Narco-Venezuela? La grande bufala del secolo (che puzza di petrolio e di golpe)

Ci sono menzogne che nascono per diventare alibi. Alibi per guerre, embarghi, destabilizzazioni, omicidi politici. La favola del Narco-Stato venezuelano è una di queste. Una delle più tossiche, persistenti e pericolose. Perché non solo distorce la realtà dei fatti, ma costruisce attorno a sé una retorica di legittimazione per una possibile aggressione armata da parte degli Stati Uniti. Una retorica che oggi, sotto il nuovo mandato di Donald Trump, rischia di trasformarsi in realtà.

E non è più solo questione di parole. Sette navi da guerra statunitensi, tra cui tre cacciatorpediniere lanciamissili e un sottomarino d’attacco, sono state schierate al largo delle coste venezuelane. A bordo ci sono 4.500 uomini, tra cui 2.200 marines. La versione ufficiale è quella della “lotta al narcotraffico”. Ma chi può credere, onestamente, che serva una tale flotta per combattere qualche rotta marginale di coca?

La verità è molto più torbida. E molto più antica: si chiama petrolio. E si chiama ideologia.

Il Venezuela: un pozzo che non si vuole pagare

Trump non ne ha mai fatto mistero. Lo confessò in modo brutale a James Comey, ex direttore dell’FBI: “Il Venezuela è un governo seduto su una montagna di petrolio che noi dobbiamo comprare”. Traduzione: meglio se lo prendiamo. Il problema non è la droga, ma l’oro nero. Il problema non è Maduro, ma la sovranità energetica. E allora ecco la messinscena: un presidente con una taglia da 50 milioni di dollari sulla testa, una DEA che “scopre” un cartello fantasma chiamato Cartel de los Soles, e una stampa mainstream che recita il copione del thriller latinoamericano, stile Netflix.

Ma i dati ufficiali dell’ONU, aggiornati al 2025, dicono altro. Il Venezuela è estraneo alla produzione e alla grande distribuzione internazionale di droghe. Solo il 5% della coca colombiana transita per il suo territorio, mentre il Guatemala, l’Ecuador, il Messico sono veri hub del traffico, ignorati dai media perché troppo amici, troppo “filo-americani”, o troppo poveri di risorse strategiche.

Una flotta contro la verità

Il sito Axios, uno dei più seguiti in ambito politico negli USA, è stato chiarissimo: “Gli Stati Uniti non sono mai stati così vicini a un conflitto armato con il Venezuela”. La cosiddetta “Super-Flotilla” ordinata da Trump ha tutte le caratteristiche non di un’operazione antidroga, ma di un’operazione militare di regime change. E infatti uno dei consiglieri della Casa Bianca ha parlato esplicitamente di un possibile “Noriega 2”, riferendosi all’invasione di Panama del 1989, quando gli USA catturarono Manuel Noriega con l’accusa — anche allora — di narcotraffico. Uno schema che si ripete.

Perché mai inviare i marines se davvero si volesse semplicemente intercettare qualche peschereccio sospetto? Perché mobilitare armi pesanti se non si prepara un’escalation?

La risposta è semplice e drammatica: si tratta di un colpo di Stato travestito da crociata morale.

L’altra verità: il Venezuela come nemico ideologico

Ma la verità, come sempre, ha più strati. E sotto la superficie petrolifera, ce n’è uno ancora più profondo: il Venezuela bolivariano è l’antitesi politica del suprematismo bianco che oggi guida l’internazionale sovranista di destra, capitanata proprio da Donald Trump.

Il governo venezuelano non è solo “non allineato” con gli interessi statunitensi: è antifascista, socialista, multiculturale e anti-imperialista. È l’esatto contrario del modello di mondo che i nuovi crociati della destra globale vogliono imporre. Ecco allora che il Venezuela diventa un bersaglio doppio: per ciò che possiede, e per ciò che rappresenta.

Non è solo un pozzo da conquistare, ma un simbolo da abbattere. Una narrazione alternativa che disturba l’egemonia culturale dell’Occidente atlantico. In un’epoca in cui si vuole ridurre il mondo a un duopolio tra dominio finanziario e autoritarismo digitale, il Venezuela prova a difendere un altro modello: inclusivo, egualitario, multipolare. Imperdonabile.

La costruzione del nemico perfetto

Il Cartel de los Soles, tradotto ironicamente come “Il cartello delle sòle”, non compare in nessun report ONU, né in quelli dell’Unione Europea, né in quelli delle principali agenzie anticrimine mondiali. Solo la DEA americana lo cita, basandosi su presunte “prove segrete”. Nessuna condivisione, nessuna evidenza, nessun riscontro indipendente. Eppure, su questa montatura, si costruisce un caso internazionale. Perché?

Perché serve un nemico. Serve un “cattivo” da abbattere per mostrare i muscoli, per controllare le risorse, per far dimenticare i fallimenti interni. Così come è stato per l’Iraq con le “armi di distruzione di massa”, per la Libia con la “protezione dei civili”, per la Siria con i “barili esplosivi”. Oggi è il Venezuela il bersaglio, con il suo petrolio, il suo disallineamento geopolitico e la sua ostinazione a non inginocchiarsi.

Chi traffica davvero?

Mentre i cannoni puntano su Caracas, la cocaina continua a viaggiare indisturbata da porti amici, come Guayaquil in Ecuador, dove 13 tonnellate sono state sequestrate in una sola nave. I container di banane diretti ad Anversa erano gestiti da aziende della famiglia del presidente ecuadoriano Daniel Noboa. Eppure, dell’Ecuador nessuno parla. Troppo amico. Troppo neutro. Troppo irrilevante sul piano petrolifero.

Lo dice anche il Rapporto europeo sulle droghe 2025: le principali rotte della cocaina passano dalla Colombia, attraverso America Centrale, Africa occidentale, e poi verso l’Europa. Il Venezuela non c’è. Non esiste nei flussi, non esiste nelle coltivazioni, non esiste nei cartelli. Eppure esiste, eccome, nel mirino geopolitico di Washington.

Una cooperazione reale (che infastidisce)

Il Venezuela, come Cuba, ha da sempre adottato politiche rigorose di contrasto al narcotraffico, proprio perché il chavismo ha ereditato — e difeso — un modello di controllo sociale e territoriale molto simile a quello cubano. Lo hanno riconosciuto, in privato, persino agenti DEA e FBI. Ma è un modello “scomodo”, perché dimostra che si può essere efficaci anche senza piegarsi all’impero.

Ed è per questo che viene sistematicamente demonizzato. Il Venezuela non viene attaccato perché fallisce, ma perché non fallisce abbastanza da implodere. Perché resiste. Perché ostacola l’accaparramento delle sue risorse naturali. Perché rappresenta un baluardo politico e culturale alternativo all’ordine autoritario e razzista che Trump e i suoi alleati vogliono diffondere nel mondo.

Conclusione: il vero crimine è la sovranità (e la dignità)

Quando gli Stati Uniti accusano un paese di essere un narco-Stato, bisognerebbe sempre chiedersi: a chi serve questa accusa? Chi ci guadagna? Quali interessi si muovono dietro la narrativa? Nel caso del Venezuela la risposta è lampante: l’oro nero, la disobbedienza e l’antifascismo. Le sanzioni, la propaganda, le taglie, le flotte navali: tutto ruota attorno a una risorsa strategica e a una linea politica “intollerabile” per il nuovo ordine globale suprematista.

Il vero reato di Nicolás Maduro non è il narcotraffico, ma l’esercizio della sovranità su un territorio ricco e strategico, e la difesa di un progetto socialista, antimperialista e multipolare. In un mondo dove il diritto internazionale è ormai carta straccia e l’ideologia suprematista domina i centri di potere occidentali, questo basta per essere condannati.

E allora, rompiamo la narrazione tossica. E diciamo, senza timore:
il Venezuela non è un narco-Stato. È uno Stato antifascista sotto attacco.
E se la geografia non mente, nemmeno la storia dimentica.

