La spilla del cappio e la democrazia che si è tolta la maschera

Quando un ministro brandisce la pena di morte come simbolo politico, non siamo davanti a una “risposta al terrorismo”, ma a un salto di qualità nella disumanizzazione istituzionale dei palestinesi.

C’è un’immagine che inchioda più di mille comunicati: Itamar Ben Gvir che si presenta in commissione con una spilla a forma di cappio, insieme ai parlamentari di Otzma Yehudit, per sostenere un disegno di legge che introduce la pena di morte per chi uccide cittadini israeliani in nome del“terrorismo” ) io direi resistenza ). Non è solo una provocazione estetica. È un messaggio politico: il potere che ostenta la punizione estrema come trofeo e la trasforma in performance pubblica. Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, Ben Gvir ha esplicitato anche i metodi possibili, dalla forca ad altre modalità di esecuzione, rivendicando il cappio come “opzione” di Stato.

Qui il nodo non è solo la pena di morte in astratto. Il nodo è la sua natura selettiva. Il testo avanzato alla Knesset prevede una cornice che, per formulazione e per contesto giuridico, rischia di colpire esclusivamente palestinesi, mentre lascia fuori, nella sostanza, i coloni o estremisti ebrei responsabili di violenze analoghe contro palestinesi. Lo hanno denunciato osservatori, testate israeliane critiche e organizzazioni per i diritti umani. Anche Amnesty International ha reagito duramente, sostenendo che si tratterebbe di una misura discriminatoria e strumentale,

Israele, è bene ricordarlo, ha abolito la pena di morte per omicidio nel 1954 e l’unica esecuzione dopo un processo civile resta quella di Adolf Eichmann nel 1962. Il ritorno di una norma così estrema non sarebbe quindi una semplice “riforma penale”: sarebbe un cambio di paradigma simbolico e politico, spinto da un’ultradestra che ha fatto della vendetta legislativa una bandiera identitaria.

Il cappio come grammatica del potere

La spilla non è un dettaglio da costume parlamentare. È la traduzione visiva di un’idea di dominio: trasformare il nemico in categoria assoluta, negargli la biografia umana, ridurlo a bersaglio morale. Se lo Stato indossa il cappio come distintivo, la pena di morte non è più la “punizione eccezionale” di un ordinamento in guerra con sé stesso: diventa un rito di appartenenza, uno strumento di consenso interno, un dispositivo per dire al proprio elettorato che la pietà è un tradimento e la dismisura è virtù.

E questa retorica non nasce nel vuoto. Si innesta su anni di radicalizzazione violenta,sul trauma del 7 ottobre 2023 e sull’uso politico permanente di quel trauma. Non per proteggere la vita, ma per riscrivere il perimetro stesso dell’umano.

Qui è impossibile eludere il tema politico di fondo: la spinta di un sionismo ormai egemonizzato dalla sua variante più suprematista e messianica, quella che ha smesso di discutere la convivenza e ha scelto la gerarchia. In questa cornice, la sicurezza non è più un obiettivo, ma un linguaggio identitario. Il diritto non è più un confine morale, ma un’arma di appartenenza, uno strumento del genocidio. E il palestinese non è più un soggetto di diritto, ma un oggetto di amministrazione punitiva.

Dalle carceri alla soglia dell’esecuzione

Il terreno su cui questa ideologia cresce è già visibile nel sistema detentivo. In queste settimane sono emerse nuove denunce sulle condizioni dei detenuti palestinesi: sovraffollamento, malnutrizione, violenze, scarsa assistenza sanitaria. Un audit dell’Ufficio del Difensore Pubblico israeliano e varie organizzazioni hanno segnalato un peggioramento drammatico dopo l’inizio della guerra. Il dato che colpisce, perché arriva da una fonte istituzionale interna, è la descrizione di celle troppo piccole, di detenuti dimagriti in modo estremo, di malattie diffuse e di un clima di violenza ricorrente. In sintesi: non un’anomalia episodica, ma una cornice di sistema.

È in questo punto che il discorso si fa più feroce, perché la spilla del cappio non sembra allora una novità “teorica”, ma il sigillo simbolico di una pratica già normalizzata. Secondo Physicians for Human Rights–Israel, almeno 110palestinesi sono morti in custodia israeliana dall’inizio della guerra, con un bilancio definito senza precedenti e con forti indizi che la cifra reale sia più alta, soprattutto per l’opacità sui detenuti di Gaza e per il ricorso a forme di detenzione militare poco trasparenti. Reuters e Associated Press hanno riportato le accuse di torture, privazione di cure, denutrizione e violenze sistematiche come possibili cause di molte di queste morti.

Dal 17 novembre 2025 a oggi, tra nuove segnalazioni e decessi confermati da organizzazioni palestinesi e israeliane di tutela legale, è plausibile che il conteggio reale abbia ormai superato la soglia dei cento. Anche la stessa PHRI, nelle sue note aggiornate, ha sottolineato che i dati disponibili non fotografano l’intero quadro e che nuove morti hanno continuato ad accumularsi dopo la chiusura della fase principale del rapporto.

Qui la questione non è solo numerica. È politica e morale. Perché una detenzione che diventa fame, scabbia, mancata assistenza medica, percosse e umiliazione sistematica è già una forma di pena senza processo. È un tribunale parallelo, ma senza giudici. È un’esecuzione a bassa intensità, distribuita nel tempo e nascosta dietro la parola “sicurezza”.

E Ben Gvir non si limita a cavalcare questo clima: lo celebra. L’ultradestra al potere, ha più volte rivendicato l’inasprimento delle condizioni carcerarie come prova di forza, come segnale al proprio elettorato che lo Stato non deve più “contenere” la violenza, ma esibirla come deterrenza morale. Quando il ministro responsabile del sistema di sicurezza interna rivendica il deterioramento della vita carceraria come successo politico, la forca non è più un eccesso retorico. È la coerente prosecuzione di una logica già in atto, la logica dello sterminio di massa.

In questo scenario, la pena di morte non si presenta come una novità isolata, ma come il vertice naturale di una scala di disumanizzazione già in salita. Quando la prigione diventa luogo di sospensione sistematica dei diritti, il cappio rischia di diventare, nella logica politica dell’ultradestra, la “soluzione finale”.

L’Europa e l’Italia davanti allo specchio

E qui si apre la domanda più scomoda per i nostri governanti. Come si può continuare a ripetere, con automatismo da comunicato, la formula dell’“unica democrazia del Medio Oriente” mentre si tollera una deriva così esplicita verso un diritto penale etnico? Come si può invocare lo Stato di diritto solo quando conviene, e poi tacere quando l’eccezione diventa sistema?

La scelta di non parlare, di non denunciare, di non porre condizioni politiche reali, è una forma di complicità soft. Non serve un applauso pubblico per essere corresponsabili: basta la normalizzazione diplomatica di ciò che non dovrebbe essere normalizzabile.

Criticare questa deriva non significa negare il dolore delle vittime israeliane né sminuire la gravità del terrorismo. Significa rifiutare la scorciatoia più pericolosa: quella in cui la sicurezza diventa alibi per costruire una gerarchia delle vite, con un diritto che punisce un popolo e assolve l’ideologia che lo colonizza.

Il punto politico vero

Ben Gvir non è un incidente folkloristico. È un sintomo di fase. E il disegno di legge sulla pena di morte è un test di realtà: misura fino a che punto l’Occidente accetterà che la guerra contro il “terrorismo” venga trasformata in un impianto di punizione collettiva.

Se passerà, il messaggio sarà chiaro: non si vuole solo vincere militarmente. Si vuole educare un intero popolo alla paura permanente, fare della giustizia un’estensione della supremazia, sostituire l’idea di diritto con l’idea di dominio.

E allora sì, c’è qualcosa da dire. Anzi, c’è qualcosa che non si può più non dire: la pena di morte selettiva non è un capitolo di sicurezza nazionale. È un tassello di un progetto politico di cancellazione, una tappa ulteriore sulla strada che molti osservatori internazionali descrivono come disumanizzazione sistemica dei palestinesi.

Chi oggi tace, domani fingerà stupore. Ma la storia, quando arriva a questi bivi, non concede l’alibi della distrazione.

Fonti
• Haaretz
• The Times of Israel
• Reuters
• Associated Press
• The Guardian
• Physicians for Human Rights–Israel
• Ufficio del Difensore Pubblico israeliano

La tempesta non passa da sola: come le nuove destre svuotano la democrazia dall’interno

La frase scelta da Frank-Walter Steinmeier per il discorso del 9 novembre è una diagnosi e, insieme, un avvertimento: non basta aspettare che la tempesta passi, perché la tempesta è proprio il modo in cui la democrazia viene erosa, un granello alla volta.
Il testo di Massimo Giannini, pubblicato su La Repubblica, fotografa con lucidità questo passaggio d’epoca: non si tratta di qualche eccesso folkloristico della destra al governo, ma di un progetto sistematico di riscrittura dei rapporti di forza tra poteri, istituzioni e società. La forma è quella del “patriottismo” identitario e del decisionismo muscolare. La sostanza è la riduzione progressiva degli spazi di controllo, di critica e di conflitto democratico.

Dai “predatori” alla “tempesta”: il passaggio di fase dell’Occidente

Giannini richiama i “predatori” descritti da Giuliano Da Empoli: leader politici ibridati con i titani del digitale, capaci di trasformare il caos in strumento di governo. Non sono solo uomini forti in senso tradizionale; sono nodi di una rete di potere che passa per piattaforme, algoritmi, disinformazione, controllo dei flussi comunicativi e finanziari.

