Gli escursionisti

Chiamare «escursionisti» i coloni armati entrati nel villaggio palestinese di Tell non è una svista lessicale: è il sintomo di un servizio pubblico che ha smesso di scegliere da sé le proprie parole

Ci sono notizie che durano quaranta secondi e pesano più di un editoriale. Tra il 24 e il 25 luglio 2026, all’ora di cena, il Tg1 e il Tg2 hanno spiegato agli italiani, con la voce del corrispondente in Israele Giovan Battista Brunori, che «un gruppo di palestinesi ha attaccato alcuni israeliani che stavano facendo un’escursione». Quella mattina, nei pressi del villaggio palestinese di Tell, a sud-ovest di Nablus, erano morte sei persone: quattro palestinesi e due israeliani. In quella frase non c’è, tecnicamente, nulla di inventato. C’è però una scelta lessicale, e in informazione le scelte lessicali non sono mai neutre: chi decide come chiamare le persone decide, nello stesso istante, chi sia l’aggressore e chi l’aggredito, che cosa sia un’escursione e che cosa un’incursione, che cosa vada spiegato e che cosa possa essere dato per scontato.

La polemica che ne è seguita, esplosa sui social e arrivata fino al consiglio d’amministrazione della Rai, è stata liquidata da molti come l’ennesima schermaglia estiva. Non lo è. Il caso della parola «escursionisti» è interessante proprio perché è piccolo: mostra, in una sola inquadratura, come funziona oggi la catena che porta un comunicato militare dentro il salotto di casa di milioni di persone, e in quali condizioni istituzionali, economiche e sindacali si trovi l’azienda che quella catena dovrebbe interrompere.

1. Sei morti a Tell, due racconti inconciliabili

I fatti, per quanto è possibile ricostruirli, risalgono alla mattina di venerdì 24 luglio 2026. Un gruppo di israeliani provenienti dall’area dell’insediamento di Havat Gilad si è avvicinato al villaggio palestinese di Tell, alla periferia di Nablus. Ne è nato uno scontro, prima fisico e poi armato, conclusosi con la morte di quattro palestinesi e di due israeliani e con almeno otto feriti, alcuni in condizioni critiche. Il ministero della Salute palestinese di Ramallah ha reso noto che le quattro vittime palestinesi appartenevano tutte allo stesso nucleo familiare. Le vittime israeliane erano un colono di trentadue anni residente a Havat Gilad e un militare di ventisette anni, comandante di batteria di un reparto di artiglieria.

Sull’origine dell’episodio esistono due versioni inconciliabili. Secondo il portavoce dell’esercito israeliano, i militari sono intervenuti per soccorrere un gruppo di «escursionisti» israeliani aggrediti da residenti palestinesi; nel corso dello scontro un palestinese avrebbe sottratto l’arma d’ordinanza al responsabile della sicurezza dell’insediamento e aperto il fuoco, uccidendo i due israeliani prima di essere a sua volta ucciso. Secondo i media e le autorità palestinesi, invece, alla base di tutto c’è un’incursione: un gruppo di coloni entrato nella zona orientale del villaggio, con il tentativo di forzare l’ingresso in due abitazioni, seguito da un secondo assalto, questa volta con la copertura dei militari.

Le due ricostruzioni non si equivalgono sul piano della verificabilità. La stampa israeliana, citata anche dai quotidiani italiani, ha riferito che il gruppo era composto anche da uomini armati e da minori e che era entrato in un’area classificata A e B, nella quale ai cittadini israeliani è vietato accedere senza un preventivo coordinamento con l’esercito: coordinamento che, per ammissione delle stesse forze armate, non c’era stato. Si è trattato dunque, nel lessico dei reporter israeliani, di un ingresso illegale. Nelle ore successive lo stesso esercito ha riconosciuto che alcuni dei civili coinvolti erano armati e che entrambe le parti avevano aperto il fuoco prima dell’intervento dei militari; e non ha escluso l’ipotesi che i due israeliani siano stati colpiti da fuoco incrociato. Dalle immagini disponibili, ha osservato «il Post», non è possibile stabilire con certezza chi abbia sparato i colpi mortali.