Anchorage, il vertice della scena: Trump e Putin tra passerelle e stalli geopolitici

L’incontro tra Donald Trump e Vladimir Putin, andato in scena il 15 agosto ad Anchorage, Alaska, resterà negli annali più per la coreografia che per i contenuti. Tappeti rossi, un bombardiere B-2 e caccia F-22 a sorvolare i cieli, persino la limousine presidenziale “The Beast” messa in bella mostra: la scenografia era quella di un film a metà tra Top Gun e House of Cards. Ma dietro il sipario, la sostanza è stata scarna, e lo sforzo diplomatico si è rivelato molto più un atto di relazioni pubbliche che un passo avanti verso la pace.

Una prima volta che sa di déjà vu

Putin tornava negli Stati Uniti per la prima volta dopo oltre dieci anni, e lo faceva in una base militare, simbolo di forza e sovranità americana. Un terreno scelto con cura da Trump per rafforzare l’immagine del comandante in capo pronto a “negoziare da una posizione di potenza”. In realtà, l’incontro che avrebbe dovuto essere un faccia a faccia si è trasformato in una riunione a quattro: accanto a Trump, il segretario di Stato Marco Rubio e l’inviato Steve Witkoff; al fianco di Putin, il fedele Lavrov e l’assistente Yury Ushakov.

Due ore a porte chiuse

Il cuore del summit si è consumato lontano dagli occhi della stampa, per oltre due ore. Un dettaglio non irrilevante, perché il briefing successivo non ha previsto alcuna possibilità di domande: una scelta che tradisce non tanto riservatezza, quanto la volontà di sottrarre i contenuti a qualsiasi verifica immediata. E infatti, di contenuti veri e propri, ne sono usciti pochi.

Le condizioni di Putin, le parole di Trump

Sul tavolo c’era l’Ucraina. Ma né un cessate il fuoco né un percorso di pace sono stati definiti. Trump ha parlato di “progresso” e “produttività”, ma senza tradurli in atti concreti. Putin ha ripetuto le sue linee rosse: niente NATO per Kiev e mantenimento del controllo russo sulle regioni del Donbass. Condizioni già note, che inchiodano il confronto in un vicolo cieco.

Gli esclusi e i delusi

Le assenze pesano quanto le presenze. Zelensky e l’Ucraina sono stati tenuti fuori dal tavolo, scelta che ha sollevato critiche da più parti. Per gli alleati europei, il summit ha offerto a Putin una vetrina internazionale senza contropartite, alimentando la percezione di un’Occidente diviso e contraddittorio. Per gli stessi ucraini, l’incontro è stato “inutile” e privo di prospettive.

I segnali, più che i fatti

Il passo più rilevante, se così si può dire, è stato l’invito di Putin a Trump a recarsi a Mosca. Un gesto simbolico, dal peso diplomatico più che operativo. Trump, dal canto suo, ha rimandato la palla nel campo europeo e ucraino, lasciando intendere che il prossimo passo non spetta a lui.

L’analisi: un vertice di fumo e specchi

In definitiva, Anchorage non ha prodotto svolte. Ha regalato a Trump l’immagine di negoziatore instancabile e a Putin quella di leader ancora al centro del gioco globale. Ma per il conflitto in Ucraina nulla è cambiato: nessun accordo, nessun cronoprogramma, nessun impegno condiviso.

È stato, a tutti gli effetti, un vertice di scena: grande spettacolo, zero sostanza. E mentre l’Occidente discute sulle passerelle, la guerra continua a bruciare.

Multipolarismo o teatro geopolitico?

Il vertice di Anchorage mostra il vero volto del mondo che si sta ridisegnando: un multipolarismo fragile, fatto più di simboli che di strategie. Trump usa Putin come pedina per affermare di non essere succube della vecchia NATO, Putin sfrutta Trump per spezzare l’isolamento occidentale e riaffermare la sua centralità. Ma intanto, le potenze emergenti – dalla Cina all’India, fino all’Iran e al Sud globale – osservano e prendono nota: in questo gioco di ombre tra Washington e Mosca, lo spazio lasciato libero diventa terreno fertile per nuove alleanze e nuovi equilibri. Se il multipolarismo si riduce a una passerella senza contenuti, non sarà l’alba di un mondo più giusto, ma l’ennesima recita in cui i popoli pagano il prezzo delle ambizioni altrui.

Migrazioni e morte di Stato: il crimine sistemico dell’Occidente

Nessuno potrà dire “non sapevamo”. Perché oggi tutto è visibile, tutto è tracciabile, tutto è noto. Le rotte migratorie sono solchi di sangue impressi nel Mediterraneo, nei deserti africani, nei boschi dei Balcani, tra le recinzioni d’Europa e i Lager libici. Eppure, nel cuore di questo orrore reiterato, l’Occidente continua a girarsi dall’altra parte, quando non è direttamente complice. Siamo dinanzi a una forma di omicidio colposo di massa, istituzionalizzato e sistemico, che si maschera da realpolitik, si traveste da emergenza, e si giustifica con la “lotta al traffico di esseri umani”.

La menzogna dell’“emergenza migranti”

Le migrazioni, contrariamente a quanto suggeriscono i media e i governi, non sono un’eccezione. Sono la norma di questo secolo. Il XXI secolo sarà ricordato come il secolo delle migrazioni forzate, determinate da tre vettori centrali: guerre (spesso alimentate proprio dalle potenze occidentali), cambiamento climatico (di cui l’Occidente è storicamente il primo responsabile) e iniquità strutturale globale (il frutto avvelenato del colonialismo e del neoliberismo).

Secondo l’UNHCR, nel 2024 più di 120 milioni di persone nel mondo sono state costrette ad abbandonare la propria casa, il numero più alto mai registrato. Ma nonostante ciò, l’Europa continua a fingere che sia un’invasione. Come se la vita di un rifugiato valesse meno della stabilità psicologica di un cittadino bianco impaurito dalla retorica sovranista.

Il rovesciamento della narrativa: l’Occidente invaso

È un paradosso cinico: l’Occidente, che per secoli ha invaso il mondo, oggi si sente invaso. Le destre cavalcano questa percezione deformata, trasformando i migranti in capri espiatori del declino economico, morale e identitario delle società europee. E la sinistra? O tace, o si adegua. Troppo timorosa per difendere apertamente il diritto all’asilo, troppo attenta a non perdere il consenso di un’elettorato smarrito e rancoroso. Così, anche i partiti progressisti finiscono per sostenere, direttamente o indirettamente, accordi criminali con regimi autoritari – dalla Turchia alla Tunisia, dalla Libia all’Egitto – per “esternalizzare” la frontiera e i respingimenti.

Ma esternalizzare significa de-responsabilizzare. Significa sapere – e accettare – che quei migranti verranno picchiati, torturati, violentati o abbandonati nel deserto. Eppure l’UE continua a finanziare quei governi. Il che trasforma ogni euro versato in un mandato tacito alla barbarie.

Dai crimini per omissione ai crimini per deterrenza

Non si tratta più di semplici omissioni di soccorso. Quelle, seppur gravi, implicano un’impossibilità momentanea o una negligenza occasionale. Qui siamo davanti a scelte politiche deliberate, ripetute e strutturate. Si lasciano affondare barche, si abbandonano donne incinte nei deserti, si impedisce alle ONG di salvare vite in mare, si criminalizzano i soccorritori. Non è disorganizzazione. È terrorismo dissuasivo di Stato. Un calcolo preciso: più morti in mare = meno partenze future. Un’equazione raccapricciante, ma ormai consolidata nelle menti ciniche delle cancellerie europee.

Come si può definire una tale condotta? Se non è omicidio doloso, perché manca l’intenzione esplicita di uccidere, è senz’altro omicidio colposo seriale, con aggravanti morali e sistemiche. Eppure, nessun tribunale internazionale lo ha ancora riconosciuto come crimine contro l’umanità.

