Gaza: l’Europa complice del massacro

Mentre l’Europa gioca alla guerra in Ucraina e si inchina agli interessi delle lobby, in Palestina si consuma un genocidio in diretta. Il silenzio complice delle democrazie occidentali grida più forte delle bombe.

Il massacro di Gaza svela il vero volto dell’Unione Europea: suddita degli interessi economici e militari, cieca davanti ai crimini contro l’umanità. È tempo di costruire un Fronte Ampio per la pace e la giustizia sociale.

Mentre i riflettori della stampa occidentale sono puntati, con ossessiva monotonia, sui teatrini strategici di Bruxelles e Parigi, l’odore acre della polvere da sparo e della carne bruciata torna a salire dal Mediterraneo. Ci distraggono con un’Europa che non esiste più, agitano lo spauracchio di un esercito comune, della deterrenza nucleare, delle truppe europee in Ucraina, scenari da fantapolitica funzionali soltanto a nascondere la verità: l’Unione Europea non ha alcun progetto di pace, ma si è trasformata nell’ancella dell’economia di guerra.

La guerra in Ucraina è diventata un teatro infinito, senza obiettivi strategici, una macchina insaziabile di profitti per i mercanti d’armi e le élite transnazionali. Un conflitto che divora risorse pubbliche mentre i salari stagnano, l’agricoltura muore, le piccole imprese chiudono, il welfare viene smantellato e i popoli vengono trattati come sudditi di un ordine economico violento e predatorio. È la guerra del capitale contro il lavoro, della finanza contro la società, dell’1% contro il restante 99% che subisce, vota chi lo tradisce o, più spesso, rinuncia a votare.

Ma mentre l’Europa recita la farsa della libertà, in Medio Oriente si consuma, senza sipari e senza retorica, la tragedia più cruda del nostro tempo. Israele ha violato l’ennesimo cessate il fuoco, bombardando Gaza e lasciando sul terreno altri 750 cadaveri di civili inermi. Le cancellerie europee si sono affrettate a recitare la solita litania ipocrita: «Condanniamo, ma Israele ha diritto di difendersi». Un diritto alla difesa che nella realtà si è tradotto, dal 1967 a oggi, nell’occupazione militare illegale, nell’assedio criminale di Gaza, nell’apartheid in Cisgiordania, nei bombardamenti su Siria e Libano, nella costante minaccia contro l’Iran, nel disprezzo sistematico del diritto internazionale e delle risoluzioni ONU.

A confermare la natura criminale e terroristica di questa guerra d’assedio è giunta, nei giorni scorsi, una notizia che dovrebbe scuotere ogni coscienza: la Mezzaluna Rossa Palestinese ha annunciato di aver recuperato i corpi di 14 soccorritori dispersi da una settimana a Rafah. Uomini e donne che portavano soccorso tra le macerie, sterminati deliberatamente dall’esercito israeliano che ha ammesso di aver aperto il fuoco contro le ambulanze, dichiarandole “veicoli sospetti”. Tra i corpi recuperati, anche quello di Anwar Abdel Hamid al-Attar, capo della missione di soccorso, crivellato e smembrato. Un crimine infame, un massacro pianificato e deliberato di personale sanitario protetto dal diritto umanitario internazionale, in violazione flagrante delle Convenzioni di Ginevra.

Eppure, nessuno tra quei politici che invocano sanzioni contro la Russia ha mai proposto un embargo verso Tel Aviv. Nessuno ha mai chiesto, con la stessa veemenza, il riconoscimento dello Stato di Palestina. Nessuno ha imposto sanzioni economiche, diplomatiche o militari contro uno Stato che pratica quotidianamente l’occupazione e la pulizia etnica. La stessa Italia, per bocca della Presidente del Consiglio, si è spinta a dichiarare che ignorerebbe un eventuale mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale contro Netanyahu. È la resa definitiva al diritto del più forte, alla legge del mercato delle armi e delle alleanze.

