Spiraglio o trappola? Il vertice (forse) Trump-Putin e la pace al tempo dei dazi

Negli ultimi giorni è iniziato a circolare un’indiscrezione che, se confermata, potrebbe segnare una svolta — o un’illusione — nel conflitto che da oltre tre anni insanguina l’Ucraina. Il Cremlino ha lasciato trapelare che Vladimir Putin e Donald Trump potrebbero incontrarsi “nei prossimi giorni”, con gli Emirati Arabi Uniti come possibile cornice. La Casa Bianca non conferma ma non smentisce: si respira aria di preparativi, e non di circostanza.

A muovere i fili, sul fronte americano, è Steve Witkoff, inviato speciale di Trump. Tre ore di colloquio al Cremlino e un commento del tycoon su Truth Social: “Great progress”. Parole che, nel linguaggio di Trump, suonano come un preludio a qualcosa di grande.

Ma sullo sfondo, oltre ai sorrisi di circostanza, c’è la dura leva economica: nuove sanzioni secondarie e minaccia di dazi a due cifre contro chi continua a comprare energia russa. India e Cina comprese. Il classico bastone e carota, versione geopolitica.

Zelensky e la partita europea

Dal canto suo, Volodymyr Zelensky si è detto convinto che “la Russia sembra più propensa a un cessate il fuoco”. Ma per lui la pace non si costruisce a porte chiuse: l’Europa deve sedere al tavolo. E qui emerge la frattura. Washington spinge per un formato ristretto; Mosca vuole un bilaterale “puro”; Kiev reclama l’Unione Europea, per non trovarsi decisioni già prese e calate dall’alto.

Tre leader, tre posture
• Trump vuole un risultato tangibile e subito. È la logica del colpo di teatro: minacce economiche per forzare i tempi e mettere tutti davanti al fatto compiuto.
• Putin accetta l’idea del vertice, ma dice no (per ora) a un faccia a faccia con Zelensky. La sua lista delle condizioni è chiara: riconoscimento de facto dei territori occupati, stop agli aiuti militari occidentali e nessuna NATO per Kiev.
• Zelensky non arretra: pace solo con garanzie europee e la certezza che non si stia scrivendo un “Congresso di Vienna 2.0” a spese dell’Ucraina.

Cosa potrebbe finire sul tavolo

Difficile parlare di “pace definitiva”. Più realistico un pacchetto di cessate il fuoco con elementi già delineati nei retroscena diplomatici:
• Linea del fronte congelata dove si trova oggi, con monitoraggio internazionale e meccanismi di de-escalation. Mosca, ad oggi, controlla circa il 20% del territorio ucraino.
• Riconoscimento de facto, ma non formale, delle annessioni, con eventuali revisioni affidate a futuri referendum o processi politici.
• Alleggerimento parziale delle sanzioni in cambio del rispetto del cessate il fuoco e riapertura limitata dei flussi energetici, con clausole di “snap-back” in caso di violazione.
• Garanzie di sicurezza alternative alla NATO per Kiev: forniture militari continuative, fondi di ricostruzione vincolati e un sistema di difesa “light” con partner occidentali.

L’Europa tra ruolo e rischio

La richiesta di Kiev di avere l’UE al tavolo è più di una formalità: la guerra è in Europa e, se il conflitto si congelasse, i costi ricadrebbero per decenni su bilanci, sicurezza e stabilità europee. Ma Bruxelles avanza con cautela. Il rischio peggiore è un accordo lampo USA-Russia percepito come imposto: scenario che finirebbe per delegittimare l’Ucraina e spaccare il fronte europeo.

