“Terra bruciata: l’ultima crociata coloniale di Israele in Cisgiordania”

La Palestina sta scomparendo. Non metaforicamente, ma letteralmente. Sotto i nostri occhi, palmo dopo palmo, villaggio dopo villaggio, la terra che da secoli appartiene ai palestinesi viene confiscata, saccheggiata, occupata. Durante il massacro a Gaza, durante i bombardamenti che stanno radendo al suolo scuole, ospedali e interi quartieri residenziali, il governo israeliano sposta il fronte del suo progetto etno-nazionalista sulla Cisgiordania, cuore geografico e simbolico della Palestina.

L’ultimo passo è stato silenzioso, burocratico, invisibile agli occhi del mondo anestetizzato: il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato la prima registrazione formale delle terre della Cisgiordania dal 1967, data dell’occupazione militare. In apparenza un atto amministrativo, nella sostanza un’arma di distruzione etnica. Il registro fondiario sarà nelle mani di Tel Aviv, non dei legittimi proprietari palestinesi. È il preludio alla legalizzazione di ciò che è già stato usurpato con la forza: colonie illegali, avamposti militari, insediamenti che sorgono come metastasi nel corpo vivo della Palestina.

Questo è il volto odierno della pulizia etnica: non più solo bulldozer, ma atti notarili; non solo esercito, ma catasto. Non servono più le ruspe per demolire le case: basta cancellare un nome da un registro, sostituirlo con un altro. È l’apartheid che si fa algoritmo, la colonizzazione che indossa la maschera dell’abuso legalizzato.

Chi tace ora, sarà complice domani. I governi occidentali che continuano a fornire armi, i media che parlano di “conflitto” quando c’è un solo esercito e milioni di civili sotto assedio, gli intellettuali che pesano le parole per non urtare gli equilibri diplomatici: tutti sono parte del meccanismo.

Israele non sta solo punendo Gaza. Sta completando il sogno mai sepolto del sionismo revisionista: l’eliminazione della Palestina dalla geografia e dalla storia.

E lo fa con il silenzio-assenso della comunità internazionale, troppo impegnata a difendere la “democrazia liberale” di Tel Aviv per accorgersi che questa democrazia si fonda sull’apartheid, sull’esproprio sistematico e sullo sterminio culturale di un intero popolo.

Il progetto è chiaro: frantumare la Cisgiordania in enclavi isolate, separare le comunità palestinesi con barriere, posti di blocco, strade per soli israeliani, e infine completare l’annessione de facto, con la benedizione delle leggi dello Stato ebraico. Gaza, con i suoi morti insepolti, serve come monito. Ma è in Cisgiordania che si gioca la partita definitiva: la cancellazione con l’abuso legale e irreversibile della Palestina.

Israele chiama questa operazione “sicurezza”. Ma la sicurezza non può fondarsi sull’umiliazione e sulla negazione dell’altro. È dominio, è apartheid, è colonialismo del XXI secolo. E se l’Europa tace, se gli Stati Uniti firmano assegni in bianco a Tel Aviv, allora saremo ricordati come la generazione che ha assistito inerte a un genocidio annunciato.

La registrazione delle terre in Cisgiordania non è un atto tecnico: è un colpo di grazia alla possibilità di uno Stato palestinese. È la pietra tombale sulla soluzione dei due popoli. È l’istituzionalizzazione del furto, l’appropriazione indebita mascherata da legge, l’esproprio illegale camuffato da norma. Un abuso della legalità, piegata e riscritta per servire un disegno coloniale. Un’operazione in cui la violenza si traveste da burocrazia, e l’oppressione da procedura.

A Gaza si muore tra le macerie. In Cisgiordania si muore di esilio. Di un esilio nuovo, sottile, l’abuso legale. Un esilio dove ti rubano la casa con un timbro, dove ti cacciano con una sentenza. Ma l’effetto è lo stesso: sparire.

Serve alzare la voce, manifestare, chiamare le cose con il loro nome: Israele sta compiendo una pulizia etnica pianificata, con strumenti militari, politici e abusi legali. E se non la fermiamo oggi, domani sarà troppo tardi. Non ci sarà più una Palestina da difendere. Solo archivi, memorie e macerie.

“Se questo non è un genocidio, allora cos’è?”

Gaza, tra distruzione programmata e silenzio complice

Nel mondo delle parole che uccidono o salvano, genocidio è una delle più potenti. Coniata nel 1944 da Raphael Lemkin per descrivere lo sterminio nazista degli ebrei, è oggi incastonata nel diritto internazionale attraverso la Convenzione ONU del 1948. Ma ciò che sta accadendo in Palestina – in particolare a Gaza – può e deve essere chiamato con questo nome.

Secondo l’articolo II della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, genocidio è:

“Qualsiasi atto commesso con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso.”

Un atto che si traduce in:
• Uccisioni sistematiche;
• Lesioni fisiche o mentali gravi;
• Condizioni di vita tese a portare alla distruzione del gruppo;
• Misure per impedire nascite;
• Trasferimento forzato di bambini.

Ora domandiamoci: non è esattamente ciò che sta accadendo ai palestinesi di Gaza?

L’intento genocidario è dichiarato

Non serve scavare nei documenti segreti. Basta ascoltare le parole pubbliche dei ministri del governo israeliano.
• “Gaza deve essere cancellata dalla faccia della terra.” (Bezalel Smotrich)
• “Devono scegliere: espulsione volontaria o morte.” (Itamar Ben Gvir)
• “Stiamo combattendo contro animali umani.” (Yoav Gallant)
• “Gaza va resa inabitabile.” (Giora Eiland)

Non si tratta di scivoloni retorici. Sono dichiarazioni ufficiali, da parte di chi guida uno Stato che dispone del quarto esercito più potente del mondo. Chi pronuncia parole del genere e poi agisce di conseguenza, sta scrivendo il copione di un genocidio annunciato.

Gli atti materiali: la distruzione sistematica
• Oltre 35.000 morti, di cui la maggior parte donne e bambini. La percentuale di minori tra le vittime ha superato il 50%.
• Ospedali, scuole, università rasi al suolo.
• Quartieri interi annientati.
• Assedio totale: niente acqua, luce, carburante, medicinali, né cibo.
• Carestia indotta come arma. Bambini morti di fame a Khan Younis, Rafah, Gaza City.
• Ordini di evacuazione che conducono a bombardamenti su civili in fuga.

