“Per ogni israeliano, 50 palestinesi”: il volto genocida del sionismo armato

Un cessate il fuoco accettato da Hamas. Una proposta mediata da Egitto e Qatar che potrebbe salvare vite umane. Ma a Tel Aviv e Washington, il progetto della pace sembra ancora meno appetibile della guerra. E mentre migliaia di israeliani scendono in piazza per il ritorno degli ostaggi, una parte della leadership sionista getta la maschera: “Per ogni israeliano ucciso, 50 palestinesi devono morire. Anche se sono bambini”. Un’eco sinistra che ci riporta a un’Europa in divisa grigia, dove la rappresaglia nazista era la legge.

  1. Un cessate il fuoco possibile… ma non per tutti

L’annuncio di Hamas, che ha accettato l’ultima proposta di cessate il fuoco avanzata da Qatar ed Egitto, ha scosso gli equilibri già precari del conflitto a Gaza. L’accordo prevede 60 giorni di tregua, la liberazione di 10 ostaggi israeliani in vita, il rimpatrio delle salme di 18 deceduti e l’apertura di canali umanitari tramite ONU e Mezzaluna Rossa.

Si tratterebbe, almeno sulla carta, di un’occasione storica per fermare le macerie, salvare vite, dare respiro a una popolazione ormai ridotta allo stremo. Eppure, la risposta israeliana, come sempre più spesso accade, sembra preferire il clangore delle bombe al silenzio delle trattative.

  1. Trump e Netanyahu: due volti, un solo progetto

La linea di Tel Aviv è ormai fusa con quella di Donald Trump. Egli ha rilanciato sul suo social Truth, l’ennesimo avvertimento: “Gli ostaggi torneranno solo quando Hamas sarà distrutto. Niente tregua, solo annientamento”.

Una posizione che trova eco e benzina nelle parole del premier Netanyahu e del suo braccio armato, il ministro Itamar Ben-Gvir, noto per il suo fanatismo messianico e suprematista. Per loro, il piano di Hamas non è che una trappola. “Arrendersi sarebbe una tragedia per generazioni”, ha tuonato Ben-Gvir, che da mesi spinge per l’occupazione integrale di Gaza e lo sfollamento forzato dei suoi abitanti.

  1. Ritorno al passato: l’ideologia della rappresaglia

Ma la frase che più di tutte ha fatto tremare la coscienza collettiva è arrivata da Aharon Haliva, ex capo dell’intelligence militare israeliana. In un audio trapelato, Haliva afferma senza alcun filtro:
“Per ogni persona uccisa il 7 ottobre, devono morire 50 palestinesi. Non importa se sono bambini”.

Queste parole, pronunciate da un alto ufficiale dell’establishment militare israeliano, evocano i peggiori incubi del secolo scorso: le rappresaglie naziste durante la Seconda guerra mondiale, da Marzabotto alle Fosse Ardeatine. Un metodo di vendetta collettiva, in cui il numero, il sangue e la punizione diventano la misura della giustizia.

La memoria europea, che ha fatto della lotta al nazifascismo la propria identità morale, non può tacere di fronte a un’escalation verbale e politica che mette in discussione i fondamenti stessi del diritto internazionale.

  1. Il sionismo come ideologia suprematista

È ora di parlare chiaro: il sionismo radicale che oggi governa Israele, sotto la maschera della democrazia, è una forma contemporanea di suprematismo etnico e coloniale. Un progetto che, come confermato da numerosi analisti e storici – da Ilan Pappé a Gideon Levy – ha sempre previsto l’espulsione dei palestinesi dalla loro terra, l’occupazione militare permanente, la ghettizzazione di un intero popolo.

L’idea che una “punizione collettiva” sia “necessaria per le generazioni future” – parole testuali di Haliva – è la dimostrazione che Israele non è più in guerra contro Hamas, ma contro l’esistenza stessa del popolo palestinese. È il genocidio razionalizzato, scientificamente giustificato, come già visto in Bosnia, in Ruanda, e prima ancora in Europa.

  1. La complicità occidentale e il silenzio che uccide

Queste dichiarazioni, se pronunciate da un qualsiasi regime mediorientale non allineato all’asse Washington-Tel Aviv-Bruxelles, avrebbero scatenato sanzioni, risoluzioni ONU e forse anche bombardamenti “umanitari”.

Ma quando il sangue versato è palestinese, e il boia porta la stella di David, il mondo tace. Le cancellerie occidentali si girano dall’altra parte. I media parlano di “operazione militare”, “controterrorismo”, “rappresaglia”. Come se uccidere 50 civili per ogni soldato ucciso fosse una misura accettabile.

L’ipocrisia europea e statunitense è complice. Le parole pronunciate da Haliva sono una confessione di crimini contro l’umanità. Eppure non vi sarà alcuna inchiesta, nessun tribunale internazionale. Solo il silenzio, e altre fosse comuni a Gaza.

  1. Un modello da esportare?

La vera domanda oggi è: stiamo assistendo alla nascita di un nuovo paradigma del potere globale? Un modello basato su forza bruta, impunità, pulizia etnica e controllo mediatico?
Trump e Netanyahu sono i simboli di un’alleanza ideologica pericolosa, dove la giustizia diventa vendetta, il diritto diventa dominio, e la pace diventa una colpa.

In questo contesto, parlare di “soluzione dei due Stati” suona come una barzelletta tragica. La Palestina viene cancellata giorno dopo giorno, non solo geograficamente ma anche moralmente. Ogni massacro è giustificato. Ogni crimine è ripulito con propaganda e silenzi diplomatici.

Conclusione: chiamare le cose col loro nome

A questo punto, non si tratta più di una guerra. Si tratta di una strategia di annientamento, mascherata da sicurezza nazionale. Di un progetto suprematista che fa della morte di civili una “necessità storica”.

E chi ancora si ostina a non vedere, a non sentire, a non parlare, è complice. Come furono complici i silenzi durante i rastrellamenti e le deportazioni del Novecento.

Perché quando un generale dice che per ogni israeliano devono morire 50 palestinesi, anche se bambini, sta riscrivendo le leggi della civiltà. E sta firmando, a nome del mondo, la condanna di un intero popolo. Ancora una volta.

Fonti:
• Registrazioni audio pubblicate da Channel 12 News (Israele)
• Dichiarazioni ufficiali via Truth Social di Donald Trump
• Notizie tratte da Al Jazeera, Middle East Eye, Haaretz
• Documenti ONU sui diritti umani in Palestina
• Analisi di Ilan Pappé, The Ethnic Cleansing of Palestine
• Interviste a Gideon Levy, Haaretz

Lo Stato-maschera: il modello-mafia come destino neoliberista

  1. Dalla criminalità all’istituzionalizzazione del dominio privato

Non siamo più di fronte a una semplice “infiltrazione” mafiosa dello Stato. La mutazione genetica delle istituzioni democratiche occidentali ha reso sempre più indistinguibile il confine tra legittimità pubblica e potere privato. Come ha lucidamente osservato Stefano Levi Della Torre, il “modello-mafia” non è più una minaccia esterna al corpo dello Stato: è un possibile esito politico, figlio del lungo processo di privatizzazione, disgregazione del patto sociale e centralità assoluta del profitto.

