La lunga ombra della trattativa: mafia, destra e apparati, il disegno che non muore mai

Non è nostalgia. È strategia. La saldatura tra pezzi infedeli dello Stato, poteri criminali e forze politiche reazionarie non è mai venuta meno: ha solo cambiato pelle, adattandosi ai tempi. Chi pensava che la “trattativa Stato-mafia” fosse una parentesi chiusa, oggi deve ricredersi. Le trame di ieri riaffiorano oggi, lucide e pianificate. E i protagonisti – vecchi e nuovi – non sono mai usciti di scena.

La sentenza definitiva del processo sulla trattativa Stato-mafia, pur avendo assolto gli ufficiali del ROS Mario Mori e Giuseppe De Donno, ha riconosciuto senza ombra di dubbio che la trattativa ci fu davvero. È un fatto giuridicamente accertato: lo Stato, attraverso i suoi apparati, ha aperto un canale con Cosa Nostra mentre il Paese era ancora coperto dalle macerie di Capaci e via D’Amelio. I mafiosi sono stati condannati, i rappresentanti dello Stato assolti. Ma il fatto rimane. E pesa. Moralmente, politicamente, storicamente.

Come sottolinea Antonio Ingroia nel libro “Traditi” (scritto con Massimo Giletti), ciò che è emerso è l’indicibile: lo Stato, anziché combattere il ricatto mafioso, ha scelto di sedersi al tavolo con gli assassini dei suoi servitori migliori. E se oggi si cerca di riscrivere quella storia, di rovesciare la memoria di Falcone e Borsellino, è perché quella verità — anche se non condannata — fa ancora paura.

Il ritorno di Mori e il controllo sull’antimafia

Il nome di Mario Mori è tornato al centro del discorso pubblico non per un processo o per una sentenza, ma per una serie di intercettazioni recenti, in cui l’ex generale dei carabinieri, già al vertice del ROS e poi del SISDE, discuteva con ex ufficiali, avvocati e giornalisti sulle strategie per pilotare l’indirizzo della Commissione Parlamentare Antimafia. L’obiettivo? Inserire propri consulenti, influenzare la narrativa, emarginare le voci scomode.

Secondo chi ha ascoltato quelle conversazioni, Mori non nega, anzi: rivendica la sua influenza sulla Commissione guidata da esponenti di Fratelli d’Italia, e si adopera per imporre nomi graditi: un magistrato, un professore, un giornalista condannato per diffamazione ai danni di Roberto Scarpinato, uno dei simboli della vera lotta alla mafia.

Il progetto è chiaro: smontare la lettura politica delle stragi, ridurre la figura di Borsellino a un isolato, silenziare chi indagò sulla pista nera e sugli appalti. E magari, insinuare che furono i suoi colleghi della Procura a ostacolarlo. Una narrazione funzionale non alla verità, ma alla vendetta. Non alla giustizia, ma al revisionismo.

Apparati infedeli: gli applausi allo sfregio

Non è solo una questione di nomi. È una questione di legami, di culture comuni, di complicità storiche che si manifestano ancora oggi, persino nei dettagli delle telefonate private.

Nel 2012, durante un’intercettazione della DIA, viene captata una telefonata tra Giuseppe De Donno, già ufficiale del ROS e braccio destro di Mori, e Marcello Dell’Utri, senatore, fondatore di Forza Italia. Nella chiamata, i due si congratulano e si compiacciono vivamente per l’annullamento con rinvio della condanna di Dell’Utri da parte della Corte di Cassazione. Non parlano di diritto, non discutono giuridicamente: gioiscono per la “mazzata” inflitta ai pm di Palermo. Con tono complice, di chi sa da che parte stare.

Marcello Dell’Utri sarà poi condannato in via definitiva dalla Cassazione a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo la sentenza, fu il trait d’union tra Cosa Nostra e l’élite politica del nuovo centrodestra berlusconiano, uno degli architetti del patto che permise alla mafia di sopravvivere e adattarsi al nuovo corso istituzionale. Un uomo al centro del disegno politico che ha trasformato la trattativa da fatto emergenziale in strategia di sistema.

È un frammento di verità che pesa come una pietra. Perché mostra la continuità etica — o meglio, anti-etica — tra gli uomini delle istituzioni e i referenti del potere politico vicino a Cosa Nostra. Perché dimostra che chi ha trattato, chi ha omesso, chi ha coperto, non ha mai smesso di sentirsi nel giusto. E oggi è ancora lì. A dettare l’agenda, a entrare nei palazzi, a riscrivere i manuali della Repubblica.

La pista nera che ritorna

Ma proprio mentre si tenta di seppellire la memoria scomoda della “pista nera”, ecco che la storia riemerge. Una testimonianza inedita colloca Stefano Delle Chiaie, fondatore di Avanguardia Nazionale, a Palermo nei primi mesi del 1992. L’uomo che ha attraversato trent’anni di eversione nera, indagato in quasi tutte le stragi, viene visto nella redazione di un giornale siciliano. Non è lì per caso: sta cercando spazio politico, fonda movimenti, stringe alleanze. La sua presenza in Sicilia, a ridosso della stagione delle stragi, non è mai stata spiegata. È stata, semmai, insabbiata.

Già negli anni ‘90, confidenze raccolte da ufficiali dei carabinieri avevano indicato movimenti sospetti dell’estremista nero nella zona di Capaci, legati addirittura a tentativi di recupero di esplosivo. Quelle informative furono archiviate. Arnaldo La Barbera, capo della Mobile e regista delle prime indagini su via D’Amelio, smentì categoricamente. Ma oggi emergono elementi che smentiscono lui. E con lui, l’intera versione ufficiale.

La pista nera non è solo una suggestione: è un’ipotesi mai davvero investigata, perché pericolosa. Perché riconduceva al cuore nero dello Stato, al legame organico tra mafia e destra eversiva, tra strategia della tensione e criminalità organizzata.

Apparati infedeli e convergenze oscure

I rapporti tra mafia e destra non sono una novità. Ma è nella saldatura con apparati dello Stato che il quadro diventa esplosivo. È il caso di Bruno Contrada, vicedirettore del SISDE, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. È il caso delle confidenze e delle amicizie tra Mori, De Donno e Dell’Utri, quest’ultimo figura centrale del berlusconismo delle origini, ideologo, reclutatore, mediatore tra politica, affari e criminalità.

E oggi, mentre si tenta di riscrivere la storia, si rivedono gli stessi schemi: pressioni politiche sull’antimafia, delegittimazione dei magistrati storici, infiltrazioni nei luoghi istituzionali della memoria e della verità. Non siamo davanti a deviazioni, ma a una vera contro-narrazione, organizzata e strutturata, tesa a revisionare la storia degli anni delle stragi, per assolvere apparati, deresponsabilizzare politici, riscrivere le gerarchie del consenso.

La posta in gioco: restaurazione o giustizia?

Ci troviamo di fronte a un progetto di restaurazione, non solo ideologica, ma materiale. Una restaurazione che parte dalla riscrittura del passato per giustificare il controllo del presente. Che trasforma la Commissione Antimafia in un’arena politica, piegata ai desideri di chi la mafia l’ha favorita o usata.

Tutto questo non accade per caso. Avviene in un contesto in cui la repressione si fa legge, la sorveglianza si fa algoritmo, e il dissenso viene etichettato come estremismo. La macchina si chiude, il cerchio si stringe. Il passato eversivo e mafioso diventa il laboratorio ideologico del futuro reazionario.

Non si tratta più solo di negare la verità sulle stragi. Si tratta di preparare il terreno a un nuovo ordine, in cui le voci critiche vengono zittite, e le strutture democratiche vengono svuotate dall’interno.

il dovere della memoria, la necessità della vigilanza

Oggi più che mai, la memoria non è un esercizio storiografico, ma un atto politico. Sapere chi era a Palermo nel 1992, chi parlava con chi, chi insabbiava le piste e chi bruciava i dossier, è decisivo per capire cosa accade oggi nelle aule parlamentari, nelle procure, nelle redazioni.

Non è solo un problema di giustizia storica. È una questione di sicurezza democratica.

Se lasciamo che chi ha favorito le stragi detti oggi la linea sulle stragi, se permettiamo che le vittime vengano umiliate con narrazioni rovesciate, se accettiamo che apparati deviati influenzino ancora le istituzioni, allora il pericolo non è solo di ieri. È qui. È oggi. È ora.

La trattativa non è mai finita. Si è solo fatta sistema. E questo sistema va smascherato. Prima che sia troppo tardi.

