Come si chiude Gaza: prima si espellono le ONG, poi si criminalizza la solidarietà
C’è una guerra che si combatte con missili, droni e cannoni, e poi ce n’è un’altra, più silenziosa, che prepara il terreno: togliere testimoni, spegnere ambulanze, trasformare i medici in sospetti e la compassione in un reato. Quello che sta accadendo in questi giorni ha un filo rosso netto: Israele stringe il cappio sulle organizzazioni umanitarie che tengono in vita Gaza, mentre in Europa, e in Italia, prende forma una narrativa giudiziaria e politica dove i dossier “di sicurezza israeliana” diventano verità, e la solidarietà rischia di essere trattata come terrorismo.
Non è un dettaglio collaterale del conflitto. È una leva strategica. Perché se togli chi cura, chi denuncia, chi documenta, chi distribuisce, chi conta i feriti, resta solo il rumore della propaganda e la contabilità dei morti fatta dall’oppressore.
37 ONG fuori: la nuova frontiera è la schedatura
Dal 1 gennaio 2026 Israele ha revocato o lasciato scadere l’accreditamento di 37 ONG internazionali, imponendo di fatto l’uscita da Gaza e dalla Cisgiordania entro l’inizio di marzo se non verranno rispettate nuove condizioni di registrazione. Tra le organizzazioni colpite ci sono realtà come Médecins Sans Frontières (MSF), Oxfam e altre grandi reti umanitarie.
Il cuore del ricatto è semplice e brutale: consegnare liste e dati sensibili del personale palestinese (e non solo) per controlli di “sicurezza”, con l’argomento della prevenzione dell’infiltrazione. Ma per chi opera sul terreno quel passaggio non è burocrazia: è un rischio concreto di esposizione, ritorsioni, uso militare dell’informazione, e violazione dei principi di neutralità e indipendenza. Non a caso decine di ONG hanno rifiutato, anche richiamando possibili conflitti con le norme europee sulla protezione dei dati.
Su questo punto la reazione internazionale è stata durissima. L’Alto Commissario ONU per i diritti umani Volker Türk ha definito “oltraggiosa” la sospensione e l’ha collocata dentro un quadro di restrizioni illegali all’accesso umanitario.
E 53 organizzazioni umanitarie internazionali hanno diffuso un appello congiunto chiedendo a Israele di revocare misure che ostacolano l’assistenza.
Qui bisogna essere chiari: quando un potere occupante pretende i nomi e i dati di chi lavora in corsia o distribuisce aiuti, non sta “regolando” il sistema. Sta scegliendo chi può vivere e chi deve essere lasciato morire. Sta trasformando l’umanitario in un’estensione dell’intelligence.
MSF nel mirino: la delegittimazione come arma
In parallelo alla stretta amministrativa, arriva la campagna politica: attacchi pubblici e dossier che tentano di capovolgere la realtà. Il caso MSF è emblematico: l’organizzazione viene accusata di “legami” con gruppi armati e di “delegittimare Israele” perché denuncia la catastrofe e perché, insieme ad altri, ha richiamato definizioni e valutazioni di esperti e organismi internazionali sulla natura dei crimini commessi a Gaza.
Ma la parte più tossica è quella che punta sulle persone, sui singoli lavoratori, come grimaldello per infangare un’intera missione umanitaria. Nel 2024, dopo l’uccisione del fisioterapista Fadi Al-Wadiya, le autorità israeliane hanno diffuso accuse postume; MSF ha dichiarato di non avere elementi per confermarle e di non aver ricevuto informazioni preventive utili, chiedendo chiarimenti che non sarebbero arrivati in modo verificabile e formale.
E poi c’è il caso di Mohammed Obeid, chirurgo ortopedico: arrestato durante un’operazione all’ospedale Kamal Adwan nell’ottobre 2024, con detenzione senza contatti regolari e senza quel livello di trasparenza che sarebbe il minimo sindacale quando parliamo di personale medico. MSF ne chiede il rilascio e documenta pubblicamente la vicenda.