Da Silvio Berlusconi a Donald Trump, passando per Orban, Bolsonaro e Netanyahu, assistiamo alla progressiva normalizzazione di un sistema politico che assorbe le modalità operative della mafia: gestione familistica del potere, uso del denaro come strumento di consenso, sottomissione delle istituzioni pubbliche a logiche affaristiche e criminali, ostilità sistematica verso la magistratura e i corpi intermedi. Non si tratta di una metafora. È un sistema di governo reale, che riproduce il metodo mafioso dentro lo spazio della legittimità formale.

  1. Lo Stato come facciata: genealogia di una mutazione

La genealogia di questa metamorfosi affonda le radici nel pensiero stesso dello Stato. Max Weber definiva lo Stato come “monopolio legittimo della forza su un determinato territorio”. Ma, come ci ha insegnato Charles Tilly, questo monopolio non è nato in modo etereo o neutro: è il frutto di una guerra tra bande, di un potere predatorio che si istituzionalizza e si riveste di legalità. In quest’ottica, mafia e Stato non sono poli opposti, ma due modalità dello stesso dominio: l’una formale, l’altra informale; l’una riconosciuta, l’altra tollerata.

Norberto Bobbio ci offre una chiave decisiva: la mafia, diceva, è un “potere extralegale vicario”. Svolge funzioni pubbliche in assenza dello Stato, ne supplisce le mancanze, ne occupa gli spazi abbandonati. In Sicilia, la mafia nasce come garante del latifondo; a Napoli, come regolatore del mercato informale; in Calabria, come difesa armata delle famiglie contro lo Stato assente. Non è l’antitesi dello Stato: è la sua controfigura. E a volte, il suo alleato occulto.

  1. Privatizzazione e mafia: convergenze parallele

Oggi, quella funzione “vicaria” è diventata sistemica. La privatizzazione progressiva dello Stato – economica, normativa, culturale – ha prodotto un vuoto politico che viene riempito da attori privati, affiliativi, autoreferenziali. In questo spazio, la criminalità organizzata si muove con agio, mimetizzandosi nel tessuto legale. Il “capo” non è più solo il boss con la coppola, ma il manager che controlla fondi opachi, compra aziende in crisi, finanzia campagne elettorali e partecipa a tavoli di potere.

Reuters e altri studi recenti (NBER, CEPR) lo confermano: le mafie italiane, in particolare la ‘Ndrangheta, stanno spostando il loro focus da attività violente a frodi finanziarie, truffe sui fondi europei, manipolazione dei bilanci pubblici. È il passaggio dalla lupara alla fattura falsa, dalla violenza all’eleganza dell’illegalità “bianca”.

Secondo Legambiente, nel solo 2023 l’ecomafia ha generato quasi 9 miliardi di euro di fatturato illecito. Non solo rifiuti o cemento: sono le energie rinnovabili, le bonifiche, i servizi pubblici a essere colonizzati da consorzi mafiosi legalizzati. È la mafia-imprenditrice, non più in opposizione allo Stato, ma come parte della sua economia legale.

  1. La democrazia svuotata: egemonia, consenso e comunicazione

Il tratto distintivo di questa nuova fase non è la segretezza, ma la spettacolarizzazione. Trump e Berlusconi hanno mostrato che si può governare con metodi mafiosi senza nascondersi. Si può parlare alla “pancia” dell’elettorato, usare i media come arma di distrazione e costruire un’egemonia fondata sul carisma, sul successo personale, sul disprezzo per le regole.

Gramsci parlava di egemonia culturale come forma di consenso attivo. Oggi quell’egemonia è usata per legittimare la distruzione stessa della sfera pubblica. I nuovi leader non agiscono nell’ombra: sono sotto i riflettori, si mostrano come vincenti, creano narrazioni dove l’unico criterio è l’efficacia personale, il potere per sé, il disprezzo per il bene comune.

La politica diventa comunicazione, la democrazia si riduce a plebiscito digitale, e il cittadino si trasforma in follower. È il passaggio dall’homo politicus al cliente del potere.

  1. Il ruolo della magistratura e lo scontro tra mondi

In questo scenario, la magistratura rappresenta l’ultimo argine visibile. Ma è un argine sotto attacco, delegittimato costantemente da chi detiene potere economico e mediatico. La giurisdizione pubblica – che dovrebbe essere il cuore della democrazia – è trattata come una minaccia dai potentati privati che preferiscono l’arbitrio alla regola.

Le leggi ad personam, i condoni, gli attacchi sistematici alla giustizia sono parte di questa strategia. E il conflitto diventa ontologico: tra chi vuole una legalità universale, e chi reclama il diritto di farsi legge da sé. La magistratura viene trattata come corpo estraneo, quando è invece l’ultimo baluardo del principio di uguaglianza.

  1. Da Berlusconi a Trump: un processo storico, non personale

Ridurre tutto a Trump o Berlusconi sarebbe un errore. Essi sono solo gli epifenomeni di un processo più profondo: la dissoluzione della sfera pubblica sotto i colpi del neoliberismo. Con la crisi del fordismo, la distruzione dei sindacati, la precarizzazione dei corpi intermedi, l’erosione delle identità collettive, il cittadino è diventato atomo, l’individuo è stato lasciato solo.

La tecnologia, anziché democratizzare, ha spesso alimentato processi di plebiscitarismo, di controllo, di iper-comunicazione sterile. Il potere reale si è spostato altrove: verso l’alto, verso il privato, verso l’opaco.

  1. Conclusioni: oltre la retorica, una sfida politica

Il “modello-mafia” non è una degenerazione patologica: è una possibilità concreta del capitalismo contemporaneo. È la forma che prende il dominio quando si abbandonano i vincoli pubblici, quando la legalità viene derisa, quando il potere si trasforma in affare.

Resistere non significa solo invocare l’etica. Significa costruire alternative istituzionali, economiche, culturali. Rilanciare la partecipazione, la trasparenza, il controllo popolare. Significa riconoscere che lo Stato, per non diventare un fantoccio in mano ai potenti, deve essere rifondato dal basso, ricostruito nelle sue funzioni pubbliche, restituito al popolo.

Non possiamo più permetterci di osservare con distacco. Il guscio dello Stato rischia di essere indossato dal crimine organizzato, non più come parassita, ma come legittimo erede. Sta a noi, oggi, spezzare questa catena.

Anchorage, il vertice della scena: Trump e Putin tra passerelle e stalli geopolitici

L’incontro tra Donald Trump e Vladimir Putin, andato in scena il 15 agosto ad Anchorage, Alaska, resterà negli annali più per la coreografia che per i contenuti. Tappeti rossi, un bombardiere B-2 e caccia F-22 a sorvolare i cieli, persino la limousine presidenziale “The Beast” messa in bella mostra: la scenografia era quella di un film a metà tra Top Gun e House of Cards. Ma dietro il sipario, la sostanza è stata scarna, e lo sforzo diplomatico si è rivelato molto più un atto di relazioni pubbliche che un passo avanti verso la pace.

