Vivo nel Paese della Menzogna. E ora basta.

Io vivo in un Paese che si chiama Italia. Ma non è l’Italia del Risorgimento, non è quella della Resistenza, non è quella della Costituzione nata dal sangue dei partigiani. È un’altra Italia. È l’Italia della resa, della complicità, della memoria amputata e della verità seppellita. È l’Italia dove il potere non si elegge: si tramanda, si compra, si vende. È l’Italia che ha dimenticato il proprio passato per servire i padroni del presente.

Io vivo in un Paese che ha fatto la guerra ai lavoratori e ha chiesto la pace ai fascisti. Un Paese dove si è concesso il perdono a chi ha ucciso la libertà, ma non a chi ha provato a difenderla. L’amnistia di Togliatti è la pietra tombale sul sogno di giustizia dei partigiani, il bacio della morte dato al cuore della Resistenza.

Un Paese che, ottant’anni dopo la caduta di Mussolini, è riuscito nell’impresa storica e criminale di riportare i fascisti al governo. Con Giorgia Meloni presidente del Consiglio, cresciuta nei ranghi dell’estrema destra post-MSI, portavoce di un revanscismo che ha rivestito di toni patriottici e mainstream l’ideologia che dovrebbe invece essere sepolta per sempre sotto le macerie della Storia. Ma l’Italia no, l’Italia li resuscita, li premia, li fa ministri. Li legittima.

Vivo nel Paese delle stragi di Stato. Piazza Fontana, Italicus, Brescia, Bologna: non numeri, ma ferite aperte, lacerazioni ancora sanguinanti, sulle quali si è steso il silenzio dei colpevoli e la complicità degli apparati. Gli stessi apparati che hanno gestito la guerra sporca tramite Gladio, con il placet della CIA, la regia di Licio Gelli, e il silenzio complice di una politica genuflessa.

Un Paese che ha fatto saltare i suoi giudici in aria, letteralmente. Chinnici, Falcone, Borsellino. Tre nomi scolpiti nella roccia della verità, fatti a pezzi dalle bombe dello Stato e delle mafie, alleati in un patto di morte. Non li hanno uccisi solo i mafiosi. Li ha condannati lo Stato, li ha traditi la politica, li ha dimenticati un popolo troppo distratto dal prossimo reality show per accorgersi che moriva, con loro, l’ultima coscienza democratica di questo Paese.

Vivo in una colonia travestita da democrazia. Dove ogni decisione importante passa per Washington, Bruxelles o Tel Aviv. Dove i governi cambiano, ma il padrone resta. Dove il meridione viene sistematicamente affamato, marginalizzato, lasciato marcire sotto il sole per fare spazio alle mire neocoloniali di Francia, Inghilterra e Israele sul Mediterraneo.

In questa colonia chiamata Italia, ogni bene comune è stato saccheggiato. Le autostrade svendute ai Benetton, la scuola pubblica smantellata, la sanità trasformata in business, l’energia consegnata agli oligopoli, le pensioni ridotte a elemosina. Il Ponte Morandi non è caduto per caso: è il simbolo di un Paese dove la vita viene messa in conto economico, e se conviene si può anche lasciarla crollare.

Io vivo in un Paese che disprezza chi ha avuto il coraggio di ribellarsi, di alzare un fucile per combattere un sistema insostenibile. E glorifica chi ha fatto carriera nella pace dei cimiteri. Abbiamo trasformato la ribellione in follia, la giustizia in utopia, la resistenza in terrorismo. Perché ce lo ha detto Vespa, ce lo ha raccontato Mieli, ce lo ha ordinato Panza. E noi, come automi, ci siamo inchinati.

Dal 1991 in poi abbiamo assistito a uno smantellamento sistematico di ogni garanzia, ogni diritto, ogni forma di sovranità popolare. Ce lo ha chiesto l’Europa, ci hanno convinti che era per la nostra sicurezza, per il nostro bene, per il mercato. In nome del “mercato” ci hanno tolto la casa, il lavoro, la dignità, la possibilità di sognare. In nome dell’“ordine pubblico” ci hanno tolto la voce, la piazza, la coscienza.

E quando qualcuno ha provato a ribellarsi, come Carlo Giuliani, gli hanno sparato in testa. E chi ha applaudito era lo stesso “popolo” che oggi si commuove per un post su Instagram. Ipocrisia travestita da civiltà.

Io vivo in un Paese che ha lasciato morire di fame, di solitudine e di vergogna migliaia di esodati. Che ha condannato alla precarietà intere generazioni. Che ha trasformato i bambini in target di marketing e gli anziani in zavorra. Un Paese dove i giovani non hanno più sogni, e i vecchi non hanno più memoria. Dove la rabbia viene sublimata in tweet e like, e le rivoluzioni in petizioni su Change.org.

Io vivo in un Paese che ha applaudito il colpo di stato in Ucraina, che ha guardato senza battere ciglio le milizie neonaziste massacrare i civili del Donbass, e oggi si scandalizza se i palestinesi resistono. Lo stesso Paese che ha chiuso gli occhi su Piombo Fuso, Margine di Protezione, Scudo del Sud, e adesso su Sderot, Rafah, Khan Yunis, Gaza. Uno sterminio in diretta mondiale, con il patrocinio della stampa occidentale.

E in questo Paese, c’è ancora qualcuno che pretende di fare il processo a Hamas. Di dire ai palestinesi come si fa la resistenza. Di spiegare, da una comoda tastiera o da un talk show, che bisogna essere “progressisti”, “laici”, “inclusivi”. Come se davanti a un F-35, a una bomba al fosforo, a un cecchino israeliano, la resistenza dovesse essere bella, pulita e sorridente.

Questo è il riflesso più perverso del suprematismo bianco. La convinzione che i popoli oppressi debbano adeguarsi agli standard morali dell’oppressore. Che chi subisce lo sterminio debba essere pure gentile, democratico, moderato. Perché se osa colpire, se risponde, se urla, allora non è degno di solidarietà. Allora è terrorismo.

Io non ci sto. Io non accetto più questa narrazione.

Voglio un’Italia che abbia il coraggio di fare i conti con il proprio passato. Di riconoscere le proprie complicità. Di smettere di fare la serva ai criminali della finanza globale. Voglio un’Italia che rompa le catene dell’atlantismo, dell’europeismo liberista, del sionismo imperialista. Voglio un’Italia libera, vera, radicale.

Un’Italia in cui il sangue versato non sia più merce di scambio. In cui la memoria non sia un alibi per l’inazione, ma un motore per la rivoluzione. Un’Italia in cui il popolo non sia gregge, ma massa cosciente. Un’Italia che smetta di parlare di “pace” quando intende “resa”, e che torni a pronunciare la parola giustizia senza vergogna.

È ora di rialzare la testa. È ora di gridare che non siamo più disposti a vivere inginocchiati. È ora di scegliere da che parte stare: con chi opprime o con chi resiste. Io ho scelto.

E tu?

Fonti integrative consultate:
• ISPI – Dossier sulle stragi di Stato
• Limes – Italia, colonia d’Occidente
• Mondoweiss, Middle East Monitor – Gaza e Palestina
• Grayzone – Ucraina e golpe del 2014
• [Amnesty International e HRW – Crimini di guerra israeliani]
• [Archivio RAI – Meloni, neofascismo e Fratelli d’Italia]
• [Centro Studi Paolo Borsellino – Stragi di mafia e Stato]

“Oltre l’apartheid: l’annessione della Collina E1 e l’occupazione finale di Gaza”

Introduzione: il punto di non ritorno

Israele ha smesso di fingere. L’occupazione si è fatta dichiarazione di intenti, l’annessione un’operazione urbanistica, e il genocidio una strategia geopolitica spacciata per sicurezza nazionale. Con la cementificazione dell’area E1 e l’avanzata dell’operazione militare “Carri di Gideon 2” su Gaza City, siamo di fronte a due fronti dello stesso progetto: la cancellazione definitiva del popolo palestinese. Un’azione sistematica, prolungata e ormai priva di maschere diplomatiche. E mentre i diplomatici europei balbettano ancora di “soluzione a due Stati”, il governo israeliano porta a termine l’unica soluzione che davvero ha in mente: lo svuotamento etnico, la distruzione delle basi materiali di una vita civile, e l’instaurazione di un regime di controllo totale.

