La patria rovesciata: quando l’Italia diventa un Paese da cui scappare

Ci fu un tempo in cui l’Italia era il luogo in cui si arrivava per cercare fortuna. Oggi i numeri raccontano un Paese che si guarda allo specchio e scopre che uno su nove dei suoi cittadini vive oltre confine. È la fotografia impietosa del Rapporto Italiani nel mondo 2025 della Fondazione Migrantes: 6,4 milioni di italiani all’estero, più degli stranieri che vivono in Italia, circa 5,3–5,4 milioni.
Non è solo una statistica. È il segno di una nazione che non riesce più a promettere un futuro stabile a chi ci nasce e a chi ha scelto di diventarne cittadino.

I numeri di una fuga strutturale

Nel 2024 si sono iscritti all’Aire per espatrio oltre 123 mila cittadini italiani, 34 mila in più rispetto all’anno precedente, con un incremento vicino al 40 per cento. Nel biennio 2023–2024 gli espatri di italiani hanno raggiunto quota 270 mila, mai così tanti negli ultimi dieci anni.
Nello stesso periodo crescono anche le immigrazioni straniere, ma il dato che colpisce è un altro: la crescita della “ventunesima regione”, l’Italia fuori dall’Italia, è più rapida di quella della popolazione straniera residente nel Paese.

Se nel 2019 emigrati italiani e immigrati stranieri si attestavano entrambi intorno ai 5,3 milioni, oggi gli italiani all’estero hanno superato di circa un milione gli stranieri presenti in Italia.
La retorica dell’“invasione” viene rovesciata dai fatti: il problema non è un eccesso di arrivi, ma un eccesso di partenze.

Chi se ne va: la meglio gioventù e i nuovi italiani

Non sono solo “cervelli” in senso accademico, ma il cuore vivo del Paese: giovani, giovani adulti, famiglie in età lavorativa. In poco più di vent’anni la quota di laureati tra gli emigrati di 25–64 anni è passata da meno del 15 per cento a oltre il 40 per cento, e tra i 25–39enni arriva ormai a sfiorare la metà.
In dieci anni, secondo analisi basate su dati Istat, quasi 100 mila giovani laureati tra i 25 e i 34 anni hanno lasciato l’Italia, con oltre 21 mila partenze nel solo 2023 e una crescita superiore al 20 per cento in un anno.

C’è poi un dato spesso rimosso: l’emigrazione degli stranieri che hanno acquisito la cittadinanza italiana. Tra il 2014 e il 2023 più di 1 milione e 576 mila nuovi italiani hanno lasciato il Paese dopo aver ottenuto il passaporto. Un espatriato su cinque è un “nuovo italiano”, spesso di origine brasiliana o bangladese, che prima ha creduto nel progetto di integrazione e poi ha scelto di ripartire altrove.

Questo significa che l’Italia non solo non riesce a trattenere i propri figli, ma non riesce nemmeno a convincere chi l’ha scelta come seconda patria a costruire qui il proprio futuro. È un doppio fallimento di sistema.

Geografie di una desertificazione sociale

La nuova emigrazione non è uniforme. Il Sud resta la grande area di partenza, con la Sicilia che guida la classifica delle regioni con più residenti all’estero, seguita da Lombardia e Veneto. Ma a muoversi non sono solo le periferie storiche dello sviluppo: crescono i flussi anche da regioni di medio e alto reddito come Veneto, Lombardia, Toscana, con variazioni annuali che toccano e superano il 7–9 per cento degli iscritti all’Aire.

Ad andarsene sono soprattutto giovani e famiglie dei piccoli comuni, delle aree interne, dei territori già colpiti da spopolamento e crisi demografica. Nel frattempo, Istat registra per il 2024 un nuovo minimo storico delle nascite, 370 mila in tutto il Paese, con un tasso di fecondità sceso a 1,18 figli per donna.

Il risultato è un’Italia che si restringe due volte: meno bambini che nascono, più giovani che se ne vanno. Nei paesi dell’entroterra, nei quartieri popolari, nelle città del Sud, la combinazione tra calo demografico ed emigrazione produce una vera desertificazione sociale, fatta di scuole che chiudono, servizi che vengono ridimensionati, interi pezzi di territorio abbandonati alla speculazione o al degrado.

Perché si parte: salari bassi, welfare stanco, orizzonte corto

La retorica del “siamo un popolo di migranti” non basta a spiegare questa ondata. Chi parte oggi non lo fa per spirito di avventura, ma per la necessità di trovare un salario dignitoso, un sistema sanitario che curi invece di respingere, un welfare che non scarichi su famiglie e donne tutto il peso dell’assistenza.

I dati sui redditi e sui salari sono inequivocabili. Secondo Eurostat e analisi recenti, la retribuzione media in Italia è stabilmente inferiore alla media europea. Nel 2023–2024 l’italiano medio percepisce circa 35–36 mila euro lordi l’anno, ben al di sotto dei quasi 45 mila della Francia e dei livelli ancora più alti della Germania.
Non è solo una differenza fotografica, ma una questione di dinamica: dal 2000 al 2023 i salari netti in Italia sono cresciuti molto meno che negli altri grandi Paesi dell’Unione, allargando il divario e alimentando la sensazione che “qui non si va avanti mai”.

Per i neolaureati, l’ingresso nel lavoro significa spesso contratti a termine, stipendi che non reggono il costo degli affitti nelle grandi città, impossibilità di pianificare una famiglia o un progetto di vita autonomo. Anche laddove gli studi mostrano retribuzioni di ingresso attorno ai 30 mila euro lordi, il confronto con le capitali europee resta impietoso se si sommano stabilità del posto di lavoro, servizi e qualità del welfare.

A questo si aggiunge un sistema sanitario sottofinanziato, pronto soccorso al collasso, liste d’attesa interminabili, servizi sociali frammentati. Per molte e molti, l’idea di restare significa accettare una lenta rinuncia a diritti che altrove sono considerati basilari.

La retorica della “sostituzione etnica” e lo strabismo della politica

Il Rapporto Migrantes dice con chiarezza ciò che la politica italiana, soprattutto quella di governo, si ostina a negare: il vero “problema demografico” del Paese non è l’immigrazione, ma l’emigrazione.

Mentre le destre agitano la teoria tossica della “sostituzione etnica” e una parte del centrosinistra rincorre le narrazioni securitarie, l’Italia perde pezzi della propria popolazione reale, in carne e ossa, che sceglie altre bandiere, altre lingue, altri sistemi di welfare. I numeri rovesciano la propaganda: non sono “gli altri” a sostituire gli italiani, sono gli italiani a sostituire il proprio Paese con un altro.

In questo quadro si inserisce quello che lo stesso presidente di Migrantes, Gian Carlo Perego, definisce uno “strabismo legislativo”: si blocca di fatto lo ius soli e lo ius scholae, mentre quasi un milione di bambini stranieri crescono e studiano nelle scuole italiane senza essere riconosciuti come cittadini.
Poi, quando una parte di loro acquisisce la cittadinanza, molti scelgono di emigrare lo stesso. È il paradosso di un Paese che chiede di “integrarsi” ma non offre una prospettiva concreta di vita dignitosa.

Una scelta razionale, non una fatalità romantica

La Fondazione Migrantes invita a superare il linguaggio del trauma e della tragedia per leggere la mobilità come scelta razionale dettata dalla necessità. Non è la nostalgia del passato a guidare questa diaspora, ma un freddo calcolo costi–benefici.

Chi se ne va valuta:
• quanto guadagnerà oggi e tra dieci anni
• che scuola avranno i figli
• quanto pagherà un affitto o un mutuo
• che risposta otterrà dal sistema sanitario in caso di bisogno
• che margini avrà di partecipare alla vita pubblica, di contare qualcosa

L’Italia, semplicemente, in questo confronto perde. Non perché manchi il talento, la cultura, la capacità produttiva, ma perché le scelte politiche degli ultimi decenni hanno smontato pezzo dopo pezzo gli strumenti collettivi che garantivano mobilità sociale, diritti, redistribuzione.

Invertire la rotta: serve un cambio di paradigma, non un bonus

Se uno su nove italiani vive all’estero, il tema non è più solo sociale o economico. È costituente. Quale Paese vuole essere l’Italia nel XXI secolo: una piattaforma di transito per capitali e turisti, o una comunità che investe su chi ci vive e lavora?

Invertire la rotta non significa lanciare l’ennesimo “bonus rientro” per pochi profili altamente qualificati, ma intervenire sui nodi strutturali:
• aumentare stabilmente i salari, a partire da un salario minimo legale che eviti dumping interno e lavoro povero
• finanziare davvero scuola, università e ricerca, non come capitoli residuali ma come assi di una strategia industriale di lungo periodo
• ricostruire un welfare territoriale, con sanità pubblica accessibile, servizi per l’infanzia, sostegni all’abitare, soprattutto nelle aree interne e nel Mezzogiorno
• riconoscere pieni diritti di cittadinanza a chi cresce in Italia, superando lo strabismo tra ius sanguinis rigido e blocco di ius soli e ius scholae
• costruire politiche di rientro che non siano solo fiscali, ma offrano percorsi professionali credibili, ricerca finanziata, imprese innovative non schiacciate da precarietà e subappalto

Serve anche ribaltare lo sguardo sulla diaspora: non vederla come un corpo estraneo da convocare solo al momento del voto, ma come parte integrante della comunità politica, portatrice di competenze, relazioni, visioni del mondo che potrebbero arricchire il Paese invece di allontanarlo ancora di più.

Conclusione: la scelta collettiva che incombe

Quando milioni di persone, tra cui la parte più scolarizzata e dinamica della popolazione, scelgono di andare via, il messaggio è chiaro: la società non offre più sufficiente senso di futuro. Non è una colpa individuale, ma il risultato di scelte politiche e di un modello economico che ha accettato la precarietà come destino.

Il nuovo record di partenze non è solo un dato “inquietante”. È il segnale che l’Italia è a un bivio. O continua a raccontarsi favole identitarie mentre si svuota, oppure mette al centro del proprio progetto nazionale il diritto a restare, a tornare, a costruire qui una vita degna.

Perché una patria che esiste solo come ricordo nelle foto all’aeroporto, e sempre più come indirizzo Aire, smette di essere un Paese. E diventa, lentamente, un luogo che si attraversa, ma in cui sempre meno persone scelgono davvero di vivere.

