La guerra che non esiste: annientamento delle coscienze e manipolazione del reale

Viviamo immersi in una menzogna dolce, somministrata in microdosi giornaliere, come un anestetico che non addormenta ma desensibilizza. Un mondo ribolle sotto le bombe, sotto i bulldozer, sotto i razzi che stanotte hanno colpito i siti nucleari iraniani. Ma noi, qui, in Occidente, andiamo al mare. Scrolliamo notizie con la stessa disinvoltura con cui scegliamo una playlist. Il genocidio è diventato sfondo, il massacro rumore bianco. Nulla ci sveglia. Nulla ci tocca. Nulla sembra esistere davvero.

Eppure siamo già in guerra.

Ma è una guerra che non ha nome. Una guerra che non si dichiara, che non interrompe i palinsesti, che non sospende i talk show. È una guerra della quale si nega l’esistenza, perché troppo ingombrante, troppo divisiva, troppo reale. È la guerra dell’egemonia semantica, quella che Noam Chomsky ci aveva già raccontato nella metafora della rana bollita: non ci accorgiamo che la temperatura sale, che i diritti evaporano, che le parole mutano senso — finché non è troppo tardi.

Quello che sta accadendo oggi in Medio Oriente, in Ucraina, e nei centri di potere occidentali non è solo un’escalation bellica. È un’opera di mielizzazione della ragione, come la definisce Lavinia Marchetti. Una dolcificazione del terrore, un impacchettamento semantico della violenza. Una lingua che non descrive la realtà, ma la costruisce. Una lingua che trasforma la carne bruciata in “effetti collaterali”, i bambini massacrati in “tragici bilanci”, le stragi di civili in “azioni chirurgiche”.

Questa non è più solo propaganda: è annientamento delle coscienze.

Il giornalismo come apparato bellico

Ogni genocidio ha bisogno della sua grammatica. Lo sapevano i regimi totalitari, lo sa oggi il sistema neoliberale travestito da democrazia. Non c’è bisogno di censure dirette se si controllano le narrazioni. Basta raccontare le cose in un certo modo. O non raccontarle affatto.

Maurizio Molinari, caposervizio esteri di Repubblica, diventa così il terapeuta del massacro: Israele “non ha scelta”, Israele “agisce con precisione”, Israele “risponde al massacro”. In questa narrazione, non esistono colonizzati, non esistono occupanti: esistono solo traumi da elaborare con strumenti militari. Il linguaggio diventa scudo, giustificazione, complice.

Paolo Mieli non urla, ma plasma il passato per giustificare il presente. Come se l’espulsione di 750.000 palestinesi fosse una “conseguenza accidentale” e non una strategia di pulizia etnica. Il suo ruolo è quello del custode storico del revisionismo funzionale.

Capezzone, Ferrara, Cerasa, Giordano e Severgnini sono solo maschere diverse della stessa tragedia. Alcuni estremizzano, altri intellettualizzano. Ma il risultato non cambia: il genocidio diventa compatibile. Accettabile. Digestibile.

L’Ucraina: l’altra faccia della stessa moneta

Lo stesso meccanismo si replica nella narrazione sulla guerra in Ucraina. L’invasione russa — indubbiamente reale e tragica — è diventata il cavallo di Troia per un racconto univoco e binario, dove tutto ciò che non si allinea al verbo NATO è putinismo.

Non una parola sul colpo di Stato del 2014, non una riga sul massacro di Odessa, sul battaglione Azov, sull’allargamento della NATO a Est nonostante le promesse fatte a Gorbaciov. Ogni tentativo di inserire complessità viene scartato, schernito, ridotto a “propaganda russa”. Il giornalismo ha abdicato al suo compito di vigilanza per diventare ufficio stampa dei governi atlantici.

L’attacco all’Iran e la finta amnesia occidentale

E intanto, mentre ci parlano di sicurezza, Israele bombarda i siti nucleari iraniani con il supporto logistico e tecnologico degli Stati Uniti. E Trump, oggi di nuovo presidente, alza le mani: “Non ne sapevo nulla”. Una menzogna talmente grottesca da non meritare confutazione. Perché in Medioriente, come ben sanno persino i pastori del Golan, nulla si muove senza il benestare degli Stati Uniti.

Eppure anche questa operazione — gravissima, potenzialmente catastrofica — viene relegata ai margini del discorso pubblico. Non ci sono speciali in prima serata, non ci sono appelli alla pace. C’è solo un’altra finestra oscurata. Un’altra rana che si abitua all’acqua bollente.

La guerra invisibile dentro di noi

La vera guerra non si combatte solo a Gaza o a Kiev. Si combatte dentro di noi. È la guerra alle parole. È la guerra alle coscienze. È la guerra che ci vuole spettatori, anestetizzati, indifferenti. È la guerra che fa della neutralità un alibi, della moderazione una forma di viltà.

L’Europa, che doveva essere il continente della memoria, ha imparato a dimenticare. L’Italia, che si dice democratica, è muta davanti al genocidio. E chi parla — chi nomina la realtà per quella che è — viene bollato come estremista, antisemita, o complottista.

La censura oggi non ha bisogno di divieti: basta rendere invisibile ciò che è intollerabile. Basta mescolare i nomi, confondere i numeri, occultare i soggetti. Così il massacro diventa “escalation”, il genocidio diventa “guerra simmetrica”, i bambini diventano “scudi umani”.

Conclusione: Don’t Look Up – l’asteroide siamo noi

In un mondo dove il linguaggio è diventato arma e il silenzio forma di complicità, il paragone con il film Don’t Look Up diventa inevitabile. Nel film, un asteroide sta per distruggere la Terra, ma la maggioranza delle persone, anestetizzate dalla superficialità mediatica, dall’intrattenimento di massa e dalla fiducia cieca nell’autorità, si rifiuta letteralmente di guardare in alto.

Oggi, quell’asteroide non è una roccia dallo spazio. Sono i missili che cadono sulle case a Rafah, sono i bambini palestinesi avvolti nel cemento, è il piano di riarmo europeo, che con parole soporifere, ci sta preparando ad un conflitto contro la Russia, sono le colonne di carri armati al confine russo, sono le basi NATO che spuntano come metastasi, è l’oblio mediatico delle stragi in corso, sono gli attacchi preventivi contro l’Iran mentre si nega l’evidenza, è la censura preventiva dell’indignazione.

E noi? Non guardiamo in alto. Non guardiamo neanche in faccia la realtà. Siamo diventati i protagonisti reali di quel film distopico. Solo che questa volta il finale è nostro. E non è scritto.

