Trump all’ONU: tra veti, fossili e fantasmi del declino occidentale

L’ennesimo show di Donald Trump, questa volta sul palco delle Nazioni Unite, va letto come una sorta di manifesto dell’America del presente, più che come l’estemporanea di un leader folkloristico. Dietro le battute da immobiliarista e i siparietti sull’arredamento del Palazzo di Vetro, Trump ha rispolverato tutti i mantra del trumpismo: il sovranismo protezionista, l’avversione per ogni istituzione multilaterale e la difesa muscolare degli interessi nazionali – anche a costo di passare sopra ai diritti umani e al buon senso.

Un’America isolata che detta legge

Nel suo intervento, il presidente americano ha confermato la linea dura che lo distingue: chiusura verso l’ONU, accusata di essere inefficace e “inutile” (“scrive lettere, ma le parole non risolvono i conflitti”), e ancora più ostilità verso chiunque provi a proporre una mediazione internazionale. Il paradosso è che Trump rivendica di aver “fermato sette guerre”, ma lo fa proprio mentre – col veto statunitense – blocca qualsiasi tentativo di pace in Palestina e mantiene un atteggiamento ambiguo sul conflitto Russia-Ucraina.

La Palestina come arma retorica e la complicità Usa con Tel Aviv

Sulla Palestina, il copione non cambia. Di fronte al riconoscimento formale dello Stato di Palestina da parte di diversi Paesi europei, Trump liquida tutto con una battuta velenosa: “Un favore ad Hamas”, ribaltando la realtà dei fatti e ignorando deliberatamente la catastrofe umanitaria in corso a Gaza. Non una parola sulle responsabilità di Israele o sul diritto dei palestinesi a esistere come popolo e come Stato. Del resto, gli Stati Uniti hanno sempre usato il loro potere di veto per proteggere Israele, impedendo ogni risoluzione ONU che provi anche solo timidamente a censurare le azioni di Tel Aviv. Trump, che ama definirsi “l’uomo della pace”, in realtà si conferma il primo sponsor delle guerre per procura e della distruzione sistematica dei diritti dei popoli sotto occupazione.

Migrazioni, Europa e la minaccia fantasma

Altro pilastro del discorso è l’attacco alle migrazioni: “invasione” secondo Trump, origine di tutti i mali del Vecchio Continente. La narrazione è sempre la stessa: l’Europa sarebbe destinata alla rovina a causa di una supposta “debolezza morale” e della scelta suicida di “confini aperti”. I migranti diventano il capro espiatorio perfetto per spiegare ogni crisi sociale, politica ed economica che attraversa l’Europa. Trump non perde occasione per lodare modelli autoritari come quello del Salvador di Bukele, evocando una specie di “paradiso dell’ordine” ottenuto a colpi di espulsioni e repressione.

Rivoluzione energetica? No, grazie: il fossile è di casa

Non meno chiaro è l’attacco feroce alle politiche ambientali. Trump liquida la rivoluzione verde come “la più grande truffa mai messa in atto”, fedele alla lobby dei combustibili fossili che ha sempre sostenuto la sua ascesa politica. Non è una sorpresa: dietro le sue sparate anti-green si nasconde il disegno di mantenere l’America e il mondo dipendenti da petrolio, gas e carbone. E così, mentre l’ONU cerca disperatamente di convincere i grandi Paesi ad accelerare sulle rinnovabili, il presidente americano fa esattamente il contrario: “Se seguite le politiche verdi, finirete in bancarotta”. Una previsione che serve solo a difendere gli interessi delle grandi corporation energetiche, ignorando la realtà della crisi climatica e il destino delle prossime generazioni.

Russia, Ucraina e la coerenza a giorni alterni

Sul fronte russo-ucraino, Trump sfoggia una coerenza tutta sua: da un lato accusa Europa e NATO di “ipocrisia” perché continuano a comprare gas e petrolio da Mosca, dall’altro omette ogni autocritica sulle ambiguità americane nei rapporti con Putin, specie durante il suo primo mandato. Basta ricordare l’incontro in Alaska e le sue dichiarazioni ondivaghe sulla Crimea per capire che anche in questo caso la posizione è dettata dal calcolo del momento più che da una reale visione geopolitica.

Un Occidente sempre più diviso e impaurito

Il filo rosso che attraversa tutto il discorso è la paura: paura dell’altro, del nuovo, del cambiamento. L’America di Trump è una potenza che si chiude, che teme di perdere il suo primato e che, per reazione, preferisce il muro al dialogo, il fossile al rinnovabile, il veto alla diplomazia. Un’America che, anziché guidare il cambiamento, diventa prigioniera delle sue stesse paure e dei suoi interessi più miopi.

Il pericolo dell’ambiguità trumpiana

Dietro la maschera folcloristica di Trump si nasconde una strategia precisa: indebolire ogni tentativo di governance globale, riportare il mondo a una logica di “ognuno per sé”, rafforzare il potere degli Stati Uniti sulle macerie dell’ordine internazionale. Ma la verità, sotto gli occhi di tutti, è che questa America rischia di trascinare con sé nel declino l’intero Occidente, alimentando conflitti, crisi ambientali e nuove ondate di disuguaglianza e paura. E mentre il Palazzo di Vetro continua a oscillare tra crisi di identità e tentativi di riforma, il pericolo più grande resta quello di abituarsi a questo clima di perenne emergenza e di non reagire più.

Il ricatto incrociato: l’Europa minaccia Israele per salvare l’Ucraina, ma Trump non abbocca

Nel teatro geopolitico contemporaneo, lo scontro tra gli interessi degli Stati Uniti, le aspirazioni belliciste dell’Unione Europea e la resistenza russa si sta trasformando in un gioco di ricatti e bluff, in cui le carte si scoprono solo per lanciare segnali ambigui. L’ultima mano, in ordine di tempo, vede protagonista l’Europa che, con sorprendente cinismo, lascia filtrare un messaggio tanto esplicito quanto disperato all’amministrazione Trump: “Se abbandoni l’Ucraina, noi abbandoniamo Israele.”

Una minaccia velata, che più che un atto di forza, rivela una debolezza strutturale del progetto atlantista: l’incapacità dell’Europa di reggersi in piedi senza l’ombrello militare, finanziario e simbolico di Washington. Ma andiamo per gradi.