Quel che è certo è ciò che è avvenuto dopo. Il governo israeliano ha annunciato «azioni decise», la demolizione dell’abitazione della famiglia di uno dei palestinesi coinvolti e l’accelerazione delle procedure per nuovi insediamenti nell’area. L’esercito ha disposto un massiccio dispiegamento, un cordone militare attorno a Nablus e il coprifuoco in alcuni villaggi; il sindaco di Tell, Walid Zidan, ha riferito che circa settanta abitanti del villaggio palestinese sono stati fermati e interrogati in un’abitazione trasformata in centro di interrogatorio. Nei giorni immediatamente successivi gruppi di coloni hanno attaccato o tentato di attaccare altri villaggi dell’area, fra cui Jit e Far’ata, e sono state incendiate due moschee. Nessuna «escursione», per quanto sfortunata, produce ordinariamente una simile catena di conseguenze militari e amministrative.

2. La formula andata in onda

Il racconto offerto dai telegiornali del servizio pubblico ha seguito una direzione diversa. Nei servizi mandati in onda dal Tg1 e dal Tg2 fra il 24 e il 25 luglio, e nei collegamenti in diretta curati dal corrispondente Giovan Battista Brunori, capo della sede Rai in Israele, la vicenda è stata riassunta nella formula secondo cui un gruppo di palestinesi avrebbe attaccato alcuni israeliani impegnati in un’escursione. La versione è stata ribadita anche negli interventi dal vivo.

È utile essere precisi su ciò che si sta contestando. Non si tratta di una notizia falsa in senso stretto: quella frase riproduce fedelmente la prima comunicazione ufficiale dell’esercito israeliano. Il problema è di un altro ordine e riguarda il cuore del mestiere. Una redazione può riferire la versione di una parte in causa, purché la attribuisca esplicitamente a chi l’ha formulata e la metta a confronto con le altre ricostruzioni disponibili. Ciò che non può fare, senza rinunciare alla propria funzione, è assumere quella versione come voce propria del narratore, trasformando l’affermazione di un belligerante nella descrizione oggettiva dell’accaduto.

La differenza fra «l’esercito israeliano sostiene che si trattasse di escursionisti» e «alcuni israeliani stavano facendo un’escursione» è tutta qui, e non è una sottigliezza accademica: è la distanza fra il giornalismo e la trascrizione. In una vicenda in cui esistono due versioni radicalmente opposte, il servizio pubblico non è chiamato a scegliere quale delle due sia più simpatica, ma a segnalare al pubblico che una scelta è in corso. Quando questa segnalazione scompare, lo spettatore non riceve un’informazione parziale: riceve un’informazione che si presenta come completa e non lo è.

L’asimmetria, del resto, non riguarda soltanto il verbo. Riguarda anche il modo in cui si contano i morti. Delle due vittime israeliane la stampa ha diffuso rapidamente nome, età, residenza, grado militare, storia personale; delle quattro vittime palestinesi è rimasto quasi ovunque un numero e una circostanza, l’appartenenza a un unico nucleo familiare. È una disparità che nessuna redazione decide consapevolmente e che tuttavia si riproduce con regolarità: da un lato individui con una biografia, dall’altro una cifra. Anche per questo, in questo articolo, nessuno dei sei uccisi viene chiamato per nome: finché non è possibile nominarli tutti, nominarne soltanto una parte significa già stabilire chi merita di essere ricordato come persona.