Turisti dell’orrore. La storia che l’Italia ha nascosto sotto il tappeto

Ci sono vicende che non appartengono solo alla cronaca giudiziaria, ma alla tenuta etica di un Paese. L’inchiesta aperta dalla Procura di Milano sui cosiddetti “cecchini del weekend” che, negli anni dell’assedio di Sarajevo, avrebbero pagato per andare a sparare sui civili è una di queste. Non riguarda soltanto la guerra nei Balcani, né soltanto i paramilitari serbo-bosniaci, né soltanto le oltre 11 mila vittime della città assediata tra il 1992 e il 1996: riguarda direttamente l’Italia. Se le ricostruzioni saranno confermate, significa che da città italiane partivano uomini facoltosi, ben inseriti, con reputazione pubblica, qualcuno legato al mondo dell’imprenditoria e delle cliniche private, altri appassionati di armi, che nel fine settimana raggiungevano le colline sopra Sarajevo per partecipare alla caccia all’uomo e poi rientravano nella normalità delle loro vite. Come se nulla fosse accaduto.

Il punto di snodo è l’esposto dello scrittore milanese Ezio Gavazzeni, classe 1959, che ha raccolto documenti, testimonianze e corrispondenze con una fonte dell’intelligence bosniaca dell’epoca. Gavazzeni ha spiegato di aver seguito questa vicenda per pura ricerca di verità, dopo aver letto, già negli anni Novanta, gli articoli che accennavano al fenomeno dei “tiratori turistici” e, più di recente, dopo aver visto il documentario “Sarajevo Safari” del regista sloveno Miran Zupanič, che nel 2022 ha riportato alla luce il tema degli stranieri paganti accompagnati dai serbi a sparare sui civili. Da lì è partita una ricostruzione più sistematica: richieste a fonti bosniache e italiane, contatti con ex agenti, recupero di materiali che hanno portato alla presentazione di un esposto di 17 pagine, solo una parte di ciò che – a detta dello scrittore – è effettivamente noto.

Il quadro che emerge è ancora più grave perché mostra una dimensione sociale precisa. Non si trattava soltanto di ricchi annoiati. Molti di quei “clienti” provenivano da ambienti dove si incrociano il culto dell’arma, il collezionismo militare, la frequentazione di poligoni e fiere di militaria, e segmenti dell’estrema destra europea di quegli anni, spesso simpatetica verso la causa serbo-bosniaca. Una zona grigia che univa disponibilità economica, nostalgia paramilitare, feticismo bellico e relazioni nei Balcani. La guerra di Bosnia, con la sua opacità e con la presenza di strutture militari e di intelligence serbe, venne percepita da questi soggetti come il luogo dove “giocare alla guerra vera”, al riparo da conseguenze immediate. La copertura venatoria – gruppi che partivano dall’Italia con la scusa della caccia – serviva proprio a questo: far passare senza sospetti persone che poi venivano accompagnate in quota per sparare sui civili. Un meccanismo che, nelle testimonianze raccolte, è attribuito anche alla protezione e all’organizzazione dei servizi di sicurezza serbi.

Secondo quanto riportato dalla fonte bosniaca sentita da Gavazzeni, alla fine del 1993 l’intelligence di Sarajevo aveva avvisato la locale sezione del Sismi italiano della presenza di almeno cinque italiani sulle colline attorno alla città, accompagnati per sparare sui civili. Non solo: la stessa fonte sostiene che i servizi bosniaci condivisero nel 1994 con il Sismi informazioni più ampie su “gruppi turistici di cecchini-cacciatori” che partivano da Trieste. La risposta italiana, sempre secondo tale ricostruzione, fu che la partenza di questi safari della morte era stata individuata e interrotta. Se così è stato, deve esistere un faldone nei nostri archivi di intelligence. Il fatto che a distanza di trent’anni quel faldone non sia ancora emerso è, di per sé, un fatto grave.

Un ulteriore elemento di ferocia è il cosiddetto “tariffario dell’orrore”: nelle deposizioni e nelle segnalazioni riportate all’autorità giudiziaria si parla di prezzi diversi per tipologia di vittima. I bambini “costavano” di più, gli uomini in divisa erano ritenuti bersagli migliori, le donne stavano più in basso nella scala e gli anziani potevano essere uccisi gratis. È la mercificazione totale della vita umana, la trasformazione di una capitale europea assediata in un parco macabro dove chi ha denaro può comprare il diritto di togliere la vita. Tutto questo mentre l’Europa occidentale era impegnata nei suoi percorsi di integrazione e mentre l’Italia contribuiva alle missioni internazionali in Bosnia.

L’indagine della Procura di Milano, coordinata dal procuratore Marcello Viola e affidata al pm Alessandro Gobbis, ha deciso di acquisire gli atti del Tribunale penale internazionale dell’Aia per l’ex Jugoslavia proprio per incrociare quanto emerso in sede bosniaca e internazionale con i nuovi elementi italiani. Tra i testi che saranno ascoltati ci sarà anche l’ex agente dell’intelligence bosniaca indicato nell’esposto. La presenza accanto a Gavazzeni degli avvocati Nicola Brigida e, soprattutto, dell’ex giudice milanese Guido Salvini – magistrato noto per le indagini sulle stragi e sui depistaggi – è un ulteriore segnale della solidità con cui si intende sostenere l’impianto accusatorio.

Il profilo dei presunti autori di questi “weekend delittuosi” è ciò che rende la vicenda così disturbante: persone con reputazione, con posizione sociale, con attività economiche floride, in alcuni casi legate a settori professionali di alto livello, che dopo aver sparato sui civili rientravano in Italia e continuavano a essere considerate cittadini rispettabili. La società che li circondava non vedeva, o faceva finta di non vedere. È la forma più subdola dell’indifferenza del male: l’idea di poter fare Dio per qualche ora e poi rientrare nella comunità senza pagare alcun prezzo.

Da questa storia emerge anche un tassello che spesso viene rimosso: l’incrocio tra violenza politica della destra radicale europea post-Guerra fredda e conflitto balcanico. In quegli anni non mancavano correnti della destra neofascista e nazionalista che guardavano con simpatia ai serbo-bosniaci, costruendo reti, viaggi, contatti e circoli di sostegno. In quelle stesse reti circolavano collezionisti d’armi, ex militari, nostalgici delle formazioni paramilitari, persone abituate a muoversi in ambienti di frontiera. È plausibile che proprio da lì siano passati alcuni dei nomi che oggi si cercano. Non è dunque un episodio isolato, ma il prodotto di un humus culturale e politico che ha tollerato l’idea della guerra come “esperienza da vivere”.

In questo quadro, la posizione delle autorità bosniache è netta: il console bosniaco a Milano ha assicurato piena collaborazione e ha parlato di urgenza nel chiudere i conti con un episodio “così crudele”. È la conferma che la memoria di Sarajevo non si è spenta. La città che ha conosciuto il fuoco dei cecchini ogni giorno non può accettare che chi ha partecipato a quell’assedio per divertimento resti senza nome e senza pena.

Resta infine il tema più attuale: se una tale forma di “turismo di guerra” è stata possibile negli anni Novanta in Europa, può esserlo anche oggi in altri teatri di conflitto. Esistono denaro, contatti, compagnie di sicurezza, tratte militari coperte; esiste un mercato globale dell’arma e dell’addestramento; esistono, soprattutto, persone disposte a pagare per la violenza. L’unico modo per spezzare questa catena è dimostrare che il tempo non cancella la responsabilità e che l’impunità non è garantita neppure dopo trent’anni. Individuare, processare e condannare chi ha pagato per uccidere civili inermi non è un atto simbolico: è la condizione minima perché una società europea possa ancora chiamarsi tale. Chi ha trasformato Sarajevo in un tiro a segno deve rispondere davanti alla giustizia e deve farlo con le pene più severe previste dall’ordinamento, senza attenuanti e senza indulgenze. La memoria delle vittime e la dignità del Paese lo esigono.

Silenziare la storia. Perché il caso D’Orsi a Torino è uno strappo costituzionale (e perché il licenziamento di Nunziati lo conferma)

Torino, novembre 2025. Un professore emerito, uno storico noto e riconosciuto, invitato a parlare di russofobia e narrazioni di guerra, viene zittito non da una contestazione pubblica, non da un confronto di idee, ma da una decisione politico-amministrativa presa a monte, su pressione di una vicepresidente del Parlamento europeo e di alcune sigle militanti sul fronte ucraino. È questo, in estrema sintesi, ciò che è accaduto al professor Angelo d’Orsi: il Polo del ’900 ha annullato la conferenza “Russofobia, russofilia, verità” prevista per il 12 novembre, dopo la richiesta pubblica di Pina Picierno, che ha poi ringraziato il sindaco di Torino per avere obbedito. È tutto scritto nei resoconti di queste ore. E il punto sta proprio qui: non siamo davanti a una normale polemica culturale, ma a un precedente grave, perché introduce un criterio politico-ideologico di ammissibilità della parola pubblica. E questo, in una Repubblica fondata su eguaglianza e libertà di manifestazione del pensiero, non è compatibile con la Costituzione.

Il fatto nudo è chiarissimo. C’è un evento regolarmente programmato in uno spazio pubblico della memoria e della cultura torinese. C’è un relatore che non è affatto un marginale, ma uno studioso con una bibliografia sterminata, allievo di Norberto Bobbio, voce ascoltata nella vita civile della città. C’è un tema delicato, quello della russofobia, che oggi spacca l’opinione pubblica europea perché tocca la guerra in Ucraina, le sanzioni, l’informazione di guerra. E c’è un intervento politico che, definendo in anticipo l’incontro “evento di propaganda putiniana”, lo fa saltare prima ancora che si svolga, trasformando un sospetto ideologico in motivo di censura preventiva.

Ora, se togliamo la patina di attualità, quello che resta è un meccanismo antichissimo: qualcuno decide che un’idea è pericolosa e invece di criticarla la elimina. Ma la nostra Carta, che nasce dalle ferite del fascismo, ha scelto consapevolmente l’altra strada. L’ha scelta all’articolo 21, quando ha detto che tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione e che la censura non è ammessa. L’ha scelta all’articolo 3, quando ha impegnato la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini. Qui è successo il contrario: un potere pubblico, per ragioni di opportunità politico-diplomatica, ha creato l’ostacolo.