È tempo di strappare il velo. Di guardare davvero. Di smettere di dire “non lo sapevamo”. Perché lo sappiamo benissimo. Lo abbiamo sempre saputo. Ma il vero crimine non è ignorare: è sapere e restare in silenzio.

Italia malata di priorità: mentre si taglia la sanità, cresce la spesa per le armi

Nel cuore di un’Italia sempre più divisa tra bisogni primari disattesi e scelte politiche miopi, il nuovo allarme arriva dalla sanità pubblica. Secondo un’analisi indipendente della Fondazione Gimbe, nel 2024 ben 4 milioni di italiani hanno rinunciato a prestazioni sanitarie a causa dei tempi d’attesa troppo lunghi. Un dato sconcertante che fotografa, in maniera cruda, lo stato di abbandono del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), ormai incapace di rispondere ai bisogni reali di salute della popolazione.

La percentuale della popolazione che ha rinunciato a curarsi per le liste d’attesa è passata in soli due anni dal 4,2% del 2022 al 6,8% del 2024, con un aumento di oltre 1,5 milioni di persone. In parallelo, anche le difficoltà economiche giocano un ruolo determinante: 3,1 milioni di italiani hanno rinunciato alle cure nel 2024 perché non potevano permettersele. La sanità universale, gratuita e accessibile per tutti, sancita dalla Costituzione, si sta sgretolando sotto i colpi del neoliberismo mascherato da “razionalizzazione della spesa”.

Propaganda e realtà: due Italie che non si parlano

Il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, ha tracciato un confine netto tra la propaganda governativa e la realtà quotidiana dei cittadini: una realtà fatta di attese interminabili, sofferenze silenziose e scelte impossibili tra pagare una visita privata o fare la spesa.

Nel biennio 2023-2024, l’aumento della rinuncia alle cure è stato trainato principalmente dalle lunghe liste d’attesa, con un’impennata del 51%. Un dato che dovrebbe far tremare i polsi a qualsiasi governo realmente interessato alla salute pubblica. Eppure, la risposta istituzionale è stata il silenzio. O, peggio, la distrazione pianificata.

Il paradosso di un Paese che spende per la guerra ma non per la vita

Mentre milioni di italiani sono costretti a rinunciare a esami diagnostici, visite specialistiche o interventi chirurgici, il governo Meloni si impegna pubblicamente ad aumentare la spesa militare fino al 5% del PIL nei prossimi anni. Una scelta non solo economicamente irresponsabile, ma eticamente inaccettabile.

A cosa serve blindare i confini, acquistare caccia bombardieri e finanziare missioni all’estero, se dentro casa nostra i cittadini muoiono in lista d’attesa? Quale idea di “sicurezza” può giustificare l’abbandono della cura e della prevenzione, i pilastri della vera civiltà democratica?

È questa la contraddizione esplosiva del nostro tempo: la guerra viene finanziata con regolarità, la pace sociale, invece, viene elemosinata. La salute è trattata come un costo da contenere, l’apparato militare come un investimento strategico.

Un Paese che si ammala due volte: nel corpo e nell’anima

La rinuncia alle cure non è solo un indicatore sanitario. È una ferita profonda nella tenuta morale e sociale del Paese. Quando milioni di persone sono costrette a scegliere se curarsi o no, non siamo più solo in presenza di una crisi sanitaria, ma di una vera e propria emergenza democratica. Una democrazia che non cura i suoi cittadini è una democrazia che abdica al suo compito fondamentale.

Eppure, la narrazione dominante continua a presentare le difficoltà della sanità pubblica come inevitabili, tecniche, gestionali. Come se non fosse il frutto di scelte politiche consapevoli, che da anni dirottano risorse verso privatizzazioni, esternalizzazioni, tagli lineari e, oggi più che mai, verso il riarmo.

Ribaltare la rotta: dalla retorica dell’emergenza alla giustizia sanitaria

Serve un’inversione radicale di rotta. Non bastano più le promesse e i proclami, né i bonus una tantum o le riforme spot. Serve un piano straordinario di assunzione di personale sanitario, investimenti strutturali negli ospedali pubblici, riduzione effettiva delle liste d’attesa, lotta all’intramoenia selvaggia e fine dei ticket sulle prestazioni essenziali.

Ma soprattutto, serve una riflessione collettiva su quali siano le vere priorità del Paese: la guerra o la salute? La spesa militare o il diritto alla vita? Il controllo sociale o la cura delle persone?

Il tempo delle scuse è finito. Il tempo del silenzio è complice. Chi oggi sceglie di non finanziare la sanità pubblica, sceglie deliberatamente di condannare milioni di italiani alla malattia e alla solitudine.

Oltre il confine: la deportazione come sintomo terminale del capitalismo globale

«Chi saranno i prossimi deportati?»
Non è una domanda retorica. È una profezia che si scrive ogni giorno, nei campi di detenzione, nei barconi respinti, nei vagoni blindati dell’indifferenza. La deportazione, quella parola che un tempo evocava i forni crematori, le divise a righe e l’orrore organizzato della modernità nazista, è tornata a far parte del lessico quotidiano della governance globale. Ma oggi non fa più scandalo. Non urla. Non interrompe i talk show. È diventata amministrazione ordinaria. Procedura. Misura precauzionale. Dispositivo di sicurezza.

Eppure, proprio questa “normalità” è il segnale più allarmante. È l’indizio che il capitalismo tardo-imperiale ha raggiunto un punto di non ritorno: incapace di riformarsi, privo di un’alternativa interna, cieco alle sue stesse contraddizioni, si avvita su se stesso e genera mostri.

La deportazione è un metodo, è l’effetto

La deportazione è un metodo tra i tanti generati dal capitalismo, oramai alla fine della sua fase storica: è solo l’effetto brutale di un capitalismo giunto al suo stadio terminale, un sistema neoliberista degenerato che ha smesso da tempo di rappresentare il benessere collettivo e non ha più alcuna possibilità — né volontà — di democratizzarsi.
È l’esito diretto di una governance fondata sull’esclusione sistematica, sull’espulsione degli indesiderabili, sulla disumanizzazione dell’altro. La deportazione, quindi, non spiega nulla: è ciò che va spiegato. Ed è spiegabile solo guardando al cuore stesso del sistema che la produce e la normalizza.

