Verso uno Stato di Polizia: il Decreto Sicurezza e l’Affossamento delle Libertà Democratiche

Il 4 aprile 2025 segna una data nefasta per la democrazia italiana. Il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto legge che, sotto la maschera della “sicurezza”, rappresenta un attacco frontale ai diritti fondamentali dei cittadini. Questo provvedimento, privo di reali necessità ed urgenze, evidenzia non soltanto la volontà del governo di reprimere il dissenso, ma anche e soprattutto la sua incapacità di governare democraticamente.

Non siamo di fronte a un’emergenza, ma a una manovra difensiva contro una società civile che – pur con mille fatiche – non ha ancora smesso di pensare, organizzarsi, manifestare. È la paura del dissenso democratico, non del crimine, a muovere la mano del legislatore. E quando un governo teme la voce dei cittadini più della criminalità reale, ha già tradito il mandato popolare.

Un Decreto Senza Giustificazioni

La Costituzione Italiana, all’articolo 77, stabilisce che i decreti legge devono essere emanati solo in casi straordinari di necessità ed urgenza. Ma oggi non c’è alcuna rivolta nelle strade, nessun picco di criminalità, nessuna crisi sociale che giustifichi un simile colpo d’autorità. I dati lo confermano, la realtà lo smentisce. Il decreto, dunque, non risponde a una necessità oggettiva, ma a una strategia politica. Si tratta di un atto che svuota il ruolo del Parlamento e insulta il principio del confronto democratico.

Criminalizzazione della Povertà e del Dissenso

Il provvedimento introduce oltre 20 nuovi reati e aggrava quelli già esistenti. Tra i più gravi c’è il reato di “occupazione arbitraria di immobile altrui”, che punisce con 2-7 anni di carcere chi occupa, spesso per disperazione, un’abitazione vuota. In un paese in cui decine di migliaia di famiglie vivono sotto sfratto o in emergenza abitativa, questa norma colpisce la povertà come se fosse una minaccia all’ordine pubblico. È un atto crudele e miope, che preferisce il carcere alla giustizia sociale.

Anche il diritto a manifestare subisce un attacco feroce: il blocco stradale, anche se pacifico, anche se simbolico, diventa reato penale. Non è più la violenza a essere perseguita, ma la disobbedienza civile. La sola interposizione del corpo – come atto di protesta – viene trattata come un crimine. Si punisce il dissenso perché si teme la voce del popolo.

Repressione delle Manifestazioni e Aggravanti Punitivi

Il decreto trasforma le piazze in potenziali scene del crimine. Chi manifesta rischia pene aggravate per reati anche minori, se commessi durante una protesta. È il passaggio definitivo dalle leggi ad personam alle leggi ad movimentum: la legge colpisce chi si organizza, chi lotta, chi occupa uno spazio, chi rivendica un diritto. Non importa il contenuto della lotta, ma la sua esistenza.

Tutto ciò non è casuale, ma organico a una visione del potere: una società immobile, disgregata, sorvegliata. Una società dove la partecipazione fa paura, perché può mettere in crisi l’egemonia di un governo debole nei numeri e nelle idee.

Militarizzazione del Controllo Sociale

Il decreto potenzia le forze dell’ordine come mai prima d’ora. Gli agenti godranno di tutele economiche straordinarie in caso di procedimenti penali, potranno portare armi extra anche fuori servizio, e potranno infiltrarsi nei movimenti sociali come “agenti provocatori”. Le piazze saranno sorvegliate con nuove telecamere mobili. Il messaggio è chiaro: lo Stato non dialoga, lo Stato ti guarda. Lo Stato ti punisce.

Ma questa militarizzazione non nasce dalla forza: nasce dalla paura. È il riflesso di un potere che non sa ascoltare, non sa governare, non sa costruire. L’unico strumento che gli resta è il controllo.

Il Fascismo È un Crimine, Non un’Opinione

La nostra Costituzione, figlia della Resistenza, non è neutra. È antifascista. Lo dice l’articolo 1: la sovranità appartiene al popolo, non a chi pretende di governare senza rispondere alle sue domande. E lo ribadisce la XII disposizione finale, che vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.

Eppure, il decreto sicurezza sembra voler riportare l’Italia a prima del 1945: repressione del dissenso, criminalizzazione della povertà, poteri speciali alle forze dell’ordine, abolizione nei fatti del diritto di manifestare. Questo non è solo autoritarismo: è una nostalgia ideologica. Una pericolosa pulsione reazionaria che puzza di ventennio.

Chi governa oggi – sostenuto da appena il 24% degli aventi diritto, tra l’altro manipolati da una propaganda becera e semplificatrice – non ha alcuna legittimità morale per calpestare i principi della Costituzione. Governa senza rappresentare. Reprime perché non sa ascoltare. Punisce perché non sa costruire.

Il Dilemma Democratico

Cosa accadrà quando le opposizioni andranno al governo? Se oggi vengono introdotte leggi liberticide, cosa impedirà domani di usarle contro chi oggi ne abusa? Se la destra usa lo Stato per reprimere il dissenso democratico, cosa accadrà quando si tratterà di reprimere il fascismo? Ma reprimere l’autoritarismo con gli stessi strumenti dell’autoritarismo è una trappola. Non si può difendere la democrazia replicando la logica dell’oppressore.

