L’economia raccontata come spot: dove la narrazione del governo inciampa sui numeri

C’è un trucco vecchio come la propaganda: prendere un dato vero, isolarlo dal contesto, gonfiarlo con aggettivi e poi usarlo come prova generale di una “svolta”. Funziona perché parla alla pancia stanca di un Paese che vorrebbe credere a un finale migliore. Ma quando si riaprono i bilanci, i comunicati ufficiali e i report indipendenti, l’effetto è quello di una scenografia: da lontano sembra un palazzo, da vicino si vede il cartone.

La conferenza stampa di inizio anno della presidente del Consiglio ha provato a cucire insieme crescita, lavoro, salari, pensioni e casa in un unico racconto: “stiamo andando bene, le critiche sono esagerate, basta continuare così”. Il punto è che “così” significa, nei fatti, continuare a non intervenire sulle fratture strutturali dell’economia italiana mentre si vendono piccoli aggiustamenti come riforme epocali.

Crescita: lo 0,8% non è un “focus”, è una stagnazione con slogan

Se il 2026 è l’anno del “grande focus” sulla crescita, ci si aspetterebbe una strategia leggibile: investimenti mirati, politiche industriali coerenti, un disegno su energia e produttività. E invece l’Italia resta dentro una traiettoria di crescita debole.

La Commissione europea, nelle sue previsioni macroeconomiche, indica per l’Italia un Pil a +0,8% nel 2026 (dopo +0,4% nel 2025).
Non è un crollo, certo. Ma non è neppure quel “cambio di passo” che giustifica toni trionfali. È la fotografia di un Paese che procede a passo corto, appoggiandosi anche agli investimenti legati al PNRR, senza però liberare davvero produttività e innovazione. E qui sta la prima rimozione: la crescita non la fai per decreto, la fai sciogliendo nodi che disturbano interessi consolidati.

Su questo punto, anche il Financial Times ha parlato di perdita di slancio e di difficoltà del governo a varare riforme che aumentino la produttività quando rischiano di urtare poteri forti e rendite.
Tradotto: tanta comunicazione, poca chirurgia.

Lavoro: disoccupazione bassa, ma sale l’inattività

Il governo tende a mettere in vetrina un numero: disoccupazione al minimo. Ma un minimo può essere sano o malato, dipende da cosa c’è dietro.

I dati Istat su novembre 2025 dicono che il tasso di disoccupazione scende al 5,7%, ma nello stesso mese calano gli occupati (meno 34 mila) e aumentano gli inattivi tra 15 e 64 anni (più 72 mila).
Questa è la parte che nel racconto “andiamo benissimo” resta sempre in ombra: se una quota crescente di persone esce dal mercato del lavoro o smette di cercare, la disoccupazione può scendere anche mentre l’economia non crea lavoro buono e stabile.

In più, la dinamica per età conferma una fragilità di fondo: il mercato regge soprattutto perché l’Italia invecchia e perché le regole pensionistiche spingono a restare più a lungo, non perché stiamo aprendo una stagione di opportunità per giovani e fasce centrali.
Se il “successo” dipende dal fatto che la gente resta al lavoro perché non può permettersi di uscirne, quello non è successo: è necessità.

Salari: il “netto” come foglia di fico, mentre il potere d’acquisto resta indietro

Qui il gioco comunicativo è ancora più scoperto. Davanti al tema dei salari reali, la risposta tipica è: “guardate il netto, non il lordo; abbiamo tagliato il cuneo”. Ma il punto per chi lavora non è la retorica fiscale: è se a fine mese compra di più o di meno.

L’Istat, nelle “Prospettive per l’economia italiana 2025-2026”, scrive che le retribuzioni contrattuali in termini reali a settembre 2025 sono ancora inferiori dell’8,8% rispetto a gennaio 2021.
Quindi sì, in alcuni mesi gli aumenti contrattuali possono correre più dell’inflazione, ma il buco accumulato negli anni precedenti non è stato chiuso. È come vantarsi di aver smesso di affondare mentre si è ancora con l’acqua alla gola.

Quanto al cuneo, l’Ufficio parlamentare di bilancio ha evidenziato che le misure strutturali introdotte con la legge di bilancio 2025 hanno effetti differenziati e che l’architettura fiscale può aumentare la sensibilità al drenaggio fiscale, erodendo nel tempo i benefici.
E poi c’è un punto “sociale” che nel racconto sparisce: molte famiglie, anche con redditi non alti, perdono pezzi di agevolazioni legate all’Isee quando i parametri non seguono davvero l’aumento del costo della vita. Il netto può migliorare di qualche decina di euro, mentre altrove ti si chiudono porte. La propaganda somma solo ciò che conviene sommare.

E sul salario minimo, la postura resta ideologica: lo si respinge come se fosse una bandiera “dell’opposizione”, mentre in molti settori la compressione salariale è diventata strutturale. Il risultato è una crescita dell’occupazione spesso concentrata in lavori a basso valore aggiunto e bassa paga, che non alimentano consumi robusti.

Potere d’acquisto: quando i numeri diventano elastici

Un altro classico: trasformare un miglioramento parziale in un salto storico. L’Istat, nel comunicato sui conti trimestrali del III trimestre 2025, indica che il reddito disponibile lordo delle famiglie consumatrici cresce del 2,0% sul trimestre precedente e, con un deflatore dei consumi a +0,2%, il potere d’acquisto aumenta dell’1,8%.
Ma lo stesso comunicato aggiunge un dettaglio decisivo: i consumi crescono solo dello 0,3% e la propensione al risparmio sale all’11,4%.

Questo non è il segnale di famiglie “più ricche”: spesso è il segnale di famiglie più prudenti, che rinviano spese perché vivono incertezza, temono bollette, mutui, sanità privata, futuro dei figli. Quando i consumi restano deboli, anche la crescita resta debole. Il governo, invece, prende l’etichetta “potere d’acquisto in aumento” e la vende come prova che “le politiche funzionano”, ignorando la parte che racconta la paura.

Pensioni: “abbiamo evitato l’aumento” oggi, ma lo rinviamo domani

Sul capitolo pensioni la narrazione gioca sul breve periodo: “abbiamo limitato l’aumento”. È vero che alcuni aggiustamenti attenuano lo scatto immediato, ma il quadro resta quello di un sistema che spinge progressivamente verso pensionamenti più tardivi.

Fonti sindacali e stampa economica hanno riportato il meccanismo di adeguamento dei requisiti dal 2027 e le dinamiche previste negli anni successivi.
In parallelo, la manovra 2026 restringe ulteriormente i canali di uscita anticipata: Quota 103 e Opzione Donna non vengono prorogate secondo diverse ricostruzioni di stampa e analisi specialistiche.

Qui la contraddizione politica è lampante: per anni “abolire la Fornero” è stato un mantra identitario della destra. Poi, una volta al governo, si scopre che i conti non consentono miracoli e si passa dal megafono al tecnicismo: piccoli correttivi, rinvii, tagli di platea. Il problema non è la necessità di sostenibilità. Il problema è la menzogna originaria: promettere ciò che sai di non poter mantenere, e poi chiamare “riforma responsabile” la retromarcia.

Casa: il “piano in arrivo” come eterno annuncio

Sul piano casa siamo alla politica come teaser: “sta arrivando”, “è in dirittura”, “ci stiamo lavorando con i corpi intermedi”. Peccato che, quando si va a vedere la disponibilità reale di risorse, il quadro sia molto più magro dei proclami.

A dicembre 2025 diverse ricostruzioni hanno segnalato fondi ridotti rispetto alle ipotesi iniziali: 100 milioni per il 2026 e 100 per il 2027, dopo tagli e riformulazioni in corso di manovra.
E l’idea di fondo che circola è quella dei partenariati pubblico-privato: tradotto, lo Stato apre la porta e il privato fa business, spesso con rendimenti garantiti e rischio sociale scaricato altrove.

Nel frattempo, l’emergenza abitativa resta: affitti che esplodono, giovani espulsi dalle città, famiglie che reggono con redditi stagnanti. La politica degli annunci non costruisce case, costruisce aspettative. E quando l’aspettativa cade, resta solo la frustrazione.

Crisi industriali: automotive e Ilva, tra scaricabarile e “salvatori” improbabili

Sull’automotive la linea è: “colpa dell’Europa”. Ma i numeri raccontano che l’Italia sta perdendo capacità produttiva in modo drammatico.

Secondo Reuters, nel 2025 la produzione di veicoli Stellantis in Italia è scesa a 379.706 unità (meno 20% annuo), e le sole auto a 213.706, minimo dal 1954.
Qui la propaganda si aggrappa alla parola “incentivi”, ma gli incentivi senza strategia industriale sono cerotti: tamponano, non curano. E intanto la filiera soffre, gli stabilimenti invecchiano, i modelli slittano, la concorrenza globale morde.

Sul dossier ex Ilva, invece, il governo promette fermezza contro operazioni “predatorie”. Però le trattative con fondi specializzati in distressed assets mostrano quanto la situazione sia delicata: il Financial Times ha riportato offerte da parte di fondi statunitensi, fra cui Flacks Group, per l’acciaieria.
È un settore che richiede competenze industriali, investimenti enormi e una governance pubblica capace di tenere insieme ambiente, lavoro e tecnologia. Ma la politica italiana, da decenni, arriva sempre alla stessa scena: emergenza, commissariamento, “soluzione in arrivo”, e intanto miliardi pubblici per tenere in vita un gigante senza un destino chiaro.

Il punto politico: non è solo economia, è un metodo

Alla fine, il cuore della questione non è un decimale di Pil. È il metodo con cui si governa il consenso.
1. Si sostituisce la politica economica con la comunicazione economica.
2. Si selezionano i dati utili e si oscurano quelli scomodi.
3. Si costruisce una narrazione di “normalità” mentre sotto cresce precarietà, sfiducia e rinuncia.

E quando qualcuno contesta, si risponde con due mosse: o si accusa il critico di disfattismo, o si sposta la colpa su un nemico esterno (l’Europa, i mercati, chi c’era prima). È una tecnica di potere: non serve vincere la realtà, basta vincere la cornice.

Ma la realtà torna sempre a presentare il conto. La crescita asfittica non si risolve con gli slogan. L’inattività non si cancella con i tweet. I salari reali non risalgono con i giochi di prestigio sul “netto”. Il diritto alla casa non nasce da un annuncio, ma da cantieri, risorse e regole.

Se questo governo vuole davvero parlare di economia, smetta di trattarla come una conferenza stampa permanente. E cominci a trattarla come ciò che è: la vita concreta delle persone, dove ogni punto percentuale non è un titolo, ma una spesa rimandata, una visita privata pagata, un figlio che parte, un affitto che non si regge più.

Fonti essenziali
• Il Fatto Quotidiano, “Crescita, lavoro, salari, pensioni e piano casa: cosa non torna nel racconto di Meloni sull’economia italiana”, 9-10 gennaio 2026.
• Commissione europea, previsioni macroeconomiche per l’Italia (Pil 2026: 0,8%).
• Istat, “Occupati e disoccupati (dati provvisori) – Novembre 2025”.
• Istat, “Le prospettive per l’economia italiana nel 2025-2026” (salari reali -8,8% vs gennaio 2021).
• Istat, “Conto trimestrale AP, reddito famiglie, profitti società – III trimestre 2025” (potere d’acquisto, consumi, risparmio).
• Reuters, produzione Stellantis in Italia 2025 (minimi storici).
• Financial Times, analisi su economia italiana e produttività.
• Financial Times, offerte per Acciaierie d’Italia (ex Ilva).
• Corriere della Sera, fondi ridotti per Piano Casa in manovra.

Bavaglio ai medici, bavaglio alla verità

Come si chiude Gaza: prima si espellono le ONG, poi si criminalizza la solidarietà

C’è una guerra che si combatte con missili, droni e cannoni, e poi ce n’è un’altra, più silenziosa, che prepara il terreno: togliere testimoni, spegnere ambulanze, trasformare i medici in sospetti e la compassione in un reato. Quello che sta accadendo in questi giorni ha un filo rosso netto: Israele stringe il cappio sulle organizzazioni umanitarie che tengono in vita Gaza, mentre in Europa, e in Italia, prende forma una narrativa giudiziaria e politica dove i dossier “di sicurezza israeliana” diventano verità, e la solidarietà rischia di essere trattata come terrorismo.

Non è un dettaglio collaterale del conflitto. È una leva strategica. Perché se togli chi cura, chi denuncia, chi documenta, chi distribuisce, chi conta i feriti, resta solo il rumore della propaganda e la contabilità dei morti fatta dall’oppressore.

37 ONG fuori: la nuova frontiera è la schedatura

Dal 1 gennaio 2026 Israele ha revocato o lasciato scadere l’accreditamento di 37 ONG internazionali, imponendo di fatto l’uscita da Gaza e dalla Cisgiordania entro l’inizio di marzo se non verranno rispettate nuove condizioni di registrazione. Tra le organizzazioni colpite ci sono realtà come Médecins Sans Frontières (MSF), Oxfam e altre grandi reti umanitarie.

Il cuore del ricatto è semplice e brutale: consegnare liste e dati sensibili del personale palestinese (e non solo) per controlli di “sicurezza”, con l’argomento della prevenzione dell’infiltrazione. Ma per chi opera sul terreno quel passaggio non è burocrazia: è un rischio concreto di esposizione, ritorsioni, uso militare dell’informazione, e violazione dei principi di neutralità e indipendenza. Non a caso decine di ONG hanno rifiutato, anche richiamando possibili conflitti con le norme europee sulla protezione dei dati.

Su questo punto la reazione internazionale è stata durissima. L’Alto Commissario ONU per i diritti umani Volker Türk ha definito “oltraggiosa” la sospensione e l’ha collocata dentro un quadro di restrizioni illegali all’accesso umanitario.
E 53 organizzazioni umanitarie internazionali hanno diffuso un appello congiunto chiedendo a Israele di revocare misure che ostacolano l’assistenza.

Qui bisogna essere chiari: quando un potere occupante pretende i nomi e i dati di chi lavora in corsia o distribuisce aiuti, non sta “regolando” il sistema. Sta scegliendo chi può vivere e chi deve essere lasciato morire. Sta trasformando l’umanitario in un’estensione dell’intelligence.