Trump e l’arte dello scaricabarile

Donald Trump, rieletto presidente degli Stati Uniti, ha subito imposto una linea netta nei rapporti con l’Ucraina: “Non regaliamo nulla, vendiamo armi. E la NATO paga.” Il suo entourage, a partire da J.D. Vance, è stato altrettanto chiaro: la difesa dell’Ucraina è compito europeo. Punto. Nessuna copertura ideologica, nessun appello all’eroismo democratico. Solo affari.

Non è un caso che, subito dopo l’incontro con i leader europei, Trump abbia telefonato a Putin nel cuore della notte, ignorando ogni forma di protocollo diplomatico. Il messaggio implicito? L’Europa non detta più l’agenda e la guerra può essere ricalibrata a Washington con un colpo di telefono, se e quando conviene.

L’Ucraina, da Stato fallito a laboratorio industriale bellico

Mentre l’asse atlantico perde coesione, l’Europa tenta disperatamente di mantenere vivo il conflitto per evitare di dover accettare l’inevitabile: una vittoria strategica russa sul campo e la conseguente umiliazione politica e finanziaria. In questo scenario si inserisce il “porcospino d’acciaio”, ovvero la trasformazione dell’Ucraina in un distretto produttivo bellico europeo.

Come evidenzia l’ISPI, l’interconnessione industriale tra Kiev e Bruxelles è ormai una realtà, anche se tenuta sotto traccia. Colossi come Rheinmetall e BAE Systems stanno aprendo fabbriche in Ucraina per sfruttare una capacità produttiva bellica sottoutilizzata. La guerra, insomma, diventa un’opportunità di investimento, e i corpi dei giovani ucraini – reclutati con metodi sempre più forzati – si trasformano in carburante umano per l’industria militare occidentale.

La trappola del cessate il fuoco (per riarmare Kiev)

Nel frattempo, le dichiarazioni ufficiali di pace da parte dei leader europei si rivelano per quello che sono: una manovra tattica per guadagnare tempo e rifornire l’Ucraina di armi e risorse. Il cancelliere tedesco Merz parla di “cessate il fuoco”, mentre Macron auspica un “forte esercito ucraino”. Persino Meloni richiama l’articolo 5 della NATO – quello sulla difesa collettiva – in modo strumentale.

Il Washington Post rivela che Francia e Gran Bretagna stanno pianificando l’invio di truppe in Ucraina, supportate dall’intelligence statunitense. Berlino “valuta l’opzione”. Tutto questo mentre Mosca ammonisce sull’inevitabilità di una “escalation incontrollata” nel caso di un intervento diretto europeo. Ma gli avvertimenti russi, come sempre, vengono ignorati.

Israele come moneta di scambio

Ed è qui che entra in gioco Israele. Per convincere Trump a non abbandonare l’Ucraina, le élite europee giocano la carta della pressione emotiva: l’Occidente potrebbe rivedere il suo sostegno incondizionato allo Stato ebraico. Un messaggio che sembra essere stato autorizzato ai massimi livelli.

Prova ne è il repentino cambio di tono della stampa mainstream europea. “La Repubblica”, notoriamente filo sionista, pubblica un’intervista a Nathan Thrall in cui si parla apertamente di pulizia etnica e disumanizzazione sistemica dei palestinesi. Il “Sole 24 Ore”, altro baluardo del governo genocidiario filo-israeliano, ospita un editoriale che ammette l’inutilità del riconoscimento della Palestina senza sanzioni contro Israele. In tutta Europa, da Le Monde a The Guardian, emergono titoli che certificano lo sterminio dei civili a Gaza e la crisi interna allo Stato ebraico, tra fuga dei giovani e carenza di soldati.

La tempistica di questa ondata mediatica non è casuale. Il messaggio a Trump è chiaro: se vuoi mantenere la nostra complicità nel genocidio, devi pagare pegno in Ucraina. Un ricatto geopolitico mascherato da coscienza morale ritrovata.

La trappola cinese e il miraggio dei capitali

A complicare il quadro, arriva un altro messaggio indiretto all’amministrazione Trump: l’elogio improvviso al mercato finanziario cinese sulle colonne del “Sole 24 Ore”. Si parla di rapporti prezzo/utili più convenienti rispetto al Nasdaq e della stabilità garantita dalla politica monetaria di Pechino. Un’allusione appena velata: “Se non investite in Ucraina, potremmo spostare i nostri capitali in Cina.”

Ma anche questa è una minaccia poco credibile. L’Europa, nella sua attuale configurazione politica e ideologica, non ha né la volontà né il coraggio di rompere davvero con Washington e l’atlantismo. Lo dimostra la sua assoluta subalternità nelle decisioni strategiche, militari ed economiche.

Un bluff destinato a fallire?

La strategia europea è dunque chiara: mostrarsi disponibili al dialogo con Trump, assecondarlo formalmente, mentre si lavora per coinvolgere direttamente gli eserciti del Vecchio Continente nella guerra contro la Russia. Come sostiene Aleksandr Dugin, si tratta di una manovra psicologica per congelare il conflitto, resettare le forze ucraine e rilanciare il confronto con più potenza distruttiva.

Ma senza il sostegno pieno e convinto degli Stati Uniti, tutto questo rischia di crollare come un castello di carte. L’ipotesi di abbandonare Israele è infatti un bluff, così come il flirt finanziario con la Cina. L’Europa, priva di sovranità reale, resta un attore subalterno. E Trump lo sa benissimo.

Il suicidio geopolitico dell’Europa

Nel tentativo di salvare il fronte ucraino, l’Europa è arrivata a mettere sul tavolo persino la questione israelo-palestinese, strumentalizzando una tragedia umanitaria per ottenere dividendi geopolitici. Un’operazione cinica, che rischia di rivelarsi un boomerang devastante. Il sostegno all’Ucraina si sta dimostrando economicamente insostenibile, politicamente suicida e moralmente indegno.

Il problema, in fondo, non è solo Trump, né la Russia. È l’incapacità dell’Unione Europea di concepirsi come soggetto autonomo. Finché non romperà la gabbia dell’atlantismo e del capitale militarizzato, continuerà a sacrificare i popoli – compreso il proprio – sull’altare della guerra per procura.

Fonti:
https://www.lariscossa.info/ci-sono-cascati-per-la-quarta-volta/
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/perche-lucraina-sta-diventando-il-cuore-della-difesa-europea-213817
https://www.lariscossa.info/severgnini-pal-washing-libia-e-verita-censurate/
• The Washington Post, France24, The Guardian, Le Monde, Il Sole 24 Ore, La Repubblica.