Per questo il vero punto d’equilibrio non è nella vendetta, ma nell’applicazione rigorosa della Costituzione. È il fascismo a dover essere bandito, non la protesta. È la disuguaglianza a dover essere combattuta, non chi la denuncia. È il dialogo a dover prevalere, non il manganello.

Conclusione: O Costituzione, o Regime

Il Decreto Sicurezza del 2025 non ci rende più sicuri: ci rende più poveri di diritti, più soli nella fragilità, più esposti alla repressione. È l’ennesimo segnale di un governo che non sa governare, e perciò reprime. Ma la libertà non si spegne con una legge. La giustizia non si chiude in un carcere. La resistenza – quella morale, quella politica, quella sociale – è ancora viva.

E allora diciamolo forte: non ci faremo intimidire. Non ci faremo disumanizzare. Non ci faremo governare da chi ha nostalgia del passato più buio della nostra storia. La Costituzione è la nostra barricata. E ogni cittadino consapevole è chiamato oggi a difenderla. Prima che sia troppo tardi.

Sanità, il governo fa cassa sugli ultimi: i malati non autosufficienti abbandonati dallo Stato

In un colpo di mano che lascia sgomenti, Lega e Fratelli d’Italia hanno approvato in Senato un emendamento che mina alle fondamenta il diritto all’assistenza dei malati non autosufficienti. La senatrice leghista Maria Cristina Cantù, con il sostegno di FdI, ha introdotto una modifica all’articolo 30 della legge 730 del 1983, separando le spese per le prestazioni sanitarie da quelle socio-assistenziali, anche quando strettamente connesse.

Questo significa che attività essenziali come l’igiene personale, la nutrizione assistita e la mobilizzazione dei pazienti gravi non saranno più a carico del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), ma ricadranno sulle famiglie già provate, esasperate, spesso ridotte sul lastrico.

La situazione è già critica: in molte regioni, le liste d’attesa per l’accesso alle strutture convenzionate sono interminabili. In Toscana, a marzo, si contavano 1.800 persone in attesa; in Liguria e Lombardia, circa 5.000 posti letto non sono coperti da convenzioni. Le famiglie, nell’attesa, sono costrette a sostenere integralmente le rette, spesso per periodi prolungati, con conseguenze economiche devastanti.

Questo emendamento non solo aggrava il peso sulle famiglie, ma rappresenta un pericoloso precedente, mettendo in discussione il diritto alle cure per tutti i non autosufficienti. La separazione artificiosa tra prestazioni sanitarie e socio-assistenziali ignora la realtà clinica, dove queste sono inscindibili. Inoltre, la retroattività dell’emendamento rischia di influenzare negativamente i procedimenti giudiziari in corso, negando giustizia a chi ha già subito torti.

Sulle cure lo Stato si ritira e lascia spazio alle assicurazioni

In un Paese che invecchia rapidamente, con oltre 4 milioni di non autosufficienti tra gli ultrasessantacinquenni, la ritirata dello Stato dall’assistenza socio-sanitaria apre le porte alle compagnie assicurative. Le polizze “Long Term Care” (LTC), finora poco diffuse in Italia, potrebbero diventare l’unica ancora di salvezza per molte famiglie. Tuttavia, queste polizze presentano costi elevati e condizioni spesso proibitive, rendendole inaccessibili a una larga fetta della popolazione.

Secondo il 7° Rapporto Osservatorio Long Term Care del Cergas Bocconi, la spesa pubblica per l’assistenza ai non autosufficienti è in calo, passando dall’1,6% del PIL nel 2018 a valori ancora inferiori nel 2023. Questo trend negativo, unito all’aumento dell’inflazione e alla riduzione del PIL, ha portato a una contrazione significativa della spesa reale per l’assistenza agli anziani non autosufficienti.

Le compagnie assicurative, fiutando l’opportunità, promuovono le polizze LTC come soluzione. Tuttavia, queste coperture, per essere efficaci, richiedono una sottoscrizione in giovane età e un impegno economico non indifferente. Inoltre, la complessità delle condizioni contrattuali e le esclusioni previste rendono queste polizze strumenti non sempre affidabili per garantire una copertura adeguata in caso di bisogno.

In conclusione, l’emendamento Cantù rappresenta un attacco diretto ai diritti dei più fragili, scaricando sulle famiglie oneri insostenibili e aprendo la strada a una privatizzazione strisciante dell’assistenza. È imperativo che il governo riveda questa decisione e riaffermi il principio costituzionale del diritto alla salute per tutti, senza discriminazioni.

Un governo che fa cassa sugli ultimi e premia i forti

C’è una verità che non possiamo più permetterci di ignorare: questo governo taglia sulla pelle dei più fragili mentre spalanca le casse pubbliche per altri interessi. Non ci sono soldi per garantire un’assistenza dignitosa ai malati non autosufficienti, ma c’è un fervore quasi mistico nel portare le spese militari al 2% del PIL, come richiesto dalla NATO, seguendo ciecamente i diktat bellicisti delle grandi potenze.

Non si trovano fondi per chi ha bisogno di cure quotidiane, ma non si contano più i condoni agli evasori, i regali fiscali alle imprese che delocalizzano e i bonus distribuiti a pioggia per fini elettorali. È il principio della Repubblica ad essere tradito: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività” (art. 32 Cost.). Eppure oggi, in un silenzio assordante, si smantella pezzo dopo pezzo l’universalismo del Servizio Sanitario Nazionale, trasformandolo in un privilegio per chi può permettersi una polizza privata, una clinica convenzionata o un avvocato capace di combattere fino in Cassazione.