Chi prova a minimizzare dirà: nessuno ha vietato a d’Orsi di parlare, può farlo altrove. Ma è un argomento fragile. Perché ciò che è stato impedito non è la parola in astratto, è l’accesso a uno spazio pubblico istituzionale. È il riconoscimento pubblico, è la possibilità di confrontarsi in una casa comune della cultura torinese. Quando si toglie questo, non si sta più discutendo di opinioni, si sta graduando la cittadinanza culturale. Alcune voci sì, altre no. Alcuni intellettuali “sicuri”, altri “sospetti”. E ogni volta che un’amministrazione sceglie in base all’allineamento geopolitico e non in base alla qualità del dibattito, mette lo Stato sul piano inclinato della discriminazione politica. È esattamente ciò che l’articolo 3 vieta: trattare in modo diverso i cittadini per ragioni non ragionevoli.

Ed è qui che il caso d’Orsi e il caso del giovane giornalista Gabriele Nunziati, cacciato dall’Agenzia Nova per una domanda legittima alla portavoce della Commissione europea, diventano le due facce della stessa regressione democratica. A Torino si vieta a uno storico di discutere pubblicamente la russofobia perché tema sgradito a una rappresentante europea. A Bruxelles si interrompe la collaborazione con un cronista perché ha osato chiedere se, con lo stesso criterio applicato alla Russia, anche Israele dovrà pagare la ricostruzione di Gaza. In un caso si colpisce la parola prima che venga pronunciata. Nell’altro si punisce la parola perché è stata pronunciata.

Il meccanismo è identico: l’informazione e la cultura sono ammesse solo se non mettono in imbarazzo la linea politico-diplomatica prevalente. Nel primo caso è la linea atlantista sulla guerra in Ucraina, nel secondo è la linea euro-israeliana sul conflitto in Palestina. Chi prova a mostrare la contraddizione interna a queste linee viene messo ai margini, escluso dal palco o dal posto di lavoro. È la stessa logica del discorso sorvegliato.

C’è poi un altro elemento che inquieta. L’intervento decisivo, tanto nel caso d’Orsi quanto in quello di Nunziati, non è venuto da un organismo di sicurezza nazionale, da un’autorità giudiziaria, da una commissione che abbia valutato rischi concreti. È venuto da pressione politica (nel caso d’Orsi) e da una scelta editoriale conformista (nel caso del giornalista). Cioè da soggetti che non hanno il compito di limitare la libertà di espressione, ma che se lo sono presi lo stesso, perché hanno intuito che in questa fase storica è conveniente allinearsi e sconveniente aprire spazi di discussione.

È la stessa dinamica vista con artisti e musicisti russi all’indomani dell’invasione: bastava l’accusa generica di “propaganda” perché scattasse l’esclusione. È una forma aggiornata di maccartismo russofobo, che ha già mostrato in Italia quanto sia facile colpire giornalisti, studiosi, persino associazioni che chiedono solo di discutere pubblicamente le cause e gli effetti del conflitto. Il risultato è un clima: ci sono temi che non si toccano, tesi che non si formulano, libri che non si presentano. E chi lo fa viene delegittimato e, quando va male, cancellato dal cartellone o dal contratto di collaborazione.

Dentro questo quadro va inserita anche la “stampa sotto attacco”. Perché nello stesso arco temporale in cui a Torino si spegne un microfono e a Bruxelles si caccia un cronista, nella Striscia di Gaza e Cisgiordania sono stati uccisi oltre 260 giornalisti, cameraman e fotografi palestinesi, e non solo, che stavano solo facendo il lavoro che il sistema europeo oggi rende difficilissimo: raccontare ciò che non torna, ciò che incrina la narrazione ufficiale, ciò che mostra la sproporzione della forza. Se a sud del Mediterraneo si eliminano fisicamente i testimoni e a nord del Mediterraneo si puniscono quelli che fanno domande scomode, il messaggio che passa è unico: su certe guerre non si indaga, si ripete quanto calato dalle veline del potere.

Questo clima è pericoloso almeno per tre ragioni.

Primo, perché introduce la censura preventiva, che è esattamente ciò che i costituenti non volevano più vedere dopo il ventennio. Nel caso d’Orsi non si è aspettato di ascoltare la conferenza per eventualmente criticarla: la si è vietata a monte. Nel caso di Nunziati non si è neppure discusso sul merito della domanda: si è deciso che era “fuori luogo”. In entrambi i casi si rovescia la logica liberale e costituzionale, secondo cui si parla sempre, e solo dopo, se ci sono reati o apologie vietate, interviene la legge.

Secondo, perché trasforma il dissenso sulla guerra in un indicatore di lealtà all’Occidente. Se critichi la russofobia istituzionale vieni assimilato alla propaganda putiniana. Se chiedi se Israele deve pagare per le distruzioni a Gaza vieni assimilato alla propaganda filopalestinese. È una semplificazione brutale ma funziona benissimo nella polarizzazione odierna, e proprio per questo è pericolosa: perché spinge amministrazioni, istituti culturali e redazioni a tutelarsi censurando il pluralismo.

Terzo, perché legittima le interferenze di soggetti esterni sul governo della cultura e dell’informazione. Che un’associazione ucraina, o una sigla militante, faccia pressione è nella natura del conflitto politico. Che un’istituzione pubblica ceda subito, o che un’agenzia giornalistica scarichi un collaboratore per compiacere il clima istituzionale, è ciò che non dovrebbe accadere. Qui invece è accaduto. E quando accade una volta, diventa più facile farlo la seconda.

La cosa più amara, e lo dice lo stesso d’Orsi nella sua replica, è che difficilmente arriveranno scuse ufficiali, prese di posizione forti, correzioni di rotta. Perché una volta che si è accettata l’idea che esista una linea di governo del discorso pubblico sulla Russia e sulla guerra, o sulla Palestina e sulla ricostruzione di Gaza, chi se ne discosta è automaticamente marginalizzato. Ma se passa questo principio, domani potrà essere usato per altro: Cina, Venezuela, politiche sociali, persino contestazioni interne al Paese. È così che cominciano le derive autoritarie nelle democrazie: non con una legge-bavaglio generale, ma con tanti piccoli silenziamenti “giustificati”, presentati come atti di responsabilità.

Il punto, allora, non è difendere un professore perché è di sinistra o perché ha studiato Gramsci, né un giovane giornalista perché “precario”. Il punto è difendere il diritto di qualsiasi cittadino colto e di qualsiasi cronista di porre domande scomode in uno spazio pubblico. Se oggi lo si vieta perché “filorusso”, domani lo si potrà vietare perché “filo venezuelano, dopodomani perché “filosociale” in tempo di austerità. È un pendio scivoloso che va fermato adesso.

Per fermarlo occorre ripartire dalla lettera e dallo spirito della Costituzione. La lettera dice che la libertà di manifestazione del pensiero è di tutti e non è soggetta ad autorizzazioni. Lo spirito dice che lo Stato deve ampliare, non restringere, gli spazi di discussione, soprattutto quando la politica estera e militare diventa tema caldo. Se gli enti culturali pubblici, invece di essere luoghi del pluralismo, diventano filtri del consenso atlantico, e se le agenzie di stampa invece di proteggere la libertà di domanda la puniscono, allora significa che il patto costituzionale è stato incrinato.

Questo è il messaggio più grave che arriva da Torino e da Bruxelles. Non riguarda solo Angelo d’Orsi. Non riguarda solo Gabriele Nunziati. Riguarda ogni cittadino che vuole ancora vivere in una Repubblica dove prima si parla e poi, semmai, si contesta. Qui è successo l’opposto. Ed è per questo che va detto con chiarezza: cancellare una conferenza scomoda su pressione politica e licenziare un cronista per una domanda legittima sono atti di discriminazione e di regressione democratica. E vanno denunciati adesso, finché è ancora possibile farlo senza dover chiedere il permesso.

La tassa che non c’è e i privilegi che restano. Come la destra ha trasformato la patrimoniale in un fantasma utile

“Patrimoniale. Mai”. Il titolo l’ha fatto la premier sui social e la stampa l’ha rilanciato quasi all’unisono: giornali di destra che applaudono, testate mainstream che mettono in scena lo scontro “Meloni (responsabile) vs Schlein (tassatrice)”, spazio minimo per spiegare da dove arrivino i 26 miliardi evocati dalla Cgil e zero analisi su chi paga davvero le tasse in Italia. Il risultato è un frame perfetto: la patrimoniale non c’è, non è all’ordine del giorno, ma va comunque esorcizzata. È la solita operazione di distrazione: si prende una proposta limitata ai grandi patrimoni e la si fa passare per un attacco al “risparmio degli italiani”, cioè alla casa di abitazione e al conto da poche decine di migliaia di euro. 

Che cos’è, invece, la proposta effettiva? Non riguarda tutti, non riguarda i ceti medi fragili, non riguarda chi ha solo la prima casa. Riguarda l’1% al vertice: circa 500 mila persone che possiedono più di 2 milioni di euro di patrimonio. A questo segmento, la Cgil propone di applicare un contributo di solidarietà dell’1% (in alcune versioni 1,3%) e calcola un gettito potenziale di circa 26 miliardi. Il numero non è magico: si ricava dal fatto che l’1% più ricco, in un paese dove le famiglie hanno 11.286 miliardi di ricchezza netta, controlla una massa stimata attorno ai 2.600 miliardi. L’1% di 2.600 miliardi fa appunto 26 miliardi. Quindi: 26 miliardi non li prendi dai 60-70 miliardari in stile Forbes, che tutti insieme hanno “solo” poco più di 300 miliardi e darebbero al massimo 3 miliardi con un prelievo dell’1%; li prendi dal blocco più ampio dei grandi patrimonializzati, quello sopra i 2 milioni. È questo che la propaganda salta, perché dire “lo pagano i ricchi veri” non spaventa nessuno. 

C’è poi il secondo numero, quello che i giornali hanno messo in fondo o non hanno messo affatto. La Relazione annuale del Mef sull’economia non osservata mostra che l’evasione e l’elusione fiscali sono tornate sopra i 100 miliardi; incrociando queste stime con altre componenti del sommerso e con le mancate entrate contributive, la forchetta reale si avvicina molto ai 110-120 miliardi annui. Vale a dire: ogni anno in Italia sparisce una cifra pari a quattro o cinque volte la famosa patrimoniale “dei comunisti”. Eppure il fuoco non è lì. Il racconto pubblico non è “facciamo pagare chi evade”, ma “difendiamo i patrimoni da una sinistra tassatrice”. È un rovesciamento molto conveniente. 

