Astensione killer e la crisi della partecipazione: come rianimare la sinistra

C’è un convitato di pietra nelle urne italiane, sempre più ingombrante: l’astensione. Non è più un fenomeno marginale, né un semplice segnale di disaffezione: è diventata la vera protagonista delle tornate elettorali, capace di condizionare in profondità i risultati e di punire indistintamente destra e sinistra. Un killer silenzioso, che lascia macerie soprattutto nel campo progressista.

I numeri della diserzione
I dati delle Regionali nelle Marche parlano chiaro: affluenza al 50,1%, dieci punti in meno rispetto a cinque anni fa. Nel 2020 Francesco Acquaroli vinse con 361 mila voti; oggi si conferma con 337 mila, venticinquemila in meno. Il Partito Democratico passa dai 156 mila voti di Mangialardi ai 127 mila di Matteo Ricci, lasciandone sul terreno oltre trentamila. Persino Fratelli d’Italia, in crescita ovunque, si sgonfia: dai 222 mila voti delle Politiche 2022 scivola a 155 mila. Il Movimento 5 Stelle si dimezza, da 44 mila a 28 mila.

Non è, dunque, una disfatta circoscritta a un partito: è un’emorragia generale. Il “campo largo” si scopre fragile, incapace di trattenere i suoi elettori. Eppure le piazze, quando si parla di Palestina, clima o disarmo, si riempiono. La contraddizione è lampante: partecipazione civica in aumento, partecipazione politica in caduta libera.

Piazza e urne: due mondi che non si toccano
Il paradosso delle “piazze piene e urne vuote” non basta più a spiegare la frattura. Le mobilitazioni per Gaza o per il clima mostrano che il popolo non è apatico, ma cerca luoghi di impegno autentico. Il problema è che non riconosce quei luoghi nella politica istituzionale. Come nota Marco Valbruzzi, docente di Scienza politica, i movimenti che affollano le piazze sono composti da cittadini già “iper-politici”, sofisticati, che spesso votano comunque. A mancare all’appello sono gli indifferenti, quelli che non si sentono rappresentati da nessuna offerta.

Antonio Noto, sondaggista, sottolinea come il crollo di partecipazione colpisca soprattutto l’elettorato M5S e Avs. Gli stessi soggetti che un tempo incarnavano la promessa di un “nuovo partito” capace di attirare i senza-voce oggi pagano il conto della sfiducia. La conseguenza è che chi rimane a casa non è semplicemente disinteressato, ma convinto che il voto non abbia alcun impatto reale.

L’inciviltà della politica
Un altro fattore è la qualità del dibattito pubblico. Una ricerca dell’Università Cattolica mostra che oltre il 70% dei cittadini è infastidito dal linguaggio urlato e aggressivo della politica: la cosiddetta fan politics, o politica da bar. La comunicazione incivile mobilita un nucleo ristretto di tifosi, ma allontana masse ben più ampie. Il risultato è una democrazia minoritaria, dove votano solo i più radicalizzati, mentre i moderati e i delusi scelgono il silenzio.

I giovani, cresciuti solo in questo clima, sono i più esposti al disincanto. Lo dimostrano i tassi di astensione altissimi tra i neomaggiorenni: cittadini che scendono in piazza per i Fridays for Future o per Gaza, ma che non vedono alcun legame tra quelle battaglie e i simboli sulla scheda elettorale.

Il vuoto della sinistra
Il centrosinistra appare prigioniero di una doppia morsa: da un lato, l’incapacità di parlare ai bisogni materiali delle persone (sanità, lavoro, trasporti, sicurezza sociale); dall’altro, l’assenza di coraggio nell’assumere posizioni nette sui grandi temi globali. Su Gaza, ad esempio, gran parte degli elettori non si fida del Pd: sanno che dietro la bandiera di Elly Schlein convive un altro Pd, legato a logiche atlantiste e poco incline a scelte radicali.

Manca, insomma, quella chiarezza di campo che in altri paesi ha fatto rinascere esperienze di sinistra credibili: dal Labour di Jeremy Corbyn al nuovo partito verde di sinistra britannico, fino ai movimenti municipali negli Stati Uniti.

Quali azioni per invertire la rotta?
Se l’astensione è diventata un killer della democrazia, non basta lamentarne gli effetti: occorre reagire. La sinistra, in particolare, ha davanti a sé tre strade fondamentali:
1. Ricostruire fiducia nella rappresentanza. La gente deve credere che il voto conti. Questo significa vincolare i programmi a impegni concreti e verificabili, con strumenti di rendicontazione pubblica e piattaforme di partecipazione dal basso.
2. Tornare ai bisogni materiali. La ricerca mostra che il voto è mosso prima di tutto dal portafoglio. Sanità pubblica, casa, lavoro sicuro, transizione ecologica giusta: questi sono i temi che parlano al cuore e al portafoglio degli elettori.
3. Uscire dagli studi televisivi. Basta talk show e battute da bar. La politica deve tornare nei territori, nelle periferie, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. L’ascolto non può essere delegato ai sondaggi o alle dirette social.
4. Costruire un’identità coraggiosa. I giovani scendono in piazza per Gaza e per il clima perché lì vedono coerenza e radicalità. La sinistra deve avere il coraggio di schierarsi senza ambiguità: contro il genocidio, contro il neoliberismo predatorio, per una nuova giustizia sociale e ambientale.

Fonti / Sitografia
• Openpolis, L’astensionismo e il partito del non voto
• Openpolis, Le elezioni e il tema dell’astensionismo crescente
• Lavoce.info, L’astensionismo ha radici economiche
• Lavoce.info, Astensionismo, una minaccia per la democrazia
• Left, Regionali: il vero vincitore è l’astensionismo
• Rivista il Mulino, Gli astensionisti
• LUISS, Federico Regaldo, Analisi ed evoluzione del fenomeno dell’astensionismo in Italia (tesi)
• Gli Stati Generali, Votanti a destra, astenuti a sinistra
• Il Manifesto, Perché l’astensione favorisce il cappotto della destra
• L’Espresso, L’astensionismo è soprattutto di sinistra
• FrancoAngeli, Andrea Girometti, Una lettura dell’astensione elettorale in Italia