Regalare il futuro: la svendita sistematica del patrimonio pubblico italiano

È un processo che non nasce oggi, ma che nel corso di tre decenni ha assunto dimensioni strutturali: lo Stato italiano, con le proprie imprese strategiche, viene progressivamente smontato, ceduto, mercificato. Ciò che fino a poco tempo fa era centrale per la sovranità industriale nazionale è oggi un pacchetto da “monetizzare”. E il governo Meloni, lungi dall’interrompere il corso, lo sta portando fino alle sue ultime conseguenze.

In questo articolo ricostruiamo la traiettoria recente, aggiorniamo i casi più emblematici con dati 2024/2025 e ragioniamo sulle implicazioni politiche, economiche e sociali.

  1. Un’eredità quarantennale: la privatizzazione come paradigma permanente

Il “modello privatizzazioni” affonda le sue radici nei primissimi anni Novanta, quando l’IRI — storica anima industriale dello Stato — comincia il suo smembramento. Da allora, decine di aziende pubbliche, infrastrutture e servizi strategici sono stati trasformati in merci, ceduti al miglior offerente. Nel tempo si è consolidato un dogma: “pubblico = inefficiente, privato = virtuoso”. Ma le grandi privatizzazioni italiane (telecomunicazioni, energia, banche, autostrade) non sono state solo operazioni economiche: hanno segnato un cambio di paradigma, un trasferimento simbolico e reale di sovranità al mercato finanziario.

Negli ultimi anni il dibattito internazionale ha iniziato a rimettere in discussione quel dogma (reinternalizzazioni, modelli ibridi pubblico-privato). In Italia, qualche segnale timido esiste, ma la sostanza resta: valorizzare sul mercato ciò che ancora rimane “vendibile” del patrimonio pubblico.

  1. Il piano delle dismissioni 2025–2026: quanto resta sul tavolo?

Nel 2025 il governo ha indicato un obiettivo di incassi da privatizzazioni nell’ordine di circa 17,5 miliardi di euro sui prossimi anni, ridimensionando però tempi e ambizioni rispetto ai proclami iniziali. L’operazione resta centrale per far quadrare i conti della finanza pubblica, con un DEF che aumenta i margini di disavanzo (circa +0,4 punti di PIL nel 2025, +0,7 nel 2026, +1,1 nel 2027). In agenda figurano quote di Poste, MPS, partecipazioni residue in società energetiche e altri asset infrastrutturali; ma diversi osservatori notano che “il sacco è quasi vuoto”: ciò che poteva essere venduto è già stato ceduto, o è difficile da valorizzare ulteriormente.

  1. I casi simbolo aggiornati (2024–2025)

TIM / Rete fissa (NetCo/FiberCop/KKR)
• 1 luglio 2024: perfezionata la cessione della rete fissa di TIM al fondo statunitense KKR (tramite FiberCop/Optics BidCo), con valutazione fino a 22 miliardi. L’organico complessivo scende da 37.065 a 17.281 addetti. Contratto pluriennale per l’affitto della rete, golden power esercitato con prescrizioni. È il passaggio di un’infrastruttura vitale alla finanza internazionale, con governance pubblica residuale.

Ex Ilva / Acciaierie d’Italia
• Dossier ancora fragilissimo: tra commissariamenti, subentri e piani di “rilancio”, prevalgono ipotesi di nuova cessione e tagli occupazionali, con oneri pubblici per decarbonizzazione. Tutto questo mentre la domanda globale di acciaio è sostenuta anche dalle politiche di riarmo europee. (Fonti multiple di settore; scenario coerente con l’evoluzione 2024/25)

ITA / Lufthansa
• Gennaio 2025: Lufthansa finalizza l’acquisto del 41% di ITA (saldo 59% al MEF), con prospettiva di progressiva integrazione operativa. Nel frattempo, la CIG per circa 2.000 ex lavoratori Alitalia è prossima alla scadenza: manca un piano robusto di ricollocazione.

