Per cinquant’anni ci hanno raccontato che il mondo doveva essere globalizzato, che le barriere commerciali erano ostacoli al progresso, che il libero scambio era il fondamento della pace e della prosperità. Ci hanno ripetuto come un mantra che la globalizzazione era inarrestabile, naturale, perfino desiderabile. E oggi? Assistiamo, senza troppi giri di parole, a una retromarcia storica: Donald Trump vara dazi fino al 104% contro la Cina, in una manovra che suona come il colpo di coda di un impero in declino.
Il capitalismo globalista, che aveva promesso di unire i popoli sotto il segno del mercato, oggi si rinnega. E lo fa con una violenza sorda, che tradisce il panico di una classe dirigente incapace di governare le contraddizioni che ha creato. Per salvare se stesso, il sistema capitalista è disposto a bruciare le sue stesse dottrine, a riscrivere le regole che ha imposto al mondo intero, e a scatenare una nuova guerra commerciale su scala planetaria. È l’ammissione implicita del fallimento.
Il ritorno del protezionismo: sintomo o strategia?
La nuova impennata dei dazi americani, voluta da Trump, non è un semplice atto politico: è una dichiarazione di guerra economica. La Cina risponde con fermezza, e il rischio è la paralisi delle catene di approvvigionamento mondiali. I mercati tremano, le Borse crollano, le grandi imprese americane — che hanno costruito la loro fortuna sul lavoro a basso costo nei paesi asiatici — si ritrovano improvvisamente esposte, vulnerabili, sconfessate. Il mondo interconnesso che ci avevano venduto come inevitabile si sgretola davanti ai nostri occhi.
Non è difficile intuire a chi andrà il conto: ai lavoratori, ai consumatori, ai cittadini comuni, che pagheranno prezzi più alti, che vedranno licenziamenti, che subiranno una nuova ondata di insicurezza economica. Il capitalismo non si riforma: si contrae e si difende, trasformandosi nel suo contrario pur di sopravvivere.
La faccia nascosta del protezionismo: criminalità e mercato parallelo
Ma c’è un altro effetto collaterale, spesso ignorato: l’aumento vertiginoso dei dazi apre spazi enormi al mercato nero e al contrabbando. Quando una merce raddoppia di prezzo per via delle tariffe, il crimine organizzato fiuta l’opportunità. I prodotti proibiti o iper-tassati diventano oro per chi gestisce i traffici illeciti. Ed è qui che la storia prende una piega inquietante.
Perché è lecito porsi una domanda: a chi giova davvero questa guerra commerciale? Solo alla retorica trumpiana o forse anche a quei circuiti opachi, fatti di vecchie alleanze tra imprenditoria corrotta e criminalità organizzata? Gli intrecci tra la famiglia Trump e figure legate alla mafia italo-americana non sono una fantasia giornalistica. Roy Cohn, mentore e avvocato di Trump, era il legale di boss come Fat Tony Salerno e Paul Castellano. I primi grattacieli di Trump sono stati costruiti grazie a forniture di cemento controllate dai Gambino. Il “self-made man” newyorkese ha sempre saputo con chi stringere la mano.
Non servono teorie cospirative per vedere che l’incremento del contrabbando e delle attività illegali sarà uno degli effetti concreti di questa strategia. Quando si chiude un mercato ufficiale, se ne apre uno parallelo. E a riempirlo non saranno gli imprenditori onesti, ma i clan.
L’ideologia del profitto contro se stessa
Ci troviamo davanti a una contraddizione strutturale: il capitalismo, che ha eretto il libero scambio a religione, ora si traveste da difensore dell’interesse nazionale. Ma è solo una maschera. Dietro c’è sempre il profitto, solo che ora è diventato più difficile da garantire. Il protezionismo non è un ritorno ai valori, è una tattica disperata. È l’ennesima mutazione genetica di un sistema che, pur di restare in piedi, è disposto a sacrificare tutto: coerenza, alleanze, stabilità, verità.
Chi paga il prezzo di questa incoerenza? Non i miliardari né i loro consiglieri: pagheremo noi, con una vita più cara, con una democrazia sempre più debole e con un futuro sempre più opaco. I dazi non sono solo numeri, ma l’indicatore preciso di un mondo che ha smesso di credere nelle sue stesse illusioni.
Il globalismo era una menzogna utile. Ora che non serve più, la si può smantellare. E in questa marcia all’indietro c’è tutta la decadenza morale ed economica di un sistema alla fine del suo ciclo storico. Un sistema che, come un animale ferito, morde nel buio.
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