Israele si proclama “Stato ebraico” ma chiama in causa, per giustificare i suoi crimini, un intero popolo che nulla ha a che fare con i bombardamenti di Rafah o con le distruzioni a Khan Yunis. Non è l’ebraismo ad assediare Gaza, ma un regime coloniale e suprematista che usa l’olocausto come alibi per perpetrare un nuovo genocidio. Le università americane che osano gridare questa verità vengono represse. Le voci ebraiche che osano ribellarsi vengono silenziate. L’Europa si rifugia nella propria codardia storica, trasformando il senso di colpa per l’Olocausto nella giustificazione di nuovi massacri.

Il massacro di Gaza è un genocidio in diretta, sotto gli occhi di un’Europa che ha tradito ogni principio di umanità e giustizia, piegata agli interessi delle lobby e dei loro intellettuali organici, pronti a esaltare i valori democratici mentre calpestano ogni giorno la vita di un popolo cancellato.

È urgente, oggi più che mai, costruire un Fronte Ampio, popolare e transnazionale, che unisca le forze della pace, della giustizia sociale, dell’antifascismo e dei diritti contro questo neoliberismo genocida che devasta terre, popoli e futuro. Solo uniti potremo fermare questa macchina di morte che, dall’Ucraina a Gaza, ci trascina verso il baratro.

La maschera è caduta: tra piazze per la guerra e incontri con la lobby ultra-nazionalista israeliana, il centrosinistra smarrito di Pina Picierno

C’è un filo rosso che unisce la deriva bellicista di una parte del centrosinistra europeo alla progressiva perdita di credibilità delle sue figure di vertice. Un filo che passa per la criminalizzazione sistematica di chi chiede la fine della guerra in Ucraina, per l’assenza di una parola forte contro il genocidio in Palestina e per rapporti ambigui con soggetti che promuovono politiche di oppressione e apartheid. L’ultimo tassello di questo inquietante mosaico riguarda l’eurodeputata Pina Picierno.

Su un post su Facebook, la vicepresidente del Parlamento europeo ha attaccato duramente la manifestazione per la pace convocata dal Movimento 5 Stelle il prossimo 5 aprile, accusandola di essere «una piazza per dividere», sostenendo che tra i promotori vi sarebbero comitati No NATO e presunti proxy della propaganda russa. Una narrazione tossica, che finisce per delegittimare chiunque osi chiedere il cessate il fuoco e la fine della carneficina, etichettandolo come un nemico della democrazia.

Ma proprio mentre la Picierno accusava chi manifesta per la pace di essere al soldo di potenze straniere, emergeva un’inchiesta ben più preoccupante sul suo operato. Secondo un’indagine del portale olandese Follow The Money, l’eurodeputata del PD avrebbe incontrato a Bruxelles, insieme ad altri politici europei, rappresentanti dell’Israel Defense and Security Forum (Idsf), un think tank ultranazionalista composto da decine di migliaia di ex militari israeliani, noto per sostenere l’espansione illegale delle colonie, la deportazione dei palestinesi da Gaza e le posizioni più radicali del governo Netanyahu.

L’incontro, a quanto risulta, non sarebbe stato comunicato pubblicamente in un primo momento, in violazione delle regole di trasparenza del Parlamento europeo. La Picierno si è difesa sostenendo che quell’incontro sarebbe avvenuto una sola volta, in relazione al suo incarico sulla lotta all’antisemitismo, e che l’appuntamento risulta regolarmente registrato. Tuttavia, al di là della procedura, resta il dato politico: come può una vicepresidente del Parlamento europeo, che si dichiara progressista, concedere spazio e ascolto a una lobby che difende apertamente la colonizzazione, la repressione e l’apartheid?

E qui si manifesta l’ipocrisia di una parte del centrosinistra europeo e italiano: si criminalizza chi chiede la pace, si divide il fronte progressista con accuse infondate, ma allo stesso tempo si aprono le porte delle istituzioni a chi sostiene politiche di pulizia etnica e occupazione militare.