  1. La Collina del Giorno del Giudizio: l’annessione de facto

Quella che i palestinesi chiamano “la Collina del Giorno del Giudizio”, ovvero l’area E1 tra Gerusalemme e Ma’ale Adumim, rappresenta oggi il colpo di grazia all’idea – già morente – di uno Stato palestinese. Il progetto, concepito fin dagli anni ’90 e ostacolato per anni da pressioni internazionali, è tornato in vigore grazie all’estrema destra al potere. Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e figura chiave del movimento dei coloni, lo ha detto senza giri di parole: “Lo Stato palestinese viene cancellato con i fatti”.

Oltre 3.000 nuove unità abitative verranno costruite su una collina già urbanisticamente pronta, con strade, marciapiedi, illuminazione, parcheggi e persino un sito per un centro congressi. Si tratta dell’ultimo tassello per separare definitivamente il nord dal sud della Cisgiordania, impedendo ogni contiguità territoriale palestinese. Un’azione che, in combinazione con l’appropriazione catastale dei terreni da parte israeliana e la demolizione sistematica di abitazioni palestinesi nell’area C, completa un disegno di apartheid certificata.

  1. Il collasso del diritto internazionale

Questa strategia di annessione silenziosa e violenta viola apertamente gli Accordi di Oslo, il diritto internazionale umanitario e numerose risoluzioni ONU, tra cui la 2334 che condanna gli insediamenti israeliani. Ma oggi siamo oltre la semplice violazione. Siamo nel territorio dell’impunità assoluta, garantita da decenni di sostegno incondizionato statunitense, dal silenzio complice dell’Europa, e da un sistema multilaterale ormai delegittimato.

Israele ha approvato oltre 24.000 nuove unità abitative in Cisgiordania nel solo 2025, più del doppio rispetto al 2024. E ha investito quasi 2 miliardi di dollari in infrastrutture che serviranno esclusivamente le colonie. La retorica della sicurezza è solo il velo sottile su una realtà inaccettabile: la creazione deliberata di fatti compiuti per rendere impossibile ogni ipotesi di Stato palestinese. L’era di Oslo non è solo finita: è stata sepolta sotto cemento armato e filo spinato.

  1. Gaza: “Carri di Gideon 2” e la strategia dello svuotamento

Mentre in Cisgiordania si costruisce l’annessione, a Gaza si distrugge ogni traccia di vita. L’operazione “Carri di Gideon 2” segna l’inizio dell’occupazione totale di Gaza City, già devastata da mesi di bombardamenti. L’IDF ha ordinato l’evacuazione di scuole, quartieri e ospedali ancora funzionanti, costringendo centinaia di migliaia di persone a fuggire verso una condanna alla fame, sete, e tendopoli nel deserto.

La strategia è chiara: svuotare Gaza. Demolire case, ospedali, infrastrutture civili, e costringere le persone ad abbandonare ogni bene, ogni possibilità di sopravvivenza. Si tratta, come denuncia Hani Mahmoud da Gaza, di un’operazione di “pulizia etnica moderna”, che unisce la brutalità militare alla guerra umanitaria: togliere tutto per costringere alla resa o alla fuga.

Secondo il WFP, la malnutrizione è alle stelle. Le scorte alimentari si perdono durante la fuga, e l’accesso agli aiuti è impedito o fortemente limitato. Anche il Patriarcato Latino di Gerusalemme lancia l’allarme, mentre la Croce Rossa denuncia una situazione “catastrofica”.

  1. L’opinione pubblica israeliana spaccata: la questione degli ostaggi

Ma non tutti in Israele approvano la linea di Netanyahu. Le famiglie degli ostaggi ancora nelle mani di Hamas si oppongono all’operazione militare, temendo una nuova tragedia come quella di Rafah nel 2024. Il Forum delle famiglie ha chiesto un incontro urgente con il governo, ma la voce del fanatismo ha ancora una volta avuto la meglio: Smotrich ha minacciato le dimissioni se verrà accettata qualsiasi tregua.

In questo cortocircuito, l’ostilità verso un accordo di cessate il fuoco si traduce in un’accelerazione verso il disastro, anche a costo della vita dei propri cittadini. Una logica cieca e suicida, che si alimenta del consenso dell’ultradestra e del fanatismo religioso più radicale.

  1. Il dovere dell’intervento internazionale: ora o mai più

Di fronte a questo scenario, ogni forma di neutralità è complicità. Le istituzioni internazionali, a partire dall’ONU e dalla Corte Penale Internazionale, non possono più limitarsi a condanne formali o richiami diplomatici. Siamo di fronte a un apartheid sistemico, a una pulizia etnica in corso, e a una potenziale “soluzione finale” di tipo coloniale.

La comunità internazionale ha il dovere di intervenire:
• con sanzioni economiche contro i responsabili diretti e indiretti dell’annessione e della distruzione;
• con il riconoscimento formale dello Stato di Palestina nei confini del 1967;
• con un embargo immediato sulle forniture di armi a Israele;
• con un’inchiesta internazionale indipendente sulle responsabilità di guerra e sul trattamento dei civili a Gaza e in Cisgiordania.

Continuare a parlare di “dialogo” o “cessate il fuoco” in queste condizioni equivale a legittimare il crimine. E i crimini, per definizione, vanno fermati e puniti.

Conclusione: dalla geopolitica alla coscienza collettiva
Non è più una questione di equilibri mediorientali. Non è più solo una tragedia umanitaria. È una prova morale per l’intera umanità. Il silenzio su Gaza e sulla Cisgiordania non è più solo vile, è complice. La retorica della difesa israeliana, fondata su decenni di impunità, è ormai nuda davanti agli occhi del mondo. Ma vedere non basta più. È tempo di agire. Perché il “Giorno del Giudizio” – per la Palestina – è già arrivato. Ora, è il mondo a essere sotto giudizio.

Fonti utilizzate e integrate:
• Articoli forniti dall’utente
• Al Jazeera (rapporto sull’evacuazione e demolizioni a Gaza)
• Croce Rossa Internazionale (comunicato su situazione umanitaria)
• Patriarcato Latino di Gerusalemme (note stampa)
• World Food Programme (dati su fame e malnutrizione)
• UN OCHA (rapporto sull’Area C e insediamenti israeliani)
• Haaretz e The Times of Israel (dichiarazioni di Smotrich e Netanyahu)
• B’Tselem e Human Rights Watch (documentazione sulla pulizia etnica in Cisgiordania)

“Il deserto dell’umanità: tra bunker, genocidi e algoritmi della pace”

Un nuovo inferno sotto controllo: il potere che distrugge e chiama tutto questo civiltà

C’è un filo nero, spesso, che lega l’élite tecnologica della Silicon Valley ai crateri radioattivi di Hiroshima e alle macerie polverose di Gaza. Un filo che si chiama potere, ed è quello che si esercita non più soltanto attraverso i carri armati e i missili, ma attraverso l’algoritmo, la propaganda, la selezione genetica e, soprattutto, la rimozione del concetto stesso di umanità. Il potere oggi si nasconde nei recessi di un bunker, si traveste da missione di pace, si professa pronatalista, si dice progressista mentre prepara il prossimo massacro. E mentre i miliardari si blindano sottoterra, le nazioni si confrontano con un’idea nuova – e insieme arcaica – di guerra: non più la conquista di territori, ma l’annientamento culturale, simbolico e fisico dell’altro.