Una prima volta che sa di déjà vu

Putin tornava negli Stati Uniti per la prima volta dopo oltre dieci anni, e lo faceva in una base militare, simbolo di forza e sovranità americana. Un terreno scelto con cura da Trump per rafforzare l’immagine del comandante in capo pronto a “negoziare da una posizione di potenza”. In realtà, l’incontro che avrebbe dovuto essere un faccia a faccia si è trasformato in una riunione a quattro: accanto a Trump, il segretario di Stato Marco Rubio e l’inviato Steve Witkoff; al fianco di Putin, il fedele Lavrov e l’assistente Yury Ushakov.

Due ore a porte chiuse

Il cuore del summit si è consumato lontano dagli occhi della stampa, per oltre due ore. Un dettaglio non irrilevante, perché il briefing successivo non ha previsto alcuna possibilità di domande: una scelta che tradisce non tanto riservatezza, quanto la volontà di sottrarre i contenuti a qualsiasi verifica immediata. E infatti, di contenuti veri e propri, ne sono usciti pochi.

Le condizioni di Putin, le parole di Trump

Sul tavolo c’era l’Ucraina. Ma né un cessate il fuoco né un percorso di pace sono stati definiti. Trump ha parlato di “progresso” e “produttività”, ma senza tradurli in atti concreti. Putin ha ripetuto le sue linee rosse: niente NATO per Kiev e mantenimento del controllo russo sulle regioni del Donbass. Condizioni già note, che inchiodano il confronto in un vicolo cieco.

Gli esclusi e i delusi

Le assenze pesano quanto le presenze. Zelensky e l’Ucraina sono stati tenuti fuori dal tavolo, scelta che ha sollevato critiche da più parti. Per gli alleati europei, il summit ha offerto a Putin una vetrina internazionale senza contropartite, alimentando la percezione di un’Occidente diviso e contraddittorio. Per gli stessi ucraini, l’incontro è stato “inutile” e privo di prospettive.

I segnali, più che i fatti

Il passo più rilevante, se così si può dire, è stato l’invito di Putin a Trump a recarsi a Mosca. Un gesto simbolico, dal peso diplomatico più che operativo. Trump, dal canto suo, ha rimandato la palla nel campo europeo e ucraino, lasciando intendere che il prossimo passo non spetta a lui.

L’analisi: un vertice di fumo e specchi

In definitiva, Anchorage non ha prodotto svolte. Ha regalato a Trump l’immagine di negoziatore instancabile e a Putin quella di leader ancora al centro del gioco globale. Ma per il conflitto in Ucraina nulla è cambiato: nessun accordo, nessun cronoprogramma, nessun impegno condiviso.

È stato, a tutti gli effetti, un vertice di scena: grande spettacolo, zero sostanza. E mentre l’Occidente discute sulle passerelle, la guerra continua a bruciare.

Multipolarismo o teatro geopolitico?

Il vertice di Anchorage mostra il vero volto del mondo che si sta ridisegnando: un multipolarismo fragile, fatto più di simboli che di strategie. Trump usa Putin come pedina per affermare di non essere succube della vecchia NATO, Putin sfrutta Trump per spezzare l’isolamento occidentale e riaffermare la sua centralità. Ma intanto, le potenze emergenti – dalla Cina all’India, fino all’Iran e al Sud globale – osservano e prendono nota: in questo gioco di ombre tra Washington e Mosca, lo spazio lasciato libero diventa terreno fertile per nuove alleanze e nuovi equilibri. Se il multipolarismo si riduce a una passerella senza contenuti, non sarà l’alba di un mondo più giusto, ma l’ennesima recita in cui i popoli pagano il prezzo delle ambizioni altrui.

Migrazioni e morte di Stato: il crimine sistemico dell’Occidente

Nessuno potrà dire “non sapevamo”. Perché oggi tutto è visibile, tutto è tracciabile, tutto è noto. Le rotte migratorie sono solchi di sangue impressi nel Mediterraneo, nei deserti africani, nei boschi dei Balcani, tra le recinzioni d’Europa e i Lager libici. Eppure, nel cuore di questo orrore reiterato, l’Occidente continua a girarsi dall’altra parte, quando non è direttamente complice. Siamo dinanzi a una forma di omicidio colposo di massa, istituzionalizzato e sistemico, che si maschera da realpolitik, si traveste da emergenza, e si giustifica con la “lotta al traffico di esseri umani”.

La menzogna dell’“emergenza migranti”

Le migrazioni, contrariamente a quanto suggeriscono i media e i governi, non sono un’eccezione. Sono la norma di questo secolo. Il XXI secolo sarà ricordato come il secolo delle migrazioni forzate, determinate da tre vettori centrali: guerre (spesso alimentate proprio dalle potenze occidentali), cambiamento climatico (di cui l’Occidente è storicamente il primo responsabile) e iniquità strutturale globale (il frutto avvelenato del colonialismo e del neoliberismo).

Secondo l’UNHCR, nel 2024 più di 120 milioni di persone nel mondo sono state costrette ad abbandonare la propria casa, il numero più alto mai registrato. Ma nonostante ciò, l’Europa continua a fingere che sia un’invasione. Come se la vita di un rifugiato valesse meno della stabilità psicologica di un cittadino bianco impaurito dalla retorica sovranista.

Il rovesciamento della narrativa: l’Occidente invaso

È un paradosso cinico: l’Occidente, che per secoli ha invaso il mondo, oggi si sente invaso. Le destre cavalcano questa percezione deformata, trasformando i migranti in capri espiatori del declino economico, morale e identitario delle società europee. E la sinistra? O tace, o si adegua. Troppo timorosa per difendere apertamente il diritto all’asilo, troppo attenta a non perdere il consenso di un’elettorato smarrito e rancoroso. Così, anche i partiti progressisti finiscono per sostenere, direttamente o indirettamente, accordi criminali con regimi autoritari – dalla Turchia alla Tunisia, dalla Libia all’Egitto – per “esternalizzare” la frontiera e i respingimenti.

Ma esternalizzare significa de-responsabilizzare. Significa sapere – e accettare – che quei migranti verranno picchiati, torturati, violentati o abbandonati nel deserto. Eppure l’UE continua a finanziare quei governi. Il che trasforma ogni euro versato in un mandato tacito alla barbarie.

Dai crimini per omissione ai crimini per deterrenza

Non si tratta più di semplici omissioni di soccorso. Quelle, seppur gravi, implicano un’impossibilità momentanea o una negligenza occasionale. Qui siamo davanti a scelte politiche deliberate, ripetute e strutturate. Si lasciano affondare barche, si abbandonano donne incinte nei deserti, si impedisce alle ONG di salvare vite in mare, si criminalizzano i soccorritori. Non è disorganizzazione. È terrorismo dissuasivo di Stato. Un calcolo preciso: più morti in mare = meno partenze future. Un’equazione raccapricciante, ma ormai consolidata nelle menti ciniche delle cancellerie europee.

Come si può definire una tale condotta? Se non è omicidio doloso, perché manca l’intenzione esplicita di uccidere, è senz’altro omicidio colposo seriale, con aggravanti morali e sistemiche. Eppure, nessun tribunale internazionale lo ha ancora riconosciuto come crimine contro l’umanità.