Lemkin, la Shoà e l’indifferenza di oggi

Dopo l’Olocausto, Raphael Lemkin inventò il termine “genocidio” e ne ottenne l’inserimento nel diritto internazionale. Lo fece per dare nome a un orrore che non poteva restare muto. Oggi manca un Lemkin che si batta per il riconoscimento giuridico dell’omicidio colposo di massa, inteso come crimine di sistema praticato dagli Stati democratici contro i migranti.

Non si tratta di paragonare le rotte migratorie ai lager nazisti. Ma c’è una domanda scomoda che ci riguarda tutti: come verrà ricordata la nostra generazione? Per il collasso climatico? Per l’apatia politica? O per aver voltato le spalle a milioni di esseri umani condannati a morte in nome del consenso elettorale?

Il Mediterraneo: un cimitero sorvegliato

I dati parlano da soli. Solo nel 2023, oltre 3.000 persone sono morte nel Mediterraneo, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. Molte altre sono “disperse”, cioè inghiottite dall’acqua e dalla burocrazia. Il Mar Mediterraneo è diventato il confine più letale del mondo, e l’Europa ha fatto di tutto per renderlo tale. Il recente accordo tra Italia e Albania per creare centri di detenzione extra-territoriali è solo l’ultima mostruosità in ordine di tempo.

Sotto la patina della legalità, della “gestione dei flussi”, del “contenimento”, si cela un progetto strutturato di dissuasione violenta e disumanizzante. E ogni morte in mare è funzionale a questo disegno. Ogni corpo sulla spiaggia è un monito.

È tempo di nominare il crimine

La gravità dell’attuale situazione richiede un salto di paradigma. Non bastano le lacrime, i comunicati, gli appelli umanitari. Serve una nuova categoria giuridica internazionale che riconosca e persegua l’omicidio colposo di massa da parte degli Stati. Un crimine che non è più invisibile né accidentale, ma sistemico, calcolato, diffuso.

Così come un tempo si negava il genocidio per non vederlo, oggi si evita di nominare il crimine che si consuma ogni giorno alle nostre frontiere. Ma se davvero crediamo in una giustizia universale, allora dobbiamo avere il coraggio di dire: le politiche migratorie dell’Occidente non sono solo fallimentari, sono criminali.

Fonti e approfondimenti
• UNHCR, Global Trends 2024
• IOM (International Organization for Migration), Missing Migrants Project
• Amnesty International, Rapporto 2023 su Libia, Tunisia e politiche UE
• Human Rights Watch, Libya: Nightmarish Detention for Migrants
• Altreconomia, La filiera dei respingimenti europei
• European Parliament Research Service, Externalization of EU Migration Policy

Spiraglio o trappola? Il vertice (forse) Trump-Putin e la pace al tempo dei dazi

Negli ultimi giorni è iniziato a circolare un’indiscrezione che, se confermata, potrebbe segnare una svolta — o un’illusione — nel conflitto che da oltre tre anni insanguina l’Ucraina. Il Cremlino ha lasciato trapelare che Vladimir Putin e Donald Trump potrebbero incontrarsi “nei prossimi giorni”, con gli Emirati Arabi Uniti come possibile cornice. La Casa Bianca non conferma ma non smentisce: si respira aria di preparativi, e non di circostanza.

A muovere i fili, sul fronte americano, è Steve Witkoff, inviato speciale di Trump. Tre ore di colloquio al Cremlino e un commento del tycoon su Truth Social: “Great progress”. Parole che, nel linguaggio di Trump, suonano come un preludio a qualcosa di grande.

Ma sullo sfondo, oltre ai sorrisi di circostanza, c’è la dura leva economica: nuove sanzioni secondarie e minaccia di dazi a due cifre contro chi continua a comprare energia russa. India e Cina comprese. Il classico bastone e carota, versione geopolitica.

Zelensky e la partita europea

Dal canto suo, Volodymyr Zelensky si è detto convinto che “la Russia sembra più propensa a un cessate il fuoco”. Ma per lui la pace non si costruisce a porte chiuse: l’Europa deve sedere al tavolo. E qui emerge la frattura. Washington spinge per un formato ristretto; Mosca vuole un bilaterale “puro”; Kiev reclama l’Unione Europea, per non trovarsi decisioni già prese e calate dall’alto.

Tre leader, tre posture
• Trump vuole un risultato tangibile e subito. È la logica del colpo di teatro: minacce economiche per forzare i tempi e mettere tutti davanti al fatto compiuto.
• Putin accetta l’idea del vertice, ma dice no (per ora) a un faccia a faccia con Zelensky. La sua lista delle condizioni è chiara: riconoscimento de facto dei territori occupati, stop agli aiuti militari occidentali e nessuna NATO per Kiev.
• Zelensky non arretra: pace solo con garanzie europee e la certezza che non si stia scrivendo un “Congresso di Vienna 2.0” a spese dell’Ucraina.

Cosa potrebbe finire sul tavolo

Difficile parlare di “pace definitiva”. Più realistico un pacchetto di cessate il fuoco con elementi già delineati nei retroscena diplomatici:
• Linea del fronte congelata dove si trova oggi, con monitoraggio internazionale e meccanismi di de-escalation. Mosca, ad oggi, controlla circa il 20% del territorio ucraino.
• Riconoscimento de facto, ma non formale, delle annessioni, con eventuali revisioni affidate a futuri referendum o processi politici.
• Alleggerimento parziale delle sanzioni in cambio del rispetto del cessate il fuoco e riapertura limitata dei flussi energetici, con clausole di “snap-back” in caso di violazione.
• Garanzie di sicurezza alternative alla NATO per Kiev: forniture militari continuative, fondi di ricostruzione vincolati e un sistema di difesa “light” con partner occidentali.

L’Europa tra ruolo e rischio

La richiesta di Kiev di avere l’UE al tavolo è più di una formalità: la guerra è in Europa e, se il conflitto si congelasse, i costi ricadrebbero per decenni su bilanci, sicurezza e stabilità europee. Ma Bruxelles avanza con cautela. Il rischio peggiore è un accordo lampo USA-Russia percepito come imposto: scenario che finirebbe per delegittimare l’Ucraina e spaccare il fronte europeo.

Tre possibili scenari
1. Cessate il fuoco con garanzie solide
Si ferma il fuoco lungo l’attuale linea, parte un monitoraggio terzo, si sbloccano fondi e corridoi energetici controllati. Fragile, ma reale.
2. Congelamento opaco, “pace negativa”
I combattimenti calano ma non cessano, la retorica di pace copre una situazione bloccata. Kiev resta fuori dalla NATO, Mosca consolida i guadagni e l’Europa paga il conto.
3. Vertice fallito ed escalation ibrida
Saltano i colloqui, scattano nuovi dazi e sanzioni USA, Mosca risponde con armi energetiche, cyberattacchi e pressione militare tattica. Il rischio: un ciclone sui mercati globali.

Due variabili decisive
• Sequenza degli incontri: Mosca vuole vedere Zelensky solo alla fine. Se il summit parte come “Trump-Putin puro”, l’accusa di marginalizzare Kiev e UE sarà inevitabile.
• Verificabilità: senza meccanismi chiari per controllare cessate il fuoco, corridoi umanitari e scambi di prigionieri, ogni accordo rischia di diventare carta straccia. Qui l’UE potrebbe fare la differenza.

Spiraglio o illusione?

Parlare di “pace” è prematuro. Piuttosto, potremmo essere di fronte a una finestra tattica in cui tutti e tre — Trump, Putin e Zelensky — vogliono misurare il costo politico di un cessate il fuoco. Ma i nodi restano: territori, garanzie e sanzioni.

Se l’Europa entra davvero nel formato e nelle verifiche, lo spiraglio può diventare argine contro il congelamento del conflitto. Se resta fuori, rischiamo di ritrovarci con un cessate il fuoco di carta, pronto a saltare al primo pretesto.