Non si tratta più solo di politiche migratorie. La deportazione è ormai un paradigma di governo, un modello ideologico che risponde a una precisa esigenza di sistema: espellere gli scarti. Gli indesiderabili. I superflui. Non più soltanto “clandestini”, ma disoccupati cronici, poveri strutturali, dissidenti, minoranze etniche, e perfino cittadini europei che per un motivo o per l’altro non si incastrano più nel mosaico tossico della produttività, dell’ordine, della conformità algoritmica.

Il capitalismo, giunto al suo stadio di degenerazione autoritaria, non contempla più né l’inclusione né la redistribuzione. Non può. Le sue contraddizioni sono troppo profonde: i profitti dipendono dall’espulsione, la crescita dalla guerra, la sicurezza dall’esclusione. In questo scenario, la deportazione diventa il linguaggio stesso del potere.

Italia: dal CPR all’Albania, la frontiera esternalizzata

In Italia, il governo Meloni ha fatto dell’esternalizzazione della detenzione il proprio vanto internazionale. I CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio) sono già lager amministrativi — lo sappiamo, li denunciamo da anni — ma non bastano più. Serve qualcosa di più estremo, di più mediaticamente efficace. E allora si stipula un patto con l’Albania per costruire strutture extraterritoriali dove rinchiudere i migranti, neutralizzando diritti, avvocati, giurisdizioni.

Chiusi lì, fuori dallo sguardo dell’opinione pubblica e delle norme europee, i migranti diventano merce residuale, numeri da spostare, corpi da disciplinare. Sono persone deportate non perché abbiano commesso un crimine, ma perché la loro sola esistenza è diventata un problema da risolvere.

Gaza: lo spostamento come pretesto per lo sterminio

A Gaza, la deportazione si consuma in una forma ancora più brutale e disumana. Non è un trasferimento coatto, ma una strategia di svuotamento etnico. Si bombardano ospedali, scuole, quartieri, e poi si ordina agli abitanti superstiti di spostarsi. Verso sud. Sempre più giù. Come in un videogioco apocalittico, il nemico da eliminare è l’intero popolo palestinese.

Oggi si stimano oltre 55.000 morti, ma mancano all’appello quasi 200.000 persone, scomparse nei meandri di un conflitto che è in realtà una guerra di annientamento, un genocidio fondato anche sulla deportazione progressiva. Netanyahu parla di sicurezza, ma applica la logica dell’esproprio coloniale e del reinsediamento forzato. È lo stesso schema con cui nel XX secolo venivano “bonificate” le terre per il profitto agricolo o industriale. Solo che oggi il suolo non serve per piantare alberi, ma per costruire muri.

USA: deportazioni di massa e la vendetta del suprematismo

Negli Stati Uniti, Trump ha già riaperto la stagione delle deportazioni di massa, e sebbene la narrativa ufficiale le presenti come misure “contro i criminali stranieri”, i numeri parlano chiaro: migliaia di famiglie, anche con minori, vengono rastrellate e smembrate. Molti non hanno precedenti penali. Molti sono regolari. Alcuni persino cittadini.

L’aspetto inquietante è che tra i detenuti nei centri ICE e nei circuiti segreti della detenzione extralegale (Guantanamo compresa), emergono anche cittadini europei, perfino italiani. Non sono migranti economici. Sono “indesiderati politici”, “disturbatori”, “fuori linea”. La logica è sempre la stessa: chi non serve al sistema, chi non è conforme, viene espulso, ridotto al silenzio, deportato.

Dopo gli indesiderati, chi sarà il prossimo?

Questa è la domanda che ci perseguita. Dopo i migranti, i profughi, i poveri, chi saranno i prossimi? I disabili? I senzatetto?

Gli oppositori politici?  Gli attivisti climatici? I sindacalisti? Gli intellettuali fuori coro?
L’esperienza del Novecento ci insegna che i regimi non si fermano ai confini tracciati all’inizio. L’eccezione diventa regola. Il lager diventa legge. Il campo si allarga. Il silenzio, se complice, diventa partecipazione.

Non si tratta di un’esagerazione. Si tratta di una diagnosi storica. E chi oggi minimizza o razionalizza le deportazioni è lo stesso che un domani giustificherà le camere di sicurezza permanenti, i confini elettronici, i domicili digitali, i licenziamenti politici. Perché la logica dell’esclusione è come un virus: muta, si adatta, sopravvive.

Conclusione: la fine della civiltà o l’inizio della resistenza

La deportazione non è solo un fatto amministrativo. È una dichiarazione di guerra contro l’umano. È il sintomo di un sistema che ha smesso di funzionare per il benessere collettivo e che ora si difende escludendo, isolando, sterminando. Con ordine. Con disciplina. Con efficienza.

Ma proprio da questa disumanizzazione può sorgere una nuova coscienza di resistenza. Non quella che si limita a denunciare l’orrore, ma che lo combatte, lo ostacola, lo nomina. Che chiama le cose col loro nome. E che si prepara, lucidamente, a difendere l’umano in ogni sua forma, perché sa che la domanda non è più “quando arriveranno i deportati?”, ma “cosa faremo quando toccherà a noi?”

Oltre il Referendum: Costruire la Resistenza Popolare per la Pace e la Giustizia Sociale.

Oggi torniamo a resistere. Non da sconfitti, ma da sopravvissuti. Da esseri umani che hanno scelto di non inginocchiarsi davanti alla macchina perfetta dell’oppressione. Da cittadini che non accettano l’indifferenza come destino, né la resa come alternativa. La lotta non è mai stata una moda o una nostalgica celebrazione del passato. È un respiro lungo, spesso silenzioso, ma sempre vivo. È ciò che ci tiene in piedi in tempi come questi, dove il diritto diventa privilegio e la dignità merce.

Il referendum non ha raggiunto il quorum, è vero. Ma chi si ferma alle cifre ignora la profondità di un moto che ha attraversato il Paese. Ha coinvolto milioni di coscienze. Ha aperto un varco nel silenzio mediatico, nel conformismo culturale, nella paura sistemica. Ci hanno detto che eravamo pochi. Ma siamo stati milioni. Milioni di persone che hanno deciso di non girarsi dall’altra parte, che hanno parlato di lavoro, di sicurezza, di cittadinanza, di giustizia.

Questo non è un fallimento. È l’inizio di una nuova fase.
È un’esortazione a trasformare quella spinta in organizzazione, quella rabbia in proposta, quella frustrazione in forza collettiva.

Viviamo in un’epoca in cui il neoliberismo, sotto mentite spoglie di competenza e progresso, ha smantellato i diritti conquistati in oltre un secolo di lotte.
Un’epoca in cui la guerra viene normalizzata, il dissenso represso, la povertà criminalizzata. In cui il padronato esulta, la stampa si fa megafono del potere e i governi approvano decreti che soffocano il dissenso e blindano le città con il manganello.