Lemkin, la Shoà e l’indifferenza di oggi

Dopo l’Olocausto, Raphael Lemkin inventò il termine “genocidio” e ne ottenne l’inserimento nel diritto internazionale. Lo fece per dare nome a un orrore che non poteva restare muto. Oggi manca un Lemkin che si batta per il riconoscimento giuridico dell’omicidio colposo di massa, inteso come crimine di sistema praticato dagli Stati democratici contro i migranti.

Non si tratta di paragonare le rotte migratorie ai lager nazisti. Ma c’è una domanda scomoda che ci riguarda tutti: come verrà ricordata la nostra generazione? Per il collasso climatico? Per l’apatia politica? O per aver voltato le spalle a milioni di esseri umani condannati a morte in nome del consenso elettorale?

Il Mediterraneo: un cimitero sorvegliato

I dati parlano da soli. Solo nel 2023, oltre 3.000 persone sono morte nel Mediterraneo, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. Molte altre sono “disperse”, cioè inghiottite dall’acqua e dalla burocrazia. Il Mar Mediterraneo è diventato il confine più letale del mondo, e l’Europa ha fatto di tutto per renderlo tale. Il recente accordo tra Italia e Albania per creare centri di detenzione extra-territoriali è solo l’ultima mostruosità in ordine di tempo.

Sotto la patina della legalità, della “gestione dei flussi”, del “contenimento”, si cela un progetto strutturato di dissuasione violenta e disumanizzante. E ogni morte in mare è funzionale a questo disegno. Ogni corpo sulla spiaggia è un monito.

È tempo di nominare il crimine

La gravità dell’attuale situazione richiede un salto di paradigma. Non bastano le lacrime, i comunicati, gli appelli umanitari. Serve una nuova categoria giuridica internazionale che riconosca e persegua l’omicidio colposo di massa da parte degli Stati. Un crimine che non è più invisibile né accidentale, ma sistemico, calcolato, diffuso.

Così come un tempo si negava il genocidio per non vederlo, oggi si evita di nominare il crimine che si consuma ogni giorno alle nostre frontiere. Ma se davvero crediamo in una giustizia universale, allora dobbiamo avere il coraggio di dire: le politiche migratorie dell’Occidente non sono solo fallimentari, sono criminali.

Fonti e approfondimenti
• UNHCR, Global Trends 2024
• IOM (International Organization for Migration), Missing Migrants Project
• Amnesty International, Rapporto 2023 su Libia, Tunisia e politiche UE
• Human Rights Watch, Libya: Nightmarish Detention for Migrants
• Altreconomia, La filiera dei respingimenti europei
• European Parliament Research Service, Externalization of EU Migration Policy

“Peggio del nazismo”: Gaza e il genocidio in diretta mondiale

Non ci sarà un secondo 27 gennaio. Non ci sarà una data della memoria postuma, né la possibilità di dire “non sapevamo”. Perché questa volta lo sappiamo, lo vediamo, lo ascoltiamo. In diretta. Ogni giorno. Gaza brucia sotto i nostri occhi e l’umanità intera assiste in silenzio. Non dopo. Non troppo tardi. Adesso.

Il genocidio in corso non è nascosto nei campi di sterminio lontani dal mondo civile, non è celato dietro muri di filo spinato e nebbie propagandistiche. È in prima serata, è sui social, è sulle homepage dei quotidiani. Eppure niente si muove. Nulla cambia. Le bombe continuano a cadere. I bambini continuano a morire. E la comunità internazionale continua a tacere. È peggio del nazismo. Perché l’orrore oggi è visibile, tangibile, indifendibile.

Gaza: un popolo sotto assedio e sotto silenzio

Le parole pronunciate da Netanyahu negli ultimi giorni non sono quelle di un leader impegnato in una difesa militare. Sono le parole di un fanatico messianico, che proclama apertamente di portare avanti una “missione storica e spirituale”, quella della “Grande Israele”. Una visione teocratica, suprematista, che si regge sullo sterminio sistematico di un’intera popolazione civile.

Il nuovo “piano operativo” approvato dall’esercito israeliano non ha nulla di militare: è un progetto di svuotamento. Svuotare Gaza, deportare i suoi abitanti, distruggere ogni traccia di vita, impedire il ritorno, colonizzare. È un piano di pulizia etnica travestito da “azione umanitaria”, il tutto mentre si cercano Paesi – come il Sud Sudan – disponibili ad accogliere i profughi espulsi. Il genocidio ha il suo business plan. E il mondo guarda.

Non si tratta solo di Gaza City

Il piano militare, giustificato da Tel Aviv come un’offensiva contro Hamas, ha in realtà l’obiettivo di conquistare l’intera Striscia e ridurne la popolazione a una massa di profughi ammassati a sud, in una zona desertica chiamata al-Mawasi, che rappresenta solo il 25% del territorio di Gaza. Si parla di 2 milioni di persone da confinare in una zona senza acqua, senza elettricità, senza ospedali.

Nel frattempo, l’80% degli edifici civili di Gaza City è già stato distrutto. Ma non basta. L’ordine è di radere al suolo ciò che resta, come fatto a Beit Hanoun. Bulldozer privati, appaltatori ben pagati, protetti dall’esercito, impiegheranno più di un anno per eliminare anche gli scheletri di cemento.

La strategia è chiara: rendere Gaza invivibile, distruggere ogni possibilità di ritorno, e poi spacciare il reinsediamento forzato per “soluzione umanitaria”. È la stessa logica della Nakba del 1948, aggiornata all’era dei droni e dei satelliti. Ma con una differenza cruciale: oggi il mondo vede tutto.

La nuova Shoah dei palestinesi

Allora, nel 1945, si poteva ancora dire “non lo sapevamo”. Oggi no. Chiunque abbia un telefono, una televisione, un computer, lo sa. E se tace, è complice.

L’Occidente che predica “Mai più” mentre finanzia Tel Aviv, che partecipa a conferenze contro l’antisemitismo mentre approva il massacro di civili palestinesi, è il volto più ipocrita di questo tempo. Mai più, ma solo per alcuni. Le bombe che Israele lancia su Gaza portano le firme di Stati Uniti, Germania, Italia. Le navi attraccano con i rifornimenti. Gli F-35 decollano. I milioni scorrono.

Nel frattempo, le piazze europee che osano gridare “Stop al genocidio” vengono represse con accuse di antisemitismo, mentre voci pubbliche e istituzioni religiose si schierano con l’ideologia di morte del governo israeliano. Una vergogna che resterà nella storia.

I numeri della catastrofe
• Oltre 70.000 morti documentati a Gaza, di cui 18.500 bambini.
• 90% degli edifici scolastici distrutti.
• Zero ospedali funzionanti a Gaza City.
• Carichi umanitari bloccati o razionati, mentre le aziende private israeliane speculano sulla fame dei palestinesi.
• Accordi oscuri con Paesi africani per deportare i profughi e creare campi permanenti in cambio di investimenti e armi.

E tutto questo sotto gli occhi delle Nazioni Unite, delle ONG, dei governi europei. Il genocidio è social. L’indifferenza è istituzionale.

Nessuno potrà dire: io non sapevo

Nessuno potrà dire: “non sapevo, non immaginavo, non credevo.” Non solo vediamo. Condividiamo. Postiamo. Commentiamo. Eppure, in larga parte, restiamo immobili. Paralizzati da una propaganda che ha reso Israele intoccabile e i palestinesi colpevoli a prescindere. Una narrazione che ha trasformato la vittima in carnefice e ha legittimato il carnefice in eterno perseguitato.