Il documentario trasmesso nel programma NewsRooms da Monica Maggioni, che ha ispirato l’articolo di Giovanna Lo Presti, non ci mostra soltanto le manie di grandezza dei signori della tecnologia. Quello che si dipana davanti ai nostri occhi è uno scenario orwelliano che non ha più nulla di distopico: è la realtà. Bunker con fori per granate, bambini selezionati geneticamente come start-up del futuro, sistemi educativi privati che fuggono l’istruzione pubblica perché “troppo di sinistra”. La nuova aristocrazia del potere globale, quella che possiede la tecnologia e la narrazione, si prepara a sopravvivere al mondo che sta contribuendo a distruggere.

Silicon Valley: l’incubatrice della post-umanità

Quella che si presenta come la culla dell’innovazione è in realtà diventata la fucina di una nuova forma di disumanizzazione. Gli imprenditori digitali oggi si muovono tra l’ossessione per la giovinezza eterna e il panico da apocalisse. Non si limitano a finanziare bunker anti-atomici: li progettano come piccole cittadelle armate, dove l’ingresso è riservato a chi può permettersi milioni di dollari e dove ogni dettaglio è pensato per resistere a un mondo ridotto in cenere. Non è più una questione di sopravvivenza, ma di separazione: noi e gli altri. Dentro e fuori. I salvati e gli scartati.

Come in un libro di J.G. Ballard, la tecnologia diventa il veicolo di una nuova aristocrazia, che sogna di vivere per sempre e controllare ogni aspetto della riproduzione e della formazione umana. I figli sono programmati, l’intelligenza artificiale sostituisce l’insegnante, l’empatia è eliminata in quanto inefficiente. È la logica della tecnocrazia spinta fino alla sua deriva eugenetica.

Gaza: il deserto chiamato pace

Mentre i miliardari si preparano al domani, nel presente si consuma un’ecatombe. Le immagini di Gaza – martoriata, spianata, “rieducata” – sono state per mesi filtrate, minimizzate o contestualizzate. Ma oggi anche i più cauti tra i commentatori devono ammettere che quello che sta avvenendo non è una guerra, ma un genocidio. La citazione di Tacito, “Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”, non è solo pertinente: è profetica. L’annientamento della popolazione civile diventa premessa per un’illusione di ordine, mentre i portavoce del potere parlano di pace “duratura” e “necessaria”.

L’orrore di dichiarazioni come quella dell’ex parlamentare israeliano Moshe Feiglin – secondo cui «ogni bambino a Gaza è un nemico» – non è frutto di estremismo marginale, ma l’espressione scoperta di una logica consolidata, che considera la popolazione palestinese come un ostacolo antropologico e demografico. Non si combatte contro un esercito, ma contro un popolo, contro l’idea stessa che esso possa esistere.

La retorica del “dopo 7 ottobre”: un alibi per l’eterno sterminio

Per mesi si è vietato di parlare delle vittime palestinesi senza prima genuflettersi alla narrazione del 7 ottobre. Un evento tragico, certamente, ma che è stato trasformato in totem ideologico per legittimare qualsiasi crimine successivo. È come se le vite palestinesi avessero perso il loro diritto alla dignità per un peccato originale che non hanno commesso, in una perversa riedizione teologica della colpa collettiva.

È proprio questa logica che rende il nostro presente così mostruosamente simile alle fasi più nere del Novecento: la riduzione dell’altro a subumano, la legittimazione del massacro in nome di una presunta sicurezza, l’occupazione delle menti prima ancora che dei territori. E, ancora una volta, il silenzio assordante dell’Occidente complice.

Il ritorno dell’assolutismo: la democrazia come facciata

Mentre le bombe cadono e le intelligenze artificiali sostituiscono le intelligenze umane, i capi di Stato si atteggiano a monarchi. Trump è solo il sintomo più evidente di una tendenza globale: quella dell’iper-liderismo, dove l’unico principio guida è l’impunità. “Impune quae libet facere, id est regem esse”, scriveva Sallustio: fare ciò che si vuole senza punizione, ecco il vero volto del potere oggi.

Ma come ci ricorda l’ultima parte dell’articolo, anche il re più impunito può cadere. E se è vero che i miliardari si scavano bunker e si costruiscono figli su misura, resta vero anche che il mondo reale, quello fatto di carne, coscienza e resistenza, non si lascia spegnere così facilmente. I piccoli possono ancora rovesciare i grandi. A patto, però, di rompere l’incantesimo.

Conclusione: spezzare la narrativa del deserto

Quello che oggi viene venduto come “resilienza”, “sviluppo” o addirittura “progresso” è, in molte sue forme, solo un nuovo modo di fare il deserto. Ma non è obbligatorio restare spettatori. Come diceva Debord, lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale tra persone, mediato dalle immagini. E come ogni rapporto sociale, può essere cambiato.

Questo deserto può ancora fiorire. Ma servono parole nuove, azioni condivise, una visione radicale. Non basta indignarsi. Serve un contro-spettacolo, fatto di verità, di giustizia, e di umanità. E servono – ora più che mai – nuove forme di resistenza culturale, politica e simbolica, prima che il potere faccia il deserto… e ci convinca a chiamarlo ancora una volta pace.

Fonti utili per approfondimento:
• Guy Debord, La società dello spettacolo, 1967
• Tacito, Agricola
• Monica Maggioni, NewsRooms (puntata sulla Silicon Valley, Rai)
• Dichiarazioni di Moshe Feiglin (Zehut Party)
• Amnesty International, Human Rights Watch, Al Mezan – report sui crimini di guerra a Gaza
• Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, 2019
• Naomi Klein, Shock economy,2007
• Guy Standing, The Precariat, 2011

Meloni e la paura della stampa libera

Nella sala più simbolica del potere occidentale, la Casa Bianca, un microfono aperto ha tradito l’intenzione vera, forse la più autentica, della presidente del Consiglio italiana. Giorgia Meloni, con un sorriso che sa di nervosismo e leggerezza calcolata, ha sussurrato a Donald Trump: «Io invece non voglio mai parlare con la stampa italiana».

Un fuori onda, certo. Ma nessun fuori onda è davvero “accidentale” nel mondo iper-mediatizzato della politica contemporanea. Ogni parola detta — anche in tono sommesso — pesa come una dichiarazione ufficiale. E questa, pronunciata accanto a due leader internazionali, il presidente Trump e il finlandese Stubb, non è un semplice scivolone: è una confessione politica.

La censura dolce del potere

Il contesto è illuminante. Trump, noto per la sua conflittualità con i media, propone comunque di accettare domande dalla stampa. Un gesto che, nel teatro delle relazioni pubbliche, ha un suo peso. Il premier finlandese si mostra sorpreso e quasi incuriosito. Meloni, invece, non si limita a osservare: consiglia attivamente di evitare. “Penso sia meglio di no, siamo troppi e andremmo troppo lunghi…”.

Dietro il tono cortese si nasconde un atteggiamento consolidato: la gestione della comunicazione come controllo, come evitamento del confronto, come paura del contraddittorio. Un atteggiamento che sta diventando la regola nel modello comunicativo dell’attuale governo. Conferenze stampa rarefatte, risposte a cronisti selezionati, dirette Facebook dove nessuno può replicare: una verticalizzazione della comunicazione che riduce il pluralismo a decoro scenico.

Una premier che fugge dalle domande

La frase rubata alla Meloni non è solo un lapsus del potere, ma una dichiarazione di intenti: evitare il confronto con la stampa italiana significa evitare la verità. Significa fuggire dalle domande scomode su promesse tradite, riforme mancate, tagli sociali mascherati da “razionalizzazione”, e alleanze che sanno più di restaurazione autoritaria che di governo democratico.