L’onorevole Picierno dichiara che «il Parlamento ha regole stringenti» e che «la libertà del mandato parlamentare è un valore da preservare». Ma questa libertà non può trasformarsi in connivenza con chi pratica ogni giorno la negazione dei diritti umani e del diritto internazionale. La trasparenza formale non cancella la gravità politica e morale di certi incontri.

Questa vicenda, sommata alla sua violenta presa di posizione contro chi manifesta per il cessate il fuoco in Ucraina e in Palestina, conferma che una parte del centrosinistra ha smarrito ogni radice ideale. Si è trasformata in un apparato di potere che parla la lingua dei falchi, che criminalizza ogni voce di dissenso e che chiude le porte a un fronte largo di pace, per aprirle invece alle lobby della guerra.

È ora di dire basta a questa politica delle maschere. Basta con chi usa le strutture democratiche per proteggere gli interessi dei potenti e silenziare chi chiede giustizia e pace. Non servono più dichiarazioni di principio, serve coerenza. La sinistra o sta con i popoli che subiscono le bombe, o sta con chi le sgancia.

Noi sappiamo da che parte stare. Non ci lasceremo intimidire da chi cerca di trasformare la richiesta di pace in un crimine e la complicità con i criminali di guerra in una strategia politica.

LA VERGOGNA DELL’UMANITÀ CHE STERMINA SE STESSA

Mentre scrivo, sono al caldo della mia casa. Ho una tazza di caffè accanto, una connessione stabile, una tastiera sotto le dita. E intorno a me, tutto è tranquillo. Nessuna sirena d’allarme, nessuna esplosione in lontananza. Nessun bambino che muore soffocato sotto le macerie di un ospedale colpito da un missile.

Eppure, proprio mentre io scrivo e tu leggi, in un altro angolo del mondo, a Gaza, qualcuno sta morendo. Un bambino di sette anni ansima sul pavimento, con il viso sporco di sangue, con lo sguardo vuoto di chi ha capito troppo presto che la vita può essere solo una manciata di attimi prima dell’orrore.

Mentre noi, dietro le nostre tastiere, ci indigniamo, gridiamo “genocidio” e “vergogna”, il massacro continua. Continua perché nessuno ha il coraggio, la forza o la volontà di fermarlo. E allora dobbiamo dircelo, con brutalità e senza ipocrisie: la vergogna è di tutti. Non solo di chi preme il grilletto, di chi sgancia la bomba, di chi impartisce l’ordine. È la nostra vergogna, perché facciamo parte di un genere umano capace di sterminare se stesso.

IL MASSACRO PREVISTO E ANNUNCIATO

Non ci voleva un profeta per prevedere che Israele avrebbe fatto saltare il tavolo della tregua. Era chiaro sin dall’inizio che la prima fase della pausa nei combattimenti serviva solo a riportare a casa il maggior numero possibile di ostaggi israeliani. La seconda fase, quella che avrebbe previsto il ritiro dell’esercito da Gaza, non sarebbe mai stata implementata.

E così, con una scusa qualunque, i bombardamenti sono ripresi. Ancora più feroci, ancora più spietati. Perché adesso, l’obiettivo non è solo colpire il nemico. L’obiettivo è la popolazione. Gli innocenti. Gli inermi.

Al-Nahhas, medico volontario dell’ospedale Al-Ahli, racconta il mattatoio in cui lavora:

“Neonati, bambini sparsi sul pavimento, sanguinanti dalla testa, sanguinanti dall’addome, feriti alle estremità. Mi stavo prendendo cura di un bambino di 7 anni che stava ansimando e mi supplicava di provare a salvarlo, perché tutta la sua famiglia era stata uccisa. La maggior parte dei casi che abbiamo visto stasera sono bambini.”

E mentre lui parla, davanti a sé ha 50 corpi avvolti in coperte. Non c’è più un obitorio. Non ci sono più letti per curare i feriti. Non ci sono più farmaci, strumenti, anestetici. C’è solo morte.