È su questo terreno che si vede il ribaltamento politico del melonismo. In campagna elettorale Fratelli d’Italia si è presentato come il partito che avrebbe difeso “gli ultimi”, il ceto medio impoverito, i lavoratori a reddito fisso, i pensionati che non arrivano a fine mese. Una volta al governo, però, la scelta è stata un’altra: blindare i grandi patrimoni, rassicurare la fascia alta, non toccare le rendite e spostare il peso su chi è già tracciato. È esattamente ciò che una parte dell’opposizione aveva previsto: un governo di destra reazionario e liberista nei fatti, sostenuto dai grandi capitali e dagli interessi organizzati, ma costruito con un linguaggio sociale rivolto ai fragili. Il copione non è nuovo: anche il fascismo storico crebbe grazie al sostegno di industriali e latifondisti del Nord che in cambio ebbero ordine, manodopera disciplinata e repressione verso chi rivendicava salari e terra. Oggi cambia la forma, non la sostanza. 

Per capire perché questo racconto attecchisce, bisogna guardare alla struttura economica lasciata dalla Seconda Repubblica. Dagli anni ’90 in poi l’Italia è stata spinta verso un modello in cui “ognuno è imprenditore di se stesso”: smantellamento della grande impresa pubblica, culto del “piccolo è bello”, condoni periodici, abolizione o riduzione delle imposte su prima casa e successioni, tolleranza ampia verso il nero. Il risultato è un paese con 19 milioni di dipendenti ma oltre 5 milioni di imprese e quasi altrettanti autonomi: un imprenditore ogni tre lavoratori stabili, mentre in Francia il rapporto è uno a sette. Un paese in cui milioni di persone vivono in equilibrio tra sussidi, bonus e piccole elusioni, e in cui l’idea di “tassare il patrimonio” suona minacciosa perché la propaganda la fa coincidere con “tassare la casa”. Ma la casa di residenza, lo dice la stessa normativa, non è un reddito. La patrimoniale di cui si discute oggi non è questo. È un’altra cosa. 

Dentro questo quadro esiste un’altra stortura: chi paga tutto, paga più del dovuto; chi evade, spesso viene anche premiato. Con le riduzioni delle detrazioni in vari settori e con i nuovi condoni mascherati, chi emette fatture e versa l’Iva viene messo in concorrenza sleale con chi lavora in nero. E non esiste un vero premio all’onestà fiscale. Basterebbe potenziare le detrazioni su una gamma molto più ampia di spese, agganciarle ai pagamenti tracciati e far sì che per le famiglie e le piccole imprese sia più conveniente “stare dentro” che “stare fuori”. Invece il messaggio che passa è il contrario: chi è onesto viene controllato, chi è borderline ottiene rottamazioni e sanatorie. È una scelta politica, non una necessità tecnica.

Se poi si allarga ancora lo sguardo, si vede la catena delle dipendenze. Il debito pubblico italiano cresce di circa 100 miliardi l’anno, non di 3.000, ma è comunque una cifra enorme che obbliga a stare sotto la tutela dell’Unione europea e dei mercati. Il governo non può permettersi manovre espansive senza coperture e allora due sono le strade: o si va a prendere i soldi dove sono (grandi patrimoni, extraprofitti, lotta dura all’evasione), o si mantiene lo status quo e si sposta il peso su lavoratori e pensionati. La scelta fatta è la seconda. E per renderla digeribile si mette in scena lo scontro ideologico sulla patrimoniale, presentata come una follia della sinistra, mentre in realtà è una misura che molti economisti considerano persino moderata in un Paese così diseguale. 

Il sistema mediatico, in questo, gioca un ruolo decisivo. I titoli di questi giorni mettono in cartellone Meloni e Schlein, con Conte che si sfila e i giornali che parlano di “odio di classe”. Così la questione viene depotenziata: non è più “chi deve finanziare sanità e scuola?”, ma “la premier o l’opposizione ha ragione?”. Nel frattempo passa sotto silenzio il fatto fondamentale: con l’attuale livello di evasione e con l’attuale concentrazione di ricchezza nelle fasce alte, l’Italia potrebbe finanziare buona parte del suo welfare senza toccare un euro ai redditi medio-bassi. Semplicemente non lo fa. Per prudenza politica, per la forza delle lobby fiscali, per la paura di perdere consensi nei ceti produttivi del Nord, per la continuità storica con quel blocco sociale che da un secolo sostiene le destre italiane. 

Sul piano costituzionale la questione è persino più semplice. L’articolo 53 dice che tutti devono concorrere alle spese pubbliche in ragione della capacità contributiva e che il sistema tributario è informato a criteri di progressività. È un articolo chiarissimo: chi ha di più deve contribuire di più. Oggi accade l’opposto: la parte tracciata (dipendenti e pensionati) paga in modo quasi perfetto; una parte del mondo produttivo paga in modo incompleto; il vertice della piramide patrimoniale viene esonerato dal solo fatto di essere vertice. Una patrimoniale mirata sui patrimoni netti molto alti, con franchigie ampie per prime case e piccoli risparmi, sarebbe la semplice traduzione di quell’articolo in un momento storico in cui lo Stato deve finanziare sanità, non autosufficienza, scuola, ricerca e transizione ecologica. Rinunciarvi non è neutralità, è schierarsi. 

In controluce si vede anche un’altra cosa che i commenti sui social hanno colto bene: non esiste oggi in Italia un vero “premio” al risparmio onesto e alla proprietà frutto di lavoro; esiste invece una protezione testarda delle grandi eredità e delle rendite immobiliari e finanziarie alte. Una riforma fiscale che volesse davvero essere giusta dovrebbe fare tre cose insieme: colpire i patrimoni molto alti e le eredità molto ricche; allargare le detrazioni per chi spende in modo tracciato; rafforzare i controlli sul tenore di vita (villa, suv, barca vs reddito dichiarato) e sulle false prestazioni assistenziali. Sono tutte misure già discusse in passato e mai portate fino in fondo perché toccano interessi reali, molto più organizzati dei lavoratori dipendenti. 

Resta il punto politico di fondo. Il governo che dice “mai la patrimoniale” è lo stesso che, di fronte a sanità sottofinanziata, scuola in affanno, regioni che chiedono più risorse e una demografia in declino, non propone una via d’uscita diversa dal continuare a far pagare chi è già in chiaro. È un governo che parla in nome del popolo ma protegge il capitale, esattamente come una parte dell’opinione pubblica aveva segnalato all’inizio della legislatura. Può farlo perché alle spalle ha un sistema mediatico che amplifica le paure del ceto medio e mette il silenziatore sulle cifre dell’evasione e sulla concentrazione della ricchezza. Ma i numeri, se messi in fila, non lasciano scampo: 11.286 miliardi di ricchezza delle famiglie; 2.600 miliardi detenuti dall’1% più ricco; 26 miliardi ottenibili con un contributo dell’1% su questi patrimoni; oltre 100 miliardi di evasione strutturale ogni anno. È lì che stanno i soldi. Il resto è rumore. 

La cura negata: il flop della “prestazione universale” e la sindrome del cambiare tutto

L’idea era potente sulla carta: unire accompagnamento e un aiuto aggiuntivo per gli ultraottantenni più fragili. Nella pratica, però, la “prestazione universale” ha toccato pochissimi, lasciando in sospeso migliaia di famiglie e mostrando una tendenza politica ormai chiara: mettere mano ai diritti sociali e sanitari senza rafforzare davvero ciò che serve ai cittadini più fragili . È solo incompetenza o c’è una precisa regia che sposta costi e responsabilità dai livelli garantiti per Costituzione a quelli più deboli e negoziabili?

Il quadro politico: la spinta a riscrivere la Carta e a comprimere i diritti dei più deboli

Qui sta il punto che non va eluso. L’attuale maggioranza, erede di una tradizione che non partecipò alla costruzione della Costituzione repubblicana, coltiva una pulsione a “cambiare tutto”: non per aggiornare i diritti, ma per riscrivere gli equilibri in favore dell’esecutivo e contro i contrappesi. È la stessa logica che ritroviamo nel premierato, nell’autonomia differenziata, nella separazione delle carriere dei magistrati, nelle strette d’ordine pubblico: si sposta il baricentro dall’universalismo dei diritti alla gerarchia del comando. In questa cornice, i diritti sociali non sono più garanzie esigibili ma concessioni condizionate, erogate a platee via via più ristrette. È una sindrome, sì, ma non casuale: è la continuità culturale di chi, per storia e riferimenti, non riconosce nella Costituzione il patto antifascista di cittadinanza eguale e tende a ridurla a carta di governo. Il risultato lo vediamo proprio sulla non autosufficienza: si introducono ostacoli anagrafici, reddituali e burocratici che violano lo spirito dell’articolo 3 (rimuovere gli ostacoli), colpendo i più fragili e gli ultimi, mentre cresce il potere discrezionale dei livelli amministrativi e si depotenziano i Livelli Essenziali di Assistenza. “Cambiare tutto” diventa così un programma politico: comprimere l’universalismo, selezionare i beneficiari, normalizzare l’idea che i diritti siano privilegi revocabili. E i “nipotini del Duce” (per usare l’immagine tanto diffusa quanto efficace) si rivelano bravissimi nel governare con l’arma dell’esclusione: più regole per i deboli, più libertà per chi già ha potere.

Che cos’è davvero la “prestazione universale”

La misura, introdotta in via sperimentale nel 2025, unifica la quota fissa pari all’indennità di accompagnamento e una quota integrativa fino a 850 euro al mese per acquistare lavoro di cura o servizi. Ma l’accesso è strettissimo: età almeno 80 anni, ISEE sociosanitario non oltre 6.000 euro e condizione di bisogno “gravissimo” definita da criteri clinici molto selettivi. Dal 2 gennaio 2025 al 31 dicembre 2026 è possibile fare domanda all’INPS.

I numeri della delusione

Sulla platea teorica di circa 25 mila aventi diritto, i beneficiari effettivi sono risultati intorno a duemila nei primi mesi, con un numero di domande nettamente inferiore alle attese. Anche stime intermedie parlano di poche migliaia di richieste e di esiti positivi sotto la metà. Un fallimento di design, prima ancora che di spesa.

Perché ha funzionato così poco

Il cuore del problema sta nel paradosso normativo. La riforma anziani (legge 33/2023) ha alimentato il rischio di spostare la tutela delle persone non autosufficienti dall’area dei diritti sanitari esigibili ai livelli sociali, meno garantiti. Giuristi come Giovanni Maria Flick lo hanno detto chiaramente: comprimere la presa in carico sanitaria in favore dell’assistenza sociale significa indebolire una protezione costituzionalmente presidiata. Anche analisi indipendenti hanno segnalato incoerenze dei decreti attuativi rispetto ai principi della delega.