Cancellare un popolo dalla geografia, dalla cultura, dalla memoria. Questo è genocidio.

Il giudizio della giustizia internazionale

Il 22 dicembre 2023, il Sudafrica ha portato Israele di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia, accusandolo di violare la Convenzione sul genocidio.
Il 26 gennaio 2024, la Corte ha riconosciuto la plausibilità delle accuse e ordinato misure provvisorie per prevenire il genocidio.

In altre parole: il genocidio non è più un’ipotesi militante. È sul tavolo della giustizia internazionale.

L’obbligo di chiamarlo per nome

Ogni volta che diciamo “conflitto”, “scontro”, “rappresaglia”, ci stiamo arrendendo a una narrazione ambigua. Ma non c’è ambiguità nei numeri, nelle parole, nei cadaveri minuscoli estratti dalle macerie.

Chiamarlo genocidio non è ideologia. È dovere. Etico, umano, giuridico. È l’unico modo per restare umani di fronte alla disumanizzazione sistematica di un popolo.

Perché se questo non è un genocidio, allora cos’è?

“Gaza: la fame, le bombe e il silenzio. Cronaca di un genocidio sostenuto dall’Occidente”

A Gaza non si muore soltanto. Si viene cancellati.
Un’intera popolazione viene inghiottita dalla furia di un esercito che agisce senza limiti, senza pietà, senza vergogna. E il mondo guarda. Commenta, calcola, baratta vite con trattati, condanne con scambi commerciali. Ma non ferma nulla.

Israele, guidato da un Netanyahu sempre più somigliante ai mostri della storia che avremmo dovuto imparare a riconoscere, ha scatenato l’operazione “Carri di Gedeone”, bombardando scuole, ospedali, abitazioni, rifugi di fortuna.
L’ultima atrocità: la scuola Musa bin Nusai, trasformata in cimitero di corpi. Ventidue vittime, tra cui una donna incinta e diversi bambini. In una notte.
E non è un episodio isolato. È la prassi. È la strategia. È la scelta lucida e premeditata di uno Stato che ha fatto del genocidio una politica di governo.

Ma l’orrore non si ferma alle bombe. La fame è diventata un’arma. Una punizione collettiva medievale.
Netanyahu lo ha dichiarato apertamente alla Knesset: i pochi aiuti che lascia passare servono solo a “non far perdere la faccia ai nostri finanziatori”.
Solo per non mettere troppo in imbarazzo gli Stati Uniti, l’Unione Europea, il Canada.
100 camion varcano il confine. Ma ne servirebbero 500 ogni giorno, secondo l’ONU.
Nel frattempo, 14.000 bambini rischiano di morire di fame nelle prossime 48 ore.

Quattordicimila.
Proviamo a fermarci su questo numero. Non scivoliamo via. Non facciamo finta che sia solo un dato.
Ognuno di quei bambini ha un nome, una madre, un sogno, un giocattolo lasciato sul pavimento.
Ognuno era esattamente come i nostri figli.
E sono già ventimila i bambini uccisi sotto le bombe israeliane. Ventimila.
Chi ha il coraggio di giustificare questa strage con il 7 ottobre, commetta un altro crimine: l’assassinio della verità.

L’occidente, ora, “si dice inorridito”.
Francia, Gran Bretagna e Canada dichiarano: “Non staremo a guardare”.
Ma intanto, guardano. E mentre guardano, Gaza brucia.
Londra sospende i negoziati commerciali, Bruxelles discute se congelare gli accordi.
Parole, gesti, simboli.
Ma la fame non aspetta. Le bombe non si fermano. I bambini non resuscitano.

E mentre il mondo ipocrita balbetta indignazione, a Gaza si muore. Ogni ora. Ogni minuto.
Zvi Sukkot, deputato dell’estrema destra israeliana, ha detto in televisione: “100 palestinesi uccisi in una notte? Ormai non importa più a nessuno.”
E non lo diceva per denunciare, ma per vantarsi.
E se davvero non importa più a nessuno, allora il mondo ha già perso.

Non si salva nemmeno Hamas.
Le parole del dirigente Sami Abu Zuhri, che minimizza i morti con un cinico “i martiri saranno rimpiazzati”, hanno scatenato l’ira dei gazawi sui social.
“Siamo solo carburante per le loro guerre.”
Così scrivono. Così si sentono. Traditi dai propri rappresentanti, macellati dal nemico, abbandonati dall’umanità.

E in questo inferno di fuoco, fame e cinismo, la voce dei bambini non arriva.
Non hanno portavoce.
Non hanno un’ONU che li difenda, un Vaticano che li protegga, un’Europa che li salvi.
Hanno solo noi. Le nostre parole. La nostra rabbia. La nostra memoria.

Israele conta i suoi obiettivi.
La comunità internazionale conta le dichiarazioni.
Gaza conta i morti.

E mentre Netanyahu risponde al Regno Unito che “il mandato britannico è finito 77 anni fa”, Gaza ci grida che la vergogna non finirà mai.
Non si cancelleranno quei piccoli corpi strappati alle madri.
Non si dimenticheranno le stanze vuote, le culle spente, gli ospedali senza anestesia dove i medici operano solo con le mani, la disperazione e qualche preghiera.

Questo è un genocidio.
Lo è nei numeri. Lo è nei metodi. Lo è nell’intenzione.
E chi lo nega, chi lo giustifica, chi lo minimizza, è già dalla parte del crimine.

La storia un giorno chiederà conto. E noi, oggi, possiamo solo decidere da che parte stare. Con chi bombarda, affama e uccide.
O con chi, senza più nulla, continua a lottare per un diritto semplice: quello di vivere.

“Sotto lo sguardo dei carri armati: Gaza muore e l’umanità volta le spalle”

A Gaza non si muore più per errore. A Gaza si muore per programma, per volontà politica, per disegno militare, per sadica strategia. La morte non è più una conseguenza collaterale, ma una tattica di guerra deliberata. Il massacro non è più negato, ma rivendicato. E il mondo, l’Europa, gli Stati Uniti, l’Italia — i civilissimi paladini dei diritti umani — continuano a fingere che tutto questo sia normale, inevitabile, tollerabile.