È questo il tratto comune alle destre che avanzano in Europa e nel mondo: un “patriottismo” che misura la grandezza della nazione sulla paura che riesce a suscitare, all’interno e all’esterno. Una sovranità usata come clava contro chiunque ponga limiti: le Corti, le istituzioni sovranazionali, i media indipendenti, i corpi intermedi, i movimenti sociali.

Il discorso di Steinmeier non è un esercizio retorico ma il segnale che anche una democrazia storicamente solida come quella tedesca percepisce il rischio di un salto di qualità nell’offensiva autoritaria. Il presidente parla di una democrazia “mai così sotto attacco” e avverte che non si può “aspettare che la tempesta passi”, ma occorre reagire, perché gli assalti iniziano quasi sempre dalla delegittimazione dei giudici e delle istituzioni di garanzia.

La Rete come falsa agorà: dove il caos diventa metodo di governo

Giannini individua un secondo elemento strutturale: la centralità della Rete come “falsa agorà”. Umberto Eco lo aveva anticipato: il digitale ha messo sullo stesso piano lo scienziato e il complottista, il Nobel e lo “scemo del villaggio”. Ma oggi questo livellamento non è più solo un effetto collaterale del web: è diventato strumento consapevole di potere.

La costruzione del consenso passa da community coltivate nell’analfabetismo funzionale, in cui il linguaggio politico si riduce a slogan emotivi, meme identitari, teorie del complotto e campagne d’odio. È qui che le “verità alternative” vengono testate, raffinate e poi rilanciate nello spazio pubblico tradizionale. L’obiettivo è duplice: demolire la fiducia nella verità fattuale e screditare preventivamente ogni mediazione istituzionale, giudiziaria o scientifica.

Non si tratta di una deriva generica del capitalismo digitale, ma di una combinazione precisa tra piattaforme private e progetto politico: in tutta l’UE, studiosi e rapporti ufficiali mostrano come l’avanzata delle destre radicali sia strettamente intrecciata con la diffusione di disinformazione mirata e campagne coordinate contro il “globalismo”, i diritti umani e lo stato di diritto.

Dall’America all’Europa: perché l’attacco parte sempre dai giudici

Giannini ricorda che “America docet”: Trump pretende immunità dalla Corte Suprema, accusa le Corti di “persecuzione politica”, ignora o delegittima le giurisdizioni internazionali, mentre alimenta un clima di ostilità verso giornalisti, media e funzionari pubblici. È lo stesso copione usato da altri leader populisti e autoritari, dall’Argentina alla Turchia, dall’India a Israele: trasformare ogni controllo legale in “lawfare”, guerra giudiziaria, e ogni indagine in complotto.

La letteratura giuridica più recente ha messo a fuoco proprio questo punto: nelle fasi di arretramento democratico, la magistratura diventa bersaglio privilegiato perché rappresenta l’ostacolo più solido all’onnipotenza dell’esecutivo. Gli attacchi partono con campagne mediatiche contro le “toghe politicizzate”, proseguono con riforme strutturali che riducono l’indipendenza dei giudici, e si consolidano con la colonizzazione degli organi di autogoverno, delle Corti costituzionali e degli strumenti disciplinari.

Polonia e Ungheria sono stati i laboratori di questa strategia in Europa: riforme della giustizia, controllo politico delle nomine, sanzioni disciplinari per i magistrati critici, limitazione della libertà di stampa e delle ONG. Studi recenti indicano questi paesi come casi emblematici di “backsliding”, regressione dello stato di diritto, con effetti contagiosi sul resto dell’UE.

Il caso italiano: una “spallata” che arriva in silenzio

Dentro questo quadro si colloca il caso italiano, al centro dell’analisi di Giannini. L’elenco è noto, ma raramente viene tenuto insieme come un disegno coerente.

Da un lato, l’uso sistematico dell’aggressione politica contro i contropoteri interni: tribunali che “intralciano” operazioni come il piano Albania sui migranti, Corte dei conti che “blocca” le grandi opere, procure accusate di invadere il campo della politica. L’obiettivo è spostare il baricentro del conflitto: non più tra governo e opposizioni, ma tra governo “legittimato dal popolo” e tecnocrazie “che ostacolano la volontà popolare”.

Dall’altro, il lavoro paziente di colonizzazione e pressione sui media pubblici e privati. Organizzazioni internazionali che monitorano la libertà di stampa hanno documentato negli ultimi anni un forte aumento dell’ingerenza del governo sulla Rai: nomine pilotate, dimissioni forzate di dirigenti sgraditi, riduzione del canone sostituita da trasferimenti discrezionali del governo, scioperi dei giornalisti che denunciano il rischio di trasformare il servizio pubblico in megafono della maggioranza.

Su questo sfondo, la riforma costituzionale della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri segna uno spartiacque. Con il voto definitivo del Senato del 30 ottobre 2025, il disegno di legge è stato approvato senza maggioranza qualificata, aprendo la strada a un referendum confermativo. La premier parla di “traguardo storico”, mentre l’Associazione nazionale magistrati denuncia il rischio di subordinare il pubblico ministero al potere esecutivo e di indebolire la capacità della giustizia penale di indagare sui reati dei ceti dirigenti.

Giannini sottolinea un dato rivelatore: per una riforma che altera in modo strutturale il rapporto tra poteri dello Stato sono bastate meno di cento ore di dibattito parlamentare, a fronte dei tempi medi molto più lunghi per una legge ordinaria. Il Parlamento ridotto a “votificio” non è solo un problema di stile istituzionale: è la prova che la maggioranza interpreta la propria forza numerica come delega in bianco a rifare l’architettura costituzionale.

Non sorprende che un recente rapporto della Civil Liberties Union for Europe abbia inserito l’Italia tra i cinque paesi “dismantlers”, cioè tra coloro che stanno contribuendo alla “recessione democratica” nel continente, al pari di governi già ampiamente discussi come quello ungherese. Nel mirino ci sono l’ingerenza politica sulla magistratura, l’indebolimento delle misure anticorruzione, le restrizioni alle proteste e le pressioni sulla stampa.

Le Corti internazionali come nemico: dalla CEDU alla Corte penale

Giannini richiama anche gli attacchi rivolti alle Corti internazionali e alle istituzioni sovranazionali. Non è un dettaglio. Quando le destre mettono nel mirino l’Onu, la Corte penale internazionale, la Corte europea dei diritti umani, non stanno solo giocando una partita ideologica: stanno cercando di liberarsi degli ultimi vincoli esterni che impediscono ai governi di fare “come vogliono” su migrazioni, guerra, sicurezza, repressione del dissenso.

Emblematico, in questo senso, il documento firmato lo scorso maggio da nove paesi europei, guidati proprio dall’Italia, per chiedere una revisione del modo in cui la Corte di Strasburgo interpreta la Convenzione europea dei diritti umani in materia di immigrazione. Il messaggio è chiaro: i giudici internazionali “invadono” il campo politico e vanno ricondotti all’ordine, soprattutto quando ostacolano espulsioni, respingimenti e politiche securitarie.

Lo stesso schema si ripete quando la Corte penale internazionale viene accusata di “politicizzazione” per le sue indagini sui crimini di guerra, o quando le istituzioni europee vengono dipinte come “burocrazie nemiche” perché pretendono il rispetto dello stato di diritto in cambio di fondi. La sovranità viene brandita come scudo per sottrarre le classi dirigenti a ogni responsabilità, interna e internazionale.

Forma e sostanza di una deriva: il folklore non è più folklore

Giannini distingue giustamente tra episodi “minori” e attacco sistemico. Ma i primi non possono più essere archiviati come folklore. Quando un presidente del Senato cita Almirante come modello, minimizzando la storia di un capo dei picchiatori neri, non sta compiendo una semplice gaffe: sta contribuendo a riscrivere la memoria pubblica, normalizzando tradizioni politiche che la Costituzione era nata per superare.

Quando un generale candidato alle europee parla della marcia su Roma come “manifestazione di piazza” e delle leggi razziali come norme “regolarmente approvate dal Parlamento”, non sta solo deformando la storia: sta legittimando l’idea che la forma legale basti a rendere giusto qualsiasi contenuto, anche il più discriminatorio. È esattamente il contrario del costituzionalismo democratico, che nasce per porre limiti sostanziali al potere della maggioranza.

In questo quadro, lo stigma rovesciato contro chi denuncia il rischio eversivo delle destre – intellettuali, giuristi, storici, scrittori – è un ulteriore pezzo del mosaico. Il trattamento riservato a figure come Antonio Scurati o Luciano Canfora, accusati di “odio ideologico” solo per aver richiamato la continuità tra fascismo storico e neofascismo contemporaneo, conferma che il problema non è solo ciò che si fa, ma anche ciò che non deve più essere nominato.

Non è una tempesta passeggera: o la democrazia si difende, o arretra

L’intuizione finale di Giannini si innesta perfettamente sull’appello di Steinmeier. La regressione democratica non è un evento spettacolare, ma un processo graduale. Non arriva con un colpo di Stato, ma con una serie di “aggiustamenti” presentati come tecnici, modernizzatori, semplificatori: riformare la giustizia, snellire il Parlamento, mettere ordine nei media, disciplinare le Corti, “riequilibrare” i rapporti con l’Europa, “difendere” i confini.

