«Chi saranno i prossimi deportati?»
Non è una domanda retorica. È una profezia che si scrive ogni giorno, nei campi di detenzione, nei barconi respinti, nei vagoni blindati dell’indifferenza. La deportazione, quella parola che un tempo evocava i forni crematori, le divise a righe e l’orrore organizzato della modernità nazista, è tornata a far parte del lessico quotidiano della governance globale. Ma oggi non fa più scandalo. Non urla. Non interrompe i talk show. È diventata amministrazione ordinaria. Procedura. Misura precauzionale. Dispositivo di sicurezza.
Eppure, proprio questa “normalità” è il segnale più allarmante. È l’indizio che il capitalismo tardo-imperiale ha raggiunto un punto di non ritorno: incapace di riformarsi, privo di un’alternativa interna, cieco alle sue stesse contraddizioni, si avvita su se stesso e genera mostri.
La deportazione è un metodo, è l’effetto
La deportazione è un metodo tra i tanti generati dal capitalismo, oramai alla fine della sua fase storica: è solo l’effetto brutale di un capitalismo giunto al suo stadio terminale, un sistema neoliberista degenerato che ha smesso da tempo di rappresentare il benessere collettivo e non ha più alcuna possibilità — né volontà — di democratizzarsi.
È l’esito diretto di una governance fondata sull’esclusione sistematica, sull’espulsione degli indesiderabili, sulla disumanizzazione dell’altro. La deportazione, quindi, non spiega nulla: è ciò che va spiegato. Ed è spiegabile solo guardando al cuore stesso del sistema che la produce e la normalizza.
Non si tratta più solo di politiche migratorie. La deportazione è ormai un paradigma di governo, un modello ideologico che risponde a una precisa esigenza di sistema: espellere gli scarti. Gli indesiderabili. I superflui. Non più soltanto “clandestini”, ma disoccupati cronici, poveri strutturali, dissidenti, minoranze etniche, e perfino cittadini europei che per un motivo o per l’altro non si incastrano più nel mosaico tossico della produttività, dell’ordine, della conformità algoritmica.
Il capitalismo, giunto al suo stadio di degenerazione autoritaria, non contempla più né l’inclusione né la redistribuzione. Non può. Le sue contraddizioni sono troppo profonde: i profitti dipendono dall’espulsione, la crescita dalla guerra, la sicurezza dall’esclusione. In questo scenario, la deportazione diventa il linguaggio stesso del potere.
Italia: dal CPR all’Albania, la frontiera esternalizzata
In Italia, il governo Meloni ha fatto dell’esternalizzazione della detenzione il proprio vanto internazionale. I CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio) sono già lager amministrativi — lo sappiamo, li denunciamo da anni — ma non bastano più. Serve qualcosa di più estremo, di più mediaticamente efficace. E allora si stipula un patto con l’Albania per costruire strutture extraterritoriali dove rinchiudere i migranti, neutralizzando diritti, avvocati, giurisdizioni.
Chiusi lì, fuori dallo sguardo dell’opinione pubblica e delle norme europee, i migranti diventano merce residuale, numeri da spostare, corpi da disciplinare. Sono persone deportate non perché abbiano commesso un crimine, ma perché la loro sola esistenza è diventata un problema da risolvere.
Gaza: lo spostamento come pretesto per lo sterminio
A Gaza, la deportazione si consuma in una forma ancora più brutale e disumana. Non è un trasferimento coatto, ma una strategia di svuotamento etnico. Si bombardano ospedali, scuole, quartieri, e poi si ordina agli abitanti superstiti di spostarsi. Verso sud. Sempre più giù. Come in un videogioco apocalittico, il nemico da eliminare è l’intero popolo palestinese.
Oggi si stimano oltre 55.000 morti, ma mancano all’appello quasi 200.000 persone, scomparse nei meandri di un conflitto che è in realtà una guerra di annientamento, un genocidio fondato anche sulla deportazione progressiva. Netanyahu parla di sicurezza, ma applica la logica dell’esproprio coloniale e del reinsediamento forzato. È lo stesso schema con cui nel XX secolo venivano “bonificate” le terre per il profitto agricolo o industriale. Solo che oggi il suolo non serve per piantare alberi, ma per costruire muri.
USA: deportazioni di massa e la vendetta del suprematismo
Negli Stati Uniti, Trump ha già riaperto la stagione delle deportazioni di massa, e sebbene la narrativa ufficiale le presenti come misure “contro i criminali stranieri”, i numeri parlano chiaro: migliaia di famiglie, anche con minori, vengono rastrellate e smembrate. Molti non hanno precedenti penali. Molti sono regolari. Alcuni persino cittadini.
L’aspetto inquietante è che tra i detenuti nei centri ICE e nei circuiti segreti della detenzione extralegale (Guantanamo compresa), emergono anche cittadini europei, perfino italiani. Non sono migranti economici. Sono “indesiderati politici”, “disturbatori”, “fuori linea”. La logica è sempre la stessa: chi non serve al sistema, chi non è conforme, viene espulso, ridotto al silenzio, deportato.
Dopo gli indesiderati, chi sarà il prossimo?
Questa è la domanda che ci perseguita. Dopo i migranti, i profughi, i poveri, chi saranno i prossimi? I disabili? I senzatetto?
Gli oppositori politici?  Gli attivisti climatici? I sindacalisti? Gli intellettuali fuori coro?
L’esperienza del Novecento ci insegna che i regimi non si fermano ai confini tracciati all’inizio. L’eccezione diventa regola. Il lager diventa legge. Il campo si allarga. Il silenzio, se complice, diventa partecipazione.
Non si tratta di un’esagerazione. Si tratta di una diagnosi storica. E chi oggi minimizza o razionalizza le deportazioni è lo stesso che un domani giustificherà le camere di sicurezza permanenti, i confini elettronici, i domicili digitali, i licenziamenti politici. Perché la logica dell’esclusione è come un virus: muta, si adatta, sopravvive.
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Conclusione: la fine della civiltà o l’inizio della resistenza
La deportazione non è solo un fatto amministrativo. È una dichiarazione di guerra contro l’umano. È il sintomo di un sistema che ha smesso di funzionare per il benessere collettivo e che ora si difende escludendo, isolando, sterminando. Con ordine. Con disciplina. Con efficienza.
Ma proprio da questa disumanizzazione può sorgere una nuova coscienza di resistenza. Non quella che si limita a denunciare l’orrore, ma che lo combatte, lo ostacola, lo nomina. Che chiama le cose col loro nome. E che si prepara, lucidamente, a difendere l’umano in ogni sua forma, perché sa che la domanda non è più “quando arriveranno i deportati?”, ma “cosa faremo quando toccherà a noi?”