C’è un confine sottile, quasi impercettibile, che separa una democrazia imperfetta da una democratura compiuta. In Italia, quel confine sta svanendo. E lo fa nel silenzio assordante delle istituzioni e con il fragore dei manganelli, delle urla di sopraffazione, dei tesserini sbattuti in faccia a chi osa opporsi. Un caso su tutti: Marco, 23 anni, picchiato a Roma da due agenti fuori servizio dopo un banale scambio verbale. Il tesserino come scudo, il pugno come firma. E lo Stato? Muto. Immobile. Complice.
Il nuovo Decreto Sicurezza, entrato in vigore l’11 aprile 2025, non è che l’ennesimo tassello di un mosaico repressivo costruito con cura chirurgica. Una chirurgia della paura, che non cura le ferite sociali, ma le infetta. Un decreto che, secondo l’Associazione Italiana dei Professori di Diritto Penale, rappresenta un uso “simbolico” del diritto penale, un’arma retorica che trasforma il dissenso in crimine e la marginalità in colpa.
Una Costituzione sotto assedio
Quattordici nuove fattispecie di reato, pene inasprite per almeno altri nove, molte delle quali rivolte non a criminali incalliti ma a cittadini, spesso giovani, precari, studenti, manifestanti. La sproporzione è evidente: sette anni di carcere per chi occupa abusivamente un immobile, la stessa pena prevista per un omicidio sul lavoro. Non è solo un’ingiustizia: è un messaggio. Un codice penale che diventa codice di guerra contro i poveri.
E lo strumento? Ancora una volta la decretazione d’urgenza, aggirando il Parlamento, svuotandolo, umiliando il dibattito democratico. La Corte Costituzionale è stata chiara: l’urgenza non può diventare la norma. Eppure, nel nostro Paese, l’eccezione è ormai prassi. E le prassi fanno i regimi.
La violenza che indossa la divisa
Il caso di Marco non è un’eccezione. È sintomo di un corpo malato. E non si può più parlare di “mele marce”. Il marciume è sistemico. Lo dimostrano i continui episodi di abusi, di pestaggi, di impunità. Lo dimostra il silenzio delle questure, la retorica del “difendiamo gli agenti”, il sostegno legale garantito dal ministero fino a 10.000 euro a testa, anche quando l’agente è imputato per aver picchiato un cittadino inerte. Un paradosso tragico: lo Stato paga la difesa di chi ha violato la legge, ma lascia sole le vittime, i testimoni, i corpi martoriati.
E che dire del poliziotto in servizio alla manifestazione pro Palestina a Milano, fotografato con una felpa recante un simbolo riconducibile all’estrema destra polacca? La Duma Narodowa, il “pride” nazionalista con inquietanti ascendenze neonaziste. Un agente, in servizio d’ordine, con addosso un emblema che grida odio, che insulta la Costituzione che dovrebbe difendere. Reazione della questura? Un’indagine interna. Reazione dello Stato? Zero.
Il manganello come politica pubblica
Questo decreto, in fin dei conti, non nasce dal nulla. È figlio di una visione distorta della sicurezza, che ignora le radici sociali del disagio e preferisce reprimere invece che comprendere. Come denunciato dai giuristi, il carcere viene evocato come unica soluzione. E se non basta, si criminalizzano perfino le donne incinte, le madri con figli piccoli, senza prevedere strutture adeguate né alternative reali. Il risultato? Sovraffollamento, suicidi, disperazione. E un diritto penale che punisce prima ancora di giudicare.
Beccaria l’aveva capito più di due secoli fa: non è il numero delle pene, ma la certezza della loro giustizia a rendere sicura una società. Ma oggi, in Italia, lo Stato preferisce illuminare la notte con la luce sinistra del potere, anziché con quella della cultura, dell’educazione, dell’inclusione.
Non più Stato di diritto, ma diritto di Stato
Ci stiamo avviando verso uno Stato di polizia, dove la repressione è prassi, il dissenso un crimine, e la democrazia una maschera. Le forze dell’ordine dovrebbero essere presidio di legalità e garanzia per i cittadini. Ma se diventano strumento di intimidazione, se si trasformano in scudo dell’arbitrio, se si nascondono dietro tesserini usati come lasciapassare per l’impunità, allora la Repubblica ha un problema. Un problema grande. Sistemico. Strutturale.
È tempo di una pulizia democratica. Non in senso punitivo, ma rigenerativo. Una pulizia fatta di formazione, controllo, trasparenza. Una riforma profonda che ristabilisca un principio semplice e potente: la divisa non è un lasciapassare per la violenza, ma un vincolo di responsabilità. E chi la indossa deve rispondere prima di tutto al popolo sovrano, non ai comandi ciechi di un’autorità che ha smarrito il senso del limite.
La sicurezza non si garantisce con il manganello, ma con la giustizia sociale. Non con l’impunità degli agenti, ma con la fiducia dei cittadini. Non con la paura, ma con la dignità.
Finché potremo scrivere, denunciare, raccontare, lo faremo. Ma sappiate che la notte sta scendendo. E chi non urla oggi, domani non potrà nemmeno sussurrare.