3. Dal comunicato militare al telegiornale

Il percorso della parola è ricostruibile con esattezza. «Escursionisti» è il termine impiegato nei primi comunicati delle forze armate israeliane, come hanno rilevato numerosi utenti e come ha documentato l’account Global Sumud Italia, secondo cui «la propaganda non è sempre qualcosa di lontano: a volte entra direttamente nel salotto di casa, all’ora di cena, dal telegiornale del servizio pubblico». Quel termine è poi passato, senza filtri e senza virgolette di attribuzione, nel parlato dei notiziari italiani.

Il paradosso è che nel frattempo la fonte originaria si era già parzialmente corretta, riconoscendo la presenza di persone armate. Il servizio pubblico italiano è arrivato dunque in ritardo persino rispetto al comunicato che stava riproducendo. È il segno di un meccanismo ben noto a chi studia la produzione dell’informazione internazionale: nelle redazioni compresse dai tempi e dalle risorse, la fonte istituzionale più organizzata, più rapida e più abituata a parlare la lingua dei media occidentali finisce per fissare la cornice interpretativa iniziale, e quella cornice raramente viene poi smontata negli aggiornamenti successivi.

Non serve immaginare né intenzioni né direttive per spiegare l’accaduto. Basta osservare che, in assenza di un contrappeso editoriale forte, la parola del più forte diventa automaticamente la parola predefinita. È esattamente per costruire quel contrappeso che esiste un servizio pubblico finanziato da tutti; ed è esattamente lì che la ferita, in questo caso, si è aperta.

4. Che cosa cancella la parola «escursione»

Va detto con la massima chiarezza, perché è il punto su cui tutto ruota: la parola «escursionisti» non si riferiva ai palestinesi di Tell. Designava i cittadini israeliani armati provenienti dall’insediamento di Havat Gilad, cioè i coloni che quella mattina erano entrati nel villaggio palestinese. È esattamente in questo scarto che si consuma la manipolazione. Un’incursione compiuta da uomini armati in un’area del territorio occupato nella quale non avevano titolo per entrare viene ribattezzata escursione; e chi la compie diventa, nel racconto, un gruppo di gitanti sorpresi dalla violenza altrui. Cambiata la parola, si rovescia il rapporto fra i soggetti: chi entra armato in casa d’altri smette di essere l’aggressore e diventa la parte aggredita, mentre chi si oppone all’ingresso diventa l’assalitore.

Non è un vezzo stilistico: quella parola cancella una precisa categoria giuridica. I coloni non sono visitatori occasionali, sono i protagonisti di un processo di insediamento che il diritto internazionale considera illecito. Gli insediamenti israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme Est sono infatti illegali in quanto contrari all’articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra, che vieta alla potenza occupante di trasferire parte della propria popolazione civile nel territorio occupato. Il 19 luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia, con un parere consultivo richiesto dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha stabilito che l’intera occupazione dei Territori palestinesi è illegale, che Israele ha l’obbligo di porvi fine il più rapidamente possibile, di cessare ogni nuova attività di insediamento, di evacuare i coloni e di risarcire i danni, e che tutti gli Stati hanno il dovere di non riconoscere come legittima la situazione così creata.

Havat Gilad, l’insediamento da cui proveniva il gruppo, è illegale perfino secondo l’ordinamento israeliano: nasce nel 2002 come avamposto non autorizzato, viene più volte evacuato e ricostruito e nel 2018 entra in una procedura di regolarizzazione che, secondo l’organizzazione israeliana Peace Now, non è mai stata completata. Definire «escursionisti» i coloni armati che ne sono usciti quella mattina significa quindi sottrarre allo spettatore, in una sola parola, l’intera cornice di illegalità entro cui l’episodio si colloca: illegale l’occupazione, illegale l’insediamento, non autorizzato l’ingresso nel villaggio.