MSF nel mirino: la delegittimazione come arma

In parallelo alla stretta amministrativa, arriva la campagna politica: attacchi pubblici e dossier che tentano di capovolgere la realtà. Il caso MSF è emblematico: l’organizzazione viene accusata di “legami” con gruppi armati e di “delegittimare Israele” perché denuncia la catastrofe e perché, insieme ad altri, ha richiamato definizioni e valutazioni di esperti e organismi internazionali sulla natura dei crimini commessi a Gaza.

Ma la parte più tossica è quella che punta sulle persone, sui singoli lavoratori, come grimaldello per infangare un’intera missione umanitaria. Nel 2024, dopo l’uccisione del fisioterapista Fadi Al-Wadiya, le autorità israeliane hanno diffuso accuse postume; MSF ha dichiarato di non avere elementi per confermarle e di non aver ricevuto informazioni preventive utili, chiedendo chiarimenti che non sarebbero arrivati in modo verificabile e formale.

E poi c’è il caso di Mohammed Obeid, chirurgo ortopedico: arrestato durante un’operazione all’ospedale Kamal Adwan nell’ottobre 2024, con detenzione senza contatti regolari e senza quel livello di trasparenza che sarebbe il minimo sindacale quando parliamo di personale medico. MSF ne chiede il rilascio e documenta pubblicamente la vicenda.

Questa dinamica è una lama a doppio taglio, ed è proprio per questo che funziona: da un lato si colpisce la credibilità di chi salva vite; dall’altro si manda un messaggio al resto del mondo umanitario. Se restate, vi schediamo. Se parlate, vi delegittimiamo. Se insistete, vi accusiamo.

L’effetto reale: Gaza più sola, più buia, più ricattabile

Le conseguenze non sono teoriche. Sono cliniche. Sono logistiche. Sono immediate. Se chi gestisce cliniche mobili, reparti di traumatologia, catene del freddo per farmaci, evacuazioni, magazzini e distribuzioni viene cacciato o paralizzato, Gaza non “soffre di più”: collassa. E un collasso umanitario in un contesto già devastato diventa un moltiplicatore di morte, soprattutto per bambini, anziani, feriti, cronici.

E qui entra la questione politica più grande: togliere le ONG significa ridurre i testimoni indipendenti. Significa rendere più facile riscrivere i fatti. Significa alzare il costo della verità.

Italia: quando la solidarietà finisce in un fascicolo

Mentre Israele “pulisce” il terreno dagli attori umanitari, in Italia esplode un caso che mostra l’altro lato della stessa medaglia: la criminalizzazione della solidarietà. A Genova nove persone sono state arrestate con l’accusa di finanziamento ad Hamas attraverso associazioni, in un’indagine in cui emerge il tema della cooperazione informativa e documentale con Israele.

Fin qui, qualcuno potrebbe dire: normale attività antiterrorismo. Ma è proprio nei dettagli che si misura la tenuta democratica. Diversi articoli e analisi mettono a fuoco un elemento inquietante: una parte importante del materiale probatorio richiamato nell’ordinanza sarebbe riconducibile a documentazione e dossier trasmessi da canali israeliani, e la stampa ha parlato del misterioso “Mr Avi”, una figura non chiarita pubblicamente che avrebbe contribuito al dossier.

Il nodo non è “difendere a prescindere” nessuno. Il nodo è un altro: quando le prove arrivano da un soggetto direttamente coinvolto nel conflitto, con un interesse politico e militare enorme, e quando quella fonte viene considerata affidabile senza un vaglio rigoroso, trasparente, verificabile, il rischio è che la giustizia diventi una camera chiusa dove entra solo la versione di chi ha più potere.

E qui arriva la domanda politica più scomoda: davvero possiamo accettare che la solidarietà venga letta con le lenti del sospetto permanente, mentre le fonti “di sicurezza” vengono assunte come oro colato?

Il contesto giuridico internazionale che si vuole far sparire

C’è un’altra rimozione enorme, quasi programmata: ciò che gli organismi internazionali hanno già messo nero su bianco.

La Corte Internazionale di Giustizia, nel procedimento Sudafrica contro Israele, ha indicato misure provvisorie nel 2024, legando l’obbligo di prevenzione e l’urgenza della protezione della popolazione civile e dell’accesso umanitario.
La Corte Penale Internazionale ha emesso mandati d’arresto (novembre 2024) per Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant.
E una Commissione d’inchiesta legata al Consiglio ONU dei diritti umani ha pubblicato nel settembre 2025 un’analisi giuridica che discute in termini espliciti elementi materiali e psicologici del crimine di genocidio, chiedendo azioni conseguenti alla comunità internazionale.

Ora metti insieme i pezzi: se un potere è sotto accusa internazionale, ha un interesse vitale a controllare il flusso dei testimoni e delle narrazioni. Espellere ONG, pretendere dati sul personale locale, colpire chi denuncia, e contemporaneamente alimentare in Europa una cultura del sospetto contro chi è solidale con i palestinesi, non sono fenomeni separati. Sono una stessa architettura.

Il copione delle “false flag” oggi: non serve l’esplosivo, basta il dossier

Quando parli di “false flag”, il punto non è gridare al complotto come riflesso automatico. Il punto è riconoscere un metodo storico del potere: creare un ambiente dove la prova non è più prova, ma racconto; dove l’accusa sostituisce il processo; dove la reputazione distrutta vale quanto una condanna.

Oggi la “false flag” contemporanea spesso non ha bisogno di un attentato: le basta un report, una sigla, un documento non verificabile, un’accusa postuma, un titolo che resta anche quando le prove non arrivano. È la versione amministrativa e mediatica della repressione: si chiude, si sospende, si bandisce, si infanga. E intanto la gente muore.

Che fare: la linea rossa che l’Europa non può fingere di non vedere

Se l’Unione Europea, i governi occidentali e le istituzioni italiane continuano a trattare tutto questo come “normale gestione della sicurezza”, allora non stiamo assistendo solo a una tragedia umanitaria. Stiamo certificando una mutazione politica: l’idea che i diritti umani siano un optional, e che chi salva vite debba prima ottenere un lasciapassare dall’apparato che bombarda.

La linea rossa è già stata superata, ma non è troppo tardi per chiamare le cose col loro nome e agire di conseguenza:

Primo, ripristino immediato dell’operatività delle ONG a Gaza e stop alla schedatura del personale palestinese come condizione per curare e soccorrere.
Secondo, trasparenza totale e garanzie robuste su qualunque cooperazione giudiziaria internazionale: nessun processo democratico può poggiare su “prove” che arrivano da fonti opache in un contesto di guerra e propaganda.
Terzo, fine della criminalizzazione della solidarietà: chi raccoglie fondi, chi manifesta, chi denuncia non può essere trattato come un nemico interno per compiacere la geopolitica dell’alleato.

Gaza oggi è un laboratorio del peggio: se passa l’idea che si può affamare un popolo, espellere i medici, e poi accusare chi protesta di “delegittimazione”, allora domani quel metodo verrà esportato ovunque. E a quel punto la domanda non sarà più “cosa sta succedendo ai palestinesi”, ma “cosa siamo diventati noi”.

Fonti e siti di riferimento

Financial Times – “Israel’s allies condemn ban on dozens of aid groups working in Gaza”
https://www.ft.com/content/7abb519c-ebb6-493d-8637-5a25ff508e5d

Associated Press – “List of aid groups working in Gaza that Israel is suspending”
https://apnews.com/article/ec535cea548ddc75080f1e6bffe53801

The Guardian – “Israel to ban dozens of aid agencies from Gaza as 10 nations warn about suffering”
https://www.theguardian.com/world/2025/dec/30/israel-to-ban-dozens-of-aid-agencies-from-gaza-as-10-nations-warn-about-suffering

Vatican News – “Gaza, Israele non rinnova le licenze alle organizzazioni umanitarie”
https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2025-12/palestina-israele-ong-aiuti-diritti-gaza.html

RaiNews – citazione e contesto sulla dichiarazione di Volker Türk
https://www.rainews.it/maratona/2025/12/netanyahu-governo-a-gaza-possibile-solo-con-disarmo-di-hamas-121e9e2e-3ea7-42b7-a5e5-6cf15fca49b3.html

AgenSIR – “Striscia di Gaza: appello 53 ong a Israele, revocare le misure…”
https://www.agensir.it/quotidiano/2026/1/2/striscia-di-gaza-appello-53-ong-a-israele-revocare-le-misure-che-ostacolano-lassistenza-umanitaria/

La Repubblica (Genova) – “Prove portate dallo 007 israeliano senza nome… Mr Avi…”
https://genova.repubblica.it/cronaca/2025/12/30/news/prove_portate_dallo_007_israele_mister_avi_hannoun_finanziamenti_hamas_e_scontro_sull_inchiesta-425066926/

La Repubblica – “Terrorismo, associazioni benefiche finanziano Hamas: nove arresti”
https://www.repubblica.it/cronaca/2025/12/27/news/terrorismo_associazioni_benefiche_finanziano_hamas_nove_arresti-425062101/

Manovra 2026: il Paese in saldo, la democrazia in affitto

C’è un’immagine che fotografa meglio di mille slogan la finanziaria che sta passando in Parlamento: un maxi-emendamento scritto all’ultimo, blindato con la fiducia, e attorno un contorno di “aggiustamenti” che non correggono nulla, ma spostano il peso sempre dalla stessa parte. È il vecchio trucco: chiamare “responsabilità” ciò che è una scelta di campo, e chiamare “semplificazione” ciò che assomiglia a un condono. E mentre il governo si racconta come il presidio dell’ordine, prepara una politica che disciplina i deboli e premia chi può permettersi di ignorare le regole.

Il Parlamento ridotto a notaio, la manovra ridotta a prova di forza

La prima notizia, prima ancora delle cifre, è il metodo. La legge di bilancio dovrebbe essere il luogo massimo della decisione pubblica: si discute, si corregge, si bilancia. Qui invece si procede per compressione. Il testo viene chiuso con un maxi-emendamento e il “lucchetto” della fiducia, dopo giorni di caos procedurale e scambi interni alla maggioranza. Lo denuncia Maurizio Landini con parole nette: “spettacolo indegno”, un governo che “non vuole discutere con nessuno, né con il Parlamento né con le parti sociali”. 

Non è solo un problema di stile. È sostanza politica: quando la manovra diventa un atto “prendere o lasciare”, si trasformano i diritti sociali in variabili di contabilità, e la democrazia in una formalità.

Il condono come segnale: legalizzare l’abuso e chiamarlo “primo treno utile”

Dentro questa logica, il capitolo più rivelatore è la mossa sul condono edilizio. Non un dibattito trasparente, non una scelta motivata da un’emergenza reale, ma un ordine del giorno alla manovra che “impegna il governo ad adottare” un nuovo condono “nel primo provvedimento utile”. Il contenitore sarebbe la riforma del Testo unico dell’edilizia, già approvata dal Consiglio dei ministri e in attesa del Parlamento. 

Qui la politica parla un linguaggio chiarissimo: non si affronta l’emergenza abitativa con case popolari, affitti sostenibili, recupero serio e trasparente del patrimonio pubblico. Si manda un messaggio culturale: “se hai violato le regole, prima o poi arriva una sanatoria”. In Italia non sarebbe neppure una novità: i grandi condoni nazionali del 1985, 1994 e 2003 sono il precedente storico che pesa come un macigno, perché hanno sedimentato l’idea che l’abuso non è un reato sociale, ma un investimento in attesa di sconto. 

E mentre la maggioranza si contende la bandierina del “Piano casa”, la traiettoria che emerge è quella denunciata da più osservatori: condoni, sanatorie, semplificazioni “a favore”, e pochissimo per chi una casa deve prenderla in affitto senza essere strozzato. 

Tagli e spostamenti: meno coesione, più rendite di fatto

Poi ci sono i numeri che raramente finiscono nei titoli, ma decidono la vita concreta.

Sul Fondo per lo Sviluppo e la Coesione, nel testo approdato in Commissione Bilancio al Senato compare una riduzione delle risorse (almeno 300 milioni per il 2026, secondo l’anticipazione ANSA).  E diverse analisi segnalano un disegno più ampio di riduzione/riassorbimento di risorse FSC lungo più anni, con impatto potenziale soprattutto sui territori già fragili. 

Sull’Assegno di inclusione, il meccanismo viene “aggiustato” in modo che suona quasi beffardo: da un lato si elimina il mese di sospensione tra un ciclo e l’altro, dall’altro il primo mese del rinnovo verrebbe pagato al 50%. Tradotto: si evita il buco, ma si mette una toppa più piccola proprio quando le famiglie arrivano già in apnea. 

Questo è il filo che lega i pezzi: non si nega il welfare in modo clamoroso, lo si consuma a cucchiaini. Tagli qui, ritocchi là, un’eccezione oggi, una “revisione” domani. E intanto si normalizza l’idea che la protezione sociale sia un costo da limare, non un diritto da garantire.

Lavoro: quando il “mercato” diventa una scusa per togliere tutele

Nell’intervista, Landini punta il dito su un passaggio che dovrebbe far sobbalzare chiunque abbia lavorato davvero: il ritorno dell’emendamento Pogliese, già contestato e poi rispuntato. La sostanza, semplificando: rendere più difficile recuperare crediti di lavoro e arretrati, spostando la prescrizione “in costanza di rapporto”, cioè mentre sei ancora dipendente, quando molti non fanno causa per paura di ritorsioni. Questo impianto è stato descritto da più fonti come un colpo ai diritti dei lavoratori, e nel 2025 aveva già acceso polemiche e ritiri tattici. 

È un punto politico enorme: se tu indebolisci la possibilità di ottenere giustizia sul salario dovuto, stai dicendo che il conflitto tra impresa e lavoratore si risolve sempre con la forza contrattuale, cioè quasi sempre a sfavore di chi ha meno potere.

Fiscal drag: la tassa invisibile che resta anche quando “ti dicono” di averti aiutato

Qui entra il tema del fiscal drag, che Landini liquida con una parola sola: “balle” quando il governo sostiene di averlo “recuperato”. Al di là della polemica, il punto è serio: il fiscal drag è quel meccanismo per cui, con inflazione e progressività Irpef, puoi finire a pagare più imposte anche se il tuo reddito reale non cresce. Diversi osservatori hanno quantificato effetti rilevanti negli ultimi anni e spiegano perché gli interventi parziali non equivalgono a sterilizzare davvero il fenomeno. 