E noi, cosa facciamo?

LA NOSTRA COLPA, LA NOSTRA VERGOGNA

La vergogna non è solo dei piloti che bombardano i campi profughi, dei politici che giustificano, dei giornalisti che minimizzano, dei governi che continuano a inviare armi. La vergogna è anche nostra. Di noi, che ci indigniamo a intermittenza, che ci limitiamo a scrivere post, che ci commuoviamo un attimo prima di passare alla prossima notizia, alla prossima distrazione.

Io mi vergogno. Mi vergogno di appartenere a questa umanità capace di sterminare altri esseri umani innocenti. Mi vergogno di un mondo dove un missile costa più della vita di un bambino, dove la morte è un dato statistico, una notizia di passaggio. Mi vergogno di un’umanità che permette questo orrore, che lo giustifica, che lo banalizza, che lo dimentica.

E allora, prima di scrivere l’ennesimo post di indignazione, prima di versare l’ennesima lacrima da spettatori passivi, chiediamoci: cosa stiamo facendo per fermarlo? Se la risposta è nulla, allora sì, siamo tutti complici.

“Il massacro di Gaza e il declino di Israele: una vittoria di Pirro che sta cambiando il mondo”

Israele ha devastato Gaza in un’operazione militare di una brutalità senza precedenti nella storia recente. Con oltre 45.000 morti palestinesi, più di 100.000 feriti, la distruzione sistematica di case, ospedali, scuole e infrastrutture, Tel Aviv ha tentato di annientare Hamas e di cancellare la resistenza palestinese. Tuttavia, nonostante l’enorme prezzo in vite umane e le risorse impiegate, Israele sta perdendo la guerra.

Il fallimento militare: Hamas è ancora in piedi

L’obiettivo dichiarato di Israele era l’eliminazione di Hamas. Dopo più di un anno e mezzo di bombardamenti incessanti, incursioni terrestri e operazioni mirate, Hamas non solo non è stato sconfitto, ma è ancora in grado di combattere. Il movimento islamista continua a operare nelle sue vaste reti di tunnel, mantenendo una struttura militare organizzata. La consegna degli ostaggi israeliani, effettuata da uomini armati in tuta mimetica con il volto coperto, ha dimostrato al mondo che Hamas non è stato smantellato, ma è ancora in grado di dettare le condizioni di uno scambio.

Il bacino di reclutamento del movimento non è mai stato così ampio: ogni bombardamento che uccide una famiglia palestinese alimenta la determinazione delle nuove generazioni a combattere Israele. Il massacro di Gaza non ha portato alla distruzione di Hamas, ma ha rafforzato la sua narrativa di resistenza, attirando sostegno non solo nei territori occupati, ma in tutto il mondo arabo e oltre.

Il disastro politico: Israele ha perso la battaglia dell’opinione pubblica

Se sul piano militare il risultato è incerto, su quello politico il bilancio per Israele è disastroso. Per decenni, Tel Aviv ha costruito la sua immagine di “unica democrazia del Medio Oriente”, giustificando la sua politica con il diritto alla sicurezza. Tuttavia, il massacro di Gaza ha smascherato il vero volto del progetto sionista: un disegno coloniale, fondato sulla pulizia etnica e sullo sterminio sistematico del popolo palestinese.

Le immagini dei bombardamenti su scuole e ospedali, delle fosse comuni, dei bambini estratti morti dalle macerie hanno cambiato la percezione globale. Oggi Israele è più isolato che mai: cresce il boicottaggio internazionale, aumentano le condanne da parte di organismi come l’ONU e la Corte Internazionale di Giustizia. Il sostegno incondizionato degli Stati Uniti e di alcune potenze europee non è più sufficiente a mascherare la realtà.

Donald Trump e il ruolo della nuova amministrazione americana

La sconfitta politica di Israele si inserisce in un contesto geopolitico in rapido mutamento. Il ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ha riportato in primo piano un’agenda aggressiva nei confronti del Medio Oriente, con un sostegno ancora più esplicito a Netanyahu e al suo governo di estrema destra.