La tempesta, dunque, non va “lasciata passare”. Perché quando il cielo tornerà sereno, il paesaggio istituzionale sarà irriconoscibile: meno contropoteri, meno spazi di conflitto sociale, meno diritti sostanziali, più governabilità per chi già governa.

Chiamare le cose con il loro nome, come invita a fare Giannini, significa riconoscere che la democrazia non è solo procedura elettorale, ma equilibrio dinamico tra poteri, diritti, conflitto e pluralismo. E che questo equilibrio oggi è sotto assedio, in Italia come in molti altri paesi europei e occidentali.

Chi finge di non vederlo, chi archivia ogni allarme come “esagerazione antifascista”, non è neutrale: è parte del problema. Perché, come ricordano sia Giannini sia Steinmeier, le democrazie non muoiono tutte in un colpo; muoiono quando troppi, per stanchezza o convenienza, si convincono che la tempesta, dopotutto, passerà da sola.

Note
1. Massimo Giannini, Tutti i rischi per la democrazia, in «la Repubblica», 15 novembre 2025.
2. Frank-Walter Steinmeier, Die Selbstbehauptung der Demokratie – das ist unser Auftrag (discorso per il 9 novembre, Schloss Bellevue, Berlino), 9 novembre 2025, testo disponibile sul sito della Presidenza federale tedesca.
3. Per una sintesi in lingua inglese del discorso di Steinmeier: Steinmeier warns on November 9: “Democracy needs defenders”, SBS German, 9 novembre 2025; e Nie in der Geschichte unseres wiedervereinten Landes waren Demokratie und Freiheit so angegriffen, in «Die Zeit», 9 novembre 2025.

Il vento nero che soffia: dalle Marche al mondo la conferma dell’autoritarismo

Nelle Marche la destra resta saldamente al potere: Francesco Acquaroli è stato riconfermato governatore. Un risultato prevedibile, ma che porta con sé una domanda più profonda: davvero il problema è solo il candidato o il programma del centrosinistra? Oppure la radice sta nella totale assenza di una visione politica capace di offrire un futuro diverso, fuori dalle logiche del capitalismo predatorio e della lotta tra poveri?

Le Marche come laboratorio politico

La riconferma di Acquaroli non è stata una sorpresa. Il centrodestra aveva già consolidato il proprio radicamento nel 2020 e oggi ne ha solo confermato la forza. Fratelli d’Italia si conferma il primo partito, il Partito Democratico si ferma al 20%, i 5 Stelle arrancano e l’astensionismo cresce ancora.

Ma ridurre questa fotografia a una questione di candidati sarebbe un errore. La verità è che il centrosinistra non ha saputo offrire una prospettiva che andasse oltre la gestione dell’esistente. Non basta dire “noi non siamo loro”: serve delineare un orizzonte, dare una direzione. Gli elettori non si accontentano più di programmi deboli o di figure calate dall’alto: vogliono sapere quale futuro si immagina per i loro figli, fuori dalle logiche dello sfruttamento e della precarietà.

Senza una visione che affronti le cause profonde del malessere sociale – la disuguaglianza crescente, il lavoro svalutato, il dominio dei mercati finanziari sulle vite – ogni candidatura è destinata a fallire. Le Marche, in questo senso, diventano un laboratorio che mostra in piccolo la crisi della sinistra italiana: un vuoto di prospettiva che la destra riempie con slogan semplici e identità autoritarie.

La destra che si nutre del vuoto

Il successo della destra non è tanto merito delle sue politiche, quanto del vuoto lasciato dagli avversari. Lo aveva capito Karl Marx, quando nel Manifesto del Partito Comunista parlava della capacità del capitale di plasmare i rapporti sociali e culturali, piegando la politica alla sua logica di profitto. Se la politica progressista non si oppone a questa dinamica, finisce per inseguirla, diventandone complice.

Gramsci, nelle sue Lettere dal carcere, aveva colto la centralità della “battaglia culturale”: quando una parte non riesce a imporre un’egemonia culturale, il campo resta libero per chi costruisce consenso sulle paure, sulle identità più elementari, sulla “lotta tra poveri”. Ed è proprio ciò che accade oggi: mentre la sinistra balbetta, la destra indica un nemico semplice – il migrante, il diverso, l’assistito – e lo trasforma in capro espiatorio.

Gli studi contemporanei, da Naomi Klein con Shock Economy a David Harvey con Breve storia del neoliberismo, mostrano come le crisi economiche e sociali vengano regolarmente sfruttate per imporre politiche reazionarie. L’austerità, la privatizzazione, la riduzione dei diritti sono spacciate come necessarie, mentre arricchiscono pochi e impoveriscono molti. È la stessa logica che alimenta oggi il consenso alla destra: paura, shock, rassegnazione.

Oltre confine: il modello americano

Guardare agli Stati Uniti significa osservare una versione amplificata di queste dinamiche. Donald Trump ha saputo trasformare la frustrazione sociale in consenso politico, promettendo ordine e forza. Dall’assalto al Campidoglio all’uso di militari nelle città, alle restrizioni nelle università, alla deportazione forzata degli immigrati, la sua parabola dimostra come l’autoritarismo possa diventare “normale” quando la democrazia perde credibilità.

Anche qui non si tratta solo di un leader carismatico o di un programma radicale: è la crisi del sistema capitalistico stesso a offrire terreno fertile. Il neoliberismo ha dissolto comunità, distrutto tutele, precarizzato vite. In questo vuoto, l’autoritarismo appare come l’unica forma di protezione.

E l’eco americana non si ferma oltreoceano: in Europa, e in Italia in particolare, il mito dello “Stato forte” trova terreno fertile proprio perché manca un’alternativa credibile che metta al centro diritti sociali, redistribuzione, giustizia, salute e lavoro.

L’Italia: tra memoria corta e capitalismo predatorio

L’Italia vive una condizione ancora più fragile. Qui la memoria del fascismo si è affievolita, ridotta a rituali celebrativi senza radici profonde. Le istituzioni sono screditate, la sfiducia dilaga. In questo contesto, la destra avanza non perché proponga soluzioni concrete, ma perché cavalca un malessere reale, offrendo un nemico da odiare e un senso di appartenenza.

David Harvey lo ha definito “accumulazione per espropriazione”: il neoliberismo arricchisce i pochi sottraendo beni e diritti ai molti. La precarietà non è un effetto collaterale, ma un ingranaggio funzionale al sistema. E quando la politica progressista non denuncia apertamente questo meccanismo, si condanna a essere percepita come parte del problema.

Naomi Klein ci ha mostrato come il capitalismo delle catastrofi usi ogni emergenza – sanitaria, economica, climatica – per restringere i diritti e rafforzare il controllo. È quello che accade oggi con la normalizzazione di decreti autoritari, di leggi securitarie, di misure che trasformano la paura in consenso.

Lo squillo d’allarme: ricostruire una visione

Se davvero vogliamo invertire questa rotta, non basta cambiare candidati o limare programmi. Serve una visione politica che parli di emancipazione dal capitale, che indichi un futuro in cui il lavoro sia dignità e non sfruttamento, in cui la solidarietà sostituisca la guerra tra poveri, in cui la giustizia sociale diventi la bussola delle scelte politiche.

È necessario riportare al voto i delusi non con slogan vuoti, ma con la promessa concreta di una società più giusta. È necessario ricostruire un’identità politica capace di denunciare apertamente il capitalismo predatorio, di indicare chi è il vero responsabile delle disuguaglianze, di proporre un modello alternativo di convivenza.

Come ricordava Gramsci, “il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. Il compito di chi crede nella democrazia è rompere questo interregno, dare vita al nuovo, spezzare la spirale della paura.

Un appello civile

La libertà non si perde in un colpo solo: si consuma lentamente, fra rassegnazione e silenzio. Oggi vediamo crescere astensionismo, autoritarismo, normalizzazione del linguaggio politico aggressivo. Non possiamo più fingere che sia un fenomeno passeggero.

Se chi ama la democrazia resta fermo, il futuro sarà scritto da chi divide e sfrutta. Non è una battaglia di parte, ma una sfida di civiltà: costruire un mondo dove il capitale non governi la vita delle persone, ma siano le persone a dare senso e limiti all’economia.

Marx ci ha insegnato che “gli uomini fanno la loro storia, ma non la fanno a loro piacimento”: il contesto conta, ma il cambiamento dipende dalle scelte collettive. Sta a noi decidere se subire l’ennesima stagione di sfruttamento o se costruire, insieme, un orizzonte diverso.

La libertà appartiene a chi la difende ogni giorno. E il futuro dei nostri figli dipenderà dal coraggio che avremo oggi di dire no al capitalismo predatorio e sì a una società fondata sulla giustizia e sulla solidarietà.

Sitografia e riferimenti

• Karl Marx, Friedrich Engels, Manifesto del Partito Comunista, 1848.

• Karl Marx, Il Capitale, 1867.

• Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, 1929-1935.

• Antonio Gramsci, Lettere dal carcere, 1926-1937.

• Naomi Klein, Shock Economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri, Rizzoli, 2007.

• Naomi Klein, Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile, Feltrinelli, 2015.

• David Harvey, Breve storia del neoliberismo, Il Saggiatore, 2007.

• David Harvey, L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza, Feltrinelli, 2011.

• Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, 2014.

• Robert O. Paxton, Anatomia del fascismo, Mondadori, 2005.

