C’è un numero che racconta, da solo, la direzione che il mondo ha scelto di imboccare.
2.718 miliardi di dollari: è quanto, nel 2024, l’umanità ha deciso di investire nella guerra.
Non nella pace, non nella lotta alla povertà, non nella salvezza di un pianeta esausto. Nelle armi.
A rivelarlo è il nuovo rapporto del Sipri, l’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma. Un documento che somiglia più a un referto clinico che a una semplice analisi statistica: il paziente, l’umanità, è gravemente malato di paura, rivalità, violenza.
Mai, nemmeno nei momenti più incandescenti della Guerra Fredda, si era raggiunta una spesa così alta. E il dato impressiona ancora di più perché si inserisce in una corsa che non conosce tregua, che riguarda ogni angolo del pianeta, ogni regime politico, ogni economia, ogni latitudine.
Eppure, questo primato oscuro non è destinato a rimanere isolato. Al contrario: tutto lascia prevedere che il record del 2024 sarà presto superato, forse già nell’anno in corso e sicuramente negli anni successivi. Il piano di riarmo europeo, infatti, non è ancora pienamente conteggiato in questo calcolo. Le nuove programmazioni militari, gli investimenti pluriennali e la trasformazione industriale degli apparati bellici indicano una tendenza inesorabile al rialzo, trascinando il mondo sempre più vicino all’autodistruzione.
Gli architetti della corsa agli armamenti
In testa, come sempre, ci sono loro: gli Stati Uniti, che con 997 miliardi di dollari coprono quasi il 37% della spesa militare globale.
Dietro, la Cina, che investe 314 miliardi (+7%), segnando il trentesimo anno consecutivo di crescita.
E poi la Russia, che — travolta dalle sanzioni e dall’isolamento — trova comunque la forza di aumentare del 38% la sua spesa militare, trascinata dal fuoco che divora l’Ucraina.
A proposito di Kiev: l’Ucraina, anche al netto dei massicci aiuti esterni, è salita all’ottavo posto mondiale per spese militari. A dimostrazione che una guerra, una volta iniziata, si autoalimenta come un incendio nel bosco.
L’Europa si risveglia… sotto le armi
Non è solo il mondo a ovest e a est del globo a farsi trovare pronto alla guerra.
È l’Europa stessa che cambia pelle: dalla culla della diplomazia, a fucina di riarmo.
La Germania di Scholz, sospinta dalla retorica della “Zeitenwende”, investe il 28% in più nella difesa, diventando la prima potenza armata del continente da dopo la riunificazione.
La Polonia accelera del 31%, il Giappone del 21%.
L’Italia si muove più lentamente, con un aumento dell’1,4%, ma abbastanza da garantirsi il tredicesimo posto nella classifica mondiale, con una spesa che si avvicina ai 40 miliardi di euro.
E poi c’è Israele.
La carneficina di Gaza ha prodotto un dato sconvolgente: +65% nella spesa militare. La guerra si nutre del sangue, e cresce con esso.
La Nato: un gigante armato
Il quadro sarebbe incompleto senza guardare alla Nato.
I suoi 32 membri, presi insieme, rappresentano il 55% di tutta la spesa militare mondiale: 1.506 miliardi di dollari.
Solo gli Stati europei dell’Alleanza Atlantica hanno investito 454 miliardi.
Un terzo delle risorse mondiali per la difesa concentrate su un unico blocco.
Chi si arma, si sente minacciato. Ma chi si arma in modo così sproporzionato, finisce per minacciare a sua volta.
La pace che evapora
Il mondo che emerge dal rapporto del Sipri non è quello che sognavano gli artefici delle Nazioni Unite, né quello invocato dai popoli durante le marce per la pace.
È un mondo dove la competizione permanente ha preso il posto della deterrenza. Dove la guerra non è più vista come un’eventualità estrema, ma come un destino inevitabile da preparare meticolosamente, giorno dopo giorno.
Come ha detto Papa Francesco, questa è la “terza guerra mondiale a pezzi”.
Non ci sono ancora le grandi battaglie campali, ma ci sono le continue tensioni, i massacri, le rivalità che si moltiplicano, le alleanze che si irrigidiscono.
E soprattutto, c’è una mentalità che accetta come normale quello che dovrebbe essere considerato mostruoso: il riarmo come politica ordinaria.
E non dobbiamo farci illusioni: le guerre del futuro non saranno combattute soltanto tra soldati e uomini in divisa.
Le vittime non saranno più soltanto eserciti regolari.
Saranno le popolazioni civili, le città, le infrastrutture pacifiche a subire la distruzione più profonda.
Ogni nuova corsa agli armamenti è anche una dichiarazione di guerra contro le scuole, gli ospedali, le case, i mercati, i parchi, tutto ciò che costruisce la vita civile.
Un pianeta senza futuro
E così, mentre le calotte polari si sciolgono, mentre milioni di bambini crescono senza istruzione, mentre nuove pandemie minacciano di fiorire nell’indifferenza globale, i governi scelgono di investire miliardi per rafforzare i propri arsenali.
Scelgono il futuro delle guerre, non quello delle società.
Il record dei 2.718 miliardi di dollari è il monumento di un fallimento collettivo.
Un mondo che, invece di unirsi per salvare se stesso, preferisce armarsi fino ai denti, scavando ogni giorno un po’ più a fondo la fossa in cui rischia di cadere.
Il vero nemico dell’umanità, oggi, non si nasconde dietro una bandiera straniera.
È la nostra incapacità di immaginare un futuro diverso dalla guerra.