L’offensiva terrestre lanciata dall’esercito israeliano, con il nome biblico e grottesco di “Carri di Gedeone”, è l’ennesimo atto di una tragedia pianificata e perpetuata nel silenzio complice della comunità internazionale. Interi quartieri spazzati via, famiglie in fuga prima ancora che sorga il sole, 150 persone massacrate in poche ore, 55.000 sfollati in un solo giorno. Queste cifre non sono statistiche. Sono vite annientate, sogni calpestati, esistenze spezzate.

A Beit Lahia e Jabalia, il terrore ha un volto: quello di madri che stringono al petto i loro figli, di padri che salutano per sempre la propria casa, di bambini che non piangono più perché hanno già finito le lacrime. Come racconta Hussam Abu Lashem, 21 anni: “Non stiamo scappando, stiamo sopravvivendo”. Parole che dovrebbero risuonare come un pugno nello stomaco a ogni coscienza civile. Eppure, l’indifferenza regna.

L’Italia tace. L’Europa volta le spalle. Gli Stati Uniti finanziano. Israele bombarda.
Questo è l’ordine dei fatti. Questo è il quadro geopolitico reale. Non servono più analisi diplomatiche, non servono più distinguo da editorialisti imbellettati: è un genocidio. E chi tace ne è parte.

A Gaza non esiste più la colazione, non esiste più l’infanzia, non esiste più il domani. L’Ospedale Indonesiano, una delle poche strutture ancora operative nel nord della Striscia, è stato parzialmente chiuso dopo l’ennesimo attacco. I medici — che non possono operare, che vedono morire i pazienti dissanguati — usano “bende e preghiere”. Altro che diritto internazionale: questa è barbarie. Questa è Shoah rovesciata.

Nel frattempo, Israele impone un blocco umanitario totale, impedendo l’ingresso di cibo, medicinali, carburante da oltre 75 giorni. È una tattica medievale, una punizione collettiva degna dei regimi più feroci della storia. Ma mentre tutto questo accade, l’Occidente balbetta parole vuote: “equilibrio”, “cessate il fuoco umanitario”, “diritto alla difesa”. Intanto, l’industria bellica prospera e i contratti con Tel Aviv vengono rinnovati con fervore bipartisan.

E l’Italia?
L’Italia vende armi al carnefice, fornisce silenzio istituzionale e ipocrisia parlamentare. La Presidente del Consiglio Meloni, sempre pronta a ergersi a paladina della civiltà cristiana, non ha pronunciato una sola parola per le madri palestinesi. Il Presidente Mattarella, garante della Costituzione, non ha mai rotto la diplomazia con un atto di dignità morale. Neanche dopo che la Corte Internazionale ha riconosciuto i crimini israeliani come atti di possibile genocidio.

Dove sono finiti i principi dell’antifascismo?
Dove sono i partiti “progressisti”?
Dove sono le piazze che si riempivano per l’Ucraina e oggi ignorano la Palestina?

La verità è questa: il razzismo occidentale non è mai morto. Ha solo cambiato pelle. Oggi è selettivo, utilitarista, algoritmico. E permette a un regime coloniale, suprematista e teocratico come quello di Netanyahu di sterminare un popolo con la benedizione tacita delle democrazie “liberali”.

Lamis Mohammed, madre di quattro figli, racconta la paralisi della paura: “Ogni minuto cambiamo idea: restiamo? partiamo? prepariamo una borsa? La casa è piena di ricordi, ma i bombardamenti sono sempre più vicini”. Le sue parole disarmano ogni retorica. E la sua testimonianza dovrebbe risuonare in ogni aula parlamentare, in ogni redazione giornalistica, in ogni scuola, in ogni chiesa. Ma non succede nulla. Perché il dolore palestinese non è considerato umano, non abbastanza.

Gaza è un campo di sterminio a cielo aperto. E i carri di Gedeone non sono altro che l’ennesima tappa della Soluzione Finale progettata contro il popolo palestinese. Sotto lo sguardo del mondo, senza più vergogna, senza più freni, senza più alcun limite.

Chi resta in silenzio oggi — sia esso leader, intellettuale, giornalista, cittadino — non potrà dire domani “non lo sapevamo”. Perché sappiamo tutto. E chi sa, e non agisce, è complice.

Gaza brucia, l’Occidente osserva. E l’umanità si spegne. Un popolo sterminato in diretta. Un crimine che ci riguarda. Tutti.

“Non nel mio nome”: armi italiane per il genocidio. Il governo confessa, l’etica affonda

C’è una linea che divide la complicità dalla criminalità morale. E l’Italia, con la risposta del sottosegretario Giorgio Silli in Commissione Esteri, l’ha appena attraversata.

Con parole fredde, burocratiche, quasi rassicuranti nel loro tono anestetizzante, il governo Meloni ha ammesso quello che da mesi denunciamo: l’Italia continua a esportare armi verso Israele anche dopo il 7 ottobre 2023. Non nuove licenze, è vero. Ma quelle precedenti sì. Come se il tempo rendesse etico ciò che oggi è inaccettabile. Come se la data potesse cancellare la responsabilità politica e morale di rifornire un esercito che sta compiendo un genocidio sotto gli occhi del mondo.

Le armi “intelligenti” del sottosegretario

Ma l’aspetto più sconcertante non è solo la confessione in sé. È la giustificazione. Silli ha dichiarato che le forniture autorizzate sono state valutate “caso per caso”, e che si è proceduto solo con armamenti che “non potessero essere utilizzati contro la popolazione civile”.

Ora, facciamo un esercizio di immaginazione. Immaginiamo un’arma italiana dotata di un selettore magico: se davanti ha un bambino, un disabile, una donna o un anziano, si disattiva. Se invece rileva un militante di Hamas, si attiva. Un’arma selettiva, etica, obbediente ai valori costituzionali. È chiaro: siamo nel campo della fantascienza. Anzi, del grottesco.

Perché non esistono armi “buone” in mano a eserciti che bombardano ospedali, scuole, campi profughi. Non esistono munizioni etiche quando servono a tenere in funzione l’ingranaggio di una macchina militare che ha già ucciso oltre 55.000 persone, in gran parte civili. Non esistono componenti “innocui” se finiscono negli elicotteri, nei droni o nei carri armati di chi ha trasformato Gaza in un cimitero a cielo aperto.

E non esiste nessuna scusa tecnocratica che possa giustificare una tale complicità. Dire che “quelle armi non colpiscono civili” è una menzogna oscena, paragonabile a chi, davanti ad Auschwitz, si preoccupava della qualità del carbone usato nei forni.