Non c’è più tempo per l’ambiguità. Chi tace è complice. Chi giustifica, partecipa. Chi volta le spalle, si sporca le mani.
Conclusione: il tribunale della storia ci aspetta

La Storia, quella vera, ci sta guardando. Fra qualche decennio, i libri parleranno di ciò che è accaduto a Gaza come di uno dei più gravi genocidi del XXI secolo. Ma ciò che scriveranno sulle nostre democrazie, sulla nostra stampa, sui nostri governi, sui nostri intellettuali, dipenderà da quello che faremo oggi. Adesso. Perché nessuno potrà dire: non sapevo.

E allora diciamolo. Scriviamolo. Urliamolo. Questo non è un conflitto. Questo è un genocidio. È un crimine contro l’umanità. E sta accadendo adesso.

Fonti principali integrate:
• Haaretz (Dahlia Scheindlin)
• Associated Press
• Amnesty International
• Human Rights Watch
• OCHA – Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari
• Post e commenti pubblici sui social media
• Al Jazeera, Middle East Eye, Mondoweiss
• Fonti incrociate sul reinsediamento forzato dei palestinesi in Paesi terzi

Verso un socialismo algoritmico? L’intelligenza artificiale e la sfida ai mercati

In un tempo in cui il capitalismo globale sembra non conoscere alternative visibili, un’idea che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata bizzarra si fa strada tra economisti, attivisti e tecnologi radicali: può l’intelligenza artificiale (IA) sostituire – o quantomeno integrare e ridefinire – il ruolo dei mercati nel coordinamento economico?

L’interrogativo non è retorico né filosofico, ma profondamente politico. Riguarda chi controlla la produzione, chi decide l’allocazione delle risorse, e in definitiva, quale società vogliamo costruire. Partendo dalla riflessione di Andrea Genovese, che a sua volta dialoga con Carlo L. Cordasco e le teorie di Oskar Lange, possiamo cercare di dare una risposta articolata e concreta. Non una fantasia, ma una proposta praticabile. E, forse, rivoluzionaria.

L’illusione del mercato come unica forma di coordinamento

Per troppo tempo, i mercati sono stati descritti come meccanismi naturali e insostituibili per organizzare la vita economica. Ma, come ci insegna una lunga tradizione che va da Marx a Lange, passando per Brus e Devine, il mercato non è una legge di natura. È un’istituzione storica. E come ogni istituzione, può essere superata.

La critica socialista non nega il ruolo informativo dei prezzi né la capacità dei mercati di scoprire conoscenza dispersa tra agenti economici. Ma rifiuta l’assioma secondo cui i mercati siano moralmente e funzionalmente superiori a qualsiasi altro sistema.

Al contrario, sostiene che l’obiettivo della produzione economica non debba essere il profitto, ma la soddisfazione dei bisogni sociali, il benessere collettivo, la libertà e la sostenibilità. E se nuove tecnologie possono aiutarci a coordinare l’economia in modo più efficiente, trasparente e democratico, perché dovremmo continuare ad accettare l’anarchia del mercato?

L’IA come alternativa (non tecnocratica) al caos capitalista

Oggi ci troviamo in una condizione nuova. Le ragioni per cui i socialisti del Novecento hanno spesso fallito – mancanza di dati, lentezza dei processi decisionali, incapacità di correggere gli errori in tempo reale – sono oggi potenzialmente superabili.

L’IA non è solo uno strumento predittivo. È un’infrastruttura cognitiva, capace di:
• processare enormi quantità di dati;
• simulare scenari;
• apprendere da feedback continui;
• allocare risorse in tempo reale su base adattiva.

Nel settore privato, queste capacità sono già una realtà. Le multinazionali utilizzano reti neurali per ottimizzare la logistica, i consumi energetici, la distribuzione dei beni. Le smart grid regolano la produzione e il consumo di elettricità in modo decentralizzato. Gli algoritmi dei social media allocano attenzione e pubblicità, spesso in modo cinico ma sempre più efficiente.

Il paradosso è che la pianificazione economica esiste già. Ma è in mano a soggetti privati, orientati dal profitto e non dal bene comune.

Socialismo digitale, non tecnocrazia

Immaginare un socialismo algoritmico non significa sognare una tecnocrazia autoritaria che sostituisca l’uomo con le macchine. Significa riappropriarsi collettivamente della tecnologia, per usarla in modo democratico, partecipato, trasparente.

In questo quadro, l’IA potrebbe diventare il motore di una nuova pianificazione partecipativa, capace di:
• anticipare bisogni sociali;
• ridurre gli sprechi;
• correggere in tempo reale le inefficienze;
• creare sistemi di feedback tra pari, superando la logica della concorrenza distruttiva.

Si tratta di costruire nuove istituzioni, nuove architetture politiche in cui la gestione economica non sia più il privilegio di pochi capitalisti o tecnocrati, ma l’espressione di una democrazia reale, distribuita, accessibile a tutti.

Un mosaico ibrido per superare la scarsità

Non si tratta di abolire i mercati da un giorno all’altro. Ma di ridisegnarne i confini, come suggerisce Carlo Cordasco. In molti settori – soprattutto quelli digitali, dove il costo marginale tende a zero – la scarsità è già una finzione. In questi ambiti, l’IA può sostituire i prezzi con protocolli di accesso equo, reti distribuite, allocazione algoritmica.

In altri settori, dove la scarsità è ancora reale (come nella produzione alimentare, energetica, abitativa), l’IA può coadiuvare i mercati, migliorandone la trasparenza, riducendo la speculazione, anticipando le crisi. Il tutto sotto il controllo di istituzioni pubbliche, cooperative o comunitarie, e non delle multinazionali.

Il nodo politico: a chi appartiene l’IA?

La vera battaglia, dunque, non è tecnica, ma politica. Chi controllerà l’intelligenza artificiale? Chi avrà accesso ai dati? Chi programmerà gli algoritmi? La posta in gioco è altissima.

Se continueremo a lasciare che siano Amazon, Google, Meta o il Pentagono a disegnare il futuro, avremo un mondo più efficiente, sì, ma anche più diseguale, più opaco, più autoritario.

Ma se riusciremo a costruire un fronte che unisca ricercatori, movimenti sociali, lavoratori, amministrazioni locali e soggetti politici progressisti, allora potremo fare dell’IA un acceleratore di giustizia, e non di dominio.

Conclusione: riscrivere la grammatica del possibile

Il dibattito aperto da Cordasco e ripreso da Genovese non è un esercizio accademico. È un invito a riscrivere la grammatica del possibile, ad abbandonare la religione del mercato e ad affacciarsi con coraggio a un futuro in cui tecnologia e democrazia si sostengano a vicenda.

Non si tratta di sognare un’utopia disincarnata, ma di cominciare a costruire – passo dopo passo – un ecosistema economico che metta al centro la dignità, la partecipazione, l’intelligenza collettiva.

