Armi, gas, Big Tech e anti-Cina: nessun beneficio per gli italiani, solo servitù atlantica
A Washington non è andato in scena un incontro tra pari. Non c’è stato scambio, non c’è stato equilibrio, non c’è stato neanche il teatrino della diplomazia. C’è stato un inginocchiamento. Giorgia Meloni, leader della destra italiana ed esponente di spicco dell’ondata nera occidentale, ha detto “sì” a tutto: al gas americano, alle armi, alla linea dura contro la Cina, alle reti digitali affidate agli amici di Silicon Valley. Ha portato in dono agli Stati Uniti ciò che resta della sovranità italiana, senza ottenere nulla in cambio. Neppure una promessa credibile sull’abbattimento dei dazi o sulla tutela delle imprese italiane.
In cambio, ha ottenuto l’onore della “dichiarazione congiunta”, un documento che Trump ha finora riservato solo agli alleati strategici di primissimo livello come Modi e Ishiba. Per Meloni, l’investitura simbolica come vassalla prediletta del nuovo imperatore d’Occidente. Per l’Italia, l’ennesima perdita di autonomia, l’ennesimo “patto” firmato col cappello in mano.
Il cuore dell’accordo è un’alleanza totale: più gas liquefatto americano nelle nostre centrali, più armi statunitensi nei nostri arsenali, più soldi spesi per la NATO (e Trump ha già detto che il 2% del PIL non basta), più presenza USA nella nostra industria militare. In cambio, le imprese italiane potranno – forse – entrare nei porti americani per partecipare alla “rinascita cantieristica” a stelle e strisce. Ma nulla è certo: gli Stati Uniti “valuteranno”. Tradotto: vi faremo sapere.
Poi c’è il vero nodo strategico: l’Italia dovrà allinearsi completamente all’asse Washington-Tel Aviv-Riad, rinunciando al dialogo con la Cina, estromettendo le aziende cinesi dai nostri appalti, accettando standard di sicurezza dettati da chi, nel frattempo, vende al mondo intero spyware, armi e controllo digitale. Meloni si impegna a spezzare definitivamente i ponti con la Via della Seta, in ossequio al nuovo “corridoio” India-Medio Oriente-Europa, tracciato sotto dettatura americana per soffocare Pechino.
Nel settore tecnologico, l’Italia si offre come hub privilegiato delle Big Tech USA, rinunciando di fatto alla propria autonomia digitale. Si parla di “fornitori affidabili”, che nella neolingua atlantista significa: solo aziende americane. La Silicon Valley, già immune da regole europee grazie alla complicità di Meloni contro il Digital Service Act e la web tax, potrà ora colonizzare il nostro spazio digitale senza alcun vincolo. E magari, un giorno, anche Starlink sarà il nostro cielo.
In tutto questo, l’Italia non ottiene nemmeno uno sconto. Nessuna riduzione dei dazi, nessuna contropartita economica concreta. Solo promesse vaghe, buone per i comunicati stampa e le campagne social, mentre le famiglie italiane continueranno a pagare bollette gonfiate dal gas americano e a vedere la propria economia soffocata da un protezionismo che vale solo in un senso.
Meloni torna a Roma con un pugno di promesse e un inchino profondo. Trump incassa tutto, compresa la certezza che, nell’Europa balbettante, c’è almeno un leader pronta a obbedire senza discutere. Non è una vittoria diplomatica. È una sottomissione consapevole. E per l’Italia, è una perdita storica.
Devi effettuare l'accesso per postare un commento.