Tutto questo accade mentre, nel silenzio complice dell’Occidente, a Gaza e in Cisgiordania viene perpetrato un genocidio. Un massacro sistematico e documentato, frutto della convergenza tra potere sionista, suprematismo bianco, interessi militari e colonialismo economico.
Bambini, donne, anziani vengono annientati con la complicità tacita delle democrazie capitaliste. E chi osa parlare, viene accusato, censurato, isolato.

È questo il mondo che vogliamo lasciare ai nostri figli?
Un mondo dove si può morire sotto le bombe mentre l’Europa firma nuovi accordi commerciali con chi le sgancia?
Un mondo dove il profitto viene prima della vita e dove la democrazia è un fastidio da eliminare?

Dobbiamo avere il coraggio di rispondere: No.
Dobbiamo dire con forza che un altro mondo è necessario.
Un mondo che metta al centro le persone, non il capitale. La pace, non le armi. La giustizia sociale, non il privilegio di pochi.

E allora la battaglia non finisce qui.
Anzi, comincia adesso.

Dobbiamo darci uno strumento politico nuovo, ampio, democratico, radicale. Un fronte popolare per la giustizia e la pace, che raccolga l’eredità dei movimenti sociali, la dignità del lavoro, la rabbia dei giovani precari, la lucidità degli anziani resistenti.
Un fronte che non si limiti alla testimonianza, ma costruisca potere dal basso. Che dia voce ai senza voce. Che protegga la Costituzione dai suoi nemici, oggi seduti nei palazzi del potere.

I cinque quesiti referendari devono diventare parte viva di questa piattaforma. Ma non basta.
Dobbiamo affrontare la precarietà esistenziale, i salari da fame, la devastazione ambientale, il razzismo istituzionale, l’apartheid sociale che ci circonda.
Dobbiamo pretendere il diritto al voto per tutti, non il suo restringimento.
Perché stanno già preparando la prossima offensiva: impedire ai poveri di votare, rendere il suffragio un privilegio di classe, una funzione del censo.

I segnali sono chiari:
• attacchi continui al diritto di sciopero;
• censura nei media e nelle università;
• criminalizzazione delle ONG e delle reti solidali;
• trasformazione dei CPR in campi di detenzione etnica;
• campagne per il voto “intelligente”, cioè riservato a chi può dimostrare “merito” o “utilità economica”.

Tutto questo è già iniziato.
È il progetto della nuova reazione internazionale: un mondo blindato, selettivo, autoritario, dove la democrazia è solo di facciata.

Ma noi siamo ancora qui.
E non ci arrendiamo.

Siamo milioni.
Siamo consapevoli.
Siamo pronti a costruire.

Costruire una comunità politica che sappia sognare e agire. Che dica no alla guerra, no al neoliberismo, no al genocidio, e sì alla libertà, alla giustizia, alla solidarietà.

La storia non è finita.
Siamo noi a scriverla.
Con pazienza, con rabbia, con amore.
Per chi è caduto. Per chi lotta.
Per chi verrà dopo di noi.

Noi siamo la Resistenza.
E qui non si arrende nessuno.

L’Italia ha scelto l’astensione: quando la rinuncia diventa complicità

Il dato è ufficiale: il quorum del referendum abrogativo dell’8 e 9 giugno 2025 non è stato raggiunto. L’affluenza si è fermata tra il 22,7% e il 30%, a seconda dei quesiti. Una débâcle annunciata, certo, ma non per questo meno dolorosa. Il popolo italiano ha deciso di voltarsi dall’altra parte, rinunciando a esercitare uno degli ultimi strumenti rimasti di democrazia diretta.

Cinque quesiti. Cinque possibilità concrete di porre rimedio a leggi inique, che hanno minato i diritti dei lavoratori, reso più fragile il tessuto sociale, escluso migliaia di giovani nati e cresciuti in Italia da ogni percorso di cittadinanza. Non era in gioco un tecnicismo giuridico, ma un principio costituzionale: la sovranità popolare.

Eppure, la risposta è stata l’indifferenza.

Il Paese che non si difende

Non si dica che mancava l’informazione: comitati civici, attivisti, associazioni, giuristi e persino alcuni esponenti del mondo culturale si sono spesi per settimane in campagne di sensibilizzazione, assemblee, presìdi, dibattiti pubblici. La risposta istituzionale? Un silenzio assordante. I media mainstream hanno relegato i quesiti in fondo ai notiziari, i partiti hanno fatto a gara a chi si disimpegnava prima. E la destra – coerente con la sua linea – ha apertamente invitato all’astensione, ben sapendo che l’arma del non voto è oggi il miglior alleato dello status quo.

Ma oltre alle responsabilità delle élite, occorre dirlo chiaramente: anche una parte consistente del popolo ha fallito. Non ha voluto vedere, non ha voluto ascoltare, non ha voluto capire. Perché era più comodo restare a casa. Perché “tanto non cambia nulla”. E così facendo, ha consegnato la propria sovranità a chi già la sta tradendo da tempo.

Una sconfitta che pesa

Chi oggi gioisce per il fallimento del referendum dovrebbe riflettere sul messaggio che ha contribuito a rafforzare: che i diritti sociali sono negoziabili, che il lavoro può essere precarizzato senza limiti, che l’appartenenza a questa Repubblica è un privilegio, non un diritto. Nessuno potrà più dire: “non lo sapevamo”. Oggi l’occasione per cambiare le cose era reale, concreta, accessibile. Bastava votare.

E invece no. Abbiamo preferito l’astensione. Abbiamo lasciato che la disillusione prevalesse sulla partecipazione, che il cinismo avesse la meglio sull’impegno. Così facendo, abbiamo spalancato la porta a un futuro ancora più cupo. Non è allarmismo, è un dato storico: quando la democrazia diretta fallisce, cresce la tentazione del potere forte, dell’uomo solo al comando, dell’autoritarismo strisciante.

Chi può, se ne va. E ha ragione.

Sarà forse una reazione a caldo, figlia della frustrazione. Ma guardando ai dati, alla disaffezione crescente, al disprezzo diffuso verso ogni forma di partecipazione civica, diventa difficile condannare i giovani che decidono di lasciare questo Paese. Perché restare, se la propria voce non conta? Perché combattere, se gli stessi compagni di viaggio si voltano dall’altra parte?