E allora la frattura diventa morale prima che economica: se la propaganda ti vende “meno tasse”, ma il carico reale su dipendenti e pensionati resta pesante e scivola su meccanismi automatici, la politica sta chiedendo fiducia mentre svuota la busta paga.

Un Paese che si assottiglia: produzione in calo, povertà strutturale

Tutto questo avviene mentre l’Italia non è esattamente in una fase di benessere diffuso.

L’ISTAT continua a registrare debolezza nella produzione industriale: solo per citare l’ultimo dato disponibile, a ottobre 2025 l’indice destagionalizzato è stimato in calo rispetto a settembre, con flessioni in vari comparti. 

E sulla povertà assoluta, l’ISTAT stima per il 2024 oltre 2,2 milioni di famiglie e più di 5,7 milioni di individui in povertà assoluta (quasi il 10% dei residenti). Non un incidente di percorso: una condizione che si stabilizza, cioè si normalizza. 

Se metti insieme questi due dati, capisci perché l’idea di “tirare a campare” con piccoli ritocchi e grandi slogan è micidiale: quando la base economica si indebolisce e la povertà resta alta, ogni taglio al welfare e ogni favore all’irregolarità (come un condono) non sono semplici misure tecniche. Sono un modo di riscrivere il patto sociale: chi sta sotto deve arrangiarsi, chi sta sopra può permettersi di aspettare la prossima sanatoria.

La domanda che resta sul tavolo

La domanda, alla fine, è brutale e semplice: che cosa sta finanziando davvero questa manovra?

Se il governo sceglie di correre sul binario dei condoni e di una politica industriale lasciata al “trasferimento senza condizioni”, mentre stringe su pensioni, welfare, sanità pubblica e coesione territoriale, allora non sta “mettendo in sicurezza i conti”. Sta mettendo in sicurezza un rapporto di potere.

E qui la critica non è ideologica: è concreta. Un Paese non va in declino perché sciopera chi lavora. Va in declino quando il lavoro povero diventa la normalità, quando la casa diventa un lusso, quando la povertà diventa statistica, e quando il Parlamento diventa un passaggio formale per decisioni già prese altrove.

Fonti principali

Manovra e ordine del giorno sul condono edilizio (Repubblica, 22 dicembre 2025). 

Intervista a Maurizio Landini sulla manovra (Repubblica, 22 dicembre 2025, anche in PDF CGIL). 

Taglio FSC (ANSA rilanciata da La Gazzetta del Mezzogiorno). 

Assegno di inclusione e primo mese dimezzato (Sky TG24). 

Povertà assoluta 2024 (ISTAT). 

Produzione industriale ottobre 2025 (ISTAT). 

Fiscal drag: stime e chiarimenti (Osservatorio CPI, lavoce.info). 

Emendamento Pogliese e crediti di lavoro (Corriere della Sera, Fisac-CGIL). 

Precedenti condoni edilizi (normativa e sintesi). 

La Carta più bella e la più inattuata del mondo: perché l’Italia teme la sua Costituzione

C’è una frase che torna in testa ogni volta che guardiamo il dibattito pubblico italiano: abbiamo una Costituzione splendida e, insieme, una Costituzione spesso disattesa. Non nel senso romantico del “non siamo all’altezza dei nostri ideali”, ma in quello più concreto e politico: le promesse sociali e democratiche della Carta vengono trattate come un repertorio di buone intenzioni, utile da celebrare nelle ricorrenze e da aggirare quando intralcia interessi, rendite, rapporti di forza.

Eppure la Costituzione non nasce per arredare le pareti. Nasce, per usare un’immagine efficace, “in polemica con il presente”: non fotografa ciò che c’è, ma indica ciò che deve essere conquistato, soprattutto per chi sta sotto. Non è neutra, non è un manuale di galateo istituzionale. È un patto che limita i poteri e apre spazi di emancipazione. È qui che sta il punto: se la prendi sul serio, disturba.

Il pensiero critico e le sue tre grandi scuole italiane

Per capire come siamo arrivati a questo paradosso, conviene guardare a un pezzo di storia culturale e politica. In Italia, nel secondo Novecento, ci sono state almeno tre tradizioni di pensiero radicale capaci di incidere davvero.

L’operaismo ha rappresentato una critica frontale alla sinistra tradizionale e al movimento operaio istituzionalizzato, mettendo al centro conflitto, soggettività, rapporti di produzione. Ha avuto la forza di nominare ciò che molti preferivano non vedere: il lavoro non come categoria morale, ma come terreno di potere, disciplina e resistenza.

Il femminismo, soprattutto nelle sue correnti della differenza, ha scardinato categorie che sembravano intoccabili: famiglia, corpo, identità, ruoli sociali, linguaggio. Ha inciso profondamente sui costumi e sul modo stesso di concepire la libertà, mostrando che l’oppressione non vive solo nelle fabbriche o nei parlamenti, ma anche nella quotidianità.

Poi c’è l’uso alternativo del diritto: una rivoluzione meno raccontata ma decisiva. Qui la Costituzione viene letta non come una cornice neutra, bensì come strumento per dare gambe ai diritti dei subalterni. In questa prospettiva, il diritto non è soltanto tecnica, è campo di conflitto. Non è solo “ordine”, è anche possibilità di riequilibrio.

La domanda che ci inchioda, mezzo secolo dopo, è semplice e dolorosa: perché tante conquiste sono rimaste parziali, o si sono fermate alla soglia delle istituzioni? Perché molto cambiamento è rimasto confinato nelle relazioni sociali e individuali, senza diventare “struttura”, senza trasformarsi in potere democratico organizzato?

Dentro le istituzioni senza farsi addomesticare

Qui sta il nodo, che spesso la sinistra ha vissuto come un dilemma irrisolvibile: o si resta “puri” fuori dal sistema, oppure si entra e ci si sporca fino a diventare parte dell’arredo.

Ma la questione vera è un’altra: come si sta dentro le istituzioni portandoci il conflitto, senza esserne neutralizzati.

Perché la democrazia non è solo voto ogni cinque anni. È conflitto socialmente organizzato che trova canali, contropoteri, strumenti. Se il conflitto viene espulso, la democrazia si svuota e resta una scenografia: procedure senza popolo, governo senza società, decisioni senza partecipazione.

E qui arriviamo a una parola che ha fatto danni enormi: il “meno peggio”. Il meno peggio è una tecnica di governo delle aspettative: ti convincono che chiedere l’attuazione piena della Costituzione è “massimalismo”, che rivendicare diritti è “irresponsabilità”, che l’unica politica possibile è gestire la ritirata. Solo che la ritirata, a furia di farla, diventa capitolazione.

Gli anni Settanta: quando la Carta ha iniziato a camminare

C’è stato un periodo in cui, almeno in parte, la Costituzione ha smesso di essere promessa e ha cominciato a diventare realtà. Gli anni Settanta, con tutte le contraddizioni del caso, sono stati una stagione di attuazione reale di pezzi fondamentali della Carta: lo Statuto dei Lavoratori, la riforma del diritto di famiglia, il divorzio, la legge 194, la riforma Basaglia, l’istituzione del Servizio sanitario nazionale.

Non era un miracolo, né una concessione gentile. Era il prodotto di conflitti, movimenti, partiti di massa, sindacati forti, cultura diffusa. La Carta si muoveva perché qualcuno ci metteva energia, organizzazione, pressione. È esattamente ciò che oggi manca o viene demonizzato.

Da allora è iniziato un regresso lungo e paziente, spesso presentato come “modernizzazione”: precarizzazione del lavoro, privatizzazioni, tagli strutturali, riduzione degli spazi pubblici, trasformazione della politica in marketing. E intanto la Costituzione veniva ridotta a retorica.

Il premierato: l’idea di stabilità che somiglia a una scorciatoia

In questo quadro arrivano le riforme “madre di tutte le riforme”. Il premierato, nella versione in discussione in Parlamento, punta sull’elezione diretta del Presidente del Consiglio e su un assetto pensato per blindare la durata dell’esecutivo.

La stabilità è un valore, certo. Ma la domanda è: stabilità per chi e per che cosa.

Se la stabilità è costruita comprimendo contrappesi, riducendo il ruolo del Parlamento, trasformando il rapporto di fiducia in un meccanismo “a prova di incidente”, allora il rischio è chiaro: non si rafforza la democrazia, si rafforza chi governa. Non è un dettaglio tecnico. È un cambio di filosofia: dal governo come funzione controllata, al governo come perno dominante.

Diversi costituzionalisti hanno evidenziato che l’elezione diretta del capo del governo, così configurata, sarebbe un unicum e produce tensioni con l’architettura delle garanzie, inclusi i poteri del Presidente della Repubblica e l’equilibrio tra poteri.

Il punto politico, però, è ancora più brutale: quando la politica sociale arretra e la disuguaglianza cresce, le classi dirigenti tendono a cercare “governabilità” non tramite consenso e diritti, ma tramite comando. È una vecchia storia.

La riforma della magistratura: l’indipendenza come bersaglio laterale

Accanto al premierato, il cantiere sulla giustizia ha già prodotto una legge costituzionale pubblicata in Gazzetta Ufficiale, con separazione delle carriere, due CSM e istituzione di una Corte disciplinare.

Qui il dibattito è complesso e va trattato senza slogan: ci sono argomenti a favore e contro. Ma la domanda politica resta la stessa: questa riforma aumenta davvero le garanzie dei cittadini e l’efficienza del sistema, oppure ridefinisce i rapporti di forza tra poteri dello Stato in un contesto già segnato da personalizzazione del comando e riduzione dello spazio pubblico?

Il fatto che si vada verso un referendum confermativo è un dato che dovrebbe spingere tutti, qualunque posizione abbiano, a studiare e discutere sul merito, non a tifare.

L’autonomia differenziata: l’imbroglio gentile che spacca i diritti

E poi c’è l’autonomia differenziata. Qui l’imbroglio, per i cittadini, è spesso mascherato da buonsenso: “più autonomia”, “più efficienza”, “più responsabilità”. In realtà, se la metti in fila con il resto, somiglia a un pezzo dello stesso disegno: frammentare il Paese proprio mentre si concentra il potere politico al centro.

La legge 26 giugno 2024, n. 86, è in vigore dal 13 luglio 2024 e definisce il percorso per attribuire ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia alle Regioni ordinarie, ai sensi dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione.

Il cuore vero del problema sta nei LEP, i livelli essenziali delle prestazioni. Finché i LEP non sono definiti e finanziati seriamente, parlare di autonomia differenziata è come promettere “più libertà” togliendo le fondamenta della casa. I diritti sociali, scuola, sanità, assistenza, trasporti, diventano dipendenti dalla ricchezza territoriale e dalla capacità amministrativa locale, cioè dalla geografia del reddito.

E non è un rischio teorico: la Corte costituzionale è già intervenuta, e comunque il percorso è stato oggetto di contenzioso e di correzioni, segno che i nodi costituzionali non sono fantasia da “guastafeste”.

Sul piano politico, la promessa nascosta è questa: invece di pretendere che lo Stato garantisca uguali diritti ovunque, si sposta il baricentro su intese e negoziati, e i cittadini diventano utenti di sistemi territoriali sempre più diseguali. È un modo elegante per dire “arrangiatevi”, con un lessico istituzionale pulito.

Infine, un fatto cruciale: la richiesta di referendum abrogativo totale sulla legge 86/2024 è stata dichiarata inammissibile dalla Corte costituzionale (sentenza n. 10 del 2025). Anche qui, al netto delle valutazioni giuridiche, la conseguenza politica è chiara: se non puoi correggere la rotta con lo strumento referendario, la battaglia torna dove dovrebbe stare da sempre, nella società organizzata e nelle istituzioni presidiate.

La Costituzione come “utopia concreta” e come pratica quotidiana

A questo punto conviene tornare a un’immagine celebre: la Costituzione come “pezzo di carta” che non si muove da sola. Non perché sia fragile, ma perché pretende una cosa che fa paura: responsabilità quotidiana, conflitto democratico, partecipazione reale.

La Costituzione, se la prendi sul serio, non ti lascia comodo. Ti chiede di guardare in faccia il potere e di chiamarlo per nome. Ti impone di parlare di lavoro, uguaglianza sostanziale, dignità, diritti sociali come pilastri, non come “spesa”.

Ecco perché oggi, mentre si discute di premierato, di riforme della giustizia e di autonomia differenziata, la parola decisiva non è “difendere” la Carta come un reperto da museo. È attuarla. Rilanciarla. Portarla fuori dalla liturgia e dentro la vita pubblica.

La domanda vera, alla fine, non è se la Costituzione sia bella. Lo è. La domanda è se siamo disposti a usarla come leva contro i poteri costituiti, invece che come poster rassicurante. Perché la Carta, quando la fai camminare, non ti promette tranquillità. Ti promette emancipazione. Ed è per questo che la temono.