Una nota per non farsi illusioni

Dopo più di tre anni, le linee del fronte non sono crollate, ma la guerra non ha perso intensità. La Russia tiene ancora circa un quinto dell’Ucraina; le offensive e i bombardamenti continuano; milioni di profughi restano lontani da casa. Un vertice può fermare le armi per un po’, ma non basta per affrontare crimini di guerra, ricostruzione e sovranità. Per quello serve un processo vero, non solo una foto di leader che si stringono la mano.

Europa in divisa, coscienza disarmata: il nuovo fronte dell’obbedienza cieca

Il grande inganno dell’Europa bellica

Mentre le cancellerie europee accelerano sulla via del riarmo, tra proclami di “difesa comune” e scenari apocalittici sventolati dai media mainstream, si fa sempre più urgente la domanda: avete capito dove ci stanno portando?
Non si tratta solo della possibilità remota — ma non troppo — di una guerra diretta tra Russia ed Europa, bensì dell’avanzata silenziosa e costante di una cultura militarista, violenta e menzognera che riplasma le società europee a immagine e somiglianza di un potere che ha scelto la forza al posto della diplomazia, la menzogna al posto della verità, l’obbedienza al posto del pensiero.

  1. La guerra che non si farà — ma che si vuole far credere possibile

Nessuna delle parti in causa ha davvero interesse a una guerra nucleare tra Russia ed Europa.
La Russia non ha alcuna ragione per attaccare l’Europa: anzi, i suoi interessi strategici puntano alla stabilità nei rapporti commerciali e geopolitici. L’Europa, d’altra parte, non ha alcuna possibilità di sopravvivere a uno scontro diretto: la sproporzione tecnologica e militare, soprattutto nel campo dei vettori nucleari, è palese.

Perché allora si alimenta questa retorica? Perché si continua a parlare, come se fosse imminente, dello “scontro finale”?
La risposta non sta nella logica militare, bensì in quella politica e strategica: la minaccia della guerra diventa lo strumento con cui si giustifica il riarmo, si soffoca il dissenso, si convoglia il malcontento sociale verso nemici costruiti ad arte. È lo stato d’eccezione permanente, analizzato da Agamben, che giustifica ogni abuso in nome della sicurezza.

  1. L’Europa come vassallo strategico: il doppio gioco tra Trump e i neocon

Un punto chiave sta nella subordinazione europea al piano strategico dei neocon americani. Dopo il 2022, l’UE ha accettato il disegno geopolitico degli Stati Uniti, che mira esplicitamente alla dissoluzione della Federazione Russa.
Con l’elezione di Trump, le cose si complicano: da un lato, l’Europa cerca di soddisfarlo investendo massicciamente nel riarmo (e comprando armi dagli USA, accettando supinamente dazi commerciali al 15%), dall’altro continua a muoversi nella scia della strategia destabilizzante dei neocon.

Il risultato è un’Europa schizofrenica, priva di autonomia, che prepara nuove guerre per procura — altri “Ucraina bis”, nuovi “paesi sacrificabili” da armare e mandare al fronte — pur di portare avanti l’erosione sistematica della Russia, ignorando deliberatamente il rischio che questa strategia conduca a un punto di non ritorno.

  1. La strategia del logoramento: destabilizzare la Russia per logorarla dall’interno

Quella a cui stiamo assistendo non è una guerra dichiarata, ma un progetto metodico di logoramento.
L’obiettivo reale è spingere la Russia a un’implosione interna, provocandola su più fronti, moltiplicando le crisi e i conflitti lungo i suoi confini, e alimentando instabilità politica al suo interno attraverso sanzioni, infiltrazioni, campagne mediatiche.

È una strategia che si crede “intelligente”, ma che in realtà è miope: ignora la forza di resilienza di Mosca, sottovaluta la determinazione del suo apparato politico-militare e, soprattutto, dimentica che si ha a che fare con la maggiore potenza nucleare del mondo. Pensare di “logorarla” con tattiche di guerra ibrida è come giocare alla roulette russa con la Storia.

  1. La vera guerra è già cominciata: menzogna, sorveglianza e impoverimento

Mentre l’Europa arma le parole e alimenta fantasmi bellici, la guerra vera è già in corso: è quella contro i popoli, contro i diritti sociali, contro le libertà fondamentali.
L’“imperio della violenza e della menzogna”, come lo definisce Andrea Zhok, si manifesta nei decreti sicurezza, nel controllo capillare, nella criminalizzazione del dissenso, nel taglio sistematico a scuola, sanità e servizi pubblici per finanziare l’industria bellica.

È un modello sociale fondato sulla paura e sulla disumanizzazione: il nemico è ovunque, e ogni voce fuori dal coro è sospetta. Il cittadino non è più sovrano, ma sorvegliato. Il lavoratore non è più protagonista, ma esecutore disarmato. E il Parlamento, ormai, non legifera: ratifica.

  1. L’urgenza della resistenza: sollevare i popoli contro il riarmo

Siamo davanti a una deriva che può ancora essere fermata — ma il tempo stringe. Non basta più denunciare il riarmo: bisogna chiamare le cose col loro nome, svelare gli interessi economici e geopolitici che muovono questa follia collettiva.
Serve un fronte largo, popolare, che unisca forze sindacali, movimenti, partiti, intellettuali, artisti e semplici cittadini in una nuova internazionale della pace.

Non bastano le fiaccolate rituali o le mozioni parlamentari svuotate: serve una Conferenza internazionale vera, che coinvolga Cina, Russia, India, America Latina e tutte le potenze fuori dalla NATO, per riscrivere le regole della convivenza globale, contro il suprematismo armato dell’Occidente.

L’ultima occasione per restare umani

La domanda che ci poniamo — avete capito dove ci stanno portando? — non è retorica. È un grido.
Ci stanno portando verso una società militarizzata, disumanizzata, spogliata di senso e di solidarietà. Ma nulla è ancora scritto.
Ogni generazione ha avuto il suo bivio. Questo è il nostro. E da come reagiremo ora, si capirà se saremo stati semplici spettatori della fine, o se avremo scelto di restare umani.

Fonti suggerite per approfondimento:
• Giorgio Agamben – Stato di eccezione
• Andrea Zhok – articoli su L’Indipendente e Il Fatto Quotidiano
• Noam Chomsky – Who Rules the World?
• John Mearsheimer – Why the Ukraine Crisis Is the West’s Fault
• Documenti NATO sulle spese militari (NATO Official Website)
• SIPRI – Stockholm International Peace Research Institute, report annuali sul riarmo globale
• Eurostat – statistiche su spesa pubblica in sanità e difesa

Accordo UE‑USA: dazi al 15 %, ma il governo Meloni minimizza i rischi

L’accordo raggiunto tra Unione Europea e Stati Uniti il 27 luglio scorso – siglato dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e dal presidente Trump – prevede un dazio uniforme del 15 % sulle esportazioni europee verso gli USA, al posto dei dazi precedenti medi intorno al 4,8 %.

La premier italiana Giorgia Meloni ha definito l’intesa come “positiva” e “una base sostenibile”, a patto che il 15 % non si sommi ai dazi già in vigore. Tuttavia, ha ammesso di non conoscere ancora i dettagli e ha sottolineato la necessità di maggiori chiarimenti sui settori più sensibili come farmaceutica, automotive e agricoltura.

Le opposizioni e le associazioni di categoria in Italia sono durissime: l’accordo è visto come una vera e propria resa al volere americano, che sacrifica le imprese italiane sull’altare di un consenso continentale debole. Le stime parlano di una perdita annuale fino a 23 miliardi di euro e di oltre 100.000 posti di lavoro a rischio nel settore export italiano verso gli Stati Uniti.

Critiche arrivano anche da Berlino e Parigi: il cancelliere Friedrich Merz denuncia danni notevoli all’economia tedesca, mentre il premier Bayrou definisce il risultato europeo una capitolazione a Trump.

In questo contesto, il governo Meloni appare più preoccupato di mantenere buoni rapporti con Washington che di difendere realmente gli interessi economici e produttivi dell’Italia. Le dichiarazioni caute della premier, anziché rappresentare una difesa decisa del Made in Italy, confermano la scelta di campo di un esecutivo sempre più subordinato agli indirizzi statunitensi.