MPS (Monte dei Paschi di Siena)
• Dopo la nazionalizzazione per salvataggio, lo Stato ha ridotto la propria quota a meno dell’11–12%; la traiettoria è di privatizzazione, mentre operazioni straordinarie (fusioni/alleanze) hanno generato plusvalenze importanti per grandi investitori (famiglia Del Vecchio tramite Delfin, gruppo Caltagirone, fondi come BlackRock). Un’occasione mancata per costruire un polo bancario pubblico con Cassa Depositi e Prestiti.

Stellantis / Automotive
• Tra delocalizzazioni, compressione salariale e rendite finanziarie, il rischio è che l’Italia scivoli a sito di assemblaggio marginale, mentre il valore aggiunto si cattura altrove. La riconversione verso produzioni dual-use e militari, finanziata con risorse pubbliche, non garantisce presidio strategico, dato che la governance e la base fiscale del gruppo non sono italiane.

Partecipazioni in Eni, Enel e imprese energetiche
• Ulteriori cessioni/ritocchi di quote riducono il perimetro del controllo pubblico su settori chiave. Sul fronte downstream, il dossier IP/API e l’interesse Socar riaccendono il tema della sovranità energetica (trattative e scenari 2024/25).

  1. Il caso Autostrade/Benetton e il Ponte Morandi: quando il profitto scavalca la sicurezza

La vicenda Autostrade per l’Italia (Aspi) è il paradigma di cosa accade quando un’infrastruttura essenziale viene gestita con priorità di massimizzazione del rendimento anziché di tutela dell’interesse pubblico.
• 14 agosto 2018: crolla il Ponte Morandi a Genova, una delle più gravi tragedie infrastrutturali della storia recente italiana. Il maxi-processo, con 57 imputati, è tuttora in corso e la sentenza è attesa nel 2026 (alcuni reati minori già prescritti). Lentezze giudiziarie a parte, la sostanza politica è chiara: la manutenzione e il controllo di sicurezza di un asset vitale non possono dipendere dalla logica del dividendo.
• Maggio 2022: dopo un lungo braccio di ferro, Atlantia (galassia Benetton) perfeziona il closing vendendo l’88,06% di Aspi al Consorzio formato da CDP Equity (51%), Blackstone (24,5%) e Macquarie (24,5%). Controvalore: ~8,2 miliardi di euro (inclusa ticking fee e al netto di aggiustamenti).
• Agosto 2025: a sette anni dal crollo, il Comitato Ricordo delle Vittime e altre associazioni depositano un esposto per chiarire le cifre della transazione e la gestione post-tragedia, denunciando una “Aspi spolpata” prima del passaggio di mano. È un atto simbolico, ma indica una percezione pubblica diffusa: la privatizzazione di un servizio essenziale ha generato profitto privato e rischio pubblico.

Questo caso spiega, meglio di qualsiasi teoria, perché le dismissioni di asset strategici non possono essere la scorciatoia per fare cassa: quando la manutenzione è un costo e il dividendo un obiettivo, la sicurezza arretra. Il pubblico finisce per pagare due volte: prima con tariffe e dividendi, poi con ricostruzioni, cause, risarcimenti e dolore sociale.

  1. Una mappa dei guadagni e delle perdite: cifre, attori, controparti

Incassi e obiettivi
• 2025: piano di privatizzazioni con incassi attesi fino a 17,5 miliardi (poi “rimodulati”). Ma molti dossier slittano e la “capacità residua di vendita” si assottiglia.

Chi guadagna
• Fondi internazionali (KKR, BlackRock, ecc.) entrano nei nodi strategici.
• Gruppi nazionali già avvantaggiati consolidano rendimenti (Delfin, Caltagirone).
• Governi di ogni colore orchestrano con atti formali (golden power, decreti, patti parasociali) una cessione “controllata”, ma pur sempre cessione.

Chi perde
• Lavoro (esuberi, esternalizzazioni: il caso TIM è plastico).
• Capacità di pianificazione: l’indirizzo industriale scivola verso obiettivi estranei al bene collettivo.
• Sovranità tecnologica/energetica: cresce la dipendenza da capitali, tecnologie e forniture estere.