Fonti
Le informazioni contenute in questo articolo sono state rielaborate a partire da due inchieste pubblicate il 21 giugno 2025 su Il Fatto Quotidiano, relative alle nuove rivelazioni sulle attività del generale Mario Mori e alla presenza documentata di Stefano Delle Chiaie a Palermo nel 1992. Gli approfondimenti si riferiscono alle indagini della DIA di Firenze, alla sentenza sulla trattativa Stato-mafia, e ai recenti contributi editoriali emersi dal libro “Traditi” di Antonio Ingroia e Massimo Giletti.
Una parte rilevante delle informazioni, inoltre, è stata anticipata nell’ambito della puntata di Report in onda domenica 22 giugno 2025, dal titolo “Mori va alla guerra”, che approfondisce le pressioni esercitate sul lavoro della Commissione parlamentare Antimafia“.

“La bomba fantasma: trent’anni di menzogne nucleari per giustificare le guerre d’Israele”

Da trent’anni Benjamin Netanyahu ripete lo stesso allarme, con la stessa inflessione, gli stessi toni apocalittici, le stesse profezie da incubo: “L’Iran è a pochi mesi dalla bomba atomica”. È il 1995 quando, ancora leader dell’opposizione, lancia il suo primo grido d’allarme. Da allora, con cadenza quasi rituale, Netanyahu aggiorna l’orologio dell’apocalisse iraniana, ma la fine del mondo – quella che lui auspica per legittimare aggressioni, embarghi e sanzioni – non arriva mai. L’Iran, trent’anni dopo, non ha alcuna bomba nucleare. E la narrativa israeliana si è rivelata per quello che è: una costruzione propagandistica sistematica, ideologica, strumentale. Un’ossessione con funzione bellica.

Netanyahu è come un oratore che ripete lo stesso sermone a un pubblico sempre più stanco, ma tenuto vivo da un sistema mediatico e politico internazionale che ha smesso di fare domande. La sua strategia si basa sul paradosso dell’urgenza permanente: ogni anno è “l’anno decisivo”, ogni mese è “quello in cui l’Iran ci attaccherà”, ogni settimana può essere “quella in cui la bomba sarà pronta”. E così, mentre il mondo si abitua a vivere sotto l’ombra della menzogna, Tel Aviv costruisce la sua impunità.

In tutto questo, c’è una realtà che nessuno dovrebbe permettersi di ignorare: l’Iran ha sottoscritto il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) Questo significa che ha accettato controlli, ispezioni, limiti e trasparenza. In cambio, ha diritto all’uso civile del nucleare e alla tutela del proprio sviluppo scientifico. Le ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) hanno più volte certificato che l’Iran non sta costruendo bombe. Anzi, Teheran è tra i paesi più monitorati al mondo sul piano nucleare.

Dall’altra parte c’è Israele: non ha mai firmato il TNP, non accetta ispezioni, eppure possiede da decenni un arsenale nucleare che si stima in oltre 90 testate. Nessuno lo dice apertamente, ma tutti lo sanno. È il segreto di Pulcinella della geopolitica mediorientale. Israele è una potenza atomica clandestina che accusa, minaccia e bombarda un paese che – per quanto teocratico e autoritario – non ha mai violato formalmente i suoi impegni internazionali in ambito nucleare.

Il paradosso diventa mostruoso se si osservano le conseguenze politiche e militari di questa costruzione ideologica. Le accuse di Netanyahu non sono solo parole. Sono il pretesto per guerre, assassinii mirati, sabotaggi, sanzioni e adesso bombardamenti diretti. L’attacco all’Iran – pianificato da tempo e messo in atto con il beneplacito degli Stati Uniti – si fonda esattamente su quella bomba che non esiste. Su una menzogna ripetuta talmente tante volte da diventare verità nell’immaginario collettivo.

La domanda da porsi è semplice quanto scandalosa: può uno Stato aggredire un altro sulla base di un’arma che non esiste, e farlo nel silenzio complice della comunità internazionale?

A ben vedere, il meccanismo non è nuovo. È lo stesso schema delle “armi di distruzione di massa” in Iraq, della “minaccia chimica” in Siria, delle “provocazioni nucleari” della Corea del Nord, della “minaccia esistenziale” rappresentata dalla Palestina. Una narrazione tossica, costruita per alimentare un perenne stato d’eccezione in cui Israele può fare tutto ciò che vuole. E chi si oppone, viene bollato come antisemita, terrorista o complice del “male”.

In questa grande operazione di inganno, la stampa occidentale ha giocato un ruolo determinante. Anziché smascherare la farsa, l’ha amplificata. Ha diffuso senza contraddittorio le minacce di Netanyahu, ha occultato le smentite dell’AIEA, ha ignorato i dossier dell’intelligence USA che nel tempo hanno escluso ogni progetto militare in Iran. Il giornalismo embedded ha ancora una volta sostituito l’informazione con la propaganda.

È questo il contesto in cui si colloca l’attuale escalation contro Teheran. Non si tratta di un intervento difensivo, ma di un atto aggressivo fondato su una paranoia costruita artificialmente. Una paranoia utile a compattare l’opinione pubblica interna, a distrarre dai crimini di guerra commessi a Gaza, a riposizionarsi strategicamente nel nuovo Grande Gioco mediorientale che vede Israele sempre più isolato sul piano etico, ma sempre più integrato nei piani USA di destabilizzazione della regione.

Ciò che accade oggi è quindi il risultato di una narrazione costruita nel tempo, in modo metodico, ossessivo, perfettamente orchestrato. Netanyahu non è pazzo: è un ideologo. La sua ossessione non è frutto di un delirio personale, ma di una strategia coerente con un progetto egemonico. Demonizzare l’Iran, presentarlo come l’epicentro del male, serve a legittimare l’idea che qualsiasi azione preventiva sia giustificata. Anche la guerra. Anche la bomba, stavolta reale.

Perché il vero pericolo non è che l’Iran costruisca l’arma atomica. Il vero pericolo è che Israele la usi. O che la usi l’Occidente, per procura.

Ed è proprio per denunciare questi paradossi, queste menzogne, queste complicità, che domani – sabato 21 giugno – ci sarà la manifestazione nazionale “No Realm Europe” a Roma, con partenza alle ore 14:00 da Porta San Paolo.

Una mobilitazione contro la militarizzazione dell’Europa, contro la guerra permanente, contro il riarmo atomico e convenzionale, contro la logica imperiale che trasforma i popoli in nemici e la verità in un’arma.

Saremo in piazza per dire che non crediamo più alle bombe fantasma.
Perché la vera bomba è il silenzio.
E noi abbiamo scelto di romperlo.

NoAllaGuerra #StopMenZogne #LibertàPerGaza #VeritàSullIran #NoRealmEurope #21GiugnoRoma #DisarmoNucleare

“Gaza, la parola negata: il genocidio che l’Europa non vuole vedere”

I genocidi non iniziano con le bombe. Iniziano con le parole. Con il linguaggio che disumanizza, con l’abitudine all’eufemismo, con la complicità dell’ambiguità. Da oltre un secolo, la propaganda sionista ha alimentato il mito coloniale della “terra senza popolo per un popolo senza terra”. Una menzogna che oggi, nel sangue e nella polvere di Gaza, sta trovando la sua tragica realizzazione: la cancellazione materiale, simbolica e culturale del popolo palestinese.

Chiamare genocidio il genocidio non è una scelta semantica: è un atto politico, un dovere etico, una necessità storica. Lo è oggi più che mai, perché il crimine si sta consumando davanti agli occhi del mondo in tempo reale, in diretta social, tra silenzi compiaciuti e censura sistematica. Chi tace, acconsente. E chi manipola le parole, spalanca la strada alla distruzione.

Il governo israeliano non fa mistero delle sue intenzioni. Le dichiarazioni del ministro della Difesa Gallant, che definisce i palestinesi “animali umani”, o quelle del presidente Herzog, che nega l’esistenza di civili innocenti a Gaza, non sono scivoloni verbali. Sono atti preparatori, ideologicamente fondati, della “soluzione finale” per il popolo palestinese. Esattamente come previsto dalla Convenzione ONU per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio del 1948, che l’Italia ha ratificato e che impone non solo di non partecipare a un genocidio, ma di prevenirlo e contrastarlo attivamente.

A Gaza, quattro dei cinque criteri indicati nella Convenzione sono già pienamente soddisfatti:
1. Uccisione di membri del gruppo (oltre 55.000 morti, metà bambini).
2. Causazione di gravi danni fisici o mentali ai membri del gruppo (amputazioni, traumi, sfollamenti).
3. Sottomissione intenzionale del gruppo a condizioni di vita miranti alla distruzione fisica totale o parziale (assedio, fame, bombardamenti su ospedali, scuole, campi profughi).
4. Misure volte a impedire nascite all’interno del gruppo (conseguenze della distruzione sanitaria e infrastrutturale).

