Europa Fortezza: Miliardi in Armi, Deportazioni per i Migranti

L’Unione Europea ha gettato la maschera. Mentre si accinge a spendere centinaia di miliardi in armi e difesa, stringe ulteriormente il cappio intorno al collo di chi fugge dalla guerra, dalla fame, dalla miseria. La Commissione di Ursula von der Leyen propone un regolamento che introduce un ordine di rimpatrio valido per tutto il territorio europeo e la creazione di hub nei Paesi terzi per le persone già destinate all’espulsione. Una svolta che segna l’ennesima resa della politica comunitaria ai nazionalisti e ai fautori dell’Europa fortezza.

La destra italiana, e con essa le destre di tutta Europa, festeggia: il Partito Popolare Europeo si è accodato all’onda sovranista, mentre socialisti, verdi e sinistra provano a resistere. Ma la verità è che la cosiddetta “maggioranza Ursula” è già morta. L’Europa che sognava di essere un faro di civiltà si è trasformata in una macchina blindata, ossessionata dall’idea di contenere, respingere, deportare.

La retorica della sicurezza, la realtà della disumanità

Il piano dell’UE prevede una semplificazione brutale: se un Paese rifiuta l’80% delle richieste d’asilo provenienti da una certa nazione, allora le espulsioni saranno accelerate. Nessuna valutazione individuale, nessun rispetto per le storie, per le sofferenze, per i percorsi di vita. L’obiettivo è solo uno: fare numeri, mostrare pugno duro, dimostrare che l’Europa è capace di “difendersi” dai migranti, come se fossero un’invasione e non esseri umani.

Eppure, mentre si costruiscono muri e si affilano le procedure di rimpatrio, la questione più elementare rimane senza risposta: dove li mandiamo? L’Italia aveva puntato sulla Tunisia, ma il Paese nordafricano non ha firmato le convenzioni internazionali sui diritti umani, e l’UE non può – almeno ufficialmente – siglare accordi con Stati che non rispettano il principio di non respingimento.

Così il governo italiano ha deciso di giocare la carta dell’Albania, avviando un’operazione dai costi faraonici e dagli effetti pressoché nulli. L’accordo con Tirana prevede la creazione di centri di detenzione per i migranti, ma finora la magistratura italiana ha bloccato qualsiasi tentativo di procedura accelerata, in quanto in contrasto con la direttiva UE 2013/32. Questo ha reso il progetto un’enorme voragine di spreco. Parliamo di un investimento che sfiora gli 850 milioni di euro, quasi un miliardo di euro bruciati in una soluzione che, nei fatti, non sta funzionando. Nulla di fatto, anzi: se questi fondi fossero stanziati per progetti di sviluppo nei Paesi da cui partono i migranti, probabilmente si otterrebbero risultati ben diversi.

Perché il punto è proprio questo: la politica migratoria dell’Europa continua a essere miope, concentrata solo sulla repressione e mai sulle cause del fenomeno. Un miliardo di euro potrebbe finanziare scuole, ospedali, infrastrutture, programmi di sviluppo agricolo e industriale nei Paesi di origine. Potrebbe sostenere percorsi di autonomia per intere comunità, garantendo opportunità che ridurrebbero alla radice la necessità di emigrare. Investire nello sviluppo significherebbe prevenire le migrazioni forzate, offrendo una scelta reale a chi oggi è costretto a partire.

Ma questa visione non interessa ai governi europei, ossessionati dal consenso immediato e da una narrazione securitaria che trasforma il migrante in un nemico, anziché in una vittima di un sistema economico globale che l’Occidente stesso ha contribuito a creare.

Un’Europa che si arma e dimentica i principi

L’Europa sta compiendo una scelta chiara: investire in armi, smantellare i diritti. I fondi per la difesa vengono moltiplicati, i bilanci militari gonfiati come mai prima d’ora, mentre l’accoglienza viene ridotta a una questione di ordine pubblico. In questo scenario distorto, chi cerca rifugio viene trattato come un problema da risolvere con la forza, e non come una vita da salvare.

Miliardi per i caccia, per i carri armati, per le alleanze strategiche. Spiccioli, invece, per chi fugge da quelle stesse guerre che spesso le potenze occidentali hanno contribuito a scatenare o alimentare. L’ipocrisia è totale: si finanziano conflitti dall’altra parte del mondo e poi si chiudono le porte in faccia alle vittime di quei conflitti.

La fortezza Europa è una prigione per la democrazia

Il nuovo regolamento UE punta a rendere più difficile la mobilità di chi è già stato espulso: chi viene rimpatriato da un Paese non potrà più entrare in nessun altro Stato membro. In pratica, una condanna senza appello, un marchio che segna per sempre il destino di chi, nella maggior parte dei casi, è colpevole solo di essere nato nel posto sbagliato.

Ci troviamo di fronte a una delle svolte più cupe nella storia recente dell’Unione. La narrazione della sicurezza e della protezione è solo una maschera per nascondere una profonda crisi morale e politica. L’Europa non sta difendendo i suoi cittadini, sta sacrificando i suoi stessi principi sull’altare della paura e della propaganda.

Ma un’Europa che rinnega la sua umanità non è più l’Europa per cui vale la pena lottare. E il prezzo da pagare per questa regressione potrebbe essere molto più alto di quello che oggi immaginiamo.

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