Tre possibili scenari
1. Cessate il fuoco con garanzie solide
Si ferma il fuoco lungo l’attuale linea, parte un monitoraggio terzo, si sbloccano fondi e corridoi energetici controllati. Fragile, ma reale.
2. Congelamento opaco, “pace negativa”
I combattimenti calano ma non cessano, la retorica di pace copre una situazione bloccata. Kiev resta fuori dalla NATO, Mosca consolida i guadagni e l’Europa paga il conto.
3. Vertice fallito ed escalation ibrida
Saltano i colloqui, scattano nuovi dazi e sanzioni USA, Mosca risponde con armi energetiche, cyberattacchi e pressione militare tattica. Il rischio: un ciclone sui mercati globali.

Due variabili decisive
• Sequenza degli incontri: Mosca vuole vedere Zelensky solo alla fine. Se il summit parte come “Trump-Putin puro”, l’accusa di marginalizzare Kiev e UE sarà inevitabile.
• Verificabilità: senza meccanismi chiari per controllare cessate il fuoco, corridoi umanitari e scambi di prigionieri, ogni accordo rischia di diventare carta straccia. Qui l’UE potrebbe fare la differenza.

Spiraglio o illusione?

Parlare di “pace” è prematuro. Piuttosto, potremmo essere di fronte a una finestra tattica in cui tutti e tre — Trump, Putin e Zelensky — vogliono misurare il costo politico di un cessate il fuoco. Ma i nodi restano: territori, garanzie e sanzioni.

Se l’Europa entra davvero nel formato e nelle verifiche, lo spiraglio può diventare argine contro il congelamento del conflitto. Se resta fuori, rischiamo di ritrovarci con un cessate il fuoco di carta, pronto a saltare al primo pretesto.

Una nota per non farsi illusioni

Dopo più di tre anni, le linee del fronte non sono crollate, ma la guerra non ha perso intensità. La Russia tiene ancora circa un quinto dell’Ucraina; le offensive e i bombardamenti continuano; milioni di profughi restano lontani da casa. Un vertice può fermare le armi per un po’, ma non basta per affrontare crimini di guerra, ricostruzione e sovranità. Per quello serve un processo vero, non solo una foto di leader che si stringono la mano.

Lo Stato svuotato: quando il modello-mafia diventa la nuova forma di governo

  1. Un monito contemporaneo: l’estremismo liberista e il “modello‑mafia”

Stefano Levi Della Torre lancia un avvertimento attuale: l’estremismo liberista, esemplificato da figure come Trump o Bolsonaro, tende alla privatizzazione radicale dello Stato, trasformando il modello “anti-Stato” della mafia in una forma istituzionale. Non è solo il passaggio da comitati d’affari a cricche dominanti – è la sostituzione del pubblico col privato, dove il criterio dell’affiliazione mafiosa sostituisce la cittadinanza.

Analisi analoghe emergono da altri osservatori: un commento definisce l’operato di Trump come un “mafia‑state”, denunciando comportamenti criminali normali nel governo statunitense. Altri lo definiscono addirittura “mafia imperialism”, poiché usa la forza, il condizionamento e la coercizione nelle relazioni internazionali, anziché diplomazia o regole riconosciute.

  1. Contesto storico e analogie filosofiche

2.1 La grande trasformazione e la reazione antitetica

Karl Polanyi, ne La grande trasformazione, descrive il “doppio movimento”: il primo è l’affermazione del liberismo che autoscioglie l’economia nel mercato; il secondo è la reazione difensiva che attiva la società contro la mercificazione totale. La tesi di Levi Della Torre sembra richiamare una forma estrema di quel movimento: la dissoluzione del pubblico in favore del privato, con il potere economico che logora lo Stato dall’interno.

2.2 Corporatocrazia e capitalismo clientelare

In parallelo, il fenomeno della corporatocrazia descrive come poteri privati, grandi corporazioni o lobby, esercitino decisioni pubbliche, favorendo deregolamentazione, privatizzazione e privilegi a scapito della collettività. È un capitalismo di connivenza o cliente‑capitalismo che spinge verso la privatizzazione strutturale dello Stato, confinando il ruolo pubblico alle funzioni repressive o formali.

