Per un nuovo senso comune. Contro l’indifferenza, la propaganda e la disumanità: la sfida dei referendum

C’è un vento gelido che attraversa la democrazia italiana, una corrente d’aria stagnante che odora di resa, indifferenza e paura. Luigi Ferrajoli lo ha definito senza mezzi termini come «il crollo del senso morale a livello di massa». Eppure non è solo una questione morale, è politica fino in fondo. È l’incapacità strutturale delle nostre istituzioni, e di chi oggi le governa, di rappresentare la società reale. La spaccatura tra il potere e la comunità si è fatta crepa, voragine, abisso.

Nel mezzo di questo abisso si muove una maggioranza parlamentare forte solo dell’astensione popolare. Governa con meno del 25% del corpo elettorale, mentre il restante 75% si divide tra opposizione dispersa e masse di ex elettori, lavoratori e cittadini impoveriti, che hanno smesso di credere nella politica. È l’Italia della Rust Belt mediterranea, quella che un tempo si stringeva attorno ai valori della sinistra, dei sindacati, della Costituzione, e che oggi si attacca ai messaggi securitari e razzisti del potere dominante. È un’Italia smarrita, affaticata, logorata da quarant’anni di neoliberismo che hanno svuotato il lavoro di diritti e la cittadinanza di significato.

La globalizzazione dell’indifferenza: Gaza, Lampedusa, Almasri

Gli effetti di questa crisi non si misurano solo con le statistiche, ma con gli occhi sbarrati dei bambini sotto le bombe a Gaza, con i corpi annegati a pochi metri da Lampedusa, ignorati dai notiziari e dalla politica. È l’indifferenza istituzionalizzata, che diventa normalità. Il genocidio del popolo palestinese, a cui l’Europa continua a rispondere con silenzi compiaciuti, e il naufragio dimenticato nel Mediterraneo non sono eventi isolati, sono il sintomo di una caduta profonda. Un abisso etico, prima ancora che politico.

Nel 2013, papa Francesco parlava di “globalizzazione dell’indifferenza” proprio a Lampedusa. Oggi quella formula non è più solo una denuncia, è una radiografia fedele dell’Occidente: un mondo che ha smesso di provare compassione, che distingue il valore della vita in base al colore della pelle, alla nazionalità, alla rendita utile o meno al sistema economico.

E quando in Parlamento si discute della liberazione di un torturatore come Almasri, comandante libico accusato di crimini disumani, e il ministro Nordio non mostra neppure un’ombra di pietà per le vittime, si comprende quanto il potere abbia introiettato quella disumanità. Peggio: quanto ne abbia fatto dottrina di governo.

I referendum come occasione: dignità del lavoro e cittadinanza come diritti fondanti

In questo contesto, i cinque referendum promossi da CGIL e altre realtà sindacali e civiche appaiono come un barlume di risveglio. Non sono solo quesiti giuridici. Sono tentativi di ricostruzione di senso, semi di una possibile rinascita democratica.

Tre riguardano il lavoro: ripristino delle tutele contro i licenziamenti illegittimi (l’articolo 18 demolito dal Jobs Act), stop ai contratti precari, responsabilità delle aziende nella catena degli appalti e subappalti. Quest’ultimo punto è fondamentale: perché è lì, nella giungla degli appalti al ribasso, che si muore più spesso, che si sfruttano gli immigrati irregolari, che il lavoro torna ad essere servitù. Il profitto come unico valore ha prodotto lavoro senza diritti, senza sicurezza, senza futuro.

Due quesiti riguardano la cittadinanza: abbreviare il tempo necessario per ottenerla e garantire ai figli dei migranti nati e cresciuti in Italia ciò che è già loro di fatto. In un paese in cui si grida contro l’immigrazione ma si sfruttano i migranti nei campi e nei cantieri, questo referendum rappresenta la possibilità di riscrivere la narrazione collettiva, rifiutando il paradigma securitario per abbracciare quello della giustizia sociale.

La crisi della rappresentanza e il voto come atto rivoluzionario

Chi governa teme questi referendum. E non solo per il merito dei quesiti. Li teme perché possono risvegliare ciò che oggi è addormentato: la partecipazione popolare, l’autodeterminazione democratica, il conflitto. Per questo li affronteranno con l’unico strumento che conoscono: la propaganda.

Una propaganda che oscura, semplifica, mistifica. Lo ha già fatto con il Jobs Act (“serve a creare lavoro”), con la cittadinanza (“non possiamo regalarla a tutti”), con i migranti (“ci invadono”). Lo farà ancora. Confiderà nell’astensionismo, nella rassegnazione, nel cinismo costruito in anni di campagne mediatiche tossiche.

Ma il referendum è, per definizione, una breccia nel muro. È l’unico strumento che consente al popolo di decidere direttamente su questioni fondamentali, scavalcando i partiti, gli interessi, le lobby. È democrazia diretta. È Costituzione vivente.

Ricostruire un nuovo umanesimo

Per tutto questo, i referendum sono anche una sfida culturale. Perché non ci sarà cambiamento giuridico senza un cambiamento del senso comune. La politica non basta, serve un nuovo umanesimo. Serve la voce della scuola, dell’università, dell’arte, del cinema, della ricerca, del giornalismo indipendente. Serve un lavoro capillare che smascheri le menzogne e riscopra la verità delle cose. La verità che il lavoro senza diritti è schiavitù. Che la cittadinanza non si nega per strategia elettorale. Che le vite dei poveri, dei migranti, degli invisibili valgono quanto le nostre.

La Costituzione è ancora la nostra stella polare

Nel 1948, l’Italia seppe scrivere una Costituzione che fu al tempo stesso atto fondativo e promessa di giustizia. Oggi quella promessa è in frantumi, ma non è perduta. Il voto dell’8 e 9 giugno è molto più di una scelta tecnica. È una dichiarazione d’intenti. È la possibilità di dire: noi ci siamo. Vogliamo una società in cui il lavoro sia tutelato, in cui nessuno sia invisibile, in cui la cittadinanza non sia una frontiera, ma un ponte.

È il momento di scegliere. Non tra destra e sinistra, ma tra umanità e barbarie.

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