Il silenzio della Meloni? Tutto tiene

Il silenzio di Giorgia Meloni, come ho già scritto nel mio precedente articolo “Il panico morale e il genocidio in diretta”, non è solo vile. È strategico. Non è semplice ossequio verso Donald Trump. È allineamento strutturale a un’ideologia di guerra permanente, dove il diritto internazionale vale solo per gli sconfitti e le vittime sono divise in “degne” e “non degne” di lutto.

Oggi sappiamo anche perché tace: non solo per non disturbare il suo nuovo “alleato” d’oltreoceano, ma perché in ballo c’è un flusso di affari bilaterale vergognoso. L’Italia non solo esporta, ma importa armi da Israele. E lo fa in misura crescente: nel 2024 le autorizzazioni sono più che raddoppiate rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 154 milioni di euro. Siamo passati dal settimo al secondo posto tra i clienti di Tel Aviv. Tutto questo mentre Israele pratica l’apartheid, la pulizia etnica e la fame come arma.

Dunque, mentre Gaza brucia, l’Italia compra e vende morte. E lo fa invocando “l’aderenza alla normativa europea e internazionale”. Ma che senso ha una norma che permette lo sterminio? Che valore ha una legge se non si accompagna alla giustizia? È l’ennesima forma di ipocrisia occidentale: ci si nasconde dietro i codici per coprire l’assenza totale di coscienza.

La responsabilità è politica, non tecnica

Non possiamo permettere che la questione venga relegata a un livello tecnico, da archivio ministeriale. Qui non stiamo parlando di cavilli burocratici, ma di etica pubblica, di valori costituzionali, di umanità. Se una fornitura militare, anche vecchia, contribuisce al genocidio di un popolo, va interrotta. Punto.

Il sottosegretario ha detto che “l’approccio italiano è particolarmente restrittivo”. È falso. È l’esatto contrario. Restrittivo sarebbe stato bloccare ogni tipo di transazione militare, sia in uscita che in entrata. Restrittivo sarebbe stato chiudere le collaborazioni accademiche con le università israeliane coinvolte nella ricerca bellica. Restrittivo sarebbe stato schierarsi apertamente per l’embargo militare internazionale nei confronti di Israele, come richiesto da centinaia di organizzazioni per i diritti umani.

Non nel mio nome
Chi finanzia la morte non è neutrale. Chi tace davanti a un crimine, lo favorisce. Chi fa affari con un governo etno-teocratico che predica la “depopolazione” di Gaza è un complice. Non servono giri di parole.

A nome di tanti cittadini italiani che non si riconoscono in questa vergogna, lo dico chiaramente: non nel mio nome.

Non voglio che le mie tasse servano a finanziare il genocidio. Non voglio che il mio Paese sia complice dell’apartheid. Non voglio che l’Italia sia corresponsabile dello sterminio di un popolo.

Se la democrazia ha ancora un senso, deve cominciare da qui: dal rifiuto radicale di ogni complicità, dalla costruzione di una coscienza pubblica che dica basta alla menzogna, alla violenza e alla diplomazia dei cadaveri.

È il momento di scegliere da che parte stare. Davvero.

Mario Sommella è attivista, scrittore e coordinatore responsabile delle politiche sociali e disabilità di Azione Civile. Da anni si occupa di giustizia sociale, diritti civili, comunicazione politica e Palestina.

Il Panico Morale e il Genocidio in diretta: la disfatta dell’Occidente e il coraggio della verità

C’è un silenzio che urla. È quello dell’Occidente davanti al genocidio in diretta del popolo palestinese. Un silenzio ipocrita, intriso di panico morale e codardia politica, che avvolge come una cappa tossica le redazioni giornalistiche, i parlamenti europei, le università, i talk show e perfino quei movimenti che un tempo si definivano “progressisti”. Un silenzio così denso da sembrare complice. Anzi, lo è. Perché oggi tacere su Gaza, sulla pulizia etnica in Cisgiordania, sul sistematico annientamento di una popolazione, non è più una svista né una distrazione: è una scelta politica.

Lo ha scritto con lucidità Ilan Pappé, storico israeliano e voce coraggiosa in un deserto di conformismo: la complicità occidentale non è nuova, ma oggi è più grave che mai. Perché non ci sono più scuse. Non viviamo nell’epoca della censura totale o dell’informazione scarsa. Viviamo nel tempo dell’accesso istantaneo, delle immagini satellitari, dei corpi smembrati sotto le macerie condivisi in tempo reale. Sappiamo tutto, vediamo tutto. E scegliamo di voltare la testa.

L’Occidente che ha paura di se stesso

Per comprendere la natura di questo silenzio dobbiamo scavare sotto la superficie. Non si tratta solo di propaganda sionista o di pressione lobbistica, sebbene entrambe abbiano un ruolo strutturale. Il problema è più profondo, culturale e persino psichico: l’Occidente non riesce a guardare Gaza perché Gaza è lo specchio delle sue ipocrisie più intollerabili.

Il panico morale – concetto ripreso da Pappé – è la paura di confrontarsi con la verità quando questa mette in discussione l’identità costruita su un mito: quello dell’Occidente come paladino dei diritti umani, della democrazia, della civiltà. Ma se riconosci che Israele sta compiendo un genocidio, devi riconoscere anche che tu – come Stato, come partito, come giornalista, come cittadino – ne sei complice. Devi fare i conti con i miliardi in armi, con le coperture diplomatiche, con il lessico disumanizzante che riduce un popolo a “terroristi”, “scudi umani” o semplicemente “danni collaterali”.

Questo è il terrore che paralizza le classi dirigenti occidentali. Non la paura dell’antisemitismo – comoda foglia di fico agitata da chi non tollera critiche a Israele – ma il timore di dover riscrivere la narrazione fondativa dell’Occidente contemporaneo. E così, da New York a Berlino, da Parigi a Bruxelles, le parole si fanno ambigue, le condanne a senso unico, e il diritto internazionale diventa un’arma a geometria variabile.

Il Partito Democratico e l’arroganza imperiale

Negli Stati Uniti, la situazione è ancor più esplicita. Il Partito Democratico, che si riempie la bocca di giustizia sociale e diritti civili, ha abbandonato Gaza sotto le bombe. La sua amministrazione ha armato Israele, coperto le sue atrocità, boicottato le risoluzioni ONU e represso duramente le proteste studentesche filo-palestinesi. Non stupisce che molti giovani progressisti, arabo-americani e attivisti abbiano voltato le spalle a Biden: non si perdona la complicità con il genocidio. E forse proprio questa cecità morale, più del carisma fanatico di Trump, è stata la vera condanna dei democratici alle urne.