È dunque necessario aprire un dibattito pubblico serio e trasparente su questo accordo, che rischia di affossare l’industria e l’export italiani. La politica non può continuare a piegarsi agli interessi di Washington: occorre una mobilitazione civile e politica per difendere la sovranità economica del nostro Paese e impedire che le scelte di pochi compromettano il futuro di milioni di lavoratori.

Dazi e armi: l’Europa si piega a Trump

Un accordo capestro che ipoteca economia e sovranità
15% di dazi, 50% su acciaio e alluminio, e il conto delle armi: l’Europa paga, Trump incassa

Il summit di Scozia ha consegnato all’opinione pubblica un risultato che Donald Trump ha definito “un grande successo”. Ursula von der Leyen si è limitata a dire che “poteva andare peggio”. Ma la verità è che siamo di fronte a un accordo capestro, che penalizza l’Europa e regala agli Stati Uniti un vantaggio schiacciante.

Il patto prevede dazi al 15% su tutte le merci europee esportate negli USA, con un’aggravante: acciaio e alluminio restano al 50%, colpendo due settori fondamentali per la filiera industriale. Nel frattempo, le merci americane continuano a entrare in Europa a dazio zero.

A ciò si aggiunge l’impegno, sottoscritto dalla Commissione europea, a comprare energia e sistemi di difesa americani per 750 miliardi di dollari, di cui ben 600 miliardi destinati ad armamenti. Un assegno che copre l’intero mandato di Trump e che sancisce la subordinazione europea agli interessi di Washington.

Un compromesso che sa di resa

Non è un accordo: è una resa. Germania e Francia lo hanno definito apertamente “squilibrato e insostenibile”. E non a torto. La retorica sull’“esercito europeo” si scioglie davanti a questi numeri: un esercito comune senza una vera Europa politica e senza una finanza unitaria è un miraggio, utile solo come alibi per giustificare la spesa militare a favore del Pentagono.

Il contributo aggiuntivo del 5% richiesto agli alleati della NATO è la prova lampante. Non è cooperazione, non è difesa condivisa: è un pizzo imposto da Washington, e Bruxelles ha accettato senza battere ciglio.

L’Italia tra i più colpiti

L’Italia è tra i paesi più esposti. L’11% della nostra occupazione dipende dall’export verso gli Stati Uniti. Confindustria stima una perdita di 22,6 miliardi di euro di export, di cui solo dieci recuperabili su altri mercati.

I settori più penalizzati saranno:
• macchinari (–4,3 miliardi)
• farmaceutica (–3,4 miliardi)
• alimentare (–1,8 miliardi)
• automotive (–1,3 miliardi)

Tradotto: decine di migliaia di posti di lavoro in bilico. E tutto questo mentre il governo italiano — che solo pochi mesi fa giudicava “insostenibili” dazi superiori al 10% — oggi canta vittoria per un accordo che mette a rischio la nostra economia.

Sovranismo al contrario

Il paradosso è evidente: chi predica sovranità nazionale si piega senza condizioni al diktat della Casa Bianca. Si chiama “difesa dell’Occidente”, ma nei fatti è un atto di sudditanza economica e politica.

I 600 miliardi destinati alle armi americane equivalgono a quanto servirebbe per un piano straordinario di investimenti in sanità, scuola, ricerca e transizione ecologica. Invece, l’Europa si priva di queste risorse per ingrassare l’industria bellica statunitense.

Un accordo fragile e pericoloso

Il documento non chiude nulla. Come già visto con Giappone e Canada, l’accordo è privo di dettagli vincolanti e lascia a Trump margini per reinterpretazioni future. La cosiddetta tregua commerciale rischia di trasformarsi in nuove sorprese spiacevoli.

Organizzarsi, non rassegnarsi

La verità è semplice: 15% di dazi su tutte le merci, 50% su acciaio e alluminio, 0% sui prodotti americani. Più il pizzo del 5% in spese NATO. Questo sarebbe un accordo?

Non siamo davanti a un compromesso, ma a una sottomissione. E mentre Trump brinda al successo, l’Europa e l’Italia pagano il conto.

Di fronte a questo scenario, non resta che organizzarci: per chiedere trasparenza, per pretendere una vera politica economica e sociale europea, e per smascherare l’inganno di chi, in nome della “sicurezza”, ci sta trascinando verso una spirale di precarietà economica e militarizzazione.

“Educare alla guerra: la nuova religione del capitalismo europeo”

L’Italia è in guerra. Non una guerra dichiarata con carri armati al confine, ma una guerra culturale, ideologica, economica. Una guerra silenziosa, subdola, ma incessante. E il campo di battaglia è l’opinione pubblica. Da tempo ormai, i grandi quotidiani – con Il Corriere della Sera in testa – hanno abbandonato ogni parvenza di imparzialità per assolvere a una funzione ben più antica: non informare, ma educare. Educare alla guerra. E, soprattutto, educare al sacrificio sociale come prezzo inevitabile per la sicurezza armata. In altre parole: abituare gli italiani alla guerra, rieducandoli a rinunciare al welfare per finanziare il warfare.

Il lessico del dominio: come si costruisce l’abitudine al sacrificio

Un articolo apparso sul Corriere della Sera il 12 luglio 2025 a firma dei professori Maurizio Ferrera e Stefano Sacchi ne è il perfetto esempio. I due docenti, con tono rassicurante da pedagoghi del potere, iniziano la loro apologia bellica evocando la figura dell’arcivescovo di Canterbury e il suo “welfare state” contrapposto al “warfare state” nazista, da cui solo la guerra avrebbe potuto salvare l’Europa.

Il loro ragionamento è chiaro quanto insidioso: senza sforzo militare non ci sarebbe stato welfare; dunque, oggi, per difendere quel modello sociale europeo, sarebbe necessario tornare a investire massicciamente in armi e difesa. Si tratta di un ribaltamento logico e storico che punta a convincere la cittadinanza che i tagli a sanità, pensioni e scuola siano sacrifici nobili, necessari, inevitabili. “Si vult salus sanitaque, para bellum”, parafrasano ironicamente gli autori dell’articolo. Se vuoi la salute pubblica, prepara i missili.

La nuova dottrina: 5% del PIL per la guerra

Secondo i due editorialisti, per affrontare la nuova “minaccia” – ovviamente la Russia di Vladimir Putin – l’Europa dovrà portare le sue spese militari al 5% del PIL entro il 2035. Una cifra mostruosa, che significherebbe centinaia di miliardi sottratti ogni anno a servizi essenziali. Ma poco importa: per salvaguardare “la stabilità del nostro modello sociale” – ovvero il capitalismo europeo – non si può badare a spese.

Un refrain già ripreso, appena sette giorni prima, dallo stesso Paolo Gentiloni, che in un’altra omelia sempre sul Corriere spiegava con candore che bisogna “far entrare nelle teste delle persone” che non c’è più una difesa esterna e che quindi è necessario armarsi. In parole povere: convincere i cittadini a tagliarsi da soli la carne viva del welfare per fabbricare armi da guerra, possibilmente comprate dagli Stati Uniti.

L’ipocrisia democratica: decisioni senza parlamento

Dietro la retorica accademica, però, si cela una realtà ben più sporca: gli impegni di spesa militare, come quelli con la NATO, vengono presi regolarmente senza passare dal Parlamento. Le persone comuni vengono informate solo a cose fatte. E chi si oppone? Poco male. I dati vanno manipolati, le statistiche orientate. Come quelle raccolte dai due professori: “L’opinione pubblica italiana appare consapevole della necessità di investire di più nella difesa”. Peccato che, secondo le stesse fonti accademiche, gli italiani siano anche i più contrari in Europa a tagli nel settore del welfare. Forse perché, dopo vent’anni di macelleria sociale, ne conoscono già gli effetti sulla propria pelle.

Opinione pubblica o opinione manipolata?

