L’ennesimo show di Donald Trump, questa volta sul palco delle Nazioni Unite, va letto come una sorta di manifesto dell’America del presente, più che come l’estemporanea di un leader folkloristico. Dietro le battute da immobiliarista e i siparietti sull’arredamento del Palazzo di Vetro, Trump ha rispolverato tutti i mantra del trumpismo: il sovranismo protezionista, l’avversione per ogni istituzione multilaterale e la difesa muscolare degli interessi nazionali – anche a costo di passare sopra ai diritti umani e al buon senso.
Un’America isolata che detta legge
Nel suo intervento, il presidente americano ha confermato la linea dura che lo distingue: chiusura verso l’ONU, accusata di essere inefficace e “inutile” (“scrive lettere, ma le parole non risolvono i conflitti”), e ancora più ostilità verso chiunque provi a proporre una mediazione internazionale. Il paradosso è che Trump rivendica di aver “fermato sette guerre”, ma lo fa proprio mentre – col veto statunitense – blocca qualsiasi tentativo di pace in Palestina e mantiene un atteggiamento ambiguo sul conflitto Russia-Ucraina.
La Palestina come arma retorica e la complicità Usa con Tel Aviv
Sulla Palestina, il copione non cambia. Di fronte al riconoscimento formale dello Stato di Palestina da parte di diversi Paesi europei, Trump liquida tutto con una battuta velenosa: “Un favore ad Hamas”, ribaltando la realtà dei fatti e ignorando deliberatamente la catastrofe umanitaria in corso a Gaza. Non una parola sulle responsabilità di Israele o sul diritto dei palestinesi a esistere come popolo e come Stato. Del resto, gli Stati Uniti hanno sempre usato il loro potere di veto per proteggere Israele, impedendo ogni risoluzione ONU che provi anche solo timidamente a censurare le azioni di Tel Aviv. Trump, che ama definirsi “l’uomo della pace”, in realtà si conferma il primo sponsor delle guerre per procura e della distruzione sistematica dei diritti dei popoli sotto occupazione.
Migrazioni, Europa e la minaccia fantasma
Altro pilastro del discorso è l’attacco alle migrazioni: “invasione” secondo Trump, origine di tutti i mali del Vecchio Continente. La narrazione è sempre la stessa: l’Europa sarebbe destinata alla rovina a causa di una supposta “debolezza morale” e della scelta suicida di “confini aperti”. I migranti diventano il capro espiatorio perfetto per spiegare ogni crisi sociale, politica ed economica che attraversa l’Europa. Trump non perde occasione per lodare modelli autoritari come quello del Salvador di Bukele, evocando una specie di “paradiso dell’ordine” ottenuto a colpi di espulsioni e repressione.
Rivoluzione energetica? No, grazie: il fossile è di casa
Non meno chiaro è l’attacco feroce alle politiche ambientali. Trump liquida la rivoluzione verde come “la più grande truffa mai messa in atto”, fedele alla lobby dei combustibili fossili che ha sempre sostenuto la sua ascesa politica. Non è una sorpresa: dietro le sue sparate anti-green si nasconde il disegno di mantenere l’America e il mondo dipendenti da petrolio, gas e carbone. E così, mentre l’ONU cerca disperatamente di convincere i grandi Paesi ad accelerare sulle rinnovabili, il presidente americano fa esattamente il contrario: “Se seguite le politiche verdi, finirete in bancarotta”. Una previsione che serve solo a difendere gli interessi delle grandi corporation energetiche, ignorando la realtà della crisi climatica e il destino delle prossime generazioni.
Russia, Ucraina e la coerenza a giorni alterni
Sul fronte russo-ucraino, Trump sfoggia una coerenza tutta sua: da un lato accusa Europa e NATO di “ipocrisia” perché continuano a comprare gas e petrolio da Mosca, dall’altro omette ogni autocritica sulle ambiguità americane nei rapporti con Putin, specie durante il suo primo mandato. Basta ricordare l’incontro in Alaska e le sue dichiarazioni ondivaghe sulla Crimea per capire che anche in questo caso la posizione è dettata dal calcolo del momento più che da una reale visione geopolitica.
Un Occidente sempre più diviso e impaurito
Il filo rosso che attraversa tutto il discorso è la paura: paura dell’altro, del nuovo, del cambiamento. L’America di Trump è una potenza che si chiude, che teme di perdere il suo primato e che, per reazione, preferisce il muro al dialogo, il fossile al rinnovabile, il veto alla diplomazia. Un’America che, anziché guidare il cambiamento, diventa prigioniera delle sue stesse paure e dei suoi interessi più miopi.
Il pericolo dell’ambiguità trumpiana
Dietro la maschera folcloristica di Trump si nasconde una strategia precisa: indebolire ogni tentativo di governance globale, riportare il mondo a una logica di “ognuno per sé”, rafforzare il potere degli Stati Uniti sulle macerie dell’ordine internazionale. Ma la verità, sotto gli occhi di tutti, è che questa America rischia di trascinare con sé nel declino l’intero Occidente, alimentando conflitti, crisi ambientali e nuove ondate di disuguaglianza e paura. E mentre il Palazzo di Vetro continua a oscillare tra crisi di identità e tentativi di riforma, il pericolo più grande resta quello di abituarsi a questo clima di perenne emergenza e di non reagire più.
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