  1. Dalla teoria alla pratica politica

3.1 Privatizzazione dello Stato e retorica individualistica

Nei paesi democratici occidentali si osserva un calo della partecipazione e fiducia pubblica, un aumento delle disuguaglianze e una crescente fiducia nel privato. L’individualismo di massa spinge verso una morale privatistica – “ognuno per sé” – che si traduce in consenso politico per chi promette di ridurre l’intervento pubblico, contribuendo alla delegittimazione dello Stato e alla sua privatizzazione.

3.2 Bande al posto dei partiti

Levi Della Torre descrive come attorno a potentati finanziari nascano “bande” – lobby, clientele, network personali – che operano parallelamente e spesso in conflitto con le istituzioni rappresentative. Profitto e affiliazione sostituiscono la delega ideologica o programmatica: si privatizza la spesa pubblica, si infiltrano le istituzioni, si personalizza la politica attraverso leader-carismatici, proprio come in un’organizzazione mafiosa.

3.3 Lo scontro pubblico-privato e la magistratura

Si accentua lo scontro tra governance privatistica e giurisdizione pubblica. Chi detiene potere privato tende a delegittimare la magistratura, che rappresenta l’universalismo e il controllo legale. Non si tratta più di divergenze istituzionali isolate, ma di due sistemi contrapposti: potere privato vs legalità pubblica.

  1. Confronti storici e attuali

4.1 Fascismo contro mafia e opposto liberismo

Il fascismo voleva costruire uno Stato potente, non distruggerlo: combatteva la mafia perché rivale del potere statale. Al contrario, il modello che descrive Levi Della Torre è il liberismo che distrugge lo Stato dall’interno, affermando il primato del privato a scapito del potere pubblico.

4.2 Precedenti italiani: Berlusconi e l’“esibizione grottesca”

Secondo l’autore, Berlusconi è stato un emblema precoce di questa dinamica: dagli scandali individuali alle leggi ad personam, fino al rapporto morboso con il potere mafioso. Quel suo stile politico – personalizzato, mediatico, violento verso la sfera pubblica – è ripreso da dirigenti simili a Trump, Orban, Putin o Netanyahu.

4.3 La mafia imprenditrice e l’infiltrazione economica

Studi accademici evidenziano come la mafia non sia solo violenza: è una struttura imprenditoriale, capace di infiltrarsi legalmente nell’economia, e di creare sistemi paralleli di potere economico con gerarchie e regole ferree. La mafia come ordine privato concorrente allo Stato legale.

  1. Approfondimento: l’infiltrazione economica della mafia nella “legale” economia

5.1 Mafia come investimento sistemico nel tessuto economico-legale

La mafia ha colonizzato la cosiddetta economia legale, usando crisi come la pandemia per prendere il controllo di imprese lecite attraverso compravendite societarie opache e intestazioni fiduciarie. Settori come costruzioni, rifiuti e servizi pubblici sono i più vulnerabili alla penetrazione mafiosa, trasformando aziende in veicoli di riciclaggio e potere privato.

5.2 Dal reato violento alla frode “bianca”

Secondo Reuters, l’orientamento mafioso si è spostato da estorsioni e omicidi verso frodi fiscali, evasione e truffe sui fondi post‑COVID o dell’UE, dove le pene sono più lievi rispetto ai reati tradizionali. L’‘Ndrangheta cresce nell’emissione di fatture false e nei fallimenti pilotati, danneggiando lo Stato in modo sistematico.

5.3 Il controllo delle amministrazioni locali

Molti comuni italiani, soprattutto in Calabria e Puglia, sono stati sciolti per mafia a causa dell’infiltrazione nei bilanci e negli appalti. Modelli di machine learning permettono oggi di prevedere quali comuni rischiano di cadere sotto influenza mafiosa, consentendo interventi preventivi.

5.4 Impatti economici diretti e a lungo periodo

Studi sul commissariamento dei comuni (CCDs) mostrano effetti positivi: aumento dell’occupazione formale (+17 %), rinnovamento della classe politica (più giovani e donne) e maggiore trasparenza. Ciò conferma che ridurre l’influenza mafiosa produce crescita economica reale.