Si aggiunge un altro elemento non codificato ma decisivo: la distruzione sistematica del patrimonio culturale, delle moschee, dei siti archeologici, delle biblioteche, delle università. Non è solo guerra: è cancellazione identitaria.

Eppure, nella narrazione dominante, la parola “genocidio” è bandita. Chi osa pronunciarla viene isolato, tacciato di antisemitismo, relegato ai margini del discorso pubblico. La memoria dell’Olocausto viene strumentalizzata per proteggere l’impunità israeliana, sovrapponendo artificiosamente la critica allo Stato d’Israele con l’odio antiebraico. Ma proprio chi ha a cuore la memoria della Shoah dovrebbe essere il primo a denunciare l’orrore in corso: perché la lezione di Auschwitz non può essere “mai più solo per alcuni”. Se il male è umano, come sosteneva Hannah Arendt, allora è ripetibile ovunque, da chiunque, con qualsiasi bandiera.

Non serve alcun paragone: Gaza non è Auschwitz. Ma ciò che accade a Gaza è un genocidio, secondo il diritto internazionale, secondo l’evidenza dei fatti, secondo la coscienza dell’umanità. E continuare a negarlo è un atto di negazionismo travestito da prudenza diplomatica.

L’Italia, l’Europa, l’Occidente intero portano sulle mani il sangue della Palestina. Non solo perché vendono armi, ma perché legittimano la barbarie con la retorica della sicurezza e con la doppia morale umanitaria. In Ucraina, ogni morte è una tragedia. A Gaza, è una statistica. In Ucraina si chiede giustizia, a Gaza si suggerisce la resa. In Ucraina si ergono muri contro l’invasore, a Gaza si alzano muri contro i sopravvissuti.

E allora dobbiamo dirlo chiaramente: il genocidio di Gaza è anche europeo. È anche italiano. Perché ogni governo che tace o complice, ogni giornalista che censura, ogni intellettuale che distorce, ogni cittadino che preferisce voltarsi altrove, è parte di questo orrore.

Nel 1994, il mondo lasciò consumare il genocidio in Ruanda. Oggi lo sta facendo di nuovo. Con l’aggravante della consapevolezza e della connessione. Nessuno potrà dire “non lo sapevamo”.

E allora la parola diventa atto di resistenza. Denominare il genocidio significa esercitare il diritto/dovere sancito da Giuseppe Dossetti, ovvero la resistenza civile di fronte a poteri che violano i principi fondamentali della Costituzione. Questo diritto oggi non è astratto: è concreto, urgente, necessario. È resistenza contro il riarmo, contro l’ipocrisia diplomatica, contro la propaganda mediatica. È resistenza in nome della verità.

Chi oggi manifesta per Gaza non è un estremista. È un essere umano che ha deciso di non abdicare alla propria coscienza. È un testimone del tempo presente, che rifiuta di essere complice. È parte di una memoria vivente che urla “mai più” non come slogan cerimoniale, ma come imperativo etico.

Per questo domani, sabato 21 giugno, è fondamentale essere presenti alla manifestazione nazionale “No Realm Europe”, con partenza alle 14:00 da Porta San Paolo (Roma). Per gridare con le nostre parole – e con i nostri corpi – che la guerra non è pace, l’occupazione non è difesa, il genocidio non è sicurezza.

Portiamo la nostra voce, la nostra indignazione, la nostra umanità. Per Gaza. Per la Palestina. Per la dignità della parola.

StopGenocide #FreePalestine #MaiPiù #ResistenzaCostituzionale #NoRealmEurope #21GiugnoRoma

“Italia in Armi: il Centrodestra prepara 10mila riservisti per la nuova guerra globale”

Un Paese in allerta permanente, tra militarizzazione strisciante e consenso armato

Mentre in Parlamento si discute di sanità, scuola e giustizia solo in forma rituale, il governo Meloni–Salvini–Tajani mette le mani sull’esercito, rilanciando l’idea — già sperimentata in altri contesti — di un corpo parallelo, pronto all’uso in caso di guerra, crisi, emergenza o ordine pubblico. Non stiamo parlando di esercitazioni o di simulazioni NATO: il centrodestra, con una proposta firmata dal deputato leghista Nino Minardo, punta a creare una riserva militare attiva composta da 10.000 riservisti, tutti ex volontari in ferma triennale o iniziale, da mantenere operativi per eventuali impieghi anche sul territorio nazionale.

La proposta sarà discussa a partire dall’8 luglio in Commissione Difesa della Camera e rappresenta l’ennesimo tassello nella costruzione di un’Italia militarizzata, sempre più allineata alle strategie atlantiche di “guerra preventiva”, mobilitazione flessibile e difesa interna. Perché se da un lato si parla — ipocritamente — di riserva da impiegare solo in caso di “urgenza”, dall’altro la stessa proposta apre esplicitamente al loro utilizzo non solo in caso di guerra o crisi internazionale, ma anche per la difesa dei confini o situazioni di emergenza nazionale decretate dal Consiglio dei ministri. In altre parole: i riservisti potranno essere impiegati anche per il controllo sociale e l’ordine interno.

Dalla guerra alla pace armata: il paradosso della “riserva ausiliaria”

Il disegno leghista — formalmente ispirato a modelli già esistenti in Francia, Germania e Regno Unito — non nasce nel vuoto. Negli ultimi mesi, l’Italia ha:
• aumentato la spesa militare fino a oltre 30 miliardi annui, con l’obiettivo dichiarato del 2% del PIL entro il 2028 (e secondo indiscrezioni, fino al 5% entro il 2030);
• firmato nuovi accordi di cooperazione strategica con Stati Uniti, Israele e paesi NATO dell’est Europa, con particolare attenzione alla militarizzazione del Mediterraneo e del fronte balcanico;
• annunciato l’acquisto di armi pesanti, nuovi sistemi radar, caccia F-35 e droni da guerra, in linea con le direttive della NATO;
• sostenuto il programma di “resilienza strategica” contro minacce ibride, cyber-attacchi e disinformazione, un eufemismo per giustificare il controllo della rete e la censura preventiva.

È in questo contesto che va inserita la proposta Minardo: non un’iniziativa isolata, ma un pezzo coerente di un piano più ampio di mobilitazione militare permanente, in cui il confine tra difesa e repressione si fa sempre più labile. Come scrive il testo, i riservisti potranno essere richiamati per “periodi trimestrali rinnovabili”, con obblighi annuali di addestramento e disponibilità, e una “ricompensa” di circa 6.000 euro annui. È il ritorno del mercenario patriottico, l’arruolamento soft della precarietà sociale al servizio dell’ordine armato.

Una deriva bipartisan, con finta opposizione

Il Partito Democratico, come prevedibile, non si oppone sul piano dei principi, ma tenta solo una distinzione di facciata. Il deputato Stefano Graziano ha presentato un testo alternativo che prevede l’uso di una “riserva civile” da affiancare alla Croce Rossa Italiana. Ma la logica sottostante resta la stessa: istituzionalizzare la logica emergenziale, legittimare la presenza di corpi armati o parastatali nei momenti di crisi, affidare la gestione del rischio e del disagio a figure addestrate al comando e non al servizio.

E in fondo, anche il PD votò — nel 2022 — l’aumento della spesa militare. Anche il PD ha sostenuto Draghi nel suo abbraccio totale alla NATO. Anche il PD, in silenzio, approva la linea della guerra “difensiva” in Ucraina, il sostegno incondizionato a Israele e la demonizzazione della resistenza palestinese. Nessuna voce fuori dal coro, se non quella di qualche deputato marginale o gruppo extraparlamentare.

La militarizzazione dell’Italia e il controllo del dissenso

Questa riserva militare non serve solo a combattere guerre esterne. Serve, sempre più chiaramente, a prepararsi a gestire un futuro instabile anche dentro i confini nazionali. In un’Italia devastata da crisi sociali, sanitarie, climatiche, dove milioni di cittadini rinunciano alle cure e i salari reali crollano, il governo si prepara a gestire militarmente la povertà, le rivolte, le emergenze ambientali, i flussi migratori, e perfino la protesta sociale.

Il “richiamo” dei riservisti non è altro che la normalizzazione dell’eccezione, la costruzione di un apparato armato parallelo e disciplinato, pronto a sostituire o affiancare le forze dell’ordine nella gestione dell’ordine interno. Una logica che ricorda da vicino i modelli autoritari del Novecento — i corpi speciali creati per sedare rivolte e presidiare il territorio in nome della “sicurezza”.

La memoria corta e il rischio lungo: chi ricorda la leva obbligatoria?