La verità è spietata: si sta costruendo un’Italia a due velocità. Da un lato chi ha mezzi e risorse per curarsi, difendersi e vivere. Dall’altro lato, una moltitudine di invisibili — anziani, disabili, malati cronici — che vengono abbandonati al loro destino. Nessun fondo per loro, nessuna tutela, nessuna voce. Solo silenzi, attese e rette impossibili da pagare.

Questo governo ha scelto di fare cassa sugli ultimi. Ha scelto di rendere legittima, persino istituzionale, l’ingiustizia. Ha scelto di mettere a profitto la fragilità umana. Non per errore, non per necessità, ma per precisa volontà politica. E non c’è nulla di più osceno che vedere il potere girarsi dall’altra parte mentre i più deboli vengono lasciati soli.

Chi non si ribella oggi, domani rischia di trovarsi dalla stessa parte. Perché la fragilità è una condizione che può toccare ciascuno di noi, in qualsiasi momento. E allora, forse, sarà troppo tardi per alzare la voce.

Un appello per chi non ha voce

A tutti coloro che ancora credono nella giustizia sociale, nella dignità umana, nei principi scolpiti nella nostra Costituzione: è il momento di alzarsi in piedi. Di rompere il silenzio. Di denunciare pubblicamente l’ipocrisia di un potere che si definisce sovranista, ma sovrano lo è solo nel calpestare i diritti dei più deboli.

Non basta indignarsi, serve organizzarsi. Serve costruire un fronte civile e politico che rimetta al centro le persone, non i profitti. Che difenda i malati, gli anziani, i disabili, gli ultimi. Perché un Paese che si misura solo con il PIL e la spesa militare è un Paese morto dentro. Un Paese senza pietà, senza visione, senza futuro.

Rifiutiamo l’idea di una società dove la fragilità è una colpa e la cura un lusso. Rifiutiamola con la voce, con la penna, con il corpo. Rifiutiamola in piazza, nei tribunali, nei municipi, ovunque. E facciamolo per chi oggi non può più parlare, per chi non riesce più a lottare, per chi viene abbandonato a morire nel silenzio.

Perché la dignità non si taglia. Si difende. Sempre.

Fonti: articoli di Gaia Scacciavillani pubblicati su Il Fatto Quotidiano del 7 aprile 2025.

Lo schianto della globalizzazione e l’inerzia italiana: Trump alza i dazi, la Meloni resta a guardare

Il ritorno dei dazi di Donald Trump si sta rivelando come un gigantesco boomerang, lanciato con arroganza verso il mondo e tornato indietro a colpire per primi proprio gli Stati Uniti. In un solo giorno, Wall Street ha perso 2.000 miliardi di dollari in capitalizzazione, un collasso che non si vedeva dai tempi della crisi finanziaria globale. Apple ha lasciato sul terreno l’8%, Amazon il 7%, Nike ha addirittura perso il 12%. E non è finita. Il dollaro ha cominciato a traballare, il prezzo di petrolio e gas è crollato e le principali borse europee hanno perso complessivamente 422 miliardi. A crollare, però, è stata soprattutto la credibilità economica di chi, come Trump, gioca con la geopolitica come fosse un videogioco e governa un impero economico come se fosse un reality show.

Trump non ha idee, ha solo istinti. Un uomo che agisce di pancia, secondo l’umore che legge sulla sua piattaforma social, dove confonde i sondaggi con la strategia. Un arrogante senza visione, che spera di riconquistare l’America con le stesse armi che l’hanno condotta sull’orlo della crisi. L’ordine esecutivo che consente di alzare o abbassare i dazi in base all’obbedienza dei partner commerciali è degno di un autocrate d’altri tempi. Una specie di moneta di scambio che somiglia pericolosamente al ricatto economico.

E mentre Trump bombarda la globalizzazione col bazooka, la risposta europea appare divisa, timida, esitante. L’Unione è messa spalle al muro: da un lato la Germania e la Francia che invocano dure contromisure contro i colossi digitali americani, dall’altro Tajani che predica moderazione, come se l’applauso a Washington valesse più della salvaguardia del nostro tessuto industriale. Ma almeno qualcosa si muove.

La Spagna, per esempio, ha già fatto la cosa più semplice e giusta: ha stanziato immediatamente 14 miliardi di euro a sostegno di famiglie e imprese colpite dai dazi. Una risposta rapida, concreta, incisiva. Un esempio di politica economica responsabile, che riconosce l’impatto devastante di una guerra commerciale e si schiera dalla parte dei cittadini e dei lavoratori. Un provvedimento che ricorda ai governi cosa significhi davvero governare.

E l’Italia? L’Italia è rimasta come sempre in panchina. La premier Meloni, convinta di poter ottenere un trattamento di favore negli Stati Uniti, si è illusa di essere protagonista in un gioco di potere che non controlla. Credeva di essere ricevuta come un’alleata privilegiata. Si è ritrovata ignorata come una comparsa senza copione. La verità è che Trump se ne infischia dell’Italia, e Meloni non ha né il peso politico né la visione strategica per reagire. Ancora una volta, la sua azione di governo si riduce a pura propaganda: molti annunci, pochi fatti, zero soluzioni.