5.5 Ecomafia e dominio ambientale

Il giro d’affari dell’“ecomafia” in Italia ha toccato circa 8,8 miliardi di euro nel 2023, con traffici illeciti di rifiuti e abusi edilizi. Anche qui la mafia si maschera da economia “legale”, inserendosi in appalti e settori pubblici strategici.

  1. Implicazioni e scenari futuri

Tema Conseguenze reali
Privato vs pubblico Lo Stato diventa apparato formale, mentre il potere reale è privato e affiliativo
Politica personalistica Leader come boss che impongono accordi e vincoli personali
Legittimità democratica Viene sostituita dalla logica clientelare, affiliazione al posto della cittadinanza
Democrazia in crisi Il sistema democratico perde efficacia di fronte a poteri non controllabili democraticamente

  1. Conclusione: un allarme politico e culturale

Il modello-mafia non è più un’anomalia criminale sotto lo Stato, ma un possibile sbocco politico per un mondo in cui il liberalismo estremo privatizza progressivamente la sfera pubblica. È un processo che trasforma vittime in affiliati, cittadini in clienti, istituzioni in facciata.

Contrastare questo fenomeno non significa solo reprimere reati criminali tradizionali, ma ripristinare trasparenza, partecipazione pubblica, regole efficaci contro la frode, e intervenire preventivamente nelle amministrazioni vulnerabili.

L’allarme lanciato da Levi Della Torre è chiaro: se non si rafforza lo spirito pubblico, lo Stato rischia una mutazione genetica, svuotato e indossato da poteri privati come un guscio morto.

Fonti
• Stefano Levi Della Torre, Per il futuro dello Stato il modello della mafia, Parole Libere, 4 agosto 2025
• Karl Polanyi, La grande trasformazione
• Reuters, Italy’s white-collar mafia is making a business killing (2024)
• CEPR, How machine learning is aiding the fight against mafia infiltration in Italy (2023)
• NBER, The Economic Effects of Anti-Mafia Commissions in Italy (2024)
• Legambiente, Rapporto Ecomafia 2023
• Gurciullo, Network analysis of mafia infiltration (arXiv, 2014)
• AP News, Mafia infiltration in Puglia municipalities (2024)

“La Democrazia dell’Indifferenza: quando il popolo elegge il genocidio”

L’ennesima provocazione sulla Spianata delle Moschee di Gerusalemme, orchestrata dal ministro della Sicurezza Nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir e da oltre un migliaio di coloni fanatici, non è solo l’ennesima sfida al diritto internazionale e all’equilibrio precario tra le religioni. È, soprattutto, la cartina di tornasole di un intero sistema politico e sociale che si sta trasformando in laboratorio del consenso genocidario, dove la responsabilità collettiva si fonde all’indifferenza e all’assuefazione al crimine.

In Occidente ci ostiniamo ancora a parlare di “Israele, unica democrazia del Medio Oriente”, dimenticando che democrazia non è soltanto sommare i voti nelle urne, ma implica un’etica pubblica, la tutela dei diritti umani, il rispetto della minoranza e l’assunzione di responsabilità di fronte all’ingiustizia. Nel 2024, invece, ci troviamo di fronte a uno Stato che elegge democraticamente un governo di fanatici e suprematisti, mentre la maggioranza della popolazione tace, approva o, peggio ancora, celebra la distruzione sistematica di un popolo confinante.

Dal suprematismo religioso al consenso diffuso

L’irruzione sulla Spianata delle Moschee, con canti, preghiere e balli provocatori, non è una devianza rispetto alla normalità: è la normalità. Ben-Gvir, insieme al suo seguito, ha dichiarato con orgoglio l’intenzione di annientare Gaza, espellere i palestinesi, annientare Hamas fino all’ultimo uomo e imporre la “sovranità” ebraica su Gerusalemme e sull’intera Palestina storica. Parole che, fino a pochi anni fa, sarebbero suonate inaccettabili persino nei talk-show più estremi; oggi sono moneta corrente della politica di governo, amplificate dai media israeliani e accolte senza scandalo dalla pubblica opinione.