Anchorage, il vertice della scena: Trump e Putin tra passerelle e stalli geopolitici

L’incontro tra Donald Trump e Vladimir Putin, andato in scena il 15 agosto ad Anchorage, Alaska, resterà negli annali più per la coreografia che per i contenuti. Tappeti rossi, un bombardiere B-2 e caccia F-22 a sorvolare i cieli, persino la limousine presidenziale “The Beast” messa in bella mostra: la scenografia era quella di un film a metà tra Top Gun e House of Cards. Ma dietro il sipario, la sostanza è stata scarna, e lo sforzo diplomatico si è rivelato molto più un atto di relazioni pubbliche che un passo avanti verso la pace.

Una prima volta che sa di déjà vu

Putin tornava negli Stati Uniti per la prima volta dopo oltre dieci anni, e lo faceva in una base militare, simbolo di forza e sovranità americana. Un terreno scelto con cura da Trump per rafforzare l’immagine del comandante in capo pronto a “negoziare da una posizione di potenza”. In realtà, l’incontro che avrebbe dovuto essere un faccia a faccia si è trasformato in una riunione a quattro: accanto a Trump, il segretario di Stato Marco Rubio e l’inviato Steve Witkoff; al fianco di Putin, il fedele Lavrov e l’assistente Yury Ushakov.

Due ore a porte chiuse

Il cuore del summit si è consumato lontano dagli occhi della stampa, per oltre due ore. Un dettaglio non irrilevante, perché il briefing successivo non ha previsto alcuna possibilità di domande: una scelta che tradisce non tanto riservatezza, quanto la volontà di sottrarre i contenuti a qualsiasi verifica immediata. E infatti, di contenuti veri e propri, ne sono usciti pochi.

Le condizioni di Putin, le parole di Trump

Sul tavolo c’era l’Ucraina. Ma né un cessate il fuoco né un percorso di pace sono stati definiti. Trump ha parlato di “progresso” e “produttività”, ma senza tradurli in atti concreti. Putin ha ripetuto le sue linee rosse: niente NATO per Kiev e mantenimento del controllo russo sulle regioni del Donbass. Condizioni già note, che inchiodano il confronto in un vicolo cieco.

Gli esclusi e i delusi

Le assenze pesano quanto le presenze. Zelensky e l’Ucraina sono stati tenuti fuori dal tavolo, scelta che ha sollevato critiche da più parti. Per gli alleati europei, il summit ha offerto a Putin una vetrina internazionale senza contropartite, alimentando la percezione di un’Occidente diviso e contraddittorio. Per gli stessi ucraini, l’incontro è stato “inutile” e privo di prospettive.

I segnali, più che i fatti

Il passo più rilevante, se così si può dire, è stato l’invito di Putin a Trump a recarsi a Mosca. Un gesto simbolico, dal peso diplomatico più che operativo. Trump, dal canto suo, ha rimandato la palla nel campo europeo e ucraino, lasciando intendere che il prossimo passo non spetta a lui.

L’analisi: un vertice di fumo e specchi

In definitiva, Anchorage non ha prodotto svolte. Ha regalato a Trump l’immagine di negoziatore instancabile e a Putin quella di leader ancora al centro del gioco globale. Ma per il conflitto in Ucraina nulla è cambiato: nessun accordo, nessun cronoprogramma, nessun impegno condiviso.

È stato, a tutti gli effetti, un vertice di scena: grande spettacolo, zero sostanza. E mentre l’Occidente discute sulle passerelle, la guerra continua a bruciare.

Multipolarismo o teatro geopolitico?

Il vertice di Anchorage mostra il vero volto del mondo che si sta ridisegnando: un multipolarismo fragile, fatto più di simboli che di strategie. Trump usa Putin come pedina per affermare di non essere succube della vecchia NATO, Putin sfrutta Trump per spezzare l’isolamento occidentale e riaffermare la sua centralità. Ma intanto, le potenze emergenti – dalla Cina all’India, fino all’Iran e al Sud globale – osservano e prendono nota: in questo gioco di ombre tra Washington e Mosca, lo spazio lasciato libero diventa terreno fertile per nuove alleanze e nuovi equilibri. Se il multipolarismo si riduce a una passerella senza contenuti, non sarà l’alba di un mondo più giusto, ma l’ennesima recita in cui i popoli pagano il prezzo delle ambizioni altrui.

Spiraglio o trappola? Il vertice (forse) Trump-Putin e la pace al tempo dei dazi

Negli ultimi giorni è iniziato a circolare un’indiscrezione che, se confermata, potrebbe segnare una svolta — o un’illusione — nel conflitto che da oltre tre anni insanguina l’Ucraina. Il Cremlino ha lasciato trapelare che Vladimir Putin e Donald Trump potrebbero incontrarsi “nei prossimi giorni”, con gli Emirati Arabi Uniti come possibile cornice. La Casa Bianca non conferma ma non smentisce: si respira aria di preparativi, e non di circostanza.

A muovere i fili, sul fronte americano, è Steve Witkoff, inviato speciale di Trump. Tre ore di colloquio al Cremlino e un commento del tycoon su Truth Social: “Great progress”. Parole che, nel linguaggio di Trump, suonano come un preludio a qualcosa di grande.

Ma sullo sfondo, oltre ai sorrisi di circostanza, c’è la dura leva economica: nuove sanzioni secondarie e minaccia di dazi a due cifre contro chi continua a comprare energia russa. India e Cina comprese. Il classico bastone e carota, versione geopolitica.

Zelensky e la partita europea

Dal canto suo, Volodymyr Zelensky si è detto convinto che “la Russia sembra più propensa a un cessate il fuoco”. Ma per lui la pace non si costruisce a porte chiuse: l’Europa deve sedere al tavolo. E qui emerge la frattura. Washington spinge per un formato ristretto; Mosca vuole un bilaterale “puro”; Kiev reclama l’Unione Europea, per non trovarsi decisioni già prese e calate dall’alto.

Tre leader, tre posture
• Trump vuole un risultato tangibile e subito. È la logica del colpo di teatro: minacce economiche per forzare i tempi e mettere tutti davanti al fatto compiuto.
• Putin accetta l’idea del vertice, ma dice no (per ora) a un faccia a faccia con Zelensky. La sua lista delle condizioni è chiara: riconoscimento de facto dei territori occupati, stop agli aiuti militari occidentali e nessuna NATO per Kiev.
• Zelensky non arretra: pace solo con garanzie europee e la certezza che non si stia scrivendo un “Congresso di Vienna 2.0” a spese dell’Ucraina.