• Federico Finchelstein, Dalla dittatura al populismo, Laterza, 2020.

• The Guardian: “Donald Trump threatens to deploy military against US protests”, 1 giugno 2020.

• Corriere della Sera: “Rimonta di Trump e allarme fascismo: a che punto è la campagna elettorale USA”, 21 ottobre 2024.

• Internazionale: “Il vento della destra in Europa”, dossier 2023-2024.

Vittimismo aggressivo e Costituzione a intermittenza: la doppia morale della destra al potere

Negli ultimi anni, soprattutto con la destra al governo, assistiamo a una mutazione inquietante del linguaggio e della pratica politica. Da una parte, una sistematica criminalizzazione del dissenso; dall’altra, una strumentalizzazione della Costituzione a seconda della convenienza del momento. A legare questi due fenomeni è una strategia ormai collaudata: il vittimismo aggressivo.
Chi detiene il potere si presenta come vittima. Chi dissente viene descritto come un seminatore d’odio. Così, i ruoli si invertono: chi esercita diritti costituzionali viene trattato come un nemico, mentre chi governa si autoassolve da ogni responsabilità, accusando l’opposizione di creare “climi pericolosi”.

Il paradosso: dalla difesa della libertà alla repressione del dissenso

Quando era all’opposizione, la destra italiana si ergeva a paladina dei diritti civili, della libertà d’espressione, della sovranità popolare. Brandiva la Costituzione come una clava, rivendicava l’articolo 21 sul diritto di parola e l’articolo 1 sulla sovranità popolare. Oggi, quegli stessi diritti, se esercitati da attivisti, artisti o giuristi indipendenti HO dell’opposizione, vengono trattati come minacce alla sicurezza nazionale.

Il paradosso si fa grottesco quando chi un tempo invocava la libertà di opinione come valore assoluto, oggi nega la legittimità della critica politica. I diritti diventano selettivi: applicabili solo a chi li usa per difendere lo status quo, mai a chi li rivendica per denunciare le ingiustizie.

Dalla retorica al manganello giudiziario e mediatico

Oggi basta una denuncia contro l’invio di armi a Israele, un richiamo alla legalità internazionale, una manifestazione pacifica, perché si venga bollati come “cattivi maestri”, “istigatori d’odio”, “nemici dello Stato”. È l’ennesima conferma di un modello comunicativo tipico dei regimi: diffamare chi dissente, screditare chi informa, isolare chi denuncia.

La narrazione dominante non distingue più tra critica e sovversione. La parola “odio” viene usata come etichetta per delegittimare qualsiasi voce fuori dal coro. E chi osa contestare, viene accusato di alimentare tensioni sociali, come se fosse il responsabile dei mali che cerca di denunciare.

Fatti che smentiscono la propaganda

A fronte di questa retorica rovesciata, i dati raccontano una realtà ben diversa. Il 14 giugno 2025, in Minnesota, la deputata democratica Melissa Hortman e suo marito sono stati assassinati nella loro abitazione. Poche ore dopo, anche il senatore John Hoffman e sua moglie sono stati gravemente feriti. L’attentatore, Vance Luther Boelter, 57 anni, è stato trovato in possesso di un manifesto con i nomi di quasi settanta politici democratici, sostenitori del diritto all’aborto e attivisti progressisti.

Solo pochi mesi dopo, il 10 settembre 2025, Charlie Kirk — noto esponente del movimento MAGA e fondatore di Turning Point USA — è stato ucciso durante un intervento pubblico in Utah. L’assassino, Tyler James Robinson, è stato arrestato e accusato di omicidio aggravato. È un caso tragico, speculare a quello di Hortman, che dimostra quanto la violenza politica possa colpire anche a destra.

Ma attenzione: proprio questo episodio offre una chiave di lettura preziosa. Se la sinistra ha condannato apertamente l’omicidio di Kirk, senza ambiguità, la destra ha spesso fatto l’opposto in casi simili, sfruttando la violenza subita per alimentare odio e repressione. La differenza sta nella coerenza. E nella responsabilità.

Lezione dalla storia: dalla propaganda fascista al maccartismo

Questo meccanismo non è nuovo. Nel fascismo italiano degli anni Venti e Trenta, le “squadracce fasciste” terrorizzavano, picchiavano, uccidevano, sindacalisti e socialisti, mentre il regime si proclamava “difensore dell’ordine”. Negli Stati Uniti, negli anni Cinquanta, il maccartismo perseguitò intellettuali e artisti con il pretesto della “lotta al comunismo”. In entrambi i casi, lo schema era lo stesso: costruire il nemico interno, alimentare la paura, accusare chi critica di minare la stabilità nazionale.

Oggi, in forma aggiornata, quel modello si ripete. I governi, anche democratici, si autodefiniscono come baluardi della libertà, ma poi agiscono da autorità illiberali. E l’uso selettivo della Costituzione è parte integrante di questa torsione: diventa una bandiera da sventolare quando serve, e da nascondere quando intralcia.

Il volto dell’autoritarismo contemporaneo

Non si tratta di mere contraddizioni. È una torsione autoritaria che si sta normalizzando. La Costituzione viene invocata solo a difesa dei “nostri”. Il diritto internazionale viene trattato come un fastidio. Le critiche a Israele diventano “antisemitismo”. Le inchieste sulle complicità italiane nel genocidio palestinese diventano “attacchi alla patria”.

Nel frattempo, si moltiplicano le misure contro la libertà d’espressione, il potere giudiziario viene attaccato, le manifestazioni pacifiche vengono represse, e l’informazione indipendente messa sotto tiro. Tutto in nome di una presunta sicurezza, che in realtà serve a difendere solo il potere costituito.

Una nuova resistenza civile è possibile

Oggi più che mai, serve una resistenza democratica che rifiuti questa ipocrisia. Difendere la Costituzione non significa citarla quando fa comodo, ma applicarla sempre. Denunciare i crimini di guerra, rifiutare l’invio di armi, firmare appelli contro l’apartheid o partecipare a manifestazioni non è “odio”, ma cittadinanza attiva.

Chi governa e si finge vittima, mentre reprime diritti, insulta chi dissente e costruisce un nemico interno, sta minando la democrazia. Difendere il diritto alla parola, alla critica, alla giustizia non è solo un dovere politico. È un obbligo morale.

E non esistono cattivi maestri quando si insegnano libertà e dignità.

Libertà a colpi di fucile: sovranismi, piazze d’odio e l’ipocrisia del potere in Italia

Negli ultimi mesi assistiamo a una mutazione pericolosa e profondamente ideologica: la destra sovranista, alimentata da nazionalismo, rancore identitario e revanscismo sociale, ha ridefinito la parola “libertà” in modo tossico e strumentale. Non è più la libertà come diritto condiviso, come spazio di emancipazione e dignità collettiva. È diventata un grimaldello, una chiave di volta simbolica usata per legittimare esclusione, violenza, sopraffazione. Una libertà privatizzata, sganciata da ogni vincolo sociale, che cancella il diritto degli altri a vivere, curarsi, manifestare, studiare. In questa torsione semantica, la politica si trasforma in un’arena di guerra permanente contro i più fragili. Ed è su questo piano inclinato che si consuma una deriva autoritaria che, dietro la maschera dell’autonomia e della sovranità, mira a svuotare la democrazia del suo contenuto più profondo.

La “libertà” dei sovranisti: deregulation per i forti, disciplina per i deboli

Per il pensiero sovranista, la libertà è una prerogativa selettiva: libertà d’impresa senza regole, libertà fiscale per chi può permettersela, libertà d’azione per le forze dell’ordine, libertà d’espressione solo per chi urla più forte. Negli Stati Uniti questa idea ha trovato il suo emblema nel culto delle armi: il Secondo Emendamento è diventato una sorta di religione secolare, dove la libertà si difende con il fucile in mano.

Il caso emblematico è la sentenza Bruen del 2022, con cui la Corte Suprema ha esteso il diritto al porto d’armi, anche fuori casa, aprendo la strada a un far west giuridico. Nel 2024, un’altra sentenza ha però stabilito che lo Stato può disarmare chi rappresenta un pericolo credibile, come i soggetti colpiti da ordini restrittivi per violenza domestica. È il paradosso americano: un sistema che oscilla tra il mito assoluto dell’arma individuale e il tentativo minimo di prevenire l’anarchia violenta.

Il caso Charlie Kirk: quando l’odio si ritorce contro i suoi propagatori

In questo clima avvelenato, è maturata l’uccisione di Charlie Kirk, volto noto della destra trumpiana, colpito a morte il 10 settembre 2025 durante un evento alla Utah Valley University. Il sospettato, il 22enne Tyler Robinson, è stato individuato grazie a prove genetiche e a una nota in cui annunciava l’intenzione di colpire. Kirk, noto per le sue posizioni provocatorie e spesso offensive, era diventato un simbolo del suprematismo bianco travestito da libertarismo.

La sua morte ha scosso il Paese, ma anziché diventare occasione di riflessione, è stata subito usata da Trump e dal suo entourage per alimentare l’ennesima campagna d’odio. Ancora una volta si scambia la vittima con il carnefice, e si fa passare per libertà ciò che è soltanto provocazione e dominio.