Il caso RSA, Alzheimer e “quote” che non tornano

Quando la gravità clinica rende indistinguibili prestazioni sanitarie e sociosanitarie, la retta nelle RSA dovrebbe essere coperta secondo riparti fissati dai LEA. In generale, la regola è la compartecipazione al 50 per cento tra Servizio sanitario e persona, ma in diversi territori le famiglie si ritrovano a pagare più del dovuto, fino all’intero importo. La giurisprudenza ha riconosciuto in più casi che, per i malati più gravi, la spesa è integralmente sanitaria. Non a caso, le Regioni hanno chiesto di “riconoscere progressivamente il livello di sanitarizzazione” delle demenze fino alla totale presa in carico del SSN, mentre prosegue il riparto del Fondo Alzheimer 2024-2026.

Intenzione o incapacità? La sindrome del cambiare tutto

Il filo rosso è semplice: si annuncia una svolta, si restringe l’accesso, si lascia intatto il deserto dei servizi domiciliari e del personale. Intanto si spingono riforme di sistema che toccano i contrappesi costituzionali e l’unità dei diritti: autonomia differenziata già in legge, premierato in itinere, separazione delle carriere dei magistrati. È un pacchetto che, nell’insieme, aumenta diseguaglianze territoriali e rende i diritti più mutevoli. Gli atti ufficiali parlano da soli.

Il conto lo pagano sempre gli stessi

Nel nostro paese “il grosso” dell’assistenza lo fanno le famiglie, in primis le donne. Nella popolazione 50+, i caregiver sono per il 65 per cento donne. Ridurre la presa in carico pubblica significa scaricare più costi economici e di salute su chi già regge la rete di cura, con effetti che si vedono su occupazione, povertà e disuguaglianze.

Che cosa servirebbe, davvero

Non bastano bonus con paletti che quasi nessuno supera. Servono quattro mosse concrete, riprese anche dal Patto per un nuovo welfare sulla non autosufficienza: uno sportello unico che semplifichi l’accesso ai sostegni, un aiuto economico stabile per chi regolarizza il lavoro di cura, più personale specializzato nelle strutture residenziali e veri servizi domiciliari di base ovunque, non solo in poche Regioni. È l’ABC di un sistema che parte dalle persone, non dai comunicati.

Il punto politico

Se un governo cambia per cambiare, senza ascoltare chi vive la non autosufficienza, finisce per chiamare riforma ciò che è solo una riduzione degli aventi diritto. La “prestazione universale” è l’emblema di questa sindrome: promessa di universalismo, esito micro-selettivo. Correggerla è possibile, ma va rovesciato l’approccio. Prima i servizi e i LEA sociosanitari, poi gli incentivi economici. Prima la certezza dei diritti, poi la sperimentazione. Altrimenti il cambiare tutto resta un esercizio di potere, non una politica per i più fragili.

Fonti essenziali

Criteri, importi e istruzioni INPS sulla prestazione universale.

Analisi e critica tecnico-giuridica della riforma e dei decreti attuativi.

Dati sul flop iniziale e sulla platea: rassegna e titoli de Il Sole 24 Ore; stime intermedie su domande e accoglimenti.

Quote sanitarie in RSA, giurisprudenza e priorità delle Regioni; Fondo Alzheimer 2024-2026.

Autonomia differenziata, premierato, separazione carriere: atti e dossier istituzionali.

Peso dell’assistenza familiare e profilo dei caregiver.

Un milione che suona come un insulto: così la manovra dimentica i caregiver e sposta i miliardi altrove

Un milione nel 2026 per i caregiver: una cifra simbolica che fotografa le priorità della manovra. Mentre le famiglie reggono il sistema di cura, lo Stato guarda altrove.

I numeri (e il messaggio politico) dell’articolo 53

Nel testo della Legge di Bilancio 2026, l’articolo 53 istituisce un fondo “a sostegno del ruolo di cura e di assistenza del caregiver familiare” con 1,15 milioni per il 2026 e 207 milioni annui a decorrere dal 2027. Le associazioni parlano di risorse irrisorie e di riforma senza una cornice di diritti esigibili. Non è un cavillo: è una scelta politica netta.

La memoria corta del Governo

Il precedente “fondo caregiver” da 30 milioni era stato soppresso; solo il 7 maggio 2025, la Gazzetta Ufficiale ha pubblicato i criteri di riparto dei fondi (relativi al 2024) nell’ambito del Fondo unico per la disabilità. Un ripristino tardivo, con procedure complesse, che dimostra ancora una volta come la cura venga trattata come straordinaria, mai strutturale.

Quante persone stiamo lasciando sole

In Italia i caregiver familiari sono oltre 7 milioni, in larga maggioranza donne. Le persone con disabilità sono circa 2,9 milioni (dato ISTAT, 2023). Parliamo di famiglie intere che reggono il carico dell’assistenza quotidiana, spesso senza alcun riconoscimento formale. Pensare di rispondere a questo bisogno con 1,15 milioni nel 2026 è più che illusorio: è offensivo.

La scala delle priorità: miliardi alla Difesa, centesimi alla cura

Nel 2025 il Governo ha rivendicato con orgoglio il raggiungimento del 2% del PIL destinato alla Difesa. La NATO, nel frattempo, ha alzato ulteriormente l’asticella: l’obiettivo complessivo è ora il 5% del PIL entro il 2035 (3,5% per la difesa militare, 1,5% per la “sicurezza” in senso lato). Anche gli analisti più prudenti confermano che si tratta di un’accelerazione storica della spesa militare. Di fronte a questi numeri, la cifra destinata alla cura appare ancora più indecente.

Cosa servirebbe subito (non “dal 2027”)

  1. Una legge-quadro chiara
    Definizione giuridica unica della figura del caregiver familiare, indennità mensile strutturale, diritti esigibili e riconoscimento sociale.
  2. Tutele previdenziali e lavorative
    Contributi figurativi pieni, congedi retribuiti e flessibili, diritto al sollievo, senza penalizzazioni per chi rinuncia a un lavoro per assistere un familiare.
  3. Sportello unico nazionale
    Un sistema centralizzato con domanda digitale, tempi certi, erogazioni trasparenti e un monitoraggio pubblico accessibile.
  4. Integrazione socio-sanitaria reale
    Piani personalizzati di cura con “budget di presa in carico”, coordinati tra servizi sociali e sanitari a livello locale e vincolati a standard minimi.
  5. Coperture trasparenti e continuative
    Stop a fondi spot e riclassificazioni contabili. Serve una dotazione pluriennale certa, svincolata da logiche emergenziali.

Come rendere strutturale il Fondo (coperture vere, non promesse)

  1. Agganciare il Fondo ai “flussi bancari” della manovra
    Il cosiddetto pacchetto banche non è una vera imposta straordinaria: si tratta di una combinazione tra aumento dell’IRAP per il 2026–2027, limiti temporanei alle deduzioni fiscali (ACE, perdite pregresse) e slittamento delle DTA. È più un’anticipazione di gettito che un contributo reale: lo Stato incassa ora, ma le banche pagheranno meno domani. Almeno il 20% di queste risorse dovrebbe essere vincolato per legge al Fondo Caregiver, sin dal 2026, per renderlo pluriennale e strutturale.
  2. Dal 2026, non dal 2027
    L’avvio “ritardato” al 2027 dei 207 milioni non è credibile né accettabile. È necessario attivare immediatamente la dotazione annuale minima e indicizzarla a inflazione sanitaria e demografica.
  3. Un Fondo unico, nazionale, e semplice da usare
    Basta con la frammentazione regionale: serve un Fondo nazionale con piattaforma digitale unica, procedure snelle e tempi certi. Ogni ulteriore frammentazione favorisce ritardi e diseguaglianze territoriali.
  4. LEPS e budget di cura da garantire in ogni ASL
    I livelli essenziali per il sollievo familiare e l’assistenza domiciliare devono essere vincolanti per le Regioni, con fondi dedicati proprio attraverso la quota stabilita nel pacchetto banche.
  5. Clausola di salvaguardia sociale
    Qualora lo stanziamento annuale per i caregiver scenda sotto una soglia minima pro-capite, si attiva automaticamente un travaso di risorse dal pacchetto banche o da capitoli discrezionali verso il Fondo Caregiver. È il minimo per garantire stabilità e continuità.

Mettere 1,15 milioni per i caregiver nella manovra economica non è un errore tecnico: è una precisa scelta politica. È lo specchio di un sistema che premia la spesa per armamenti ma abbandona chi ogni giorno cura, assiste, sostiene. È la negazione di una visione sociale del Paese. La cura non è un favore. È un diritto. Ed è tempo che venga finanziata come tale: ora, non in un futuro indefinito.

Fonti principali:
Il Fatto Quotidiano; Gazzetta Ufficiale (07/05/2025); Ministero per le Disabilità; ISTAT (Rapporto disabilità 2023); Reuters (obiettivi NATO 2025–2035); “Fisco e Tasse” – analisi manovra 2026, pacchetto banche.

Regalare il futuro: la svendita sistematica del patrimonio pubblico italiano

È un processo che non nasce oggi, ma che nel corso di tre decenni ha assunto dimensioni strutturali: lo Stato italiano, con le proprie imprese strategiche, viene progressivamente smontato, ceduto, mercificato. Ciò che fino a poco tempo fa era centrale per la sovranità industriale nazionale è oggi un pacchetto da “monetizzare”. E il governo Meloni, lungi dall’interrompere il corso, lo sta portando fino alle sue ultime conseguenze.

In questo articolo ricostruiamo la traiettoria recente, aggiorniamo i casi più emblematici con dati 2024/2025 e ragioniamo sulle implicazioni politiche, economiche e sociali.

  1. Un’eredità quarantennale: la privatizzazione come paradigma permanente

Il “modello privatizzazioni” affonda le sue radici nei primissimi anni Novanta, quando l’IRI — storica anima industriale dello Stato — comincia il suo smembramento. Da allora, decine di aziende pubbliche, infrastrutture e servizi strategici sono stati trasformati in merci, ceduti al miglior offerente. Nel tempo si è consolidato un dogma: “pubblico = inefficiente, privato = virtuoso”. Ma le grandi privatizzazioni italiane (telecomunicazioni, energia, banche, autostrade) non sono state solo operazioni economiche: hanno segnato un cambio di paradigma, un trasferimento simbolico e reale di sovranità al mercato finanziario.