Cosa potrebbe finire sul tavolo

Difficile parlare di “pace definitiva”. Più realistico un pacchetto di cessate il fuoco con elementi già delineati nei retroscena diplomatici:
• Linea del fronte congelata dove si trova oggi, con monitoraggio internazionale e meccanismi di de-escalation. Mosca, ad oggi, controlla circa il 20% del territorio ucraino.
• Riconoscimento de facto, ma non formale, delle annessioni, con eventuali revisioni affidate a futuri referendum o processi politici.
• Alleggerimento parziale delle sanzioni in cambio del rispetto del cessate il fuoco e riapertura limitata dei flussi energetici, con clausole di “snap-back” in caso di violazione.
• Garanzie di sicurezza alternative alla NATO per Kiev: forniture militari continuative, fondi di ricostruzione vincolati e un sistema di difesa “light” con partner occidentali.

L’Europa tra ruolo e rischio

La richiesta di Kiev di avere l’UE al tavolo è più di una formalità: la guerra è in Europa e, se il conflitto si congelasse, i costi ricadrebbero per decenni su bilanci, sicurezza e stabilità europee. Ma Bruxelles avanza con cautela. Il rischio peggiore è un accordo lampo USA-Russia percepito come imposto: scenario che finirebbe per delegittimare l’Ucraina e spaccare il fronte europeo.

Tre possibili scenari
1. Cessate il fuoco con garanzie solide
Si ferma il fuoco lungo l’attuale linea, parte un monitoraggio terzo, si sbloccano fondi e corridoi energetici controllati. Fragile, ma reale.
2. Congelamento opaco, “pace negativa”
I combattimenti calano ma non cessano, la retorica di pace copre una situazione bloccata. Kiev resta fuori dalla NATO, Mosca consolida i guadagni e l’Europa paga il conto.
3. Vertice fallito ed escalation ibrida
Saltano i colloqui, scattano nuovi dazi e sanzioni USA, Mosca risponde con armi energetiche, cyberattacchi e pressione militare tattica. Il rischio: un ciclone sui mercati globali.

Due variabili decisive
• Sequenza degli incontri: Mosca vuole vedere Zelensky solo alla fine. Se il summit parte come “Trump-Putin puro”, l’accusa di marginalizzare Kiev e UE sarà inevitabile.
• Verificabilità: senza meccanismi chiari per controllare cessate il fuoco, corridoi umanitari e scambi di prigionieri, ogni accordo rischia di diventare carta straccia. Qui l’UE potrebbe fare la differenza.

Spiraglio o illusione?

Parlare di “pace” è prematuro. Piuttosto, potremmo essere di fronte a una finestra tattica in cui tutti e tre — Trump, Putin e Zelensky — vogliono misurare il costo politico di un cessate il fuoco. Ma i nodi restano: territori, garanzie e sanzioni.

Se l’Europa entra davvero nel formato e nelle verifiche, lo spiraglio può diventare argine contro il congelamento del conflitto. Se resta fuori, rischiamo di ritrovarci con un cessate il fuoco di carta, pronto a saltare al primo pretesto.

Una nota per non farsi illusioni

Dopo più di tre anni, le linee del fronte non sono crollate, ma la guerra non ha perso intensità. La Russia tiene ancora circa un quinto dell’Ucraina; le offensive e i bombardamenti continuano; milioni di profughi restano lontani da casa. Un vertice può fermare le armi per un po’, ma non basta per affrontare crimini di guerra, ricostruzione e sovranità. Per quello serve un processo vero, non solo una foto di leader che si stringono la mano.

Dazi e armi: l’Europa si piega a Trump

Un accordo capestro che ipoteca economia e sovranità
15% di dazi, 50% su acciaio e alluminio, e il conto delle armi: l’Europa paga, Trump incassa

Il summit di Scozia ha consegnato all’opinione pubblica un risultato che Donald Trump ha definito “un grande successo”. Ursula von der Leyen si è limitata a dire che “poteva andare peggio”. Ma la verità è che siamo di fronte a un accordo capestro, che penalizza l’Europa e regala agli Stati Uniti un vantaggio schiacciante.

Il patto prevede dazi al 15% su tutte le merci europee esportate negli USA, con un’aggravante: acciaio e alluminio restano al 50%, colpendo due settori fondamentali per la filiera industriale. Nel frattempo, le merci americane continuano a entrare in Europa a dazio zero.

A ciò si aggiunge l’impegno, sottoscritto dalla Commissione europea, a comprare energia e sistemi di difesa americani per 750 miliardi di dollari, di cui ben 600 miliardi destinati ad armamenti. Un assegno che copre l’intero mandato di Trump e che sancisce la subordinazione europea agli interessi di Washington.

Un compromesso che sa di resa

Non è un accordo: è una resa. Germania e Francia lo hanno definito apertamente “squilibrato e insostenibile”. E non a torto. La retorica sull’“esercito europeo” si scioglie davanti a questi numeri: un esercito comune senza una vera Europa politica e senza una finanza unitaria è un miraggio, utile solo come alibi per giustificare la spesa militare a favore del Pentagono.

Il contributo aggiuntivo del 5% richiesto agli alleati della NATO è la prova lampante. Non è cooperazione, non è difesa condivisa: è un pizzo imposto da Washington, e Bruxelles ha accettato senza battere ciglio.

L’Italia tra i più colpiti

L’Italia è tra i paesi più esposti. L’11% della nostra occupazione dipende dall’export verso gli Stati Uniti. Confindustria stima una perdita di 22,6 miliardi di euro di export, di cui solo dieci recuperabili su altri mercati.

I settori più penalizzati saranno:
• macchinari (–4,3 miliardi)
• farmaceutica (–3,4 miliardi)
• alimentare (–1,8 miliardi)
• automotive (–1,3 miliardi)

Tradotto: decine di migliaia di posti di lavoro in bilico. E tutto questo mentre il governo italiano — che solo pochi mesi fa giudicava “insostenibili” dazi superiori al 10% — oggi canta vittoria per un accordo che mette a rischio la nostra economia.

Sovranismo al contrario

Il paradosso è evidente: chi predica sovranità nazionale si piega senza condizioni al diktat della Casa Bianca. Si chiama “difesa dell’Occidente”, ma nei fatti è un atto di sudditanza economica e politica.