Durante la sua prima presidenza, Trump ha dimostrato un totale allineamento con la destra israeliana: il riconoscimento di Gerusalemme come capitale, il sostegno agli insediamenti illegali in Cisgiordania e la normalizzazione con alcuni Paesi arabi hanno rafforzato il progetto del “Grande Israele”. Tuttavia, la sua strategia ha anche portato all’escalation attuale, distruggendo ogni possibilità di una soluzione politica e spingendo i palestinesi all’angolo.

Oggi, con un Congresso repubblicano ostile a ogni forma di mediazione e un’amministrazione che considera la Palestina un “problema secondario”, l’agenda di Trump potrebbe trasformare la guerra in un conflitto ancora più devastante. Il nuovo presidente ha già annunciato un rafforzamento degli aiuti militari a Israele e una maggiore pressione su Iran, Siria e Hezbollah, alimentando il rischio di un’escalation regionale.

Tuttavia, il sostegno cieco a Israele potrebbe rivelarsi un boomerang per Washington. Il massacro di Gaza ha alienato gran parte dell’opinione pubblica globale, compresa quella americana: all’interno degli Stati Uniti cresce il dissenso, con manifestazioni pro-palestinesi che coinvolgono sempre più giovani e minoranze etniche. L’America di Trump rischia di trovarsi isolata su un tema che sta ridisegnando gli equilibri geopolitici mondiali.

Verso una nuova resistenza internazionale

La tragedia palestinese ha messo in moto una reazione globale senza precedenti. Centinaia di ONG, associazioni e movimenti stanno lavorando per sostenere Gaza, raccogliendo aiuti e informando l’opinione pubblica sulle atrocità commesse da Israele. Ma questo non basta.

È necessario costruire una rete più strutturata, un’Alleanza Internazionale per la Resistenza Palestinese che unifichi gli sforzi e coordini le azioni a livello globale. Serve pressione politica sui governi affinché contribuiscano alla ricostruzione di Gaza con risorse concrete. Occorre organizzare campagne di boicottaggio economico più efficaci, rafforzare la lotta contro la disinformazione mediatica e riportare la mobilitazione nelle piazze, nelle scuole, nelle università.

Israele ha distrutto Gaza, ma non ha vinto. Il popolo palestinese continua a resistere, e con esso cresce una nuova consapevolezza globale: il tempo delle narrazioni imposte sta finendo. La storia, come sempre, sarà scritta dai popoli e non dagli oppressori.

Trump e la Pulizia Etnica di Gaza: Il Primatismo Geopolitico di un Presidente Primitivo

L’incontro tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu ha segnato un nuovo capitolo nella follia geopolitica dell’ex presidente americano. Durante la conferenza stampa congiunta, Trump ha esplicitamente evocato l’espulsione dei palestinesi da Gaza, rendendo pubblica una prospettiva di pulizia etnica mai dichiarata in modo così aperto da un leader degli Stati Uniti.
Questo non è solo un atto di brutalità imperiale, ma il segnale di una politica guidata dall’istinto più primitivo, priva di qualsiasi analisi strategica o rispetto per la diplomazia internazionale.

La Scimmia davanti alla Scacchiera

Come ha detto Nikolaj Lilin, Trump è un “primitivo nelle questioni geopolitiche”, e il suo comportamento ricorda quello di una scimmia di fronte a una scacchiera contro un campione di scacchi. Il mondo si muove su logiche complesse, in cui la diplomazia, gli equilibri di potere e la storia giocano un ruolo essenziale. Ma Trump ignora tutto questo, riducendo le relazioni internazionali a una serie di scelte istintive, dettate dalla pancia e dagli umori del suo elettorato.