Fonti e sitografia
Il Fatto Quotidiano, 20 dicembre 2025, intervista a Gaetano Azzariti: https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2025/12/20/premierato-alle-soglie-dellautocrazia-resistere-con-la-carta-ai-poteri-costituiti/8234055/

Premierato (testi e dossier):
https://www.senato.it/leggi-e-documenti/disegni-di-legge/scheda-ddl?did=57694
https://www.senato.it/export/ddl/full/57694?leg=19
https://www.camera.it/leg19/126?idDocumento=1921&leg=19
https://temi.camera.it/leg19/dossier/OCD18-20136/disposizioni-l-introduzione-elezione-diretta-del-presidente-del-consiglio-ministri-costituzione.html
https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01421063.pdf
https://www.associazionedeicostituzionalisti.it/it/la-lettera/07-2024-la-riforma-costituzionale-della-forma-di-governo/i-rischi-del-premierato
https://www.astrid-online.it/static/upload/de-m/de-marco_fed_10_25.pdf

Autonomia differenziata:
https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2024/06/28/24G00104/SG
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2024;86=
https://temi.camera.it/leg19/post/OCD15_15089/legge-l-attuazione-autonomia-differenziata-regioni-pubblicata-legge-che-contiene-delega-determinazione-del-livelli-essenziali.html
https://www.cortecostituzionale.it/scheda-pronuncia/2024/192
https://www.cortecostituzionale.it/scheda-pronuncia/2025/10
https://www.cortecostituzionale.it/documenti/comunicatistampa/CC_CS_20250207102936.pdf
https://temi.camera.it/leg19/temi/19_tl18_regioni_e_finanza_regionale.html
https://www.autonomia.gov.it/it/la-legge/

Riforma della magistratura e referendum confermativo:
https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2025/10/30/25A05968/sg
https://temi.camera.it/leg19/provvedimento/norme-in-materia-di-ordinamento-giurisdizionale-e-di-istituzione-della-corte-disciplinare.html
https://www.programmagoverno.gov.it/it/approfondimenti/riforme-di-rilievo-del-governo/riforma-dellordinamento-giudiziario/riforma-della-magistratura/
https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/11/19/referendum-separazione-carriere-cassazione-voto-marzo-notizie/8200974/
https://www.questionegiustizia.it/articolo/data-referendum

Testi normativi citati sugli anni Settanta (Normattiva):
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1970;300
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1970;898
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1975;151
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1978;833
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1978;180
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1978;194

Calamandrei (testi e contesto):
https://archivio.quirinale.it/aspr/la-costituzione/AV-005-000140/piero-calamandrei-l-umanitaria-e-discorso-sulla-costituzione
https://formazione.indire.it/paths/piero-calamandrei-discorso-sulla-costituzione-26-gennaio-1955-progresso-ii
https://www.anpi.it/patria-indipendente/media/uploads/patria/2010/3-4/16-17_CALAMANDREI.pdf

Riconciliare la sinistraDalla malinconia all’utilità sociale, senza feticci identitari

Di Matteo Minetti e Mario Sommella.

Il punto di partenza è semplice: troppo spesso parliamo di unità della sinistra come se fosse una faccenda interna, quasi una terapia di coppia tra correnti. Ma la frattura vera non è solo tra gruppi dirigenti o tra “governisti” e “puri”. È più profonda: somiglia a quella divisione complementare con cui, da decenni, “sinistra” e “destra” si rincorrono scambiandosi pezzi di linguaggio e di agenda, mentre i rapporti materiali restano spesso intatti.

Se una forza che si definisce di sinistra finisce per garantire la conservazione del potere e del privilegio economico, in che senso è ancora sinistra? E se una forza di destra, per convenienza o per conflitto interno ai blocchi dominanti, colpisce un frammento di rendita o un pezzo di potere digitale, è automaticamente “meno destra”? La domanda non è accademica: serve a spostare l’attenzione dai simboli ai risultati, dagli emblemi ai bisogni concreti delle persone che lavorano.

Dentro questa cornice, “riconciliazione” smette di essere una parola sentimentale e diventa una scelta strategica: ricostruire un fronte popolare attorno a rivendicazioni materiali, capaci di parlare anche a chi non condivide il codice culturale della sinistra contemporanea, ma vive le stesse ferite sociali.
1. Le due sinistre e la trappola dell’identità morale

La contrapposizione tra sinistra “della responsabilità” e sinistra “della purezza” descrive un fenomeno reale: una parte cerca legittimazione nel governo e nelle compatibilità, l’altra nella coerenza testimoniale e nella denuncia. Ma raccontarla così può trasformare la politica in un tribunale morale: chi è più pulito, chi è più adulto, chi tradisce, chi resiste.

Il problema è che questa polarità, a volte, replica la stessa dinamica “sinistra/destra” quando diventa complementare: serve a far girare la ruota senza cambiare la strada. È una divisione alimentata da linguaggi e posture più che da contenuti materiali. E qui sta lo scandalo: si può presidiare un vocabolario “progressista” sui diritti o sulle buone maniere pubbliche e, nello stesso tempo, accettare come inevitabile un modello economico che produce precarietà, salari bassi, privatizzazioni, disuguaglianze territoriali, impoverimento del welfare. In quel momento la sinistra rischia di diventare un’identità morale, non una rappresentanza sociale.
2. La melanconia di sinistra come rifugio, e la “superiorità morale” come scorciatoia

Qui torna Rodrigo Nunes: la “melanconia di sinistra” non è solo tristezza. È un modo di stare nella sconfitta fino a farne un habitat. Da una parte produce cinismo (“tanto non si può cambiare nulla”), dall’altra narcisismo della sconfitta (“noi almeno abbiamo capito tutto”). In entrambi i casi, l’effetto pratico è identico: rinuncia a costruire rapporti di forza.

Ma c’è un passaggio ulteriore, più difficile da ammettere: quando la politica non riesce a incidere materialmente, tende a spostarsi sull’etica come terreno di compensazione. Se non posso cambiare i salari, dimostro di essere “migliore”. Se non riesco a costruire maggioranze popolari, certifico la mia appartenenza tramite il lessico giusto, le cause giuste, le indignazioni giuste.

Esempi concreti di questa dinamica si vedono quando la battaglia politica viene ridotta a una gara di purezza: chi sbaglia una parola viene trattato come un nemico; chi pone un problema di lavoro, casa o sicurezza sociale viene liquidato come “arretrato”; chi chiede una piattaforma materiale viene sospettato di tradimento. È una scorciatoia: invece di argomentare e organizzare, si seleziona, si espelle, si autoproclama la propria superiorità.

Il caso Palestina, in questo senso, è rivelatore. La spinta etica e la solidarietà hanno prodotto mobilitazione reale, ma spesso non hanno scalfito la linea istituzionale in modo proporzionato alla forza delle piazze. In compenso, hanno offerto alla destra un terreno comodo: presentarsi come baluardo dell’ordine pubblico e dell’“Occidente”, non tanto contro i palestinesi in astratto, quanto contro i filo-palestinesi come soggetto politico interno da delegittimare e contenere. Non a caso, nell’autunno 2025 in Italia si sono registrate forti tensioni e interventi restrittivi attorno alle manifestazioni pro-Palestina, fino al divieto di un corteo a Bologna motivato con ragioni di ordine pubblico.
Nello stesso periodo, il governo ha gestito l’esposizione pubblica sul tema in modo ambivalente: da un lato condanne e parole diplomatiche, dall’altro attacchi politici alla mobilitazione, definita “irresponsabile” quando assumeva forme di pressione diretta.

Questo non significa che la mobilitazione etica sia inutile. Significa che, da sola, non basta. Se resta senza organizzazione, senza obiettivi negoziabili e senza strumenti di forza, può trasformarsi in testimonianza. E la testimonianza, spesso, viene battuta dalla macchina del potere.
3. L’unità non “contro” qualcuno, ma “per” qualcuno

Se l’unità serve soltanto a “battere la destra”, rischia di essere un’alleanza elettorale senza popolo. Se invece serve a rappresentare i bisogni materiali di chi lavora, cambia tutto: perché la classe lavoratrice reale non è un blocco ideologico uniforme. Dentro ci sono persone di sinistra e di destra nei valori, nella cultura, nella tradizione familiare, nella religione, nel modo di leggere la nazione, l’autorità, l’ordine.

Ma su alcune cose elementari la frattura è netta: salari, orari, casa, sanità, scuola, sicurezza sul lavoro, trasporti, bollette, pensioni, diritto a curarsi senza indebitarsi, diritto a non essere ricattati.

Un fronte popolare nasce quando la domanda sociale precede l’etichetta. Non chiede a chi sta in basso di cambiare identità per meritare diritti: chiede di riconoscere un interesse comune contro la rendita e contro l’arbitrio del potere economico.
4. Il paradosso delle misure “anti-rendita” e la questione affitti brevi nella Manovra 2026

Chi governa può, per ragioni di cassa o di consenso, toccare singoli tasselli che sembrano colpire la rendita o regolano un settore controverso. Il punto politico non è discutere se quel gesto “sia di destra o di sinistra” in astratto, ma vedere se è strutturale o episodico, se sposta davvero i rapporti sociali o se si limita a una correzione cosmetica.

Sul tema affitti brevi, per esempio, oggi esiste già un impianto che distingue tra aliquota più bassa per una sola unità scelta dal contribuente e aliquota più alta per le ulteriori unità, e questa cornice è stata fissata da tempo.
La questione, però, è tornata centrale proprio perché nella Manovra 2026 sono circolate ipotesi di nuove strette e riscritture, con discussioni su soglie, numero di immobili e possibili irrigidimenti del regime, alimentando incertezza e conflitto tra interessi contrapposti.

Che cosa dimostra questa dinamica? Che le etichette ideologiche, da sole, spiegano poco: una forza può “toccare” un pezzo di rendita e nello stesso tempo difendere un impianto economico che spreme lavoro e servizi pubblici. Oppure può aprire un cantiere normativo senza toccare i pilastri del privilegio, lasciando intatti i nodi decisivi: salari, potere contrattuale, welfare, fiscalità complessiva.

Per chi sta a sinistra, questo dovrebbe essere uno stimolo, non un alibi: se chi governa può occupare pezzi episodici di agenda “anti-rendita”, allora una sinistra che voglia tornare credibile deve essere più netta, strutturale, coerente e riconoscibile sul terreno materiale.
5. Mujica: l’unità non è un valore, è un attrezzo

Pepe Mujica è l’antidoto al moralismo: non chiede unità per amor di bandiera. Chiede unità perché senza unità i subalterni non contano nulla. E perché la gente accompagna chi percepisce come forte: chi non si presenta spezzettato, litigioso, minoritario per vocazione.

Ma c’è una conseguenza pratica: l’unità non può essere la somma di identità “progressiste” che si riconoscono a vicenda. Deve essere un’alleanza sociale attorno a poche rivendicazioni materiali chiare, comprensibili, verificabili. Prima si impara a camminare insieme su un programma minimo, poi diventa tradizione.
6. Unità di classe, non unità di tribù

Una proposta politica sensata sposta l’asse: dalle tribù ideologiche alla rappresentanza di classe.

La classe dei possidenti non è omogenea culturalmente: può votare destra o sinistra, parlare liberal o conservatore, sfilare per cause civili e al tempo stesso difendere un sistema fiscale e del lavoro che scarica il peso su dipendenti e pensionati. La classe lavoratrice, invece, può essere culturalmente divisa, ma ha bisogni comuni.

Se la sinistra non costruisce un discorso che unisce quei bisogni, lascia campo a chi li intercetta con altre chiavi: sicurezza, identità, risentimento, promessa di protezione, capri espiatori. E intanto i rapporti materiali restano quelli di sempre.

L’unità, allora, non è un cartello elettorale contro qualcuno. È un patto sociale per qualcuno.
7. Le rivendicazioni materiali che possono fare da collante

Qui bisogna essere concreti. Una piattaforma materiale deve essere accettabile anche per chi ha una cultura tradizionale, cattolica o nazionale. Non significa annacquare i diritti: significa partire dalle urgenze che attraversano tutto il popolo del lavoro.

Un’unità possibile oggi può reggersi su pilastri riconoscibili: salario e contratti; lotta alla precarietà e ai subappalti; sicurezza sul lavoro con controlli reali e sanzioni; sanità pubblica con riduzione delle liste d’attesa e stop alla privatizzazione strisciante; casa e affitti con politiche abitative e contrasto alla rendita speculativa; fisco più equo con alleggerimento su lavoro e pensioni e maggiore progressività su grandi patrimoni e rendite; scuola e formazione come ascensore sociale reale; trasporti e servizi territoriali per non trasformare le periferie in colonie interne.

Queste cose parlano a chiunque viva di stipendio, indipendentemente da come vota “di pancia” sui temi identitari. E soprattutto ridanno alla parola “sinistra” un significato verificabile: stai dalla parte di chi lavora contro la rendita e contro il privilegio, oppure no.
8. La riconciliazione come igiene politica

A questo punto “riconciliare” non significa volerci bene. Significa smettere di usare la purezza come arma fratricida e smettere di usare la governabilità come giustificazione per qualsiasi resa.

Vuol dire anche una cosa molto concreta: non chiedere alle classi popolari di diventare culturalmente uguali a noi per meritare tutela. È una strada perdente, perché lascia intatto il dolore materiale e pretende che la gente voti per riconoscenza simbolica. La politica dovrebbe fare l’opposto: costruire una comunità d’interessi e, solo dopo, una comunità di senso.

Conclusione: meno bandiere, più ossa e carne

La domanda finale resta brutale, ma è la sola utile: l’unità serve a vincere una partita tra identità o a rappresentare chi lavora contro chi possiede?

Se accettiamo la lezione di Nunes sulla melanconia e quella di Mujica sulla concretezza, la risposta è chiara: l’unità non nasce dal culto della sinistra, nasce dalla sua funzione. Quando la sinistra torna a essere utile ai bisogni materiali del popolo del lavoro, allora smette di essere una definizione e torna a essere un fatto.

E forse è proprio lì che la riconciliazione diventa possibile: non perché ci siamo perdonati, ma perché abbiamo smesso di confondere la politica con lo specchio e abbiamo ricominciato a guardare, insieme, la vita reale.

Il confine che non esplode piùAldo Moro, l’Alto Adige e la lezione politica che l’Europa si ostina a dimenticare

Ho fatto questa ricerca per un motivo preciso, e non è nostalgia storiografica. È perché mentre l’Europa ripete che “non c’è alternativa” alla guerra lunga, nel Donbass e nei territori contesi tra Russia e Ucraina la parola confine è tornata a essere ciò che in Europa è sempre stata nei suoi momenti peggiori: una ferita aperta, una riga armata, una identità trasformata in trincea. E allora mi sono chiesto: esiste, nella storia europea, un caso in cui una contesa identitaria e territoriale, con morti, bombe, propaganda e odio, sia stata riportata dentro la politica fino a spegnersi davvero, senza cancellare le differenze ma rendendole governabili? La risposta è sì. Si chiama Alto Adige, Sudtirolo. E al centro di quella soluzione c’è un metodo politico, non un miracolo.

Oggi, mentre a Berlino si riaprono colloqui e proposte di compromesso che ruotano attorno a cessate il fuoco sulle linee attuali e a garanzie di sicurezza, e mentre l’opinione pubblica ucraina mostra insieme disponibilità a un congelamento del fronte e rifiuto netto di concessioni “a perdere”, l’idea che “non si può negoziare” sembra più una postura che un’analisi.
Questo testo non assolve nessuno e non banalizza il presente. Prova a fare una cosa più difficile: recuperare una grammatica europea della soluzione politica, e usarla per immaginare un’uscita che non sia resa, né escalation, ma costruzione di sicurezza comune.