L’abolizione della leva militare obbligatoria, nel 2005, fu salutata da molti come un passo verso una società più civile, meno militarizzata, più consapevole dei propri strumenti democratici. Oggi, a distanza di vent’anni, quello spirito è completamente svanito. Al posto della leva obbligatoria, ecco l’arruolamento volontario incentivato economicamente, che colpisce in particolare giovani disoccupati, precari, ex militari senza prospettive. Una leva economica al posto della coscrizione obbligatoria.

E mentre si riaprono i poligoni, si raddoppiano i fondi per l’industria bellica, si formano task force per la gestione delle “crisi ibride”, si tace sul numero crescente di suicidi tra le forze armate e di polizia, sullo stato di salute mentale dei militari, e sulla qualità democratica di un Paese che forma corpi d’élite pronti a intervenire su qualunque “minaccia”, senza un controllo parlamentare reale.

La guerra permanente come forma di governo

L’Italia sta entrando, passo dopo passo, in una fase di guerra permanente a bassa intensità, dove tutto è emergenza e ogni emergenza giustifica un’eccezione. Il governo lavora a una “riserva” militare, ma in realtà sta costruendo un dispositivo di controllo politico e sociale, in cui l’obbedienza si sostituisce alla partecipazione, l’allarme alla coscienza, l’ordine armato alla giustizia sociale.

Siamo pronti a vedere pattuglie di riservisti nelle stazioni, ai confini, nelle strade in caso di crisi? Siamo pronti ad accettare che l’unica risposta alle crisi sia il fucile e non il dialogo, la repressione e non la solidarietà? Oppure possiamo ancora fermare questa deriva, prima che le nostre democrazie si trasformino, definitivamente, in repubbliche di guerra?

Il tempo per reagire è poco. Ma esiste. E la coscienza — quando risvegliata — può essere più forte di qualsiasi esercito.

007 o agenti provocatori? L’articolo 31 e la mutazione oscura della Repubblica

La legge 9 giugno 2025, n. 80 (in vigore dal 10 giugno) ha completato la trasformazione del cosiddetto Decreto Sicurezza, ma tra le pieghe del testo si cela una mutazione molto più grave di quanto si pensi: l’introduzione dell’articolo 31, quarto comma, che amplia le garanzie funzionali per gli operatori dei servizi segreti, consentendo di commettere gravi reati con l’autorizzazione diretta del Presidente del Consiglio.

Una norma passata quasi sotto silenzio, ma che rappresenta una torsione dello Stato di diritto verso un modello di gestione del potere fondato sul segreto, sull’impunità, sulla sovversione legale delle garanzie costituzionali.

🕵️‍♂️ Dalle missioni coperte a operazioni illegali autorizzate

Secondo il testo approvato, i nostri 007 potranno infiltrarsi in associazioni mafiose o terroristiche, ma anche organizzarle, finanziarle, addestrarle, istigarle. Tutto legalmente. Non è più il modello dell’agente sotto copertura, ma quello dell’agente provocatore di Stato. Uno scenario già visto nella storia oscura della Repubblica.

Volendo esagerare – ma forse non troppo – potremmo dire che lo Stato italiano ha appena concesso la sua personale “licenza di uccidere”. Quella che nei film di James Bond sembrava una provocazione cinematografica, oggi è scritta nero su bianco in un comma di legge: gli agenti dei servizi potranno operare impunemente anche all’interno di dinamiche criminali, sovversive o terroristiche. Non per prevenirle, ma per manovrarle, agitarle, e — se serve — renderle funzionali all’ordine del potere.

🧨 Le radici dell’inganno: stragi di Stato, trattativa e apparati infedeli

La storia italiana è già attraversata da trame nere e servizi deviati, da colpi di Stato abortiti e da una “strategia della tensione” costruita per alimentare paura e repressione. Non si tratta di dietrologia, ma di fatti storici, documentati e mai del tutto processati.
• La strage di Piazza Fontana (1969), Piazza della Loggia (1974), Bologna (1980): attentati coperti, depistati, protetti.
• Il golpe Borghese (1970): un tentativo reale, con appoggi interni ai servizi e ai vertici dello Stato.
• Gladio, la rete clandestina atlantica legata alla NATO, usata per costruire il nemico interno.

E poi, negli anni ’90, la trattativa Stato-mafia, che si sviluppó prima e dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio. Non fu solo un dialogo sotto banco con Cosa Nostra: fu una resa programmata, in cui pezzi delle istituzioni negoziarono la pace mafiosa in cambio della sopravvivenza politica del sistema.

Emblematica la vicenda di Bruno Contrada, ex vicedirettore del SISDE, condannato in via definitiva a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Un uomo dello Stato, ai vertici dell’intelligence, condannato per aver favorito i clan. Una sentenza storica, che dimostra quanto in profondità si fosse infiltrato il cancro della complicità istituzionale.

E ancora più inquietante è la figura rimasta impunita di “Faccia da mostro”, l’agente senza nome, legato ai servizi e alle cosche, identificato da alcuni collaboratori come presente in luoghi chiave delle stragi. Una presenza avvolta nell’ombra, ma che continua ad agitare i fantasmi della complicità.

Tutto questo viene ripercorso con chiarezza e rigore nel recente libro di Antonio Ingroia, “Traditi”, frutto di una lunga intervista condotta da Massimo Giletti. Ingroia, magistrato e testimone diretto di quella stagione, mostra come Falcone e Borsellino non furono semplicemente assassinati dalla mafia, ma isolati, delegittimati, lasciati soli dallo Stato. Uno Stato che, in alcune sue articolazioni, ha scelto la trattativa anziché la verità.

Ed è qui che il presente si lega al passato. Con l’articolo 31, ciò che un tempo doveva essere nascosto diventa norma. Non più deviazione, ma dottrina. Non più abuso, ma funzione.

📡 Spyware Graphite: quando il monitoraggio diventa regime

Il caso dello spyware Graphite, prodotto da Paragon Solutions, e utilizzato — secondo inchieste giornalistiche — anche contro giornalisti italiani, rappresenta il volto digitale di questa mutazione autoritaria.

I captatori informatici, capaci di penetrare cellulari e dispositivi anche senza che l’utente se ne accorga, sono strumenti di sorveglianza totale. Eppure, a differenza delle intercettazioni tradizionali, non richiedono l’autorizzazione di un giudice, ma solo quella del Presidente del Consiglio o dell’autorità delegata. Un potere enorme, fuori da ogni controllo terzo.

La Corte Costituzionale ha già stabilito che i messaggi archiviati nei device sono corrispondenza tutelata dall’art. 15 della Costituzione. Ma questa legge lo ignora. E in nome della “sicurezza”, si apre la porta a un regime di sorveglianza arbitraria e permanente.

🧱 Democrazia sotto assedio: l’architettura della sospensione dei diritti

L’articolo 31 e lo scandalo Graphite tracciano una traiettoria precisa:
1. Lo Stato può autorizzare la commissione di reati da parte dei propri agenti.
2. Può controllare e violare la privacy dei cittadini senza controllo giudiziario.
3. Può colpire attivisti, giornalisti, dissidenti e oppositori, “legalmente”.

Questo è il cuore della nuova dottrina della sicurezza: non la difesa della Repubblica, ma la sua trasformazione in un apparato repressivo. Una restaurazione neofascista con mezzi tecnologici, dove la sicurezza è solo la maschera della paura, e il dissenso viene trattato come una minaccia interna da neutralizzare.

⚠️ Perché tutto questo? Repressione, non sicurezza

C’è una domanda cruciale che dobbiamo porci: perché ora? Qual è il vero obiettivo di questo apparato?

Non c’è un’emergenza terroristica in Italia. Non ci sono insurrezioni armate. Quello che c’è è un Paese stanco, impoverito, umiliato, ma ancora potenzialmente capace di alzare la testa. Un Paese che potrebbe tornare a lottare, a scioperare, a occupare, a dissentire. A pretendere giustizia.

Ed è proprio questo che il potere vuole prevenire, reprimere, disinnescare.

Il Decreto Sicurezza non nasce per tutelare l’ordine pubblico, ma per criminalizzare il dissenso, schedare il pensiero critico, intimidire chi non si adegua. È un decreto pensato per una deriva reazionaria e fascista, in cui la sorveglianza è permanente, la repressione è preventiva, e il diritto è piegato alla logica dell’obbedienza.

Si torna alla OVRA, la polizia politica del regime fascista. Ma oggi in versione 4.0, con spyware al posto delle perquisizioni e licenze di delinquere al posto delle schedature.

🔍 Cosa chiedere – resistenza costituzionale
• Abrogazione dell’art. 31 e di tutte le norme che autorizzano reati in nome della ragion di Stato.
• Controllo giudiziario su ogni atto invasivo dei servizi, incluso l’uso dei captatori informatici.
• Commissioni parlamentari d’inchiesta indipendenti e permanenti su ogni attività dei servizi di sicurezza.
• Difesa pubblica dei diritti civili e del dissenso politico, come pilastro della democrazia.