Il dato che inquieta più di tutti è proprio questo: non siamo di fronte a una dittatura militare, a una giunta di generali o a una setta di fanatici imposta con la forza. Siamo davanti a un sistema politico che trae la sua forza dal consenso elettorale, da una maggioranza popolare che sostiene, giustifica, razionalizza e interiorizza la guerra perpetua contro i palestinesi. Non c’è resistenza di massa, non c’è sollevazione popolare contro il piano di sterminio. Ci sono, certo, minoranze coraggiose e voci dissidenti, ma sono relegate ai margini, spesso perseguitate, tacciate di “tradimento nazionale”, isolate dal mainstream.

La fame come arma, il silenzio come complicità

I numeri snocciolati dalle Nazioni Unite e dalle autorità di Gaza sono agghiaccianti e meritano di essere ricordati, perché dietro ogni tonnellata di aiuti negati c’è un bambino che muore, un anziano che si spegne, una famiglia che sprofonda nell’abisso della disperazione. Israele ha bloccato più di 22.000 camion di aiuti umanitari dall’inizio dell’assedio, lasciando entrare solo le briciole – e anche queste in larga parte saccheggiate, disperse o impedite nella distribuzione. Solo il 10% degli aiuti riesce a raggiungere effettivamente chi ne ha bisogno. Nei pressi dei punti di distribuzione, centinaia di palestinesi vengono uccisi a sangue freddo, in quello che appare come un calcolo glaciale: lasciare che la fame e il terrore facciano il lavoro sporco che la diplomazia non osa dichiarare apertamente.

Il premier Netanyahu, ormai prigioniero delle sue stesse alleanze con l’estrema destra religiosa e coloniale, prende tempo e rimanda le decisioni mentre la macchina della morte prosegue il suo lavoro. Nessun passo indietro, nessun gesto di umanità: l’obiettivo dichiarato è la pulizia etnica, la concentrazione dei palestinesi a Rafah in una “città umanitaria” che sa di ghetto e di preambolo a un’espulsione di massa.

Quando il genocidio è socialmente accettato

A rendere ancora più grottesca e tragica questa vicenda è la totale indifferenza, quando non il sostegno attivo, della maggior parte della popolazione israeliana. I sondaggi dicono che la maggioranza degli israeliani non solo approva l’operato del governo, ma ne chiede addirittura una linea più dura. La società civile israeliana, salvo rare eccezioni, si è allineata allo stato di guerra permanente, ha interiorizzato la logica dell’assedio, del muro, della segregazione e della punizione collettiva. La sofferenza palestinese non è più vista come conseguenza inevitabile del conflitto, ma come condizione desiderata, necessaria, persino giusta. La narrazione dominante trasforma le vittime in colpevoli, i carnefici in difensori della civiltà occidentale, il genocidio in legittima difesa.

Dall’altra parte, la comunità internazionale balbetta, si limita a rituali diplomatici e gesti simbolici – come il riconoscimento, tardivo e irrilevante, dello Stato di Palestina da parte di alcune cancellerie europee. Un gesto che, nella sostanza, non cambia nulla mentre sul campo si consuma la distruzione di una nazione.

La democrazia che elegge il crimine

Il punto di fondo che occorre denunciare senza ambiguità è che in Israele oggi si sta consumando non solo un genocidio materiale, ma una crisi radicale del concetto stesso di democrazia. Quando una maggioranza popolare – educata, informata, partecipe – elegge un governo che fa del crimine il proprio programma, la democrazia cessa di essere garanzia di giustizia e si trasforma in strumento di legittimazione della violenza.