L’Italia sta scivolando verso una deriva autoritaria, lenta ma inesorabile. E ora non potremo dire di non aver avuto la possibilità di fermarla.

Un fallimento che grida vendetta

C’è chi dirà che i promotori erano sbagliati. Che mancava una campagna unitaria. Che la sinistra è divisa. Ma nulla giustifica la rinuncia collettiva a un diritto sacrosanto: votare. Non lo avrebbero fatto i partiti, lo avremmo potuto fare noi cittadini. E invece ci siamo tirati indietro. Un popolo che non sa difendere i propri diritti è un popolo che, presto o tardi, li perderà tutti.

E allora, complimenti a tutte e tutti: questo fallimento ve lo dedico tutto.

Non ci resta che fare silenzio. O ricominciare da capo. Chi resta, ha il dovere morale di organizzarsi, di resistere, di risvegliare coscienze sopite. Ma il prezzo da pagare sarà alto. Perché chi non partecipa, non solo perde. Si arrende.

L’ombra lunga del fascismo a stelle e strisce: Trump e la guerra civile annunciata

Quello che sta accadendo negli Stati Uniti non è una semplice deviazione democratica, ma l’avvento di un vero e proprio regime autoritario, armato, organizzato e pronto a spazzare via ogni residuo di dissenso. Un sistema in cui la forma resta, ma la sostanza è già marcia, corrosa da anni di propaganda suprematista, repressione sistematica e culto della personalità. Il protagonista? Donald J. Trump, volto grottesco di un movimento che ha cessato da tempo di essere una corrente politica per divenire una macchina para-militare, ben sovvenzionata da fondi illimitati, del dominio.

La notizia, rilanciata da Luca Celada, è di quelle che fanno tremare i polsi: Trump ha ordinato la mobilitazione della Guardia Nazionale in California, mandando migliaia di soldati federali a occupare militarmente la città di Los Angeles. Un atto senza precedenti recenti, che viola la sovranità statale e riporta alla memoria le più oscure pagine della storia americana. Non una risposta a un’emergenza reale, ma un’operazione costruita a tavolino per innescare il caos, per scatenare paura, per mostrare i muscoli contro il “nemico interno”: poveri, migranti, sindacalisti, cittadini ribelli.

I fatti parlano chiaro. Convogli blindati, militari dal volto coperto armati fino ai denti con AR-15 e equipaggiamenti da guerra urbana, irrompono nei quartieri popolari, rastrellano lavoratori nei parcheggi dei centri commerciali, fanno irruzione nei distretti industriali, sequestrano decine di uomini senza mandati, senza identità, senza volto. I testimoni parlano di vere e proprie “squadre della morte”, uomini in divise miste, senza gradi né simboli, che sparano gas lacrimogeni e proiettili di gomma su chi protesta, anche solo con un cartello in mano. Gli agenti del regime? “Fascisti!” gridano in strada i manifestanti. E non è una metafora.

Trump non è solo un clown reazionario. È l’incarnazione di un progetto. Un progetto bianco, suprematista, militarizzato. Una visione del mondo che si serve dello Stato per annientare ogni forma di alterità. Una visione che si prepara, con metodo, dal 6 gennaio 2021, quando orde armate e addestrate assalirono il Campidoglio non per caso, ma su mandato implicito di un presidente che aveva già lanciato l’assalto finale alla democrazia. Quel giorno, molti lo scambiarono per una gazzarra di fanatismi. Ma era solo l’inizio.

Oggi assistiamo alla seconda fase. La guerra interna è stata ufficialmente dichiarata. E come ogni guerra, ha bisogno dei suoi nemici: migranti, afroamericani, ispanici, attivisti LGBTQ+, donne, lavoratori organizzati. I numeri parlano chiaro: a Los Angeles vivono oltre 13 milioni di persone, metà delle quali di origine latinoamericana, almeno un milione e mezzo di lavoratori senza documenti. È questa la nuova “minaccia”, il “nemico interno” da deportare, isolare, terrorizzare. In una parola: epurare.

Dietro le quinte, c’è un apparato. Milizie private, corpi paramilitari, estremisti armati che da anni si addestrano nei campi del Midwest, nei deserti dell’Arizona, nelle foreste della Georgia. Trump è il loro comandante simbolico, ma la struttura è autonoma, capillare, ideologizzata. Armi leggere e pesanti, blindati, munizioni da guerra: da dove arrivano? Quali depositi militari sono stati svuotati? Chi fornisce supporto logistico a queste truppe d’assalto? Nessuno indaga. Nessuno ferma questa avanzata.

E mentre l’America sprofonda in un delirio autoritario, l’Europa tace. O peggio, imita. In Italia, lo scellerato Decreto Sicurezza approvato in questi giorni sembra scritto a quattro mani con Stephen Miller, il consigliere xenofobo di Trump. Lo stesso linguaggio, la stessa retorica della “legalità” usata per giustificare la repressione. Anche da noi, presto, potremmo vedere rastrellamenti nei dormitori, fermi arbitrari nei quartieri popolari, deportazioni mascherate da espulsioni amministrative. I segnali ci sono tutti.

Non stiamo assistendo solo alla crisi della democrazia americana. Stiamo vedendo l’affermazione globale di una dottrina post-democratica, in cui il potere esecutivo si trasforma in esercito, la politica in guerra, la cittadinanza in obbedienza. Il progetto di Trump non è finito con il suo primo mandato. È iniziato proprio ora, mentre le città bruciano, i sindacati vengono ridotti al silenzio, e chi grida “ayudenos!” viene rinchiuso nei sotterranei dei tribunali.

Chi non vede il pericolo oggi, sarà suo complice domani. E chi pensa che tutto questo accada “là lontano”, farà presto i conti con la stessa violenza sotto casa. Perché la bestia fascista non conosce confini, né costituzioni. Si nutre di silenzi, di complicità, di paure. E il tempo per fermarla si sta esaurendo.

Fonte delle informazioni: Luca Celada
Stile e denuncia ispirati da TP – Tra Potere e Popolo

“Non in nostro nome: la piazza che ha scelto l’umanità contro la menzogna.

Lo sdegno non è antisemitismo: il grido pacato di una piazza che non dimentica l’umanità

C’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui le piazze erano teatro di lotte civili, di voci che si alzavano all’unisono per chiedere giustizia. Poi venne l’epoca dell’indifferenza, dei social come surrogato dell’indignazione, dei like al posto delle barricate. Ma ieri, qualcosa è cambiato.

