La tregua dell’Impero. Gaza, le piazze e la mappa del genocidio

C’è chi la chiama “Pax americana”, chi si spinge a parlare di “giorno storico”. La verità è più semplice e più dura: quella in corso non è una pace, è una tregua militare calata dall’alto per mettere ordine nella tempesta, congelare il conflitto e ripartire con gli stessi rapporti di forza. A Gaza la vita continua a essere compressa dentro un esperimento di dominio: fame, assedio, confinamento. E se la diplomazia di Trump sbandiera un piano in 20 punti, il cuore del problema resta intatto: il colonialismo israeliano non si ferma con gli slogan, né con le foto di rito.

Che cosa c’è davvero nell’accordo

La prima fase del pacchetto negoziato tra Washington, Qatar, Egitto e Turchia ha prodotto uno scambio: rilascio degli ultimi ostaggi vivi da parte di Hamas e liberazione di circa 1.900 prigionieri palestinesi da parte di Israele, con una finestra di cessate il fuoco e promessa di corridoi umanitari. Tutto importante per chi rivede un familiare, ma politicamente fragile: il documento presentato a Sharm el-Sheikh è pieno di buone intenzioni e scarso di meccanismi vincolanti; persino la firma israeliana e quella di Hamas non compaiono nella cerimonia, a conferma del carattere per ora “gestionale”, non risolutivo, dell’intesa. Nel frattempo i vertici militari israeliani ripetono che le infrastrutture sotterranee di Hamas restano “un’arma strategica” e che andrebbero “eliminate” – esattamente il contrario di una smobilitazione. È la grammatica della tregua, non della pace.

Gaza dopo due anni: i numeri dell’abisso

I dati accumulati in questi mesi raccontano un disastro umano e materiale. Decine di migliaia di palestinesi uccisi (oltre 67.000 secondo fonti sanitarie citate da ONU e agenzie), un sistema sanitario collassato, un’intera generazione senza scuola. E soprattutto la fame: l’IPC ha confermato la carestia (Fase 5) nel Governatorato di Gaza, con oltre mezzo milione di persone intrappolate nella catastrofe alimentare e proiezioni di espansione verso sud. Questi numeri, già intollerabili, sono stati definiti da giuristi e organismi internazionali coerenti con il rischio – e ora l’accertamento di atti – di genocidio; la Corte internazionale di giustizia ha imposto misure provvisorie nel 2024, rimaste ampiamente disattese. Chiamarla “pace” mentre si governa la fame è un insulto semantico prima ancora che politico.

La “linea gialla” e l’architettura del controllo

Al netto dei comunicati, ciò che conta è la geografia del potere. Negli ultimi due anni Israele ha costruito e consolidato corridoi militari che sezionano la Striscia: il Netzarim Corridor al centro, il Philadelphi lungo il confine egiziano, altri assi che trasformano Gaza in un mosaico di enclavi. Se la tregua si traduce nel semplice arretramento su una “linea gialla” interna – con il Valico di Rafah sotto stretto controllo e passaggi umanitari gestiti in logica securitaria – non siamo davanti a una soluzione, ma all’ennesima amministrazione dell’assedio. La mappa non restituisce libertà: certifica l’incarcerazione di un popolo.

L’onda lunga delle piazze

Qui entra in gioco l’unica novità vera di queste settimane: le piazze. In Italia il 3 e 4 ottobre hanno segnato un salto di qualità, con scioperi generali e manifestazioni imponenti, a dispetto dei tentativi di sminuire o criminalizzare. La CGIL ha proclamato lo sciopero “in difesa della Flotilla, della Costituzione e per Gaza”, mentre reti di base e sindacati conflittuali hanno spinto nei porti, nelle stazioni, nei nodi logistici. Le stime oscillano – da centinaia di migliaia a oltre due milioni – ma il dato politico è chiarissimo: il sostegno alla Palestina è diventato fenomeno di massa e interclassista, con una spinta forte di giovani e lavoratori della logistica, della scuola, dei servizi.

Questo risveglio è nato anche da un fatto concreto: l’attacco e il sequestro della Global Sumud Flotilla in acque internazionali e la risposta immediata di decine di città, mentre droni militari monitoravano le imbarcazioni nel tratto cretese-egeo. Non un totem simbolico, ma il nervo scoperto del blocco, reso improvvisamente visibile anche agli indifferenti.

Repressione e “ordine”. La legge che punisce i corpi

Di fronte all’onda, il governo Meloni ha imboccato la via consueta: nuove norme penali contro i blocchi, strette sull’agibilità democratica, minacce e sanzioni sugli scioperi “illegittimi”. Il “Decreto Sicurezza” convertito nel 2025 criminalizza persino il semplice sedersi in strada in forma collettiva, con pene fino a due anni: una scelta denunciata da Amnesty, HRW e giuristi come un attacco frontale al diritto di protesta. Non è un dettaglio tecnico: è l’altra faccia della complicità italiana con l’assedio, l’adeguamento interno a una politica estera subalterna.

Dalla “testimonianza” al potere sociale

Se la “Pax americana” è, nei fatti, una tregua d’Impero, la domanda è cosa può fare il movimento perché non si spenga in rituale. Alcuni passaggi sono ormai obbligati:
1. Spezzare i legami materiali con la macchina di guerra: porti (Genova, Livorno), interporti, scali aeroportuali, forniture dual use, polizze assicurative e shipping verso Israele. Non slogan, ma vertenze territoriali e sindacali con obiettivi misurabili.
2. Internazionalizzare la pressione: coordinamento stabile con reti in Europa e nel Mediterraneo per impedire la normalizzazione dell’assedio e proteggere chi protesta dalla repressione, che ormai viaggia in parallelo nei diversi ordinamenti nazionali.
3. Legare Gaza al conflitto sociale in casa: salari, casa, sanità, scuola. La stessa legge che punisce un picchetto rende più facile reprimere la solidarietà ai palestinesi; la stessa spesa militare che cresce taglia i servizi. La pace non è un capitolo estero: è una politica interna.

Il quadro regionale: potenze, missili e cartine

Sullo sfondo, il confronto di potenza non si ferma. Teheran fa filtrare – tra smentite e conferme – l’idea di rimuovere il vecchio limite “politico” di 2.000-2.200 km sulla gittata dei missili; i vertici dei Pasdaran parlano apertamente di estensioni “fino a dove necessario”. È il linguaggio del deterrente, minaccioso e speculare a quello di Israele. E mentre Netanyahu continua a usare mappe e cartelli persino all’ONU – ieri per teatralizzare la guerra, ieri l’altro per cancellare la Palestina dalla cartina – la sostanza non cambia: confini mobili per l’occupato, impunità per l’occupante. Ecco perché la tregua non è la fine del genocidio: è, nel migliore dei casi, la sua amministrazione.

Chiamare le cose col loro nome

Non c’è “equidistanza” possibile tra chi assedia e chi è assediato. Non c’è neutralità nel governare la fame. Non c’è pace nel ridisegnare corridoi militari e recinti più stretti. La “Pax americana” a Gaza è una tregua utile ai governi occidentali e all’alleato israeliano per alleggerire la pressione delle piazze e ricompattare i dossier regionali; il nostro compito è l’opposto: far contare quelle piazze dentro i rapporti di produzione e di potere, fino a rendere impraticabile l’ennesimo capitolo dell’ipocrisia. La Palestina non chiede pietà, chiede giustizia. E giustizia, oggi, significa bloccare la complicità, nominare il genocidio, pretendere ritiro, fine dell’assedio e libertà reale. Il resto sono cartoline per le telecamere.

Riferimenti essenziali: Scambio ostaggi/prigionieri e cessate il fuoco; quadro del “piano in 20 punti”: Financial Times; Wall Street Journal; Council on Foreign Relations; Welt; Al Jazeera (live).
– Vittime e distruzioni: Reuters; OCHA-oPt (snapshot); The Guardian (dossier).
– Carestia e malnutrizione: IPC/WHO; UNRWA/Lancet; WFP.
– Corridoi e controllo del territorio: Reuters (grafica Netzarim/Philadelphi); Britannica (Philadelphi).
– Global Sumud Flotilla e monitoraggio droni: Reuters; Jerusalem Post; Times of Israel.
– Scioperi e piazze in Italia: CGIL (comunicati e adesioni), Rainews; Labor Notes/Truthout (stime alte autoriportate).
– Stretta repressiva: Amnesty; HRW; JURIST.
– Teheran e gittata missili: Reuters; Jerusalem Post; Iran International (dichiarazione parlamentare).
– Netanyahu e le “mappe”: AP; Jerusalem Post (mappa 2023).

Un Nobel per la guerra: la farsa della pace occidentale e la verità sul Venezuela

Con il conferimento del Premio Nobel per la Pace a María Corina Machado, il Comitato norvegese ha scelto di trasformare uno dei simboli mondiali della diplomazia in un’arma politica. Altro che riconoscimento per la pace: si tratta di un’operazione perfettamente inserita nella strategia di destabilizzazione del Venezuela socialista e bolivariano, orchestrata da Washington e dalle sue pedine regionali.
Dietro la patina umanitaria del premio si nasconde una chiara logica di potere: delegittimare il governo legittimo di Nicolás Maduro, sabotare il progetto di redistribuzione sociale e riprendere il controllo sulle immense risorse petrolifere venezuelane.