Londra: bandiere, scontri e la grammatica dell’odio

Dall’altra parte dell’Atlantico, anche l’Europa conosce l’eco di questa deriva. A Londra, oltre 110.000 persone hanno aderito al corteo “Unite the Kingdom” promosso da Tommy Robinson, noto esponente dell’estrema destra britannica. Gli scontri con la polizia sono stati violenti, con decine di agenti feriti. Tra i partecipanti, slogan razzisti e suprematisti. Elon Musk, in collegamento video, ha lanciato appelli alla dissoluzione del Parlamento e a un “fight back or die”, che ha il sapore del colpo di Stato mascherato da ribellione civica.

È questa la nuova grammatica del sovranismo globale: chiamare “libertà” l’odio, l’intimidazione, la retorica apocalittica. Legittimare la sopraffazione nel nome della ribellione.

Libertà “da” o libertà “di”? La faglia che divide i due mondi

Isaiah Berlin distingueva due concezioni della libertà: la “libertà negativa” (da interferenze esterne) e la “libertà positiva” (di realizzare sé stessi). I sovranisti difendono solo la prima, e in modo selettivo: libertà dalle tasse, dai vincoli ambientali, dalle regole sanitarie, dalle leggi sull’odio. Ma non esiste libertà reale se non è anche libertà di curarsi, di lavorare in sicurezza, di studiare, di dissentire.

È questa la linea di frattura che attraversa le democrazie contemporanee. Ed è su questa faglia che la sinistra deve tornare a costruire: una libertà che non sia solo l’assenza di vincoli, ma la presenza concreta di diritti.

L’Italia dei pacchetti sicurezza: il manganello come risposta al dissenso

Nel nostro Paese, il governo Meloni ha imboccato una strada simile. La retorica della libertà viene usata per rafforzare i poteri coercitivi dello Stato, punendo chi dissente o chiede giustizia. Le cariche contro gli studenti pro-Palestina a Pisa, le nuove norme che criminalizzano la resistenza passiva durante i presìdi, le sanzioni rafforzate contro i manifestanti: tutto questo compone un disegno coerente.

Non è difesa dell’ordine, ma soffocamento della protesta. Non è sicurezza per tutti, ma controllo per chi non si adegua.

Il Mediterraneo come confine ideologico: chiusura dei porti, chiusura delle coscienze

Nel Mediterraneo, i decreti anti-soccorso impongono rotte lontane, fermi amministrativi, divieti perfino per i droni di sorveglianza. Risultato: meno soccorsi, più morti. Le agenzie dell’ONU e le ONG hanno lanciato l’allarme, ma la propaganda sovranista continua a parlare di “difesa dei confini” mentre lascia morire esseri umani in mare aperto.

È il paradosso crudele della libertà sovranista: libertà di chiudere, di respingere, di ignorare. Ma non di salvare, accogliere, proteggere.

Condoni e disuguaglianze: la libertà economica per chi già domina

Sul fronte economico, si parla di “libertà fiscale”, ma si pratica la disuguaglianza. Rottamazioni, sanatorie, stralci delle cartelle esattoriali: misure che aiutano i grandi debitori e premiano l’evasione. Nel frattempo, per chi lavora, paga le tasse e chiede un salario dignitoso, non c’è alcuna libertà reale. Il welfare è smantellato, i servizi locali agonizzano, le case popolari spariscono.

È una libertà che esclude. Una libertà a due velocità: quella di chi ha, e quella di chi subisce.

Gaza, il luogo dove la libertà viene sepolta sotto le macerie

Nell’inferno di Gaza, la retorica della libertà mostra la sua vera natura. La Corte Internazionale di Giustizia ha ordinato a Israele di evitare atti di genocidio; la Relatrice speciale Francesca Albanese ha parlato chiaramente di “anatomia di un genocidio”. Le scuole vengono bombardate, gli ospedali sono al collasso, i bambini mutilati e traumatizzati si contano a migliaia. Eppure l’Occidente tace o giustifica.

Chiamare genocidio il genocidio non è estremismo. È umanità.

Libertà per chi, contro chi?

Quando la destra sovranista grida “libertà”, in realtà chiede potere senza vincoli. Vuole la libertà di insultare senza contraddittorio, di armarsi senza controllo, di privatizzare i beni comuni e condonare i privilegi. È una libertà che toglie libertà agli altri.

La vera libertà è l’opposto: è equità, giustizia, diritti. È la possibilità concreta, per chiunque, di vivere con dignità. E oggi è sotto attacco da più fronti, dalle aule del potere alle piattaforme digitali, dalle piazze militarizzate ai confini chiusi con il filo spinato.

Che fare adesso: una battaglia per la democrazia sostanziale

Tre le priorità. Primo: riappropriarsi della parola “libertà” e legarla al lavoro, alla casa, alla salute, alla cultura, all’ambiente. Secondo: smascherare l’inganno della libertà armata, fiscale, privatizzata, che protegge i potenti e opprime i deboli. Terzo: difendere la libertà costituzionale di manifestare (art. 17) e di esprimersi (art. 21) da ogni tentazione autoritaria.

È una battaglia che si combatte nei parlamenti, nei tribunali, nelle scuole, sui media, nelle piazze. Una lotta culturale, prima ancora che politica.

Dalle università dello Utah ai cortei di Londra, dai vicoli di Gaza alle vie italiane sorvegliate da droni e manganelli, la stessa logica produce lo stesso effetto: chiamare “libertà” ciò che annienta la libertà altrui.

Il nostro compito è disinnescare questa menzogna, ribaltare la narrazione. Perché, davvero, la libertà o è di tutti, o non è.

Il piano eversivo è servito: dalla P2 al Premierato, l’Italia nel mirino del neocentrismo autoritario

La storia insegna, ma raramente viene ascoltata. E quando lo è, spesso viene manipolata. C’è un filo rosso – o meglio, un filo nero – che lega la loggia P2 di Licio Gelli all’attuale stagione politica italiana: un disegno di accentramento del potere, di demolizione dei contrappesi democratici, di progressivo svuotamento delle garanzie costituzionali. La recente riforma della giustizia approvata in Senato, insieme al progetto di premierato e all’autonomia differenziata della Lega, non sono provvedimenti scollegati o tecnicismi istituzionali: sono tasselli di un disegno organico che trova la sua genesi proprio nel Piano di Rinascita Democratica redatto dal Gran Maestro della P2.

Il ritorno del pensiero piduista: il potere come verticalizzazione

Nel 1981, quando vennero alla luce gli elenchi della loggia massonica segreta P2, l’Italia scoprì di essere già dentro un’ombra. Quel piano, scritto da Gelli, non era soltanto un programma per influenzare il sistema, ma un progetto di ristrutturazione profonda delle istituzioni repubblicane. Al centro di quel disegno c’era la volontà di depotenziare la magistratura, subordinare i media, ridurre il Parlamento a un mero passacarte, e concentrare il potere nell’esecutivo.

A distanza di oltre quarant’anni, quegli obiettivi stanno prendendo forma sotto una nuova veste, con nuove parole d’ordine: “governabilità”, “efficienza”, “decisionismo”. Ma il cuore dell’operazione è lo stesso: spezzare l’equilibrio tra i poteri previsto dalla Costituzione per riconsegnare le chiavi del Paese a un’oligarchia tecnocratica e autoritaria. E chi ancora oggi ritiene che evocare Gelli sia una forzatura, dovrebbe leggere – o rileggere – il suo Piano di Rinascita. Quelle parole risuonano inquietantemente familiari.

Il vero obiettivo: il pensiero collettivo dei magistrati

La riforma della giustizia, così come proposta dalla maggioranza di governo, non si limita alla separazione delle carriere, un tema che da anni polarizza la politica italiana. La vera sostanza sta nella demolizione dell’architettura di autogoverno della magistratura: due CSM distinti, un’Alta Corte disciplinare politicizzata, e l’introduzione del sorteggio per l’elezione dei togati. L’obiettivo non è tecnico, ma culturale: smantellare quel “pensiero collettivo” che ha reso la magistratura un corpo autonomo e capace di produrre giurisprudenza controcorrente, scomoda, talvolta rivoluzionaria.

Come scriveva Gelli: «Ricondurre la magistratura alla sua tradizionale funzione di equilibrio, e non già di eversione». Un pensiero inquietantemente simile all’attuale narrativa della destra, secondo cui la magistratura – specialmente quella che indaga sui crimini del potere, sugli abusi delle forze dell’ordine o sui decreti disumani in tema di immigrazione – sarebbe “politicizzata”, “ideologica”, quindi da neutralizzare.

Dalle celle alle leggi: il carcere come specchio dell’autoritarismo

La presidente Meloni, nel suo recente videomessaggio, ha messo in scena una retorica pericolosa: “In passato si adeguavano i reati al numero dei posti disponibili nelle carceri. Noi riteniamo viceversa che uno Stato giusto debba adeguare la capienza delle carceri al numero di persone che devono scontare una pena”. In apparenza, una frase di buon senso. Ma dietro l’enunciato si cela un disegno ben più oscuro: il carcere come strumento ordinario di governo, e non come extrema ratio, come stabilito dal diritto liberale.

Le carceri diventano così il termometro del nuovo ordine morale: mamme incinte, dissidenti, migranti, attivisti per la pace, ambientalisti, chiunque infranga il dogma dell’obbedienza può diventare carne da cella. Il garantismo costituzionale viene silenziato, e al suo posto emerge una giustizia punitiva, esemplare, selettiva.