Il contesto quantitativo non è meno rilevante. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari segnala che nel solo 2026 oltre tremiladuecento palestinesi sono stati costretti ad abbandonare le proprie abitazioni a causa degli attacchi dei coloni e delle demolizioni. Secondo il bilancio diffuso da Radio Onda d’Urto, all’inizio dell’ultima settimana di luglio i palestinesi uccisi nei governatorati della Cisgiordania dall’inizio dell’anno erano ottantadue, ventuno dei quali per mano di coloni. Sono numeri che descrivono un processo continuativo di espropriazione e di violenza, non una sequenza di incidenti isolati; e un processo continuativo esige, per essere raccontato, un vocabolario che ne renda visibile la struttura.

Qui sta il nocciolo politico della questione. Il linguaggio dell’informazione non descrive soltanto la realtà: contribuisce a costruire ciò che il pubblico ritiene normale. Una popolazione abituata per anni a sentire parlare di «scontri», «tensioni» e «visitatori» finirà per rappresentarsi l’occupazione come un conflitto simmetrico fra due parti equivalenti, anziché come un rapporto strutturale fra un potere che occupa e una popolazione che subisce. Il consenso alla passività dei governi europei si costruisce anche così, una parola alla volta.

5. Le proteste arrivano a viale Mazzini

La reazione dell’opinione pubblica è stata immediata e non riconducibile a un solo schieramento. Sui social sono comparsi migliaia di messaggi critici; l’autore Pablo Trincia ha reso pubblica la mail di protesta inviata direttamente a Brunori; il commento del giornalista Andrea Scanzi sul «crollo inesorabile» del servizio pubblico ha raccolto decine di migliaia di reazioni. Sul sito di Articolo21, Sandra Cecchi ha parlato di «disonore» non soltanto per l’autore del servizio ma per la catena di responsabilità redazionale che ne ha autorizzato la messa in onda, sollecitando una presa di posizione dei sindacati e dell’Ordine dei giornalisti.

Soprattutto, la questione è arrivata dove raramente arriva. In una nota congiunta, i consiglieri d’amministrazione della Rai Alessandro di Majo, Davide Di Pietro e Roberto Natale hanno confermato l’arrivo di rimostranze al consiglio, osservando che è legittimo chiedere che l’occupazione condotta dai coloni con il sostegno del governo israeliano sia chiamata con il proprio nome e non «derubricata a passeggiata turistica», e che compete al servizio pubblico evitare di farsi portavoce, anche involontariamente, di posizioni propagandistiche.

Il richiamo alla involontarietà è, dal punto di vista analitico, la parte più interessante della nota. Perché sposta il problema dal piano delle intenzioni individuali a quello delle condizioni di lavoro e di governo di un’azienda: se un’organizzazione produce sistematicamente errori orientati sempre nella stessa direzione, la spiegazione non va cercata nella psicologia dei singoli, ma nell’architettura che li circonda.

6. Un’azienda senza vertice e senza controllo

Quell’architettura, oggi, è in evidente sofferenza. La presidenza della Rai è vacante dall’ottobre 2024. La commissione parlamentare di vigilanza, organo di controllo del servizio pubblico, è rimasta paralizzata per quasi due anni dal braccio di ferro sulla nomina della presidente designata Simona Agnes, che richiede una maggioranza qualificata dei due terzi: la maggioranza di governo ha ripetutamente fatto mancare il numero legale, l’opposizione ha negato i voti chiedendo un nome di garanzia. Nell’arco di diciotto mesi la commissione si è riunita una sola volta nel merito, il 25 marzo 2026, per l’audizione dell’amministratore delegato Giampaolo Rossi.

Lo stallo è stato censurato pubblicamente dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, secondo cui non è accettabile che dopo un anno e mezzo il servizio pubblico nazionale sia privo dell’assetto dei propri organi amministrativi e che la vigilanza non sia in grado di esercitare i propri compiti. Il 2 luglio 2026 si è consumato l’epilogo: le dimissioni di tutti i componenti di opposizione, compresa la presidente Barbara Floridia, seguite da quelle dei componenti di maggioranza. Un organo di controllo parlamentare si è, di fatto, autodissolto.