Il dato più paradossale è proprio questo: mentre i media di regime propagano il verbo bellicista, i cittadini sembrano mantenere un istinto di sopravvivenza. Secondo il progetto SCOaPP, meno del 10% degli italiani sarebbe disposto ad accettare un aumento della spesa militare a discapito di sanità e assistenza sociale. E anche il dato apparentemente preoccupante riportato da Davide Caprioglio – un 48,7% favorevole a un “riarmo nazionale” – va contestualizzato: è il valore più basso d’Europa, e risente fortemente dell’impatto mediatico quotidiano che bombarda le coscienze.

Tra dichiarazioni apocalittiche sulla “minaccia russa”, commenti televisivi ripetuti all’infinito, manipolazioni semantiche e una pedagogia scolastica sempre più militarizzata, l’obiettivo è evidente: preparare le menti dei giovani e degli adulti a considerare normale il riarmo. Persino desiderabile.

Guerra e nazionalismo: i fratelli siamesi del neoliberismo

E così, in parallelo alla grancassa militarista, risuona un’altra nenia martellante: quella dell’“italianità”. Tutto deve essere italiano: la colazione, i gusti, i panorami, le emozioni. Una strategia ben nota: il nazionalismo serve a creare una falsa coesione identitaria utile alla guerra. Chi non si riconosce nella patria, chi non canta gli inni, chi non esibisce bandiere, è un traditore. Un nemico interno. Un potenziale sabotatore.

I richiami alle “gesta eroiche” dell’esercito italiano nelle campagne coloniali di Mussolini non sono un dettaglio nostalgico, ma una strategia comunicativa. Rieducare le masse attraverso una mistica bellica che si traveste da amor di patria.

L’esercito europeo: la guerra che c’è già

Secondo Ferrera e Sacchi, l’opinione pubblica italiana sarebbe anche favorevole alla creazione di un esercito europeo. Un’idea che, a ben guardare, è già realtà. Le cosiddette “missioni di pace” in Medio Oriente, in Africa, nei Balcani sono da anni il volto militare dell’Europa, mascherato da “cooperazione umanitaria”. Missioni dove si bombarda, si reprime, si sorveglia.

L’idea di centralizzare la difesa europea è solo l’ultimo tassello per trasformare la NATO in un’entità organica al potere continentale. Una forza armata sovranazionale utile a sopprimere non solo nemici esterni, ma anche eventuali rivolte interne.

Il capitalismo non vuole la pace. La produce a rate… armate

Il quadro che emerge è chiaro: l’Europa non è minacciata da Mosca, ma dalla propria sete di profitti. L’unico vero ostacolo alla pace è la “inaccettabile” richiesta russa di una Ucraina smilitarizzata. Per le élite europee, smilitarizzare Kiev significherebbe rinunciare a miliardi di euro in commesse, sfruttamento della manodopera e tangenti sulle forniture belliche. Non possono permetterselo.

Così Parigi, Berlino, Varsavia, Copenaghen, Roma e tutte le capitali del vecchio continente si affannano a costruire fabbriche d’armi in Ucraina, sperando che la guerra continui quel tanto che basta a rimpinguare bilanci e dividendi. La Francia, ad esempio, ha stanziato 431 miliardi di euro per l’esercito nel 2026. La Russia, “stato guerrafondaio” per definizione, si ferma a 140 miliardi. E nel complesso, l’Europa spende già il 58% in più in armamenti rispetto a Mosca.

Dunque, chi sta minacciando chi?

Conclusione: la guerra come destino del capitale

“Le guerre sono stadi inevitabili del capitalismo”, scriveva Lenin. Non sono eccezioni, ma tappe del suo sviluppo. E l’Europa di oggi, travestita da umanitarismo armato, sta seguendo alla lettera questo copione. La guerra non è più l’eccezione: è la regola. Il welfare non è più un diritto: è un lusso. E la pace non è più un ideale: è una minaccia per il mercato delle armi.

Di fronte a questa mutazione antropologica della democrazia liberale in macchina bellica, non bastano i sondaggi. Serve una coscienza collettiva nuova, capace di denunciare le ipocrisie, smascherare i falsi profeti della sicurezza e rimettere al centro l’umanità, non l’industria della morte.

Fonti:
• Fabrizio Poggi, Abituare gli italiani alla guerra, articolo originario su https://contropiano.org
• Maurizio Ferrera e Stefano Sacchi, “Welfare e difesa: ora servono entrambi”, Corriere della Sera, 12 luglio 2025
• Paolo Gentiloni, dichiarazioni su difesa e sanità, Corriere della Sera, 5 luglio 2025
• Gregorio Buzzelli, dati del progetto SCOaPP, Corriere della Sera, luglio 2025
• Davide Caprioglio, dati Solid sul riarmo, Corriere della Sera, luglio 2025
• Elena Karaev, “La cupola delle tangenti belliche europee”, RIA Novosti, 12 luglio 2025 – https://ria.ru/20250712/evropa-2028663269.html
• Osservatorio Conti Pubblici Italiani – dati spesa militare 2024
• Vladimir Lenin, “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”, 1916

BRICS: L’Alba del Sud Globale. La Rivolta Silenziosa Contro l’Impero del Debito

Il 17° vertice dei BRICS, conclusosi a Rio de Janeiro, rappresenta molto più di un semplice incontro diplomatico tra potenze emergenti. È il simbolo concreto di una rivoluzione in atto, una sfida all’architettura coloniale dell’economia globale. Il Sud del mondo – finora trattato come periferia del sistema – reclama il proprio spazio, non più come oggetto di aiuti umanitari o di interventi armati, ma come soggetto politico, economico e culturale autonomo.

Il “Piano Marshall al contrario”: il debito come arma geopolitica

Il presidente brasiliano Lula da Silva ha sintetizzato con estrema lucidità il nodo centrale della crisi globale: l’asimmetria strutturale delle istituzioni finanziarie internazionali. Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale – create nel secondo dopoguerra per stabilizzare l’ordine economico globale – sono oggi percepite come strumenti di coercizione economica. Non distribuiscono solidarietà, ma impongono disciplina fiscale. Non liberano, ma vincolano. Il cosiddetto “Washington Consensus”, con la sua ossessione per l’austerità e la privatizzazione, ha prodotto più miseria che sviluppo.

I dati parlano chiaro. Secondo un rapporto della UNCTAD (2023), oltre 60 Paesi in via di sviluppo spendono oggi più per il servizio del debito che per la sanità o l’istruzione pubblica. Questo paradosso è il cuore del “Piano Marshall al contrario”: sono i poveri a finanziare i ricchi, non viceversa.

Il dollaro sotto scacco: una nuova architettura monetaria

Tra le iniziative più significative del vertice vi è l’Iniziativa per i Pagamenti Transfrontalieri dei BRICS, che mira a sottrarre il commercio globale alla tirannia del dollaro statunitense e del sistema SWIFT, utilizzati da Washington come strumenti di guerra finanziaria. La rete proposta punta sull’interoperabilità tra le valute locali e su infrastrutture digitali autonome, anticipando quella che potremmo definire una “de-dollarizzazione etica”.

Non si tratta solo di economia. Come già dimostrato dalle sanzioni unilaterali contro Iran, Venezuela, Russia o Cuba, il dollaro è anche un’arma geopolitica. Controllare la valuta globale significa poter strangolare interi popoli. I BRICS stanno costruendo un sistema che liberi il mondo dalla dipendenza monetaria e apra la strada a un commercio più equo.

Dilma Rousseff e la Nuova Banca di Sviluppo: l’alternativa sistemica

A incarnare questo nuovo corso è la Nuova Banca di Sviluppo (NDB), guidata dall’ex presidente brasiliana Dilma Rousseff. L’istituto finanziario si pone come alternativa concreta al FMI, proponendo finanziamenti non condizionati da riforme strutturali imposte dall’alto, bensì orientati allo sviluppo reale, alla resilienza sociale e alla transizione ecologica. Il suo focus sull’uso delle valute locali e il sostegno a progetti di infrastruttura verde segna un cambio paradigmatico nella logica della cooperazione internazionale.

