Ci sono episodi che, se non ci indignano nel profondo, dovrebbero almeno farci aprire gli occhi sulla direzione che ha preso questo governo, il più fascista dei governi della Repubblica sin dal 25 aprile del 45. La vicenda dell’infiltrazione – perché tale è, al di là delle goffe smentite – all’interno dell’ex OPG “Je so’ pazzo”, cuore pulsante di un’attività sociale e politica coraggiosa e radicalmente alternativa, non è un fatto da archiviare come una leggerezza amministrativa o uno “sbandamento amoroso” di un giovane poliziotto.
È un segnale politico. E come tale va letto.
Chi conosce davvero quell’ambiente, chi ha avuto l’onore di attraversare quei corridoi pieni di murales e libri, chi ha ascoltato le voci giovani e determinate di ragazze e ragazzi che hanno scelto di dedicare le proprie vite a combattere le disuguaglianze, a curare le ferite della città, a sostenere chi è stato abbandonato dallo Stato – non può restare in silenzio.
Io stesso ho frequentato l’ex OPG, quando vivevo in provincia di Napoli. Ho visto nascere lì dentro il seme di Potere al Popolo, tra mani sporche di vernice e parole urlate nei megafoni delle assemblee. Non erano terroristi, non erano sovversivi nel senso che vogliono farci credere: erano e sono un baluardo di speranza, un risveglio necessario in un Paese in cui la rassegnazione è diventata disciplina di Stato.
E oggi quello stesso Stato manda un suo agente, con metodi che portano alla memoria della polizia fascista e della sezione OVRA, ovvero la polizia politica del regime, – con la sua vera identità, persino con un profilo social dal quale si poteva risalire facilmente alla sua funzione – a spiare, a sedurre, a vivere dall’interno la quotidianità di chi lotta per una scuola pubblica, per la casa, per il diritto al lavoro, per la Palestina, per la Costituzione.
Che messaggio arriva alle nuove generazioni? Che se sogni, se organizzi un presidio, se leggi Gramsci o ti batti contro il neoliberismo, allora sei un pericolo da monitorare?
Non è una questione giudiziaria, è una questione morale e politica. L’infiltrazione all’OPG, come già accaduto con altri collettivi e centri sociali, dimostra che esiste una chiara volontà di criminalizzare il dissenso politico non violento, soprattutto quando questo dissenso viene da giovani. Non mafiosi, non fascisti, non corrotti: loro non si toccano. Ma chi crede che un altro mondo sia possibile, chi prova a costruirlo dal basso, allora sì, merita la sorveglianza, la manipolazione, la diffamazione.
Viviamo in un Paese in cui si lasciano proliferare indisturbate organizzazioni neofasciste che negano la Resistenza e oltraggiano la memoria delle vittime del fascismo. In cui le norme approvate dal governo strizzano l’occhio ai corrotti e smontano pezzo dopo pezzo la giustizia sociale. In cui i partiti al governo sono complici delle stragi a Gaza, del razzismo istituzionalizzato, della distruzione dei diritti sociali.
Eppure, proprio in questo scenario distopico, si decide di infiltrare chi porta cibo alle famiglie povere, chi organizza doposcuola per i bambini dimenticati dalle istituzioni, chi si batte per un Paese più giusto.
La verità è che questi giovani fanno paura. Perché non sono domabili. Perché non cercano carriere, ma giustizia. Perché non vendono sogni preconfezionati, ma seminano libertà reale. Perché sono l’unica vera alternativa a questo sistema marcio e sempre più autoritario.
Lo Stato, quello che dovrebbe tutelare i diritti e garantire la democrazia, ha smesso da tempo di essere imparziale. Ha scelto di proteggere gli interessi dei potenti, di sorvegliare i fragili e di reprimere chi non si conforma. Ma c’è qualcosa che non potrà mai infiltrare, né spegnere: la coscienza.
E allora, che restino pure romantici, agitati, indisciplinati. Ma veri. Sognatori. Partigiani della Costituzione tradita. La nostra società non solo non può permettersi di perderli: deve proteggerli, ascoltarli, imparare da loro.
Perché senza questi giovani, l’Italia è solo un Paese stanco, che marcisce in silenzio. Con loro, invece, può ancora sperare di tornare a vivere.