Trump all’ONU: tra veti, fossili e fantasmi del declino occidentale

L’ennesimo show di Donald Trump, questa volta sul palco delle Nazioni Unite, va letto come una sorta di manifesto dell’America del presente, più che come l’estemporanea di un leader folkloristico. Dietro le battute da immobiliarista e i siparietti sull’arredamento del Palazzo di Vetro, Trump ha rispolverato tutti i mantra del trumpismo: il sovranismo protezionista, l’avversione per ogni istituzione multilaterale e la difesa muscolare degli interessi nazionali – anche a costo di passare sopra ai diritti umani e al buon senso.

Un’America isolata che detta legge

Nel suo intervento, il presidente americano ha confermato la linea dura che lo distingue: chiusura verso l’ONU, accusata di essere inefficace e “inutile” (“scrive lettere, ma le parole non risolvono i conflitti”), e ancora più ostilità verso chiunque provi a proporre una mediazione internazionale. Il paradosso è che Trump rivendica di aver “fermato sette guerre”, ma lo fa proprio mentre – col veto statunitense – blocca qualsiasi tentativo di pace in Palestina e mantiene un atteggiamento ambiguo sul conflitto Russia-Ucraina.

La Palestina come arma retorica e la complicità Usa con Tel Aviv

Sulla Palestina, il copione non cambia. Di fronte al riconoscimento formale dello Stato di Palestina da parte di diversi Paesi europei, Trump liquida tutto con una battuta velenosa: “Un favore ad Hamas”, ribaltando la realtà dei fatti e ignorando deliberatamente la catastrofe umanitaria in corso a Gaza. Non una parola sulle responsabilità di Israele o sul diritto dei palestinesi a esistere come popolo e come Stato. Del resto, gli Stati Uniti hanno sempre usato il loro potere di veto per proteggere Israele, impedendo ogni risoluzione ONU che provi anche solo timidamente a censurare le azioni di Tel Aviv. Trump, che ama definirsi “l’uomo della pace”, in realtà si conferma il primo sponsor delle guerre per procura e della distruzione sistematica dei diritti dei popoli sotto occupazione.

Migrazioni, Europa e la minaccia fantasma

Altro pilastro del discorso è l’attacco alle migrazioni: “invasione” secondo Trump, origine di tutti i mali del Vecchio Continente. La narrazione è sempre la stessa: l’Europa sarebbe destinata alla rovina a causa di una supposta “debolezza morale” e della scelta suicida di “confini aperti”. I migranti diventano il capro espiatorio perfetto per spiegare ogni crisi sociale, politica ed economica che attraversa l’Europa. Trump non perde occasione per lodare modelli autoritari come quello del Salvador di Bukele, evocando una specie di “paradiso dell’ordine” ottenuto a colpi di espulsioni e repressione.

Rivoluzione energetica? No, grazie: il fossile è di casa

Non meno chiaro è l’attacco feroce alle politiche ambientali. Trump liquida la rivoluzione verde come “la più grande truffa mai messa in atto”, fedele alla lobby dei combustibili fossili che ha sempre sostenuto la sua ascesa politica. Non è una sorpresa: dietro le sue sparate anti-green si nasconde il disegno di mantenere l’America e il mondo dipendenti da petrolio, gas e carbone. E così, mentre l’ONU cerca disperatamente di convincere i grandi Paesi ad accelerare sulle rinnovabili, il presidente americano fa esattamente il contrario: “Se seguite le politiche verdi, finirete in bancarotta”. Una previsione che serve solo a difendere gli interessi delle grandi corporation energetiche, ignorando la realtà della crisi climatica e il destino delle prossime generazioni.

Russia, Ucraina e la coerenza a giorni alterni

Sul fronte russo-ucraino, Trump sfoggia una coerenza tutta sua: da un lato accusa Europa e NATO di “ipocrisia” perché continuano a comprare gas e petrolio da Mosca, dall’altro omette ogni autocritica sulle ambiguità americane nei rapporti con Putin, specie durante il suo primo mandato. Basta ricordare l’incontro in Alaska e le sue dichiarazioni ondivaghe sulla Crimea per capire che anche in questo caso la posizione è dettata dal calcolo del momento più che da una reale visione geopolitica.