Secondo i dati forniti dalla stessa NDB, sono già oltre 30 i progetti finanziati per un totale di 33 miliardi di dollari, con un impatto significativo su trasporti, energia pulita e sviluppo urbano.

Sovranità digitale e intelligenza artificiale: oltre il colonialismo tecnologico

Un altro pilastro del vertice è stato il tema dell’intelligenza artificiale. Il timore, ben espresso da Lula, è che l’IA diventi un nuovo strumento di dominio in mano alle grandi multinazionali occidentali. Il documento finale del BRICS chiede una governance multilaterale dell’IA sotto l’egida delle Nazioni Unite, per evitare che algoritmi opachi e discriminatori siano imposti ai Paesi in via di sviluppo come parte di pacchetti tecnologici standardizzati.

In parallelo, si è ribadita l’urgenza di costruire una big tech pubblica, che assicuri il controllo dei dati, la privacy digitale e la libertà di espressione, sottraendole all’oligopolio delle corporation statunitensi e cinesi. In gioco non c’è solo l’accesso alla tecnologia, ma la sovranità culturale, politica e informativa delle nazioni.

Dalla lotta alla fame alla giustizia climatica: un’agenda integrata per il Sud globale

Il vertice non ha trascurato i grandi nodi della povertà e dell’emergenza climatica. L’approvazione della “Partnership BRICS per l’Eliminazione delle Malattie Determinate Socialmente” e la dichiarazione congiunta sul finanziamento climatico sono segnali di una volontà politica orientata all’equità. Ma ciò che più colpisce è l’inclusione della società civile nel processo decisionale, attraverso il Consiglio Civile dei BRICS: movimenti, sindacati, università e organizzazioni sociali finalmente ascoltati ai massimi livelli.

João Pedro Stedile, del Movimento dei Lavoratori Senza Terra, ha rilanciato un appello potente: tassare i capitali speculativi nei paradisi fiscali e investire in progetti sociali, veri e propri strumenti di pace e giustizia.

Palestina, giustizia e multipolarismo

In un contesto internazionale segnato dal genocidio in Palestina e dalla complicità passiva di molte potenze occidentali, il BRICS ha assunto una posizione chiara: cessate il fuoco immediato, condanna dell’uso della fame come arma e sostegno all’indagine per genocidio avviata dalla Corte Internazionale di Giustizia.

In un’epoca in cui l’Europa tace o si allinea, il BRICS si erge a difensore del diritto internazionale e dei popoli oppressi. Non è solo una coalizione economica, ma un progetto politico che mira a costruire un ordine globale multipolare, in cui la giustizia non sia un lusso riservato ai vincitori.

Conclusione – Il Sud globale si alza in piedi

Il 17° Vertice BRICS ha tracciato un sentiero. Tra mille contraddizioni interne – dalla diversità dei regimi politici ai differenti interessi strategici – il blocco si sta configurando come una contro-architettura del mondo, capace di mettere in discussione i pilastri stessi dell’unipolarismo occidentale.

Se riuscirà a mantenere la rotta, il BRICS potrà davvero essere il cantiere di una nuova civiltà politica, finanziaria e culturale, dove la cooperazione sostituisce il dominio, la solidarietà prende il posto dell’austerità, e la giustizia non è più una parola vuota ma un progetto collettivo.

Il mondo non è più unipolare. È multipolare, pluriversale. E finalmente parla anche in lingue africane, arabe, latinoamericane, asiatiche. È l’alba del Sud globale. E non chiede più il permesso. olo inedito:
BRICS: L’Alba del Sud Globale. La Rivolta Silenziosa Contro l’Impero del Debito

Articolo originale di Mario Sommella

Il 17° vertice dei BRICS, conclusosi a Rio de Janeiro, rappresenta molto più di un semplice incontro diplomatico tra potenze emergenti. È il simbolo concreto di una rivoluzione in atto, una sfida all’architettura coloniale dell’economia globale. Il Sud del mondo – finora trattato come periferia del sistema – reclama il proprio spazio, non più come oggetto di aiuti umanitari o di interventi armati, ma come soggetto politico, economico e culturale autonomo.

Il “Piano Marshall al contrario”: il debito come arma geopolitica

Il presidente brasiliano Lula da Silva ha sintetizzato con estrema lucidità il nodo centrale della crisi globale: l’asimmetria strutturale delle istituzioni finanziarie internazionali. Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale – create nel secondo dopoguerra per stabilizzare l’ordine economico globale – sono oggi percepite come strumenti di coercizione economica. Non distribuiscono solidarietà, ma impongono disciplina fiscale. Non liberano, ma vincolano. Il cosiddetto “Washington Consensus”, con la sua ossessione per l’austerità e la privatizzazione, ha prodotto più miseria che sviluppo.

I dati parlano chiaro. Secondo un rapporto della UNCTAD (2023), oltre 60 Paesi in via di sviluppo spendono oggi più per il servizio del debito che per la sanità o l’istruzione pubblica. Questo paradosso è il cuore del “Piano Marshall al contrario”: sono i poveri a finanziare i ricchi, non viceversa.

Il dollaro sotto scacco: una nuova architettura monetaria

Tra le iniziative più significative del vertice vi è l’Iniziativa per i Pagamenti Transfrontalieri dei BRICS, che mira a sottrarre il commercio globale alla tirannia del dollaro statunitense e del sistema SWIFT, utilizzati da Washington come strumenti di guerra finanziaria. La rete proposta punta sull’interoperabilità tra le valute locali e su infrastrutture digitali autonome, anticipando quella che potremmo definire una “de-dollarizzazione etica”.

Non si tratta solo di economia. Come già dimostrato dalle sanzioni unilaterali contro Iran, Venezuela, Russia o Cuba, il dollaro è anche un’arma geopolitica. Controllare la valuta globale significa poter strangolare interi popoli. I BRICS stanno costruendo un sistema che liberi il mondo dalla dipendenza monetaria e apra la strada a un commercio più equo.

Dilma Rousseff e la Nuova Banca di Sviluppo: l’alternativa sistemica

A incarnare questo nuovo corso è la Nuova Banca di Sviluppo (NDB), guidata dall’ex presidente brasiliana Dilma Rousseff. L’istituto finanziario si pone come alternativa concreta al FMI, proponendo finanziamenti non condizionati da riforme strutturali imposte dall’alto, bensì orientati allo sviluppo reale, alla resilienza sociale e alla transizione ecologica. Il suo focus sull’uso delle valute locali e il sostegno a progetti di infrastruttura verde segna un cambio paradigmatico nella logica della cooperazione internazionale.

Secondo i dati forniti dalla stessa NDB, sono già oltre 30 i progetti finanziati per un totale di 33 miliardi di dollari, con un impatto significativo su trasporti, energia pulita e sviluppo urbano.

Sovranità digitale e intelligenza artificiale: oltre il colonialismo tecnologico

Un altro pilastro del vertice è stato il tema dell’intelligenza artificiale. Il timore, ben espresso da Lula, è che l’IA diventi un nuovo strumento di dominio in mano alle grandi multinazionali occidentali. Il documento finale del BRICS chiede una governance multilaterale dell’IA sotto l’egida delle Nazioni Unite, per evitare che algoritmi opachi e discriminatori siano imposti ai Paesi in via di sviluppo come parte di pacchetti tecnologici standardizzati.

In parallelo, si è ribadita l’urgenza di costruire una big tech pubblica, che assicuri il controllo dei dati, la privacy digitale e la libertà di espressione, sottraendole all’oligopolio delle corporation statunitensi e cinesi. In gioco non c’è solo l’accesso alla tecnologia, ma la sovranità culturale, politica e informativa delle nazioni.