I 600 miliardi destinati alle armi americane equivalgono a quanto servirebbe per un piano straordinario di investimenti in sanità, scuola, ricerca e transizione ecologica. Invece, l’Europa si priva di queste risorse per ingrassare l’industria bellica statunitense.

Un accordo fragile e pericoloso

Il documento non chiude nulla. Come già visto con Giappone e Canada, l’accordo è privo di dettagli vincolanti e lascia a Trump margini per reinterpretazioni future. La cosiddetta tregua commerciale rischia di trasformarsi in nuove sorprese spiacevoli.

Organizzarsi, non rassegnarsi

La verità è semplice: 15% di dazi su tutte le merci, 50% su acciaio e alluminio, 0% sui prodotti americani. Più il pizzo del 5% in spese NATO. Questo sarebbe un accordo?

Non siamo davanti a un compromesso, ma a una sottomissione. E mentre Trump brinda al successo, l’Europa e l’Italia pagano il conto.

Di fronte a questo scenario, non resta che organizzarci: per chiedere trasparenza, per pretendere una vera politica economica e sociale europea, e per smascherare l’inganno di chi, in nome della “sicurezza”, ci sta trascinando verso una spirale di precarietà economica e militarizzazione.

“Pizzo Atlantico: Trump riscuote, l’Europa si inchina. Meloni bacia l’anello del Don”

Altro che trattati, alleanze o “partnership strategiche”. Quella che stiamo vivendo è una tragicommedia geopolitica dal titolo: “Il camorrista al Potere e i suoi zerbini europei”. Donald Trump, tornato a capo del carrozzone a stelle e strisce, ha gettato la maschera da diplomatico e ha indossato il cappotto lungo di Al Capone: ora si presenta direttamente al cancello di Bruxelles con la mano tesa, ma non per stringerla — per riscuotere.

E che cos’è questa se non una riscossione? Prima l’obbligo del pizzo NATO, innalzato al 5% del PIL — una follia militarista che drenerebbe risorse pubbliche come neanche il peggiore degli scandali di tangentopoli — e ora la mazzata dei dazi del 30% sull’export europeo, con minacce di ritorsione stile “o accetti o te lo alzo ancora”. A chi osa reagire, il boss risponde: “Se fate i furbi, ve lo faccio pagare il doppio.” Altro che partner: siamo alla sudditanza in salsa mafiosa, con tanto di minacce velate alla sicurezza nazionale americana.

Meloni e l’arte antica dell’inchino

Nel bel mezzo di questo massacro economico, Giorgia Meloni balbetta qualcosa su una “trattativa difficile”, mentre da sotto il tavolo cerca il rosario della coerenza smarrita. Era partita come la “pontiera” d’Occidente, la Giovanna d’Arco anti-Woke che avrebbe rialzato la testa dell’Italia. Ora la ritroviamo inginocchiata davanti all’ambasciatore USA, pronta a firmare qualunque cosa pur di non irritare il nuovo padrone. Altro che “sovranismo”: qui siamo al “sottomessismo integrato”, alla versione XXI secolo della monarchia coloniale.

E che dire di Ursula von der Leyen? Il suo comunicato è stato una sinfonia di piagnistei: “Siamo pronti a continuare a lavorare”, “l’Ue adotterà tutte le misure”, “eventualmente”, “forse”, “magari”. Tradotto: accetteremo tutto, ma con tono burocratico. In fondo, è difficile fare la voce grossa quando si ha il cappio del debito NATO al collo e si teme il click di un nuovo embargo tech statunitense.

L’Europa? Più che unita, scomposta

In questo scenario da commedia degli equivoci, l’Unione Europea si muove come un’orchestra senza direttore: la Germania, paralizzata dal panico per l’automotive, invoca il “pragmatismo” (cioè: “non fate arrabbiare Trump”); Macron finge indignazione ma si guarda bene dal muovere un dito, e i paesi più colpiti — come l’Italia — aspettano che arrivi la cavalleria… da Washington, ovviamente.

La verità è che il colpo inferto da Trump è chirurgico: non solo colpisce i settori nevralgici dell’economia europea (auto, acciaio, agroalimentare), ma lo fa in un momento di estrema debolezza industriale per l’UE. L’Italia, che nel 2024 ha esportato circa 65 miliardi di beni verso gli USA, rischia di perderne almeno 20 nel biennio, secondo Confindustria. E con essi 118.000 posti di lavoro. Una cifra che dovrebbe far tremare i polsi, e invece Meloni si limita a dire: “Dobbiamo trattare”. Trattare cosa? L’agonia in rate mensili?

Gli USA incassano, l’Europa si dissangua

Nel frattempo, Trump fa cassa: giugno 2025 ha segnato un record assoluto, con oltre 100 miliardi di dollari incassati in dazi, cifra che rappresenta ormai la quarta voce di bilancio per il Tesoro statunitense. Altro che “America first”: questa è una guerra economica pianificata e lucidamente diretta contro l’Europa. Un’Europa che, per quieto vivere e servilismo atlantico, si è già messa il cappio da sola, con la rinuncia alla Global Minimum Tax e il continuo sabotaggio del proprio mercato interno per compiacere Washington.

La stessa Europa che continua a rifiutare un’apertura vera verso i BRICS, che si rifiuta di commerciare liberamente con la Cina e con l’America Latina, che si autocondanna all’asfissia economica per non dispiacere al nuovo Don. L’idea stessa di autonomia strategica è diventata una bestemmia: se provi a commerciare con il “nemico”, il Padrino ti punisce.

E adesso?

Siamo al bivio storico. O l’Europa si emancipa, aprendosi a nuovi equilibri multipolari e commerciali, oppure finiremo come quei piccoli negozi di quartiere costretti a pagare il pizzo al boss in cambio della “protezione”. Protezione da chi, se non proprio da lui?

Il mito dell’“Occidente coeso” si sbriciola sotto il peso dell’avidità americana e della viltà europea. Il disegno di Trump è chiaro: smantellare pezzo per pezzo la base industriale europea, per farne un satellite produttivo secondario, completamente dipendente dall’import americano. Come ha dichiarato lo storico americano Robert Volpi: “Trump vuole togliere all’Europa la sua base manifatturiera per renderla un mercato passivo.”