Una presidente del Consiglio, in uno Stato di diritto, ha il dovere istituzionale di rispondere alla stampa. Non per vezzo giornalistico, ma per rispetto verso i cittadini. Perché la stampa non è una minaccia, ma un pilastro della democrazia. Chi governa deve saper ascoltare, rispondere, giustificare le proprie scelte. E se non lo fa, se lo evita sistematicamente, allora c’è qualcosa da nascondere.

Ipocrisie in frantumi

La reticenza della premier si spiega solo con l’enorme distanza tra le parole spese in campagna elettorale e i fatti. Le promesse “per gli italiani” si sono tramutate in privilegi per i pochi, bonus a tempo per i già garantiti, repressione per i più fragili, tagli e manganelli per i lavoratori e gli studenti.

La stampa libera, in questo scenario, rappresenta una minaccia concreta: potrebbe fare da specchio, riflettere le incongruenze, mostrare il vero volto del potere. Un potere che si è costruito sull’onda del populismo, ma che oggi si mostra per quello che è: un’élite blindata, autoritaria, distante.

Il sussurro che rivela il declino

La frase pronunciata a Washington ha il potere simbolico di una crepa nel muro. Quel sussurro, apparentemente insignificante, ha fatto più rumore di mille proclami. Ha rivelato una verità scomoda: chi ci governa teme la verità. Teme che, davanti a domande libere e fuori copione, l’intero castello propagandistico possa crollare.

La Federazione Nazionale della Stampa ha giustamente parlato di “mancanza di rispetto verso il ruolo essenziale dei cronisti in una democrazia”. Ma c’è di più. C’è un intero modello di potere che si basa sull’opacità, sull’elusione, sul timore del confronto diretto.

Non è Giorgia Meloni a essere sotto accusa per un sussurro indiscreto. È l’idea stessa di governo che rappresenta: un governo che preferisce il controllo alla trasparenza, l’annuncio alla realtà, la propaganda al dialogo.

Democrazia e stampa: un binomio indivisibile

In un’epoca in cui le democrazie sono sotto assedio — dall’esterno con guerre e crisi, ma soprattutto dall’interno con derive autoritarie — il ruolo dell’informazione è più cruciale che mai. La libertà di stampa non è un optional da gestire a piacimento, ma un dovere democratico da garantire con fermezza.

E se chi governa lo dimentica, anche per un attimo, anche solo con un sussurro, è compito dei cittadini e della stampa ricordarglielo. Perché la democrazia, quella vera, non si costruisce con le dirette social, ma con la verità dei fatti. E con il coraggio delle domande.

“Per ogni israeliano, 50 palestinesi”: il volto genocida del sionismo armato

Un cessate il fuoco accettato da Hamas. Una proposta mediata da Egitto e Qatar che potrebbe salvare vite umane. Ma a Tel Aviv e Washington, il progetto della pace sembra ancora meno appetibile della guerra. E mentre migliaia di israeliani scendono in piazza per il ritorno degli ostaggi, una parte della leadership sionista getta la maschera: “Per ogni israeliano ucciso, 50 palestinesi devono morire. Anche se sono bambini”. Un’eco sinistra che ci riporta a un’Europa in divisa grigia, dove la rappresaglia nazista era la legge.

  1. Un cessate il fuoco possibile… ma non per tutti

L’annuncio di Hamas, che ha accettato l’ultima proposta di cessate il fuoco avanzata da Qatar ed Egitto, ha scosso gli equilibri già precari del conflitto a Gaza. L’accordo prevede 60 giorni di tregua, la liberazione di 10 ostaggi israeliani in vita, il rimpatrio delle salme di 18 deceduti e l’apertura di canali umanitari tramite ONU e Mezzaluna Rossa.

Si tratterebbe, almeno sulla carta, di un’occasione storica per fermare le macerie, salvare vite, dare respiro a una popolazione ormai ridotta allo stremo. Eppure, la risposta israeliana, come sempre più spesso accade, sembra preferire il clangore delle bombe al silenzio delle trattative.

  1. Trump e Netanyahu: due volti, un solo progetto

La linea di Tel Aviv è ormai fusa con quella di Donald Trump. Egli ha rilanciato sul suo social Truth, l’ennesimo avvertimento: “Gli ostaggi torneranno solo quando Hamas sarà distrutto. Niente tregua, solo annientamento”.

Una posizione che trova eco e benzina nelle parole del premier Netanyahu e del suo braccio armato, il ministro Itamar Ben-Gvir, noto per il suo fanatismo messianico e suprematista. Per loro, il piano di Hamas non è che una trappola. “Arrendersi sarebbe una tragedia per generazioni”, ha tuonato Ben-Gvir, che da mesi spinge per l’occupazione integrale di Gaza e lo sfollamento forzato dei suoi abitanti.

  1. Ritorno al passato: l’ideologia della rappresaglia

Ma la frase che più di tutte ha fatto tremare la coscienza collettiva è arrivata da Aharon Haliva, ex capo dell’intelligence militare israeliana. In un audio trapelato, Haliva afferma senza alcun filtro:
“Per ogni persona uccisa il 7 ottobre, devono morire 50 palestinesi. Non importa se sono bambini”.

Queste parole, pronunciate da un alto ufficiale dell’establishment militare israeliano, evocano i peggiori incubi del secolo scorso: le rappresaglie naziste durante la Seconda guerra mondiale, da Marzabotto alle Fosse Ardeatine. Un metodo di vendetta collettiva, in cui il numero, il sangue e la punizione diventano la misura della giustizia.

La memoria europea, che ha fatto della lotta al nazifascismo la propria identità morale, non può tacere di fronte a un’escalation verbale e politica che mette in discussione i fondamenti stessi del diritto internazionale.

  1. Il sionismo come ideologia suprematista

È ora di parlare chiaro: il sionismo radicale che oggi governa Israele, sotto la maschera della democrazia, è una forma contemporanea di suprematismo etnico e coloniale. Un progetto che, come confermato da numerosi analisti e storici – da Ilan Pappé a Gideon Levy – ha sempre previsto l’espulsione dei palestinesi dalla loro terra, l’occupazione militare permanente, la ghettizzazione di un intero popolo.

L’idea che una “punizione collettiva” sia “necessaria per le generazioni future” – parole testuali di Haliva – è la dimostrazione che Israele non è più in guerra contro Hamas, ma contro l’esistenza stessa del popolo palestinese. È il genocidio razionalizzato, scientificamente giustificato, come già visto in Bosnia, in Ruanda, e prima ancora in Europa.

  1. La complicità occidentale e il silenzio che uccide

Queste dichiarazioni, se pronunciate da un qualsiasi regime mediorientale non allineato all’asse Washington-Tel Aviv-Bruxelles, avrebbero scatenato sanzioni, risoluzioni ONU e forse anche bombardamenti “umanitari”.

Ma quando il sangue versato è palestinese, e il boia porta la stella di David, il mondo tace. Le cancellerie occidentali si girano dall’altra parte. I media parlano di “operazione militare”, “controterrorismo”, “rappresaglia”. Come se uccidere 50 civili per ogni soldato ucciso fosse una misura accettabile.

L’ipocrisia europea e statunitense è complice. Le parole pronunciate da Haliva sono una confessione di crimini contro l’umanità. Eppure non vi sarà alcuna inchiesta, nessun tribunale internazionale. Solo il silenzio, e altre fosse comuni a Gaza.

  1. Un modello da esportare?

La vera domanda oggi è: stiamo assistendo alla nascita di un nuovo paradigma del potere globale? Un modello basato su forza bruta, impunità, pulizia etnica e controllo mediatico?
Trump e Netanyahu sono i simboli di un’alleanza ideologica pericolosa, dove la giustizia diventa vendetta, il diritto diventa dominio, e la pace diventa una colpa.