Dalla lotta alla fame alla giustizia climatica: un’agenda integrata per il Sud globale

Il vertice non ha trascurato i grandi nodi della povertà e dell’emergenza climatica. L’approvazione della “Partnership BRICS per l’Eliminazione delle Malattie Determinate Socialmente” e la dichiarazione congiunta sul finanziamento climatico sono segnali di una volontà politica orientata all’equità. Ma ciò che più colpisce è l’inclusione della società civile nel processo decisionale, attraverso il Consiglio Civile dei BRICS: movimenti, sindacati, università e organizzazioni sociali finalmente ascoltati ai massimi livelli.

João Pedro Stedile, del Movimento dei Lavoratori Senza Terra, ha rilanciato un appello potente: tassare i capitali speculativi nei paradisi fiscali e investire in progetti sociali, veri e propri strumenti di pace e giustizia.

Palestina, giustizia e multipolarismo

In un contesto internazionale segnato dal genocidio in Palestina e dalla complicità passiva di molte potenze occidentali, il BRICS ha assunto una posizione chiara: cessate il fuoco immediato, condanna dell’uso della fame come arma e sostegno all’indagine per genocidio avviata dalla Corte Internazionale di Giustizia.

In un’epoca in cui l’Europa tace o si allinea, il BRICS si erge a difensore del diritto internazionale e dei popoli oppressi. Non è solo una coalizione economica, ma un progetto politico che mira a costruire un ordine globale multipolare, in cui la giustizia non sia un lusso riservato ai vincitori.

Conclusione – Il Sud globale si alza in piedi

Il 17° Vertice BRICS ha tracciato un sentiero. Tra mille contraddizioni interne – dalla diversità dei regimi politici ai differenti interessi strategici – il blocco si sta configurando come una contro-architettura del mondo, capace di mettere in discussione i pilastri stessi dell’unipolarismo occidentale.

Se riuscirà a mantenere la rotta, il BRICS potrà davvero essere il cantiere di una nuova civiltà politica, finanziaria e culturale, dove la cooperazione sostituisce il dominio, la solidarietà prende il posto dell’austerità, e la giustizia non è più una parola vuota ma un progetto collettivo.

Il mondo non è più unipolare. È multipolare, pluriversale. E finalmente parla anche in lingue africane, arabe, latinoamericane, asiatiche. È l’alba del Sud globale. E non chiede più il permesso.

“Pizzo Atlantico: Trump riscuote, l’Europa si inchina. Meloni bacia l’anello del Don”

Altro che trattati, alleanze o “partnership strategiche”. Quella che stiamo vivendo è una tragicommedia geopolitica dal titolo: “Il camorrista al Potere e i suoi zerbini europei”. Donald Trump, tornato a capo del carrozzone a stelle e strisce, ha gettato la maschera da diplomatico e ha indossato il cappotto lungo di Al Capone: ora si presenta direttamente al cancello di Bruxelles con la mano tesa, ma non per stringerla — per riscuotere.

E che cos’è questa se non una riscossione? Prima l’obbligo del pizzo NATO, innalzato al 5% del PIL — una follia militarista che drenerebbe risorse pubbliche come neanche il peggiore degli scandali di tangentopoli — e ora la mazzata dei dazi del 30% sull’export europeo, con minacce di ritorsione stile “o accetti o te lo alzo ancora”. A chi osa reagire, il boss risponde: “Se fate i furbi, ve lo faccio pagare il doppio.” Altro che partner: siamo alla sudditanza in salsa mafiosa, con tanto di minacce velate alla sicurezza nazionale americana.

Meloni e l’arte antica dell’inchino

Nel bel mezzo di questo massacro economico, Giorgia Meloni balbetta qualcosa su una “trattativa difficile”, mentre da sotto il tavolo cerca il rosario della coerenza smarrita. Era partita come la “pontiera” d’Occidente, la Giovanna d’Arco anti-Woke che avrebbe rialzato la testa dell’Italia. Ora la ritroviamo inginocchiata davanti all’ambasciatore USA, pronta a firmare qualunque cosa pur di non irritare il nuovo padrone. Altro che “sovranismo”: qui siamo al “sottomessismo integrato”, alla versione XXI secolo della monarchia coloniale.

E che dire di Ursula von der Leyen? Il suo comunicato è stato una sinfonia di piagnistei: “Siamo pronti a continuare a lavorare”, “l’Ue adotterà tutte le misure”, “eventualmente”, “forse”, “magari”. Tradotto: accetteremo tutto, ma con tono burocratico. In fondo, è difficile fare la voce grossa quando si ha il cappio del debito NATO al collo e si teme il click di un nuovo embargo tech statunitense.

L’Europa? Più che unita, scomposta

In questo scenario da commedia degli equivoci, l’Unione Europea si muove come un’orchestra senza direttore: la Germania, paralizzata dal panico per l’automotive, invoca il “pragmatismo” (cioè: “non fate arrabbiare Trump”); Macron finge indignazione ma si guarda bene dal muovere un dito, e i paesi più colpiti — come l’Italia — aspettano che arrivi la cavalleria… da Washington, ovviamente.

La verità è che il colpo inferto da Trump è chirurgico: non solo colpisce i settori nevralgici dell’economia europea (auto, acciaio, agroalimentare), ma lo fa in un momento di estrema debolezza industriale per l’UE. L’Italia, che nel 2024 ha esportato circa 65 miliardi di beni verso gli USA, rischia di perderne almeno 20 nel biennio, secondo Confindustria. E con essi 118.000 posti di lavoro. Una cifra che dovrebbe far tremare i polsi, e invece Meloni si limita a dire: “Dobbiamo trattare”. Trattare cosa? L’agonia in rate mensili?

Gli USA incassano, l’Europa si dissangua

Nel frattempo, Trump fa cassa: giugno 2025 ha segnato un record assoluto, con oltre 100 miliardi di dollari incassati in dazi, cifra che rappresenta ormai la quarta voce di bilancio per il Tesoro statunitense. Altro che “America first”: questa è una guerra economica pianificata e lucidamente diretta contro l’Europa. Un’Europa che, per quieto vivere e servilismo atlantico, si è già messa il cappio da sola, con la rinuncia alla Global Minimum Tax e il continuo sabotaggio del proprio mercato interno per compiacere Washington.

La stessa Europa che continua a rifiutare un’apertura vera verso i BRICS, che si rifiuta di commerciare liberamente con la Cina e con l’America Latina, che si autocondanna all’asfissia economica per non dispiacere al nuovo Don. L’idea stessa di autonomia strategica è diventata una bestemmia: se provi a commerciare con il “nemico”, il Padrino ti punisce.

E adesso?

Siamo al bivio storico. O l’Europa si emancipa, aprendosi a nuovi equilibri multipolari e commerciali, oppure finiremo come quei piccoli negozi di quartiere costretti a pagare il pizzo al boss in cambio della “protezione”. Protezione da chi, se non proprio da lui?

Il mito dell’“Occidente coeso” si sbriciola sotto il peso dell’avidità americana e della viltà europea. Il disegno di Trump è chiaro: smantellare pezzo per pezzo la base industriale europea, per farne un satellite produttivo secondario, completamente dipendente dall’import americano. Come ha dichiarato lo storico americano Robert Volpi: “Trump vuole togliere all’Europa la sua base manifatturiera per renderla un mercato passivo.”

Ma la responsabilità è anche nostra. Abbiamo trasformato il principio della cooperazione transatlantica in una sottomissione sistemica, dove le decisioni cruciali non si prendono più a Bruxelles ma nella West Wing. E chi dissente? Viene ridicolizzato, sanzionato, estromesso. E se alzi la testa, ti dicono che sei putiniano, comunista o filo-cinese.

La domanda è semplice: quanto ancora vogliamo inginocchiarci? Quanto sangue industriale, quanti posti di lavoro, quante aziende dobbiamo sacrificare sull’altare della NATO, della Fed e della Boeing?

Se l’Europa non spezza ora il cordone ombelicale che la lega a un’America cannibale, allora sarà destinata a diventare la colonia gentile del secolo americano. Una colonia che ringrazia ogni volta che le viene concesso di respirare.

Ma ricordiamolo: esiste un altro mondo. E non aspetta altro che un’Europa finalmente libera.