Manovra 2026: il Paese in saldo, la democrazia in affitto

C’è un’immagine che fotografa meglio di mille slogan la finanziaria che sta passando in Parlamento: un maxi-emendamento scritto all’ultimo, blindato con la fiducia, e attorno un contorno di “aggiustamenti” che non correggono nulla, ma spostano il peso sempre dalla stessa parte. È il vecchio trucco: chiamare “responsabilità” ciò che è una scelta di campo, e chiamare “semplificazione” ciò che assomiglia a un condono. E mentre il governo si racconta come il presidio dell’ordine, prepara una politica che disciplina i deboli e premia chi può permettersi di ignorare le regole.

Il Parlamento ridotto a notaio, la manovra ridotta a prova di forza

La prima notizia, prima ancora delle cifre, è il metodo. La legge di bilancio dovrebbe essere il luogo massimo della decisione pubblica: si discute, si corregge, si bilancia. Qui invece si procede per compressione. Il testo viene chiuso con un maxi-emendamento e il “lucchetto” della fiducia, dopo giorni di caos procedurale e scambi interni alla maggioranza. Lo denuncia Maurizio Landini con parole nette: “spettacolo indegno”, un governo che “non vuole discutere con nessuno, né con il Parlamento né con le parti sociali”. 

Non è solo un problema di stile. È sostanza politica: quando la manovra diventa un atto “prendere o lasciare”, si trasformano i diritti sociali in variabili di contabilità, e la democrazia in una formalità.

Il condono come segnale: legalizzare l’abuso e chiamarlo “primo treno utile”

Dentro questa logica, il capitolo più rivelatore è la mossa sul condono edilizio. Non un dibattito trasparente, non una scelta motivata da un’emergenza reale, ma un ordine del giorno alla manovra che “impegna il governo ad adottare” un nuovo condono “nel primo provvedimento utile”. Il contenitore sarebbe la riforma del Testo unico dell’edilizia, già approvata dal Consiglio dei ministri e in attesa del Parlamento. 

Qui la politica parla un linguaggio chiarissimo: non si affronta l’emergenza abitativa con case popolari, affitti sostenibili, recupero serio e trasparente del patrimonio pubblico. Si manda un messaggio culturale: “se hai violato le regole, prima o poi arriva una sanatoria”. In Italia non sarebbe neppure una novità: i grandi condoni nazionali del 1985, 1994 e 2003 sono il precedente storico che pesa come un macigno, perché hanno sedimentato l’idea che l’abuso non è un reato sociale, ma un investimento in attesa di sconto. 

E mentre la maggioranza si contende la bandierina del “Piano casa”, la traiettoria che emerge è quella denunciata da più osservatori: condoni, sanatorie, semplificazioni “a favore”, e pochissimo per chi una casa deve prenderla in affitto senza essere strozzato. 

Tagli e spostamenti: meno coesione, più rendite di fatto

Poi ci sono i numeri che raramente finiscono nei titoli, ma decidono la vita concreta.

Sul Fondo per lo Sviluppo e la Coesione, nel testo approdato in Commissione Bilancio al Senato compare una riduzione delle risorse (almeno 300 milioni per il 2026, secondo l’anticipazione ANSA).  E diverse analisi segnalano un disegno più ampio di riduzione/riassorbimento di risorse FSC lungo più anni, con impatto potenziale soprattutto sui territori già fragili. 

Sull’Assegno di inclusione, il meccanismo viene “aggiustato” in modo che suona quasi beffardo: da un lato si elimina il mese di sospensione tra un ciclo e l’altro, dall’altro il primo mese del rinnovo verrebbe pagato al 50%. Tradotto: si evita il buco, ma si mette una toppa più piccola proprio quando le famiglie arrivano già in apnea. 

Questo è il filo che lega i pezzi: non si nega il welfare in modo clamoroso, lo si consuma a cucchiaini. Tagli qui, ritocchi là, un’eccezione oggi, una “revisione” domani. E intanto si normalizza l’idea che la protezione sociale sia un costo da limare, non un diritto da garantire.