Machado, la pedina dell’imperialismo americano

María Corina Machado non è una dissidente pacifica, ma una collaboratrice diretta delle politiche statunitensi di ingerenza. È la stessa donna che nel 2002 appoggiò apertamente il golpe militare contro Hugo Chávez, tentato con il sostegno di Washington e della Confindustria venezuelana.
Da allora, la sua carriera politica si è nutrita di finanziamenti e visibilità internazionale provenienti da centri di potere economico e mediatico occidentali. Difende la privatizzazione della compagnia petrolifera statale PDVSA, sostiene le sanzioni economiche contro il proprio Paese e ha persino chiesto un intervento militare straniero per “liberare” il Venezuela.
Altro che Nobel per la pace: Machado rappresenta l’anima neoliberista e neocoloniale che sogna di restituire il Venezuela ai mercati finanziari e alle multinazionali statunitensi.
In questo senso, il suo profilo politico è perfettamente funzionale a una campagna più ampia: criminalizzare il socialismo bolivariano e distruggere l’esperimento di sovranità economica e redistribuzione che da oltre vent’anni ha ridato dignità al popolo venezuelano.

Il Venezuela sotto assedio: l’altra verità

Mentre l’Occidente elogia la sua “dissidente”, il popolo venezuelano continua a resistere a una guerra ibrida fatta di sanzioni, blocchi finanziari, attacchi informatici e sabotaggi economici.
Gli Stati Uniti mantengono una flotta militare permanente davanti alle coste venezuelane, ufficialmente per contrastare il narcotraffico, ma in realtà per esercitare una costante pressione geopolitica. L’embargo imposto da Washington ha colpito duramente il Paese, riducendo l’accesso a medicinali, tecnologie e beni di prima necessità, con l’obiettivo di piegare la popolazione e alimentare il malcontento interno.

Eppure, il Venezuela non si è arreso.
Grazie alle politiche di redistribuzione, alla cooperazione con Cina, Russia e paesi del Sud globale, Caracas ha continuato a garantire programmi sociali, alfabetizzazione, accesso all’istruzione, casa e sanità. In pieno assedio economico, il governo Maduro ha mantenuto in vita l’eredità di Hugo Chávez: la convinzione che la sovranità popolare e la giustizia sociale valgano più del consenso delle potenze imperiali.

Il Nobel come strumento di propaganda occidentale

Non è la prima volta che il Premio Nobel per la Pace viene usato come arma politica. Lo abbiamo visto nel 2010 con Liu Xiaobo, nel 2022 con gli “attivisti” russi e bielorussi scelti per colpire Mosca, e oggi con Machado.
L’obiettivo è sempre lo stesso: legittimare l’agenda occidentale travestendola da missione umanitaria.
Il linguaggio è identico, le parole cambiano solo nome: “diritti umani”, “democrazia”, “libertà di stampa”, “transizione pacifica”. In realtà, si tratta di termini-codice per giustificare sanzioni, colpi di Stato e interventi militari.
Il Venezuela, come Cuba e come la Palestina, paga il prezzo di non essersi mai piegato.
Il Nobel a Machado è dunque un messaggio chiaro: “chi sfida l’impero deve essere punito, chi lo serve sarà premiato”. È la logica coloniale del XXI secolo, travestita da moralità.

La guerra psicologica e la narrazione mediatica

Il caso Machado dimostra come l’Occidente stia conducendo una guerra non solo economica, ma anche psicologica e comunicativa contro il Venezuela.
I media mainstream dipingono il Paese come una dittatura fallita, ignorando sistematicamente il peso delle sanzioni e il sabotaggio economico orchestrato da Washington.
Ogni successo sociale o economico — dalla distribuzione di alloggi popolari alle missioni mediche nei quartieri poveri — viene oscurato, mentre si amplificano gli episodi di protesta o i disordini, spesso finanziati dall’estero.

In questa narrativa manipolata, Machado viene presentata come “martire della libertà”, mentre il popolo venezuelano che resiste viene etichettato come “massa cieca” o “propaganda del regime”. È la solita inversione morale dell’imperialismo mediatico, che santifica gli agenti dell’élite e demonizza i movimenti popolari.

Il popolo bolivariano e la lezione di resistenza

Nonostante tutto, il Venezuela bolivariano resiste.
Resiste nelle fabbriche autogestite, nelle campagne, nelle università, nelle comunità che ogni giorno costruiscono alternative di vita fuori dal modello neoliberista.
Resiste perché ha imparato che la libertà non si compra con i dollari di Washington, ma si conquista con la solidarietà e la dignità collettiva.
Resiste perché la sua rivoluzione non è solo nazionale, ma fa parte di un più ampio movimento mondiale per la giustizia sociale e la multipolarità, contro l’arroganza unipolare dell’impero americano.

La pace non può nascere da un Nobel deciso nei salotti norvegesi sotto l’influenza dell’Occidente, ma dalla fine delle sanzioni, dal rispetto della sovranità dei popoli e dalla cessazione delle ingerenze.

Il vero volto della pace

Il Premio Nobel alla Machado non celebra la pace, ma la guerra: quella economica, culturale e informativa contro il Venezuela socialista.
È un premio che premia l’odio di classe, la vendetta dei ricchi espropriati da Chávez, e la volontà degli Stati Uniti di riappropriarsi del petrolio venezuelano.
Ma la storia insegna che nessuna medaglia potrà cancellare la dignità di un popolo che ha scelto di camminare con la testa alta.
Il Venezuela, nonostante le menzogne e i sabotaggi, rimane un faro per chi nel mondo crede che la pace non sia sottomissione, ma giustizia sociale e libertà dei popoli.

Regalare il futuro: la svendita sistematica del patrimonio pubblico italiano

È un processo che non nasce oggi, ma che nel corso di tre decenni ha assunto dimensioni strutturali: lo Stato italiano, con le proprie imprese strategiche, viene progressivamente smontato, ceduto, mercificato. Ciò che fino a poco tempo fa era centrale per la sovranità industriale nazionale è oggi un pacchetto da “monetizzare”. E il governo Meloni, lungi dall’interrompere il corso, lo sta portando fino alle sue ultime conseguenze.

In questo articolo ricostruiamo la traiettoria recente, aggiorniamo i casi più emblematici con dati 2024/2025 e ragioniamo sulle implicazioni politiche, economiche e sociali.

  1. Un’eredità quarantennale: la privatizzazione come paradigma permanente

Il “modello privatizzazioni” affonda le sue radici nei primissimi anni Novanta, quando l’IRI — storica anima industriale dello Stato — comincia il suo smembramento. Da allora, decine di aziende pubbliche, infrastrutture e servizi strategici sono stati trasformati in merci, ceduti al miglior offerente. Nel tempo si è consolidato un dogma: “pubblico = inefficiente, privato = virtuoso”. Ma le grandi privatizzazioni italiane (telecomunicazioni, energia, banche, autostrade) non sono state solo operazioni economiche: hanno segnato un cambio di paradigma, un trasferimento simbolico e reale di sovranità al mercato finanziario.

Negli ultimi anni il dibattito internazionale ha iniziato a rimettere in discussione quel dogma (reinternalizzazioni, modelli ibridi pubblico-privato). In Italia, qualche segnale timido esiste, ma la sostanza resta: valorizzare sul mercato ciò che ancora rimane “vendibile” del patrimonio pubblico.

  1. Il piano delle dismissioni 2025–2026: quanto resta sul tavolo?

Nel 2025 il governo ha indicato un obiettivo di incassi da privatizzazioni nell’ordine di circa 17,5 miliardi di euro sui prossimi anni, ridimensionando però tempi e ambizioni rispetto ai proclami iniziali. L’operazione resta centrale per far quadrare i conti della finanza pubblica, con un DEF che aumenta i margini di disavanzo (circa +0,4 punti di PIL nel 2025, +0,7 nel 2026, +1,1 nel 2027). In agenda figurano quote di Poste, MPS, partecipazioni residue in società energetiche e altri asset infrastrutturali; ma diversi osservatori notano che “il sacco è quasi vuoto”: ciò che poteva essere venduto è già stato ceduto, o è difficile da valorizzare ulteriormente.

  1. I casi simbolo aggiornati (2024–2025)

TIM / Rete fissa (NetCo/FiberCop/KKR)
• 1 luglio 2024: perfezionata la cessione della rete fissa di TIM al fondo statunitense KKR (tramite FiberCop/Optics BidCo), con valutazione fino a 22 miliardi. L’organico complessivo scende da 37.065 a 17.281 addetti. Contratto pluriennale per l’affitto della rete, golden power esercitato con prescrizioni. È il passaggio di un’infrastruttura vitale alla finanza internazionale, con governance pubblica residuale.

Ex Ilva / Acciaierie d’Italia
• Dossier ancora fragilissimo: tra commissariamenti, subentri e piani di “rilancio”, prevalgono ipotesi di nuova cessione e tagli occupazionali, con oneri pubblici per decarbonizzazione. Tutto questo mentre la domanda globale di acciaio è sostenuta anche dalle politiche di riarmo europee. (Fonti multiple di settore; scenario coerente con l’evoluzione 2024/25)

ITA / Lufthansa
• Gennaio 2025: Lufthansa finalizza l’acquisto del 41% di ITA (saldo 59% al MEF), con prospettiva di progressiva integrazione operativa. Nel frattempo, la CIG per circa 2.000 ex lavoratori Alitalia è prossima alla scadenza: manca un piano robusto di ricollocazione.