Negli ultimi anni il dibattito internazionale ha iniziato a rimettere in discussione quel dogma (reinternalizzazioni, modelli ibridi pubblico-privato). In Italia, qualche segnale timido esiste, ma la sostanza resta: valorizzare sul mercato ciò che ancora rimane “vendibile” del patrimonio pubblico.

  1. Il piano delle dismissioni 2025–2026: quanto resta sul tavolo?

Nel 2025 il governo ha indicato un obiettivo di incassi da privatizzazioni nell’ordine di circa 17,5 miliardi di euro sui prossimi anni, ridimensionando però tempi e ambizioni rispetto ai proclami iniziali. L’operazione resta centrale per far quadrare i conti della finanza pubblica, con un DEF che aumenta i margini di disavanzo (circa +0,4 punti di PIL nel 2025, +0,7 nel 2026, +1,1 nel 2027). In agenda figurano quote di Poste, MPS, partecipazioni residue in società energetiche e altri asset infrastrutturali; ma diversi osservatori notano che “il sacco è quasi vuoto”: ciò che poteva essere venduto è già stato ceduto, o è difficile da valorizzare ulteriormente.

  1. I casi simbolo aggiornati (2024–2025)

TIM / Rete fissa (NetCo/FiberCop/KKR)
• 1 luglio 2024: perfezionata la cessione della rete fissa di TIM al fondo statunitense KKR (tramite FiberCop/Optics BidCo), con valutazione fino a 22 miliardi. L’organico complessivo scende da 37.065 a 17.281 addetti. Contratto pluriennale per l’affitto della rete, golden power esercitato con prescrizioni. È il passaggio di un’infrastruttura vitale alla finanza internazionale, con governance pubblica residuale.

Ex Ilva / Acciaierie d’Italia
• Dossier ancora fragilissimo: tra commissariamenti, subentri e piani di “rilancio”, prevalgono ipotesi di nuova cessione e tagli occupazionali, con oneri pubblici per decarbonizzazione. Tutto questo mentre la domanda globale di acciaio è sostenuta anche dalle politiche di riarmo europee. (Fonti multiple di settore; scenario coerente con l’evoluzione 2024/25)

ITA / Lufthansa
• Gennaio 2025: Lufthansa finalizza l’acquisto del 41% di ITA (saldo 59% al MEF), con prospettiva di progressiva integrazione operativa. Nel frattempo, la CIG per circa 2.000 ex lavoratori Alitalia è prossima alla scadenza: manca un piano robusto di ricollocazione.

MPS (Monte dei Paschi di Siena)
• Dopo la nazionalizzazione per salvataggio, lo Stato ha ridotto la propria quota a meno dell’11–12%; la traiettoria è di privatizzazione, mentre operazioni straordinarie (fusioni/alleanze) hanno generato plusvalenze importanti per grandi investitori (famiglia Del Vecchio tramite Delfin, gruppo Caltagirone, fondi come BlackRock). Un’occasione mancata per costruire un polo bancario pubblico con Cassa Depositi e Prestiti.

Stellantis / Automotive
• Tra delocalizzazioni, compressione salariale e rendite finanziarie, il rischio è che l’Italia scivoli a sito di assemblaggio marginale, mentre il valore aggiunto si cattura altrove. La riconversione verso produzioni dual-use e militari, finanziata con risorse pubbliche, non garantisce presidio strategico, dato che la governance e la base fiscale del gruppo non sono italiane.

Partecipazioni in Eni, Enel e imprese energetiche
• Ulteriori cessioni/ritocchi di quote riducono il perimetro del controllo pubblico su settori chiave. Sul fronte downstream, il dossier IP/API e l’interesse Socar riaccendono il tema della sovranità energetica (trattative e scenari 2024/25).

  1. Il caso Autostrade/Benetton e il Ponte Morandi: quando il profitto scavalca la sicurezza

La vicenda Autostrade per l’Italia (Aspi) è il paradigma di cosa accade quando un’infrastruttura essenziale viene gestita con priorità di massimizzazione del rendimento anziché di tutela dell’interesse pubblico.
• 14 agosto 2018: crolla il Ponte Morandi a Genova, una delle più gravi tragedie infrastrutturali della storia recente italiana. Il maxi-processo, con 57 imputati, è tuttora in corso e la sentenza è attesa nel 2026 (alcuni reati minori già prescritti). Lentezze giudiziarie a parte, la sostanza politica è chiara: la manutenzione e il controllo di sicurezza di un asset vitale non possono dipendere dalla logica del dividendo.
• Maggio 2022: dopo un lungo braccio di ferro, Atlantia (galassia Benetton) perfeziona il closing vendendo l’88,06% di Aspi al Consorzio formato da CDP Equity (51%), Blackstone (24,5%) e Macquarie (24,5%). Controvalore: ~8,2 miliardi di euro (inclusa ticking fee e al netto di aggiustamenti).
• Agosto 2025: a sette anni dal crollo, il Comitato Ricordo delle Vittime e altre associazioni depositano un esposto per chiarire le cifre della transazione e la gestione post-tragedia, denunciando una “Aspi spolpata” prima del passaggio di mano. È un atto simbolico, ma indica una percezione pubblica diffusa: la privatizzazione di un servizio essenziale ha generato profitto privato e rischio pubblico.

Questo caso spiega, meglio di qualsiasi teoria, perché le dismissioni di asset strategici non possono essere la scorciatoia per fare cassa: quando la manutenzione è un costo e il dividendo un obiettivo, la sicurezza arretra. Il pubblico finisce per pagare due volte: prima con tariffe e dividendi, poi con ricostruzioni, cause, risarcimenti e dolore sociale.

  1. Una mappa dei guadagni e delle perdite: cifre, attori, controparti

Incassi e obiettivi
• 2025: piano di privatizzazioni con incassi attesi fino a 17,5 miliardi (poi “rimodulati”). Ma molti dossier slittano e la “capacità residua di vendita” si assottiglia.

Chi guadagna
• Fondi internazionali (KKR, BlackRock, ecc.) entrano nei nodi strategici.
• Gruppi nazionali già avvantaggiati consolidano rendimenti (Delfin, Caltagirone).
• Governi di ogni colore orchestrano con atti formali (golden power, decreti, patti parasociali) una cessione “controllata”, ma pur sempre cessione.

Chi perde
• Lavoro (esuberi, esternalizzazioni: il caso TIM è plastico).
• Capacità di pianificazione: l’indirizzo industriale scivola verso obiettivi estranei al bene collettivo.
• Sovranità tecnologica/energetica: cresce la dipendenza da capitali, tecnologie e forniture estere.

  1. Il silenzio dell’opposizione e la resa dei corpi intermedi

Qui sta il punto politico. L’operazione di dismissione è diventata bipartisan: governi di destra, sinistra e tecnici hanno partecipato allo stesso disegno, spesso giustificandolo con vincoli europei o urgenze di finanza pubblica. La CGIL e, più in generale, il sindacato confederale hanno spesso risposto con mobilitazioni parziali, senza un progetto industriale alternativo all’altezza del passaggio storico. Il risultato è un depotenziamento dello Stato che procede quasi senza resistenza, trasformandosi in normalità.

  1. Le radici del dominio neoliberista europeo

La cornice è europea: concorrenza, aiuti di Stato, regole fiscali hanno spinto gli Stati a “non fare impresa”, limitandosi a incentivare i privati. Anche il Next Generation EU e i pacchetti per la transizione green/digitale tendono a scorrere lungo canali finanziari transnazionali, lasciando alla capacità progettuale pubblica un ruolo spesso ancillare. Finché l’Italia non riapre il dossier della sovranità industriale in sede UE, ogni tentativo di re-industrializzare resterà parziale.

  1. Strategie per invertire la rotta (con i piedi per terra)
    1. Patrimonio pubblico come leva strategica
      Non zavorra da liquidare, ma volano di sviluppo: energia, reti, manutenzione straordinaria del territorio, sanità digitale, manifattura avanzata.
    2. Clausole dure nelle privatizzazioni
      Diritto di reversione, vincoli occupazionali, tetti alla distribuzione di utili, poteri speciali effettivi e verificabili.
    3. Piani industriali pubblici veri
      Non “aiuti” a pioggia a grandi gruppi, ma campioni pubblici capaci di guidare filiere (energia, semiconduttori, batterie, mobilità, agro-tech).
    4. Ricostruzione dei corpi sociali
      Dalle vertenze singole a un fronte civico-produttivo che faccia dei beni comuni la propria piattaforma politica.
    5. Contrattazione in Europa
      Portare il tema della sovranità industriale al centro dei tavoli: senza spazi per imprese pubbliche e consorzi misti mission-oriented, l’Italia resterà subfornitore.
    6. Trasparenza radicale
      Ogni dismissione deve essere accompagnata da bilanci pubblici leggibili, consultazioni territoriali, indicatori di sicurezza/qualità (il caso Autostrade insegna), e monitoraggi indipendenti ex-post.

Conclusione

L’Italia vive un dramma silenzioso: la dissoluzione del proprio apparato industriale e l’alienazione del capitale pubblico. Non è fatalità, è scelta. Il governo Meloni non ha inventato nulla: ha ereditato una linea e l’ha accelerata. Se l’opposizione non rompe la gabbia ideologica, ci consegnerà un Paese più povero, meno libero, più dipendente.

Il tempo per invertire la rotta non è infinito. Servono schiena dritta e visione: uno Stato non “minimo”, ma protagonista. E soprattutto, un principio: ciò che è strategico — reti, energia, infrastrutture, dati, sicurezza — non si mette all’asta. Il Ponte Morandi ce lo ricorda ogni giorno.

Fonti essenziali per i dati aggiornati (2024–2025)
• Piano privatizzazioni e cifre 2025: la Repubblica (15 aprile 2025).
• TIM/KKR (valutazione fino a 22 mld; organico a 17.281): ANSA, Il Fatto Quotidiano, Gruppo TIM (1 luglio 2024).
• ITA/Lufthansa (41%): Lufthansa Group newsroom (17 gennaio 2025), MEF (3 luglio 2024).
• Autostrade/Aspi (closing e controvalore ~8,2 mld): Sky TG24 (6 maggio 2022), Mundys/Atlantia (5 maggio 2022), ANSA (6 maggio 2022).
• Ponte Morandi (stato del maxi-processo; sentenza attesa 2026): la Repubblica Genova (12 agosto 2025).
• Esposto delle vittime su Aspi “spolpata”: Avvenire (14 agosto 2025).

