo pronti a reagire? O resteremo spettatori di una storia che abbiamo già visto, ma che stavolta potremmo non riuscire a riscrivere?

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