Giornalismo inginocchiato e intellettuali anestetizzati

Se c’è un luogo dove il panico morale si manifesta in tutta la sua bassezza, è nel giornalismo mainstream. Quando Ramzy Baroud ha perso 56 membri della sua famiglia a Gaza, nessun grande quotidiano occidentale ha pensato di intervistarlo. Nessuna prima pagina, nessun editoriale. Al contrario, una fake news su presunti legami del suo giornale con Hamas ha fatto il giro del mondo. Questo squilibrio di empatia, questa gerarchia dell’umano, non è solo una distorsione informativa: è una forma di disumanizzazione strutturata.

L’intellettuale che scrive di libertà ma tace su Rafah è un ipocrita. Il professore che analizza Foucault ma evita di parlare di apartheid in Cisgiordania è un codardo. Il direttore che pubblica editoriali contro la Russia ma ignora l’uso del fosforo bianco su ospedali palestinesi è un complice.

La repressione come sintomo

E poi c’è la repressione. Il caso Ali Abunimah, arrestato in Svizzera per la sua attività giornalistica. Gli studenti universitari sospesi, minacciati, aggrediti per aver osato sostenere la Palestina. La giornalista Mary Kostakidis processata in Australia per aver detto la verità. Tutto ciò non è altro che il riflesso di un sistema che, nel panico, risponde con l’uso della forza. Non potendo più negare, cerca di zittire.

Ma ogni manganello, ogni censura, ogni licenziamento alimenta la contro-narrazione. Ogni corpo umiliato nei campus americani, ogni bocca tappata nei telegiornali europei, rende più forte quella comunità globale che rifiuta di cedere al panico morale.

Il coraggio della verità

Non tutti si sono piegati. In ogni angolo del mondo, c’è una nuova resistenza morale che cresce. Non sempre parla dai salotti televisivi o dalle aule universitarie, ma urla nelle piazze, nei collettivi, nei podcast indipendenti, nei post censurati sui social. È composta da donne e uomini che hanno scelto la verità, nonostante il prezzo da pagare.

Questa è oggi la sfida: rompere il panico, spezzare il ricatto del silenzio, mettere il nome giusto alle cose. Quello che accade a Gaza è genocidio. Quello che Israele compie è una pulizia etnica sistematica. Quello che l’Occidente fa – tacere, armare, coprire – è complicità attiva.

Verso una Palestina libera

La lotta per la libertà del popolo palestinese non può più attendere i tempi lenti della diplomazia o la timidezza delle opinioni pubbliche anestetizzate. Serve una rete globale di coscienze, una nuova internazionalizzazione della lotta anticoloniale. Una lotta che parte dal coraggio di dire ciò che è giusto, anche se impopolare. Anche se scomodo. Anche se ti costa.

Chi tace oggi, domani sarà giudicato. E non ci sarà alibi. Né la paura, né la carriera, né le accuse di antisemitismo costruite ad arte salveranno chi ha scelto di girarsi dall’altra parte.

Perché nel tempo dell’evidenza assoluta, chi tace è complice.

Mario Sommella è attivista, scrittore e coordinatore responsabile delle politiche sociali e disabilità di Azione Civile. Da anni si occupa di giustizia sociale, diritti civili, comunicazione politica e Palestina.

Il veleno dell’odio e la dignità della verità: il caso di Taverna Santa Chiara e la repressione del dissenso filopalestinese

L’episodio accaduto il 3 maggio presso la Taverna Santa Chiara non è un semplice caso di tensione tra cliente e gestori. È, piuttosto, un termometro impietoso di un clima culturale avvelenato, nel quale il diritto alla parola, alla solidarietà e alla coscienza civile rischia di trasformarsi in un crimine. A essere colpita, in questo caso, è stata una realtà ristorativa e sociale che ha avuto l’unico “torto” di prendere pubblicamente posizione contro il genocidio in corso a Gaza, aderendo alla campagna internazionale per gli Spazi Liberi dall’apartheid israeliano. Il risultato? Una campagna d’odio organizzata, minacce di stupro e violenza fisica, diffamazioni pubbliche e intimidazioni che ricordano inquietantemente i metodi delle squadracce. Ma chi sono i veri violenti in questa vicenda?

Dal diritto all’indignazione alla criminalizzazione della solidarietà
Chi ha seguito la vicenda sa che tutto è iniziato quando una turista, dopo aver pranzato tranquillamente nel locale, ha iniziato a manifestare ad alta voce il proprio sostegno al governo israeliano e alle sue azioni contro il popolo palestinese. Una provocazione verbale che si è trasformata, nel momento in cui i gestori hanno ribadito — con lucidità e coscienza civile — la loro opposizione a un crimine contro l’umanità come il genocidio in atto. A quel punto, la turista ha accusato i presenti di antisemitismo, ha ripreso i lavoratori e i clienti senza alcun consenso — incluso un minore — e ha pubblicato i video sulla rete, accompagnandoli con accuse infamanti e bugie, scatenando un linciaggio mediatico.

La reazione, se non fosse tragica, sarebbe grottesca: minacce di spedizioni punitive, intimidazioni telefoniche, messaggi carichi di odio, auspici di stupro. Tutto questo per aver pronunciato una verità ormai conclamata da numerose organizzazioni internazionali, accademici, giuristi, testimoni: quello che Israele sta facendo a Gaza è un genocidio. E chi lo nega o lo giustifica è moralmente e storicamente complice.

Genocidio in diretta, ma censurato

Secondo i dati forniti dal Ministero della Sanità di Gaza, più di 54.000 palestinesi sono stati uccisi in pochi mesi, la metà dei quali bambini. Ogni 15 minuti un bambino muore. Le infrastrutture sanitarie sono state distrutte, l’accesso all’acqua e al cibo è stato deliberatamente ostacolato, centinaia di migliaia di sfollati vivono senza riparo né cure. Tutto questo è stato documentato da agenzie umanitarie, medici sul campo, giornalisti indipendenti. Ma a nulla valgono i numeri se la propaganda riesce a rovesciare la realtà: il popolo che resiste viene accusato di terrorismo, quello che bombarda ospedali viene definito “difensore della democrazia”.