In un’epoca segnata da crisi ecologiche, guerre, diseguaglianze crescenti, non possiamo più permetterci di lasciare l’economia alla spontaneità del profitto. È tempo di immaginare – e praticare – un altro modo di produrre, vivere, decidere. E forse, per farlo, ci serve proprio quell’alleato controverso che chiamiamo intelligenza artificiale.

Fonte :
Andrea Genovese, L’IA può sostituire i mercati? Una risposta socialista di mercato a Carlo L. Cordasco, pubblicato su Jacobin Italia.

Gaza: l’orrore che non si può più negare. Infanzia sepolta, verità uccisa, coscienze in fuga

C’è un punto oltre il quale il dolore smette di essere solo umano e si fa politico, storico, imperdonabile. Quel punto è stato superato a Gaza da tempo. Ma ciò che si continua a raccontare, a denunciare, a documentare ogni giorno — contro ogni tentativo di censura — mostra che il fondo dell’orrore non è ancora stato toccato. E che l’umanità, nel senso più pieno del termine, sta collassando sotto il peso dell’indifferenza.

Lattine esplosive e bambini sepolti vivi: quando la crudeltà si fa strategia

Tutto è cominciato con post sussurrati, raccolti da testimoni palestinesi: lattine di cibo lasciate come esche per i civili affamati, modificate per esplodere al contatto o all’apertura. Sembravano favole dell’orrore, facilmente liquidabili come “propaganda”. Eppure, mesi dopo, una cittadina israeliana racconta di aver udito, in metropolitana a Tel Aviv, due soldati ridere di quelle trappole mortali, come se parlassero di scherzi tra ragazzini.

Poi sono arrivate le testimonianze più atroci. Quelle che spezzano anche il più corazzato degli animi: bambini sepolti vivi, con le mani legate dietro la schiena, le grida soffocate sotto le ruspe militari. A raccontarlo è Mark Perlmutter, medico ebreo americano, presidente della World Surgical Foundation, reduce da settimane negli ospedali da campo di Gaza. Le sue parole sono pietre tombali su ogni residua scusa occidentale.

Non è la prima volta: la memoria lunga di Amnesty International

L’orrore a Gaza non è cominciato il 7 ottobre. È sistemico, programmato, reiterato. Lo documentava Amnesty International già nel 2008, con parole che oggi suonano profetiche:

“La morte di così tanti bambini e di altri civili non può essere semplicemente liquidata come ‘danno collaterale’, come sostenuto da Israele. Molte domande rimangono ancora in attesa di risposta.”

All’epoca, almeno 1.400 palestinesi furono uccisi, di cui circa 300 bambini, molti colpiti mentre dormivano, giocavano, stendevano il bucato o si trovavano nei cortili delle loro case. Anche personale medico e ambulanze furono presi di mira. Tutto questo molto prima del 7 ottobre. Era chiaro già allora che non si trattava di errori o incidenti, ma di una strategia.

La missione dei narratori di Gaza: informare per sopravvivere

C’è chi, fin da piccolo, ha capito che l’unico modo per salvare vite in Palestina è raccontare la verità. Come il bambino di 12 anni che sopravvisse a un bombardamento nel 2008 e che da allora scelse la strada del giornalismo. Diventato adulto, ha continuato a documentare il genocidio con coraggio e precisione, fino a quando Israele ha colpito di proposito la tenda stampa presso l’ospedale Al Shifa, uccidendo lui e la sua intera troupe di Al Jazeera.

A giustificare l’omicidio mirato, il solito meccanismo: accusa di terrorismo, basata su fotografie in cui il giornalista era ritratto insieme a esponenti politici del proprio popolo. Come se chi fa il proprio lavoro — in un contesto di occupazione — debba essere considerato un nemico da abbattere.

Chi lavora nei media a Gaza vive sapendo di essere nel mirino dell’IDF. Lascia testamenti, condivide password, si prepara alla morte. Eppure, resta a raccontare. Perché, come i partigiani di ogni tempo, non si può fuggire quando si ha la responsabilità di testimoniare la verità.

Il genocidio sotto censura: l’eliminazione sistematica dei giornalisti

A Gaza non entrano giornalisti occidentali. Israele lo impedisce. Restano solo i palestinesi. E vengono eliminati. Il numero di giornalisti uccisi a Gaza ha superato ogni record storico, anche quello delle guerre del Novecento. Colpiti mentre indossano giubbotti con la scritta “PRESS”, filmati, fotografati, e infine accusati post mortem di essere “militanti”.

Neanche in Cisgiordania, dove Hamas non è presente, la stampa è al sicuro. Shirin Abu Akleh, storica reporter palestinese-americana, è stata assassinata da un cecchino israeliano nel 2022. E come lei, almeno altri 20 giornalisti sono stati colpiti a morte in zone dove non c’erano ostilità attive.

Il progetto di cancellazione: da Gaza a resort di lusso

Il piano è chiaro: non solo sterminare un popolo, ma cancellare la sua memoria e la sua voce. Prima i bombardamenti, poi l’espulsione o l’eliminazione dei sopravvissuti, infine la ricostruzione della Striscia come zona turistica esclusiva per soli israeliani. Un progetto svelato da documenti ufficiali del governo israeliano, con tanto di render architettonici, studi di sviluppo e promozioni turistiche.

Il crimine non si ferma all’annientamento fisico. È anche appropriazione di terra, distruzione della cultura, negazione della storia.

Il doppio standard che uccide

Oggi, chi difende la propria terra viene definito terrorista, mentre chi bombarda ospedali, scuole, ambulanze e campi profughi viene chiamato Stato democratico. Ma non esistono democrazie che seppelliscono vivi i bambini. Non esiste difesa che giustifichi carestie imposte, bombardamenti chirurgici su civili, e omicidi mirati di giornalisti.

La risoluzione ONU 37/43 del 1982 è esplicita: “La lotta dei popoli contro l’occupazione straniera è legittima, anche armata.” Eppure, il mondo chiede ogni giorno alle vittime di giustificarsi, di abiurare, di spiegare perché continuano a esistere, a resistere, a raccontare.

La domanda che resterà impressa nei secoli

Un giorno i bambini ci chiederanno: dove eravate?
Cosa facevate mentre venivano affamati, terrorizzati, bombardati?
Cosa avete detto, scritto, fatto?

Chi oggi tace, chi si volta dall’altra parte, chi continua a parlare di “equidistanza”, chi giustifica o minimizza, ha già scelto da che parte stare. E sarà ricordato come complice. Nessuno potrà dire “non sapevo”.

Perché oggi lo sappiamo. Tutti.

La fame come arma silenziosa: dalla crisi globale a Gaza oggi

La fame non è soltanto una tragedia individuale: è spesso una strategia deliberata nei contesti di guerra, un’arma invisibile e devastante. Nel 2022, secondo il rapporto Under Threat della Commissione Lancet–IAS, tra 691 e 783 milioni di persone vivevano in condizioni di insicurezza alimentare. Molti di loro erano in Paesi colpiti da conflitti e instabilità politica, dove lo sfollamento, la distruzione delle infrastrutture e l’interruzione delle catene di approvvigionamento hanno aggravato la crisi ben oltre la fine delle ostilità.

Crisi drammatiche si osservano in Sudan, Afghanistan e Yemen, dove guerre prolungate hanno causato carestie e milioni di morti non solo per le bombe, ma per fame, malattie e mancanza di assistenza.