A rendere la situazione ancora più drammatica, c’è un errore strategico che oggi presenta il conto. Il governo Meloni ha volontariamente chiuso quelle linee di commercio alternative che ora sarebbero essenziali per affrontare la tempesta. Ha abbandonato la Via della Seta, allineandosi senza condizioni agli interessi statunitensi, e ha trascurato i rapporti commerciali con i paesi del Sud globale, preferendo un’unica direzione: Washington. Ora che quella strada si è trasformata in un vicolo cieco disseminato di dazi, a pagare saranno, come sempre, i cittadini, i lavoratori, le imprese grandi e piccole che non hanno più alternative. È il fallimento di una visione miope, tutta giocata sull’obbedienza atlantica e sull’illusione di un favore che non arriverà mai.

La crisi dei dazi, in fondo, non è solo una questione commerciale. È il segnale che la fase attuale del capitalismo globale è entrata in una pericolosa spirale di implosione. Un ritorno al XIX secolo, quando le economie si blindavano dietro muri doganali, portando alla fame i popoli e alla guerra le nazioni. La storia ci aveva insegnato qualcosa. Ma il trumpismo – come tutte le forme degenerative di populismo autoritario – non studia, non ascolta, non impara.

Così, mentre il mondo precipita verso una recessione globale – come prevede persino JP Morgan – i governi sono chiamati a una scelta: proteggere il proprio sistema produttivo o restare ostaggi dell’ideologia e dell’inazione. La Spagna ha scelto. La Francia anche. La Germania si prepara. L’Italia, invece, galleggia nel limbo, tra le indecisioni della sua classe dirigente e le fantasie di grandezza della sua premier.

Il tempo stringe. La guerra commerciale non è uno spettacolo da osservare, è una bomba a orologeria. E se non si è capaci di disinnescarla, si ha il dovere di proteggere almeno chi rischia di esserne colpito. Famiglie, imprese, lavoratori. L’Italia non può più permettersi il lusso dell’inerzia. Perché questa volta non è solo il mercato a tremare, ma l’intera impalcatura della nostra sovranità economica.

Trump, dazi e sanzioni: la guerra commerciale che affossa l’Europa e isola l’America

Donald Trump, con la solita teatralità da reality show, ha dato ieri il via a quella che potremmo definire senza mezzi termini una nuova guerra commerciale globale. Dal Giardino delle Rose della Casa Bianca, circondato da telecamere e slogan roboanti, ha annunciato l’introduzione di dazi punitivi verso buona parte del mondo: un 20% sull’Unione europea, un 34% sulla Cina, fino al 46% sul Vietnam, e via dicendo, con tariffe variabili per Corea del Sud, India, Giappone e altri partner commerciali.

Il pretesto? Difendere il «sogno americano» che – a suo dire – sarebbe stato «saccheggiato» da decenni di scambi squilibrati. Una retorica già sentita, ma che nasconde un’enorme contraddizione e un clamoroso boomerang economico.

L’imperialismo commerciale che si morde la coda

Trump prova ora a mettere una pezza sugli effetti di quel capitalismo predatorio che gli stessi Stati Uniti hanno imposto al mondo negli ultimi cinquant’anni. Sono stati loro, infatti, a svendere l’industria americana sull’altare del profitto, delocalizzando produzioni strategiche verso paesi a basso costo e disintegrando la manifattura interna. Ora si svegliano e scoprono che l’imperialismo economico non paga.

Il tafazzismo americano raggiunge vette tragicomiche: dazi su tutto, ma non sulle armi. Già, perché in questo disegno protezionista c’è una sola industria che deve restare intoccabile: quella bellica. Trump ha già fatto sapere agli alleati europei che, mentre potranno dimenticarsi di esportare auto, acciaio, formaggi e vini, saranno obbligati a comprare armi made in USA. La guerra, si sa, non conosce recessione.

L’Italia paga il conto (e non è l’unica)

In questo scenario, l’Italia è tra le vittime designate. Il comparto agroalimentare, quello che esporta nel mondo l’eccellenza dei nostri territori, sarà colpito duramente. Formaggi, vini, spumanti, prodotti lattiero-caseari di alta qualità: tutto finirà sotto la scure dei dazi.

Potremmo rispondere ironicamente ai consumatori americani: cari amici d’Oltreoceano, ora gustatevi i vostri formaggi di plastica, gli hamburger di carne ignota e le bibite zuccherate che raccontano la triste parabola del Genk Food, mentre noi continuiamo a difendere la cultura del cibo come valore, identità e piacere.

Ma l’ironia lascia presto spazio alla realtà. Secondo il Centro Studi di Confindustria, una guerra commerciale prolungata potrebbe ridurre lo sviluppo italiano fino a un -0,6% del PIL nei prossimi due anni. Un colpo durissimo, che rischia di schiacciare un’economia già fragile.

Le sanzioni alla Russia: un altro cappio al collo europeo

A rendere questo quadro ancora più drammatico c’è un’altra, enorme contraddizione della politica occidentale: le sanzioni imposte alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Sanzioni che, nei proclami ufficiali, avrebbero dovuto fiaccare l’economia russa, ma che di fatto hanno chiuso uno dei mercati più floridi per le produzioni italiane ed europee.