L’Italia sta compiendo una mutazione profonda. Il Decreto Sicurezza non è un semplice strumento repressivo: è un dispositivo di restaurazione autoritaria. Non in nome del fascismo dichiarato, ma della sicurezza normalizzata. Non con manganelli alzati, ma con leggi scritte bene, invisibili e legittimate da chi governa in giacca e cravatta.

Il fascismo, oggi, si traveste da efficienza. Si insinua nelle norme, nei decreti, nei software di sorveglianza. Non ha più bisogno di slogan: ha bisogno di silenzio.

Ma noi non siamo silenzio. Siamo memoria. Siamo coscienza. E siamo opposizione.

Perché uno Stato che ha già conosciuto le stragi, i depistaggi, le trattative con la mafia e i servizi deviati, non può permettersi di legalizzare l’illegalità.

È tempo di scegliere da che parte stare.

Cani, gatti e bombe intelligenti: la degenerazione morale dell’Europa militarizzata

Mentre il Parlamento europeo si appresta a votare con solerzia un regolamento sul benessere di cani e gatti — microchip obbligatori, riproduzione controllata, tracciabilità, pause tra una gravidanza e l’altra — l’odore di carne bruciata e cemento sbriciolato continua a salire da Gaza e da Teheran. Non un voto su Israele, neanche una parola spesa con la dignità di una presa di posizione. Solo dibattiti simbolici, calendarizzati per tacitare qualche voce scomoda a sinistra, senza alcuna conseguenza politica. Gaza? L’Iran? Non fanno audience. Non portano voti. Non si possono coccolare come un cucciolo di bulldog francese.

Dal 7 ottobre 2023, la Striscia di Gaza è diventata un cimitero a cielo aperto. Non c’è più niente da distruggere, ma Israele continua imperterrito a bombardare i sopravvissuti. Non è più notizia. E quando non è notizia, smette di essere scandalo. Il genocidio dei palestinesi, di cui oggi si parla solo per sottrazione, non è cessato: semplicemente è stato silenziato. I bambini non vengono più salvati, ma archiviati. Il loro dolore non compare più nei titoli, non entra nei talk-show, non turba le coscienze impagliate dell’Occidente.

Nel frattempo, Netanyahu ha aperto un nuovo fronte: tre giorni di bombardamenti sull’Iran, oltre duecento morti, più di mille feriti. Nessuna dichiarazione di guerra, nessuna risoluzione dell’ONU. Ma l’ONU, per Israele, è solo una “palude antisemita”, e le sue risoluzioni carta igienica. Israele non aderisce al Trattato di Non Proliferazione Nucleare, possiede decine di testate atomiche, non accetta ispezioni dell’AIEA, ma accusa l’Iran — che al trattato aderisce — di volerne costruire una. E l’Europa? L’Europa invia armi all’aggressore. L’Europa vota norme sugli animali domestici. L’Europa, ancora una volta, tradisce la sua promessa storica e diventa ancella di un colonialismo armato, criminale e impunito.

La guerra in Ucraina? Sparita. E non perché sia finita, ma perché non conviene più raccontarla. L’industria bellica ha venduto abbastanza. Gli editoriali hanno esaurito il lessico dell’indignazione. I talk show hanno spostato i riflettori su altri orrori più redditizi. Ma la guerra in Ucraina continua, così come continua la negazione della verità: quella che incolpa un solo aggressore e assolve gli altri, in nome di una “moralità selettiva” che diventa farsa.

Ed è in questa farsa che il Parlamento europeo discute oggi del possibile utilizzo dei fondi del Recovery Fund — il cosiddetto Next Generation EU, nato per ricostruire socialmente ed economicamente l’Europa post-Covid — per finanziare la Difesa. In altre parole: trasformare la speranza in cannone. I fondi per la ripresa sociale che dovevano andare a ospedali, scuole, welfare, vengono dirottati per potenziare le catene di produzione bellica e le scorte militari. Non è solo una deviazione tecnica, è un’abiura morale. Lo denuncia con chiarezza Pasquale Tridico, lo ribadisce Valentina Palmisano: questo è il passaggio dalla solidarietà al militarismo sistemico.

La Commissione non arretra, i socialisti tentennano, la destra spinge, il PD si barcamena. I Cinque Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, unici a resistere con coerenza, hanno annunciato la loro adesione alla manifestazione di sabato 21 giugno a Roma, convocata dalla Rete Stop al Riarmo per Gaza. Giuseppe Conte ci sarà. Elly Schlein sarà in Olanda, ma alcuni esponenti del PD parteciperanno. Eppure, anche qui, c’è ambiguità. Perché nel frattempo i riformisti attaccano. Ogni passo contro la guerra diventa motivo di divisione, mentre la macchina bellica procede compatta, sostenuta trasversalmente.

Serve allora alzare la voce. Serve gridare che non possiamo accettare una normalità fatta di missili, silenzi e bambini polverizzati. Non si può più restare inerti mentre l’Europa si trasforma in un arsenale a cielo aperto, mentre le guerre per procura diventano sistema, mentre i governi democratici perdono ogni legittimità morale spalleggiando regimi assassini come quello di Netanyahu.

La manifestazione del 21 giugno non è solo un appuntamento. È un obbligo. Un dovere civile, politico, umano. Per Gaza, per l’Iran, per l’Ucraina, per tutte le vittime dimenticate. Per dire che non in nostro nome si finanziano stermini. Non in nostro nome si convertono i fondi della speranza in macchine di morte. Non in nostro nome si decide di proteggere i cuccioli e dimenticare i bambini sotto le bombe.

In un mondo dove l’aggressore diventa “buono” e l’aggredito “terrorista”, dove l’Occidente seleziona le guerre come fossero sfilate di moda, tocca a noi restare umani. Per davvero.

Israele, la lunga marcia del sionismo: tra terrorismo, suprematismo e dominio globale

Chi oggi osserva con orrore il genocidio in corso a Gaza e la brutalità dell’esercito israeliano verso il popolo palestinese, spesso ignora – o preferisce ignorare – che quanto accade non è una deviazione recente, né il frutto estemporaneo della politica di Netanyahu. È piuttosto la maturazione coerente di un’ideologia – il sionismo politico, nelle sue componenti più radicali – nata alla fine del XIX secolo e sviluppatasi, nel sangue e nel ferro, fino a farsi Stato, esercito e macchina globale di controllo.

Le origini: da Herzl a Ben Gurion

Il sionismo nacque come ideologia politica nell’Europa orientale a cavallo tra Otto e Novecento. Theodor Herzl, ebreo laico di Vienna, immaginò uno Stato ebraico moderno come soluzione alla “questione ebraica” in Europa. David Ben Gurion, di origini polacche, ne fu il più pragmatico interprete, guidando militarmente e politicamente la comunità ebraica in Palestina fino alla proclamazione dello Stato di Israele nel 1948. Ma già allora la purezza dell’ideale originario era contaminata da una deriva etnocentrica, suprematista, violenta.

Irgun, Lehi e Banda Stern: le radici nere dello Stato

Negli anni della lotta contro il Mandato britannico, si formarono organizzazioni armate che praticavano il terrorismo sistematico:
• Irgun, guidato da Menachem Begin, praticò attacchi indiscriminati contro arabi e britannici (come il celebre attentato al King David Hotel nel 1946).
• Lehi (conosciuto come Banda Stern), nato da una scissione dell’Irgun, fu una formazione apertamente neofascista che teorizzava un’autorità ebraica totalitaria, fondata sulla superiorità razziale e sulla repressione dei non ebrei.

Fu proprio il Lehi, nel 1941, a proporre un’alleanza militare al Terzo Reich. In una lettera indirizzata al governo nazista, i leader della Banda Stern proposero una collaborazione militare contro l’Inghilterra, in cambio del riconoscimento di uno Stato ebraico autoritario in Palestina. Il paradosso è solo apparente: l’antisemitismo hitleriano era secondario, per loro, rispetto alla necessità di combattere l’Impero britannico.

Questa pagina rimossa dai manuali scolastici dimostra che una parte del sionismo revisionista, razzista e autoritario, è nato guardando al fascismo europeo non come nemico, ma come modello.

Da terroristi a primi ministri

Questi gruppi non furono mai realmente sconfitti: furono assorbiti nel nuovo Stato di Israele. Menachem Begin divenne Primo Ministro. Yitzhak Shamir, altro ex della Banda Stern, divenne Ambasciatore all’ONU e poi a sua volta Primo Ministro.