In questo contesto, parlare di “soluzione dei due Stati” suona come una barzelletta tragica. La Palestina viene cancellata giorno dopo giorno, non solo geograficamente ma anche moralmente. Ogni massacro è giustificato. Ogni crimine è ripulito con propaganda e silenzi diplomatici.

Conclusione: chiamare le cose col loro nome

A questo punto, non si tratta più di una guerra. Si tratta di una strategia di annientamento, mascherata da sicurezza nazionale. Di un progetto suprematista che fa della morte di civili una “necessità storica”.

E chi ancora si ostina a non vedere, a non sentire, a non parlare, è complice. Come furono complici i silenzi durante i rastrellamenti e le deportazioni del Novecento.

Perché quando un generale dice che per ogni israeliano devono morire 50 palestinesi, anche se bambini, sta riscrivendo le leggi della civiltà. E sta firmando, a nome del mondo, la condanna di un intero popolo. Ancora una volta.

Fonti:
• Registrazioni audio pubblicate da Channel 12 News (Israele)
• Dichiarazioni ufficiali via Truth Social di Donald Trump
• Notizie tratte da Al Jazeera, Middle East Eye, Haaretz
• Documenti ONU sui diritti umani in Palestina
• Analisi di Ilan Pappé, The Ethnic Cleansing of Palestine
• Interviste a Gideon Levy, Haaretz

Lo Stato-maschera: il modello-mafia come destino neoliberista

  1. Dalla criminalità all’istituzionalizzazione del dominio privato

Non siamo più di fronte a una semplice “infiltrazione” mafiosa dello Stato. La mutazione genetica delle istituzioni democratiche occidentali ha reso sempre più indistinguibile il confine tra legittimità pubblica e potere privato. Come ha lucidamente osservato Stefano Levi Della Torre, il “modello-mafia” non è più una minaccia esterna al corpo dello Stato: è un possibile esito politico, figlio del lungo processo di privatizzazione, disgregazione del patto sociale e centralità assoluta del profitto.

Da Silvio Berlusconi a Donald Trump, passando per Orban, Bolsonaro e Netanyahu, assistiamo alla progressiva normalizzazione di un sistema politico che assorbe le modalità operative della mafia: gestione familistica del potere, uso del denaro come strumento di consenso, sottomissione delle istituzioni pubbliche a logiche affaristiche e criminali, ostilità sistematica verso la magistratura e i corpi intermedi. Non si tratta di una metafora. È un sistema di governo reale, che riproduce il metodo mafioso dentro lo spazio della legittimità formale.

  1. Lo Stato come facciata: genealogia di una mutazione

La genealogia di questa metamorfosi affonda le radici nel pensiero stesso dello Stato. Max Weber definiva lo Stato come “monopolio legittimo della forza su un determinato territorio”. Ma, come ci ha insegnato Charles Tilly, questo monopolio non è nato in modo etereo o neutro: è il frutto di una guerra tra bande, di un potere predatorio che si istituzionalizza e si riveste di legalità. In quest’ottica, mafia e Stato non sono poli opposti, ma due modalità dello stesso dominio: l’una formale, l’altra informale; l’una riconosciuta, l’altra tollerata.

Norberto Bobbio ci offre una chiave decisiva: la mafia, diceva, è un “potere extralegale vicario”. Svolge funzioni pubbliche in assenza dello Stato, ne supplisce le mancanze, ne occupa gli spazi abbandonati. In Sicilia, la mafia nasce come garante del latifondo; a Napoli, come regolatore del mercato informale; in Calabria, come difesa armata delle famiglie contro lo Stato assente. Non è l’antitesi dello Stato: è la sua controfigura. E a volte, il suo alleato occulto.

  1. Privatizzazione e mafia: convergenze parallele

Oggi, quella funzione “vicaria” è diventata sistemica. La privatizzazione progressiva dello Stato – economica, normativa, culturale – ha prodotto un vuoto politico che viene riempito da attori privati, affiliativi, autoreferenziali. In questo spazio, la criminalità organizzata si muove con agio, mimetizzandosi nel tessuto legale. Il “capo” non è più solo il boss con la coppola, ma il manager che controlla fondi opachi, compra aziende in crisi, finanzia campagne elettorali e partecipa a tavoli di potere.

Reuters e altri studi recenti (NBER, CEPR) lo confermano: le mafie italiane, in particolare la ‘Ndrangheta, stanno spostando il loro focus da attività violente a frodi finanziarie, truffe sui fondi europei, manipolazione dei bilanci pubblici. È il passaggio dalla lupara alla fattura falsa, dalla violenza all’eleganza dell’illegalità “bianca”.

Secondo Legambiente, nel solo 2023 l’ecomafia ha generato quasi 9 miliardi di euro di fatturato illecito. Non solo rifiuti o cemento: sono le energie rinnovabili, le bonifiche, i servizi pubblici a essere colonizzati da consorzi mafiosi legalizzati. È la mafia-imprenditrice, non più in opposizione allo Stato, ma come parte della sua economia legale.

  1. La democrazia svuotata: egemonia, consenso e comunicazione

Il tratto distintivo di questa nuova fase non è la segretezza, ma la spettacolarizzazione. Trump e Berlusconi hanno mostrato che si può governare con metodi mafiosi senza nascondersi. Si può parlare alla “pancia” dell’elettorato, usare i media come arma di distrazione e costruire un’egemonia fondata sul carisma, sul successo personale, sul disprezzo per le regole.

Gramsci parlava di egemonia culturale come forma di consenso attivo. Oggi quell’egemonia è usata per legittimare la distruzione stessa della sfera pubblica. I nuovi leader non agiscono nell’ombra: sono sotto i riflettori, si mostrano come vincenti, creano narrazioni dove l’unico criterio è l’efficacia personale, il potere per sé, il disprezzo per il bene comune.

La politica diventa comunicazione, la democrazia si riduce a plebiscito digitale, e il cittadino si trasforma in follower. È il passaggio dall’homo politicus al cliente del potere.

  1. Il ruolo della magistratura e lo scontro tra mondi

In questo scenario, la magistratura rappresenta l’ultimo argine visibile. Ma è un argine sotto attacco, delegittimato costantemente da chi detiene potere economico e mediatico. La giurisdizione pubblica – che dovrebbe essere il cuore della democrazia – è trattata come una minaccia dai potentati privati che preferiscono l’arbitrio alla regola.

Le leggi ad personam, i condoni, gli attacchi sistematici alla giustizia sono parte di questa strategia. E il conflitto diventa ontologico: tra chi vuole una legalità universale, e chi reclama il diritto di farsi legge da sé. La magistratura viene trattata come corpo estraneo, quando è invece l’ultimo baluardo del principio di uguaglianza.

  1. Da Berlusconi a Trump: un processo storico, non personale

Ridurre tutto a Trump o Berlusconi sarebbe un errore. Essi sono solo gli epifenomeni di un processo più profondo: la dissoluzione della sfera pubblica sotto i colpi del neoliberismo. Con la crisi del fordismo, la distruzione dei sindacati, la precarizzazione dei corpi intermedi, l’erosione delle identità collettive, il cittadino è diventato atomo, l’individuo è stato lasciato solo.

La tecnologia, anziché democratizzare, ha spesso alimentato processi di plebiscitarismo, di controllo, di iper-comunicazione sterile. Il potere reale si è spostato altrove: verso l’alto, verso il privato, verso l’opaco.

  1. Conclusioni: oltre la retorica, una sfida politica

Il “modello-mafia” non è una degenerazione patologica: è una possibilità concreta del capitalismo contemporaneo. È la forma che prende il dominio quando si abbandonano i vincoli pubblici, quando la legalità viene derisa, quando il potere si trasforma in affare.