In questo contesto, chi osa anche solo nominare la parola “Palestina” senza associarla alla parola “terrorismo” diventa un bersaglio. Come lo è diventato il personale della Taverna Santa Chiara. La loro unica colpa? Aver detto la verità. E, soprattutto, averlo fatto in un Paese dove la stampa e la politica — salvo rare eccezioni — hanno smesso da tempo di raccontare i fatti, preferendo ripetere acriticamente le veline dell’ambasciata israeliana.

Un clima da caccia alle streghe

La reazione scatenata contro il locale è un segnale preciso: il dissenso va messo a tacere. E se non bastano le campagne denigratorie online, allora si passa all’intimidazione fisica, alle minacce sessuali, alla distruzione morale. Non è solo una questione di solidarietà alla Palestina. È, più in generale, la dimostrazione che nel nostro tempo dire la verità è diventato un atto rivoluzionario, come ammoniva George Orwell. E chi si permette di farlo in un clima ideologico costruito sulla censura, sulla menzogna e sulla criminalizzazione della resistenza, viene trattato da criminale.

Ma c’è di più. Ciò che emerge è un razzismo nuovo e antico allo stesso tempo: un razzismo antipalestinese, che permette di disumanizzare un intero popolo, ridurlo a “terroristi”, e legittimare il loro sterminio. Un razzismo che si nasconde dietro accuse infondate di antisemitismo, svuotando di significato l’autentica lotta contro l’odio verso gli ebrei per trasformarla in uno scudo ideologico a difesa dell’apartheid e del colonialismo.

Una questione di civiltà, non di schieramenti

Chi oggi si schiera dalla parte della Palestina non difende un partito o un movimento. Difende un principio di civiltà: il diritto di un popolo a non essere sterminato, a non essere deportato  dalla propria terra, a non essere considerato una “razza inferiore”. Difende l’idea che nessun crimine possa essere giustificato, neanche quando a commetterlo è uno Stato “alleato” dell’Occidente. Difende la verità contro la menzogna, la dignità contro il cinismo.

Conclusione: restare umani, costi quel che costi

Il caso della Taverna Santa Chiara non deve rimanere un episodio isolato da relegare alle cronache locali. Deve diventare un simbolo di resistenza civile. Perché se oggi si colpisce un piccolo ristorante che ha avuto il coraggio di esprimere un pensiero libero, domani chi sarà il prossimo? I docenti che parlano di Palestina a scuola? I giornalisti indipendenti? I cittadini che manifestano?

In un’epoca in cui il genocidio viene trasmesso in diretta ma rimosso dalla coscienza collettiva, l’indifferenza è complicità. E il silenzio è un crimine.

A chi oggi minaccia e diffama, noi rispondiamo con una sola parola: non vi temiamo. E a chi ancora non ha preso posizione, ricordiamo le parole di Desmond Tutu: “Se sei neutrale in situazioni di ingiustizia, hai scelto la parte dell’oppressore.”

Israele, la menzogna come dottrina: un secolo di propaganda e colonialismo

C’è un libro che nessun grande quotidiano italiano ha recensito. Una raccolta di verità scomode e parole impronunciabili nell’epoca dell’informazione disciplinata: Israël. Les 100 pires citations, scritto da Jean-Pierre Bouche e Michel Collon. Pubblicato nel 2023 grazie al sito investigativo Investig’action — amministrato dallo stesso Collon — il testo squarcia il velo su uno degli apparati propagandistici più sofisticati e longevi del nostro tempo: quello sionista. Non è una lettura per animi tiepidi. È un martello che abbatte i miti fondativi, le menzogne reiterate e i postulati ideologici con cui Israele ha giustificato, per oltre un secolo, l’espulsione e la soppressione sistematica del popolo palestinese.

La funzione di questo libro non è solo quella di mostrare ciò che Israele fa — genocidio compreso — ma di risalire alla fonte: ciò che Israele pensa davvero. Non la facciata mediatica, ma il pensiero politico profondo dei suoi fondatori, ministri, generali e ideologi. Dai testi sionisti del XIX secolo alle dichiarazioni dei leader militari odierni, Collon e Bouche svelano un progetto coloniale strutturato, esplicito e coerente nella sua brutalità. Un progetto che nulla ha da invidiare alle passate imprese dell’imperialismo europeo.

Dal sionismo messianico al colonialismo armato

A chi sostiene ancora che criticare il sionismo equivalga ad antisemitismo, va ricordato che i palestinesi, come gli ebrei, sono semiti. La critica non è rivolta all’identità ebraica, ma a un disegno politico intriso di messianismo, suprematismo etnico e dottrina coloniale. Un progetto che si pone come prolungamento delle pulsioni imperiali dell’Occidente e che ha trovato alleati insospettabili: dal Regno Unito del Mandato alla Germania nazista.

Collon, da anni impegnato nello smascherare le manipolazioni ideologiche delle guerre umanitarie, evidenzia come la propaganda israeliana — così come quella delle potenze NATO — agisca sulle emozioni per anestetizzare la ragione. L’orrore, l’indignazione, il raccapriccio vengono utilizzati come leve per giustificare massacri preventivamente decisi, presentandoli come risposte difensive.

Il potere della parola: da Herzl a Netanyahu

È nel linguaggio che si costruisce l’impalcatura ideologica dell’oppressione. E il libro di Collon e Bouche è una miniera di citazioni che inchiodano Israele al suo stesso pensiero. Cosa pensava davvero Theodor Herzl, padre fondatore del sionismo? Nel 1896, scriveva:

“Dovremo espropriare con dolcezza la proprietà privata nelle terre che ci saranno assegnate […] Inciteremo la popolazione sprovvista di mezzi a varcare il confine […]. L’espropriazione e la cacciata dei poveri dovranno essere fatte con discrezione e circospezione”.

Un progetto coloniale lucido, pianificato, mascherato dietro la retorica del “diritto a una patria”. Ma che diritto può fondarsi sull’espulsione dell’altro?

La benedizione dell’Impero: Churchill, Hitler e il business della deportazione

A rafforzare il disegno sionista fu l’abbraccio del potere imperiale britannico, sintetizzato da Winston Churchill nel 1920:

“Se durante i nostri giorni sulle rive del Giordano venisse creato uno Stato ebraico sotto la protezione della Corona britannica […] sarebbe vantaggioso da ogni punto di vista”.