Ma la responsabilità è anche nostra. Abbiamo trasformato il principio della cooperazione transatlantica in una sottomissione sistemica, dove le decisioni cruciali non si prendono più a Bruxelles ma nella West Wing. E chi dissente? Viene ridicolizzato, sanzionato, estromesso. E se alzi la testa, ti dicono che sei putiniano, comunista o filo-cinese.

La domanda è semplice: quanto ancora vogliamo inginocchiarci? Quanto sangue industriale, quanti posti di lavoro, quante aziende dobbiamo sacrificare sull’altare della NATO, della Fed e della Boeing?

Se l’Europa non spezza ora il cordone ombelicale che la lega a un’America cannibale, allora sarà destinata a diventare la colonia gentile del secolo americano. Una colonia che ringrazia ogni volta che le viene concesso di respirare.

Ma ricordiamolo: esiste un altro mondo. E non aspetta altro che un’Europa finalmente libera.

L’ombra lunga del fascismo a stelle e strisce: Trump e la guerra civile annunciata

Quello che sta accadendo negli Stati Uniti non è una semplice deviazione democratica, ma l’avvento di un vero e proprio regime autoritario, armato, organizzato e pronto a spazzare via ogni residuo di dissenso. Un sistema in cui la forma resta, ma la sostanza è già marcia, corrosa da anni di propaganda suprematista, repressione sistematica e culto della personalità. Il protagonista? Donald J. Trump, volto grottesco di un movimento che ha cessato da tempo di essere una corrente politica per divenire una macchina para-militare, ben sovvenzionata da fondi illimitati, del dominio.

La notizia, rilanciata da Luca Celada, è di quelle che fanno tremare i polsi: Trump ha ordinato la mobilitazione della Guardia Nazionale in California, mandando migliaia di soldati federali a occupare militarmente la città di Los Angeles. Un atto senza precedenti recenti, che viola la sovranità statale e riporta alla memoria le più oscure pagine della storia americana. Non una risposta a un’emergenza reale, ma un’operazione costruita a tavolino per innescare il caos, per scatenare paura, per mostrare i muscoli contro il “nemico interno”: poveri, migranti, sindacalisti, cittadini ribelli.

I fatti parlano chiaro. Convogli blindati, militari dal volto coperto armati fino ai denti con AR-15 e equipaggiamenti da guerra urbana, irrompono nei quartieri popolari, rastrellano lavoratori nei parcheggi dei centri commerciali, fanno irruzione nei distretti industriali, sequestrano decine di uomini senza mandati, senza identità, senza volto. I testimoni parlano di vere e proprie “squadre della morte”, uomini in divise miste, senza gradi né simboli, che sparano gas lacrimogeni e proiettili di gomma su chi protesta, anche solo con un cartello in mano. Gli agenti del regime? “Fascisti!” gridano in strada i manifestanti. E non è una metafora.

Trump non è solo un clown reazionario. È l’incarnazione di un progetto. Un progetto bianco, suprematista, militarizzato. Una visione del mondo che si serve dello Stato per annientare ogni forma di alterità. Una visione che si prepara, con metodo, dal 6 gennaio 2021, quando orde armate e addestrate assalirono il Campidoglio non per caso, ma su mandato implicito di un presidente che aveva già lanciato l’assalto finale alla democrazia. Quel giorno, molti lo scambiarono per una gazzarra di fanatismi. Ma era solo l’inizio.

Oggi assistiamo alla seconda fase. La guerra interna è stata ufficialmente dichiarata. E come ogni guerra, ha bisogno dei suoi nemici: migranti, afroamericani, ispanici, attivisti LGBTQ+, donne, lavoratori organizzati. I numeri parlano chiaro: a Los Angeles vivono oltre 13 milioni di persone, metà delle quali di origine latinoamericana, almeno un milione e mezzo di lavoratori senza documenti. È questa la nuova “minaccia”, il “nemico interno” da deportare, isolare, terrorizzare. In una parola: epurare.

Dietro le quinte, c’è un apparato. Milizie private, corpi paramilitari, estremisti armati che da anni si addestrano nei campi del Midwest, nei deserti dell’Arizona, nelle foreste della Georgia. Trump è il loro comandante simbolico, ma la struttura è autonoma, capillare, ideologizzata. Armi leggere e pesanti, blindati, munizioni da guerra: da dove arrivano? Quali depositi militari sono stati svuotati? Chi fornisce supporto logistico a queste truppe d’assalto? Nessuno indaga. Nessuno ferma questa avanzata.

E mentre l’America sprofonda in un delirio autoritario, l’Europa tace. O peggio, imita. In Italia, lo scellerato Decreto Sicurezza approvato in questi giorni sembra scritto a quattro mani con Stephen Miller, il consigliere xenofobo di Trump. Lo stesso linguaggio, la stessa retorica della “legalità” usata per giustificare la repressione. Anche da noi, presto, potremmo vedere rastrellamenti nei dormitori, fermi arbitrari nei quartieri popolari, deportazioni mascherate da espulsioni amministrative. I segnali ci sono tutti.

Non stiamo assistendo solo alla crisi della democrazia americana. Stiamo vedendo l’affermazione globale di una dottrina post-democratica, in cui il potere esecutivo si trasforma in esercito, la politica in guerra, la cittadinanza in obbedienza. Il progetto di Trump non è finito con il suo primo mandato. È iniziato proprio ora, mentre le città bruciano, i sindacati vengono ridotti al silenzio, e chi grida “ayudenos!” viene rinchiuso nei sotterranei dei tribunali.

Chi non vede il pericolo oggi, sarà suo complice domani. E chi pensa che tutto questo accada “là lontano”, farà presto i conti con la stessa violenza sotto casa. Perché la bestia fascista non conosce confini, né costituzioni. Si nutre di silenzi, di complicità, di paure. E il tempo per fermarla si sta esaurendo.

Fonte delle informazioni: Luca Celada
Stile e denuncia ispirati da TP – Tra Potere e Popolo

Trump, il re del conflitto d’interessi: la nuova era del fascismo neoliberale made in USA

C’è un filo rosso che lega Silvio Berlusconi a Donald Trump. Un filo fatto di affari personali intrecciati al potere politico, di patrimoni gonfiati all’ombra delle istituzioni, di democrazia deformata in funzione privatistica. Ma se l’Italia ha fatto da laboratorio, gli Stati Uniti oggi rappresentano la versione “industriale” del conflitto d’interessi: un modello non più occulto, ma sfacciatamente rivendicato, difeso, celebrato.