È in questo vuoto che si colloca l’episodio dei telegiornali. Un’azienda priva di presidente, sottratta per due anni al controllo parlamentare e con una linea editoriale governata di fatto dai rapporti di forza politici non dispone degli anticorpi necessari a riconoscere e correggere in tempo reale un errore di framing su una materia internazionale delicatissima. Non è una questione di buona o cattiva fede: è una questione di ingegneria istituzionale.

7. Il richiamo dell’Europa e l’inadempienza italiana

Il quadro non sfugge alle istituzioni europee. Il regolamento noto come European Media Freedom Act, entrato in applicazione nell’agosto 2025, impone agli Stati membri obblighi vincolanti in materia di indipendenza editoriale, procedure di nomina e stabilità del finanziamento dei media di servizio pubblico. Nella relazione sullo Stato di diritto pubblicata il 17 luglio 2026, la Commissione europea esprime «preoccupazioni» per i rischi che gravano sul funzionamento indipendente e sulla sostenibilità finanziaria della Rai, rileva che il ritardo nella nomina del presidente è considerato da diverse parti interessate un esempio dell’incapacità delle norme vigenti di proteggere l’azienda da influenze indebite e segnala l’assenza di progressi sulla riforma della diffamazione e sulla tutela del segreto professionale e delle fonti giornalistiche.

La Commissione prende atto del disegno di legge di riforma della governance e del finanziamento della Rai, all’esame del Senato, riconoscendo che alcuni aspetti sembrano andare nella direzione giusta ma registrando anche il giudizio degli operatori secondo cui il testo può essere migliorato. La vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen è stata più esplicita: la riforma non può ridursi a un’operazione cosmetica, l’indipendenza editoriale è il principio cardine e il risultato dipenderà dalle modifiche che verranno introdotte nell’iter parlamentare.

Le associazioni per la libertà di informazione sono state ancora più nette. Articolo21 e Articolo 5 denunciano da mesi l’inadempienza italiana e il rischio di una procedura di infrazione, osservando che il testo proposto dalle forze di governo affida di fatto all’area parlamentare di maggioranza il potere di nomina della figura apicale dell’azienda: ciò che esce dalla porta rientrerebbe così dalla finestra. Su un punto la contraddizione è particolarmente visibile: alla riduzione delle entrate da canone si aggiunge un taglio di dieci milioni di euro ai finanziamenti pubblici per il 2026, presentato dal governo come razionalizzazione dei costi e considerato invece dalla stessa Rai e dagli operatori un rischio per la stabilità economica del servizio pubblico, in tensione con lo spirito del regolamento europeo. Secondo quanto riportato dalla stampa specializzata, il percorso della riforma si sarebbe peraltro arenato anche per l’opposizione del Ministero dell’Economia, azionista della Rai con oltre il novantanove per cento del capitale, contrario a un meccanismo di nomina che lo escluderebbe.

8. Cinquantaseiesimi

Il risultato complessivo di questa lunga stagione è misurabile. Nel World Press Freedom Index 2026 di Reporters sans frontières, pubblicato il 30 aprile, l’Italia scivola dal quarantanovesimo al cinquantaseiesimo posto su centottanta Paesi, perdendo sette posizioni in un anno e confermandosi ultima dell’Europa occidentale, superata anche da Gambia, Ghana e Costa d’Avorio. Le motivazioni indicate dall’organizzazione sono quattro: le minacce della criminalità organizzata, con una ventina di giornalisti sotto protezione permanente; l’abuso delle querele temerarie, che alimenta l’autocensura soprattutto fra i cronisti giudiziari; la cosiddetta legge bavaglio sulla pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelare; e le crescenti interferenze politiche sulla Rai.