Questa dinamica è una lama a doppio taglio, ed è proprio per questo che funziona: da un lato si colpisce la credibilità di chi salva vite; dall’altro si manda un messaggio al resto del mondo umanitario. Se restate, vi schediamo. Se parlate, vi delegittimiamo. Se insistete, vi accusiamo.
L’effetto reale: Gaza più sola, più buia, più ricattabile
Le conseguenze non sono teoriche. Sono cliniche. Sono logistiche. Sono immediate. Se chi gestisce cliniche mobili, reparti di traumatologia, catene del freddo per farmaci, evacuazioni, magazzini e distribuzioni viene cacciato o paralizzato, Gaza non “soffre di più”: collassa. E un collasso umanitario in un contesto già devastato diventa un moltiplicatore di morte, soprattutto per bambini, anziani, feriti, cronici.
E qui entra la questione politica più grande: togliere le ONG significa ridurre i testimoni indipendenti. Significa rendere più facile riscrivere i fatti. Significa alzare il costo della verità.
Italia: quando la solidarietà finisce in un fascicolo
Mentre Israele “pulisce” il terreno dagli attori umanitari, in Italia esplode un caso che mostra l’altro lato della stessa medaglia: la criminalizzazione della solidarietà. A Genova nove persone sono state arrestate con l’accusa di finanziamento ad Hamas attraverso associazioni, in un’indagine in cui emerge il tema della cooperazione informativa e documentale con Israele.
Fin qui, qualcuno potrebbe dire: normale attività antiterrorismo. Ma è proprio nei dettagli che si misura la tenuta democratica. Diversi articoli e analisi mettono a fuoco un elemento inquietante: una parte importante del materiale probatorio richiamato nell’ordinanza sarebbe riconducibile a documentazione e dossier trasmessi da canali israeliani, e la stampa ha parlato del misterioso “Mr Avi”, una figura non chiarita pubblicamente che avrebbe contribuito al dossier.
Il nodo non è “difendere a prescindere” nessuno. Il nodo è un altro: quando le prove arrivano da un soggetto direttamente coinvolto nel conflitto, con un interesse politico e militare enorme, e quando quella fonte viene considerata affidabile senza un vaglio rigoroso, trasparente, verificabile, il rischio è che la giustizia diventi una camera chiusa dove entra solo la versione di chi ha più potere.
E qui arriva la domanda politica più scomoda: davvero possiamo accettare che la solidarietà venga letta con le lenti del sospetto permanente, mentre le fonti “di sicurezza” vengono assunte come oro colato?
Il contesto giuridico internazionale che si vuole far sparire
C’è un’altra rimozione enorme, quasi programmata: ciò che gli organismi internazionali hanno già messo nero su bianco.
La Corte Internazionale di Giustizia, nel procedimento Sudafrica contro Israele, ha indicato misure provvisorie nel 2024, legando l’obbligo di prevenzione e l’urgenza della protezione della popolazione civile e dell’accesso umanitario.
La Corte Penale Internazionale ha emesso mandati d’arresto (novembre 2024) per Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant.
E una Commissione d’inchiesta legata al Consiglio ONU dei diritti umani ha pubblicato nel settembre 2025 un’analisi giuridica che discute in termini espliciti elementi materiali e psicologici del crimine di genocidio, chiedendo azioni conseguenti alla comunità internazionale.
Ora metti insieme i pezzi: se un potere è sotto accusa internazionale, ha un interesse vitale a controllare il flusso dei testimoni e delle narrazioni. Espellere ONG, pretendere dati sul personale locale, colpire chi denuncia, e contemporaneamente alimentare in Europa una cultura del sospetto contro chi è solidale con i palestinesi, non sono fenomeni separati. Sono una stessa architettura.