MPS (Monte dei Paschi di Siena)
• Dopo la nazionalizzazione per salvataggio, lo Stato ha ridotto la propria quota a meno dell’11–12%; la traiettoria è di privatizzazione, mentre operazioni straordinarie (fusioni/alleanze) hanno generato plusvalenze importanti per grandi investitori (famiglia Del Vecchio tramite Delfin, gruppo Caltagirone, fondi come BlackRock). Un’occasione mancata per costruire un polo bancario pubblico con Cassa Depositi e Prestiti.

Stellantis / Automotive
• Tra delocalizzazioni, compressione salariale e rendite finanziarie, il rischio è che l’Italia scivoli a sito di assemblaggio marginale, mentre il valore aggiunto si cattura altrove. La riconversione verso produzioni dual-use e militari, finanziata con risorse pubbliche, non garantisce presidio strategico, dato che la governance e la base fiscale del gruppo non sono italiane.

Partecipazioni in Eni, Enel e imprese energetiche
• Ulteriori cessioni/ritocchi di quote riducono il perimetro del controllo pubblico su settori chiave. Sul fronte downstream, il dossier IP/API e l’interesse Socar riaccendono il tema della sovranità energetica (trattative e scenari 2024/25).

  1. Il caso Autostrade/Benetton e il Ponte Morandi: quando il profitto scavalca la sicurezza

La vicenda Autostrade per l’Italia (Aspi) è il paradigma di cosa accade quando un’infrastruttura essenziale viene gestita con priorità di massimizzazione del rendimento anziché di tutela dell’interesse pubblico.
• 14 agosto 2018: crolla il Ponte Morandi a Genova, una delle più gravi tragedie infrastrutturali della storia recente italiana. Il maxi-processo, con 57 imputati, è tuttora in corso e la sentenza è attesa nel 2026 (alcuni reati minori già prescritti). Lentezze giudiziarie a parte, la sostanza politica è chiara: la manutenzione e il controllo di sicurezza di un asset vitale non possono dipendere dalla logica del dividendo.
• Maggio 2022: dopo un lungo braccio di ferro, Atlantia (galassia Benetton) perfeziona il closing vendendo l’88,06% di Aspi al Consorzio formato da CDP Equity (51%), Blackstone (24,5%) e Macquarie (24,5%). Controvalore: ~8,2 miliardi di euro (inclusa ticking fee e al netto di aggiustamenti).
• Agosto 2025: a sette anni dal crollo, il Comitato Ricordo delle Vittime e altre associazioni depositano un esposto per chiarire le cifre della transazione e la gestione post-tragedia, denunciando una “Aspi spolpata” prima del passaggio di mano. È un atto simbolico, ma indica una percezione pubblica diffusa: la privatizzazione di un servizio essenziale ha generato profitto privato e rischio pubblico.

Questo caso spiega, meglio di qualsiasi teoria, perché le dismissioni di asset strategici non possono essere la scorciatoia per fare cassa: quando la manutenzione è un costo e il dividendo un obiettivo, la sicurezza arretra. Il pubblico finisce per pagare due volte: prima con tariffe e dividendi, poi con ricostruzioni, cause, risarcimenti e dolore sociale.

  1. Una mappa dei guadagni e delle perdite: cifre, attori, controparti

Incassi e obiettivi
• 2025: piano di privatizzazioni con incassi attesi fino a 17,5 miliardi (poi “rimodulati”). Ma molti dossier slittano e la “capacità residua di vendita” si assottiglia.

Chi guadagna
• Fondi internazionali (KKR, BlackRock, ecc.) entrano nei nodi strategici.
• Gruppi nazionali già avvantaggiati consolidano rendimenti (Delfin, Caltagirone).
• Governi di ogni colore orchestrano con atti formali (golden power, decreti, patti parasociali) una cessione “controllata”, ma pur sempre cessione.

Chi perde
• Lavoro (esuberi, esternalizzazioni: il caso TIM è plastico).
• Capacità di pianificazione: l’indirizzo industriale scivola verso obiettivi estranei al bene collettivo.
• Sovranità tecnologica/energetica: cresce la dipendenza da capitali, tecnologie e forniture estere.

  1. Il silenzio dell’opposizione e la resa dei corpi intermedi

Qui sta il punto politico. L’operazione di dismissione è diventata bipartisan: governi di destra, sinistra e tecnici hanno partecipato allo stesso disegno, spesso giustificandolo con vincoli europei o urgenze di finanza pubblica. La CGIL e, più in generale, il sindacato confederale hanno spesso risposto con mobilitazioni parziali, senza un progetto industriale alternativo all’altezza del passaggio storico. Il risultato è un depotenziamento dello Stato che procede quasi senza resistenza, trasformandosi in normalità.

  1. Le radici del dominio neoliberista europeo

La cornice è europea: concorrenza, aiuti di Stato, regole fiscali hanno spinto gli Stati a “non fare impresa”, limitandosi a incentivare i privati. Anche il Next Generation EU e i pacchetti per la transizione green/digitale tendono a scorrere lungo canali finanziari transnazionali, lasciando alla capacità progettuale pubblica un ruolo spesso ancillare. Finché l’Italia non riapre il dossier della sovranità industriale in sede UE, ogni tentativo di re-industrializzare resterà parziale.

  1. Strategie per invertire la rotta (con i piedi per terra)
    1. Patrimonio pubblico come leva strategica
      Non zavorra da liquidare, ma volano di sviluppo: energia, reti, manutenzione straordinaria del territorio, sanità digitale, manifattura avanzata.
    2. Clausole dure nelle privatizzazioni
      Diritto di reversione, vincoli occupazionali, tetti alla distribuzione di utili, poteri speciali effettivi e verificabili.
    3. Piani industriali pubblici veri
      Non “aiuti” a pioggia a grandi gruppi, ma campioni pubblici capaci di guidare filiere (energia, semiconduttori, batterie, mobilità, agro-tech).
    4. Ricostruzione dei corpi sociali
      Dalle vertenze singole a un fronte civico-produttivo che faccia dei beni comuni la propria piattaforma politica.
    5. Contrattazione in Europa
      Portare il tema della sovranità industriale al centro dei tavoli: senza spazi per imprese pubbliche e consorzi misti mission-oriented, l’Italia resterà subfornitore.
    6. Trasparenza radicale
      Ogni dismissione deve essere accompagnata da bilanci pubblici leggibili, consultazioni territoriali, indicatori di sicurezza/qualità (il caso Autostrade insegna), e monitoraggi indipendenti ex-post.

Conclusione

L’Italia vive un dramma silenzioso: la dissoluzione del proprio apparato industriale e l’alienazione del capitale pubblico. Non è fatalità, è scelta. Il governo Meloni non ha inventato nulla: ha ereditato una linea e l’ha accelerata. Se l’opposizione non rompe la gabbia ideologica, ci consegnerà un Paese più povero, meno libero, più dipendente.

Il tempo per invertire la rotta non è infinito. Servono schiena dritta e visione: uno Stato non “minimo”, ma protagonista. E soprattutto, un principio: ciò che è strategico — reti, energia, infrastrutture, dati, sicurezza — non si mette all’asta. Il Ponte Morandi ce lo ricorda ogni giorno.

Fonti essenziali per i dati aggiornati (2024–2025)
• Piano privatizzazioni e cifre 2025: la Repubblica (15 aprile 2025).
• TIM/KKR (valutazione fino a 22 mld; organico a 17.281): ANSA, Il Fatto Quotidiano, Gruppo TIM (1 luglio 2024).
• ITA/Lufthansa (41%): Lufthansa Group newsroom (17 gennaio 2025), MEF (3 luglio 2024).
• Autostrade/Aspi (closing e controvalore ~8,2 mld): Sky TG24 (6 maggio 2022), Mundys/Atlantia (5 maggio 2022), ANSA (6 maggio 2022).
• Ponte Morandi (stato del maxi-processo; sentenza attesa 2026): la Repubblica Genova (12 agosto 2025).
• Esposto delle vittime su Aspi “spolpata”: Avvenire (14 agosto 2025).

Tregua reale, pace fragile: cosa c’è davvero nell’accordo su Gaza e dove può rompersi

Un annuncio può fermare i cannoni, non la diffidenza. L’intesa raggiunta al tavolo di Sharm el-Sheikh tra Israele e Hamas — mediata da Stati Uniti, Egitto, Qatar e Turchia — è un fatto politico concreto: un cessate il fuoco “di prima fase”, uno scambio ostaggi-prigionieri, l’ingresso degli aiuti e un arretramento delle truppe israeliane dentro la Striscia. È l’inizio di un percorso, non l’arrivo. Il nostro sguardo resta dalla parte del popolo palestinese: l’accordo vale solo se ridà vita, terra e diritti, non se congela l’assedio in una forma più presentabile.

Cosa prevede l’intesa (i punti verificati)

  • Cessate il fuoco: il governo israeliano ha ratificato la “prima fase” del piano; la sospensione delle ostilità scatta entro 24 ore dall’approvazione. Nei successivi 3 giorni partono i primi rilasci.
  • Scambio: Hamas si impegna a liberare 20 ostaggi vivi (e i resti di altri prigionieri), mentre Israele rilascerà donne e minori e un numero ampio di detenuti palestinesi. Le cifre variano a seconda delle fonti, ma convergono su “oltre mille” prigionieri, tra cui 250 ergastolani e circa 1.700 arrestati durante la guerra.
  • Ritiro parziale e valichi: Israele arretra su linee concordate; è prevista la riapertura di passaggi chiave con l’Egitto per far entrare aiuti su larga scala. Le Nazioni Unite hanno già pronto un piano di 60 giorni per “inondare” Gaza di convogli umanitari, medicinali e supporto alla rete sanitaria.