Il dato va letto nel contesto di un arretramento globale: secondo Rsf la libertà di stampa nel mondo è al livello più basso degli ultimi venticinque anni e oltre la metà dei Paesi censiti si trova in una situazione difficile o molto grave, contro il tredici per cento del 2002.

Dentro questo quadro, i teatri di guerra aperti da Israele restano di gran lunga i più letali mai registrati per la professione giornalistica. Il 20 luglio 2026 il Sindacato dei giornalisti palestinesi ha portato a duecentosessantaquattro il numero dei cronisti uccisi dalle forze israeliane dall’ottobre 2023 nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, otto dei quali nella sola prima metà di quest’anno; nello stesso semestre il sindacato ha documentato quattrocentosessantasette fra crimini e violazioni contro gli operatori dei media compiuti dall’esercito e dai coloni, e dall’ottobre 2023 oltre quattromila violazioni complessive, con centottantasette sedi di testate e centoquaranta abitazioni di giornalisti distrutte. A questo bilancio vanno aggiunti i quindici giornalisti e operatori dei media uccisi da Israele in Libano, secondo il Committee to Protect Journalists: si superano così, fra Gaza, Cisgiordania, territori occupati e Libano, i duecentosettanta morti. Lo stesso Committee to Protect Journalists ha attribuito all’esercito israeliano la responsabilità diretta di due terzi dei centoventinove reporter uccisi nel mondo nel 2025, l’anno più letale per la stampa degli ultimi trent’anni.

Non è una cifra che riguarda soltanto la solidarietà di categoria: riguarda direttamente il caso di cui stiamo parlando. La difficoltà di verificare in modo indipendente ciò che accade nei Territori occupati dipende anche dal fatto che chi prova a raccontarlo dall’interno viene ucciso, ferito, arrestato o impedito nel proprio lavoro, mentre l’accesso della stampa internazionale resta severamente limitato. In quel vuoto informativo il comunicato militare non è una fonte fra le altre: rischia di diventare l’unica. Ed è precisamente per questo che riprodurne il lessico senza attribuzione, come è avvenuto con la parola «escursionisti», non è un errore veniale.

9. L’economia politica di una parola

Resta la domanda più scomoda: perché un’azienda che vive del contributo obbligatorio dei cittadini finisce per adottare la lingua di un esercito straniero. La risposta non sta in un complotto, ma in una struttura di incentivi. La Rai è una società per azioni interamente pubblica il cui vertice è designato da un Parlamento nel quale la maggioranza di governo dispone del potere decisivo; il suo finanziamento dipende da scelte fiscali annuali del medesimo governo; la sua dirigenza editoriale ruota in funzione degli equilibri politici. In un simile assetto, l’allineamento alla linea di politica estera dell’esecutivo non deve essere imposto: si produce spontaneamente, come esito prevedibile di una catena di dipendenze.

A ciò si somma la questione, raramente discussa, delle condizioni materiali del lavoro giornalistico. La segretaria generale della Federazione nazionale della stampa italiana, Alessandra Costante, ha ricordato che senza tutele economiche nessun giornalista può essere davvero libero e indipendente, richiamando il precariato diffuso e un contratto nazionale fermo da dieci anni. Nel servizio pubblico, l’Unione sindacale giornalisti Rai denuncia da tempo il ricorso crescente a collaboratori esterni a scapito delle professionalità interne, al punto da presentare una segnalazione alla Corte dei conti, e ha accusato l’azienda di avere impedito la messa in onda di un video comunicato sindacale sul ridimensionamento di Rai3. Un giornalista precario, sostituibile e privo di rappresentanza effettiva non è nella condizione di contraddire una fonte istituzionale in diretta.

È il punto in cui la questione culturale diventa questione di classe. La libertà d’informazione non è un attributo morale delle persone: è una funzione delle loro condizioni contrattuali, della solidità dell’azienda che le impiega e della distanza che separa quell’azienda dal potere politico. Quando si erodono contemporaneamente il finanziamento, la stabilità del vertice, il controllo parlamentare e la forza sindacale, l’esito non è il pluralismo: è l’adattamento. E l’adattamento, in televisione, ha sempre la forma di una parola apparentemente innocua.