C’è una parola che in Europa torna sempre, quando la storia si arrabbia: confine. A volte è una riga su una mappa. Più spesso è una ferita. E quasi sempre, quando la ferita non viene medicata con diritti, istituzioni e pazienza, qualcuno prova a chiuderla con la forza. La vicenda del Sudtirolo Alto Adige non è una cartolina alpina, né una nota a piè di pagina della politica italiana: è un laboratorio europeo di gestione del conflitto etnolinguistico, passato attraverso l’annessione, l’assimilazione, la radicalizzazione, le bombe, la diplomazia, e infine una soluzione che regge da mezzo secolo perché si è fatta carne in norme, soldi, scuola, lingua, poteri reali.

E proprio per questo, quando qualcuno la richiama per parlare dell’Europa di oggi e delle sue guerre, non sta giocando con i paragoni. Sta dicendo una cosa più scomoda: che la politica, quando vuole, può disinnescare perfino i conflitti identitari più duri. Il punto è che deve volerlo.

Dalla fine dell’Impero alla riga del Brennero

Il Sudtirolo, chiamato in Italia Alto Adige, passa all’Italia nel riassetto post Prima guerra mondiale, dentro la logica dei trattati che smontano l’Impero austro ungarico e ridisegnano l’Europa centrale. La sostanza, per chi ci viveva, è semplice: un cambiamento di sovranità sopra teste che non avevano chiesto quel cambio.

Nel 1921, nella provincia di Bolzano la popolazione germanofona è maggioritaria; le percentuali che circolano spesso (circa tre quarti di lingua tedesca, intorno a un decimo italiana, e una quota ladina) trovano riscontro nelle pubblicazioni storiche, con le cautele del caso su serie e criteri di rilevazione.

Poi arriva il fascismo, e la questione non è più solo di confini: diventa un progetto di ingegneria culturale. Italianizzazione, pressione sulla lingua, trasformazione amministrativa. Nelle società miste, quando lo Stato decide che una lingua deve diventare “di troppo”, la politica smette di essere mediazione e diventa imposizione. E l’imposizione, prima o poi, presenta il conto.

Le opzioni del 1939: scegliere tra casa e identità

Il 1939 è una data che pesa come piombo: l’accordo tra regime fascista e regime nazista porta alle opzioni, cioè alla richiesta rivolta alle comunità germanofone (e ladine) di scegliere tra l’emigrazione nel Reich o la permanenza in Italia dentro un percorso di assimilazione. È una scelta costruita per lacerare: non ti chiede di decidere un futuro, ti costringe a amputare una parte di te.

Qui serve precisione: optare e partire non coincidono automaticamente. La storiografia mostra che i numeri dell’opzione e quelli delle partenze effettive vanno maneggiati con cautela e dentro la cronologia bellica. È uno di quei casi in cui la propaganda ama le cifre nette, mentre la storia reale è fatta di rinvii, ripensamenti, costrizioni, famiglie divise.

Il dopoguerra e l’Accordo De Gasperi Gruber: un diritto internazionalizzato

Dopo la Seconda guerra mondiale, la disputa torna sul tavolo internazionale: l’Austria chiede garanzie, l’Italia difende il confine, e si arriva all’Accordo De Gasperi Gruber del 5 settembre 1946, noto anche come Accordo di Parigi. È un testo decisivo perché riconosce tutela e parità di diritti per la minoranza di lingua tedesca, include la scuola nella lingua madre, e apre la strada a una forma di autonomia. In pratica, trasforma una questione nazionale in un impegno con rilevanza internazionale.

Nel 1948 arriva il primo Statuto speciale, però impostato soprattutto sul livello regionale e non sulla provincia di Bolzano come cuore del problema. Questo punto è centrale per capire perché la tensione non si spegne: quando l’architettura istituzionale non corrisponde alla geografia del conflitto, l’autonomia rischia di apparire come una promessa scritta bene e vissuta male.

ONU, attentati e Commissione dei 19: quando la politica riprende in mano il filo

A inizio anni Sessanta la frattura esplode. La Notte dei fuochi del 1961 è lo spartiacque simbolico e operativo: una stagione di violenza che costringe lo Stato a scegliere tra sola repressione e ricerca di una soluzione.

In quel passaggio entra anche l’ONU: l’Assemblea Generale adotta la Risoluzione 1497 (1960) e poi la 1661 (1961), sollecitando Italia e Austria a riprendere negoziati per una soluzione conforme agli impegni del 1946. Non impone un modello, ma inchioda le parti a un fatto: il problema non è interno quanto basta per essere ignorato.

La Commissione dei 19 nasce in quel clima come tentativo di tradurre la vertenza in un percorso istituzionale: una camera di decompressione che prepara il terreno al compromesso. È un passaggio cruciale, perché segna il momento in cui la politica smette di inseguire l’emergenza e torna a costruire una struttura.

E va detto anche questo, con prudenza e senza propaganda: gli anni della tensione non furono solo bombe e ordine pubblico. Nelle ricostruzioni istituzionali e negli studi successivi restano anche ombre su pratiche repressive e violazioni dei diritti. Se si vuole un articolo serio, questo lato non si brandisce come slogan: si documenta, caso per caso, con gli atti e con la memoria civile.

Il Pacchetto e il secondo Statuto: autonomia come potere vero, non come gentile concessione

Il punto di svolta arriva con il Pacchetto (1969), cioè l’insieme di misure che costruisce l’autonomia provinciale e ridisegna l’assetto a favore delle Province, riducendo il ruolo della Regione. È l’idea che cambia: non più un’autonomia di cornice, ma un’autonomia che sposta davvero competenze e responsabilità.

La traduzione giuridica stabile di quel percorso è lo Statuto del 1972, con l’impianto provinciale che ancora oggi regge.

Un meccanismo cruciale, poco raccontato ma decisivo, sono le norme di attuazione e le commissioni paritetiche: strumenti con cui l’autonomia viene resa concreta nel tempo, attraverso decreti attuativi e un metodo di co decisione tra livello statale e autonomie. È una macchina paziente, tecnica, a volte lenta. Ma è proprio quella macchina che evita che ogni conflitto torni a essere identità contro identità senza mediazioni.

La chiusura del 1992: quando una disputa smette di essere internazionale

C’è un’altra data chiave: 1992. Dopo decenni di attuazione delle misure, la controversia viene formalmente chiusa con un atto che certifica, sul piano internazionale, la sostanziale composizione della vertenza. Non è un gesto simbolico: è la conferma che l’autonomia non era un anestetico momentaneo, ma un impianto capace di reggere nel lungo periodo.

Il cuore materiale della soluzione: lingua, scuola, soldi, e la dignità di non essere ospiti

Se si vuole capire perché questo caso ha funzionato, bisogna dirlo senza giri di parole: perché ha dato potere reale e riconoscimento reale.

La lingua non è stata trattata come folklore. È diventata diritto, amministrazione, scuola, bilinguismo istituzionale. Questo, in regioni miste, significa una cosa enorme: lo Stato smette di chiederti di tradurti per essere cittadino.

La finanza è stata costruita come autonomia sostanziale. Le fonti specialistiche sul modello altoatesino descrivono un principio chiaro: una quota molto alta delle entrate fiscali raccolte sul territorio resta sul territorio (spesso sintetizzata nel 90%). È qui che la politica diventa architettura: senza risorse, l’autonomia resta carta; con le risorse, diventa capacità di governo.

Ecco perché, nel tempo, la provincia di Bolzano è diventata uno dei territori più prosperi del Paese: non per miracolo alpino, ma per una combinazione di stabilità, competenze, responsabilità e capacità di pianificazione. Il benessere non cancella i conflitti identitari, ma li rende meno infiammabili, perché abbassa la percezione di essere colonizzati o marginalizzati.

La lezione politica, e il punto che mi interessa per il Donbass

Fin qui la storia. Adesso il motivo della ricerca.

Nel Donbass non siamo in una disputa “fredda”, ma dentro una guerra aperta e una contesa di sovranità che Mosca rivendica anche sul piano costituzionale, includendo formalmente territori che non controlla integralmente e che Kyiv considera parte inalienabile dello Stato ucraino.
È esattamente questo nodo che rende ogni discorso “facile” impraticabile: non basta dire cessate il fuoco, non basta dire confini intoccabili, non basta dire referendum. Se la politica vuole essere soluzione, deve disegnare una struttura che consenta due cose insieme: sicurezza e dignità. E deve farlo sapendo che oggi la società ucraina rifiuta in larga maggioranza concessioni percepite come punitive, pur mostrando aperture a formule di cessate il fuoco sulle linee attuali solo se accompagnate da garanzie credibili.

Qui è dove l’Alto Adige smette di essere un “paragone” e diventa una cassetta degli attrezzi. Non perché l’Ucraina possa copiare l’Italia del 1972. Ma perché il metodo altoatesino insegna cinque regole politiche che l’Europa oggi tende a rimuovere.

Primo: internazionalizzare le garanzie, non l’umiliazione
Nel Sudtirolo, l’Accordo del 1946 non fu un annuncio morale: fu un vincolo internazionale che obbligava lo Stato a riconoscere diritti e a costruire autonomia. Nel Donbass, qualsiasi soluzione che non sia solo una pausa armata deve poggiare su garanzie multilaterali scritte, verificabili, con meccanismi di controllo e sanzioni per la violazione. Se la cornice resta solo “fiducia”, il ritorno delle armi è una previsione, non un rischio.

Secondo: spostare il conflitto dal piano etnico a quello istituzionale
Il Pacchetto non spense la differenza linguistica: la rese governabile. La trasformò da motivo di dominio in materia di diritto. Nel Donbass, questo significa una cosa concreta e controversa: prevedere un regime speciale di tutela linguistica e culturale, non come concessione “pro Russia”, ma come standard europeo di diritti delle minoranze. Il punto non è legittimare l’aggressione. È togliere terreno, per il futuro, alla propaganda che si nutre di discriminazioni reali o presunte.

Terzo: autonomia vera implica responsabilità vera
L’autonomia funziona quando non è decorativa. Nel modello altoatesino, competenze e finanza sono sostanza, non ornamento. Nel Donbass, se mai si arrivasse a una formula di autonomia interna dentro l’Ucraina, dovrebbe essere concreta: poteri amministrativi chiari, budget definito, partecipazione reale alle decisioni locali, e al tempo stesso una architettura che impedisca la trasformazione dell’autonomia in secessione strisciante o in enclave militarizzata. Questa è la difficoltà: autonomia sì, ma dentro uno Stato che deve tornare a sentirsi integro.

Quarto: tempi lunghi, attuazione tecnica, verifiche continue
Il Sudtirolo non è “risolto” in un giorno: è una soluzione che dura perché ha norme di attuazione, commissioni paritetiche, manutenzione costante. È l’opposto del tweet geopolitico. Nel Donbass, anche il miglior accordo senza una fase lunga di implementazione, con verifiche terze e strumenti tecnici, sarebbe solo carta. Qui entrano in gioco missioni di monitoraggio, garanzie di sicurezza, e un lavoro paziente di reintegrazione di servizi, scuole, anagrafi, giustizia, economia.

Quinto: sicurezza comune, non vittoria totale
Questo è il nodo che oggi manca all’Europa: l’idea che la sicurezza non è mai solo tua. Nel 2025, mentre si discute di piani di pace e di cessate il fuoco, la retorica dominante resta spesso quella della vittoria finale o della sconfitta totale, come se la storia fosse un videogioco. E invece l’esperienza europea migliore dice altro: una pace sostenibile nasce quando anche l’avversario, pur avendo torti e responsabilità, non ha più incentivi né paura tali da tornare alle armi. Questo non significa equiparare aggressore e aggredito. Significa costruire un’uscita dal ciclo della paura.

È qui che la lezione di Moro diventa attuale. Non perché Moro “assomigli” a qualcuno di oggi, ma perché il suo metodo trattava il conflitto identitario come questione politica risolvibile, non come destino tragico: tradurre convivenza in istituzioni e risorse; tenere insieme dignità e ordine, diritti e stabilità, senza umiliare nessuno. E soprattutto, creare un percorso che renda la pace più conveniente della guerra.

Il confine, quando smette di essere una trincea, può diventare una cerniera. Ma una cerniera non nasce da sola: la costruisci, vita dopo vita, legge dopo legge, compromesso dopo compromesso. Ed è proprio questo che oggi l’Europa sembra non voler più fare: la fatica della politica.

Fonti essenziali
Eurac Research, A Primer on the Autonomy of South Tyrol (2022).
Oxford Public International Law, voce South Tyrol e richiamo alle risoluzioni ONU.
Studio comparativo su modelli di risoluzione dei conflitti (Aland e South Tyrol).
Reuters su colloqui e cornici di compromesso e su opinione pubblica ucraina rispetto a concessioni e garanzie.
ISW su rivendicazioni russe e quadro operativo; Bloomberg sul peso territoriale del Donbas in ogni negoziato.

Bombe, libri e verità scomode: perché l’Italia continua a voltarsi dall’altra parte

Parto da qui: Antonio Ingroia. Il suo nome è il filo rosso che tiene insieme due libri e due notizie speculari sullo stato della nostra democrazia informativa.

Primo: Io so (Chiarelettere), scritto da Ingroia con Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza. Per quel libro Fininvest — l’impero privato di famiglia nel campo della televisione, dell’editoria e dei media — ha fatto causa: i telegiornali aprivano, le prime pagine urlavano. Oggi la Corte di Cassazione ha chiuso la partita: “è diritto di critica”, ricorso rigettato e spese a carico di chi aveva citato. Eppure la notizia scivola in fondo ai siti. Questo è il manuale di istruzioni del potere mediatico: il clamore quando si minaccia, il sussurro quando la realtà rimette i fatti in riga. Lo ha ricordato pubblicamente anche la FNSI, riportata da diverse testate.

Secondo: Traditi (Piemme), Ingroia con Massimo Giletti. Qui non c’è nostalgia giudiziaria: c’è l’ostinazione di rimettere al centro gli atti, a partire dalla vecchia, decisiva sentenza palermitana sul covo di Riina e dalla lunga trafila del processo “trattativa”. Per aver ricordato quelle pagine, il “capitano Ultimo” ha preannunciato una citazione per danni. Il messaggio è chiaro: quando tocchi nervi scoperti, la reazione è sempre la stessa — prima il tribunale mediatico, poi (forse) quello vero.