Le versioni delle parti (e cosa significano)
Hamas parla di “fine della guerra” garantita dai mediatori e dagli Stati Uniti. È una rivendicazione politica: sancire che l’obiettivo di fermare il genocidio, rompere l’assedio e ottenere il ritiro sia ormai irreversibile. Dal lato israeliano, la conferma è più procedurale: ok alla fase uno, scambi a tappe, arretramenti misurati e discussioni più dure rinviate alle fasi successive. La Casa Bianca rivendica la regia del quadro negoziale e la spinta logistica-umanitaria (senza dispiegamenti a Gaza). L’ONU accoglie l’intesa come “passo significativo” e chiede accesso pieno, tracciando una rotta politica oltre l’emergenza.

Il contesto umano: perché la tregua non basta
Oltre 67.000 palestinesi uccisi in due anni di bombardamenti e assedio, infrastrutture a pezzi, sfollamenti multipli, fame. La tregua porta un sollievo immediato, ma a Gaza domina la paura che tutto possa spezzarsi: chi ha visto promesse bruciare sotto le macerie fatica a credere. La prova della verità, per la popolazione civile, è concreta: rientrare in casa, curarsi, mangiare, studiare, ricostruire. Finché questi verbi non tornano al presente, la parola “pace” resta un titolo su un comunicato.

Dov’è il punto di rottura (e come evitarlo)
1. Esecuzione entro 72 ore. Senza rilasci e convogli massicci ai valichi, l’intesa nasce già logorata.
2. Ritiro reale o cosmetico. Un arretramento che lasci “più della metà” della Striscia sotto controllo israeliano contraddice la narrativa di “fine della guerra” e riaccende il conflitto. Va reso misurabile, visibile e irreversibile.
3. Governance di Gaza. Senza un’amministrazione palestinese — libera da tutela straniera e fondata su un mandato popolare — la tregua rischia di essere un interludio tra due assedi. Questo passaggio va aperto subito nei tavoli politici, includendo tutte le componenti palestinesi. (Qui l’ONU può garantire cornice, non sostituirsi al soggetto politico).
4. Variabile interna israeliana. Le resistenze dell’ala oltranzista e gli incidenti di frontiera possono sabotare la tregua: servono garanzie e meccanismi di verifica che abbiano un costo politico immediato per chi rompe.

Il nostro giudizio politico
Questa intesa è un risultato strappato dalla tenacia palestinese: dal Sumud della popolazione sotto assedio alla pressione globale per il cessate il fuoco. È reale, ma fragile. Per trasformarla in pace giusta occorrono tre cose:

  • Fine dell’assedio e libertà di movimento: aprire corridoi, ricostruire, restituire dignità sociale ed economica.
  • Ritiro completo e autodeterminazione: l’obiettivo non è una “gestione dell’ordine” ma la fine dell’occupazione e il riconoscimento pieno dei diritti nazionali palestinesi.
  • Responsabilità e memoria: la giustizia internazionale non è vendetta; è il modo per impedire che la tregua diventi un rituale di risparmio munizioni. La conta dei morti impone verità, non amnesie.

Realismo senza cinismo
È legittimo temere la “pausa per riorganizzare i bombardamenti”. Ma oggi esiste un testo politico, approvato da Israele e accompagnato da garanzie internazionali, con un cronoprogramma di passi verificabili. Se nelle prossime ore vedremo ostaggi e prigionieri tornare a casa, colonne di aiuti entrare senza interruzioni, e truppe arretrare in modo tangibile, la tregua prenderà corpo. E se così non sarà, si capirà subito di chi è la responsabilità. Questo è il punto: trasformare la luce fioca di un comunicato nella visibilità piena dei fatti.

Fonti principali citate
Reuters (Guterres e piano ONU aiuti; dettagli su ratifica e tempistiche); Washington Post (approvazione ministeriale israeliana e cornice logistica USA); AP/ABC/CBS (struttura del piano in “fasi” e numeri dello scambio); Al Jazeera (annuncio e reazioni globali); The Guardian (voci e dati umanitari da Gaza).

Prima il software, poi l’hardware: perché la rivoluzione (se ci sarà) sarà culturale prima che economica

C’è un punto che fa inciampare ancora tanti compagni generosi e testardi: l’idea che la trasformazione passi anzitutto dall’economia e che basti cambiare i rapporti di produzione per veder fiorire, quasi per magia, nuove istituzioni, nuove coscienze, nuovi comportamenti. È l’eredità più pesante della vulgata marxista: la convinzione che la “struttura” determini linearmente la “sovrastruttura”. La storia, però, si è presa il suo tempo e ci ha restituito un verdetto scomodo: senza una mutazione culturale e antropologica profonda, nessun cambio di assetto economico regge. Il software precede l’hardware.

Una diagnosi potente, una terapia sbagliata
A Karl Marx va riconosciuto un merito enorme: ha capito il capitalismo meglio dei capitalisti, descrivendone dinamiche, contraddizioni, capacità di espansione e di assorbimento. La diagnosi era potente; ma la prognosi (la “fine imminente”) non si è verificata, e la terapia proposta—statalizzazione dei mezzi di produzione e dittatura del proletariato—ha generato, nelle sue traduzioni storiche più note, regimi autoritari, burocrazie asfittiche, nuove élite. Non è un incidente di percorso o una semplice “deviazione”: è il segno di un punto cieco teorico. Se cambi le forme giuridiche della proprietà senza cambiare la grammatica del vivere, il potere si ricompone altrove. Le strutture si piegano; le culture resistono.

Il punto cieco dell’economicismo
Il rapporto struttura/sovrastruttura non è un nastro trasportatore che porta automaticamente dalla riforma economica alla fioritura civile. È un circuito a doppio senso, spesso dominato dalla “sovrastruttura” intesa come abitudini, simboli, desideri, immaginario. L’“uomo nuovo” non nasce per decreto né per esproprio: nasce, se nasce, da una pedagogia sociale lunga, da pratiche diffuse, da un diverso modo di stare al mondo. Qui il marxismo, almeno nella sua forma scolastica, è corto di fiato. Aveva intravisto la centralità dell’alienazione, ma ha sottovalutato quanto profondamente l’alienazione sedimenti stili di vita, aspirazioni, metriche di successo. Senza una rivoluzione del desiderio, la rivoluzione della proprietà è sabbia.

Le prove generali (fallite)
Le esperienze novecentesche che si sono richiamate al comunismo hanno mostrato esattamente questo: dove è mancata una trasformazione culturale capillare—nell’educazione, nella famiglia, nel rapporto con il tempo, con il consumo, con la cura—la nuova struttura si è presto irrigidita, producendo apparati e caste. E dove si è provato a “riformare” dall’alto l’immaginario, si è scivolati nella propaganda. La politica ha tentato di correggere il cuore con la legge, ma il cuore, testardo, è rimasto altrove.

Cosa significa “rivoluzione culturale e antropologica” (senza slogan)
Non è una formula da convegno. È un lavoro di lungo periodo sul modo in cui impariamo, consumiamo, abitiamo, lavoriamo, amiamo. È una pratica che precede e accompagna ogni scelta istituzionale. Tradotto in agenda minima:
1. Educazione critica lungo l’arco della vita
Non basta “istruire”: serve imparare a leggere il mondo, a riconoscere le retoriche della paura e del consumo, a smontare i dispositivi della manipolazione. Didattica cooperativa, media literacy, logica dell’argomentazione. Una società che discute bene, decide meglio.
2. Ecologia del desiderio
Il capitalismo è un motore di desideri. O lo si sostituisce con un’altra ecologia del desiderio—sobrietà felice, beni comuni, tempo liberato, relazioni non mercificate—oppure qualunque modello economico alternativo verrà risucchiato dall’aspettativa di status e possesso.
3. Lavoro come attività dotata di senso
Ridurre il lavoro a puro reddito è stato l’errore di due secoli. La rivoluzione inizia quando il lavoro torna ad essere mestiere, cura, cooperazione e qualità. Politiche di riduzione dell’orario, redistribuzione, ma anche trasformazione dell’organizzazione produttiva: più autonomia, più responsabilità, meno alienazione.
4. Comunità locali come infrastrutture sociali
Senza comunità non c’è democrazia. Cooperative, mutue, spazi civici, biblioteche, case del quartiere: la politica viva si fa nei luoghi, non solo nei parlamenti. Qui si allena il muscolo della partecipazione, si costruisce fiducia, si sperimentano modelli economici di prossimità.
5. Tecnologie al servizio della libertà (non del controllo)
La neutralità tecnologica è una favola. Va pretesa trasparenza algoritmica, software libero nella PA, tutela dei dati come bene comune, infrastrutture digitali pubbliche. Senza questo, ogni rivoluzione economica resta mappata e governata da poteri opachi.
6. Cultura della cura
Una società si misura su come tratta i più fragili. Portare al centro cura, disabilità, infanzia, anziani non è buonismo: è ribaltare la gerarchia dei valori. La cura come criterio guida riprogetta città, tempi di vita, spesa pubblica, metriche economiche.
7. Politica come pratica, non come appartenenza
Meno tifoserie ideologiche, più laboratori civici. Meno “linee” calate dall’alto, più programmi costruiti con chi abita i problemi. Senza questa rivoluzione del metodo, ogni bandiera alternativa diventa un marchio in cerca di mercato.