Dal vino alle macchine utensili, dai formaggi ai prodotti di lusso, gli esportatori europei hanno perso l’accesso a un bacino commerciale vastissimo, mentre altre potenze – Cina in primis – si sono affrettate a riempire il vuoto lasciato. Ora, con l’arrivo dei dazi americani, l’Europa si trova con due mercati chiusi: quello russo, per scelta politica, e quello statunitense, per decisione unilaterale di Washington.

È un cortocircuito perfetto. L’Europa, obbediente agli interessi geopolitici americani, ha scelto di tagliarsi un braccio con le sanzioni alla Russia; ora Trump gliene sega anche l’altro, chiudendo il mercato USA a colpi di tariffe.

Un’Europa sempre più debole, un’America sempre più sola

In definitiva, mentre Trump sogna di «rifare l’America ricca», sta costruendo un castello di sabbia su un terreno che lui stesso sta erodendo. I dazi aumenteranno i prezzi per i consumatori americani, aggraveranno l’inflazione, renderanno più poveri lavoratori e famiglie. Ma, soprattutto, isoleranno gli Stati Uniti dal resto del mondo, trascinandoli in una spirale di autarchia e arroganza.

L’Europa, dal canto suo, sta pagando a caro prezzo la subalternità politica e commerciale nei confronti di Washington. Dopo aver sacrificato sull’altare della NATO un mercato come quello russo, ora rischia di vedere sgretolarsi anche l’accesso al mercato americano.

E, paradossalmente, a vincere questa guerra commerciale saranno proprio quei paesi che gli USA e l’UE volevano marginalizzare: la Cina, l’India, la Russia, che intanto rafforzano i loro legami, creando nuovi assetti multipolari.

A conti fatti, chi sta davvero saccheggiando il «sogno americano» e la prosperità europea non sono gli scambi internazionali, ma le scelte miopi di chi governa senza visione, con la clava dei dazi in una mano e la pistola delle sanzioni nell’altra.

I cinque referendum per la salute della democrazia

Un argine popolare contro la deriva autoritaria

Introduzione: Una democrazia sotto assedio

Viviamo tempi bui. La democrazia, quella reale, fatta di diritti, dignità e partecipazione popolare, è sotto attacco come mai prima d’ora dal dopoguerra. Non è un colpo di Stato militare, non ci sono carri armati nelle strade: è un logoramento silenzioso, un veleno che agisce lentamente, smontando i pilastri della Repubblica nata dalla Resistenza.

L’attacco silenzioso dei poteri finanziari

La data spartiacque è il 28 maggio 2013, quando la banca d’affari americana JP Morgan pubblica un documento che passerà alla storia non per i numeri, ma per le parole. Scrivono gli analisti: le Costituzioni nate dopo la caduta del fascismo, soprattutto in Italia, Portogallo, Grecia e Spagna, sono un ostacolo. Perché? Perché difendono i lavoratori, tutelano la protesta sociale, limitano il potere degli esecutivi.

Quel documento non era solo un’analisi economica: era un manifesto politico. Da quel momento, l’agenda neoliberista ha puntato dritta a scardinare i principi costituzionali nati dall’antifascismo.

L’avanzata di un nuovo autoritarismo

Negli ultimi anni, quel disegno si è fatto legge. La cancellazione dell’articolo 18 con il Jobs Act, la precarizzazione selvaggia dei contratti a termine, la riduzione delle tutele per i lavoratori delle piccole imprese, l’impunità per le imprese appaltanti in caso di incidenti sul lavoro. E oggi, a completare l’opera, arrivano il Premierato forte, la riforma della giustizia e l’autonomia differenziata: un progetto che punta a concentrare il potere nelle mani di pochi e a dividere il Paese tra regioni ricche e regioni povere.

Cinque referendum per la dignità e la democrazia

Contro questa deriva si levano i cinque referendum promossi dalla CGIL. Non sono solo richieste sindacali, ma un vero atto di resistenza democratica.

  1. Ripristino dell’Articolo 18

Lo Statuto dei lavoratori del 1970 portò la Costituzione dentro le fabbriche. La sua demolizione ha trasformato i lavoratori in merce usa e getta. Il referendum chiede di restituire stabilità e dignità al lavoro.

  1. Tutela nelle piccole imprese

Oggi chi lavora in aziende con meno di 15 dipendenti ha meno diritti. Un’ingiustizia che il referendum vuole cancellare.

  1. Stop alla precarietà

La liberalizzazione dei contratti a termine ha moltiplicato la precarietà, rendendo insicura la vita di milioni di persone. Il referendum vuole tornare a un lavoro stabile, che permetta di progettare il futuro.

  1. Sicurezza sul lavoro

Ogni giorno in Italia muoiono in media tre persone sul lavoro. Il referendum mira a estendere la responsabilità anche all’impresa appaltante, ponendo fine all’impunità e agli appalti al massimo ribasso sulla pelle dei lavoratori.

  1. Inclusione e cittadinanza

Il quinto quesito chiede di favorire l’inclusione dei lavoratori immigrati, perché senza diritti per tutti, la democrazia è un guscio vuoto.

Non solo lavoro: un progetto di restaurazione autoritaria

I referendum non sono un’iniziativa isolata. Sono l’argine che si oppone a un progetto ben più ampio: smantellare la partecipazione popolare, dividere il Paese con l’autonomia differenziata, concentrare tutto il potere nelle mani di un Premier eletto direttamente, ridurre al silenzio le opposizioni e criminalizzare il dissenso.