È sotto Shamir che un giovane Benjamin Netanyahu – oggi alla guida del governo israeliano – muoveva i primi passi. Nell’intervista del 1985 recuperata da Mixer (oggi disponibile su RaiPlay), Netanyahu parla da ambasciatore e vice ambasciatore di Israele in America con una coerenza impressionante: l’idea di uno Stato ebraico egemone, armato fino ai denti, capace di intervenire ovunque nel mondo, viene espressa con freddezza da un uomo che, a differenza della diplomazia occidentale, sa perfettamente dove vuole arrivare.

La sua visione è lucida, cinica e coerente: difendere la superiorità militare israeliana, infiltrare l’opinione pubblica occidentale, isolare i nemici attraverso la propaganda e colpire con ogni mezzo chiunque si opponga al progetto di dominio.

Mossad: lo Stato nello Stato

In questa strategia, il Mossad – il servizio segreto esterno israeliano – svolge un ruolo cruciale. Poco raccontato dai media mainstream, il Mossad non è solo un’agenzia di intelligence, ma un’arma geopolitica autonoma, ramificata ovunque. Con una rete di infiltrati, agenti, fondazioni, contractor, lobbisti e giornalisti, il Mossad è in grado di destabilizzare governi, creare scandali, infiltrare movimenti e orientare le opinioni pubbliche.

Israele, grazie a questa rete, esercita un potere asimmetrico che va ben oltre la sua dimensione geografica: influenzando le agende politiche, economiche e militari di Stati “amici” e nemici, fino a mettere in scacco interi apparati.

La CIA, i servizi britannici, la NATO stessa hanno spesso agito in sinergia con il Mossad, ma è bene dirlo chiaramente: Israele gioca la propria partita, con cinismo assoluto, usando ogni alleato come un utile idiota temporaneo. I dossier, i ricatti, i pedinamenti, le intercettazioni: sono armi con cui il Mossad tiene “le palle” di chiunque possa ostacolare il disegno di potenza.

Operazione “Racing Lion”: la nuova fase del terrore

L’ultimo attacco israeliano all’Iran, con l’operazione segreta denominata “Racing Lion”, è solo l’ultimo capitolo di questa strategia offensiva globale. Mentre la stampa occidentale si concentra sulle centrali nucleari iraniane colpite da droni e aerei, passano sotto silenzio le esplosioni che hanno devastato interi quartieri della capitale Teheran: si parla di almeno venti autobombe fatte esplodere in punti strategici, contemporaneamente, in quella che appare come una vera e propria “campagna di caos coordinato”.

Questo non è un attacco improvvisato: è un piano minuziosamente pianificato, probabilmente da anni, con infiltrazioni profonde nei ranghi del potere iraniano. Gli agenti del Mossad in Iran non operano da settimane: sono lì da decenni, reclutando, sabotando, corrompendo, aspettando l’ora X.

L’obiettivo non è solo colpire i siti nucleari: è destabilizzare il regime teocratico dall’interno, generare panico e divisione, preparare il terreno per un cambio di regime o per un’escalation militare. Non è nemmeno escluso, in uno scenario ormai fuori controllo, che si possa arrivare all’uso dell’arma nucleare contro l’Iran. E se ciò accadesse, l’Occidente – complice e assuefatto – coprirebbe l’ennesimo crimine con la solita narrazione dell’“autodifesa”.

L’Occidente in ostaggio

Israele non è più (ammesso che lo sia mai stato) una piccola democrazia accerchiata da nemici. È oggi uno dei principali nodi dell’impero occidentale, una centrale di intelligence, propaganda, armamenti e sperimentazione tecnologica (spesso testata sulla popolazione palestinese).

Il genocidio in corso non è l’eccezione. È l’implementazione di un piano: espulsione forzata, annientamento culturale, occupazione definitiva. E chi si oppone, dentro o fuori Israele, viene annientato: fisicamente, politicamente, simbolicamente.

In tutto ciò, l’Europa tace. Anzi, applaude. L’Italia, Francia, Germania seguono docilmente la linea atlantista. I pochi che resistono – intellettuali, movimenti, alcuni giornalisti – vengono marchiati come antisemiti, anche se sono ebrei. La propaganda ha già colonizzato la lingua: non esiste più genocidio, esiste “autodifesa”. Non esistono più crimini, esiste “legittima sicurezza”.

Conclusione: la coerenza della barbarie

Netanyahu è coerente. Il sionismo radicale è coerente. Chi pensa di spiegare l’attuale comportamento del governo israeliano con l’“odio arabo” o con “il trauma dell’Olocausto” non ha capito niente. Questa è politica, non vendetta. È progetto, non paranoia. È dominio, non difesa.

Dalla Banda Stern ai bombardamenti su Gaza e Teheran, dalla lettera a Hitler al muro di separazione in Cisgiordania, dal Mossad ai deepfake diffusi per screditare le vittime: la linea è retta, inesorabile, perfettamente razionale.

Ma razionale, oggi, è anche sapere da che parte stare. E non è più tempo di silenzi.

La guerra c’è già: il nuovo ordine armato dell’Occidente

Viviamo immersi in una finzione collettiva, una narrazione anestetizzante che ci ripete ossessivamente: “Non è ancora la Terza guerra mondiale”. Eppure, mentre i cieli del Medio Oriente si illuminano di fuoco e l’Europa si arma come non accadeva dai tempi della Guerra Fredda, ciò che ci viene negato con le parole ci viene urlato con i fatti. La guerra non è alle porte. È già qui. E ha un solo mandante: l’Occidente collettivo.

Non è questione di fatalismo, ma di lucidità. L’aggressione israeliana all’Iran, l’invasione dell’Ucraina trasformata in trincea globale, l’espansione militare della NATO fino alle soglie della Russia, la demonizzazione dell’Iran, della Cina, della Corea del Nord, della Bielorussia, sono solo capitoli diversi di un medesimo libro: quello dell’egemonia armata di un ordine in crisi, incapace di accettare la fine della propria centralità.

La guerra come scelta strategica

Ci troviamo dinanzi a una scelta deliberata, non a un incidente della storia. Di fronte al declino sistemico del dominio americano e del suo blocco atlantico, l’Occidente ha rinunciato alla diplomazia multilaterale e ha scelto la forza. Ha preferito il ferro alla parola, il riarmo alla cooperazione, l’inganno alla verità. Invece di aprirsi al multipolarismo, ha cercato di rigettarlo come un corpo estraneo da espellere con la violenza.

È questo il vero volto della “guerra totale”: un conflitto che non ha confini né limiti, che si estende dal cyberspazio alla propaganda, dalle sanzioni economiche alle incursioni militari, e che si alimenta di menzogne sistematiche. Non ci troviamo di fronte a singole guerre locali, ma a un’unica guerra globale, combattuta a pezzi, per procura, ma con una regia comune. Quella della NATO, del Pentagono, delle lobby del riarmo, del capitalismo che si nutre di distruzione per sopravvivere.

Israele, Palestina e il genocidio silenzioso

Non possiamo più ignorare la realtà più crudele e disumana del nostro tempo: il genocidio in atto contro il popolo palestinese. Gaza è diventata il laboratorio dell’orrore, una prigione a cielo aperto ridotta a cumulo di macerie, dove civili, bambini, anziani e disabili vengono sterminati con l’avallo tacito o entusiasta delle potenze occidentali. L’occupazione militare, la pulizia etnica, i bombardamenti sistematici su ospedali, scuole, campi profughi, sono atti di genocidio deliberati, mascherati da operazioni di sicurezza.

Non si tratta più di conflitto tra due parti. È un massacro a senso unico, giustificato dall’ideologia suprematista che governa oggi Israele, saldamente alleato con l’Impero del Caos. E l’Occidente, invece di intervenire per fermare questa tragedia, si fa scudo e complice, armando, proteggendo, giustificando. L’orrore di Gaza è il cuore pulsante della guerra globale che l’Occidente sta conducendo non solo contro i governi, ma contro i popoli, contro la dignità umana.

Medio Oriente, Ucraina e altri focolai: un unico fronte

Israele, spalleggiata senza remore da Washington e dalle cancellerie europee, ha trasformato Gaza in una distesa di rovine, ha ora puntato i suoi missili contro l’Iran e minaccia di espandere il conflitto al Libano. In parallelo, l’Ucraina continua a essere sacrificata sull’altare della strategia atlantica. Gli accordi di Minsk sono stati, come ormai ammesso dagli stessi protagonisti, solo una cortina di fumo per guadagnare tempo. Tempo per armare, addestrare, e infine scatenare la guerra contro Mosca.

Ma non finisce qui. I focolai si moltiplicano in silenzio. Dallo Yemen martoriato dai bombardamenti sauditi con armi occidentali, alla Somalia dimenticata, dalla Siria ancora sotto attacco, al Sahel destabilizzato da anni di operazioni francesi fallimentari e neocoloniali, fino all’Asia sudorientale, dove cresce la pressione militare su Taiwan e il Mar Cinese Meridionale. Siamo di fronte a un’escalation globale, a una proliferazione di guerre dirette o per procura, alimentate da interessi geoeconomici e dalla paranoia securitaria dell’Occidente.