Nel solo primo quadrimestre del secondo mandato, Donald Trump ha raddoppiato il suo patrimonio personale, passando da 2,3 a 5,1 miliardi di dollari. Il meccanismo è semplice: l’ufficio più potente del mondo come piattaforma pubblicitaria permanente della propria rete di business. I confini tra politica e profitto sono stati dissolti. E ciò che resta è un mostro giuridico e morale che minaccia la stessa idea di repubblica democratica.

I dati raccolti dalla ONG Citizens for Responsibility and Ethics in Washington parlano chiaro: 3.740 casi di conflitto d’interesse nel primo mandato; una media già superata nel secondo, grazie all’uso sistematico di proprietà private per eventi politici, soggiorni istituzionali e campagne promozionali. Ora si aggiunge l’universo delle criptovalute, un terreno nuovo e normativamente fragile su cui Trump ha edificato un impero parallelo, con memecoin personali ($Trump e $Melania), una stablecoin con investimenti da Abu Dhabi e una partecipazione di controllo in un exchange quotato, World Liberty Financial. Il tutto mentre la sua amministrazione demolisce ogni forma di vigilanza e caccia i funzionari scomodi.

Nel cuore di questo sistema di potere c’è la figura del presidente-imprenditore, che non governa per la collettività ma per sé stesso, che non rappresenta una nazione ma un brand globale. Gli immobili firmati Trump, i resort di lusso a Dubai e nel Golfo Persico, la piattaforma Truth quotata al Nasdaq, i documentari su Melania pagati da Amazon, le cause miliardarie intentate contro i colossi dei media: ogni tassello compone il mosaico di un capitalismo predatorio che fagocita la democrazia.

Ma il dato più inquietante è la strategia comunicativa e repressiva che accompagna questo disegno. Il recente viaggio in Medio Oriente, il primo nella storia a escludere le principali agenzie di stampa a bordo dell’Air Force One, segna uno spartiacque: Trump non si limita a strumentalizzare la presidenza, la trasforma in un feudo personale. A bordo con lui, anziché giornalisti, ci sono Mark Zuckerberg, Elon Musk, Sam Altman, Larry Fink: una corte di tecnocrati e miliardari pronti a siglare accordi su armi, infrastrutture, criptovalute, a porte chiuse, lontano da ogni controllo democratico.

Nel frattempo, mentre si discute di piani di “ricostruzione” della Striscia di Gaza come futuro resort, e si negoziano tregue con Hamas in cambio di aperture di mercato, Trump consolida un potere fondato non sulla Costituzione, ma sul culto della personalità e sull’impunità.

Il suo autoritarismo non è folclore, è prassi sistematica. Il recente arresto del sindaco di Newark per aver protestato contro un centro di detenzione per migranti – illegale secondo le leggi locali – è solo la punta dell’iceberg. A seguire, l’arresto di una giudice della contea di Milwaukee per aver applicato correttamente la legge impedendo un’arresto ICE senza mandato. La criminalizzazione del dissenso è ormai legge non scritta. Le sanctuary cities vengono private di fondi federali. Gli studenti che manifestano contro il genocidio in Palestina vengono espulsi o detenuti arbitrariamente. La Costituzione è interpretata come ostacolo. L’habeas corpus è diventato una variabile opzionale.

Trump non è solo un presidente. È il capofila di una mutazione genetica del potere occidentale: dalla democrazia rappresentativa al feudalesimo neoliberale, dove chi è eletto usa il potere non per servire, ma per arricchirsi, zittire, reprimere. La sua frase – “Chi salva l’America, non può violare la legge” – non è un lapsus, ma la nuova dottrina dell’eccezione permanente: il capo ha sempre ragione, anche quando distrugge le regole.

La domanda, oggi, non è più “se” Donald Trump sia un pericolo per la democrazia. Ma “quando” l’Occidente si accorgerà di essere già entrato in un nuovo paradigma autoritario. Un fascismo in giacca e cravatta, con le cripto al posto delle divise, le piattaforme al posto dei partiti, la paura al posto del diritto.

E noi, che ci diciamo ancora figli dell’Illuminismo, della libertà, dei diritti civili, siamo pronti a reagire? O resteremo spettatori di una storia che abbiamo già visto, ma che stavolta potremmo non riuscire a riscrivere?

“L’Italia in ginocchio davanti a Trump: Meloni firma il Patto dell’Obbedienza”

Armi, gas, Big Tech e anti-Cina: nessun beneficio per gli italiani, solo servitù atlantica

A Washington non è andato in scena un incontro tra pari. Non c’è stato scambio, non c’è stato equilibrio, non c’è stato neanche il teatrino della diplomazia. C’è stato un inginocchiamento. Giorgia Meloni, leader della destra italiana ed esponente di spicco dell’ondata nera occidentale, ha detto “sì” a tutto: al gas americano, alle armi, alla linea dura contro la Cina, alle reti digitali affidate agli amici di Silicon Valley. Ha portato in dono agli Stati Uniti ciò che resta della sovranità italiana, senza ottenere nulla in cambio. Neppure una promessa credibile sull’abbattimento dei dazi o sulla tutela delle imprese italiane.

In cambio, ha ottenuto l’onore della “dichiarazione congiunta”, un documento che Trump ha finora riservato solo agli alleati strategici di primissimo livello come Modi e Ishiba. Per Meloni, l’investitura simbolica come vassalla prediletta del nuovo imperatore d’Occidente. Per l’Italia, l’ennesima perdita di autonomia, l’ennesimo “patto” firmato col cappello in mano.

Il cuore dell’accordo è un’alleanza totale: più gas liquefatto americano nelle nostre centrali, più armi statunitensi nei nostri arsenali, più soldi spesi per la NATO (e Trump ha già detto che il 2% del PIL non basta), più presenza USA nella nostra industria militare. In cambio, le imprese italiane potranno – forse – entrare nei porti americani per partecipare alla “rinascita cantieristica” a stelle e strisce. Ma nulla è certo: gli Stati Uniti “valuteranno”. Tradotto: vi faremo sapere.

Poi c’è il vero nodo strategico: l’Italia dovrà allinearsi completamente all’asse Washington-Tel Aviv-Riad, rinunciando al dialogo con la Cina, estromettendo le aziende cinesi dai nostri appalti, accettando standard di sicurezza dettati da chi, nel frattempo, vende al mondo intero spyware, armi e controllo digitale. Meloni si impegna a spezzare definitivamente i ponti con la Via della Seta, in ossequio al nuovo “corridoio” India-Medio Oriente-Europa, tracciato sotto dettatura americana per soffocare Pechino.