È la stessa logica che guida le leggi sulla sicurezza, che colpiscono chi protesta e chi lotta per i diritti. Una logica che oggi mette in discussione la Costituzione stessa.

La memoria che ci chiama: Reggio Emilia, 1960

Sessantacinque anni fa, un governo tentò di riportare al potere le forze sconfitte dalla storia. Fu il movimento dei lavoratori a fermarlo, pagando un prezzo di sangue con i sette morti di Reggio Emilia.

Oggi, come allora, spetta ai lavoratori, agli studenti, ai cittadini consapevoli difendere la democrazia. Perché chi lavora non difende solo il salario, ma l’interesse generale.

Conclusione: Un voto che vale davvero

Questi referendum sono un’occasione rara. Non si tratta di scegliere un partito, ma di riaffermare un principio: la democrazia vive solo se il lavoro è tutelato, se il dissenso è garantito, se i diritti sono universali.

Il potere vuole convincerci che siamo spettatori impotenti. Ma la storia insegna che, quando il popolo decide di rialzarsi, nessun potere può fermarlo.

«Di nuovo come un tempo sopra l’Italia intera, fischia il vento, infuria la bufera…»
È tempo di rispondere a quella bufera.

Dal Recovery al Riarmo: il grande inganno dei fondi europei

Tra ritardi sospetti e decisioni già scritte, l’ombra di una strategia deliberata dietro il fallimento del PNRR. Dalla ricostruzione promessa alla corsa agli armamenti: quando il denaro pubblico smette di servire i cittadini per alimentare l’industria bellica.

C’è un filo sottile, quasi invisibile, che unisce le decisioni prese nei palazzi del potere e le strategie che si svelano solo a posteriori, quando i giochi sembrano ormai fatti e le carte già distribuite. La vicenda del PNRR italiano e la recente decisione europea di dirottare fondi strutturali e di coesione verso le industrie del riarmo ne sono un esempio lampante. Un esempio che solleva domande scomode e dubbi legittimi, che vale la pena affrontare senza preconcetti ma con sguardo critico.

La svolta del riarmo europeo

Nei giorni scorsi, la Commissione Europea ha annunciato una revisione senza precedenti dei criteri di utilizzo dei Fondi europei di sviluppo regionale (FESR), estendendo la possibilità di finanziamento anche alle grandi imprese strategiche, in particolare a quelle operanti nel settore della difesa. Una decisione che, dietro l’alibi del “mutato quadro geopolitico” e della necessità di garantire la sicurezza collettiva, rappresenta in realtà un ribaltamento dei principi fondativi della coesione europea: non più priorità a riduzione delle disuguaglianze, inclusione sociale o transizione ecologica, ma risorse destinate all’industria bellica, alla mobilità militare e alla produzione di armi.

Fitto, il commissario italiano, ha provato a rassicurare: “Non useremo questi fondi per comprare armi.” Ma la realtà è che quei soldi, che dovevano servire per scuole, ospedali, infrastrutture civili e inclusione sociale, serviranno a potenziare le linee produttive di Leonardo, Rheinmetall, Iveco Defence e delle grandi fabbriche d’armi europee. Un giro di denaro colossale, che muove in prospettiva 800 miliardi di euro in quattro anni, quasi quanto la spesa militare annua degli Stati Uniti.

L’ipotesi scomoda: un ritardo “programmato”

A questo punto si inserisce un dubbio che appare irragionevole solo a chi preferisce non farsi domande. È possibile che i clamorosi ritardi nell’attuazione del PNRR in Italia — quei fondi che dovevano rilanciare il Paese dopo la pandemia — non siano stati solo il frutto di inefficienze, burocrazia e incapacità politica? È possibile che, dietro il balletto di piani non approvati, progetti bloccati e fondi non spesi, ci sia stato un calcolo politico freddo e razionale?

L’ipotesi, certo, non poggia su prove certe. Ma alcuni segnali inquietanti fanno riflettere. È curioso che proprio ora, a giochi quasi chiusi, quei 90 miliardi di euro che l’Italia rischiava di perdere perché “non riusciva a spenderli” possano essere tranquillamente riprogrammati per la produzione di armi. È lecito domandarsi se il ritardo nel mettere a terra i progetti del PNRR non sia stato favorito, o quantomeno tollerato, per arrivare esattamente a questo punto: liberare risorse per indirizzarle verso un settore che, negli ultimi due anni, ha scalato le priorità politiche europee.

Le decisioni prese altrove e molto prima

Quando la Commissione europea giustifica questa svolta con il “mutato quadro geopolitico”, finge di scoprire oggi qualcosa che, in realtà, si decideva già ieri. La guerra in Ucraina dura da oltre tre anni. Gli Stati Uniti e i principali Paesi NATO avevano già da tempo chiesto agli alleati europei un massiccio aumento delle spese militari. I mercati finanziari, che non si muovono mai senza informazioni privilegiate, hanno fatto schizzare le azioni di Rheinmetall, Leonardo, Thales e Bae Systems ben prima degli annunci ufficiali. Chi lavora nelle stanze dei bottoni sapeva già tutto da tempo.