Resistere non significa solo invocare l’etica. Significa costruire alternative istituzionali, economiche, culturali. Rilanciare la partecipazione, la trasparenza, il controllo popolare. Significa riconoscere che lo Stato, per non diventare un fantoccio in mano ai potenti, deve essere rifondato dal basso, ricostruito nelle sue funzioni pubbliche, restituito al popolo.

Non possiamo più permetterci di osservare con distacco. Il guscio dello Stato rischia di essere indossato dal crimine organizzato, non più come parassita, ma come legittimo erede. Sta a noi, oggi, spezzare questa catena.

Anchorage, il vertice della scena: Trump e Putin tra passerelle e stalli geopolitici

L’incontro tra Donald Trump e Vladimir Putin, andato in scena il 15 agosto ad Anchorage, Alaska, resterà negli annali più per la coreografia che per i contenuti. Tappeti rossi, un bombardiere B-2 e caccia F-22 a sorvolare i cieli, persino la limousine presidenziale “The Beast” messa in bella mostra: la scenografia era quella di un film a metà tra Top Gun e House of Cards. Ma dietro il sipario, la sostanza è stata scarna, e lo sforzo diplomatico si è rivelato molto più un atto di relazioni pubbliche che un passo avanti verso la pace.

Una prima volta che sa di déjà vu

Putin tornava negli Stati Uniti per la prima volta dopo oltre dieci anni, e lo faceva in una base militare, simbolo di forza e sovranità americana. Un terreno scelto con cura da Trump per rafforzare l’immagine del comandante in capo pronto a “negoziare da una posizione di potenza”. In realtà, l’incontro che avrebbe dovuto essere un faccia a faccia si è trasformato in una riunione a quattro: accanto a Trump, il segretario di Stato Marco Rubio e l’inviato Steve Witkoff; al fianco di Putin, il fedele Lavrov e l’assistente Yury Ushakov.

Due ore a porte chiuse

Il cuore del summit si è consumato lontano dagli occhi della stampa, per oltre due ore. Un dettaglio non irrilevante, perché il briefing successivo non ha previsto alcuna possibilità di domande: una scelta che tradisce non tanto riservatezza, quanto la volontà di sottrarre i contenuti a qualsiasi verifica immediata. E infatti, di contenuti veri e propri, ne sono usciti pochi.

Le condizioni di Putin, le parole di Trump

Sul tavolo c’era l’Ucraina. Ma né un cessate il fuoco né un percorso di pace sono stati definiti. Trump ha parlato di “progresso” e “produttività”, ma senza tradurli in atti concreti. Putin ha ripetuto le sue linee rosse: niente NATO per Kiev e mantenimento del controllo russo sulle regioni del Donbass. Condizioni già note, che inchiodano il confronto in un vicolo cieco.

Gli esclusi e i delusi

Le assenze pesano quanto le presenze. Zelensky e l’Ucraina sono stati tenuti fuori dal tavolo, scelta che ha sollevato critiche da più parti. Per gli alleati europei, il summit ha offerto a Putin una vetrina internazionale senza contropartite, alimentando la percezione di un’Occidente diviso e contraddittorio. Per gli stessi ucraini, l’incontro è stato “inutile” e privo di prospettive.

I segnali, più che i fatti

Il passo più rilevante, se così si può dire, è stato l’invito di Putin a Trump a recarsi a Mosca. Un gesto simbolico, dal peso diplomatico più che operativo. Trump, dal canto suo, ha rimandato la palla nel campo europeo e ucraino, lasciando intendere che il prossimo passo non spetta a lui.

L’analisi: un vertice di fumo e specchi

In definitiva, Anchorage non ha prodotto svolte. Ha regalato a Trump l’immagine di negoziatore instancabile e a Putin quella di leader ancora al centro del gioco globale. Ma per il conflitto in Ucraina nulla è cambiato: nessun accordo, nessun cronoprogramma, nessun impegno condiviso.

È stato, a tutti gli effetti, un vertice di scena: grande spettacolo, zero sostanza. E mentre l’Occidente discute sulle passerelle, la guerra continua a bruciare.

Multipolarismo o teatro geopolitico?

Il vertice di Anchorage mostra il vero volto del mondo che si sta ridisegnando: un multipolarismo fragile, fatto più di simboli che di strategie. Trump usa Putin come pedina per affermare di non essere succube della vecchia NATO, Putin sfrutta Trump per spezzare l’isolamento occidentale e riaffermare la sua centralità. Ma intanto, le potenze emergenti – dalla Cina all’India, fino all’Iran e al Sud globale – osservano e prendono nota: in questo gioco di ombre tra Washington e Mosca, lo spazio lasciato libero diventa terreno fertile per nuove alleanze e nuovi equilibri. Se il multipolarismo si riduce a una passerella senza contenuti, non sarà l’alba di un mondo più giusto, ma l’ennesima recita in cui i popoli pagano il prezzo delle ambizioni altrui.

Migrazioni e morte di Stato: il crimine sistemico dell’Occidente

Nessuno potrà dire “non sapevamo”. Perché oggi tutto è visibile, tutto è tracciabile, tutto è noto. Le rotte migratorie sono solchi di sangue impressi nel Mediterraneo, nei deserti africani, nei boschi dei Balcani, tra le recinzioni d’Europa e i Lager libici. Eppure, nel cuore di questo orrore reiterato, l’Occidente continua a girarsi dall’altra parte, quando non è direttamente complice. Siamo dinanzi a una forma di omicidio colposo di massa, istituzionalizzato e sistemico, che si maschera da realpolitik, si traveste da emergenza, e si giustifica con la “lotta al traffico di esseri umani”.

La menzogna dell’“emergenza migranti”

Le migrazioni, contrariamente a quanto suggeriscono i media e i governi, non sono un’eccezione. Sono la norma di questo secolo. Il XXI secolo sarà ricordato come il secolo delle migrazioni forzate, determinate da tre vettori centrali: guerre (spesso alimentate proprio dalle potenze occidentali), cambiamento climatico (di cui l’Occidente è storicamente il primo responsabile) e iniquità strutturale globale (il frutto avvelenato del colonialismo e del neoliberismo).

Secondo l’UNHCR, nel 2024 più di 120 milioni di persone nel mondo sono state costrette ad abbandonare la propria casa, il numero più alto mai registrato. Ma nonostante ciò, l’Europa continua a fingere che sia un’invasione. Come se la vita di un rifugiato valesse meno della stabilità psicologica di un cittadino bianco impaurito dalla retorica sovranista.

Il rovesciamento della narrativa: l’Occidente invaso

È un paradosso cinico: l’Occidente, che per secoli ha invaso il mondo, oggi si sente invaso. Le destre cavalcano questa percezione deformata, trasformando i migranti in capri espiatori del declino economico, morale e identitario delle società europee. E la sinistra? O tace, o si adegua. Troppo timorosa per difendere apertamente il diritto all’asilo, troppo attenta a non perdere il consenso di un’elettorato smarrito e rancoroso. Così, anche i partiti progressisti finiscono per sostenere, direttamente o indirettamente, accordi criminali con regimi autoritari – dalla Turchia alla Tunisia, dalla Libia all’Egitto – per “esternalizzare” la frontiera e i respingimenti.

Ma esternalizzare significa de-responsabilizzare. Significa sapere – e accettare – che quei migranti verranno picchiati, torturati, violentati o abbandonati nel deserto. Eppure l’UE continua a finanziare quei governi. Il che trasforma ogni euro versato in un mandato tacito alla barbarie.