La sua idea di espellere i palestinesi da Gaza e affidare la ricostruzione agli Stati Uniti, con soldati americani a “sorvegliare” il processo, è l’emblema della sua visione troglodita della politica estera. È come se credesse che il mondo funzionasse con la stessa logica di un reality show, in cui basta dettare una narrazione per farla diventare realtà. Ma la politica internazionale non è un set televisivo e i popoli non si spostano come pedine su una mappa.

Una Bomba sulla Tregua e sulla Stabilità del Medio Oriente

Le dichiarazioni di Trump arrivano in un momento delicato, mentre la fragile tregua di Gaza era entrata nella sua fase decisiva. Hamas aveva accettato di negoziare il ritiro israeliano dalla Striscia, con l’obiettivo implicito di mantenere il territorio sotto il controllo palestinese. L’intervento di Trump, invece, ha distrutto questa prospettiva, negando ogni possibilità di una permanenza palestinese a Gaza.

Questa mossa ha effetti devastanti immediati: Hamas potrebbe decidere di abbandonare i negoziati e riprendere la guerra, aggravando ulteriormente la crisi. Per ora la milizia islamica si è limitata a chiedere a Trump di ritrattare e agli Stati arabi di intervenire, ma la situazione potrebbe precipitare. Inoltre, la follia di Trump non tiene conto di un aspetto fondamentale: i palestinesi non se ne andranno con le buone. Non esistono ferrovie a Gaza, ma se ce ne fossero, assisteremmo a vagoni blindati carichi di deportati. E i pochi Paesi citati da Trump, come l’Egitto e la Giordania, hanno già rifiutato l’idea di accogliere gli sfollati.

L’Eredità di un Imperialismo Spietato

Trump non si limita a essere rozzo e ignorante: il suo primitivismo ha conseguenze concrete. La deportazione forzata di un milione e ottocentomila palestinesi alimenterebbe un nuovo irredentismo e una resistenza ancora più feroce di quella attuale. Se oggi Hamas combatte con la speranza di un futuro Stato palestinese, la diaspora forzata trasformerebbe il conflitto in una guerra senza fine. I soldati americani mandati a Gaza diverrebbero bersagli di attentati, e la regione si infiammerebbe ancora di più.

L’intera strategia di Trump è fondata sulla violenza e sulla repressione, ma non considera le conseguenze a lungo termine. Un leader razionale saprebbe che il Medio Oriente non è una scacchiera dove si può semplicemente rimuovere un pezzo e dichiarare vittoria. Ma Trump non è un giocatore di scacchi: è un istintivo, un improvvisatore che cambia posizione in base alle convenienze immediate.

Una Politica da Showman, Non da Statista

Trump ha sempre giocato la carta dell’estremismo per compiacere la destra sionista e assicurarsi il loro appoggio. Tuttavia, questa strategia rischia di destabilizzare il suo stesso progetto politico. Il suo obiettivo dichiarato era trasformare la competizione militare globale in una competizione commerciale, riducendo il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nelle guerre. Ma con questa uscita su Gaza, sta facendo esattamente il contrario: sta preparando il terreno per un’escalation globale.

Perfino nei media israeliani, tradizionalmente allineati con la destra, emergono dubbi sulla fattibilità del piano di Trump. Alcuni lo considerano un bluff, altri lo vedono come una provocazione senza sbocchi concreti. Ma ciò che è certo è che questa dichiarazione ha reso il mondo un posto più instabile e pericoloso.

Un Popolo che Merita il Suo Leader

Alla fine, Trump ragiona come il popolo che lo sostiene: con istinto, visceralità, senza rispetto per gli interlocutori. La sua retorica è semplice, rozza e violenta perché si rivolge a un elettorato che non cerca soluzioni complesse, ma slogan facili da digerire. E così, mentre il mondo cerca disperatamente una via d’uscita dalla crisi, Trump gioca con il destino di milioni di persone come se fosse un bambino che tira pugni a casaccio contro il tabellone di un gioco che non sa come vincere.

Il problema non è solo Trump, ma il sistema che lo ha reso possibile. Un sistema in cui la politica estera è ridotta a uno spettacolo mediatico e in cui un uomo che si comporta come un troglodita può avere il potere di decidere il destino di interi popoli.