Il premierato e l’autonomia differenziata: demolizione dei contrappesi

La riforma sul premierato – che assegna al presidente del Consiglio poteri monocratici senza precedenti – si combina perfettamente con l’autonomia differenziata, il progetto calderoliano di frammentazione della Repubblica. Mentre il vertice si consolida in un uomo solo al comando, la base viene smembrata lungo linee regionali, creando una repubblica diseguale dove il diritto alla salute, all’istruzione o all’assistenza varia da regione a regione.

È l’architettura perfetta per un potere che non vuole più mediazioni: né dai parlamenti, né dai giudici, né dalle autonomie territoriali. Il premier eletto direttamente dal popolo diventa il sovrano dell’epoca moderna, mentre i diritti si dissolvono nella nebbia del regionalismo egoista e della giustizia asservita.

Il referendum sulla giustizia: un bivio per la democrazia

In questo contesto, il referendum sulla giustizia potrebbe rappresentare l’ultima occasione per opporsi a questa deriva. Nonostante l’inammissibilità del referendum contro l’autonomia differenziata – un errore strategico imperdonabile – resta questo voto popolare come unica possibilità per bloccare un treno in corsa verso il centralismo autoritario.

Il popolo italiano sarà chiamato non a difendere corporazioni, ma a decidere se vuole continuare a vivere in una Repubblica fondata sulla separazione dei poteri, sull’indipendenza della magistratura, sulla solidarietà tra territori. Oppure se accetta di essere governato da un’oligarchia che, come ai tempi della P2, agisce nell’ombra per “rivoltare l’Italia come un calzino”.

Conclusione: il passato che non passa

L’Italia non è mai uscita davvero dall’orbita del pensiero piduista. Lo ha solo silenziato per decenni, salvo poi vederlo riemergere nei momenti di crisi. Oggi non si chiama più “rinascita democratica”, ma “riforme per la modernità”, “lotta alla burocrazia”, “governabilità”. Ma l’anima è la stessa: demolire ciò che resta del patto antifascista del 1948, e riedificare uno Stato verticale, identitario, repressivo. Non possiamo permettere che ciò avvenga nel silenzio, né nell’indifferenza. Perché chi dimentica la P2 è destinato a viverla di nuovo – sotto altri nomi, ma con la stessa ambizione totalitaria.

Fonti utilizzate e consigliate per approfondimento:
• Piano di Rinascita Democratica, Licio Gelli (1980)
• Art. 104 della Costituzione Italiana
• Dichiarazioni di Giorgia Meloni, 5 febbraio 2024 e luglio 2025
• Proposte di riforma del Premierato e Autonomia Differenziata – Senato della Repubblica
• Interviste a Roberto Calderoli – Corriere del Veneto, luglio 2025
• Analisi di Gian Carlo Caselli, MicroMega (2024)
• Archivio P2 – Commissione Anselmi (1981)

Non ci sono errori nel libro: Valditara vuole solo il Ministero della Verità(Dietro la censura, il vuoto del pensiero e il ritorno del fascismo eterno)

C’è una scena, ormai celebre e tristemente sintomatica, che dice tutto su chi ci governa: Augusta Montaruli, deputata di Fratelli d’Italia, ospite in televisione, incalzata da un giornalista che osa chiederle conto della sua coerenza democratica, risponde facendo “bau bau”, scimmiottando il verso di una cagnolina, nella convinzione di zittire la critica con il dileggio infantile. Una performance che, più di mille discorsi, svela la qualità intellettuale e morale della nuova classe dirigente: incapace di argomentare, ridotta a smorfie e rumori, in una regressione che non è solo stilistica, ma profondamente politica.

Questo episodio non è un caso isolato, ma lo specchio fedele di una destra incapace di emanciparsi dalle radici autoritarie e fasciste da cui proviene. Quando si trova davanti a una verità scomoda, non risponde con la forza delle idee, ma con la minaccia, la censura, la derisione e – se necessario – il richiamo all’ordine costituito di altri tempi.

Censura, revisionismo e la nostalgia dell’epoca buia

Prendiamo la questione del libro di testo Trame del tempo. Un testo che si limita a mettere in fila dati di fatto: la continuità storica e ideologica tra il fascismo e Fratelli d’Italia, la natura liberticida di certi decreti, la criminalizzazione sistematica dei migranti. Niente di più, niente di meno che una fotografia del presente, condivisa da migliaia di articoli, saggi, inchieste.

Eppure, tanto basta a far saltare i nervi a Montaruli e al ministro Valditara, che, anziché entrare nel merito delle argomentazioni, invocano la censura, la rimozione del libro, la verifica inquisitoria delle sue affermazioni. Ecco il salto indietro nel tempo: si torna alla circolare ministeriale dell’8 maggio 1930, quando si imponeva che i libri di testo fossero “aderenti allo spirito e all’azione del Regime fascista”, non solo in alcune frasi, ma nell’impianto stesso del pensiero. Non una deviazione casuale, ma un progetto preciso: rimettere in piedi la scuola del Regime, non più quella della Costituzione antifascista.

Il ritorno delle leggi fasciste: la povertà di pensiero e la paura della libertà

Qui sta il nodo che va oltre il singolo provvedimento: i “nostri” governanti, di fronte ai dilemmi della modernità, non sanno elaborare pensiero nuovo, nemmeno conservatore, ma ripescano a piene mani dal bagaglio normativo del fascismo, come chi non sa più leggere il presente e si rifugia in un passato morto, per paura di ogni forma di progresso. Non si tratta solo di un legame storico, ma di una vera e propria prigione mentale. L’essenza del fascismo, ieri come oggi, è la regressione: la paura della complessità, la ricerca del nemico, la blindatura del pensiero in pochi, tetragoni dogmi. Il fascista – e chi ne eredita il metodo – non può, per definizione, progredire. Chi esce dal recinto, chi ragiona, chi argomenta e mette in discussione il potere, è pericoloso e va zittito, deriso, espulso, o – se necessario – cancellato dai libri.

Le crepe della Democrazia e la responsabilità collettiva

Ma non si può attribuire tutto solo alla pervicacia reazionaria di chi oggi siede al potere. Questi soggetti si sono insediati proprio nelle crepe della Democrazia, crepe che si sono formate nei decenni per colpa di un mancato presidio, di una vigilanza venuta meno da parte di chi doveva garantire, controllare e attuare la Costituzione. Laddove si è lasciato spazio all’incuria, loro hanno saputo insinuarsi, e ora stanno allargando queste fratture per disorganizzare l’ordine democratico, per scardinare ogni equilibrio, per far crollare l’intero impianto repubblicano. Lo fanno con il loro stile di sempre, quello fascista: approfittando della debolezza e della disattenzione di una società che ha smesso di difendere attivamente le sue conquiste. Non è solo l’assalto dall’esterno, ma il risultato di una corrosione interna, favorita da una classe dirigente che ha dimenticato la funzione critica e il dovere di memoria che spetta a chi si dice democratico.

Così si capisce perché si scelga di evocare vecchie leggi di regime, invece di affrontare la realtà con strumenti nuovi, magari anche di destra, ma degni di un Paese che si definisce moderno e democratico. La loro è una destra incapace di modernità, perché il pensiero moderno implica il dubbio, la dialettica, la tolleranza, la libertà di critica: tutte cose che fanno paura a chi ha solo dogmi e slogan.

La scuola come campo di battaglia della democrazia

Non è un caso se, ovunque nel mondo, la destra estrema – direttamente o latamente fascista – ha messo le mani sulla scuola molto più della sinistra neoliberale. La scuola è il primo luogo dove si forma il pensiero critico, l’ultimo baluardo di una democrazia reale. Ecco perché si accaniscono contro i libri “non graditi”, ecco perché riscrivono le Indicazioni nazionali, affidando a personaggi come Galli della Loggia il compito di restaurare il nazionalismo più retrivo e paranoico.

Quello che non riescono a dire, lo urlano con i provvedimenti, con la censura, con la minaccia. Non è la scuola della Repubblica, non è la scuola della Costituzione, non è la scuola della pace e dell’antifascismo: è la scuola del sospetto, della paura, della fedeltà all’ordine.

Ministero della Verità, orwellismo reale

Le richieste di “verificare” i libri, di controllare che nessuno si discosti dalla verità di regime, sono la versione attuale del Ministero della Verità di orwelliana memoria. Valditara non vuole garantire la libertà di insegnamento, ma normalizzare, omologare, soffocare la storia e la memoria collettiva. C’è poco da ridere: è l’anticamera della censura, la violazione esplicita della Costituzione, come ha ricordato Alessandro Laterza.

Il risultato è un Paese sempre più chiuso, impaurito, intollerante: un Paese dove il dissenso non si discute, si elimina; dove il pensiero non si argomenta, si deride (“bau bau”); dove la verità non si ricerca, si impone.

Contro il fascismo eterno: non basta vedere, bisogna reagire

Michela Murgia aveva ragione: “fascista è chi il fascista fa”. Ma il problema è che molti italiani fanno ancora finta di non vedere, accontentandosi delle smorfie e delle scenette in tv, pensando che siano solo folklore. Ma il folklore, quando diventa potere, è sempre pericoloso. Soprattutto quando dietro la maschera c’è il nulla del pensiero e il vuoto della democrazia.

Forse è il momento di svegliarsi davvero: non solo per chi scrive e pubblica libri, ma per chiunque voglia vivere in un Paese dove la libertà, la critica e la memoria non siano solo parole vuote. La scuola è il primo campo di battaglia: se cede quella, tutto il resto è già perso.