Io so: cosa ha detto davvero la Cassazione

La Suprema Corte ha confermato l’ovvio, che ovvio non è più: se una critica si appoggia su un nucleo fattuale vero e rilevante, è legittima. Nel caso di Io so, quel nucleo è la condanna definitiva di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa e l’ampia documentazione sul sistema di relazioni tra business e Cosa Nostra prima del ’94. Non stiamo parlando di slogan: stiamo parlando di diritto e di sentenze.

Dell’Utri: i fatti essenziali, senza nebbia

Nel 2014 la Cassazione ha reso definitiva la condanna a sette anni per concorso esterno. Nel cuore delle motivazioni c’è l’idea-chiave: un “accordo mafia–imprenditore” che, nel tempo, ha garantito protezione in cambio di utilità. Dell’Utri è la cerniera tra i capi mafiosi e il mondo economico legato a Silvio Berlusconi. Questo prima che Berlusconi scendesse in politica. È la fotografia giudiziaria di una contiguità stabile, non un incidente di percorso.

Dentro quel quadro c’è Vittorio Mangano, uomo d’onore di Porta Nuova “trasferito” ad Arcore negli anni Settanta. Paolo Borsellino lo indicò come “testa di ponte” dei rapporti al Nord; anni dopo Silvio Berlusconi lo chiamò in pubblico “un eroe” perché non “cedette al ricatto dei giudici”. A rafforzare il quadro c’è l’intervista di Borsellino alla televisione francese (Canal+, 21 maggio 1992), registrata due mesi prima della strage di via D’Amelio e mandata in onda postuma: lì il magistrato ricostruisce il ruolo di Mangano come cerniera tra l’imprenditoria milanese e Cosa Nostra. È tutto documentato, e non è una parentesi di costume: è il rovesciamento morale che ci ha educati a scambiare l’omertà per virtù.

Traditi: cosa c’è negli atti (e perché brucia ancora)

Nel 2006 il Tribunale di Palermo assolse Mori, De Donno e De Caprio sul “covo di Riina” ma scrisse che la cessazione della vigilanza, senza avvisare la Procura, era condotta “certamente idonea all’insorgere di una responsabilità disciplinare”, sebbene “equivoca” ai fini di una condanna penale. In Traditi quella pagina viene ricordata, insieme alla lettura, poi ripresa in primo grado nel processo “trattativa”, della mancata perquisizione come “segnale” per tenere aperto un canale con la componente “moderata” di Cosa Nostra.

Il processo “trattativa Stato–mafia” si è chiuso nel 2023 con assoluzioni per gli imputati istituzionali: il reato non regge “oltre ogni ragionevole dubbio”. Ma nelle motivazioni di primo e secondo grado resta il mosaico di contatti e di sconcertanti omissioni. La Cassazione ha spento il reato, non ha cancellato la storia. E questa storia, con i suoi lampi e le sue ombre, va raccontata per intero.

Le bombe che ci hanno cambiati: i nomi, uno per uno

Non c’è pagina sui rapporti tra Stato, mafia e poteri che possa prescindere dai caduti.

23 maggio 1992, Capaci: Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Ventitré feriti. È la strage che squarcia il Paese.

19 luglio 1992, via D’Amelio: Paolo Borsellino e gli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna della Polizia caduta in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. L’unico superstite è Antonino Vullo.

3 settembre 1982: Carlo Alberto Dalla Chiesa, Emanuela Setti Carraro, Domenico Russo.

29 luglio 1983: Rocco Chinnici, i carabinieri Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta, il portiere Stefano Li Sacchi.

30 aprile 1982: Pio La Torre e Rosario Di Salvo. La Torre, autore e simbolo della legge Rognoni–La Torre (art. 416-bis e confisca dei beni), ucciso per aver alzato il livello della sfida istituzionale alla mafia.

6 gennaio 1980: Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana, assassinato sotto casa mentre provava a “rimettere le carte in regola” nella pubblica amministrazione.

Poi il 1993: Firenze, via dei Georgofili (Angela e Fabrizio Nencioni, le figlie Nadia e Caterina, lo studente Dario Capolicchio), Milano, via Palestro (cinque vittime, tra cui tre vigili del fuoco e un agente della Polizia locale), Roma, San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano (decine di feriti). È il terrorismo mafioso che devasta persone, città e patrimonio.

14 maggio 1993, Roma, via Fauro: l’autobomba contro Maurizio Costanzo, che si salva insieme a Maria De Filippi; ventiquattro feriti e danni ingenti. È uno dei bersagli simbolici dell’offensiva, colpire un volto tv che aveva dato spazio pubblico all’antimafia.

23 gennaio 1994, Stadio Olimpico: l’autobomba pronta per falciare i carabinieri non esplode per un malfunzionamento. La strage che non fu, e che avrebbe potuto cambiare tutto.

Perché la notizia “scompare” quando vince la verità

Torniamo al punto di partenza: Ingroia e Io so. Quando la querela parte da un grande gruppo, i titoli aprono; quando la Cassazione ristabilisce che quella critica è lecita perché fondata su atti e sentenze, la notizia si spegne. Non è una distrazione: è la fisiologia di un sistema informativo concentrato, dove chi controlla i megafoni decide anche la gerarchia delle correzioni. La FNSI lo ha ricordato con nettezza; diverse testate lo hanno riportato, ma in sordina rispetto al fragore dell’atto iniziale.

Questa asimmetria uccide la memoria. Perché nel frattempo, mentre discutiamo di “toni”, restano gli atti: la Cassazione 2014 su Dell’Utri; le motivazioni 2006 sul covo di Riina; le sentenze 2018/2021 e la Cassazione 2023 sulla trattativa. E restano i nomi dei caduti, che andrebbero ripetuti più spesso dei nomi degli imputati.

Cosa c’è da capire, adesso

1. La verità giudiziaria non è un’opinione. Io so non “offendeva”: esercitava un diritto fondato su fatti. Lo dice la Cassazione, non un blog.

2. La storia della trattativa esiste, anche quando il reato non regge. Le assoluzioni non cancellano i contatti e le omissioni che le corti di merito hanno descritto. La Cassazione ha spento il profilo penale; la responsabilità politica e morale resta a verbale.

3. Il rovesciamento etico è un fatto, non una sensazione. Dire “Mangano eroe” in pubblico ha normalizzato l’omertà. Quel rovesciamento continua a produrre smemoratezza collettiva.

Che cosa dobbiamo pretendere, da cittadini

– Parità di spazio: se apri i telegiornali quando parte una querela, apri quando cade in Cassazione. Altrimenti non è informazione: è propaganda.

– Rispetto per i libri scomodi: Io so e Traditi non sono invettive, sono opere di interesse pubblico che rimettono gli atti al centro. Minacciarle di continuo con azioni civili è manganello simbolico.

– Memoria con nome e cognome: i magistrati e le scorte; le vittime civili e i soccorritori; e, accanto a loro, le figure istituzionali come Pio La Torre e Piersanti Mattarella, caduti perché hanno osato sfidare la mafia sul terreno delle leggi e del governo della cosa pubblica. Senza questa lingua franca, ogni discussione sullo Stato di diritto è chiacchiera.

Non abbiamo bisogno di eroi di cartone: abbiamo bisogno di nomi, date, responsabilità. Ingroia — con Lo Bianco e Rizza in Io so, e con Giletti in Traditi — ha riportato sul tavolo ciò che gli atti dicono. La Cassazione, adesso, ha rimesso a posto anche il diritto di dirlo. Sta a noi fare il resto: leggere, ricordare, pretendere che le verità scomode abbiano lo stesso volume delle menzogne comode. Solo così le bombe di ieri smetteranno di esplodere, in silenzio, anche oggi.

Fonti essenziali

– FNSI, “È diritto di critica: la Cassazione dà ragione ai giornalisti Lo Bianco e Rizza (caso Io so)”.

– Il Fatto Quotidiano, “Fininvest sconfitta, Cassazione dà ragione ai cronisti” (sintesi).

– Corte di Cassazione, condanna Dell’Utri (notizia e testo, n. 28225/2014).

– Tribunale di Palermo, sentenza “covo di Riina”, 20 febbraio 2006 (estratti).

– Trattativa Stato–mafia: motivazioni 2018 e conferma Cassazione 2023 (assoluzioni imputati istituzionali).

– Borsellino, intervista Canal+ del 21 maggio 1992 (RaiNews e Archivio Antimafia).

– Stragi 1993: via dei Georgofili e via Palestro (portali istituzionali MiC e Regione Toscana).

– Fallito attentato a Maurizio Costanzo, via Fauro (DIA; RaiNews; Sky TG24; dossier sentenze Firenze).

– Fallito attentato Stadio Olimpico (schede e rassegne).

La libertà in saldoRepubblica e Stampa all’asta: quando i padroni vendono anche l’Agorà

C’è un modo molto semplice per capire cosa sta succedendo: quando per settimane ti raccontano che “la libertà di stampa” è minacciata dai ragazzi che protestano, liquidati con l’etichetta sprezzante di “poveri comunisti”, e poi nel giro di pochi giorni la proprietà mette in vendita due giornali storici come fossero un ramo secco da potare, capisci che il racconto era rovesciato. La vera minaccia non è la contestazione, è la proprietà. Non è il corteo, è il consiglio d’amministrazione. E quella frase, oggi in Italia, non è un insulto: è una radiografia morale di chi sta dalla parte del potere proprietario, non dalla parte del lavoro e del diritto a essere informati.

È in questo cortocircuito che si incastrano due testi che mi sono passati sotto gli occhi in questi giorni e che mi hanno lasciato addosso la stessa sensazione: che il punto non sia mai stato la “libertà di stampa”, ma la libertà del padrone di fare ciò che vuole. Da un lato la denuncia frontale: l’applauso al padrone in redazione, la retorica della “solidarietà” trasformata in scudo mediatico, e poi la notizia che taglia la scena: GEDI (controllata da Exor della famiglia Elkann-Agnelli) tratta la vendita delle attività editoriali italiane con il gruppo greco Antenna, guidato da Theodoros/Thodoris Kyriakou, includendo La Repubblica, La Stampa e radio come Deejay e Capital.

Dall’altro lato un ragionamento più lungo e più amaro: la storia industriale e politica che sta dietro a questi giornali, il “peccato originale” di un Paese che ha fatto coincidere per decenni il destino nazionale con quello di una dinastia e delle sue aziende, fino a scoprire che, quando cambia il vento, la dinastia cambia porto. E non lascia dietro di sé una strategia: lascia macerie, precarietà, e un bene comune ridotto a merce.

Il punto politico, oggi, è questo: l’informazione non viene colpita soltanto quando viene intimidita. Viene colpita anche quando viene svuotata, normalizzata, spezzettata e venduta. Perché la libertà di stampa non è solo un diritto astratto: è anche una filiera concreta fatta di redazioni, contratti, autonomia, cultura professionale, memoria storica, e perfino di conflitto interno. Se quella filiera la governa chi la considera una linea di costo o una pedina di influenza, la libertà diventa una parola da convegno, buona per i discorsi e inutile per chi lavora.

Non a caso i giornalisti hanno scioperato e protestato: La Stampa ha fermato le pubblicazioni, Repubblica è entrata in agitazione, con una domanda che suona banalissima e per questo è micidiale: quali garanzie? su lavoro, identità, indipendenza, trasparenza dell’operazione. E lo stesso governo, pur con tutti i suoi doppi standard, ha dovuto convocare e mettere sul tavolo almeno la questione dell’indipendenza editoriale e della trasparenza, richiamando perfino le regole del “golden power” per gli asset ritenuti strategici.

Ma qui arriva la parte che brucia davvero, e che va detta senza anestesia: i padroni restano padroni. E non perché “sono cattivi”, ma perché sono coerenti con la logica del potere economico. La loro libertà è la libertà degli affari. Se un asset non serve più, si vende. Se serve in altro modo, si usa. Se diventa ingombrante, si scarica. Se bisogna fare una bella foto con il lessico della “responsabilità” e della “libertà”, si fa. Poi, finito lo scatto, si passa alla cassa.

Ed è qui che bisogna essere più caustici, perché la scena non è solo grottesca: è istruttiva. Pochi giorni prima gli applausi al padrone, come se fosse un benefattore venuto a distribuire democrazia a mano. Un applauso che non è ingenuità: è servilismo, è l’abitudine a confondere l’editore con il diritto, la proprietà con la libertà, il possesso con la legittimità morale. Poi, dopo qualche giorno, gli stessi che applaudivano scoprono di essere merce di scambio in una trattativa: svenduti non solo nei bilanci, ma nell’immaginario. Perché il padrone, quando vende, non vende un’idea: vende un pacchetto. E dentro al pacchetto ci finiscono i marchi, le redazioni, le carriere, la dignità di un mestiere.

A quel punto viene voglia di dirlo con brutalità: il padrone non tradisce. Fa il padrone. È chi lo applaude che si mette nella posizione sbagliata. Perché applaudire chi ti possiede è come ringraziare il guinzaglio per la passeggiata. Finché il guinzaglio non viene ceduto a qualcun altro, insieme al cane.

Ed è qui che il ragionamento storico diventa la lente che ingrandisce il paradosso. Perché La Stampa non è solo un giornale: è un simbolo torinese, legato alla lunga stagione Fiat, alla città-fabbrica, alla disciplina sociale costruita attorno a Mirafiori. E quando si rievoca la grande rottura dell’autunno 1980, la marcia dei “quarantamila”, la frattura delle relazioni industriali e il capovolgimento dei rapporti tra impresa, politica e sindacato, si sta dicendo una cosa precisa: in Italia si è normalizzata l’idea che la modernizzazione passi sempre da una resa del lavoro. Prima gli operai, poi gli impiegati, poi i quadri, poi i giornalisti. Cambiano i reparti, non cambia lo schema. E spesso, dopo gli operai, arriva anche la beffa: chi ieri si sentiva “dalla parte dell’impresa” oggi scopre che l’impresa non ha parti, ha interessi.