10. Il diritto di sapere

L’articolo 21 della Costituzione tutela la libertà di manifestazione del pensiero, ma la giurisprudenza costituzionale vi ha da tempo riconosciuto anche il fondamento del diritto dei cittadini a essere informati in modo completo e plurale: è su questa base che si giustifica l’esistenza stessa di una concessionaria pubblica e del contributo obbligatorio che la finanzia. Il Testo unico dei doveri del giornalista, a sua volta, impone il rispetto della verità sostanziale dei fatti e la distinzione rigorosa fra notizia, opinione e versione di parte. Non si tratta di principi decorativi: sono la contropartita del monopolio di fatto che il servizio pubblico esercita sull’attenzione di milioni di persone ogni sera.

Chi paga il prezzo di un vocabolario sbagliato non è un’astrazione. Lo pagano gli abitanti di Tell, la cui espropriazione quotidiana diventa invisibile nel momento stesso in cui viene raccontata come una passeggiata finita male. Lo pagano i cittadini italiani, ai quali viene sottratto lo strumento minimo per giudicare la politica estera del proprio Paese e le forniture, le collaborazioni e i silenzi che la accompagnano. E lo pagano, infine, i giornalisti onesti che dentro quella stessa azienda continuano a lavorare con serietà e che si trovano a condividere la responsabilità collettiva di errori che non hanno commesso.

Sarebbe consolante concludere che basterebbe una rettifica. Non basta. Una rettifica ripara un servizio; non ripara un sistema in cui il presidente manca da quasi due anni, l’organo di controllo si è dissolto, il regolamento europeo resta inattuato, il finanziamento viene tagliato e la classifica internazionale sulla libertà di stampa registra il peggior arretramento dell’Europa occidentale. La parola «escursionisti» non è la causa di questa crisi: ne è il sintomo più leggibile, perché mostra a occhio nudo che cosa accade quando un’istituzione smette di essere autonoma e diventa un canale.

La posta in gioco eccede la vicenda mediorientale. Un servizio pubblico che riproduce senza filtro la versione di un belligerante oggi, domani riprodurrà senza filtro la versione di un governo su una legge, su una vertenza sindacale, su una manifestazione repressa, su un decreto in materia di sicurezza. La grammatica è la stessa: sostituire la ricostruzione dei fatti con la voce di chi ha il potere di raccontarli per primo. Difendere l’indipendenza della Rai non significa quindi difendere un’azienda, né tantomeno un ceto professionale: significa difendere la possibilità stessa di una cittadinanza informata, che è l’unica condizione in cui la democrazia costituzionale non si riduce a un rituale. Finché quella condizione non viene ristabilita, ogni sera alle venti continueremo a ricevere non le notizie, ma la loro traduzione autorizzata.

Mario Sommella

Fonti

Il Fatto Quotidiano, «Palestinesi attaccano un gruppo di escursionisti israeliani»: è polemica sulla frase dei Tg Rai sulla violenza dei coloni in Cisgiordania, 26 luglio 2026.

Il Fatto Quotidiano, Scontri in Cisgiordania: cinque morti a Tell vicino Nablus tra coloni e palestinesi, 24 luglio 2026.

Sandra Cecchi, Lo scivolone inaccettabile di Brunori, Articolo21, 26 luglio 2026.

Articolo21 (Redazione), Caso Brunori, intervengono anche i consiglieri Rai, 26 luglio 2026.

Avvenire, Alla conquista della terra palestinese: così la Cisgiordania è sull’orlo del caos, 25 luglio 2026.

Il Post, Quattro palestinesi e due israeliani uccisi in una sparatoria in Cisgiordania, 24 luglio 2026.