Tempi lunghi, fermezza quotidiana
Una rivoluzione culturale non ha l’adrenalina dell’evento, non regala l’ebbrezza dell’“ora o mai più”. È un cammino. È progressiva, non traumatica; richiede pazienza, ma anche coerenza radicale. Non significa rinunciare alla conflittualità: significa selezionarla, organizzarla, radicarla in pratiche. Le riforme, in questa prospettiva, non sono palliativi ma tappe di una rivoluzione lenta: il salario minimo che spinge su dignità e contrattazione; i servizi territoriali che ricuciono comunità; la scuola che diventa laboratorio critico; la sanità pubblica che rifiuta l’aziendalizzazione; la fiscalità che smonta rendite e inquina meno. Ogni riforma è un mattone, se orientata.

Perché “rifondare il comunismo” non basta
Si può obiettare: ma il marxismo “vero” era altro, le applicazioni storiche lo hanno tradito. Anche ammesso, resta il fatto politico che l’immaginario collettivo associa “comunismo” a quei fallimenti e a quelle derive. Non si corregge un’immagine sedimentata in miliardi di teste con un esercizio filologico. E, soprattutto, la parte più debole del marxismo—l’economicismo—non si risolve con un’operazione cosmetica: occorre un paradigma che metta al centro soggettività, cultura, simboli, relazioni, e che pensi l’economia come ecosistema sociale, non come leva unica.

Un’alternativa senza scorciatoie
Le scorciatoie sono seducenti e inutili. La via che resta è più umile e più esigente: cominciare da dove siamo, costruire istituzioni giuste mentre costruiamo persone libere, cambiare il senso comune mentre cambiamo le regole del gioco. Fare pace con l’idea che le svolte epocali hanno tempi epocali. E allo stesso tempo accettare l’urgenza: perché senza questa rivoluzione del software—educativa, culturale, antropologica—l’hardware del pianeta e delle nostre democrazie si romperà. L’alternativa è nota: la barbarie o, peggio, l’autodistruzione. Non è un iperbole morale: è un promemoria politico.

Cominciare adesso, dove siamo
La rivoluzione comincia quando smettiamo di delegarla a un evento salvifico e iniziamo a praticarla come stile di vita e progetto collettivo. Non è meno politica: è più politica. Non rinuncia a cambiare la struttura: prepara le condizioni perché il cambiamento non venga riassorbito. È una rivoluzione che insegna a desiderare diversamente, a lavorare diversamente, a contare diversamente. Lontana dagli slogan, vicina alle persone. Lenta, ma ostinata. E, soprattutto, possibile.

Poveri per scelta politica: il fallimento dell’ADI e la resa dello Stato di fronte alla miseria

Se guardiamo i numeri senza ideologia, l’Italia di oggi ha deciso chi aiutare e chi no. E la scelta ricade sempre meno sui poveri. Il Rapporto 2025 di Caritas Italiana è chiarissimo: la riforma Meloni–Calderone ha sostituito un’impostazione universalistica (aiutare chi è povero in quanto tale) con una logica categoriale che premia solo alcuni nuclei (quelli con minori, anziani o disabili) e lascia fuori gli altri. È un unicum in Europa e, soprattutto, è un arretramento culturale: “assicurare a tutti i poveri una vita decente” smette di essere compito dello Stato. Non è un giudizio politico: è ciò che mostrano i dati e che la stessa Caritas definisce come “limitato interesse del governo per la lotta alla povertà”.

Il cuore della riforma: meno platea, meno efficacia
La differenza tra Reddito di cittadinanza (RdC) e Assegno di inclusione (ADI) non è solo nominale. Stando alle stime della Banca d’Italia riportate da Caritas, il RdC riduceva l’incidenza della povertà assoluta dall’8,9% al 7,5%. L’ADI, con la platea più stretta, arriva appena all’8,3%. Tradotto: con l’ADI più persone restano sotto la soglia di povertà. E non per caso, ma per design istituzionale.

Nord povero invisibile, Sud iper-rappresentato
La riforma riproduce e aggrava il disallineamento territoriale già noto con il RdC. Dati alla mano: al Sud risiede il 45% dei nuclei in povertà assoluta ma arriva il 68% dei benefici dell’ADI; nel Nord, dove si concentra il 41% delle famiglie povere, il sostegno si ferma al 15%. Il risultato è doppiamente distorsivo: crea “falsi negativi” (poveri esclusi) nelle aree a costo della vita più alto e “falsi positivi” altrove. Questo non è un inciampo tecnico: è il prodotto di soglie uniformi che ignorano differenze reali di prezzi e bisogni.

Gli stranieri pagano il conto più alto
Nel 2023 l’incidenza di povertà assoluta tra le famiglie con almeno uno straniero è stata del 30,4%, quasi cinque volte quella delle famiglie composte solo da italiani. Eppure l’accesso all’ADI continua a essere ostacolato da requisiti anagrafici e patrimoniali severi, con un effetto di esclusione strutturale che il passaggio da 10 a 5 anni di residenza non ha risolto. È un cortocircuito: più povertà, meno accesso allo strumento.

SFL, la “politica attiva” che non attiva
Il Supporto per la formazione e il lavoro (SFL) doveva essere la grande novità. In pratica, gli operatori lo definiscono “una scatola vuota”: pochi presi in carico, percorsi formativi scollegati dal mercato, inserimenti occupazionali quasi nulli. I numeri confermano la modestia della scala: al 30 giugno 2025 risultano circa 182 mila persone che hanno ricevuto almeno una mensilità SFL, a fronte di un fabbisogno ben più ampio e senza evidenze robuste di impatto occupazionale.

La coperta troppo corta (per scelta)
Nel 2025 le soglie dell’ADI sono state rialzate solo dell’8,3%, un adeguamento che non ha recuperato l’inflazione accumulata dal 2019. Significa che, in termini reali, il beneficio “compra” meno beni essenziali oggi rispetto a ieri. Quando si stringe la spesa sociale in questo modo, non si risparmia: si scarica il costo della povertà sulle famiglie, sui comuni e sul volontariato, come testimonia l’aumento di richieste alle Caritas diocesane.

Il confronto europeo: perché noi andiamo contromano
Nel 2023 l’UE ha raccomandato agli Stati membri di garantire redditi minimi adeguati e davvero accessibili, con standard comuni e strumenti integrati (dal sostegno al reddito ai servizi per casa, salute, lavoro). Italia ha scelto la strada opposta, restringendo l’accesso. Intanto la Spagna ha rivalutato l’Ingreso Mínimo Vital fino al 2025 con incrementi cumulati nell’ordine del 40% e oltre, e la Germania ha introdotto il Bürgergeld nel 2023 rendendo più generose e meno stigmatizzanti le regole di base, con meccanismi di aggiornamento che tengono conto dell’inflazione. Non stiamo parlando di regali: stiamo parlando di assicurare lo standard minimo di vita in un continente che si dice civile.

Il punto politico: la povertà non è un vizio privato
Dietro questa riforma c’è una narrazione: i poveri “giusti” sono quelli con figli, gli altri devono arrangiarsi. Chi lavora ma prende salari da fame viene rimandato a corsi e “politiche attive” che non portano lavoro. E intanto la forbice si apre: prezzi alti, affitti ingestibili, bollette che tornano a correre. Se lo Stato restringe le tutele proprio quando servono, la povertà diventa una condanna, non una condizione da cui uscire.

Cosa fare, subito
Primo: ripristinare l’universalismo selettivo, cioè una misura di reddito minimo accessibile a tutte le persone in povertà economica, con soglie e importi adeguati al costo della vita per area, come chiede la Caritas. Secondo: rivedere radicalmente l’SFL, legando i percorsi a domanda reale e filiere locali, e premiando non le ore di aula ma gli esiti occupazionali. Terzo: consentire la cumulabilità intelligente tra lavoro e beneficio per accompagnare l’uscita graduale dalla povertà senza “trappole della povertà”. Quarto: allineare l’Italia alla Raccomandazione UE con standard vincolanti su adeguatezza e accesso, e istituire équipe multidisciplinari che tengano insieme reddito, casa, salute e servizi sociali. Non è beneficenza: è politica economica di base, è coesione sociale, è Costituzione.

Non c’è nulla di inevitabile nell’aumento della povertà. È il risultato di scelte. Oggi l’Italia ha scelto di restringere. Domani può scegliere di allargare lo spazio dei diritti, restituendo ai poveri il minimo che spetta in un Paese che vuole chiamarsi civile.

Fonti essenziali e dati citati
– Caritas Italiana, Rapporto 2025 “Assegno di Inclusione: un primo bilancio” (analisi su riduzione platea, minore efficacia ADI, squilibri territoriali e criticità SFL).
– Banca d’Italia (stime riportate da Caritas): RdC 8,9→7,5% vs ADI 8,3% sull’incidenza di povertà assoluta.
– INPS, Osservatorio ADI/SFL (giugno–luglio 2025): 868 mila nuclei con almeno una mensilità ADI; 68% dei nuclei al Sud; 181.942 beneficiari SFL.
– ISTAT, povertà 2023: 8,4% famiglie e 9,7% individui in povertà assoluta; incidenza 30,4% tra le famiglie con almeno uno straniero.
– Consiglio dell’UE, Raccomandazione 2023 su reddito minimo adeguato.
– Confronto europeo: Spagna (IMV rivalutato), Germania (Bürgergeld 2023 con regole più generose e aggiornamento ai prezzi).