Poveri per scelta politica: il fallimento dell’ADI e la resa dello Stato di fronte alla miseria

Se guardiamo i numeri senza ideologia, l’Italia di oggi ha deciso chi aiutare e chi no. E la scelta ricade sempre meno sui poveri. Il Rapporto 2025 di Caritas Italiana è chiarissimo: la riforma Meloni–Calderone ha sostituito un’impostazione universalistica (aiutare chi è povero in quanto tale) con una logica categoriale che premia solo alcuni nuclei (quelli con minori, anziani o disabili) e lascia fuori gli altri. È un unicum in Europa e, soprattutto, è un arretramento culturale: “assicurare a tutti i poveri una vita decente” smette di essere compito dello Stato. Non è un giudizio politico: è ciò che mostrano i dati e che la stessa Caritas definisce come “limitato interesse del governo per la lotta alla povertà”.

Il cuore della riforma: meno platea, meno efficacia
La differenza tra Reddito di cittadinanza (RdC) e Assegno di inclusione (ADI) non è solo nominale. Stando alle stime della Banca d’Italia riportate da Caritas, il RdC riduceva l’incidenza della povertà assoluta dall’8,9% al 7,5%. L’ADI, con la platea più stretta, arriva appena all’8,3%. Tradotto: con l’ADI più persone restano sotto la soglia di povertà. E non per caso, ma per design istituzionale.

Nord povero invisibile, Sud iper-rappresentato
La riforma riproduce e aggrava il disallineamento territoriale già noto con il RdC. Dati alla mano: al Sud risiede il 45% dei nuclei in povertà assoluta ma arriva il 68% dei benefici dell’ADI; nel Nord, dove si concentra il 41% delle famiglie povere, il sostegno si ferma al 15%. Il risultato è doppiamente distorsivo: crea “falsi negativi” (poveri esclusi) nelle aree a costo della vita più alto e “falsi positivi” altrove. Questo non è un inciampo tecnico: è il prodotto di soglie uniformi che ignorano differenze reali di prezzi e bisogni.

Gli stranieri pagano il conto più alto
Nel 2023 l’incidenza di povertà assoluta tra le famiglie con almeno uno straniero è stata del 30,4%, quasi cinque volte quella delle famiglie composte solo da italiani. Eppure l’accesso all’ADI continua a essere ostacolato da requisiti anagrafici e patrimoniali severi, con un effetto di esclusione strutturale che il passaggio da 10 a 5 anni di residenza non ha risolto. È un cortocircuito: più povertà, meno accesso allo strumento.

SFL, la “politica attiva” che non attiva
Il Supporto per la formazione e il lavoro (SFL) doveva essere la grande novità. In pratica, gli operatori lo definiscono “una scatola vuota”: pochi presi in carico, percorsi formativi scollegati dal mercato, inserimenti occupazionali quasi nulli. I numeri confermano la modestia della scala: al 30 giugno 2025 risultano circa 182 mila persone che hanno ricevuto almeno una mensilità SFL, a fronte di un fabbisogno ben più ampio e senza evidenze robuste di impatto occupazionale.

La coperta troppo corta (per scelta)
Nel 2025 le soglie dell’ADI sono state rialzate solo dell’8,3%, un adeguamento che non ha recuperato l’inflazione accumulata dal 2019. Significa che, in termini reali, il beneficio “compra” meno beni essenziali oggi rispetto a ieri. Quando si stringe la spesa sociale in questo modo, non si risparmia: si scarica il costo della povertà sulle famiglie, sui comuni e sul volontariato, come testimonia l’aumento di richieste alle Caritas diocesane.

Il confronto europeo: perché noi andiamo contromano
Nel 2023 l’UE ha raccomandato agli Stati membri di garantire redditi minimi adeguati e davvero accessibili, con standard comuni e strumenti integrati (dal sostegno al reddito ai servizi per casa, salute, lavoro). Italia ha scelto la strada opposta, restringendo l’accesso. Intanto la Spagna ha rivalutato l’Ingreso Mínimo Vital fino al 2025 con incrementi cumulati nell’ordine del 40% e oltre, e la Germania ha introdotto il Bürgergeld nel 2023 rendendo più generose e meno stigmatizzanti le regole di base, con meccanismi di aggiornamento che tengono conto dell’inflazione. Non stiamo parlando di regali: stiamo parlando di assicurare lo standard minimo di vita in un continente che si dice civile.

Il punto politico: la povertà non è un vizio privato
Dietro questa riforma c’è una narrazione: i poveri “giusti” sono quelli con figli, gli altri devono arrangiarsi. Chi lavora ma prende salari da fame viene rimandato a corsi e “politiche attive” che non portano lavoro. E intanto la forbice si apre: prezzi alti, affitti ingestibili, bollette che tornano a correre. Se lo Stato restringe le tutele proprio quando servono, la povertà diventa una condanna, non una condizione da cui uscire.

Cosa fare, subito
Primo: ripristinare l’universalismo selettivo, cioè una misura di reddito minimo accessibile a tutte le persone in povertà economica, con soglie e importi adeguati al costo della vita per area, come chiede la Caritas. Secondo: rivedere radicalmente l’SFL, legando i percorsi a domanda reale e filiere locali, e premiando non le ore di aula ma gli esiti occupazionali. Terzo: consentire la cumulabilità intelligente tra lavoro e beneficio per accompagnare l’uscita graduale dalla povertà senza “trappole della povertà”. Quarto: allineare l’Italia alla Raccomandazione UE con standard vincolanti su adeguatezza e accesso, e istituire équipe multidisciplinari che tengano insieme reddito, casa, salute e servizi sociali. Non è beneficenza: è politica economica di base, è coesione sociale, è Costituzione.

Non c’è nulla di inevitabile nell’aumento della povertà. È il risultato di scelte. Oggi l’Italia ha scelto di restringere. Domani può scegliere di allargare lo spazio dei diritti, restituendo ai poveri il minimo che spetta in un Paese che vuole chiamarsi civile.

Fonti essenziali e dati citati
– Caritas Italiana, Rapporto 2025 “Assegno di Inclusione: un primo bilancio” (analisi su riduzione platea, minore efficacia ADI, squilibri territoriali e criticità SFL).
– Banca d’Italia (stime riportate da Caritas): RdC 8,9→7,5% vs ADI 8,3% sull’incidenza di povertà assoluta.
– INPS, Osservatorio ADI/SFL (giugno–luglio 2025): 868 mila nuclei con almeno una mensilità ADI; 68% dei nuclei al Sud; 181.942 beneficiari SFL.
– ISTAT, povertà 2023: 8,4% famiglie e 9,7% individui in povertà assoluta; incidenza 30,4% tra le famiglie con almeno uno straniero.
– Consiglio dell’UE, Raccomandazione 2023 su reddito minimo adeguato.
– Confronto europeo: Spagna (IMV rivalutato), Germania (Bürgergeld 2023 con regole più generose e aggiornamento ai prezzi).

Astensione killer e la crisi della partecipazione: come rianimare la sinistra

C’è un convitato di pietra nelle urne italiane, sempre più ingombrante: l’astensione. Non è più un fenomeno marginale, né un semplice segnale di disaffezione: è diventata la vera protagonista delle tornate elettorali, capace di condizionare in profondità i risultati e di punire indistintamente destra e sinistra. Un killer silenzioso, che lascia macerie soprattutto nel campo progressista.

I numeri della diserzione
I dati delle Regionali nelle Marche parlano chiaro: affluenza al 50,1%, dieci punti in meno rispetto a cinque anni fa. Nel 2020 Francesco Acquaroli vinse con 361 mila voti; oggi si conferma con 337 mila, venticinquemila in meno. Il Partito Democratico passa dai 156 mila voti di Mangialardi ai 127 mila di Matteo Ricci, lasciandone sul terreno oltre trentamila. Persino Fratelli d’Italia, in crescita ovunque, si sgonfia: dai 222 mila voti delle Politiche 2022 scivola a 155 mila. Il Movimento 5 Stelle si dimezza, da 44 mila a 28 mila.

Non è, dunque, una disfatta circoscritta a un partito: è un’emorragia generale. Il “campo largo” si scopre fragile, incapace di trattenere i suoi elettori. Eppure le piazze, quando si parla di Palestina, clima o disarmo, si riempiono. La contraddizione è lampante: partecipazione civica in aumento, partecipazione politica in caduta libera.

Piazza e urne: due mondi che non si toccano
Il paradosso delle “piazze piene e urne vuote” non basta più a spiegare la frattura. Le mobilitazioni per Gaza o per il clima mostrano che il popolo non è apatico, ma cerca luoghi di impegno autentico. Il problema è che non riconosce quei luoghi nella politica istituzionale. Come nota Marco Valbruzzi, docente di Scienza politica, i movimenti che affollano le piazze sono composti da cittadini già “iper-politici”, sofisticati, che spesso votano comunque. A mancare all’appello sono gli indifferenti, quelli che non si sentono rappresentati da nessuna offerta.

Antonio Noto, sondaggista, sottolinea come il crollo di partecipazione colpisca soprattutto l’elettorato M5S e Avs. Gli stessi soggetti che un tempo incarnavano la promessa di un “nuovo partito” capace di attirare i senza-voce oggi pagano il conto della sfiducia. La conseguenza è che chi rimane a casa non è semplicemente disinteressato, ma convinto che il voto non abbia alcun impatto reale.

L’inciviltà della politica
Un altro fattore è la qualità del dibattito pubblico. Una ricerca dell’Università Cattolica mostra che oltre il 70% dei cittadini è infastidito dal linguaggio urlato e aggressivo della politica: la cosiddetta fan politics, o politica da bar. La comunicazione incivile mobilita un nucleo ristretto di tifosi, ma allontana masse ben più ampie. Il risultato è una democrazia minoritaria, dove votano solo i più radicalizzati, mentre i moderati e i delusi scelgono il silenzio.

I giovani, cresciuti solo in questo clima, sono i più esposti al disincanto. Lo dimostrano i tassi di astensione altissimi tra i neomaggiorenni: cittadini che scendono in piazza per i Fridays for Future o per Gaza, ma che non vedono alcun legame tra quelle battaglie e i simboli sulla scheda elettorale.

Il vuoto della sinistra
Il centrosinistra appare prigioniero di una doppia morsa: da un lato, l’incapacità di parlare ai bisogni materiali delle persone (sanità, lavoro, trasporti, sicurezza sociale); dall’altro, l’assenza di coraggio nell’assumere posizioni nette sui grandi temi globali. Su Gaza, ad esempio, gran parte degli elettori non si fida del Pd: sanno che dietro la bandiera di Elly Schlein convive un altro Pd, legato a logiche atlantiste e poco incline a scelte radicali.