RSI, Cisgiordania: scontri tra coloni e palestinesi, diversi morti, 25 luglio 2026.

Sausan Khalil, Cisgiordania, Netanyahu accelera sul riconoscimento degli insediamenti illegali: scontri a Nablus, Agenzia Dire, 24 luglio 2026.

Vatican News, Cresce la tensione in Cisgiordania, morti quattro palestinesi e due israeliani (con i dati OCHA sugli sfollati nel 2026), 24 luglio 2026.

Gazzetta del Sud, Quattro palestinesi e due israeliani uccisi in Cisgiordania, l’Idf non esclude il fuoco incrociato (con i riferimenti a Havat Gilad e Peace Now), 24 luglio 2026.

Radio Onda d’Urto, Cisgiordania: brutali aggressioni di coloni ed esercito israeliani, 4 palestinesi uccisi, 24 luglio 2026.

Parlamento europeo, interrogazione E-002150/2024, Attuazione del parere consultivo della Corte internazionale di giustizia relativo al commercio dell’UE con insediamenti israeliani illegali (parere CIG del 19 luglio 2024).

ANSA, Minacce alla libertà di stampa, l’Italia retrocede al 56° posto (World Press Freedom Index 2026 di Reporters sans frontières), 30 aprile 2026.

Ordine dei Giornalisti, Reporters sans frontières: minacce alla libertà di stampa, l’Italia retrocede al 56° posto nella classifica, 30 aprile 2026.

Il Fatto Quotidiano, La libertà di stampa nel mondo al livello più basso degli ultimi 25 anni e l’Italia sprofonda al 56° posto: il report di Rsf, 30 aprile 2026.

L’Antidiplomatico, Stampa sotto attacco: sale a 264 il bilancio dei giornalisti uccisi da Israele dall’ottobre 2023 (dati diffusi il 20 luglio 2026 dal Sindacato dei giornalisti palestinesi), luglio 2026.

ALG, Giornalista libanese uccisa, il Cpj chiede «un’indagine internazionale urgente» (con il bilancio del Committee to Protect Journalists sui giornalisti uccisi in Libano), 24 aprile 2026.

Il Bo Live, Università di Padova, Giornalisti uccisi nel 2025: record globale, Israele responsabile di due terzi delle morti (rapporto del Committee to Protect Journalists).

L’Espresso, Preoccupazione per l’indipendenza Rai, libertà di stampa, decreti sicurezza: il faro sull’Italia del rapporto sullo Stato di diritto della Commissione Ue, 17 luglio 2026.

Gazzetta del Sud, Report Ue sullo Stato di diritto: «Preoccupa l’indipendenza della Rai», 17 luglio 2026.

laRegione, L’Ue all’Italia: «Preoccupa l’indipendenza Rai, tutelare la stampa» (con le dichiarazioni di Fnsi e Usigrai), 17 luglio 2026.

Imgpress, Rapporto UE sullo Stato di diritto 2026 (con le dichiarazioni della vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen sull’European Media Freedom Act), luglio 2026.

Articolo21, European Media Freedom Act mai recepito, si rischia l’infrazione, febbraio 2026.

Lettera43, Rai in stallo tra riforma bloccata e caos in Vigilanza sull’audizione di Rossi, 6 marzo 2026.

Il Fatto Quotidiano, Vigilanza Rai, si dimettono tutti i componenti di opposizione. Se ne va anche la presidente Floridia, 2 luglio 2026.

ANSA, Dimissioni di massa in Vigilanza Rai, prima l’opposizione poi la maggioranza, 2 luglio 2026.

Fanpage, Polemica in Rai per il nuovo programma di Cerno, Usigrai: «Basta esterni, smacco inaccettabile ai dipendenti» (segnalazione alla Corte dei conti), 17 febbraio 2026.

Giornale La Voce, «Stanno smantellando Rai3»: esplode lo scontro tra Usigrai e Rai, luglio 2026.

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