I pacificatori di cartapesta: piani, numeri e complicità nel massacro di Gaza

Donald Trump ha presentato il suo “piano in 20 punti” come la svolta storica per “la pace in Medio Oriente”, con toni trionfalistici accanto a Benjamin Netanyahu: “giorno storico”, “potenzialmente uno dei più grandi nella storia della civiltà”. Dietro la retorica, però, c’è un impianto che consolida il controllo israeliano e commissaria i palestinesi, mentre sul terreno continuano bombardamenti, fame e trasferimenti forzati. Lo diciamo con chiarezza: chi promette la pace mentre impone fame e ferro sta vendendo un’illusione.

Il punto di partenza sono i fatti. A due anni dall’inizio dell’offensiva israeliana, le autorità sanitarie di Gaza registrano oltre 67.000 morti e 169.000 feriti, con una quota altissima di donne e bambini; le macerie coprono città, scuole e ospedali, mentre l’insicurezza alimentare estrema e la malnutrizione dilagano. Anche le stime accademiche sulle “morti indirette” indicano che il bilancio reale potrebbe essere molto più alto nel tempo. Non è propaganda: è il quadro delineato da agenzie ONU, organizzazioni sanitarie e grandi testate internazionali.

Che cosa prevede davvero il piano Trump

Il cuore della proposta è una governance “tecnocratica e apolitica” per Gaza: un comitato palestinese affiancato da “esperti internazionali”, vigilato da un nuovo organismo transitorio – chiamato “Board/Consiglio della Pace” – presieduto da Donald J. Trump, con figure come Tony Blair tra i membri. È prevista inoltre una Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF) che subentrerebbe progressivamente all’IDF, addestrando una polizia “selezionata”. Ricostruzione e investimenti con “zona economica speciale” completano il quadro. Tutto suona moderno; in realtà significa spostare il potere decisionale fuori dalla volontà del popolo palestinese, prolungando il controllo militare e amministrativo esterno.

Non è un incidente che il piano sia imbevuto di blairismo 2.0: governance “efficiente”, attrazione di capitali, riforme della PA palestinese… senza però riconoscere un percorso credibile verso l’autodeterminazione. Persino analisi istituzionali occidentali segnalano ambiguità strutturali: chi nomina il comitato? con quale legittimazione? quali limiti alla forza di “stabilizzazione”? come e quando finisce il “commissariamento”? Sono domande politiche, non tecniche.

Intanto, la Cisgiordania diventa Gaza

Mentre si parla di “pace”, sul terreno procede la trasformazione della Cisgiordania: espansione degli insediamenti, violenze di coloni protetti dall’esercito, operazioni militari ripetute, frammentazione amministrativa delle aree ancora in mano all’Autorità Palestinese. Un’offensiva a tenaglia che mira a rendere irreversibile il controllo israeliano sull’intero territorio.

I numeri della catastrofe umanitaria

Oltre ai morti per bombe e proiettili, la fame uccide. OMS e UNICEF documentano un aumento vertiginoso della malnutrizione infantile: migliaia di bimbi sotto i 5 anni in cura per malnutrizione acuta ogni mese; reparti neonatali senza attrezzature, neonati che condividono l’ossigeno, ospedali al collasso. Le interruzioni prolungate degli aiuti umanitari hanno spinto interi distretti verso la soglia della carestia. Non è un “effetto collaterale”: è una politica di strangolamento che le organizzazioni per i diritti umani hanno definito uso della fame come arma di guerra.

Sul piano giuridico, la Corte Internazionale di Giustizia ha imposto misure provvisorie a Israele per prevenire atti riconducibili al genocidio e assicurare l’accesso degli aiuti; la Relatrice speciale ONU Francesca Albanese ha parlato esplicitamente di “genocidio”, poi di “economia del genocidio”. Il diritto internazionale non è un optional da conferenza stampa: o si applica a tutti, o diventa una foglia di fico.

La “pace” che criminalizza la solidarietà

Mentre si vendono piani patinati, attivisti e attiviste che tentano di portare aiuti vengono intercettati e detenuti. La Global Sumud Flotilla – con centinaia di partecipanti da tutto il mondo – è stata fermata, tra denunce di abusi e intimidazioni. Anche qui: la retorica della “pace” cozza con la criminalizzazione della solidarietà.

L’Italia dentro la macchina bellica: cosa dice la legge 94/2005

C’è un punto che nel nostro Paese dovrebbe essere ormai al centro della mobilitazione: la Legge 17 maggio 2005, n. 94, che ratifica il Memorandum d’intesa Italia–Israele in materia di cooperazione militare e difesa (siglato a Parigi nel 2003). Non è un dettaglio tecnico: quel MoU prevede cooperazione su addestramento, esercitazioni, scambio di dati tecnici (anche riservati), ricerca e produzione industriale, visite di unità militari, facilitazioni per licenze e offerte nel settore della difesa. È l’infrastruttura legale che normalizza l’intreccio tra le nostre forze armate/industria e l’apparato militare israeliano. Abrogarla significa sottrarre risorse, know-how e legittimità a una macchina di guerra che oggi devasta Gaza e soffoca la Cisgiordania.

Il nuovo tassello: il centro globale F-35 a Trapani-Birgi

La spirale non si ferma: Trapani-Birgi diventerà il primo centro internazionale di addestramento per piloti F-35 fuori dagli Stati Uniti, “gemello” della Luke Air Force Base in Arizona. Un’infrastruttura che consolida il ruolo dell’Italia nell’ecosistema della guerra aerea di quinta generazione, con ricadute industriali e di immagine ma anche con un messaggio politico preciso: qui si forma il personale che volerà sugli stessi caccia usati nelle campagne di bombardamento, inclusa quella che sta devastando Gaza.

Cosa non c’è nel piano Trump (e perché non può funzionare)

Manca la fine dell’occupazione e il riconoscimento pieno dell’autodeterminazione palestinese. Manca una garanzia di accountability per crimini e violazioni. Manca una roadmap credibile per rimuovere blocchi, smantellare colonie, restituire terra e diritti. In compenso c’è un’architettura di commissariamento che “stabilizza” l’ingiustizia e un marketing della ricostruzione che promette investimenti senza potere politico reale ai diretti interessati. Anche think tank occidentali che analizzano il testo segnalano ambiguità letali e un disegno calibrato sulle esigenze israeliane più che su quelle del popolo palestinese.

Da che parte stare (con cose concrete da fare)

Stare “con i più deboli” oggi significa parole chiare e obiettivi pratici:
• Abrogare la Legge 94/2005 e sospendere ogni forma di cooperazione militare con Israele, a partire da esercitazioni, scambi di dati tecnici e co-sviluppo/forniture dual-use.
• Stop al polo F-35 di Trapani-Birgi: nessuna “scuola” per piloti di velivoli impiegati in guerre di annientamento.
• Embargo sulle armi verso Israele, in linea con gli obblighi derivanti dalle misure provvisorie della CIJ e dal Trattato sul commercio delle armi.
• Corridoi umanitari permanenti e pieno accesso degli aiuti; ripristino dei servizi essenziali per l’infanzia (sanità, acqua, alimentazione, scuola).
• Riconoscimento del diritto palestinese all’autodeterminazione, fine dei trasferimenti forzati e stop alle colonie in Cisgiordania.

Non servono “pacificatori” che recitano copioni: serve giustizia. Senza giustizia – lo sappiamo bene – non ci sarà pace, ma solo pausa tra una devastazione e l’altra. E la giustizia, qui, ha nomi precisi: cessate il fuoco permanente, fine dell’assedio, ritorno dei prigionieri e degli ostaggi, responsabilità per i crimini commessi, autodeterminazione reale per il popolo palestinese.

Sitografia essenziale
• Testo e analisi del piano in 20 punti (governance tecnocratica, ISF, “Board/Consiglio della Pace”, ruolo di Trump/Blair): PBS; Reuters; ECFR; Carnegie; Chatham House; The Independent.
• Dichiarazioni di Trump con Netanyahu (“giorno storico”, “potenzialmente uno dei più grandi…”): Times of Israel; The Economist.
• Bilancio vittime e devastazione a Gaza: Reuters; Washington Post.
• Malnutrizione e collasso sanitario (UNICEF/OMS) e blocco degli aiuti: UNICEF (sitrep e comunicati); WHO; OCHA.
• Stime su morti indirette (modelli epidemiologici): The Lancet (riassunti e analisi).
• Cisgiordania sotto attacco: Washington Post; Washington Institute.
• ICJ misure provvisorie e dossier legali; Relatrice speciale ONU Francesca Albanese (“Anatomy of a Genocide”; “Economy of Genocide”).
• Legge 94/2005 e Memorandum Italia–Israele (testi ufficiali): Parlamento italiano; testo del MoU.
• Centro F-35 a Trapani-Birgi (conferme ufficiali e stampa): ANSA; The Aviationist; SkyTG24.

Tra repressione e rinascita: il governo Meloni contro il dissenso e la nuova speranza che nasce da Gaza

C’è un tratto che emerge con sempre maggiore nitidezza nell’azione del governo Meloni: l’allergia congenita verso ogni forma di dissenso democratico. Un rigetto quasi viscerale di tutto ciò che non si allinea, che non acclama, che non rientra nel recinto del consenso. È come se per questo esecutivo la libertà di espressione fosse tollerabile solo quando inneggia al potere, mai quando lo mette in discussione.