  1. Il silenzio dell’opposizione e la resa dei corpi intermedi

Qui sta il punto politico. L’operazione di dismissione è diventata bipartisan: governi di destra, sinistra e tecnici hanno partecipato allo stesso disegno, spesso giustificandolo con vincoli europei o urgenze di finanza pubblica. La CGIL e, più in generale, il sindacato confederale hanno spesso risposto con mobilitazioni parziali, senza un progetto industriale alternativo all’altezza del passaggio storico. Il risultato è un depotenziamento dello Stato che procede quasi senza resistenza, trasformandosi in normalità.

  1. Le radici del dominio neoliberista europeo

La cornice è europea: concorrenza, aiuti di Stato, regole fiscali hanno spinto gli Stati a “non fare impresa”, limitandosi a incentivare i privati. Anche il Next Generation EU e i pacchetti per la transizione green/digitale tendono a scorrere lungo canali finanziari transnazionali, lasciando alla capacità progettuale pubblica un ruolo spesso ancillare. Finché l’Italia non riapre il dossier della sovranità industriale in sede UE, ogni tentativo di re-industrializzare resterà parziale.

  1. Strategie per invertire la rotta (con i piedi per terra)
    1. Patrimonio pubblico come leva strategica
      Non zavorra da liquidare, ma volano di sviluppo: energia, reti, manutenzione straordinaria del territorio, sanità digitale, manifattura avanzata.
    2. Clausole dure nelle privatizzazioni
      Diritto di reversione, vincoli occupazionali, tetti alla distribuzione di utili, poteri speciali effettivi e verificabili.
    3. Piani industriali pubblici veri
      Non “aiuti” a pioggia a grandi gruppi, ma campioni pubblici capaci di guidare filiere (energia, semiconduttori, batterie, mobilità, agro-tech).
    4. Ricostruzione dei corpi sociali
      Dalle vertenze singole a un fronte civico-produttivo che faccia dei beni comuni la propria piattaforma politica.
    5. Contrattazione in Europa
      Portare il tema della sovranità industriale al centro dei tavoli: senza spazi per imprese pubbliche e consorzi misti mission-oriented, l’Italia resterà subfornitore.
    6. Trasparenza radicale
      Ogni dismissione deve essere accompagnata da bilanci pubblici leggibili, consultazioni territoriali, indicatori di sicurezza/qualità (il caso Autostrade insegna), e monitoraggi indipendenti ex-post.

Conclusione

L’Italia vive un dramma silenzioso: la dissoluzione del proprio apparato industriale e l’alienazione del capitale pubblico. Non è fatalità, è scelta. Il governo Meloni non ha inventato nulla: ha ereditato una linea e l’ha accelerata. Se l’opposizione non rompe la gabbia ideologica, ci consegnerà un Paese più povero, meno libero, più dipendente.

Il tempo per invertire la rotta non è infinito. Servono schiena dritta e visione: uno Stato non “minimo”, ma protagonista. E soprattutto, un principio: ciò che è strategico — reti, energia, infrastrutture, dati, sicurezza — non si mette all’asta. Il Ponte Morandi ce lo ricorda ogni giorno.

Fonti essenziali per i dati aggiornati (2024–2025)
• Piano privatizzazioni e cifre 2025: la Repubblica (15 aprile 2025).
• TIM/KKR (valutazione fino a 22 mld; organico a 17.281): ANSA, Il Fatto Quotidiano, Gruppo TIM (1 luglio 2024).
• ITA/Lufthansa (41%): Lufthansa Group newsroom (17 gennaio 2025), MEF (3 luglio 2024).
• Autostrade/Aspi (closing e controvalore ~8,2 mld): Sky TG24 (6 maggio 2022), Mundys/Atlantia (5 maggio 2022), ANSA (6 maggio 2022).
• Ponte Morandi (stato del maxi-processo; sentenza attesa 2026): la Repubblica Genova (12 agosto 2025).
• Esposto delle vittime su Aspi “spolpata”: Avvenire (14 agosto 2025).

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