Fonte: articolo di Tomaso Montanari pubblicato sul fatto quotidiano

La relazione della Cassazione che smaschera il Decreto Sicurezza: quando un governo diventa incompatibile con la Repubblica nata dalla Resistenza

La relazione n. 33/2025 dell’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione non è un semplice documento giuridico: è un atto di verità che risuona come un monito, come una voce profonda che richiama ciascuno di noi al senso più autentico di appartenenza repubblicana. Non si limita a indicare lacune o imperfezioni tecniche, ma smonta, con chirurgica precisione, l’intera impalcatura del cosiddetto Decreto Sicurezza, rivelandone la natura strutturalmente anticostituzionale. È un grido silenzioso, ma potente, che ci interroga: che ne è della Costituzione nata dalla lotta partigiana contro il nazifascismo, se chi governa se ne fa beffe?

Dentro questa relazione c’è la dignità di un Paese che si fonda sulla democrazia sostanziale, non su una maggioranza parlamentare costruita da leggi elettorali truffaldine. La Cassazione denuncia come il Decreto Sicurezza, lungi dall’essere un testo a tutela dell’ordine pubblico, sia piuttosto un minestrone pericoloso di norme disparate, create per restringere le libertà, reprimere il dissenso, marginalizzare i poveri e normalizzare la paura come strumento di governo. Nessuna reale urgenza, nessuna necessità concreta. Solo la volontà politica di governare con la paura, instaurando un clima di eccezione permanente che ricorda, nelle sue fondamenta giuridiche, le leggi fascistissime del 1924.

Un abuso della decretazione d’urgenza che viola la Costituzione

La Relazione smaschera la vera natura dell’operazione politica: il governo ha trasformato un disegno di legge già prossimo all’approvazione in decreto-legge per accelerarne l’iter, calpestando l’art. 77 della Costituzione. Nessun caso straordinario di necessità e urgenza giustificava la scelta. La Cassazione, riportando il parere unanime dei costituzionalisti, parla di “colpo di mano” che umilia il Parlamento e trasforma la decretazione d’urgenza da strumento eccezionale a scorciatoia politica.

Si tratta di una pratica pericolosa, che esautora il Parlamento dalla sua funzione legislativa, riducendolo a un organo di ratifica. La relazione evidenzia come questa forzatura violi il principio del bicameralismo paritario (art. 55 Cost.) e la riserva di legge in materia penale, elemento cardine di garanzia per i diritti fondamentali.

Una bulimia punitiva senza giustificazione

Il Decreto Sicurezza introduce:
• nuove fattispecie di reato, anche già depenalizzate in passato;
• nuove aggravanti generali e speciali;
• un inasprimento generalizzato delle pene.

Una vera bulimia punitiva, come la definisce la Cassazione, che non nasce da esigenze di giustizia, ma da una visione securitaria e autoritaria della società, dove la legge penale diventa strumento di paura e dominio.

L’articolo 31 e l’impunità dei servizi segreti

C’è un passaggio, nella relazione, che scuote più di altri: la critica all’articolo 31, che conferisce ai servizi segreti poteri speciali e deroghe ai normali limiti di legge. Un articolo che crea sacche di impunità e sottrae intere attività al controllo della magistratura. In un Paese fondato sul principio di legalità, l’idea stessa che un apparato dello Stato possa agire senza rispondere alla legge è la negazione dell’ordine democratico. Qui il diritto si piega alla ragion di Stato, l’interesse pubblico viene sostituito dall’interesse di potere, il cittadino non è più persona ma bersaglio potenziale. E in questo scivolamento silenzioso, che passa inosservato tra la confusione mediatica, si consuma la vera tragedia di un popolo: la perdita della libertà senza che nemmeno se ne accorga.

Una critica unanime dalle istituzioni giuridiche

L’Associazione Italiana dei Professori di Diritto Penale, l’Associazione Nazionale Magistrati, l’OSCE e l’ONU hanno denunciato questo decreto come pericoloso, discriminatorio verso migranti e minoranze, e in violazione dei diritti umani fondamentali. Persino l’Unione Camere Penali ha deliberato un’astensione dalle udienze, definendolo un abuso della decretazione d’urgenza senza alcuna base costituzionale.

La funzione alta del Capo dello Stato

Ma la relazione Cassazione non parla solo ai giuristi. Parla al Paese intero, dicendo chiaramente che la legittimità politica non può essere ridotta a una formula aritmetica di seggi parlamentari. Non si governa un popolo quando la propria azione è incompatibile con i principi della Costituzione. La Costituzione è legge suprema non solo perché lo stabilisce un articolo, ma perché rappresenta il patto fondativo tra lo Stato e i cittadini. Senza rispetto per questo patto, ogni maggioranza diventa usurpazione, ogni decreto diventa imposizione, ogni legge diventa oppressione.

Ed è qui che si apre una riflessione sulla funzione alta del Capo dello Stato. Nella sua veste di garante della Costituzione, il Presidente della Repubblica non è un notaio che ratifica decisioni politiche, ma un custode della legalità costituzionale. Se un governo, pur formalmente legittimo in Parlamento, si rivela sostanzialmente incompatibile con i principi supremi dell’ordinamento, è prerogativa – e forse dovere – del Capo dello Stato valutare la possibilità di sciogliere le Camere e restituire al popolo la sovranità che la Costituzione gli attribuisce come fonte originaria di ogni potere. Perché la democrazia non è dominio della maggioranza, ma rispetto dei diritti di tutti. Perché la Repubblica non è un possedimento di chi vince le elezioni, ma una casa comune costruita con il sacrificio di milioni di persone che hanno lottato per la libertà.

Un appello etico oltre il diritto

In questo senso, la relazione Cassazione è più di un atto giuridico. È un testo filosofico, un appello al diritto come scienza della giustizia e non come tecnica del dominio. Ci ricorda che ogni legge deve discendere dalla Costituzione come un fiume dalla sorgente, e non come un torrente in piena che travolge tutto ciò che incontra. E ci chiede di non accontentarci di un governo che considera la Carta un ostacolo da aggirare: la Costituzione è il limite al potere, e senza limiti il potere diventa tirannia.

Oggi, mentre il Paese si confronta con la crisi di legittimità morale di questo esecutivo, la relazione Cassazione n. 33/2025 diventa un manifesto civile. Non ci chiede solo di indignarci. Ci chiede di agire, di alzare la testa, di non abituarci alla deriva. Ci ricorda che la democrazia non è un dono, ma una conquista quotidiana, fragile, esigente. E che ogni volta che restiamo in silenzio davanti alla sua violazione, perdiamo un pezzo della nostra libertà, della nostra dignità, della nostra storia.

Polizia politica e infiltrazioni: l’ombra inquietante della deriva autoritaria

La notizia riportata da Fanpage e rilanciata con forza da Luigi de Magistris apre un interrogativo oscuro e pericoloso per la tenuta democratica del nostro Paese: cinque poliziotti infiltrati in movimenti e partiti politici come “Potere al Popolo” e “Cambiare Rotta” in più città italiane. Non parliamo di associazioni criminali, né di organizzazioni terroristiche, ma di realtà tutelate esplicitamente dalla nostra Costituzione.

Questa operazione inquietante avviene sotto l’assordante silenzio del governo, che sembra aver perso ogni interesse verso l’obbligo di trasparenza e responsabilità democratica. Sorge spontanea una domanda cruciale: chi ha deciso e coordinato queste infiltrazioni? Quale ruolo hanno avuto il ministro dell’Interno, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti, e la stessa presidente del Consiglio?

La giustificazione dell’antiterrorismo appare debole, pretestuosa e profondamente inquietante. Usare lo spettro del terrorismo per criminalizzare dissenso e protesta riporta alla mente le peggiori pagine della storia italiana degli anni ‘70, quando l’emergenza comunista diventava il pretesto per instaurare un regime di eccezione permanente. Non a caso, l’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione, nella relazione n. 33/2025, ha appena definito il cosiddetto “Decreto Sicurezza” come un grottesco “minestrone pericoloso” che mescola insieme, senza criterio, mafia, migranti, canapa e dissenso politico.

La Cassazione ha evidenziato con chiarezza che questo decreto non colpisce semplicemente chi delinque, ma soprattutto chi dissente, chi protesta, chi resiste pacificamente. In altre parole, questo decreto rappresenta una minaccia diretta alla libertà d’espressione e ai diritti costituzionali fondamentali. Una vera e propria “licenza a delinquere” per apparati dello Stato, nel nome di una presunta sicurezza che diventa sempre più spesso sinonimo di repressione.

Ma c’è un punto ancora più grave e pericoloso, spesso trascurato nel dibattito pubblico: l’articolo 31 del Decreto Sicurezza.
Questo articolo, tra i più discussi e contestati, attribuisce ai servizi segreti italiani poteri speciali e forme di immunità ulteriori rispetto alla già ampia cornice legislativa esistente. In nome della prevenzione del terrorismo e della “sicurezza nazionale”, l’articolo 31 consente agli apparati di intelligence di operare in deroga alle norme ordinarie, sottraendosi anche ai normali controlli della magistratura. Si introduce così una zona d’ombra istituzionale, nella quale le attività dei servizi possono spingersi fino a lambire (o travalicare) il confine della legalità, con rischi enormi per i diritti fondamentali, la privacy e la libertà di partecipazione politica.