Nel settore tecnologico, l’Italia si offre come hub privilegiato delle Big Tech USA, rinunciando di fatto alla propria autonomia digitale. Si parla di “fornitori affidabili”, che nella neolingua atlantista significa: solo aziende americane. La Silicon Valley, già immune da regole europee grazie alla complicità di Meloni contro il Digital Service Act e la web tax, potrà ora colonizzare il nostro spazio digitale senza alcun vincolo. E magari, un giorno, anche Starlink sarà il nostro cielo.

In tutto questo, l’Italia non ottiene nemmeno uno sconto. Nessuna riduzione dei dazi, nessuna contropartita economica concreta. Solo promesse vaghe, buone per i comunicati stampa e le campagne social, mentre le famiglie italiane continueranno a pagare bollette gonfiate dal gas americano e a vedere la propria economia soffocata da un protezionismo che vale solo in un senso.

Meloni torna a Roma con un pugno di promesse e un inchino profondo. Trump incassa tutto, compresa la certezza che, nell’Europa balbettante, c’è almeno un leader pronta a obbedire senza discutere. Non è una vittoria diplomatica. È una sottomissione consapevole. E per l’Italia, è una perdita storica.

– Il fronte dei Brics ora sfida «The Donald»”:

ECONOMIA – La sfida dei BRICS a Trump e all’Occidente ipnotizzato

di Mario Sommella

C’è un altro mondo, là fuori. Un mondo che non si riconosce nei parametri della NATO, nel dollaro come valuta di scambio obbligata, nel primato morale e commerciale degli Stati Uniti d’America. Un mondo che si chiama BRICS, ma che oggi andrebbe scritto tutto in maiuscolo e con qualche punto interrogativo in più sul volto di chi crede che la globalizzazione sia ancora una faccenda euro-atlantica.

Nato come acronimo tecnico negli uffici di Goldman Sachs, diventato club diplomatico, il gruppo BRICS è ormai una struttura geopolitica alternativa. Con l’allargamento recente (tra i nuovi entrati: Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi, Argentina, Arabia Saudita), ha smesso i panni dell’esperimento e indossa l’armatura del competitor globale. Un competitor che si prepara a sfidare apertamente Donald Trump nella partita più decisiva del secolo: quella per la sovranità economica globale.

Addio G7, benvenuto G40

Oggi i BRICS rappresentano quasi il 40% del PIL mondiale, più del G7. E non è solo una questione di numeri. È una questione di visione del mondo. Mentre l’Occidente blatera di valori democratici e minaccia sanzioni come fossero salmi evangelici, il Sud globale si organizza: parla di pace in Ucraina senza criminalizzare la Russia, intrattiene relazioni con l’Iran, apre le porte al Venezuela, flirta con regimi ritenuti “non allineati”.

Questo non per spirito di contrapposizione ideologica, ma per interesse strategico, quella parola che l’Europa ha dimenticato in nome della sua funzione ancillare al progetto americano. I BRICS, invece, un progetto ce l’hanno. E, come ogni progetto credibile, ha una sua moneta.

La moneta anti-dollarocentrica

Che i BRICS stiano lavorando a una valuta comune non è più una suggestione. È un dato. Che se ne sappia poco è un altro dato, ben più inquietante, perché denota l’assenza completa della stampa occidentale all’ultimo vertice di Kazan. Ma Lula, che ospiterà il prossimo summit a luglio a Rio de Janeiro, promette che questa volta “il Sud globale parlerà al mondo”. E se parlerà, dirà cose semplici e dirompenti: basta con il dominio del dollaro.

La nuova moneta, ancora in gestazione, sarà pensata per bypassare le sanzioni, stabilizzare gli scambi tra economie complementari, e — fatto cruciale — sottrarsi all’instabilità endemica di una valuta Usa sempre più condizionata da guerre tariffarie, inflazione interna e scelte politiche arbitrarie.

Il nuovo “made in”: non Italy, ma Moscow

Altro che griffe italiane. In Cina oggi il nuovo status symbol è comprare russo. Le borse non portano più la firma di Milano, ma quella di Mosca (autentica o contraffatta). La banca Qichacha segnala quasi 1.000 aziende cinesi specializzate in prodotti “made in Russia”, e i supermercati a tema sovietico crescono come funghi. Secondo l’università di Tsinghua, due cinesi su tre hanno oggi una visione positiva della Russia. Un dato che sarebbe sembrato fantascientifico negli anni ’90.

Questa saldatura culturale accompagna quella commerciale e geopolitica. Pechino è andata allo scontro diretto con Washington sul piano dei dazi, bloccando le importazioni di film hollywoodiani e consolidando un surplus commerciale con gli USA da quasi 300 miliardi di dollari.

Brasile: tra uova, dazi e materie prime

Il vero ago della bilancia però è Lula. Il Brasile è primo fornitore di materie prime per Pechino e gioca su due tavoli: da un lato con Biden-Trump, dall’altro con Xi Jinping. Trump lo sa bene: ha evitato di colpire il Brasile con tariffe elevate (solo il 10%), per non spingere Lula definitivamente tra le braccia del Dragone. Ma il presidente brasiliano ha risposto con controdazi, approvati persino dalla destra bolsonarista.

Curiosità che dice tutto: da gennaio a marzo 2025, le esportazioni di uova brasiliane verso gli USA sono esplose del 346%. Mentre Washington si arrabatta con la sua crisi alimentare, il gigante latinoamericano incassa e rilancia.

Il Sud globale è un Nord politico

Altro che “Global South”, come lo definisce romanticamente Lula. Quella dei BRICS è una macchina da guerra economica e diplomatica, un’internazionale multipolare che ha smesso di aspettare l’elemosina dell’Occidente e ora scrive le sue regole.

A luglio, a Rio de Janeiro, si capirà se il nuovo ordine mondiale sarà ancora scritto a Washington… o se il vento è cambiato, e il Sud del mondo ha deciso che il suo Nord non è più Manhattan, ma qualcosa che assomiglia a Pechino, Mosca, Pretoria e Nuova Delhi, con una bandiera che si chiama indipendenza economica.

E Donald Trump — il re dell’unilateralismo muscolare — si troverà a fare i conti non più con un G7 impaurito, ma con un blocco che non teme più le sue minacce, perché ha imparato a fare da sé. E a pensare in grande.