Tutto è guerra, e tutto è funzionale a un unico obiettivo: impedire la nascita di un ordine mondiale multipolare che possa sottrarsi al giogo dell’impero.

Israele e il culto della morte

L’ultima fase di questa guerra sistemica ha assunto i tratti di un delirio teologico-ideologico. Il devastante attacco all’Iran da parte del governo sionista, psicopatologico nella sua concezione etno-suprematista della storia, non è solo un’operazione militare. È la dichiarazione esplicita di un culto della morte. Un’offensiva genocida che ha come obiettivo l’annientamento dell’altro, non la sua sconfitta. Un attacco chirurgico alla leadership politica e militare iraniana, mirato a decapitare lo Stato e a provocarne il collasso.

Tutto questo è avvenuto con il pieno coordinamento del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che non solo ha dato il via libera all’operazione, ma l’ha anche rivendicata pubblicamente con il suo stile sgrammaticato e infantile. Dietro i suoi post sconclusionati, si cela una strategia glaciale: non trattate, non negoziate, non opponetevi. Accettate il mio accordo o morite.

È lo stesso schema che portò all’assassinio di Qassem Soleimani nel 2020, mentre era in missione diplomatica. È la stessa logica dietro l’eliminazione sistematica dei vertici dell’IRGC e della leadership iraniana, inclusa la misteriosa morte del presidente Raisi e del ministro degli Esteri Abdollahian. È il medesimo copione: colpire, umiliare, sradicare, piegare. Costruire un cambio di regime con il sangue e le macerie.

Un attacco a Teheran significa minacciare direttamente la sopravvivenza dell’intero asse eurasiatico. È una guerra preventiva contro i BRICS, una mossa disperata per impedire l’integrazione economica tra Russia, Cina, Iran, India e America Latina. Il vero obiettivo è spezzare il cuore energetico e geopolitico del Sud globale.

Una guerra preventiva contro i BRICS

L’attacco all’Iran non è soltanto un’aggressione regionale. È parte di una guerra preventiva globale contro il nucleo energetico e strategico dei BRICS. Teheran, infatti, è al centro di corridoi logistici, infrastrutturali ed economici fondamentali per la nuova architettura multipolare eurasiatica, come il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC) che connette Iran, Russia e India. Distruggere l’Iran significa minare alla base la connessione tra i tre poli orientali che sfidano la centralità atlantica.

Chiudere lo Stretto di Hormuz, minaccia sempre più concreta, equivarrebbe a un colpo devastante per l’economia globale e segnerebbe la fine della pax petrolifera occidentale. Per questo l’Iran è stato addormentato con false trattative, sedato da promesse diplomatiche, poi colpito quando era più vulnerabile.

Washington, ancora una volta, ha scelto il caos come strategia. E ora siamo sull’orlo del baratro.

Il mito di Trump “pacificatore”

A chi si illudeva che la rielezione di Donald Trump potesse rappresentare una frenata al conflitto globale, i fatti stanno dando una risposta brutale. L’ex tycoon non ha alcuna intenzione di disinnescare l’ordigno planetario innescato dal complesso militare-industriale. Anzi, la sua retorica aggressiva e il suo sostegno incondizionato a Netanyahu stanno contribuendo ad accelerare il collasso del sistema internazionale.

Trump rappresenta, in realtà, la maschera populista dello stesso potere guerrafondaio che oggi domina l’Occidente. Un potere che non conosce dissenso interno, che ha annientato ogni residuo di autonomia politica nelle capitali europee, ridotte a eco sbiadite della Casa Bianca. Anche laddove emergono tensioni tattiche tra Washington, Berlino, Varsavia o Bruxelles, il fine strategico resta lo stesso: mantenere l’egemonia con ogni mezzo, anche quello del terrore.

Il riarmo europeo e la logica dell’apocalisse

Nel marzo scorso, il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che dovrebbe far tremare ogni sincero pacifista: un piano di riarmo colossale, che prepara il continente a un conflitto su larga scala non solo con la Russia, ma anche con chiunque sfidi l’unilateralismo occidentale. L’Iran, la Cina, la Corea del Nord, la Bielorussia: tutti “nemici ufficiali” di un’Unione che ha ormai abbandonato ogni pretesa di autonomia diplomatica, trasformandosi in una succursale bellica della NATO.

Il riarmo non è un’opzione, ma una scelta ideologica. Significa sottrarre risorse alla sanità, all’istruzione, alla riconversione ecologica, per investirle nei missili, nei tank, nei droni armati. È la costruzione metodica di una guerra totale che, se non fermata, ci condurrà dritti verso l’autodistruzione.

Contro il blocco della menzogna

Non si può invocare la pace senza schierarsi. Chi oggi si limita a generiche dichiarazioni pacifiste senza denunciare il ruolo della NATO, dell’Unione Europea, degli Stati Uniti, e del sionismo aggressivo di Israele, mente o si autoinganna. Il vero fronte della pace è quello che dice no all’Occidente guerrafondaio, che si oppone al blocco della menzogna e dell’inganno, che smaschera la propaganda di guerra mascherata da informazione.

Questo fronte deve essere ampio, popolare, determinato. Deve includere lavoratori, giovani, intellettuali non allineati, migranti, donne, popoli oppressi. È il tempo di costruire una nuova resistenza planetaria che metta al centro la giustizia e la sopravvivenza, non il dominio e l’annientamento.

Ultima chiamata per l’umanità

L’intero pianeta oggi è ostaggio di un culto della morte. Un culto che si manifesta con un disprezzo assoluto per la vita umana, per il diritto internazionale, per la verità storica. Un culto armato fino ai denti, con accesso illimitato alla potenza nucleare, guidato da fanatici messianici che si autoproclamano “scelti” e considerano chiunque altro un “amalek”, un nemico da annientare.

La guerra non è più una possibilità. È una realtà. La domanda non è se arriverà, ma come e quando finirà. E la risposta, oggi più che mai, dipende da noi.

O reagiamo, o scompariamo.

L’ombra lunga del secolo breve: il progetto imperiale dietro la Terza Guerra Mondiale

C’è un filo rosso — insanguinato — che lega Hiroshima a Gaza, Baghdad a Teheran, Belgrado a Kiev. Un filo che attraversa il secolo breve, lo supera, e giunge fino a noi, in questo presente dove l’odore di carne bruciata si mescola con l’odore di propaganda. È il filo della guerra permanente, del dominio imperiale, della strategia dello shock elevata a sistema globale.

Quello che oggi viviamo non è un conflitto improvviso, ma l’ultimo atto di una guerra iniziata da tempo. La chiamano Terza Guerra Mondiale, ma in realtà è la prosecuzione della Seconda con altri mezzi e nuovi algoritmi. È la guerra del capitale contro ogni resistenza, la guerra dell’Occidente declinante contro chiunque osi alzare la testa. Un progetto che ha radici antiche, ma che ha trovato nel 1989 — anno simbolo della “fine della storia” — il suo trampolino finale.

Dalla Guerra Fredda al dominio unipolare

Dopo la caduta del Muro di Berlino, il mondo avrebbe potuto imboccare la via della cooperazione multipolare. E invece è stata scelta la strada del dominio unipolare: gli Stati Uniti, autoproclamatisi “poliziotti del mondo”, hanno deciso che ogni ostacolo alla loro egemonia doveva essere rimosso, con le buone o — quasi sempre — con le cattive.

La dottrina Wolfowitz, scritta nei primi anni ’90, fu chiara: impedire l’ascesa di qualsiasi potenza rivale, a qualunque costo. E così cominciò l’assalto. Prima la Jugoslavia, bombardata nel 1999 in nome dell’“intervento umanitario”. Poi l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, la Siria. Ogni Paese che tentava di mantenere una sovranità autonoma, veniva etichettato come “dittatura” e aggredito in nome della libertà. Gli eserciti della NATO diventavano crociati laici del nuovo ordine globale.

Nel frattempo, Israele — partner strategico mai discusso — la più grande base militare americana del mondo abitata anche da civili- portava avanti il suo progetto coloniale in Palestina, sotto la copertura permanente degli Stati Uniti e del silenzio europeo. Una lunga operazione di pulizia etnica e annientamento dell’identità palestinese, ora accelerata verso l’obiettivo finale: la totale cancellazione della possibilità di uno Stato palestinese.