È tornata una piazza vera. Non urlata, non strumentale. Una piazza compatta, ferma, composta. Una piazza che ha scelto di non cedere alle provocazioni, pur bruciando di una rabbia incontenibile. Una rabbia lucida, che sa distinguere, che rifiuta le semplificazioni e le etichette tossiche. Una rabbia che dice: no, l’antisemitismo non c’entra nulla. Non c’entra con il dolore che proviamo davanti ai bambini di Gaza ridotti in cenere. Non c’entra con lo sdegno per un governo che usa l’Olocausto come scudo per legittimare un nuovo sterminio. Non c’entra con il nostro bisogno di rimanere umani.

L’arma della mistificazione: quando la verità fa paura

Da mesi, chiunque osi denunciare i crimini di guerra compiuti dal governo Netanyahu viene accusato di antisemitismo. È un gioco sporco, un cortocircuito morale costruito ad arte per disinnescare ogni critica. Ma chi confonde il popolo ebraico con un governo reazionario tradisce la memoria di chi, in quel popolo, ha subito la Shoah. Perché oggi, in Palestina, si sta replicando un meccanismo di annientamento che quei sopravvissuti conoscono bene: l’isolamento, la deumanizzazione, il bombardamento sistematico di scuole, ospedali, case.

L’antisemitismo è un’ideologia infame e va combattuta sempre, in ogni sua forma. Ma denunciare un genocidio non è antisemitismo. È dovere civile. È fedeltà ai valori universali della giustizia e della dignità umana. È la stessa indignazione che un tempo ci faceva scendere in piazza per il Vietnam, per il Cile, per il Sudafrica dell’apartheid.

Il terrorismo non giustifica lo sterminio

Combattere Hamas non autorizza a radere al suolo Gaza. Non esiste giustificazione possibile per il massacro di 55.000 civili. E se mai avessimo avuto dubbi, basterebbe fare un esercizio di memoria: l’ETA non ha portato alla cancellazione dei Paesi Baschi; l’IRA non ha giustificato il bombardamento dell’Irlanda; la mafia non ha mai reso legittimo un attacco alla Sicilia.

Chi confonde il terrorismo con un popolo intero, sta preparando il terreno a una pulizia etnica. Ed è proprio questo il disegno in corso in Palestina: deportazioni, bombardamenti, fame, isolamento. Il tutto con il silenzio complice di una parte dell’Europa e il sostegno esplicito degli Stati Uniti di Donald Trump. Una nuova barbarie, sotto l’insegna della “democrazia armata”.

La vergogna dell’ambiguità italiana

E l’Italia? L’Italia è rimasta in silenzio. Il governo Meloni, tanto pronto a condannare la resistenza palestinese, quanto incapace di pronunciare una sola parola contro i crimini documentati dall’ONU. Un governo che parla di pace con le parole e spedisce armi con le mani. Che si rifugia nell’ambiguità per non disturbare i potenti alleati: Israele, gli USA, l’industria bellica.

La manifestazione di ieri è stata anche un messaggio chiaro al governo: non in nostro nome. Non più. L’ambiguità non è più tollerabile. Non è questione di tattica diplomatica, ma di umanità. Quando la coscienza si sveglia, non ci sono calcoli geopolitici che tengano.

Il capitalismo come farsa tragica

E mentre le bombe piovono su Rafah, in Occidente va in scena l’ennesima parodia del potere. Un miliardario e un presidente si scambiano accuse come fossero in un reality show. Elon Musk e Donald Trump, simboli di un capitalismo che ha divorato la democrazia, trasformando i drammi del mondo in un pretesto per nuovi profitti.

Abbiamo consegnato la politica agli algoritmi, la pace agli eserciti privati, la verità alle fabbriche di consenso. È una sitcom grottesca, se non fosse una tragedia. Perché mentre loro litigano per l’egemonia globale, i corpi dei bambini vengono estratti dalle macerie. E non è fiction.

Da che parte stare

Oggi non basta più restare neutrali. Non esiste neutralità davanti a un crimine contro l’umanità. Non si può più fingere di non vedere, di non sapere. Il tempo dell’ignavia è finito.

Benvenuti tutti, anche gli ultimi arrivati. Non importa chi ha cominciato a lottare per primo. Conta chi c’è ora. Conta chi ci sarà. Perché la storia si scrive nei momenti in cui scegliamo da che parte stare.

E questa volta, la parte giusta è quella che rifiuta la guerra, che chiama il genocidio con il suo nome, che alza la voce per chi non può più gridare. Una piazza, finalmente, si è risvegliata. E da oggi, non sarà più sola.

Dai frugali ai falchi: l’evoluzione armata dell’austerità europea

Cinque anni possono sembrare pochi, ma in Europa bastano per capovolgere l’intero impianto ideologico di una generazione politica. Dove prima si ergevano le barricate del rigore fiscale, oggi si stendono i tappeti rossi per la corsa agli armamenti. Un tempo erano i campioni dell’austerità, alfieri di una spesa pubblica centellinata, predicatori di sacrifici e tagli. Oggi sono diventati araldi del riarmo, pronti a stanziare miliardi pur di innalzare l’Europa a potenza militare.

Ma cos’è successo davvero ai cosiddetti “frugali”? Quali trasformazioni geopolitiche, economiche e culturali hanno determinato questa svolta, tanto repentina quanto inquietante?

Il Manifesto dei Frugali: il rigore come ideologia

Nel febbraio del 2020, sull’autorevole Financial Times, appariva un documento firmato dai leader di Austria, Danimarca, Svezia e Paesi Bassi – Sebastian Kurz, Mette Frederiksen, Stefan Löfven e Mark Rutte. In esso si delineava una visione severa del bilancio europeo: nessuna sovvenzione a fondo perduto, solo prestiti da rimborsare. Ogni spesa doveva essere temporanea, straordinaria, calibrata secondo i parametri dell’inflazione e della crescita. L’Europa, dicevano, non poteva diventare un’unione di trasferimenti fiscali.

Quel “club dei frugali”, pur minoritario, riuscì a incidere nel dibattito sul Recovery Fund, limitandone in parte la portata redistributiva e ponendo vincoli che ancora oggi influenzano le politiche economiche europee. Il rigore era una bandiera identitaria, una cifra morale, un dogma. E come tale, sembrava intoccabile.

