Dal Superbonus al Superbluff: il grande inganno contabile di un governo senza visione

Per mesi hanno raccontato la favola nera di un’Italia travolta da una “voragine” nei conti pubblici, colpa — si diceva — del Superbonus 110%. Un Vajont fiscale, un disastro annunciato, un’eredità tossica lasciata dai governi precedenti. Eppure, la realtà — come spesso accade — è molto più ostinata della propaganda.

Standard & Poor’s, una delle tre principali agenzie di rating internazionali, ha appena fatto ciò che non accadeva da 23 anni: ha alzato il giudizio sul debito sovrano italiano, portandolo da BBB a BBB+. Una promozione figlia proprio di quel provvedimento così vituperato, il Superbonus, varato nel pieno della crisi pandemica dal governo Conte. Altro che bomba a orologeria: fu una leva espansiva, un volano di crescita, un’azione anticiclica concreta che ha rilanciato il settore edilizio, ridotto la disoccupazione e rafforzato il PIL. I conti pubblici — dicono gli analisti — reggono meglio quando si sostiene la crescita, non quando si insegue ossessivamente un saldo di bilancio sterile e senza orizzonte.

E allora viene da chiedersi: dove sono finite le sirene dell’allarme? Dov’è la valanga? La stessa S&P ammette che l’impatto del Superbonus è contenuto, gestibile e in diminuzione. Il debito scende, l’avanzo commerciale è robusto, la posizione netta sull’estero è positiva. Una smentita sonora a chi ha costruito un racconto tossico, utile solo a screditare ciò che funzionava per non dover costruire nulla di nuovo.

Il bluff dei tecnici e l’economia della stagnazione redistribuita

Questo governo ha eretto la contabilità a religione, ma ha dimenticato l’economia reale. Redistribuisce briciole di bilancio senza visione, mentre taglia su sanità, scuola, welfare, cultura. Resta immobile nel mezzo della tempesta, armato solo di ragionieri e slogan. Ha svuotato di senso ogni politica industriale, ignorato il potenziale di misure come il Superbonus, e scelto la via della regressione sociale camuffata da prudenza finanziaria.

La verità è che un governo senza visione teme ciò che non controlla. E nulla è più incontrollabile — per chi vive di rendite e consensi — di un popolo che comincia a respirare. Il Superbonus, con tutti i suoi limiti, ha mostrato che lo Stato può essere leva, non solo gendarme. Può costruire, non solo punire. Ma chi oggi ci governa preferisce un Paese sedato a un Paese in cantiere.

Dalla casa al lavoro: la doppia verità della dignità negata

Se l’edilizia ha conosciuto una ripartenza, il lavoro continua a precipitare in un baratro silenzioso. Il recente rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro è impietoso: l’Italia è l’unico Paese del G20 in cui i salari reali sono crollati costantemente dal 2008. Si lavora di più, si guadagna di meno. È il trionfo della precarietà istituzionalizzata, del lavoro svuotato di dignità, del potere contrattuale polverizzato.

Dal Jobs Act all’abolizione dell’articolo 18, dai contratti a tutele crescenti alle false partite IVA, ogni intervento degli ultimi trent’anni ha avuto un unico scopo: rendere il lavoratore ricattabile. Un ingranaggio muto, piegato alla logica del profitto, incapace di conflitto. La disoccupazione non serve più come leva per schiacciare i salari: basta aver tolto la voce a chi lavora.

L’8 e 9 giugno: un voto per la riconquista

In questo scenario, il referendum promosso dalla CGIL per l’8 e 9 giugno rappresenta un bivio storico. È molto più di una consultazione tecnica: è un’occasione politica per dire basta. Per rivendicare la centralità del lavoro contro le logiche del profitto. Per abrogare norme ingiuste e umilianti, e rimettere al centro la dignità delle persone.

Cinque quesiti per cinque ferite aperte: l’abrogazione del contratto a tutele crescenti, il ripristino della reintegrazione per i licenziamenti illegittimi, la cancellazione del tetto massimo di indennizzo, la limitazione dell’uso abusivo dei contratti a termine, e la responsabilità solidale negli appalti per la sicurezza sul lavoro. Non sono dettagli. Sono la mappa per uscire dal deserto.

Lotta o resa: non ci sono alternative

Oggi l’Italia è un Paese che celebra la stabilità dell’impiego mentre affonda nella povertà del lavoro. Un Paese che ha smesso di lottare e si limita a sopravvivere. Ma senza conflitto, non c’è trasformazione. E senza trasformazione, non c’è futuro.

Il tempo della narrazione è finito. È l’ora della scelta. Servono parole nuove, ma soprattutto azioni nuove. Serve un’alleanza sociale tra chi ha costruito muri e chi oggi viene murato vivo nel silenzio della precarietà. Serve tornare a dire “noi”, ricostruendo dal basso una società che ha smesso di guardarsi negli occhi.

Il Superbonus ci ha insegnato che si può investire per crescere. Il referendum ci ricorda che si può votare per resistere. In mezzo, c’è la nostra responsabilità. Perché una casa senza lavoro è una prigione. Ma un lavoro senza diritti è solo una casa in fiamme.

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