Ma c’è di più: mentre il governo impiega ogni mezzo per reprimere e delegittimare l’opposizione democratica, consente ai suoi gruppi di riferimento più estremisti di inneggiare impunemente al fascismo. Basta ricordare il servizio di Fanpage sui giovani di Fratelli d’Italia e sulle pratiche neofasciste tollerate negli ambienti del partito. Mentre le forze dell’ordine sfrattano con la forza famiglie e occupanti in assenza di una reale politica per il diritto alla casa, gli stessi apparati dello Stato chiudono più di un occhio su storiche occupazioni illegali come quella di CasaPound a Roma, lasciando indisturbati i portabandiera dell’estremismo di destra. Questo doppio standard, questo “doppio pesismo” è la prova tangibile di una gestione del potere che usa la legge come clava contro chi si batte per i diritti e la giustizia sociale, e come scudo per chi inneggia alla restaurazione autoritaria.

Infiltrare movimenti politici pacifici, studenteschi e sociali significa instaurare di fatto una polizia politica, che monitora e controlla chi si batte per un cambiamento democratico. Questo è incompatibile con lo stato di diritto. Non si può accettare che la democrazia sia sacrificata sull’altare della paura e del controllo. Non si può tollerare che dissenso e contestazione vengano etichettati come terrorismo.

Ecco perché oggi, di fronte a questo doppio binario dell’autoritarismo e della repressione selettiva, bisogna alzare l’asticella dell’urgenza e dell’attenzione.
Siamo a un bivio cruciale per la nostra democrazia: il rischio non è più solo teorico, ma concreto e sotto gli occhi di tutti. Tocca a chi crede nella Costituzione, nella libertà e nella giustizia farsi sentire prima che il silenzio diventi complicità e la libertà un lontano ricordo.

Repressione di Stato: il Decreto Sicurezza che criminalizza il dissensoDalle tangenziali di Bologna ai tribunali: l’Italia scivola verso una democrazia punitiva

Nel cuore di Bologna, operai e sindacalisti di Fim, Fiom e Uilm hanno osato attraversare poche centinaia di metri di tangenziale per rivendicare un diritto fondamentale: il rinnovo di un contratto atteso da oltre un anno. Nessun atto violento, nessuno scontro con la polizia, nessuna minaccia alla sicurezza pubblica. Eppure, per questo gesto simbolico e pacifico, rischiano fino a due anni di carcere. Non è una distopia. È l’Italia del 2025, governata da chi brandisce il diritto penale come una clava contro la protesta sociale.

Il nuovo Decreto Sicurezza, convertito nella Legge 80 del 9 giugno 2025, non protegge i cittadini: li zittisce. Non difende l’ordine pubblico: lo militarizza. A essere colpiti non sono vandali o facinorosi, ma lavoratori onesti che, in assenza di risposte istituzionali, scelgono la strada — civile — della mobilitazione.

Il reato? Usare il proprio corpo per dire “basta”

La modifica all’articolo 14 del decreto legislativo 66/1948 criminalizza qualsiasi interruzione della circolazione stradale: non più solo oggetti o ostacoli, ma anche il semplice “corpo” del manifestante è oggi considerato strumento di reato. Chi protesta in gruppo rischia fino a due anni di reclusione. È la giustizia del manganello legale, figlia di una cultura securitaria che mira a smantellare il diritto al dissenso.

L’inversione di tendenza è netta: se negli anni passati blocchi stradali come quelli degli allevatori del Nord contro le quote latte erano tollerati o persino sostenuti dalla Lega, oggi le stesse modalità di protesta — se attuate da operai, migranti o studenti — diventano un crimine. La selettività repressiva è la vera cifra politica di questo governo.

La saldatura perversa: il sindacato e il suo carnefice

La vicenda assume contorni grotteschi quando si scopre che uno degli uomini chiave dell’esecutivo, Enrico Sbarra, ex leader della Cisl, è ora sottosegretario al Mezzogiorno, mentre i suoi ex compagni di lotta sindacale rischiano denunce e carcere. Un’alchimia politica perversa in cui il potere co-opta, anestetizza e poi reprime. Lo Stato assorbe il corpo intermedio del sindacato e lo rigetta nel momento in cui torna a essere conflittuale. Un processo di normalizzazione autoritaria mascherato da efficienza legislativa.

Ma il cortocircuito morale è ancora più evidente se si guarda al resto della compagine di governo. Ministri sotto inchiesta per reati ben più gravi — come Daniela Santanchè, indagata per truffa ai danni dello Stato e falso in bilancio — restano saldamente al loro posto, immuni da qualsiasi sanzione. Deputati, sottosegretari, dirigenti di partito coinvolti in scandali finanziari, clientelismi, fondi illeciti o addirittura coperture su vicende legate alle stragi di mafia sono protetti dal silenzio e dalla complicità delle istituzioni.

E mentre questi personaggi occupano le stanze del potere, gli operai vengono mandati davanti ai giudici. Mentre il governo tenta di riscrivere la verità storica su Falcone e Borsellino, minimizzando o alterando le responsabilità politiche e istituzionali nelle stragi del ’92, chi denuncia le ingiustizie presenti viene criminalizzato. È il volto di un regime che si mostra forte con i deboli e debole con i forti. Un regime che reprime chi dissente e protegge chi si arricchisce violando le leggi.

Come ha spiegato Ferdinando Uliano, leader della Fim-Cisl, la manifestazione era ordinata e simbolica: “Abbiamo percorso poche centinaia di metri sulla tangenziale senza provocare alcun disagio. Ma siamo pronti a far valere le nostre ragioni coi nostri legali”.

Bologna non è un caso isolato

Non si tratta di un episodio isolato. La repressione del dissenso è ormai sistemica, selettiva, scientifica. Il Decreto Sicurezza è solo l’ultimo tassello di una strategia più ampia.
• A Pisa, a febbraio 2024, studenti e giovani manifestanti pacifisti furono caricati violentemente dalla polizia durante un presidio contro il genocidio in Palestina. Le immagini di ragazzi minorenni colpiti da manganellate fecero il giro del mondo, ma il ministro Piantedosi parlò di “ordine necessario”.
• A Roma, gli attivisti per il clima di Ultima Generazione sono stati perseguiti penalmente per aver bloccato il traffico in via Cristoforo Colombo. Gli atti di disobbedienza civile sono trattati come atti eversivi, ignorando deliberatamente il loro carattere nonviolento e simbolico.
• A Torino, lo scorso anno, un presidio dei riders davanti alla sede di Glovo fu disperso con denunce per “interruzione di pubblico servizio”. Nessuna attenzione alle condizioni di sfruttamento che quei lavoratori denunciavano.
• A Milano, i collettivi universitari che hanno occupato pacificamente gli atenei per denunciare gli accordi tra Politecnico e aziende belliche come Leonardo sono stati sgomberati con denunce per occupazione e interruzione di pubblico servizio.

Lo schema si ripete: laddove c’è conflitto sociale, arriva lo Stato punitivo. Un potere che non ascolta, ma punisce.

La sicurezza? Solo uno slogan

Il Decreto Sicurezza non stanzia un euro in più per rafforzare le forze dell’ordine nelle periferie, non prevede misure per la prevenzione del crimine, non affronta il degrado sociale. L’unico “nemico” che intende combattere è il cittadino che contesta. Il dissenso viene isolato, criminalizzato, delegittimato.

Come ha sottolineato Chiara Appendino del M5S, “non si tratta di sicurezza, ma di una strategia punitiva per silenziare chi protesta”. Un governo che si difende con la minaccia giudiziaria è un governo debole. E pericoloso.

Una giustizia piegata al potere

Il presidente dell’Emilia-Romagna, Michele De Pascale, ha parlato giustamente di uso strumentale e propagandistico del diritto penale. Il codice non serve più a tutelare la collettività, ma a difendere l’egemonia di un blocco di potere sempre più sordo e autoritario.

E mentre la protesta sociale diventa un reato, le vere minacce alla sicurezza — come le morti sul lavoro, il dilagare delle mafie, la violenza ambientale — restano sullo sfondo. La repressione selettiva contro chi chiede tutele non è solo ingiusta, è una frode ideologica: si invoca l’ordine per consolidare l’ingiustizia.

La maschera è caduta: un governo fascistoide

Quando a essere colpiti sono lavoratori che chiedono diritti, studenti che chiedono pace, attivisti che chiedono giustizia climatica, non siamo più nel campo della legittimità democratica. Il decreto Meloni mostra una natura intrinsecamente autoritaria, dove lo Stato non è più mediatore, ma sorvegliante. Dove il dissenso non è accolto, ma perseguito.

In questo scenario, la democrazia italiana sembra regredire verso una forma larvata di fascismo istituzionale. Non servono più manganelli e olio di ricino: basta un codice penale piegato all’arbitrio del potere.

dalla sicurezza al silenziamento

Il Decreto Sicurezza è il paradigma di una nuova fase politica: non la gestione del dissenso, ma la sua eliminazione. Non si tratta di difendere l’ordine, ma di reprimere il coraggio. Di sostituire il conflitto sociale con l’obbedienza passiva.

In questo Paese, chi alza la voce viene zittito. Chi cammina per pochi metri su una tangenziale rischia la galera. E chi governa, impunemente, prepara il terreno a una democrazia senza cittadini.

“Chi non si muove, non si accorge delle proprie catene.”
(Rosa Luxemburg)