Il genocidio del popolo palestinese è la complicità dell’Occidente: la nostra vergogna storica 

di Mario sommella
Gaza è una distesa di macerie. Cinquanta milioni di tonnellate di distruzione, corpi in decomposizione sepolti sotto il cemento, acqua contaminata, malattie e fame. Questo è il risultato di un assedio disumano che si protrae senza sosta, mentre il mondo osserva in silenzio, quando non è apertamente complice.
Il reportage di Chris Hedges è un atto di accusa contro un genocidio in diretta, perpetrato con la benedizione e il supporto dell’Occidente. Non possiamo più nasconderci dietro le retoriche politiche, le giustificazioni sulla sicurezza o la propaganda mediatica: quello che sta accadendo a Gaza è un crimine contro l’umanità, un’operazione sistematica di pulizia etnica portata avanti con la forza delle bombe e la fame come arma di guerra.
Un inferno costruito con il sostegno dell’Occidente
Israele, rifornito di armi dagli Stati Uniti, dalla Germania, dall’Italia e dal Regno Unito, ha ridotto Gaza a un cumulo di rovine, lasciando milioni di persone senza casa, senza cure mediche, senza cibo e senza speranza. I numeri parlano chiaro: il 90% della popolazione è stata sfollata, il tasso di disoccupazione è dell’80%, il PIL è crollato dell’85%. Gli ospedali, le scuole, le università, i panifici e persino i cimiteri sono stati rasi al suolo. Non è un’operazione militare: è un annientamento pianificato.
E mentre i palestinesi vengono spinti verso la disperazione più assoluta, Israele continua a impedire l’accesso della stampa internazionale a Gaza, perché l’orrore non deve essere documentato, perché le voci delle vittime devono essere soffocate.
L’ONU stima che la ricostruzione di Gaza richiederebbe almeno 50 miliardi di dollari e 15 anni, ma sappiamo che questo non accadrà. Israele non permetterà mai la rinascita di Gaza, perché il suo obiettivo è chiaro: rendere la Striscia invivibile fino a costringere alla fuga il suo popolo.
Un genocidio che l’Occidente sceglie di ignorare
Washington e le capitali europee restano inerti, complici di questo crimine storico. Non c’è alcuna volontà politica di fermare il massacro. Gli stessi governi che si riempiono la bocca con parole come “democrazia” e “diritti umani” sono gli stessi che forniscono le armi per sterminare un popolo.
Abbiamo visto genocidi nella storia recente: in Rwanda, in Bosnia, nell’Olocausto e in altri massacri coloniali dimenticati. E ogni volta, dopo la tragedia, i leader occidentali hanno ripetuto lo stesso mantra: “Mai più.” Eppure, oggi, Gaza brucia sotto gli occhi del mondo e nessuno muove un dito. L’ipocrisia è insopportabile.
Israele: un modello per i nuovi fascismi globali
Israele è diventato il laboratorio del futuro distopico che l’estrema destra mondiale sogna di realizzare ovunque: uno Stato militarizzato, etnonazionalista, che usa la violenza indiscriminata per “ripulire” la sua società da chiunque venga considerato indesiderato. Il sostegno che riceve dai governi occidentali è l’ennesima prova che la democrazia, nel mondo di oggi, è solo un’illusione per chi è abbastanza privilegiato da potersela permettere.
Mentre le bombe devastano Gaza, mentre i bambini muoiono di fame vittime dei cecchini israeliani, e i corpi restano insepolti sotto le macerie, l’Occidente non solo guarda, ma partecipa attivamente al massacro. E quando il genocidio sarà compiuto, quando la Striscia sarà svuotata e i palestinesi costretti all’esilio, i governi occidentali non avranno il diritto di dire di non sapere.
Noi lo sappiamo. E il nostro silenzio ci rende colpevoli.
Fonte: articolo pubblicato sull’anti-diplomatico da un report di Chris Hedges