La domanda che resta appesa è quella più scomoda: quanti di quei linciaggi morali contro chi contestava, contro i ragazzi scesi in piazza, contro chi denunciava omissioni e conformismi, erano difesa della libertà e quanti erano difesa dell’ordine? Un ordine in cui il proprietario è intoccabile e il dissenso deve essere disinnescato, ridotto a “violenza”, così non si parla più del punto vero: chi decide la linea, chi decide i tagli, chi decide la vendita.

Poi c’è Repubblica. Qui si riapre una storia che molti fingono di non vedere: Repubblica come “Agorà” sostitutiva della crisi della politica, e poi Repubblica come bussola, vincolo e perfino dipendenza del campo progressista post-PCI. È una storia che spiega tante cose: la forza culturale di un giornale che per anni ha dettato agenda e lessico, ma anche la fragilità di una sinistra che, invece di costruire organizzazione e radicamento, ha spesso cercato legittimazione nello specchio mediatico. Il risultato è che oggi quella “Agorà” può essere impacchettata e spostata. E con lei si sposta un pezzo di ecosistema democratico. Il paradosso è feroce: per decenni si è creduto di poter fare politica anche attraverso l’aria condizionata delle redazioni, e ora quell’aria viene semplicemente rivenduta, come un impianto in dismissione.

Attenzione: questo non significa assoluzione. Né per Repubblica, né per La Stampa, né per la filiera dei talk show “di opposizione” che in tanti casi ha trasformato la critica in routine, l’indignazione in format, e la guerra in sfondo permanente. Significa però riconoscere una cosa: anche quando un giornale ti fa arrabbiare, il fatto che esista una redazione, una responsabilità legale, una cultura di verifica (imperfetta, contraddittoria, ma reale) è diverso dall’oceano digitale dove ognuno si nutre solo di ciò che lo conferma. L’autarchia informativa ci divide e ci rende deboli. E infatti il potere contemporaneo adora due cose insieme: la concentrazione proprietaria e la frammentazione sociale. Un editore forte sopra, un pubblico atomizzato sotto. Un padrone che compra e vende, e un Paese che si sfoga a pezzi, ognuno nella sua bolla, mentre la proprietà resta intera, compatta, lucida.

E allora questa riflessione non può limitarsi al lamento. Deve arrivare alla domanda pratica: che si fa?

Una risposta sta già, in controluce, dentro questo ragionamento: se l’Agorà non può più essere “servizio pubblico” soltanto perché lo dichiara un marchio, allora bisogna inventare forme nuove di proprietà e di garanzia. Non slogan. Strumenti. Perché la democrazia, se non ha strumenti, diventa un sentimento. E i sentimenti, come sappiamo, non valgono niente in un bilancio.

Alcuni punti, secchi:
1. Statuti di indipendenza editoriali blindati, con potere reale delle redazioni sulla nomina dei direttori e sulle carte etiche.
2. Trasparenza totale su struttura societaria e “catena del controllo”, soprattutto quando entrano gruppi esteri o veicoli con partecipazioni extra-europee, tema già richiamato nel dibattito politico e istituzionale.
3. Modelli di azionariato diffuso e cooperative di giornalisti e lettori, non come favola romantica ma come architettura concreta: meno costi fissi inutili, più inchieste, più verifica, meno opinionismo industriale e meno servitù volontaria.
4. Politiche pubbliche non “a pioggia” ma condizionate: se lo Stato considera l’informazione un asset strategico, allora la tutela del pluralismo non può ridursi a un comunicato. Serve una cornice di garanzie, altrimenti “strategico” diventa solo un’etichetta buona quando conviene.
5. E, soprattutto, una resa dei conti culturale: smettere di chiamare “libertà di stampa” la libertà del proprietario di ristrutturare, tagliare, vendere. Quella è libertà d’impresa. La libertà di stampa è un’altra cosa: è il diritto dei cittadini a non essere governati dall’ignoranza, dalla propaganda e dalla paura di disturbare il padrone.

Perché qui sta l’evocazione più cupa: non è solo una vendita. È un segnale. Un altro. L’ennesimo. Di un pezzo di classe dirigente che, dopo aver legato per decenni il proprio nome a un Paese, ora tratta quel Paese come un mercato qualsiasi: si investe dove rende, si disinveste dove pesa, si lascia la retorica ai comunicati. E se serve, si usa perfino la parola “libertà” come una carta di credito morale: una passata veloce sul lettore, e via.

E in mezzo restano i lavoratori. Operai ieri, giornalisti oggi, precari sempre. E resta un’opinione pubblica che viene invitata a commuoversi a comando: solidarietà quando “serve”, indignazione quando “conviene”, silenzio quando bisogna guardare in faccia il fatto che il problema è strutturale.

Se la democrazia è anche una conversazione collettiva, oggi quella conversazione è in mano a chi la può mettere all’asta. E questo, scusatemi la brutalità, non è un incidente: è un modello. Sta a noi decidere se accettarlo come metodo, o trattarlo per quello che è: un conflitto politico. Non ci interessa essere compatibili con chi compra e vende tutto. Ci interessa essere utili a chi non vuole essere comprato e venduto.

Fonti essenziali
Reuters (11–12 dicembre 2025) sulla trattativa GEDI-Exor con Antenna Group e sulle richieste del governo italiano.
RaiNews sulla trattativa esclusiva e sull’agitazione delle redazioni.
Il Post sulla conferma interna e sulle proteste dei giornalisti.
Corriere della Sera sui dettagli dell’offerta e sulle tensioni.

Oltre la melanconia di sinistra

Come Rodrigo Nunes prova a sciogliere il lutto infinito della sinistra

Nota introduttiva. In Italia e in Europa la sinistra vive da anni dentro un paradosso: mentre le disuguaglianze esplodono, i diritti sociali vengono erosi e il continente si riallinea senza pudore alla logica di guerra e di austerità permanente, le forze che dovrebbero rappresentare il lavoro e i ceti popolari arrancano, si dividono, si ricollocano ai margini o diventano semplici gestori “responsabili” dell’esistente. Dai partiti socialdemocratici convertiti al neoliberismo alle sinistre radicali bruciate dall’esperienza di governo (Syriza) o dalla parabola discendente dei movimenti elettorali (Podemos), fino al caso italiano di un campo progressista incapace di nominare davvero il conflitto sociale, il paesaggio è segnato da sconfitte, ripiegamenti, nostalgie. È dentro questo sfondo che il capitolo di Rodrigo Nunes sulla “melanconia di sinistra” diventa particolarmente utile anche per noi: non come l’ennesima diagnosi moralistica, ma come una lente per leggere il modo in cui la sconfitta è entrata nel nostro modo di pensare l’organizzazione e l’azione politica, in Italia come nel resto d’Europa.

La parola “melanconia” non è un vezzo psicologico, quando si parla di sinistra. È il nome di un clima affettivo diffuso: una miscela di lutto non elaborato, nostalgia, senso di sconfitta permanente e, a volte, compiacimento nella propria impotenza. Nel suo libro sull’organizzazione politica, Rodrigo Nunes dedica un capitolo proprio a questa “melanconia di sinistra” e la tratta non come un problema di carattere, ma come un nodo teorico e organizzativo decisivo.

Quello che segue è un tentativo di ricostruire e discutere i passaggi principali di quel capitolo, mettendoli in relazione con il dibattito internazionale sulla “left melancholy” (Brown, Dean, Benjamin) e con la tradizione, a noi più vicina, della “melanconia di sinistra” ricostruita da Enzo Traverso.

1. Che cos’è la melanconia di sinistra per Nunes

Nunes parte da una constatazione semplice e scomoda: una parte consistente della sinistra vive come se la sconfitta fosse diventata una seconda natura. Non si tratta solo di aver perso battaglie politiche: è l’idea che la sconfitta sia ormai la forma normale dell’esperienza politica.

Per nominare questo stato, Nunes riprende il lessico della “left melancholy”, una categoria che viene da Walter Benjamin (la melanconia come affezione del militante che si attacca alla propria sconfitta) e che, nel dibattito contemporaneo, è stata ripensata soprattutto da Wendy Brown e Jodi Dean.

Nel capitolo, la melanconia di sinistra non è:

• semplicemente tristezza per ciò che è andato perduto

• né un generico pessimismo storico

È piuttosto una struttura di desiderio: la tendenza a identificarsi con la perdita, a trasformare le sconfitte in oggetto di attaccamento, fino al punto da difenderle quasi gelosamente. È il momento in cui l’idea di rivoluzione, comunismo, emancipazione, lotta di classe smette di essere un orizzonte praticabile e diventa un feticcio da esibire, un segno di purezza morale, un “noi” identitario contrapposto a un mondo irrimediabilmente corrotto.

Nunes insiste su un punto decisivo: questa melanconia non è solo culturale o emotiva, ma profondamente organizzativa. Si traduce in scelte concrete: rifiuto di costruire organizzazioni durevoli, sospetto permanente verso le forme esistenti, oscillazione sterile tra nostalgia del partito e feticismo del movimento puro.

2. La “doppia melanconia”: 1917 e 1968 come epoche perdute

Uno dei contributi più originali di Nunes è l’idea di una “doppia melanconia”: la melanconia di ciò che è finito con il 1917 e quella di ciò che è finito con il 1968.

• 1917 diventa il simbolo del ciclo dei partiti comunisti, dell’organizzazione verticale, della centralità della fabbrica e del proletariato industriale. La melanconia qui assume la forma della nostalgia per il partito forte, la disciplina, l’identità di classe compatta.

• 1968 (e il lungo ’68) rappresenta invece il ciclo dei movimenti, dell’orizzontalità, dell’autonomia, delle soggettività plurali, dei nuovi diritti e della democrazia diretta. La melanconia prende la forma della nostalgia per il momento insurrezionale, per le assemblee permanenti, per la spontaneità.

Secondo Nunes, oggi buona parte della sinistra si muove in un corridoio stretto tra queste due melanconie: chi rimpiange il “partito di una volta”, chi rimpiange le piazze e le occupazioni del ciclo altermondialista e di Occupy, chi si limita a opporre una all’altra come se fossero le uniche due opzioni possibili.

Il risultato è paralizzante: se il modello del partito novecentesco appare irripetibile e quello del movimento puro si è rivelato insufficiente a cambiare i rapporti di forza, la sinistra rischia di restare intrappolata in un lutto doppio, incapace di immaginare forme nuove di organizzazione all’altezza del presente.

3. Wendy Brown, Jodi Dean, Benjamin: il dialogo sotterraneo

Il capitolo di Nunes è costruito, come lui stesso dichiara altrove, su una rilettura critica di due testi chiave: “Resisting Left Melancholy” di Wendy Brown e il lavoro di Jodi Dean sul “desiderio comunista” e sull’“orizzonte comunista”, entrambi in dialogo con l’intuizione originaria di Benjamin sulla melanconia di sinistra.

• In Benjamin, la melanconia di sinistra è quella dell’intellettuale che vende al mercato la propria radicalità come posa estetica, trasformando la politica in un repertorio di immagini della sconfitta.

• Wendy Brown, alla fine degli anni Novanta, radicalizza questo spunto: per lei una parte della sinistra resta aggrappata a oggetti politici perduti (il movimento operaio, il socialismo reale, certe forme di partito) al punto da trasformare la sconfitta in identità. L’“eroismo del fallimento” diventa una forma di conservatorismo mascherato.

• Jodi Dean, al contrario, prova a salvare qualcosa da questa ostinazione, leggendo la persistenza del desiderio comunista non come patologia, ma come desiderio collettivo che sopravvive alle sconfitte e che chiede nuove forme organizzative (il partito come forma che tiene aperta la possibilità comunista, invece di chiuderla nel lutto).

Nunes mette queste letture in tensione. Da un lato riconosce il rischio, denunciato da Brown, di una sinistra che si compiace del proprio fallimento, trasformando la memoria in culto sterile. Dall’altro lato, rifiuta l’idea che l’unica soluzione sia “guarire” dalla melanconia liquidando il passato: ciò che serve non è l’amnesia, ma una lavorazione politica della ferita, come suggeriscono Dean e, a modo suo, anche Traverso.

4. Traverso e la “tradizione nascosta”: quando la melanconia diventa risorsa

Qui la riflessione di Nunes incrocia direttamente quella di Enzo Traverso. Traverso parla di melanconia di sinistra come di una “tradizione nascosta”: non nostalgia per il socialismo reale, ma memoria delle sconfitte e dei vinti che continua a trasmettere, nelle macerie, una promessa emancipativa.

La melanconia, in questa chiave, non è soltanto peso che trascina verso il basso, ma anche:

• memoria critica dei disastri prodotti in nome del socialismo

• consapevolezza che la storia non è una marcia trionfale, ma un susseguirsi di rotture, regressioni, ritorni del peggio

• rifiuto di trasformare le vittorie del capitale in “fine della storia”

Nunes, pur non scrivendo un libro di storia delle idee come Traverso, si muove in un territorio simile: la melanconia non va semplicemente curata come se fosse una malattia, perché in quella memoria dolorosa ci sono lezioni politiche preziose. È il modo in cui la si maneggia che fa la differenza: o diventa culto della sconfitta, oppure si trasforma in capacità di guardare in faccia i fallimenti senza rinunciare ad agire.

5. “Chiarificare l’esistente”: la proposta di Nunes per uscire dallo stallo

Il punto forse più forte del capitolo è il legame che Nunes stabilisce tra melanconia e immaginario organizzativo. Una sinistra melanconica, dice in sostanza, è una sinistra che proietta le sue energie su forme politiche impossibili: il partito perfetto che non esiste, il movimento assolutamente puro che non si compromette mai, la rivoluzione improvvisa che cade dal cielo.

Per questo Nunes, nel libro, rovescia il canone: invece di proporre l’ennesimo “modello di organizzazione” da calare dall’alto, inizia da un’opera di chiarificazione dell’esistente. Prima di sognare il partito ideale o il movimento ideale, bisogna mappare la reale ecologia di organizzazioni, collettivi, sindacati, campagne, reti in cui la sinistra già si muove.

La melanconia, in questa prospettiva, è anche il prodotto di un errore di sguardo:

• ci si concentra su ciò che non c’è più (il PCI, il grande sindacato di massa, il ciclo di Genova o Occupy)

• si ignorano le forme nuove, ibride, contraddittorie, già in atto (reti mutualistiche, comitati territoriali, collettivi femministi, movimenti climatici, campagne digitali, ecc.)