L’inversione: dalla sobrietà al riarmo

Poi è arrivata la guerra. La pandemia aveva già incrinato alcune certezze, ma è con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia che il paradigma è definitivamente saltato. Oggi, quegli stessi leader (o i loro successori politici e morali) sono in prima linea nel chiedere di aumentare la spesa militare europea. L’ex frugale olandese Mark Rutte, divenuto segretario generale della NATO, è tra i più attivi promotori della linea dura: più fondi, più armi, più eserciti. Frederiksen non ha dubbi: «Se l’Europa non è in grado di difendersi, il resto cade». Non si parla più di tetti di spesa, ma di missili, deterrenza, difesa comune.

Löfven, da presidente del Partito socialista europeo, ha abbracciato senza esitazioni il piano di sostegno militare a Kyiv, vantando un contributo europeo di oltre 113 miliardi di euro. Kurz, invece, travolto dagli scandali di corruzione, è riparato nel mondo dorato delle startup tecnologiche, fondando un’azienda di cybersicurezza con sede tra Tel Aviv, Vienna e Abu Dhabi: crocevia geopolitici della nuova sicurezza globale.

Il cinismo del potere travestito da pragmatismo

Molti osservatori diranno che cambiare idea è segno di intelligenza. E in parte è vero. Ma quando a mutare non è solo una posizione tattica, bensì l’intero impianto ideologico, il sospetto del cinismo torna ad affacciarsi. Dove finisce la flessibilità, e dove comincia l’opportunismo? È davvero cambiato il mondo – o sono semplicemente cambiati i vantaggi politici ed economici nel seguire un’altra strada?

La risposta non è scontata. L’Europa del rigore era la stessa che chiudeva i porti, che rifiutava il mutualismo fiscale, che celebrava i parametri di Maastricht come fossero tavole della legge. L’Europa di oggi è quella che taglia sulla scuola e sulla sanità, ma aumenta le spese militari. Si chiama “difesa”, ma si traduce in industria bellica, logiche securitarie, militarizzazione del linguaggio e delle politiche.

Un’Unione che spende per la guerra e dimentica la pace

Il passaggio da frugalità a prodigalità bellica non è neutrale. Cambia la fisionomia dell’Unione Europea, la sua identità, i suoi scopi fondativi. Se un tempo l’integrazione europea era fondata sulla pace – quella costruita, come ricordava Spinelli, “sull’acciaio e sul carbone” per evitare nuove guerre – oggi l’integrazione si misura in carri armati, interoperabilità tra forze armate e fondi per l’industria della difesa.

Si impone così una logica pericolosa: quella secondo cui la sicurezza si ottiene solo con la minaccia della forza. È la dottrina del deterrente, del nemico necessario, dell’alleanza armata come unica garanzia di sopravvivenza. Ma così facendo, l’Europa si allontana da sé stessa. Perde la sua anima civile, sociale, democratica.

E qui sta la contraddizione più profonda: i vecchi frugali erano ingiusti, ma coerenti. Oggi, invece, il loro trasformismo armato li rende pericolosi. Perché se ieri dicevano “no” in nome del rigore, oggi dicono “sì” in nome della paura. Ma sempre a spese nostre. E sempre contro le vere priorità dei popoli: lavoro, ambiente, istruzione, diritti.

Conclusione: la nuova ipocrisia europea

Se la pandemia non è bastata a convincere l’Europa a costruire un welfare comune, la guerra sembra invece averla persuasa a costruire un esercito comune. Un dato che dovrebbe far riflettere. Perché significa che la solidarietà esiste, ma solo quando si tratta di armi. Che la condivisione è possibile, ma solo se serve a difendere confini e interessi geopolitici.

E allora, a chi oggi invoca più spesa militare, più fondi comuni per il riarmo, più investimenti nella sicurezza bellica, chiediamo: dove eravate quando morivano i migranti nel Mediterraneo? Dove quando gli ospedali chiudevano per mancanza di fondi? Dove quando i giovani scappavano per mancanza di lavoro e prospettive?

È legittimo cambiare idea. Ma è indegno farlo solo quando cambia il profumo dei soldi e delle lobby. L’Europa armata dei nuovi frugali è un’Europa più ricca d’ipocrisia e più povera di umanità. E questa, oggi, è la nostra vera insicurezza.

Articolo originale di Mario Sommella – Tutti i diritti riservati

L’ipocrisia armata: il doppio gioco di Italia e Francia nella guerra contro Gaza

Mentre le bombe continuano a cadere su Gaza e la conta dei morti civili cresce in modo esponenziale, una crepa si apre nel silenzio ipocrita dell’Europa. A Marsiglia, nel porto industriale di Fos-sur-Mer, i portuali francesi hanno detto no. No al genocidio, no alla complicità, no all’indifferenza. Con un gesto di resistenza civile e morale, hanno bloccato l’imbarco di 14 tonnellate di armi destinate a Israele: pezzi di ricambio per fucili mitragliatori e tubi per cannoni destinati all’industria bellica israeliana, pronti a essere caricati sulla nave Contship Era, diretta a Haifa.

“Non parteciperemo al genocidio. Siamo per la pace” – recita il comunicato del sindacato CGT. Una frase che pesa come piombo in un’Europa che continua a pronunciare parole vuote su pace e diritti umani, mentre consente — in silenzio o con cinismo — che il mercato delle armi continui a ingrassare sulla pelle dei civili palestinesi.

Ma la Francia non è sola. Anche in Italia si alzano voci e coscienze. I portuali di Genova annunciano scioperi e si preparano a rifiutare il carico della Contship Era quando attraccherà nel porto ligure. Una mobilitazione dal basso che denuncia ciò che il governo italiano continua a nascondere: la prosecuzione dell’export di armamenti verso Israele, nonostante la guerra e le promesse pubbliche di embargo.

Le bugie del governo Meloni: embargo solo a parole

A ottobre 2023, all’indomani dell’escalation a Gaza, il ministro della Difesa Guido Crosetto e il ministro degli Esteri Antonio Tajani dichiaravano solennemente che l’Italia aveva fermato ogni esportazione militare verso Israele. Era una menzogna. E oggi è possibile dimostrarlo con i numeri.

Secondo i dati incrociati di SIPRI, Istat e l’Istituto IRIAD – Archivio Disarmo, l’Italia ha continuato a esportare sistemi d’arma, tecnologie e componentistica bellica a Tel Aviv. Solo tra gennaio e febbraio 2025, sono partite forniture per un valore superiore ai 128.000 euro, cifra che sale vertiginosamente se si considera l’intero 2024: 5,8 milioni di euro in “armi, munizioni e loro accessori”, di cui l’89% non classificato, cioè coperto dal segreto di Stato.

E sotto quel velo di segretezza si cela molto più di quanto si possa immaginare.