Il documento “Clean Break” e la strategia sionista

Nel 1996, un gruppo di neoconservatori statunitensi guidati da Richard Perle consegnò a Netanyahu un piano dettagliato: A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm. Un documento programmatico che prevedeva il rovesciamento dei regimi ostili in Medio Oriente (Iraq, Siria, Iran), la rottura con i processi di pace di Oslo, la supremazia assoluta di Israele nella regione. Quel documento non è rimasto lettera morta: è diventato la stella polare della politica israeliana degli ultimi trent’anni.

Quello che oggi vediamo accadere in Iran — l’operazione “Leone Nascente” — è la prosecuzione di quel disegno. Non c’entra la minaccia nucleare, come ipocritamente sostengono i governi occidentali: c’entra il controllo del Medio Oriente, lo smantellamento di ogni opposizione, la ridefinizione geopolitica della regione sotto il tallone di ferro israelo-statunitense.

L’Europa ridotta a colonia

E l’Europa? Ridotta a colonia intellettuale e militare degli Stati Uniti. Un continente che ha svenduto la propria autonomia strategica in cambio di sicurezza immaginaria. Dal silenzio complice sul genocidio a Gaza all’invio continuo di armi in Ucraina, passando per l’appoggio incondizionato a ogni provocazione israeliana: la UE è ormai un vassallo senza orgoglio. E l’Italia, nel suo piccolo, è la caricatura di questa sottomissione: Tajani, Meloni, Crosetto si muovono come comparse, recitando battute scritte altrove.

Il ministro degli Esteri parla di “diritto alla difesa preventiva”, la premier si allinea a Trump offrendo Roma come teatro di finte trattative, mentre le navi italiane pattugliano i mari come guardie private dell’impero. Nessuno osa dire la verità: che siamo complici di un crimine internazionale, che stiamo alimentando una guerra globale dalle conseguenze potenzialmente apocalittiche.

La dottrina dell’annientamento: Hiroshima 2.0

Siamo entrati in una fase nuova e tragica. Quella in cui non si cerca più la pace, ma la vittoria finale. E per ottenerla, i nostri “alleati” sono pronti a tutto, persino all’uso dell’arma atomica. Lo ha detto chiaramente Netanyahu: l’Iran non deve esistere come potenza nucleare. Ma chi ha nominato Israele giudice supremo del mondo? Chi ha stabilito che possa uccidere generali, scienziati, politici, a migliaia di chilometri da casa, con bombe guidate da intelligenza artificiale? Chi ha dato il via libera a questo omicidio di massa?

La verità è che ci stiamo avvicinando a una nuova Hiroshima. Una Hiroshima digitale, chirurgica, normalizzata. Dove le testate sono lanciate da droni invisibili, dove le vittime non sono mai contate, e dove l’opinione pubblica è narcotizzata da media che parlano solo di “attacchi mirati”, “operazioni preventive”, “minacce alla sicurezza”. Linguaggio da film distopico che è diventato realtà quotidiana.

L’ora più buia dell’umanità

Non siamo più in tempo per scongiurare la guerra. Ci siamo già dentro. Ma possiamo ancora scegliere da che parte stare. Possiamo ancora alzare la voce, gridare che questo sistema è marcio, assassino, terminale. Possiamo ancora rifiutare la logica perversa del dominio, dello sterminio programmato, della civiltà costruita sulle macerie altrui.

Oppure possiamo accettare tutto. Rassegnarci. Fingere che non ci riguarda. Lasciar fare ai “grandi”, come se la loro follia non portasse anche noi al macello.

Ma allora non meriteremo neanche di essere ricordati. Saremo i testimoni muti della fine, gli ultimi cittadini dell’Impero, gli idioti digitali del collasso.

E invece, io continuo a credere che ci sia un’altra strada. Una strada di resistenza, di verità, di insubordinazione morale e culturale. Perché se è vero che stiamo vivendo l’ora più buia, è proprio ora che dobbiamo accendere la nostra luce.

Il fuoco globale acceso dai pazzi: la Terza Guerra Mondiale è già cominciata

Ci avevano detto che sarebbe bastato votare, parlare, pregare. Ci avevano illuso che la diplomazia, anche zoppa, sarebbe bastata per scongiurare l’abisso. Invece siamo già dentro. In un conflitto mondiale a pezzi, disseminato come una bomba a grappolo sull’intero pianeta. Un conflitto che ha smesso da tempo di essere un rischio e si è trasformato in certezza. È la Terza Guerra Mondiale, e non è più alle porte: ci dorme accanto.

Le prime avvisaglie erano state ignorate, minimizzate, addomesticate. La retorica della de-escalation, sbandierata a ogni summit, era soltanto un paravento, un velo ipocrita dietro cui si preparavano le mappe dei bombardamenti, le liste di obiettivi umani, le rotte dei droni assassini.

Israele ha colpito. Ancora. Ma questa volta non si è limitato alla Palestina, martoriata e ridotta in polvere da mesi. Ha attaccato direttamente l’Iran, scatenando un’operazione che non è altro che un atto di guerra su scala totale. Duecento obiettivi militari colpiti, vertici militari decapitati, laboratori nucleari distrutti, centinaia di morti. Un’escalation che ha innescato la risposta iraniana, con piogge di missili su Gerusalemme e Tel Aviv. Non servono esperti militari per capire dove stiamo andando: verso il baratro, senza freni, senza morale, senza futuro.

E non c’è innocenza nei governi occidentali. Non c’è ingenuità, ma solo complicità. Gli Stati Uniti sapevano, hanno collaborato, hanno benedetto l’operazione come parte di un disegno più ampio, antico, studiato. Trump gioca al negoziatore di pace mentre stringe la mano insanguinata di Netanyahu. L’Italia, da parte sua, si è schierata senza ambiguità: sostiene Tel Aviv, giustifica l’aggressione definendola “preventiva”, difende “l’esistenza di Israele” come se questo bastasse a legittimare ogni massacro, ogni sterminio, ogni crimine di guerra.

Giorgia Meloni, senza vergogna, offre Roma come tavolo di trattativa tra chi bombarda e chi è bombardato. Non una parola sull’illegalità dell’attacco, non una condanna, non un gesto di indipendenza. Solo la coda tra le gambe e il cappello in mano. La diplomazia italiana è una farsa, un ingranaggio nella macchina di morte a stelle e strisce. E l’Unione Europea? Un guscio vuoto, balbettante, privo di visione, servo delle strategie atlantiche.

È finita. O meglio: è iniziata. L’era della guerra perenne, come l’avevano teorizzata i think tank neocon, ha messo radici nella realtà. Come dice Jeffrey Sachs, non stiamo più giocando con la politica: stiamo giocando con i fiammiferi. I nostri governi — italiani, europei, americani — sembrano bambini incoscienti che bruciano mappe e diplomazie sul tavolo della Storia, incuranti del fatto che il mondo sta per prendere fuoco del tutto.

La cosiddetta “guerra contro il terrorismo” si è trasformata nella guerra contro l’umanità. E non c’è luogo in salvo. La Palestina è già rasa al suolo. L’Iran è colpito al cuore. Il Libano attende il suo turno. L’Ucraina è diventata il laboratorio bellico permanente della NATO. La Russia è incastrata nel pantano. La Cina è sotto tiro con l’embargo tecnologico e l’accerchiamento militare. E nel frattempo, milioni di esseri umani vengono sacrificati come comparse silenziose in questo teatro di morte.

Non c’è più tempo per le analisi tiepide. Non c’è spazio per i “ma anche”, per le sfumature complici, per la viltà intellettuale. O si è dalla parte della vita o si è dalla parte dell’estinzione.

Oggi il mondo è ostaggio di una manciata di criminali che, in nome di un disegno imperiale vecchio di decenni, stanno portando l’umanità verso l’irrimediabile. E il popolo? Ipnotizzato, addomesticato, bombardato da una stampa che ripete le bugie del potere con zelo religioso. Non alza lo sguardo. Non protesta. Non si ribella. Come nel film Don’t Look Up, ma con una differenza tragica: l’asteroide non è metafora, è reale. E sono missili, testate, armi atomiche, soldati, bombe all’uranio impoverito. E noi, noi tutti, chiusi nei rifugi del nostro silenzio, stiamo già morendo. Prima ancora del colpo finale.

Per questo oggi bisogna gridarlo con forza, con coraggio, con disperata lucidità: siamo in pericolo. Tutti. Umani, animali, piante, mari, montagne, civiltà. Il pianeta è sull’orlo dell’autodistruzione e i governi non vogliono fermarsi. Anzi, accelerano. Per avidità, per potere, per delirio.

Noi che vediamo, che sentiamo, che pensiamo, dobbiamo scegliere. Non c’è più tempo per le mezze misure. O si sta con l’umanità o con il disumano. O si accende la coscienza oppure si finisce tra le macerie.

È il tempo dell’insubordinazione morale. È il tempo della verità. È il tempo della resistenza.