Questa non è una aberrazione passeggera, ma il prodotto di un lungo processo di radicalizzazione, alimentato da decenni di occupazione, apartheid, propaganda suprematista e complicità internazionale. È la “banalità del male” che torna a imporsi nella storia: non serve più il dittatore sanguinario, il consenso popolare basta e avanza per coprire ogni atrocità.

Oltre il muro dell’indifferenza

Il compito di chi si oppone oggi non è solo denunciare il crimine, ma smascherare la complicità collettiva, chiamare alla responsabilità non solo i politici e i generali, ma anche i cittadini comuni, i media, gli intellettuali, le istituzioni che hanno scelto di voltare la testa dall’altra parte. Non possiamo più accettare la favola di una “Israele democratica” che sarebbe ostaggio di una minoranza estremista: la realtà è che la democrazia israeliana, nella sua maggioranza, ha scelto la strada dell’apartheid, della guerra permanente, della cancellazione dell’altro.

In questa tragedia, il futuro non si gioca solo a Gaza, tra le macerie e i campi di sfollati, ma nella coscienza di ciascuno di noi. La storia giudicherà non solo i carnefici, ma anche chi ha taciuto, chi ha giustificato, chi si è rifugiato nell’indifferenza. E, forse, ci sarà chi un giorno saprà raccontare che in un’epoca di democrazie apparenti, la complicità delle masse è stata la più efficace delle armi di distruzione.

Fonti
• Articolo del Fatto Quotidiano, 4 agosto 2025
• Rapporti ONU sugli aiuti umanitari a Gaza, luglio-agosto 2025
• Dichiarazioni di Ben-Gvir, Halevi, Katz, Netanyahu su X e stampa israeliana
• Dati del Waqf e del governo di Gaza
• Sondaggi di opinione israeliani 2024-2025

Europa in divisa, coscienza disarmata: il nuovo fronte dell’obbedienza cieca

Il grande inganno dell’Europa bellica

Mentre le cancellerie europee accelerano sulla via del riarmo, tra proclami di “difesa comune” e scenari apocalittici sventolati dai media mainstream, si fa sempre più urgente la domanda: avete capito dove ci stanno portando?
Non si tratta solo della possibilità remota — ma non troppo — di una guerra diretta tra Russia ed Europa, bensì dell’avanzata silenziosa e costante di una cultura militarista, violenta e menzognera che riplasma le società europee a immagine e somiglianza di un potere che ha scelto la forza al posto della diplomazia, la menzogna al posto della verità, l’obbedienza al posto del pensiero.

  1. La guerra che non si farà — ma che si vuole far credere possibile

Nessuna delle parti in causa ha davvero interesse a una guerra nucleare tra Russia ed Europa.
La Russia non ha alcuna ragione per attaccare l’Europa: anzi, i suoi interessi strategici puntano alla stabilità nei rapporti commerciali e geopolitici. L’Europa, d’altra parte, non ha alcuna possibilità di sopravvivere a uno scontro diretto: la sproporzione tecnologica e militare, soprattutto nel campo dei vettori nucleari, è palese.

Perché allora si alimenta questa retorica? Perché si continua a parlare, come se fosse imminente, dello “scontro finale”?
La risposta non sta nella logica militare, bensì in quella politica e strategica: la minaccia della guerra diventa lo strumento con cui si giustifica il riarmo, si soffoca il dissenso, si convoglia il malcontento sociale verso nemici costruiti ad arte. È lo stato d’eccezione permanente, analizzato da Agamben, che giustifica ogni abuso in nome della sicurezza.

  1. L’Europa come vassallo strategico: il doppio gioco tra Trump e i neocon

Un punto chiave sta nella subordinazione europea al piano strategico dei neocon americani. Dopo il 2022, l’UE ha accettato il disegno geopolitico degli Stati Uniti, che mira esplicitamente alla dissoluzione della Federazione Russa.
Con l’elezione di Trump, le cose si complicano: da un lato, l’Europa cerca di soddisfarlo investendo massicciamente nel riarmo (e comprando armi dagli USA, accettando supinamente dazi commerciali al 15%), dall’altro continua a muoversi nella scia della strategia destabilizzante dei neocon.