Chi manifesta per i diritti, chi denuncia la guerra, chi si schiera con i popoli oppressi viene puntualmente criminalizzato, deriso o ignorato. È accaduto di nuovo, in modo plateale e vergognoso, con la Global Sumud Flotilla: un gruppo di attivisti pacifisti internazionali, tra cui anche italiani, salpato per portare aiuto e solidarietà alla popolazione assediata di Gaza. Navi civili, bandiere della pace, nessuna arma, nessuna minaccia. Eppure, sono stati bloccati in acque internazionali dalla marina israeliana in un’azione di pirateria di Stato, con sequestro e arresto illegittimo dei partecipanti, in violazione del diritto marittimo internazionale.

Di fronte a un simile atto, che avrebbe dovuto suscitare un’immediata reazione diplomatica, il governo italiano ha scelto il silenzio. Nessuna condanna, nessuna richiesta formale di chiarimenti, nessuna delegazione ad accogliere chi tornava dopo giorni di detenzione illegale. Solo un imbarazzato mutismo, rotto dalle parole fuori luogo del ministro degli Esteri Antonio Tajani, secondo cui “le regole si possono infrangere fino a un certo punto” – una frase che, detta di fronte a una violazione della legalità internazionale, suona come una beffa. A completare il quadro, le invettive della premier Giorgia Meloni, che con il consueto fervore ideologico ha bollato gli attivisti come provocatori. Come se la solidarietà, la pace, la dignità umana fossero diventate un reato politico.

La verità è che questo governo non sopporta le piazze, se non quelle che lo esaltano. Ama solo le manifestazioni dove sventolano bandiere tricolori con le braccia tese nel saluto romano, non quelle dove si difende la Palestina o si chiede giustizia sociale. Non sopporta chi rompe la narrazione tossica della “civiltà occidentale” che bombarda in nome della democrazia, chi denuncia lo sfruttamento, la miseria, la fame prodotta dalle guerre dei potenti.

Ma se la repressione del dissenso è ormai la cifra di Palazzo Chigi, l’ipocrisia ne è la maschera. Da un lato, i pacifisti vengono bollati come eversivi; dall’altro, il governo non esita a spalancare le porte e stendere tappeti rossi a personaggi ben più discutibili. È il caso del generale libico Al Masri, coinvolto in crimini di guerra e in episodi di violenza e stupro, accolto in Italia con onori di Stato, come fosse un capo legittimo e rispettabile. O quello di Chico Forti, condannato per omicidio negli Stati Uniti, trasferito nelle carceri italiane e salutato all’arrivo come un eroe nazionale, con tanto di accoglienza istituzionale e retorica patriottica.
Due pesi e due misure: il perdono e la gloria per chi serve la narrazione governativa, il disprezzo e la criminalizzazione per chi osa sfidarla.

Eppure, il vuoto morale della politica non genera solo disillusione. Talvolta, produce resistenza. È ciò che sta accadendo oggi con il movimento globale per Gaza, che sta assumendo contorni sempre più ampi e potenzialmente dirompenti. Un movimento apartitico, trasversale, intergenerazionale, che nasce dal basso e che, paradossalmente, si alimenta proprio del cinismo e della crudeltà con cui l’Occidente sta gestendo il genocidio palestinese.

Dai cortei in Europa alle piazze del Maghreb, dai campus americani fino all’Asia meridionale, si alza una voce comune: quella di una generazione che non accetta più la menzogna sistemica del potere. In Italia, come altrove, a trainare la protesta sono soprattutto i giovani, gli stessi che dopo i Fridays for Future e Ultima Generazione hanno trovato un nuovo terreno di lotta: la denuncia dell’ingiustizia globale, dell’ipocrisia dei governi, della violenza istituzionalizzata.
È un’onda che ricorda i movimenti altermondialisti di Seattle e Genova, le Primavere arabe, Occupy Wall Street. Ma con una differenza decisiva: oggi la consapevolezza è più profonda, la sfiducia verso i partiti più radicata, e la rabbia più lucida.

La bandiera palestinese, in questo contesto, è diventata qualcosa di più di un simbolo politico: è il vessillo di una dignità universale, di una rivolta morale contro un sistema economico e mediatico che arricchisce pochi e calpesta molti. È l’emblema di un risveglio che non riguarda solo il Medio Oriente, ma l’intera umanità: la rivolta dei senza voce contro la complicità istituzionale e l’indifferenza dell’opinione pubblica.

Intorno a questa lotta, si stanno coagolando energie nuove: studenti, lavoratori precari, migranti, attivisti ecologisti, artisti, ricercatori. Tutti uniti dal rifiuto del cinismo dominante, di quella miseria materiale e spirituale che viene spacciata per progresso. E mentre le élite politiche si mostrano sempre più incapaci di comprendere la portata di ciò che accade, questo movimento, cresciuto silenziosamente negli ultimi due anni, sta gettando le basi per una nuova forma di coscienza collettiva.

Non ha leader né partiti, ma ha una visione: la volontà di costruire dal basso un linguaggio politico nuovo, fondato su giustizia, equità, redistribuzione e cura del pianeta. Non è un’utopia, ma una necessità storica. Perché ogni sistema repressivo genera, prima o poi, la sua controspinta vitale.

Siamo di fronte a un bivio cruciale: da un lato, un governo che mostra ogni giorno di più la sua natura repressiva, selettiva, inumana; dall’altro, una nuova coscienza che, pur ancora fragile, inizia a farsi strada con la forza della solidarietà e della verità.
La storia insegna che i poteri che negano la libertà finiscono per essere travolti da essa. E che i semi della resistenza, anche se calpestati, prima o poi germogliano.

Questa è la sfida che ci attende. E che merita di essere raccolta.

Armi per l’élite, austerità per il popolo: il vero volto del governo Meloni

Nel cuore della tempesta economica che si avvicina, il governo Meloni si aggrappa al PNRR come a un salvagente, ma intanto rema verso una direzione che rischia di affondare definitivamente l’economia reale italiana: quella dell’austerità rivisitata in salsa sovranista. Un paradosso che si traduce in una redistribuzione al contrario: tagli alla spesa pubblica per la sanità, l’istruzione, il lavoro e i servizi essenziali, mentre si spalancano le casse dello Stato per finanziare riarmo, rendita finanziaria e grandi gruppi industriali.

Senza PNRR: recessione garantita

Il recente Documento Programmatico di Finanza Pubblica (DPFP), approvato dal governo, fotografa con lucidità il futuro prossimo: senza la spinta degli investimenti europei del PNRR, l’Italia sarebbe già destinata alla recessione nel 2026. I 194 miliardi stanziati dall’Europa, da spendere teoricamente entro giugno 2026, rappresentano oltre 5 punti di PIL entro il 2031. Di questi, ben 1,3 punti percentuali di crescita sarebbero imputabili agli investimenti previsti solo per il 2026, a fronte di una stima complessiva di crescita del PIL pari allo 0,7%. In altre parole: senza il PNRR, il Paese non solo non crescerà, ma rischia un crollo.

Un dettaglio sfuggito ai più, ma ben presente nei documenti ufficiali, è che la quasi totalità degli investimenti non potrà essere spesa entro i termini fissati, e il governo lo sa. Per questo motivo, sono già in preparazione “veicoli” finanziari che permetteranno di vincolare le somme ora e spenderle solo dopo il 2026, ammesso che Bruxelles sia d’accordo. Un’operazione di maquillage contabile, che consente alla maggioranza di salvare la faccia e ai tecnocrati di Bruxelles di mantenere formalmente l’illusione della “disciplina fiscale”.

Ma se la spesa pubblica per investimenti è oggi l’unica leva che evita il collasso, perché il governo ha scelto, contemporaneamente, la via della stretta fiscale più dura dal 2011?

Austerità 2.0: il ritorno del peggio

Dal 2025 al 2028, il governo Meloni prevede un consolidamento fiscale da 130 miliardi di euro. Tradotto: lo Stato intende raccogliere tramite tasse e tagli circa 130 miliardi in più di quanto spenderà (interessi esclusi), sottraendo così linfa vitale all’economia reale. Non è un errore tecnico: è una precisa scelta ideologica, fatta nel nome dell’obbedienza al nuovo Patto di Stabilità europeo.

Il saldo primario – cioè la differenza tra entrate e uscite al netto degli interessi sul debito – è tornato positivo dallo 0,9% del PIL nel 2025 all’1,9% nel 2028. Ma questo non servirà a ridurre significativamente il debito pubblico. Storicamente, infatti, sottrarre risorse all’economia porta a un PIL stagnante o decrescente, facendo aumentare in proporzione il peso del debito. L’effetto è noto: crescita rallentata, meno occupazione, tagli lineari ai servizi e incremento delle disuguaglianze.

A guadagnarci sono le rendite, non i cittadini. Le politiche di avanzi primari drenano risorse dai lavoratori e dalle classi medie e popolari – attraverso tagli alla spesa sanitaria, scolastica, sociale – per riversarle nei portafogli degli investitori istituzionali, banche e fondi, molti dei quali nemmeno italiani. È una redistribuzione al contrario, camuffata da “responsabilità di bilancio”.

La sanità al palo, la scuola dimenticata, ma le armi volano

Nell’impianto del DPFP, le voci di spesa più sensibili socialmente – sanità, scuola, welfare – sono destinate a stagnare o a crescere meno del PIL. In particolare, la spesa sanitaria resta inchiodata sotto la media UE e OCSE, nonostante la pandemia abbia dimostrato con violenza la necessità di un servizio pubblico robusto. Gli stipendi pubblici vengono compressi, mentre le prestazioni sociali vengono tenute sotto controllo.