“Chiarificare l’esistente” significa allora rendersi conto che non partiamo da zero, che non siamo in un deserto totale, ma in un paesaggio affollato e caotico che ha bisogno di essere connesso, coordinato, messo in relazione. L’antidoto alla melanconia non è l’ennesima tabula rasa, ma una cartografia lucida del presente.

6. Dalla melanconia alla strategia: cosa vuol dire, concretamente, “superarla”

Nunes non invita a “smettere di essere tristi” in nome di un ottimismo ingenuo. Il suo è un invito a politizzare la melanconia, trasformandola da affetto paralizzante in motore strategico.

Superare la melanconia di sinistra, nel capitolo, significa almeno tre cose:

1. Riconoscere che nessuna forma organizzativa è innocente

Il partito ha prodotto gerarchie, burocratizzazione, compromessi; il movimento ha prodotto verticalità occulte, deleghe non riconosciute, impotenza decisionale. Ma se ogni fallimento diventa motivo per rifiutare in blocco una forma, finiamo per non avere più strumenti con cui agire.

2. Accettare che la politica del futuro non potrà essere né solo verticale né solo orizzontale

Il titolo stesso del libro è un manifesto: l’organizzazione deve essere pensata come ecologia di livelli, funzioni, nodi diversi, non come una forma unica da opporre al nemico. La melanconia che rimpiange solo il passato impedisce di vedere questa pluralità come possibilità, e la vive invece come frammentazione senza rimedio.

3. Trasformare il lutto in criterio di scelta, non in habitat permanente

Le sconfitte del Novecento, il crollo delle utopie, le restaurazioni neoliberali, i tradimenti dei partiti socialdemocratici non devono essere rimossi. Devono diventare parametri con cui giudicare le nostre scelte presenti: come evitare di ripetere quelle forme di verticalismo cieco? Come evitare di riprodurre la dispersione impotente dei movimenti senza strategia? La melanconia diventa allora memoria critica, non gabbia.

4. Uno sguardo dalla nostra parte del mondo

Se spostiamo lo sguardo verso l’Italia e l’Europa, la diagnosi di Nunes suona terribilmente familiare, anche se il libro non parla direttamente del nostro contesto.

Da un lato c’è una melanconia “1917”: il rimpianto per un ciclo del movimento operaio che non tornerà identico a se stesso, per partiti che non ci sono più, per un radicamento sociale che la precarizzazione e la deindustrializzazione hanno frantumato.

Dall’altro lato c’è una melanconia “1968–2011”: il rimpianto per i grandi cicli di movimento – dal lungo ’68 al G8 di Genova, fino alle primavere arabe e a Occupy – che hanno aperto immaginari radicali senza riuscire a consolidare istituzioni alternative durature.

In mezzo, una sinistra istituzionale che ha interiorizzato la sconfitta al punto da farsi gestore obbediente del neoliberismo, e una galassia di sinistre sociali, mutualistiche, ambientaliste, femministe e internazionaliste che faticano a riconoscersi in un progetto comune. Qui la melanconia non è solo affettiva: è anche organizzativa, frammentazione cronica, incapacità di articolare livelli diversi di lotta (locale, nazionale, transnazionale).

Leggere Nunes da questa prospettiva significa usare il suo capitolo come specchio: non per cercare l’ennesimo “manuale del buon militante”, ma per domandarci quanto della nostra pratica quotidiana sia ancora governato dal lutto, dalla nostalgia, dal rifiuto delle forme realmente disponibili.

Conclusione: una melanconia che pensa, non una melanconia che si compiace

Il merito del capitolo di Nunes sulla melanconia di sinistra sta nel rifiuto di due risposte facili:

• da un lato, il moralismo che colpevolizza i militanti: “siete depressi, dovete solo smettere di esserlo”

• dall’altro, l’estetizzazione che trasforma la sconfitta in stile di vita, in posa identitaria

Al loro posto, Nunes propone una prospettiva più esigente: prendere sul serio la melanconia come sintomo storico e organizzativo, leggerla alla luce delle grandi sconfitte del secolo scorso, delle illusioni e dei limiti dei movimenti più recenti, e usarla come leva per ripensare l’organizzazione politica in chiave ecologica, complessa, non dicotomica.

In questo senso, la melanconia non viene cancellata, ma attraversata. Diventa memoria vigilante, anticorpo contro le scorciatoie, rifiuto di raccontarsi la storia come se la vittoria fosse garantita. Però smette di essere il nostro unico orizzonte emotivo.

Per una sinistra che vuole ancora dirsi tale, forse la sfida è proprio questa: imparare a guardare le rovine senza trasformarle in casa, a portare con sé i morti senza vivere nel cimitero, a fare della melanconia una lente critica e non un rifugio. È qui che il capitolo di Nunes parla anche a noi, ai nostri movimenti, alle nostre sconfitte: non ci promette consolazione, ma ci chiede di ricominciare a organizzare, malgrado tutto, con la lucidità di chi sa che il lutto, da solo, non farà mai politica.

Fonti e sitografia essenziale

Rodrigo Nunes, Neither Vertical nor Horizontal: A Theory of Political Organization, Verso Books, London–New York, 2021.

Wendy Brown, “Resisting Left Melancholy”, in boundary 2, vol. 26, n. 3, 1999, pp. 19–27.

http://www.jstor.org/stable/303736

Jodi Dean, The Communist Horizon, Verso Books, London New York, 2012.

Jodi Dean, “The Communist Horizon” (estratti e capitoli in PDF):

Enzo Traverso, Melancholy of the Left (edizioni inglesi e traduzioni, spesso pubblicato come Left-Wing Melancholia), varie edizioni. Presentazione e discussione del concetto di “melancholy of the left”:

“From Left-Wing to Communist Melancholy: Traverso’s Wager”, su Academia.edu: https://www.academia.edu/38532081/From_Left_Wing_to_Communist_Melancholy_Traversos_Wager

Intervista e sintesi del libro su Europe Solidaire: https://www.europe-solidaire.org/spip.php?article47330

La spilla del cappio e la democrazia che si è tolta la maschera

Quando un ministro brandisce la pena di morte come simbolo politico, non siamo davanti a una “risposta al terrorismo”, ma a un salto di qualità nella disumanizzazione istituzionale dei palestinesi.

C’è un’immagine che inchioda più di mille comunicati: Itamar Ben Gvir che si presenta in commissione con una spilla a forma di cappio, insieme ai parlamentari di Otzma Yehudit, per sostenere un disegno di legge che introduce la pena di morte per chi uccide cittadini israeliani in nome del“terrorismo” ) io direi resistenza ). Non è solo una provocazione estetica. È un messaggio politico: il potere che ostenta la punizione estrema come trofeo e la trasforma in performance pubblica. Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, Ben Gvir ha esplicitato anche i metodi possibili, dalla forca ad altre modalità di esecuzione, rivendicando il cappio come “opzione” di Stato.

Qui il nodo non è solo la pena di morte in astratto. Il nodo è la sua natura selettiva. Il testo avanzato alla Knesset prevede una cornice che, per formulazione e per contesto giuridico, rischia di colpire esclusivamente palestinesi, mentre lascia fuori, nella sostanza, i coloni o estremisti ebrei responsabili di violenze analoghe contro palestinesi. Lo hanno denunciato osservatori, testate israeliane critiche e organizzazioni per i diritti umani. Anche Amnesty International ha reagito duramente, sostenendo che si tratterebbe di una misura discriminatoria e strumentale,

Israele, è bene ricordarlo, ha abolito la pena di morte per omicidio nel 1954 e l’unica esecuzione dopo un processo civile resta quella di Adolf Eichmann nel 1962. Il ritorno di una norma così estrema non sarebbe quindi una semplice “riforma penale”: sarebbe un cambio di paradigma simbolico e politico, spinto da un’ultradestra che ha fatto della vendetta legislativa una bandiera identitaria.

Il cappio come grammatica del potere

La spilla non è un dettaglio da costume parlamentare. È la traduzione visiva di un’idea di dominio: trasformare il nemico in categoria assoluta, negargli la biografia umana, ridurlo a bersaglio morale. Se lo Stato indossa il cappio come distintivo, la pena di morte non è più la “punizione eccezionale” di un ordinamento in guerra con sé stesso: diventa un rito di appartenenza, uno strumento di consenso interno, un dispositivo per dire al proprio elettorato che la pietà è un tradimento e la dismisura è virtù.

E questa retorica non nasce nel vuoto. Si innesta su anni di radicalizzazione violenta,sul trauma del 7 ottobre 2023 e sull’uso politico permanente di quel trauma. Non per proteggere la vita, ma per riscrivere il perimetro stesso dell’umano.

Qui è impossibile eludere il tema politico di fondo: la spinta di un sionismo ormai egemonizzato dalla sua variante più suprematista e messianica, quella che ha smesso di discutere la convivenza e ha scelto la gerarchia. In questa cornice, la sicurezza non è più un obiettivo, ma un linguaggio identitario. Il diritto non è più un confine morale, ma un’arma di appartenenza, uno strumento del genocidio. E il palestinese non è più un soggetto di diritto, ma un oggetto di amministrazione punitiva.

Dalle carceri alla soglia dell’esecuzione

Il terreno su cui questa ideologia cresce è già visibile nel sistema detentivo. In queste settimane sono emerse nuove denunce sulle condizioni dei detenuti palestinesi: sovraffollamento, malnutrizione, violenze, scarsa assistenza sanitaria. Un audit dell’Ufficio del Difensore Pubblico israeliano e varie organizzazioni hanno segnalato un peggioramento drammatico dopo l’inizio della guerra. Il dato che colpisce, perché arriva da una fonte istituzionale interna, è la descrizione di celle troppo piccole, di detenuti dimagriti in modo estremo, di malattie diffuse e di un clima di violenza ricorrente. In sintesi: non un’anomalia episodica, ma una cornice di sistema.

È in questo punto che il discorso si fa più feroce, perché la spilla del cappio non sembra allora una novità “teorica”, ma il sigillo simbolico di una pratica già normalizzata. Secondo Physicians for Human Rights–Israel, almeno 110palestinesi sono morti in custodia israeliana dall’inizio della guerra, con un bilancio definito senza precedenti e con forti indizi che la cifra reale sia più alta, soprattutto per l’opacità sui detenuti di Gaza e per il ricorso a forme di detenzione militare poco trasparenti. Reuters e Associated Press hanno riportato le accuse di torture, privazione di cure, denutrizione e violenze sistematiche come possibili cause di molte di queste morti.

Dal 17 novembre 2025 a oggi, tra nuove segnalazioni e decessi confermati da organizzazioni palestinesi e israeliane di tutela legale, è plausibile che il conteggio reale abbia ormai superato la soglia dei cento. Anche la stessa PHRI, nelle sue note aggiornate, ha sottolineato che i dati disponibili non fotografano l’intero quadro e che nuove morti hanno continuato ad accumularsi dopo la chiusura della fase principale del rapporto.

Qui la questione non è solo numerica. È politica e morale. Perché una detenzione che diventa fame, scabbia, mancata assistenza medica, percosse e umiliazione sistematica è già una forma di pena senza processo. È un tribunale parallelo, ma senza giudici. È un’esecuzione a bassa intensità, distribuita nel tempo e nascosta dietro la parola “sicurezza”.

E Ben Gvir non si limita a cavalcare questo clima: lo celebra. L’ultradestra al potere, ha più volte rivendicato l’inasprimento delle condizioni carcerarie come prova di forza, come segnale al proprio elettorato che lo Stato non deve più “contenere” la violenza, ma esibirla come deterrenza morale. Quando il ministro responsabile del sistema di sicurezza interna rivendica il deterioramento della vita carceraria come successo politico, la forca non è più un eccesso retorico. È la coerente prosecuzione di una logica già in atto, la logica dello sterminio di massa.

In questo scenario, la pena di morte non si presenta come una novità isolata, ma come il vertice naturale di una scala di disumanizzazione già in salita. Quando la prigione diventa luogo di sospensione sistematica dei diritti, il cappio rischia di diventare, nella logica politica dell’ultradestra, la “soluzione finale”.

L’Europa e l’Italia davanti allo specchio

E qui si apre la domanda più scomoda per i nostri governanti. Come si può continuare a ripetere, con automatismo da comunicato, la formula dell’“unica democrazia del Medio Oriente” mentre si tollera una deriva così esplicita verso un diritto penale etnico? Come si può invocare lo Stato di diritto solo quando conviene, e poi tacere quando l’eccezione diventa sistema?

La scelta di non parlare, di non denunciare, di non porre condizioni politiche reali, è una forma di complicità soft. Non serve un applauso pubblico per essere corresponsabili: basta la normalizzazione diplomatica di ciò che non dovrebbe essere normalizzabile.

Criticare questa deriva non significa negare il dolore delle vittime israeliane né sminuire la gravità del terrorismo. Significa rifiutare la scorciatoia più pericolosa: quella in cui la sicurezza diventa alibi per costruire una gerarchia delle vite, con un diritto che punisce un popolo e assolve l’ideologia che lo colonizza.

Il punto politico vero

Ben Gvir non è un incidente folkloristico. È un sintomo di fase. E il disegno di legge sulla pena di morte è un test di realtà: misura fino a che punto l’Occidente accetterà che la guerra contro il “terrorismo” venga trasformata in un impianto di punizione collettiva.

Se passerà, il messaggio sarà chiaro: non si vuole solo vincere militarmente. Si vuole educare un intero popolo alla paura permanente, fare della giustizia un’estensione della supremazia, sostituire l’idea di diritto con l’idea di dominio.

E allora sì, c’è qualcosa da dire. Anzi, c’è qualcosa che non si può più non dire: la pena di morte selettiva non è un capitolo di sicurezza nazionale. È un tassello di un progetto politico di cancellazione, una tappa ulteriore sulla strada che molti osservatori internazionali descrivono come disumanizzazione sistemica dei palestinesi.

Chi oggi tace, domani fingerà stupore. Ma la storia, quando arriva a questi bivi, non concede l’alibi della distrazione.

Fonti
• Haaretz
• The Times of Israel
• Reuters
• Associated Press
• The Guardian
• Physicians for Human Rights–Israel
• Ufficio del Difensore Pubblico israeliano