Dal welfare alla guerra: la grande sostituzione

Così, nell’arco di pochi anni, abbiamo assistito alla metamorfosi del Next Generation EU, nato come piano di ricostruzione e resilienza dopo la pandemia, in un gigantesco piano di riarmo chiamato — con un’abile operazione di maquillage linguistico — Readiness 2030. È la storia di un tradimento politico annunciato: soldi promessi ai cittadini per ricostruire un futuro di diritti, benessere e giustizia sociale, dirottati silenziosamente verso l’industria della guerra.

Il vero obiettivo non era mai stato la coesione sociale, ma la coesione militare. Il PNRR, con tutti i suoi ritardi e le sue inefficienze, potrebbe allora apparire come un cavallo di Troia perfettamente riuscito. Un meccanismo che ha tenuto in stand-by investimenti cruciali, per poi riversarli, al momento opportuno, nell’unico settore che oggi pare garantire “posti di lavoro” e “competitività industriale”: quello delle armi.

Un dubbio necessario

Questa, sia chiaro, è solo un’ipotesi, un dubbio irragionevole forse, ma necessario. Perché quando le decisioni dei governi sembrano inspiegabili, quando i ritardi si sommano e le priorità si capovolgono, bisogna sempre guardare oltre la superficie, seguire il denaro e chiedersi: cui prodest?

In fondo, come insegnava Seneca, “nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa dove andare”. Ma a ben vedere, forse qualcuno la rotta l’aveva tracciata da tempo. E oggi stiamo solo vedendo dove ci sta portando.

Gaza: l’Europa complice del massacro

Mentre l’Europa gioca alla guerra in Ucraina e si inchina agli interessi delle lobby, in Palestina si consuma un genocidio in diretta. Il silenzio complice delle democrazie occidentali grida più forte delle bombe.

Il massacro di Gaza svela il vero volto dell’Unione Europea: suddita degli interessi economici e militari, cieca davanti ai crimini contro l’umanità. È tempo di costruire un Fronte Ampio per la pace e la giustizia sociale.

Mentre i riflettori della stampa occidentale sono puntati, con ossessiva monotonia, sui teatrini strategici di Bruxelles e Parigi, l’odore acre della polvere da sparo e della carne bruciata torna a salire dal Mediterraneo. Ci distraggono con un’Europa che non esiste più, agitano lo spauracchio di un esercito comune, della deterrenza nucleare, delle truppe europee in Ucraina, scenari da fantapolitica funzionali soltanto a nascondere la verità: l’Unione Europea non ha alcun progetto di pace, ma si è trasformata nell’ancella dell’economia di guerra.

La guerra in Ucraina è diventata un teatro infinito, senza obiettivi strategici, una macchina insaziabile di profitti per i mercanti d’armi e le élite transnazionali. Un conflitto che divora risorse pubbliche mentre i salari stagnano, l’agricoltura muore, le piccole imprese chiudono, il welfare viene smantellato e i popoli vengono trattati come sudditi di un ordine economico violento e predatorio. È la guerra del capitale contro il lavoro, della finanza contro la società, dell’1% contro il restante 99% che subisce, vota chi lo tradisce o, più spesso, rinuncia a votare.

Ma mentre l’Europa recita la farsa della libertà, in Medio Oriente si consuma, senza sipari e senza retorica, la tragedia più cruda del nostro tempo. Israele ha violato l’ennesimo cessate il fuoco, bombardando Gaza e lasciando sul terreno altri 750 cadaveri di civili inermi. Le cancellerie europee si sono affrettate a recitare la solita litania ipocrita: «Condanniamo, ma Israele ha diritto di difendersi». Un diritto alla difesa che nella realtà si è tradotto, dal 1967 a oggi, nell’occupazione militare illegale, nell’assedio criminale di Gaza, nell’apartheid in Cisgiordania, nei bombardamenti su Siria e Libano, nella costante minaccia contro l’Iran, nel disprezzo sistematico del diritto internazionale e delle risoluzioni ONU.

A confermare la natura criminale e terroristica di questa guerra d’assedio è giunta, nei giorni scorsi, una notizia che dovrebbe scuotere ogni coscienza: la Mezzaluna Rossa Palestinese ha annunciato di aver recuperato i corpi di 14 soccorritori dispersi da una settimana a Rafah. Uomini e donne che portavano soccorso tra le macerie, sterminati deliberatamente dall’esercito israeliano che ha ammesso di aver aperto il fuoco contro le ambulanze, dichiarandole “veicoli sospetti”. Tra i corpi recuperati, anche quello di Anwar Abdel Hamid al-Attar, capo della missione di soccorso, crivellato e smembrato. Un crimine infame, un massacro pianificato e deliberato di personale sanitario protetto dal diritto umanitario internazionale, in violazione flagrante delle Convenzioni di Ginevra.

Eppure, nessuno tra quei politici che invocano sanzioni contro la Russia ha mai proposto un embargo verso Tel Aviv. Nessuno ha mai chiesto, con la stessa veemenza, il riconoscimento dello Stato di Palestina. Nessuno ha imposto sanzioni economiche, diplomatiche o militari contro uno Stato che pratica quotidianamente l’occupazione e la pulizia etnica. La stessa Italia, per bocca della Presidente del Consiglio, si è spinta a dichiarare che ignorerebbe un eventuale mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale contro Netanyahu. È la resa definitiva al diritto del più forte, alla legge del mercato delle armi e delle alleanze.