Lavoro: quando il “mercato” diventa una scusa per togliere tutele

Nell’intervista, Landini punta il dito su un passaggio che dovrebbe far sobbalzare chiunque abbia lavorato davvero: il ritorno dell’emendamento Pogliese, già contestato e poi rispuntato. La sostanza, semplificando: rendere più difficile recuperare crediti di lavoro e arretrati, spostando la prescrizione “in costanza di rapporto”, cioè mentre sei ancora dipendente, quando molti non fanno causa per paura di ritorsioni. Questo impianto è stato descritto da più fonti come un colpo ai diritti dei lavoratori, e nel 2025 aveva già acceso polemiche e ritiri tattici. 

È un punto politico enorme: se tu indebolisci la possibilità di ottenere giustizia sul salario dovuto, stai dicendo che il conflitto tra impresa e lavoratore si risolve sempre con la forza contrattuale, cioè quasi sempre a sfavore di chi ha meno potere.

Fiscal drag: la tassa invisibile che resta anche quando “ti dicono” di averti aiutato

Qui entra il tema del fiscal drag, che Landini liquida con una parola sola: “balle” quando il governo sostiene di averlo “recuperato”. Al di là della polemica, il punto è serio: il fiscal drag è quel meccanismo per cui, con inflazione e progressività Irpef, puoi finire a pagare più imposte anche se il tuo reddito reale non cresce. Diversi osservatori hanno quantificato effetti rilevanti negli ultimi anni e spiegano perché gli interventi parziali non equivalgono a sterilizzare davvero il fenomeno. 

E allora la frattura diventa morale prima che economica: se la propaganda ti vende “meno tasse”, ma il carico reale su dipendenti e pensionati resta pesante e scivola su meccanismi automatici, la politica sta chiedendo fiducia mentre svuota la busta paga.

Un Paese che si assottiglia: produzione in calo, povertà strutturale

Tutto questo avviene mentre l’Italia non è esattamente in una fase di benessere diffuso.

L’ISTAT continua a registrare debolezza nella produzione industriale: solo per citare l’ultimo dato disponibile, a ottobre 2025 l’indice destagionalizzato è stimato in calo rispetto a settembre, con flessioni in vari comparti. 

E sulla povertà assoluta, l’ISTAT stima per il 2024 oltre 2,2 milioni di famiglie e più di 5,7 milioni di individui in povertà assoluta (quasi il 10% dei residenti). Non un incidente di percorso: una condizione che si stabilizza, cioè si normalizza. 

Se metti insieme questi due dati, capisci perché l’idea di “tirare a campare” con piccoli ritocchi e grandi slogan è micidiale: quando la base economica si indebolisce e la povertà resta alta, ogni taglio al welfare e ogni favore all’irregolarità (come un condono) non sono semplici misure tecniche. Sono un modo di riscrivere il patto sociale: chi sta sotto deve arrangiarsi, chi sta sopra può permettersi di aspettare la prossima sanatoria.

La domanda che resta sul tavolo

La domanda, alla fine, è brutale e semplice: che cosa sta finanziando davvero questa manovra?

Se il governo sceglie di correre sul binario dei condoni e di una politica industriale lasciata al “trasferimento senza condizioni”, mentre stringe su pensioni, welfare, sanità pubblica e coesione territoriale, allora non sta “mettendo in sicurezza i conti”. Sta mettendo in sicurezza un rapporto di potere.

E qui la critica non è ideologica: è concreta. Un Paese non va in declino perché sciopera chi lavora. Va in declino quando il lavoro povero diventa la normalità, quando la casa diventa un lusso, quando la povertà diventa statistica, e quando il Parlamento diventa un passaggio formale per decisioni già prese altrove.

Fonti principali

Manovra e ordine del giorno sul condono edilizio (Repubblica, 22 dicembre 2025). 

Intervista a Maurizio Landini sulla manovra (Repubblica, 22 dicembre 2025, anche in PDF CGIL). 

Taglio FSC (ANSA rilanciata da La Gazzetta del Mezzogiorno). 

Assegno di inclusione e primo mese dimezzato (Sky TG24). 

Povertà assoluta 2024 (ISTAT). 

Produzione industriale ottobre 2025 (ISTAT). 

Fiscal drag: stime e chiarimenti (Osservatorio CPI, lavoce.info). 

Emendamento Pogliese e crediti di lavoro (Corriere della Sera, Fisac-CGIL). 

Precedenti condoni edilizi (normativa e sintesi). 

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