Dai crimini per omissione ai crimini per deterrenza

Non si tratta più di semplici omissioni di soccorso. Quelle, seppur gravi, implicano un’impossibilità momentanea o una negligenza occasionale. Qui siamo davanti a scelte politiche deliberate, ripetute e strutturate. Si lasciano affondare barche, si abbandonano donne incinte nei deserti, si impedisce alle ONG di salvare vite in mare, si criminalizzano i soccorritori. Non è disorganizzazione. È terrorismo dissuasivo di Stato. Un calcolo preciso: più morti in mare = meno partenze future. Un’equazione raccapricciante, ma ormai consolidata nelle menti ciniche delle cancellerie europee.

Come si può definire una tale condotta? Se non è omicidio doloso, perché manca l’intenzione esplicita di uccidere, è senz’altro omicidio colposo seriale, con aggravanti morali e sistemiche. Eppure, nessun tribunale internazionale lo ha ancora riconosciuto come crimine contro l’umanità.

Lemkin, la Shoà e l’indifferenza di oggi

Dopo l’Olocausto, Raphael Lemkin inventò il termine “genocidio” e ne ottenne l’inserimento nel diritto internazionale. Lo fece per dare nome a un orrore che non poteva restare muto. Oggi manca un Lemkin che si batta per il riconoscimento giuridico dell’omicidio colposo di massa, inteso come crimine di sistema praticato dagli Stati democratici contro i migranti.

Non si tratta di paragonare le rotte migratorie ai lager nazisti. Ma c’è una domanda scomoda che ci riguarda tutti: come verrà ricordata la nostra generazione? Per il collasso climatico? Per l’apatia politica? O per aver voltato le spalle a milioni di esseri umani condannati a morte in nome del consenso elettorale?

Il Mediterraneo: un cimitero sorvegliato

I dati parlano da soli. Solo nel 2023, oltre 3.000 persone sono morte nel Mediterraneo, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. Molte altre sono “disperse”, cioè inghiottite dall’acqua e dalla burocrazia. Il Mar Mediterraneo è diventato il confine più letale del mondo, e l’Europa ha fatto di tutto per renderlo tale. Il recente accordo tra Italia e Albania per creare centri di detenzione extra-territoriali è solo l’ultima mostruosità in ordine di tempo.

Sotto la patina della legalità, della “gestione dei flussi”, del “contenimento”, si cela un progetto strutturato di dissuasione violenta e disumanizzante. E ogni morte in mare è funzionale a questo disegno. Ogni corpo sulla spiaggia è un monito.

È tempo di nominare il crimine

La gravità dell’attuale situazione richiede un salto di paradigma. Non bastano le lacrime, i comunicati, gli appelli umanitari. Serve una nuova categoria giuridica internazionale che riconosca e persegua l’omicidio colposo di massa da parte degli Stati. Un crimine che non è più invisibile né accidentale, ma sistemico, calcolato, diffuso.

Così come un tempo si negava il genocidio per non vederlo, oggi si evita di nominare il crimine che si consuma ogni giorno alle nostre frontiere. Ma se davvero crediamo in una giustizia universale, allora dobbiamo avere il coraggio di dire: le politiche migratorie dell’Occidente non sono solo fallimentari, sono criminali.

Fonti e approfondimenti
• UNHCR, Global Trends 2024
• IOM (International Organization for Migration), Missing Migrants Project
• Amnesty International, Rapporto 2023 su Libia, Tunisia e politiche UE
• Human Rights Watch, Libya: Nightmarish Detention for Migrants
• Altreconomia, La filiera dei respingimenti europei
• European Parliament Research Service, Externalization of EU Migration Policy

“Peggio del nazismo”: Gaza e il genocidio in diretta mondiale

Non ci sarà un secondo 27 gennaio. Non ci sarà una data della memoria postuma, né la possibilità di dire “non sapevamo”. Perché questa volta lo sappiamo, lo vediamo, lo ascoltiamo. In diretta. Ogni giorno. Gaza brucia sotto i nostri occhi e l’umanità intera assiste in silenzio. Non dopo. Non troppo tardi. Adesso.

Il genocidio in corso non è nascosto nei campi di sterminio lontani dal mondo civile, non è celato dietro muri di filo spinato e nebbie propagandistiche. È in prima serata, è sui social, è sulle homepage dei quotidiani. Eppure niente si muove. Nulla cambia. Le bombe continuano a cadere. I bambini continuano a morire. E la comunità internazionale continua a tacere. È peggio del nazismo. Perché l’orrore oggi è visibile, tangibile, indifendibile.

Gaza: un popolo sotto assedio e sotto silenzio

Le parole pronunciate da Netanyahu negli ultimi giorni non sono quelle di un leader impegnato in una difesa militare. Sono le parole di un fanatico messianico, che proclama apertamente di portare avanti una “missione storica e spirituale”, quella della “Grande Israele”. Una visione teocratica, suprematista, che si regge sullo sterminio sistematico di un’intera popolazione civile.

Il nuovo “piano operativo” approvato dall’esercito israeliano non ha nulla di militare: è un progetto di svuotamento. Svuotare Gaza, deportare i suoi abitanti, distruggere ogni traccia di vita, impedire il ritorno, colonizzare. È un piano di pulizia etnica travestito da “azione umanitaria”, il tutto mentre si cercano Paesi – come il Sud Sudan – disponibili ad accogliere i profughi espulsi. Il genocidio ha il suo business plan. E il mondo guarda.

Non si tratta solo di Gaza City

Il piano militare, giustificato da Tel Aviv come un’offensiva contro Hamas, ha in realtà l’obiettivo di conquistare l’intera Striscia e ridurne la popolazione a una massa di profughi ammassati a sud, in una zona desertica chiamata al-Mawasi, che rappresenta solo il 25% del territorio di Gaza. Si parla di 2 milioni di persone da confinare in una zona senza acqua, senza elettricità, senza ospedali.

Nel frattempo, l’80% degli edifici civili di Gaza City è già stato distrutto. Ma non basta. L’ordine è di radere al suolo ciò che resta, come fatto a Beit Hanoun. Bulldozer privati, appaltatori ben pagati, protetti dall’esercito, impiegheranno più di un anno per eliminare anche gli scheletri di cemento.

La strategia è chiara: rendere Gaza invivibile, distruggere ogni possibilità di ritorno, e poi spacciare il reinsediamento forzato per “soluzione umanitaria”. È la stessa logica della Nakba del 1948, aggiornata all’era dei droni e dei satelliti. Ma con una differenza cruciale: oggi il mondo vede tutto.

La nuova Shoah dei palestinesi

Allora, nel 1945, si poteva ancora dire “non lo sapevamo”. Oggi no. Chiunque abbia un telefono, una televisione, un computer, lo sa. E se tace, è complice.

L’Occidente che predica “Mai più” mentre finanzia Tel Aviv, che partecipa a conferenze contro l’antisemitismo mentre approva il massacro di civili palestinesi, è il volto più ipocrita di questo tempo. Mai più, ma solo per alcuni. Le bombe che Israele lancia su Gaza portano le firme di Stati Uniti, Germania, Italia. Le navi attraccano con i rifornimenti. Gli F-35 decollano. I milioni scorrono.

Nel frattempo, le piazze europee che osano gridare “Stop al genocidio” vengono represse con accuse di antisemitismo, mentre voci pubbliche e istituzioni religiose si schierano con l’ideologia di morte del governo israeliano. Una vergogna che resterà nella storia.

I numeri della catastrofe
• Oltre 70.000 morti documentati a Gaza, di cui 18.500 bambini.
• 90% degli edifici scolastici distrutti.
• Zero ospedali funzionanti a Gaza City.
• Carichi umanitari bloccati o razionati, mentre le aziende private israeliane speculano sulla fame dei palestinesi.
• Accordi oscuri con Paesi africani per deportare i profughi e creare campi permanenti in cambio di investimenti e armi.

E tutto questo sotto gli occhi delle Nazioni Unite, delle ONG, dei governi europei. Il genocidio è social. L’indifferenza è istituzionale.