Il copione delle “false flag” oggi: non serve l’esplosivo, basta il dossier
Quando parli di “false flag”, il punto non è gridare al complotto come riflesso automatico. Il punto è riconoscere un metodo storico del potere: creare un ambiente dove la prova non è più prova, ma racconto; dove l’accusa sostituisce il processo; dove la reputazione distrutta vale quanto una condanna.
Oggi la “false flag” contemporanea spesso non ha bisogno di un attentato: le basta un report, una sigla, un documento non verificabile, un’accusa postuma, un titolo che resta anche quando le prove non arrivano. È la versione amministrativa e mediatica della repressione: si chiude, si sospende, si bandisce, si infanga. E intanto la gente muore.
Che fare: la linea rossa che l’Europa non può fingere di non vedere
Se l’Unione Europea, i governi occidentali e le istituzioni italiane continuano a trattare tutto questo come “normale gestione della sicurezza”, allora non stiamo assistendo solo a una tragedia umanitaria. Stiamo certificando una mutazione politica: l’idea che i diritti umani siano un optional, e che chi salva vite debba prima ottenere un lasciapassare dall’apparato che bombarda.
La linea rossa è già stata superata, ma non è troppo tardi per chiamare le cose col loro nome e agire di conseguenza:
Primo, ripristino immediato dell’operatività delle ONG a Gaza e stop alla schedatura del personale palestinese come condizione per curare e soccorrere.
Secondo, trasparenza totale e garanzie robuste su qualunque cooperazione giudiziaria internazionale: nessun processo democratico può poggiare su “prove” che arrivano da fonti opache in un contesto di guerra e propaganda.
Terzo, fine della criminalizzazione della solidarietà: chi raccoglie fondi, chi manifesta, chi denuncia non può essere trattato come un nemico interno per compiacere la geopolitica dell’alleato.
Gaza oggi è un laboratorio del peggio: se passa l’idea che si può affamare un popolo, espellere i medici, e poi accusare chi protesta di “delegittimazione”, allora domani quel metodo verrà esportato ovunque. E a quel punto la domanda non sarà più “cosa sta succedendo ai palestinesi”, ma “cosa siamo diventati noi”.
Fonti e siti di riferimento
Financial Times – “Israel’s allies condemn ban on dozens of aid groups working in Gaza”
https://www.ft.com/content/7abb519c-ebb6-493d-8637-5a25ff508e5d
Associated Press – “List of aid groups working in Gaza that Israel is suspending”
https://apnews.com/article/ec535cea548ddc75080f1e6bffe53801
The Guardian – “Israel to ban dozens of aid agencies from Gaza as 10 nations warn about suffering”
https://www.theguardian.com/world/2025/dec/30/israel-to-ban-dozens-of-aid-agencies-from-gaza-as-10-nations-warn-about-suffering
Vatican News – “Gaza, Israele non rinnova le licenze alle organizzazioni umanitarie”
https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2025-12/palestina-israele-ong-aiuti-diritti-gaza.html
RaiNews – citazione e contesto sulla dichiarazione di Volker Türk
https://www.rainews.it/maratona/2025/12/netanyahu-governo-a-gaza-possibile-solo-con-disarmo-di-hamas-121e9e2e-3ea7-42b7-a5e5-6cf15fca49b3.html
AgenSIR – “Striscia di Gaza: appello 53 ong a Israele, revocare le misure…”
https://www.agensir.it/quotidiano/2026/1/2/striscia-di-gaza-appello-53-ong-a-israele-revocare-le-misure-che-ostacolano-lassistenza-umanitaria/
La Repubblica (Genova) – “Prove portate dallo 007 israeliano senza nome… Mr Avi…”
https://genova.repubblica.it/cronaca/2025/12/30/news/prove_portate_dallo_007_israele_mister_avi_hannoun_finanziamenti_hamas_e_scontro_sull_inchiesta-425066926/
La Repubblica – “Terrorismo, associazioni benefiche finanziano Hamas: nove arresti”
https://www.repubblica.it/cronaca/2025/12/27/news/terrorismo_associazioni_benefiche_finanziano_hamas_nove_arresti-425062101/