Persino la Germania nazista, come rivelato in una circolare del 1934, considerava il sionismo compatibile con i suoi obiettivi:

“L’emigrazione degli ebrei tedeschi sarà attivamente promossa d’ora in poi dal governo nazionalsocialista […]. Le autorità ufficiali tedesche collaborano pienamente […] nella promozione dell’emigrazione in Palestina”.

Questa convergenza si materializzò nell’Accordo Haavara, firmato nel 1933, che facilitava l’esodo ebraico in Palestina in cambio di esportazioni tedesche. Un esempio perfetto di come il sionismo, pur proclamandosi difensore degli ebrei, abbia negoziato anche con i loro carnefici per accelerare la colonizzazione della Palestina.

La Dottrina Annibale e la narrazione del 7 ottobre

L’analisi di Collon e Bouche tocca il punto più sensibile della propaganda israeliana: la gestione narrativa del 7 ottobre. I media occidentali hanno offerto una versione univoca dell’attacco: un massacro barbarico compiuto da Hamas contro civili innocenti. Ma la realtà, come sempre, è più complessa.

Non solo Hamas, ma anche altre formazioni della resistenza palestinese hanno preso parte all’offensiva, rivolta principalmente contro obiettivi militari. E, come ammesso dallo stesso generale Yoav Gallant, fu applicata la Dottrina Annibale: sparare anche su civili israeliani per evitare prigionieri nelle mani dei palestinesi. I danni rilevati — auto bruciate, strutture distrutte — non sembrano compatibili con le armi leggere della resistenza. E, come riportato da Haaretz, metà dei morti erano militari o agenti.

I bambini decapitati e le bugie mediatiche

Il caso delle presunte decapitazioni di 40 neonati è l’esempio più eclatante di manipolazione emotiva. Diffusa da media controllati dal miliardario franco-israeliano Patrick Drahi, la notizia — priva di prove, alimentata da testimonianze inaffidabili — è stata ripresa in prima pagina da quasi tutta la stampa italiana. Poi la smentita, sottovoce, da parte dell’esercito israeliano stesso: nessuna prova concreta. Ma il danno era già fatto.

Così si giustifica il genocidio: con il sangue finto dei “bambini nostri” per coprire quello reale dei “bambini loro”. Secondo il Ministero della Salute di Gaza, sono oltre 15.600 i bambini palestinesi uccisi dopo il 7 ottobre. Uno ogni 15 minuti. Una contabilità dell’orrore che trova giustificazione solo nell’ideologia della disumanizzazione.

L’anima orientale da estirpare: suprematismo e sionismo

L’ultima citazione, forse la più rivelatrice, viene da Zeev Jabotinsky, teorico sionista filofascista:

“Andiamo in Palestina […] per spazzare via completamente ogni traccia dell’anima orientale”.

Non è solo colonialismo: è razzismo culturale. È la negazione della possibilità che l’ebreo possa essere orientale, arabo, palestinese, simile al luogo in cui vive. È il rigetto dell’integrazione, dell’ibridazione, della convivenza.

Conclusione: la realtà dietro la maschera

Quello che emerge da queste “100 peggiori citazioni” è l’essenza stessa dello Stato israeliano: un progetto coloniale fondato sulla pulizia etnica, la menzogna sistemica, la propaganda emozionale. Un progetto sostenuto dalle potenze occidentali, che hanno trovato in Israele il perfetto bastione del proprio dominio geopolitico in Medio Oriente.

In un mondo dove la menzogna è diventata politica di Stato e la verità è relegata ai margini del dibattito pubblico, il lavoro di Collon e Bouche non è solo necessario: è urgente. Perché non può esserci pace senza verità, né giustizia senza memoria.

Droni sul mare della vergogna: Israele attacca la Freedom Flotilla in acque internazionali. Un altro crimine sotto gli occhi chiusi dell’Europa

Il cielo sopra il Mediterraneo ha rivelato, ancora una volta, il volto crudo dell’impunità internazionale. Nella notte tra il 1° e il 2 maggio 2025, una nave umanitaria della Freedom Flotilla Coalition, impegnata nel portare aiuti a Gaza, è stata colpita due volte da un drone mentre navigava in acque internazionali, a 14 miglia dalle coste maltesi. A bordo della “Conscience”, partita dalla Tunisia, si trovavano 12 membri dell’equipaggio e 4 volontari. Nessuna vittima, ma il messaggio è stato chiaro come una sentenza: chi prova a infrangere il blocco di Tel Aviv, anche solo per soccorrere i civili assediati, è nel mirino.

Il raid, che ha provocato un incendio ed  uno squarcio nello scafo e distrutto un generatore, è stato seguito dal soccorso della marina di Malta. L’equipaggio ha rifiutato l’evacuazione e ha scelto di rimanere a bordo, riaffermando la determinazione di portare il proprio messaggio a Gaza: rompere l’assedio, denunciare l’ingiustizia, affermare la legalità internazionale.

Israele non ha rivendicato l’attacco, ma nemmeno lo ha smentito. I media israeliani parlano di “mano probabile” di Tel Aviv, e un aereo C-130 militare è stato tracciato in missione tra Israele e Malta. Intanto, come da copione, una fonte occidentale anonima ha rilanciato la classica narrazione: “La Flotilla è organizzata da Hamas”. L’accusa, infondata e sistematicamente ripetuta per ogni forma di solidarietà umana verso i palestinesi, è servita su un vassoio mediatico per legittimare l’illegalità.

Ciò che è avvenuto non è solo un attacco armato. È un atto di pirateria di Stato. È la violazione del diritto internazionale del mare, dell’inviolabilità delle acque neutrali, del principio fondamentale dell’assistenza umanitaria. È l’ennesimo capitolo del suprematismo teologico che guida il governo israeliano, il quale – al riparo da ogni sanzione – agisce come potenza sovrana al di sopra di ogni legge. Non si tratta più di autodifesa. Si tratta di dominio, intimidazione, punizione preventiva verso chi osa sfidare il regime di apartheid istituzionalizzato.

E l’Europa? Ancora una volta in silenzio. Un silenzio complice, vigliacco, colpevole. Mentre la Freedom Flotilla bruciava, mentre Gaza continua a seppellire i suoi figli sotto le macerie, Bruxelles preferisce abbassare lo sguardo, rifugiandosi in una neutralità ipocrita che odora di vigliaccheria diplomatica e interessi economici. Le istituzioni europee non hanno solo mancato di condannare l’attacco: non hanno nemmeno convocato gli ambasciatori israeliani, non hanno avviato alcuna indagine, non hanno emesso sanzioni. La legalità internazionale, così tanto sbandierata in altri scenari geopolitici, qui scompare come nebbia al sole.