Ma c’è una voce che vola alta: la spesa militare.

Nel silenzio generale, il governo ha annunciato di voler portare le spese per la difesa dal 2 al 2,5% del PIL entro il 2028: un aumento di oltre 22 miliardi in tre anni, che diventeranno 12 miliardi strutturali. E non è finita: l’obiettivo NATO è il 3,5% del PIL entro il 2035, a cui si somma un altro 1,5% destinato alla “sicurezza”. In totale, si prospetta un futuro in cui un euro su cinque della spesa pubblica sarà assorbito da eserciti, armi e apparati di controllo.

Non si tratta solo di numeri: è un progetto di società. Una società in cui lo Stato si disimpegna dalla cura delle persone e investe invece nel controllo, nella repressione, nel riarmo. L’iniziativa pubblica viene così piegata a interessi geopolitici decisi altrove, mentre il cittadino italiano paga le tasse e riceve in cambio liste d’attesa in ospedale, classi sovraffollate e salari da fame.

L’élite incassa, il popolo paga

L’Italia ha già ridotto il rapporto debito/PIL di 20 punti in tre anni grazie alla crescita post-Covid e ai vincoli europei sospesi. Nonostante ciò, invece di consolidare quel risultato attraverso investimenti strutturali in coesione sociale e produttività, il governo ha scelto di assecondare i dogmi dell’austerità, con l’aggiunta tossica del riarmo.

È una scelta profondamente politica. E mentre i grandi gruppi finanziari e industriali – da Leonardo a Fincantieri, passando per le banche che finanziano il debito – vedono i loro profitti garantiti, i cittadini si trovano soli, impoveriti e sempre più insicuri. In nome della “stabilità”, si sta costruendo un Paese ingovernabile: senza prospettive per i giovani, senza tutele per i fragili, senza diritti effettivi per chi lavora e contribuisce.

Eppure, Giorgia Meloni nel 2019 gridava: “Basta austerità!”. Oggi, al governo, ha abbracciato con entusiasmo proprio quel modello fallimentare che diceva di combattere. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: meno scuola, meno sanità, meno welfare. Ma più F-35, più navi da guerra, più spese segrete per la “sicurezza”.

Non c’è bisogno di inventare complotti per descrivere ciò che sta accadendo. Basta leggere i documenti ufficiali del governo. E unirli, finalmente, a una lettura politica e sociale degna di questo nome.

Il piano Trump per Gaza: genocidio travestito da pace

Il cosiddetto “piano di pace” per Gaza, annunciato da Donald Trump al fianco di Benjamin Netanyahu, non è un negoziato ma un diktat. Presentato come un’occasione storica per stabilizzare la regione, nei fatti si configura come un documento costruito ad uso e consumo di Israele e delle grandi lobby occidentali, con la Palestina ridotta a protettorato sotto tutela coloniale.

Hamas: “Serve Israele, non il popolo palestinese”
Un alto dirigente di Hamas ha dichiarato alla BBC che il movimento difficilmente accetterà la proposta. Le condizioni poste da Trump – disarmo totale, consegna delle armi e accettazione di una Forza internazionale di stabilizzazione – sono viste come nuove forme di occupazione. Secondo Hamas, il piano non tiene conto delle sofferenze e delle aspirazioni del popolo palestinese e “serve esclusivamente gli interessi di Israele”.

Il gergo dell’orrore: “finire il lavoro”
La frase pronunciata da Netanyahu – “se Hamas rifiuta l’offerta, finiremo il lavoro a Gaza” – e ripresa da Trump con un inquietante “Israele avrà il mio pieno sostegno per finire il lavoro” è già entrata nella storia del linguaggio politico come una delle più oscene. Lavoro come sinonimo di sterminio: un lessico che cancella l’orrore, normalizzandolo. In quelle tre parole si condensano i massacri di civili, i bambini uccisi a centinaia, la devastazione sistematica di Gaza. Un linguaggio che disumanizza e legittima, e che molti media occidentali ripetono senza scandalo, quasi fosse naturale parlare di genocidio come fosse un mestiere.

L’Italia allineata e l’ambizione coloniale
La presidente del Consiglio italiana si è schierata apertamente a sostegno dell’iniziativa americana, arrivando ad accusare la Flotilla della possibile destabilizzazione del fragile equilibrio evocato dal piano. Un rovesciamento paradossale: chi cerca di rompere l’assedio per portare viveri e medicinali viene additato come pericolo per la pace, mentre i responsabili del blocco e dei bombardamenti sono considerati partner indispensabili.
Ma dietro c’è altro: la premier ha fatto trasparire la volontà di sedere al tavolo del “Board of Peace” presieduto da Trump e Blair, offrendo l’invio dei Carabinieri come forza di polizia nel futuro protettorato di Gaza. Una proposta che sa di pedaggio coloniale più che di contributo alla pace.

Tony Blair, il regista dell’affare
Che Blair sia stato scelto come supervisore non sorprende. L’ex premier britannico, ricordato per le menzogne sulle armi di distruzione di massa in Iraq, non ha mai pagato un prezzo politico o giudiziario. Da allora ha costruito un impero di lobbying e consulenze a favore di regimi autoritari, da Nazarbayev a Gheddafi, passando per i monarchi del Golfo.
Come inviato del Quartetto, sfruttò la sua posizione per favorire progetti economici in Cisgiordania, tra cui un contratto con Wataniya Telecom legato a JP Morgan, che lo pagava due milioni di sterline l’anno. Spinse per il gasdotto Gaza Marine di British Gas, in un intreccio di conflitti di interesse così eclatanti da costargli l’incarico.
Oggi guida il Tony Blair Institute for Global Change, che raccoglie 145 milioni di sterline l’anno e il cui principale finanziatore è Larry Ellison, fondatore di Oracle e principale donatore privato delle forze armate israeliane. Ellison ha versato oltre 200 milioni di sterline all’istituto di Blair, e attraverso Oracle sostiene centri di ricerca in Israele sull’intelligenza artificiale per la sicurezza militare. Amico personale di Netanyahu, Ellison è il perfetto anello di congiunzione tra potere finanziario, lobby pro-Israele e politica americana.

Gli interessi dietro il “Board of Peace”
Il Consiglio della Pace – presieduto da Trump e Blair – appare come il cavallo di Troia per spogliare i palestinesi del controllo sul proprio futuro. Gaza verrebbe amministrata da un “comitato tecnocratico”, con esclusione tanto di Hamas quanto dell’Autorità nazionale palestinese. Non una pace, ma una colonizzazione 2.0: governance occidentale, affari miliardari di ricostruzione, flussi di denaro dal Golfo all’economia americana. Come ha scritto Chiara Cruciati, si tratta di una “stabilità regionale camuffata da pace che non prevede liberazione”.

Riserve dal mondo arabo
La narrazione di un consenso internazionale è già incrinata. Paesi arabi inizialmente favorevoli – come Qatar, Egitto e Giordania – hanno espresso riserve dopo le modifiche al testo apportate da Washington su pressione israeliana: spariti i riferimenti al ritiro delle truppe, nessun calendario per il trasferimento di poteri all’ANP, nessun percorso chiaro verso la nascita di uno Stato palestinese. Una cancellazione che riporta alla mente le infinite “trappole negoziali” del passato.

Le ambiguità di Netanyahu
Secondo l’analista Meron Rapoport, Netanyahu ha raccontato in patria una versione distorta del piano, presentandolo come una vittoria israeliana. In realtà, la Casa Bianca parlava di un ritiro graduale e di un ruolo (pur marginale) per l’Autorità palestinese. Una differenza di prospettiva che rivela il cinismo di Netanyahu: usare il piano per blindare il consenso interno e prepararsi a elezioni anticipate, anche a costo di bruciare l’occasione di una tregua reale.
Ma se il piano fallisse, Israele perderebbe l’occasione storica di completare la pulizia etnica. Per questo l’ultradestra lo pressa e i coloni pretendono garanzie sull’annessione della Cisgiordania. Netanyahu è stretto tra le famiglie degli ostaggi, che chiedono accordi, e l’estrema destra che non vuole compromessi.

ONU e comunità internazionale
Il segretario generale Guterres ha invocato il cessate il fuoco e l’accesso umanitario, ma resta in un vicolo cieco. Netanyahu ha già escluso ogni ipotesi di due Stati, mentre il genocidio prosegue. Gli Stati Uniti, nel frattempo, hanno corretto il piano per renderlo più appetibile a Israele e più tossico per i palestinesi.

Conclusione
Il “piano di pace” di Trump e Netanyahu non è che l’ennesima messa in scena di una colonizzazione mascherata. Dietro le promesse di ricostruzione e stabilità si nasconde un progetto di controllo politico ed economico: Gaza come colonia israelo-americana, amministrata da Blair e benedetta dai miliardari che finanziano l’esercito israeliano.
“Finire il lavoro” non è solo un gergo orribile: è la formula con cui si vuole chiudere la questione palestinese cancellandone l’esistenza politica. Ma nessun piano, nessun board, nessun miliardo potrà occultare la verità: sette milioni di palestinesi vivono su quella terra, e non saranno spazzati via da un documento firmato a Washington.

Fonti principali:
BBC, Associated Press, ONU (dichiarazioni di António Guterres), +972 Magazine (analisi di Meron Rapoport), articoli di Chiara Cruciati (il manifesto), inchieste su Tony Blair Institute for Global Change e Larry Ellison (Guardian, Middle East Eye, Haaretz).