Il cuore dell’inganno: droni, radar e IA per la guerra

Mentre i governi europei si arrampicano sugli specchi per giustificare l’ingiustificabile, i dati parlano chiaro: l’Italia è complice nella guerra a Gaza. In particolare, si segnala una voce sospetta nella categoria “navigazione aerea e spaziale”, che ha coinvolto l’esportazione di motori per droni, radar, componenti aeronautici e software militari per oltre 34 milioni di euro.

Tra questi, secondo IRIAD, si nasconde probabilmente la vendita del jet da addestramento M-346 Master, un prodotto della Leonardo S.p.A., utilizzato proprio dalle forze armate israeliane. A ciò si aggiunge il coinvolgimento italiano nella produzione dei caccia F-35, di cui componenti essenziali vengono realizzati in Italia per finire nei cieli mediorientali, a fianco dei bombardamenti contro i civili palestinesi.

E c’è di più: 2,7 milioni di euro in computer e dispositivi per l’elaborazione dati crittografati, fondamentali per l’Intelligenza Artificiale militare. Sistemi già usati, come rivelato da +972 Magazine e Local Call, per guidare il targeting automatizzato che colpisce Gaza con una spietata efficienza digitale: un civile ucciso ogni dieci obiettivi colpiti.

Dalla Francia all’Italia: la rivolta dei portuali e la dignità della disobbedienza

In questo scenario cupo, sono i lavoratori a dare una lezione di umanità e giustizia. I portuali francesi hanno indicato la strada: la disobbedienza morale può diventare azione politica. E i loro colleghi italiani, a Genova, si preparano a fare altrettanto, rilanciando una mobilitazione che parte dai porti ma può e deve contaminare l’intera società civile.

Le menzogne di Stato non possono più bastare. L’articolo 11 della nostra Costituzione parla chiaro: “L’Italia ripudia la guerra”. Ma a cosa serve il ripudio scritto se il denaro sporco dell’industria bellica italiana continua a fluire verso chi commette crimini di guerra?

La resistenza civile è un dovere

Oggi più che mai, il compito della politica, dell’informazione e dell’attivismo è smascherare il doppio gioco, quello che predica la pace e pratica la guerra, che piange i morti e vende le armi.

Questa guerra, che Israele continua a chiamare “difensiva”, è un massacro sistematico, una punizione collettiva, un genocidio che si consuma giorno dopo giorno con la complicità materiale di governi europei ipocriti, incapaci di rinunciare al business delle armi.

È ora di dire basta. Di inchiodare alla verità chi governa con la menzogna. Di far emergere la dignità delle coscienze che si oppongono. La pace non è un’utopia: è una scelta. Ma bisogna avere il coraggio di compierla.

Postilla per chi resiste:
Se la politica tace, parliamo noi. Se i governi armano, disarmiamo noi. Con la parola, con il gesto, con lo sciopero, con il voto. Per Gaza, per la verità, per la dignità umana.

“Non delegare, agisci: votare è Resistenza! Difendi la Costituzione, costruisci il futuro”

L’8 e il 9 giugno non sono semplici date sul calendario: sono una chiamata. Una di quelle che non puoi ignorare senza rinnegare qualcosa di profondo, radicato, che fa parte della tua storia, della tua dignità, della tua libertà. Non è il solito invito al voto. È molto di più. È l’occasione per rientrare nella storia dalla porta principale, dopo anni in cui ci hanno chiusi fuori con il pretesto dell’apatia, della sfiducia, del disincanto. Ma stavolta no. Stavolta non possiamo voltarci dall’altra parte.

Perché a essere in gioco non sono soltanto cinque quesiti tecnici: in gioco c’è la nostra coscienza democratica. Si vota per i diritti sul lavoro, per la sicurezza nei cantieri, per ridare speranza a chi è stato licenziato ingiustamente, per combattere la precarietà come condanna sociale. E si vota per dire sì a una cittadinanza che non sia privilegio di sangue, ma riconoscimento del vissuto, dell’identità, della partecipazione alla comunità.

Di fronte a tutto questo, chi invita all’astensione compie un atto di violenza simbolica. Chi suggerisce “non ritirate le schede” sta dicendo: non disturbate i manovratori, lasciate che decidano sempre gli stessi, nei palazzi, nei salotti, nei centri del potere dove la voce popolare è solo rumore di fondo. Ma noi non siamo rumore. Siamo popolo. Siamo Costituzione incarnata.

E allora sì, politicizziamo! Ma nel senso più alto del termine: come esercizio di cittadinanza attiva, come partecipazione reale alla cosa pubblica, come riscatto collettivo. Politicizzare non è piegare a una bandiera, ma rialzare la testa. È dire: “Io ci sono. Io conto. Io decido”.

Non lasciamoci paralizzare dai cinici del disincanto. Non permettiamo che il cinismo vinca sulla speranza. I referendum non sono solo uno strumento tecnico, sono un baluardo residuo di democrazia diretta in un’epoca di esecutivi autoritari e di Parlamento svuotato. Non andare a votare oggi è come aprire le porte al silenzio, alla rassegnazione, alla disumanizzazione della politica.

Nel mentre, a Gaza si consuma un genocidio sotto gli occhi del mondo. E l’Italia tace. Anzi, legittima, protegge, giustifica. Il governo italiano si rifiuta persino di pronunciare parole nette di condanna. Anche per questo dobbiamo essere in piazza, sabato 7 giugno, per gridare “Non in nostro nome!”, e poi alle urne, domenica e lunedì, per scrivere “Sì” cinque volte, per riaffermare che il potere appartiene al popolo, e non a chi lo tradisce ogni giorno dietro sorrisi istituzionali e vuote parole patriottiche.

Il lavoro, la cittadinanza, la dignità, la sicurezza, la giustizia sociale: non sono favori da chiedere, sono diritti da difendere. Ed è con il voto che possiamo ancora farlo, insieme, uniti, orgogliosi.

Perché votare Sì è un atto di resistenza. È un gesto d’amore per chi verrà. È il modo più diretto per applicare quella Costituzione che ci hanno lasciato in eredità partigiani, donne, operai, intellettuali, martiri di un’Italia che ha saputo risorgere.

Non c’è spazio per l’astensione, oggi. Non c’è tempo per la paura. Non c’è alibi per l’indifferenza. Il referendum è la tua voce. Usala.

Invito finale:
L’8 e il 9 giugno non restare a casa. Non lasciare che altri decidano per te. Esci, partecipa, scegli. Vota cinque volte Sì. Perché la libertà non si delega. Si esercita.