Greta Thunberg, che avrebbe dovuto essere a bordo della nave, ha definito il bombardamento un “crimine di guerra”. Le sue parole pesano come macigni in un deserto di voci. E ci riportano a un’altra tragica notte: quella del 31 maggio 2010, quando la marina israeliana attaccò la “Mavi Marmara”, uccidendo nove attivisti turchi. Da allora, nulla è cambiato. Solo il silenzio è diventato più denso.

Siamo al massimo grado dell’illegalità normalizzata. Israele bombarda navi umanitarie senza alcuna conseguenza. L’Europa assiste, ammutolita. Gli Stati Uniti coprono, come sempre. E i palestinesi continuano a morire in quel lager, a cielo aperto che è Gaza. Non è più tempo di ambiguità: chiamare apartheid l’apartheid, crimine di guerra il crimine di guerra, complicità la complicità.

Se la civiltà del diritto non riesce a tutelare neppure una nave umanitaria in acque internazionali, allora siamo già oltre la soglia del disonore. Siamo nel tempo della barbarie legalizzata. E il silenzio degli Stati europei sarà ricordato, un giorno, come la più vergognosa delle complicità.

“Lo sterminio in diretta: il volto genocida di Israele e il silenzio complice dell’Occidente”

In Palestina non si sta combattendo una guerra. In Palestina si sta compiendo, con sistematica brutalità, un genocidio trasmesso in mondovisione, supportato dalla retorica suprematista e teologica del governo israeliano e sostenuto da una rete internazionale di complicità politiche, mediatiche, economiche e militari. È un progetto di sterminio che trova la sua radice nel fanatismo identitario ebraico sionista, ormai mutato in un nazismo bianco con caratteristiche teocratiche, e che viene incoraggiato, legittimato, tollerato. Non da qualche gruppo marginale, ma dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e anche dall’Italia.

Lo ha detto senza vergogna il parlamentare del Likud, Moshe Saada: “Farò morire di fame gli abitanti di Gaza, è un nostro dovere”. Lo ha ribadito il cantante Kobi Peretz: “Non provo pietà per nessun civile a Gaza, è un comandamento sterminarli”. Ecco il cuore del nuovo ordine sionista: non più solo l’occupazione, non più la discriminazione, non più l’apartheid, ma l’annientamento etnico e culturale del popolo palestinese.

Queste parole non vengono dette nelle segrete stanze. Vengono proclamate sulle televisioni nazionali, stampate sulle prime pagine dei quotidiani, acclamate nei talk show, condivise nei canali ufficiali dell’esercito israeliano. Non sono frasi isolate. Sono la punta visibile di un iceberg fatto di leggi razziali, bombardamenti su ospedali e scuole, embargo umanitario, utilizzo di armi al fosforo bianco, deportazioni e fame. E tutto questo non suscita sanzioni. Non provoca embargo. Non determina neanche una vera indignazione nei palazzi del potere europeo.

L’Italia, in particolare, ha smarrito ogni dignità. Un governo che si proclama “patriota” tace di fronte a un genocidio documentato, mentre continua a vendere armi a Tel Aviv e ospita esercitazioni congiunte. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, da sempre “amico” di Israele, non ha speso una parola di condanna reale. E mentre la strage continua, i media mainstream italiani parlano ancora di “diritto alla difesa di Israele”, come se fosse lecito cancellare dai registri anagrafici un intero popolo, compresi neonati, anziani e disabili.

La verità è che ci troviamo davanti a una normalizzazione del crimine assoluto. Le parole “genocidio”, “pulizia etnica”, “suprematismo” sono ormai tecnicamente appropriate, ma vengono evitate da giornalisti e politici per non “urtare” gli alleati statunitensi o per non “offendere” la lobby sionista. E allora si resta complici. E si diventa parte attiva dell’orrore.

Ma cosa sarebbe successo se un parlamentare europeo avesse pronunciato le stesse frasi di Moshe Saada, ma rivolte contro un popolo occidentale? Cosa accadrebbe se un cantante francese affermasse che “nessun italiano merita pietà” e che “è un comandamento sterminarli”? Sarebbe immediatamente bandito, denunciato per istigazione all’odio razziale, messo al bando da ogni emittente. In Israele, invece, questa barbarie fa aumentare gli ascolti e vendere copie.

E allora bisogna avere il coraggio di dire quello che molti pensano ma non osano pronunciare: Israele oggi è uno Stato nazista nel cuore del XXI secolo, sostenuto da una rete di potenze ipocrite che predicano i diritti umani e praticano il massacro. Gli Stati Uniti sono i primi responsabili: finanziano con miliardi di dollari ogni missile, ogni bomba, ogni raid. La NATO è silente, l’Europa è prostrata, e l’Italia si distingue per codardia e servilismo.

Intanto, a Gaza, ogni giorno vengono uccisi bambini e civili, con un’efficienza industriale del terrore che ricorda i metodi dei lager. Gideon Levy, voce coraggiosa e lucida, lo ha denunciato con fermezza: “L’istigazione al genocidio è ormai parte del linguaggio quotidiano”. E ha ragione. Il problema non è più solo la violenza. Il problema è la banalità dell’annientamento, la sua diffusione virale, la sua trasformazione in linguaggio di massa.

Questa è l’era del genocidio normalizzato, dove l’uccisione di civili è legittimata dalla Bibbia, lo sterminio è mandato in diretta sui social, e l’opinione pubblica occidentale, stanca o disorientata, sceglie l’indifferenza. Ma l’indifferenza, in tempi come questi, è complicità piena. È collaborazionismo. È un nuovo silenzio di Ponzio Pilato.

Noi non ci stiamo. Non ci volteremo dall’altra parte. E continueremo a gridare, a denunciare, a rompere il velo di ipocrisia che avvolge i palazzi della politica e le redazioni dei giornali. Perché la storia giudicherà, come ha già giudicato, e chi oggi tace o giustifica, domani dovrà rispondere. Davanti al mondo. E davanti alla propria coscienza.

Un genocidio è in corso. Non serve più chiederlo: serve fermarlo. Ora.