Gaza: la tragedia nel cuore del conflitto

A fine luglio 2025, l’Integrated Food Security Phase Classification (IPC) ha classificato Gaza come Fase 5: Catastrofe, il livello estremo di emergenza alimentare. Circa 500.000 persone (il 22% della popolazione) soffrono di fame estrema; il resto vive condizioni di emergenza o crisi, senza prospettive di sollievo—se non si interviene immediatamente.

Bambini e madri in pericolo: Oltre 71.000 bambini e più di 17.000 donne incinte o in allattamento sono affetti da malnutrizione acuta. L’OMS segnala quasi 12.000 bambini sotto i cinque anni in condizioni gravi, con oltre 99 decessi dall’inizio dell’anno.

Morti inseguendo la sopravvivenza: Centinaia di civili—compresi circa 100 bambini—sono morti mentre cercavano disperatamente cibo o acqua sotto bombardamenti, assedio e violenza costante.

Accesso agli aiuti: un miraggio: Solo il 14% delle forniture necessarie è arrivato, mentre convogli umanitari vengono bloccati o attaccati. L’ONU ha descritto la situazione come “starvation, pura e semplice”.

Privatizzazione degli aiuti: il caso della Gaza Humanitarian Foundation (GHF)

Dal maggio 2025, la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), un’iniziativa private sostenuta da USA e Israele, ha assunto il ruolo centrale nella distribuzione del cibo a Gaza .
• Operando attraverso un modello militarizzato con soli quattro hub, custoditi da contractor americani e sorvegliati a distanza dalle IDF, il piano sostituisce il sistema UN basato su centinaia di punti distribuiti capillarmente .
• Le denunce da parte di organizzazioni come ONG, MSF, Amnesty International, UN e Oxfam sono unanimi: si parla di abilità distruttiva del sistema umanitario, di trappole mortali in cui la gente muore cercando cibo, e di strumentalizzazione politica dell’aiuto .
• Le violenze ai punti GHF sono documentate con dati drammatici: oltre 1.300 Palestinesi uccisi nel tentativo di raggiungere gli hub, in incidenti attribuiti a IDF o contractor, e decine di migliaia di feriti .

Cronaca di una tragedia annunciata
• MSF ha parlato di “matanza orquestada”, definendo i centri come trappole mortali. Medici hanno documentato feriti severi, spesso nel pieno caos della violenza .
• Un’inchiesta del Guardian ha evidenziato come molti feriti abbiano subito colpi calibro IDF, spesso sincronizzati con i momenti di distribuzione .
• Il Financial Times ha descritto i campi della GHF come “death traps”, chiedendosi se la privatizzazione e la militarizzazione stiano aggravando la mortalità anziché alleviarla .

Il quadro globale della fame nei conflitti

Lungo tutta la Terra, la fame assume forme sistemiche:
• Sudan: oltre 25 milioni di persone hanno bisogno di assistenza alimentare, con oltre 755.000 bambini malnutriti.
• Yemen: circa 17 milioni vivono nell’insicurezza alimentare, con oltre 2 milioni di bambini gravemente malnutriti.
• Haiti: quasi 5 milioni (il 50% della popolazione) in grave insicurezza alimentare, acuita da crisi politica e disastri.

In tutti i casi, la fame non è accidente, ma frutto di conflitti, crisi economiche, cambiamenti climatici e manipolazione dell’accesso al cibo come leva di potere.

Cosa è urgente fare
1. Demilitarizzare la distribuzione: smantellare il sistema GHF e tornare a un meccanismo UN basato su capillarità, neutralità e accesso sicuro.
2. Garantire accesso incondizionato: cessazione delle ostilità e apertura stabile dei canali umanitari.
3. Ripristinare le strutture locali: sanitarie, agricole, idriche, per sicurezza alimentare sostenibile.
4. Chiedere responsabilità legali: per chi ha deliberatamente violato i diritti umani e utilizzato la fame come arma.

Conclusione
La fame nelle guerre non è mai naturale. A Gaza, la privatizzazione della distribuzione – come con la GHF – ha trasformato l’aiuto in un pericolo fatale. Spezzare questa catena di morte richiede una forte risposta internazionale, per restituire dignità e sopravvivenza a milioni di persone. Restare neutrali non è più un’opzione: ora è tempo di agire.

La fabbrica della povertà: il disegno reazionario dietro il “miracolo” occupazionale di Meloni

Dietro i toni trionfalistici del governo Meloni sul fronte occupazionale si nasconde un progetto politico ben più profondo e inquietante: la costruzione di una società disciplinata dalla paura, nella quale il lavoro non è più un diritto ma un’arma di ricatto. L’eliminazione del Reddito di Cittadinanza non è stata soltanto una misura economica: è stata una scelta ideologica, coerente con un’impostazione autoritaria e con una visione del Paese che sembra ricalcare fedelmente le linee guida del “Piano di rinascita democratica” di Licio Gelli.

La propaganda elettorale aveva promesso di difendere il popolo. La realtà è un’altra: colpire i più fragili, cancellare tutele, dividere i poveri in categorie gerarchiche e ridurre la cittadinanza sociale a privilegio per pochi “meritevoli”. Invece di affrontare le crisi con politiche innovative, il governo copia e incolla vecchi progetti reazionari, resuscitando strumenti che negli anni ’80 furono concepiti per concentrare il potere politico, piegare la magistratura e marginalizzare le istanze sociali.

Dal Reddito di Cittadinanza alla povertà istituzionalizzata

La sostituzione dell’RdC con l’Assegno di Inclusione (Adi) e il Supporto per la Formazione e il Lavoro (Sfl) ha avuto un effetto chirurgico: ridurre drasticamente la platea dei beneficiari. Secondo il Rapporto Inps 2024, meno della metà dei 418.000 nuclei che avrebbero potuto accedere alle nuove misure ha presentato domanda; 212.000 famiglie sono rimaste escluse da ogni sostegno. La selezione colpisce soprattutto disabili, anziani e famiglie monoreddito, respingendo circa il 60% delle domande provenienti dai nuclei più fragili.

Questo restringimento non è casuale: togliere alternative al lavoro malpagato abbassa il potere contrattuale di chi cerca occupazione. Il governo ha così applicato la vecchia teoria del “salario di riserva” al contrario: non elevare il livello di vita dei più poveri, ma ridurlo fino a costringerli ad accettare qualsiasi condizione.

Il lavoro come ricatto

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: più occupati, ma più poveri. Secondo Istat, la povertà assoluta tocca oggi l’8,5% delle famiglie e il 9,8% degli individui, con oltre 5,7 milioni di persone che vivono senza il necessario. La Caritas conferma che quasi la metà di chi chiede aiuto ha un lavoro formale, spesso a tempo pieno, ma con stipendi che non garantiscono la sopravvivenza.

Le politiche del governo non creano lavoro dignitoso: lo precarizzano e lo frammentano. Voucher peggiorati, part-time forzati, contratti di poche ore, contributi sospesi per mesi senza sanzioni: un sistema che normalizza lo sfruttamento e rende strutturale il ricatto occupazionale.