Il risultato è un’Europa schizofrenica, priva di autonomia, che prepara nuove guerre per procura — altri “Ucraina bis”, nuovi “paesi sacrificabili” da armare e mandare al fronte — pur di portare avanti l’erosione sistematica della Russia, ignorando deliberatamente il rischio che questa strategia conduca a un punto di non ritorno.

  1. La strategia del logoramento: destabilizzare la Russia per logorarla dall’interno

Quella a cui stiamo assistendo non è una guerra dichiarata, ma un progetto metodico di logoramento.
L’obiettivo reale è spingere la Russia a un’implosione interna, provocandola su più fronti, moltiplicando le crisi e i conflitti lungo i suoi confini, e alimentando instabilità politica al suo interno attraverso sanzioni, infiltrazioni, campagne mediatiche.

È una strategia che si crede “intelligente”, ma che in realtà è miope: ignora la forza di resilienza di Mosca, sottovaluta la determinazione del suo apparato politico-militare e, soprattutto, dimentica che si ha a che fare con la maggiore potenza nucleare del mondo. Pensare di “logorarla” con tattiche di guerra ibrida è come giocare alla roulette russa con la Storia.

  1. La vera guerra è già cominciata: menzogna, sorveglianza e impoverimento

Mentre l’Europa arma le parole e alimenta fantasmi bellici, la guerra vera è già in corso: è quella contro i popoli, contro i diritti sociali, contro le libertà fondamentali.
L’“imperio della violenza e della menzogna”, come lo definisce Andrea Zhok, si manifesta nei decreti sicurezza, nel controllo capillare, nella criminalizzazione del dissenso, nel taglio sistematico a scuola, sanità e servizi pubblici per finanziare l’industria bellica.

È un modello sociale fondato sulla paura e sulla disumanizzazione: il nemico è ovunque, e ogni voce fuori dal coro è sospetta. Il cittadino non è più sovrano, ma sorvegliato. Il lavoratore non è più protagonista, ma esecutore disarmato. E il Parlamento, ormai, non legifera: ratifica.

  1. L’urgenza della resistenza: sollevare i popoli contro il riarmo

Siamo davanti a una deriva che può ancora essere fermata — ma il tempo stringe. Non basta più denunciare il riarmo: bisogna chiamare le cose col loro nome, svelare gli interessi economici e geopolitici che muovono questa follia collettiva.
Serve un fronte largo, popolare, che unisca forze sindacali, movimenti, partiti, intellettuali, artisti e semplici cittadini in una nuova internazionale della pace.

Non bastano le fiaccolate rituali o le mozioni parlamentari svuotate: serve una Conferenza internazionale vera, che coinvolga Cina, Russia, India, America Latina e tutte le potenze fuori dalla NATO, per riscrivere le regole della convivenza globale, contro il suprematismo armato dell’Occidente.

L’ultima occasione per restare umani

La domanda che ci poniamo — avete capito dove ci stanno portando? — non è retorica. È un grido.
Ci stanno portando verso una società militarizzata, disumanizzata, spogliata di senso e di solidarietà. Ma nulla è ancora scritto.
Ogni generazione ha avuto il suo bivio. Questo è il nostro. E da come reagiremo ora, si capirà se saremo stati semplici spettatori della fine, o se avremo scelto di restare umani.

Fonti suggerite per approfondimento:
• Giorgio Agamben – Stato di eccezione
• Andrea Zhok – articoli su L’Indipendente e Il Fatto Quotidiano
• Noam Chomsky – Who Rules the World?
• John Mearsheimer – Why the Ukraine Crisis Is the West’s Fault
• Documenti NATO sulle spese militari (NATO Official Website)
• SIPRI – Stockholm International Peace Research Institute, report annuali sul riarmo globale
• Eurostat – statistiche su spesa pubblica in sanità e difesa