Manca, insomma, quella chiarezza di campo che in altri paesi ha fatto rinascere esperienze di sinistra credibili: dal Labour di Jeremy Corbyn al nuovo partito verde di sinistra britannico, fino ai movimenti municipali negli Stati Uniti.

Quali azioni per invertire la rotta?
Se l’astensione è diventata un killer della democrazia, non basta lamentarne gli effetti: occorre reagire. La sinistra, in particolare, ha davanti a sé tre strade fondamentali:
1. Ricostruire fiducia nella rappresentanza. La gente deve credere che il voto conti. Questo significa vincolare i programmi a impegni concreti e verificabili, con strumenti di rendicontazione pubblica e piattaforme di partecipazione dal basso.
2. Tornare ai bisogni materiali. La ricerca mostra che il voto è mosso prima di tutto dal portafoglio. Sanità pubblica, casa, lavoro sicuro, transizione ecologica giusta: questi sono i temi che parlano al cuore e al portafoglio degli elettori.
3. Uscire dagli studi televisivi. Basta talk show e battute da bar. La politica deve tornare nei territori, nelle periferie, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. L’ascolto non può essere delegato ai sondaggi o alle dirette social.
4. Costruire un’identità coraggiosa. I giovani scendono in piazza per Gaza e per il clima perché lì vedono coerenza e radicalità. La sinistra deve avere il coraggio di schierarsi senza ambiguità: contro il genocidio, contro il neoliberismo predatorio, per una nuova giustizia sociale e ambientale.

Fonti / Sitografia
• Openpolis, L’astensionismo e il partito del non voto
• Openpolis, Le elezioni e il tema dell’astensionismo crescente
• Lavoce.info, L’astensionismo ha radici economiche
• Lavoce.info, Astensionismo, una minaccia per la democrazia
• Left, Regionali: il vero vincitore è l’astensionismo
• Rivista il Mulino, Gli astensionisti
• LUISS, Federico Regaldo, Analisi ed evoluzione del fenomeno dell’astensionismo in Italia (tesi)
• Gli Stati Generali, Votanti a destra, astenuti a sinistra
• Il Manifesto, Perché l’astensione favorisce il cappotto della destra
• L’Espresso, L’astensionismo è soprattutto di sinistra
• FrancoAngeli, Andrea Girometti, Una lettura dell’astensione elettorale in Italia

Il vento nero che soffia: dalle Marche al mondo la conferma dell’autoritarismo

Nelle Marche la destra resta saldamente al potere: Francesco Acquaroli è stato riconfermato governatore. Un risultato prevedibile, ma che porta con sé una domanda più profonda: davvero il problema è solo il candidato o il programma del centrosinistra? Oppure la radice sta nella totale assenza di una visione politica capace di offrire un futuro diverso, fuori dalle logiche del capitalismo predatorio e della lotta tra poveri?

Le Marche come laboratorio politico

La riconferma di Acquaroli non è stata una sorpresa. Il centrodestra aveva già consolidato il proprio radicamento nel 2020 e oggi ne ha solo confermato la forza. Fratelli d’Italia si conferma il primo partito, il Partito Democratico si ferma al 20%, i 5 Stelle arrancano e l’astensionismo cresce ancora.

Ma ridurre questa fotografia a una questione di candidati sarebbe un errore. La verità è che il centrosinistra non ha saputo offrire una prospettiva che andasse oltre la gestione dell’esistente. Non basta dire “noi non siamo loro”: serve delineare un orizzonte, dare una direzione. Gli elettori non si accontentano più di programmi deboli o di figure calate dall’alto: vogliono sapere quale futuro si immagina per i loro figli, fuori dalle logiche dello sfruttamento e della precarietà.

Senza una visione che affronti le cause profonde del malessere sociale – la disuguaglianza crescente, il lavoro svalutato, il dominio dei mercati finanziari sulle vite – ogni candidatura è destinata a fallire. Le Marche, in questo senso, diventano un laboratorio che mostra in piccolo la crisi della sinistra italiana: un vuoto di prospettiva che la destra riempie con slogan semplici e identità autoritarie.

La destra che si nutre del vuoto

Il successo della destra non è tanto merito delle sue politiche, quanto del vuoto lasciato dagli avversari. Lo aveva capito Karl Marx, quando nel Manifesto del Partito Comunista parlava della capacità del capitale di plasmare i rapporti sociali e culturali, piegando la politica alla sua logica di profitto. Se la politica progressista non si oppone a questa dinamica, finisce per inseguirla, diventandone complice.

Gramsci, nelle sue Lettere dal carcere, aveva colto la centralità della “battaglia culturale”: quando una parte non riesce a imporre un’egemonia culturale, il campo resta libero per chi costruisce consenso sulle paure, sulle identità più elementari, sulla “lotta tra poveri”. Ed è proprio ciò che accade oggi: mentre la sinistra balbetta, la destra indica un nemico semplice – il migrante, il diverso, l’assistito – e lo trasforma in capro espiatorio.

Gli studi contemporanei, da Naomi Klein con Shock Economy a David Harvey con Breve storia del neoliberismo, mostrano come le crisi economiche e sociali vengano regolarmente sfruttate per imporre politiche reazionarie. L’austerità, la privatizzazione, la riduzione dei diritti sono spacciate come necessarie, mentre arricchiscono pochi e impoveriscono molti. È la stessa logica che alimenta oggi il consenso alla destra: paura, shock, rassegnazione.

Oltre confine: il modello americano

Guardare agli Stati Uniti significa osservare una versione amplificata di queste dinamiche. Donald Trump ha saputo trasformare la frustrazione sociale in consenso politico, promettendo ordine e forza. Dall’assalto al Campidoglio all’uso di militari nelle città, alle restrizioni nelle università, alla deportazione forzata degli immigrati, la sua parabola dimostra come l’autoritarismo possa diventare “normale” quando la democrazia perde credibilità.

Anche qui non si tratta solo di un leader carismatico o di un programma radicale: è la crisi del sistema capitalistico stesso a offrire terreno fertile. Il neoliberismo ha dissolto comunità, distrutto tutele, precarizzato vite. In questo vuoto, l’autoritarismo appare come l’unica forma di protezione.

E l’eco americana non si ferma oltreoceano: in Europa, e in Italia in particolare, il mito dello “Stato forte” trova terreno fertile proprio perché manca un’alternativa credibile che metta al centro diritti sociali, redistribuzione, giustizia, salute e lavoro.

L’Italia: tra memoria corta e capitalismo predatorio

L’Italia vive una condizione ancora più fragile. Qui la memoria del fascismo si è affievolita, ridotta a rituali celebrativi senza radici profonde. Le istituzioni sono screditate, la sfiducia dilaga. In questo contesto, la destra avanza non perché proponga soluzioni concrete, ma perché cavalca un malessere reale, offrendo un nemico da odiare e un senso di appartenenza.

David Harvey lo ha definito “accumulazione per espropriazione”: il neoliberismo arricchisce i pochi sottraendo beni e diritti ai molti. La precarietà non è un effetto collaterale, ma un ingranaggio funzionale al sistema. E quando la politica progressista non denuncia apertamente questo meccanismo, si condanna a essere percepita come parte del problema.

Naomi Klein ci ha mostrato come il capitalismo delle catastrofi usi ogni emergenza – sanitaria, economica, climatica – per restringere i diritti e rafforzare il controllo. È quello che accade oggi con la normalizzazione di decreti autoritari, di leggi securitarie, di misure che trasformano la paura in consenso.

Lo squillo d’allarme: ricostruire una visione

Se davvero vogliamo invertire questa rotta, non basta cambiare candidati o limare programmi. Serve una visione politica che parli di emancipazione dal capitale, che indichi un futuro in cui il lavoro sia dignità e non sfruttamento, in cui la solidarietà sostituisca la guerra tra poveri, in cui la giustizia sociale diventi la bussola delle scelte politiche.

È necessario riportare al voto i delusi non con slogan vuoti, ma con la promessa concreta di una società più giusta. È necessario ricostruire un’identità politica capace di denunciare apertamente il capitalismo predatorio, di indicare chi è il vero responsabile delle disuguaglianze, di proporre un modello alternativo di convivenza.

Come ricordava Gramsci, “il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. Il compito di chi crede nella democrazia è rompere questo interregno, dare vita al nuovo, spezzare la spirale della paura.

Un appello civile

La libertà non si perde in un colpo solo: si consuma lentamente, fra rassegnazione e silenzio. Oggi vediamo crescere astensionismo, autoritarismo, normalizzazione del linguaggio politico aggressivo. Non possiamo più fingere che sia un fenomeno passeggero.

Se chi ama la democrazia resta fermo, il futuro sarà scritto da chi divide e sfrutta. Non è una battaglia di parte, ma una sfida di civiltà: costruire un mondo dove il capitale non governi la vita delle persone, ma siano le persone a dare senso e limiti all’economia.

Marx ci ha insegnato che “gli uomini fanno la loro storia, ma non la fanno a loro piacimento”: il contesto conta, ma il cambiamento dipende dalle scelte collettive. Sta a noi decidere se subire l’ennesima stagione di sfruttamento o se costruire, insieme, un orizzonte diverso.

La libertà appartiene a chi la difende ogni giorno. E il futuro dei nostri figli dipenderà dal coraggio che avremo oggi di dire no al capitalismo predatorio e sì a una società fondata sulla giustizia e sulla solidarietà.

Sitografia e riferimenti

• Karl Marx, Friedrich Engels, Manifesto del Partito Comunista, 1848.

• Karl Marx, Il Capitale, 1867.

• Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, 1929-1935.

• Antonio Gramsci, Lettere dal carcere, 1926-1937.

• Naomi Klein, Shock Economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri, Rizzoli, 2007.

• Naomi Klein, Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile, Feltrinelli, 2015.

• David Harvey, Breve storia del neoliberismo, Il Saggiatore, 2007.

• David Harvey, L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza, Feltrinelli, 2011.

• Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, 2014.

• Robert O. Paxton, Anatomia del fascismo, Mondadori, 2005.

• Federico Finchelstein, Dalla dittatura al populismo, Laterza, 2020.

• The Guardian: “Donald Trump threatens to deploy military against US protests”, 1 giugno 2020.

• Corriere della Sera: “Rimonta di Trump e allarme fascismo: a che punto è la campagna elettorale USA”, 21 ottobre 2024.

• Internazionale: “Il vento della destra in Europa”, dossier 2023-2024.