Il filo rosso con il progetto di Gelli

Il premierato, la riforma della giustizia, la concentrazione del potere esecutivo e la marginalizzazione delle opposizioni non sono misure isolate: fanno parte di un disegno unitario. È il vecchio schema gelliano, riproposto in chiave contemporanea, che vede nella riduzione dei diritti sociali e nella compressione delle libertà civili il terreno su cui consolidare un potere centralizzato e autoritario.

Non è incapacità a governare: è una scelta deliberata. Un Paese impoverito è più facile da controllare; una forza lavoro disperata è più docile; un’opposizione sociale frammentata è meno pericolosa.

Conclusione

Il governo Meloni sta costruendo una “democratura” che si regge su una formula cinica: meno diritti sociali, più potere politico concentrato. Il modello è chiaro: un’Italia in cui la povertà non è una piaga da curare, ma uno strumento di governo; in cui il lavoro non emancipa, ma sottomette.
Dietro i dati esibiti come trofei si nasconde una verità scomoda: questo non è un progetto per il futuro del Paese, ma un ritorno a un passato reazionario che pensavamo di avere sepolto.

Ponte sullo Stretto: il Gigante sulle Macerie – Illusione da 13,5 Miliardi in un Sud Incompiuto

Un trionfo politico, una guerra giudiziaria
Il 6 agosto 2025 il CIPESS ha dato il via libera al progetto definitivo del Ponte sullo Stretto di Messina. Matteo Salvini, oggi fervente sostenitore dell’opera nonostante in passato l’avesse definita “un ponte in mezzo al mare che non sta in piedi”, esulta e annuncia cantieri tra settembre e ottobre. Il costo stimato è salito a 13,5 miliardi di euro, con una fine lavori prevista per il 2032. Ma l’entusiasmo ministeriale si scontra con una realtà meno patinata: ricorsi a raffica, opposizioni locali, dubbi della Corte dei Conti sulla regolarità della spesa, rischi ambientali e un contesto infrastrutturale da terzo mondo. Greenpeace, Legambiente, Lipu e WWF hanno già presentato un reclamo alla Commissione Europea, denunciando violazioni delle direttive Habitat e Uccelli e chiedendo una procedura di infrazione per l’impatto sulle rotte migratorie. Il Comitato No Ponte Capo Peloro ricorda che il progetto porta ancora irrisolte 68 osservazioni tecniche, molte legate alla resistenza sismica.

Il contesto: Calabria e Sicilia, due sponde irraggiungibili
Il ponte dovrebbe collegare due territori dove il vero problema non è “attraversare lo Stretto” ma “arrivarci vivi e in tempo”. In Sicilia, percorrere in treno Trapani–Ragusa (354 km) richiede fino a 14 ore e cinque cambi. Messina–Ragusa (200 km) impiega tra 6 e 8 ore e mezza. Catania–Palermo (200 km) è una maratona su rotaia: 4 ore e mezza di media, fino a 6 nei casi peggiori. In Calabria la situazione è analoga: 111 km tra Crotone e Cosenza si percorrono in 3–5 ore. La SS 106 “strada della morte” resta una trappola di buche e incidenti, mentre la Salerno–Reggio Calabria (A2) è un cantiere permanente. Molte arterie interne, come la Pedemontana di Gioia Tauro, sono incompiute da decenni.

Analisi costi–benefici: un castello di previsioni
Secondo il CIPESS, il ponte porterebbe 23 miliardi di euro di PIL aggiuntivo, 36.700 posti di lavoro stabili e 10,3 miliardi di entrate fiscali. Ma dietro queste stime si nascondono ipotesi ottimistiche e una totale sottovalutazione delle spese di contesto: potenziamento ferroviario, manutenzione stradale, sicurezza antisismica. Il progetto è affidato al consorzio Eurolink (WeBuild con partner di Giappone, Spagna e Danimarca) e riprende un disegno di oltre dieci anni fa, mai aggiornato a fondo.

La spada di Damocle del rischio sismico
L’area dello Stretto di Messina è una delle zone a più alta pericolosità sismica d’Europa. Qui si incontrano due grandi placche tettoniche, quella africana e quella euroasiatica, generando un’attività geologica intensa e imprevedibile. Il 28 dicembre 1908 un sisma di magnitudo 7,1 e il conseguente maremoto devastarono Messina e Reggio Calabria, provocando oltre 80.000 vittime. Secondo l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, la faglia attiva dello Stretto è in grado di produrre eventi di magnitudo superiore a 7, con tempi di ritorno potenzialmente brevi in termini geologici. La costruzione di un ponte a campata unica di oltre 3.600 metri, soggetto a forti sollecitazioni da vento e traffico, richiede non solo calcoli ingegneristici straordinari ma anche un continuo monitoraggio strutturale per decenni. Il Comitato tecnico scientifico ha già segnalato 68 criticità, di cui molte riguardano proprio la risposta sismica: stabilità delle fondazioni in caso di rottura della faglia, resistenza a movimenti laterali e verticali, impatto cumulativo di vibrazioni e oscillazioni. Anche lo scenario del maremoto, spesso trascurato, è un fattore determinante. L’onda generata da un sisma sotto lo Stretto potrebbe colpire direttamente le strutture di accesso e le basi di sostegno, compromettendo la funzionalità dell’opera in pochi minuti. Senza dimenticare che il cambiamento climatico, aumentando la frequenza di fenomeni meteorologici estremi, amplifica il rischio di interazioni critiche tra vento, mare e struttura.

Un’opera militarizzata?
Giorgia Meloni ha definito il ponte “strategico” e lo ha incluso nella pianificazione di spesa militare, affermando che potrebbe servire alla mobilità delle truppe NATO dalla base di Sigonella. Questa dichiarazione alimenta dubbi su priorità e finalità reali dell’opera: più infrastruttura militare che volano per lo sviluppo locale.

Contenziosi, penali e precedenti giudiziari
La storia del ponte è già costata decine di milioni di euro in studi, stipendi e consulenze alla Stretto di Messina Spa, attiva dal 1981 senza aver posato un solo metro di campata. Un eventuale stop comporterebbe una penale di 700 milioni di euro a WeBuild. Nel frattempo, 104 cittadini contrari sono stati condannati dal Tribunale delle Imprese di Roma a pagare 238.000 euro di spese per aver contestato un progetto non ancora definitivo.

Il paradosso: un’astronave senza strade
Costruire un ponte di 3.600 metri a campata unica, il più lungo del mondo, su due sponde collegate da ferrovie ottocentesche e strade fatiscenti è come piantare un grattacielo in mezzo al deserto. Senza un piano infrastrutturale integrato, l’opera rischia di restare un monumento alla propaganda e allo spreco, utile più alle carriere politiche che ai cittadini.

Conclusione
Il Ponte sullo Stretto non è oggi una risposta alle necessità reali di Sicilia e Calabria: è un simbolo di gigantismo politico in un contesto che chiede l’opposto, interventi diffusi, manutenzione, connessioni efficienti e sicure. Prima di innalzare un colosso ingegneristico tra due sponde isolate, bisognerebbe garantire a chi le abita di potersi muovere senza percorrere in mezza giornata distanze che altrove si coprono in poche ore. Altrimenti il ponte sarà solo un’altra cattedrale nel deserto, sospesa sopra il vuoto di un Sud ancora abbandonato.