Israele si proclama “Stato ebraico” ma chiama in causa, per giustificare i suoi crimini, un intero popolo che nulla ha a che fare con i bombardamenti di Rafah o con le distruzioni a Khan Yunis. Non è l’ebraismo ad assediare Gaza, ma un regime coloniale e suprematista che usa l’olocausto come alibi per perpetrare un nuovo genocidio. Le università americane che osano gridare questa verità vengono represse. Le voci ebraiche che osano ribellarsi vengono silenziate. L’Europa si rifugia nella propria codardia storica, trasformando il senso di colpa per l’Olocausto nella giustificazione di nuovi massacri.

Il massacro di Gaza è un genocidio in diretta, sotto gli occhi di un’Europa che ha tradito ogni principio di umanità e giustizia, piegata agli interessi delle lobby e dei loro intellettuali organici, pronti a esaltare i valori democratici mentre calpestano ogni giorno la vita di un popolo cancellato.

È urgente, oggi più che mai, costruire un Fronte Ampio, popolare e transnazionale, che unisca le forze della pace, della giustizia sociale, dell’antifascismo e dei diritti contro questo neoliberismo genocida che devasta terre, popoli e futuro. Solo uniti potremo fermare questa macchina di morte che, dall’Ucraina a Gaza, ci trascina verso il baratro.

Quando gli insulti fanno piazza: la riscossa identitaria del Movimento 5 Stelle

Ci sono momenti in politica in cui le accuse degli avversari diventano la miglior campagna elettorale. È quello che sta accadendo al Movimento 5 Stelle in vista del corteo del 5 aprile a Roma. Una manifestazione che, nelle intenzioni degli organizzatori, dovrebbe rappresentare un chiaro «no» all’escalation bellicista e alla folle corsa al riarmo che attraversa l’Europa. Ma che, nei fatti, sta già diventando molto di più: un’occasione di rilancio identitario, di riscoperta di un protagonismo politico che sembrava smarrito.

Il paradosso è evidente: più gli avversari attaccano, più il Movimento si rafforza. Le parole del ventriloquo Carlo Calenda, nel pieno di una crisi mistica da possessione per la presenza della Giorgia nazionale, – che ha auspicato senza mezzi termini «la cancellazione dei Cinque Stelle» – sono diventate il detonatore di una mobilitazione che supera ogni previsione. Non solo i cinquemila manifestanti già certi, ma un numero che potrebbe triplicare grazie a un sentimento diffuso di rivalsa. Perché nulla compatta come l’insulto, nulla galvanizza come l’essere messi all’angolo dal sistema politico e mediatico.

Il Movimento 5 Stelle sta così ricostruendo, mattone dopo mattone, la sua vecchia narrazione: quella del partito contro tutti, della forza antisistema che sfida i poteri costituiti. E poco importa se negli anni abbia governato, stretto alleanze, ceduto su molte delle sue promesse originarie. Oggi Conte e i suoi cavalcano di nuovo lo spirito dell’assedio, sapendo che lì, in quello spazio di conflitto e marginalità, possono tornare ad aggregare consenso.

Non si tratta soltanto di opposizione al riarmo o alle politiche europee sulla sicurezza: dietro la piazza del 5 aprile c’è una precisa strategia di occupazione dello spazio politico che il Partito Democratico non riesce o non vuole presidiare. Quel fronte ampio e popolare fatto di sindacati, associazioni, intellettuali, militanti pacifisti e semplici cittadini che non si riconoscono né nella retorica atlantista né nell’ortodossia neoliberista.

Lo dimostrano le adesioni illustri all’appello pubblicato dal Fatto Quotidiano: firme autorevoli come Luciana Castellina, Luigi Ferrajoli e Gian Giacomo Migone, seguite da oltre 150 intellettuali, giornalisti, attivisti. Un endorsement che non è solo politico, ma culturale: la sinistra che non trova casa nelle stanze del Partito Democratico guarda al M5S come all’unico argine possibile contro l’omologazione bellicista.

Indicativa anche la presenza annunciata di Michele Santoro, così come la partecipazione di Azione Civile di Antonio Ingroia, Rifondazione Comunista. E, sullo sfondo, la silenziosa assenza di Elly Schlein, stretta tra le sue contraddizioni interne, e quella più rumorosa di Maurizio Landini, che segna la distanza dei grandi apparati sindacali da questa piazza “autarchica”.

Il paradosso è tutto qui: mentre il Movimento si prepara a sedersi ai tavoli di coalizione per le prossime elezioni regionali, nelle strade si ricompatta su un’identità di lotta che lo rende, almeno per un giorno, autosufficiente e protagonista. È la vecchia strategia del conflitto come collante, dell’insulto come carburante politico.

Virginia Raggi lo ha detto senza mezzi termini: «Siamo la maggioranza degli italiani, anche se ci etichettano come pacifinti o filoputiniani». Una frase che, al di là dell’enfasi, coglie il senso profondo di questa mobilitazione: l’intenzione di occupare uno spazio che la sinistra ufficiale ha abbandonato e che la destra non potrà mai conquistare.

Il corteo del 5 aprile sarà dunque molto più di una marcia contro la guerra. Sarà la prova che, nella politica italiana, le etichette affibbiate dai salotti sono spesso il preludio a un ritorno sulla scena. Che l’autarchia identitaria, in tempi di crisi e di guerra, può ancora diventare un’arma potente.