Nessuno potrà dire: io non sapevo

Nessuno potrà dire: “non sapevo, non immaginavo, non credevo.” Non solo vediamo. Condividiamo. Postiamo. Commentiamo. Eppure, in larga parte, restiamo immobili. Paralizzati da una propaganda che ha reso Israele intoccabile e i palestinesi colpevoli a prescindere. Una narrazione che ha trasformato la vittima in carnefice e ha legittimato il carnefice in eterno perseguitato.

Non c’è più tempo per l’ambiguità. Chi tace è complice. Chi giustifica, partecipa. Chi volta le spalle, si sporca le mani.
Conclusione: il tribunale della storia ci aspetta

La Storia, quella vera, ci sta guardando. Fra qualche decennio, i libri parleranno di ciò che è accaduto a Gaza come di uno dei più gravi genocidi del XXI secolo. Ma ciò che scriveranno sulle nostre democrazie, sulla nostra stampa, sui nostri governi, sui nostri intellettuali, dipenderà da quello che faremo oggi. Adesso. Perché nessuno potrà dire: non sapevo.

E allora diciamolo. Scriviamolo. Urliamolo. Questo non è un conflitto. Questo è un genocidio. È un crimine contro l’umanità. E sta accadendo adesso.

Fonti principali integrate:
• Haaretz (Dahlia Scheindlin)
• Associated Press
• Amnesty International
• Human Rights Watch
• OCHA – Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari
• Post e commenti pubblici sui social media
• Al Jazeera, Middle East Eye, Mondoweiss
• Fonti incrociate sul reinsediamento forzato dei palestinesi in Paesi terzi

Verso un socialismo algoritmico? L’intelligenza artificiale e la sfida ai mercati

In un tempo in cui il capitalismo globale sembra non conoscere alternative visibili, un’idea che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata bizzarra si fa strada tra economisti, attivisti e tecnologi radicali: può l’intelligenza artificiale (IA) sostituire – o quantomeno integrare e ridefinire – il ruolo dei mercati nel coordinamento economico?

L’interrogativo non è retorico né filosofico, ma profondamente politico. Riguarda chi controlla la produzione, chi decide l’allocazione delle risorse, e in definitiva, quale società vogliamo costruire. Partendo dalla riflessione di Andrea Genovese, che a sua volta dialoga con Carlo L. Cordasco e le teorie di Oskar Lange, possiamo cercare di dare una risposta articolata e concreta. Non una fantasia, ma una proposta praticabile. E, forse, rivoluzionaria.

L’illusione del mercato come unica forma di coordinamento

Per troppo tempo, i mercati sono stati descritti come meccanismi naturali e insostituibili per organizzare la vita economica. Ma, come ci insegna una lunga tradizione che va da Marx a Lange, passando per Brus e Devine, il mercato non è una legge di natura. È un’istituzione storica. E come ogni istituzione, può essere superata.

La critica socialista non nega il ruolo informativo dei prezzi né la capacità dei mercati di scoprire conoscenza dispersa tra agenti economici. Ma rifiuta l’assioma secondo cui i mercati siano moralmente e funzionalmente superiori a qualsiasi altro sistema.

Al contrario, sostiene che l’obiettivo della produzione economica non debba essere il profitto, ma la soddisfazione dei bisogni sociali, il benessere collettivo, la libertà e la sostenibilità. E se nuove tecnologie possono aiutarci a coordinare l’economia in modo più efficiente, trasparente e democratico, perché dovremmo continuare ad accettare l’anarchia del mercato?

L’IA come alternativa (non tecnocratica) al caos capitalista

Oggi ci troviamo in una condizione nuova. Le ragioni per cui i socialisti del Novecento hanno spesso fallito – mancanza di dati, lentezza dei processi decisionali, incapacità di correggere gli errori in tempo reale – sono oggi potenzialmente superabili.

L’IA non è solo uno strumento predittivo. È un’infrastruttura cognitiva, capace di:
• processare enormi quantità di dati;
• simulare scenari;
• apprendere da feedback continui;
• allocare risorse in tempo reale su base adattiva.

Nel settore privato, queste capacità sono già una realtà. Le multinazionali utilizzano reti neurali per ottimizzare la logistica, i consumi energetici, la distribuzione dei beni. Le smart grid regolano la produzione e il consumo di elettricità in modo decentralizzato. Gli algoritmi dei social media allocano attenzione e pubblicità, spesso in modo cinico ma sempre più efficiente.

Il paradosso è che la pianificazione economica esiste già. Ma è in mano a soggetti privati, orientati dal profitto e non dal bene comune.

Socialismo digitale, non tecnocrazia

Immaginare un socialismo algoritmico non significa sognare una tecnocrazia autoritaria che sostituisca l’uomo con le macchine. Significa riappropriarsi collettivamente della tecnologia, per usarla in modo democratico, partecipato, trasparente.

In questo quadro, l’IA potrebbe diventare il motore di una nuova pianificazione partecipativa, capace di:
• anticipare bisogni sociali;
• ridurre gli sprechi;
• correggere in tempo reale le inefficienze;
• creare sistemi di feedback tra pari, superando la logica della concorrenza distruttiva.

Si tratta di costruire nuove istituzioni, nuove architetture politiche in cui la gestione economica non sia più il privilegio di pochi capitalisti o tecnocrati, ma l’espressione di una democrazia reale, distribuita, accessibile a tutti.

Un mosaico ibrido per superare la scarsità

Non si tratta di abolire i mercati da un giorno all’altro. Ma di ridisegnarne i confini, come suggerisce Carlo Cordasco. In molti settori – soprattutto quelli digitali, dove il costo marginale tende a zero – la scarsità è già una finzione. In questi ambiti, l’IA può sostituire i prezzi con protocolli di accesso equo, reti distribuite, allocazione algoritmica.

In altri settori, dove la scarsità è ancora reale (come nella produzione alimentare, energetica, abitativa), l’IA può coadiuvare i mercati, migliorandone la trasparenza, riducendo la speculazione, anticipando le crisi. Il tutto sotto il controllo di istituzioni pubbliche, cooperative o comunitarie, e non delle multinazionali.

Il nodo politico: a chi appartiene l’IA?

La vera battaglia, dunque, non è tecnica, ma politica. Chi controllerà l’intelligenza artificiale? Chi avrà accesso ai dati? Chi programmerà gli algoritmi? La posta in gioco è altissima.

Se continueremo a lasciare che siano Amazon, Google, Meta o il Pentagono a disegnare il futuro, avremo un mondo più efficiente, sì, ma anche più diseguale, più opaco, più autoritario.

Ma se riusciremo a costruire un fronte che unisca ricercatori, movimenti sociali, lavoratori, amministrazioni locali e soggetti politici progressisti, allora potremo fare dell’IA un acceleratore di giustizia, e non di dominio.

Conclusione: riscrivere la grammatica del possibile

Il dibattito aperto da Cordasco e ripreso da Genovese non è un esercizio accademico. È un invito a riscrivere la grammatica del possibile, ad abbandonare la religione del mercato e ad affacciarsi con coraggio a un futuro in cui tecnologia e democrazia si sostengano a vicenda.

Non si tratta di sognare un’utopia disincarnata, ma di cominciare a costruire – passo dopo passo – un ecosistema economico che metta al centro la dignità, la partecipazione, l’intelligenza collettiva.

In un’epoca segnata da crisi ecologiche, guerre, diseguaglianze crescenti, non possiamo più permetterci di lasciare l’economia alla spontaneità del profitto. È tempo di immaginare – e praticare – un altro modo di produrre, vivere, decidere. E forse, per farlo, ci serve proprio quell’alleato controverso che chiamiamo intelligenza artificiale.

Fonte :
Andrea Genovese, L’IA può sostituire i mercati? Una risposta socialista di mercato a Carlo L. Cordasco, pubblicato su Jacobin Italia.