Un Occidente sempre più diviso e impaurito

Il filo rosso che attraversa tutto il discorso è la paura: paura dell’altro, del nuovo, del cambiamento. L’America di Trump è una potenza che si chiude, che teme di perdere il suo primato e che, per reazione, preferisce il muro al dialogo, il fossile al rinnovabile, il veto alla diplomazia. Un’America che, anziché guidare il cambiamento, diventa prigioniera delle sue stesse paure e dei suoi interessi più miopi.

Il pericolo dell’ambiguità trumpiana

Dietro la maschera folcloristica di Trump si nasconde una strategia precisa: indebolire ogni tentativo di governance globale, riportare il mondo a una logica di “ognuno per sé”, rafforzare il potere degli Stati Uniti sulle macerie dell’ordine internazionale. Ma la verità, sotto gli occhi di tutti, è che questa America rischia di trascinare con sé nel declino l’intero Occidente, alimentando conflitti, crisi ambientali e nuove ondate di disuguaglianza e paura. E mentre il Palazzo di Vetro continua a oscillare tra crisi di identità e tentativi di riforma, il pericolo più grande resta quello di abituarsi a questo clima di perenne emergenza e di non reagire più.

Il nuovo ordine armato: il profitto come motore della guerra globale

Siamo già in guerra. Non si tratta più di “minacce”, “tensioni” o “scenari potenziali”: la Terza Guerra Mondiale è iniziata, ma non è stata dichiarata. L’abbiamo anestetizzata nel linguaggio tecnico, nei bollettini della Borsa e nei report strategici della NATO. In Ucraina, l’Alleanza Atlantica è di fatto parte attiva del conflitto, mentre a Gaza l’esercito israeliano ha abbattuto ogni maschera, colpendo deliberatamente scuole, ospedali, rifugi civili. In Africa, le guerre dimenticate si moltiplicano in silenzio, perché lì il capitale occidentale non ha interessi strategici da difendere.

In questo quadro globale, ciò che unisce questi fronti di morte è un solo elemento: il profitto. Il motore occulto — e oggi neanche più tanto — di un sistema capitalistico che prospera sulla produzione e sul commercio di armi. Un sistema che ha sostituito la diplomazia con i dividendi, la pace con i portafogli, i diritti con gli algoritmi di Borsa.

  1. Bilanci di guerra: le cifre di un’industria mortale

Nel 2024 la spesa militare globale ha superato i 2.700 miliardi di dollari, un aumento del 9,4 % rispetto all’anno precedente: la crescita più alta dal crollo dell’URSS. Il trend è planetario. L’Europa, dopo la retorica sulla pace, ha imboccato senza indugi la strada del riarmo. Gli Stati Uniti restano di gran lunga il primo Paese al mondo per spesa militare (quasi un terzo del totale globale), ma l’intero blocco NATO ormai considera la guerra un investimento strategico.

E lo è. Per chi produce armi, per chi le vende, per chi le finanzia. Le cinque maggiori aziende del comparto bellico mondiale — Lockheed Martin, Raytheon, BAE Systems, Northrop Grumman, General Dynamics — hanno visto crescere vertiginosamente i loro ricavi. Il valore delle loro azioni ha raggiunto picchi record, grazie all’aumento dei conflitti e alle forniture garantite dai governi, spesso in deroga alle normali procedure democratiche.

  1. Finanza etica? Sì, ma controvento

In mezzo a questa macchina di morte, poche voci si oppongono. Una di queste è la finanza etica, che continua ostinatamente a escludere le aziende coinvolte nella produzione e nel commercio di armi. Etica SGR, ad esempio, ha avviato un progetto per affermare il diritto alla pace come diritto fondamentale delle persone e dei popoli, in collaborazione con il Centro Papisca dell’Università di Padova.

Ma è una battaglia in salita. Perché oggi anche il settore armamenti viene fatto rientrare, con cinica astuzia, tra gli “investimenti sostenibili”. La guerra, riscritta nel lessico delle “necessità geopolitiche” e dell’“economia della sicurezza”, è diventata compatibile con i fondi ESG. Un’aberrazione morale e culturale che rivela l’ipocrisia strutturale di un sistema finanziario che si finge etico ma vive delle guerre.

  1. Le vittime invisibili: società distrutte, ambiente devastato

Ogni conflitto lascia dietro di sé un cratere di devastazione. Non solo vite spezzate, ma ospedali rasi al suolo, scuole distrutte, città trasformate in deserti. I danni sociali sono incalcolabili, i traumi psicologici transgenerazionali. Ma c’è anche un danno invisibile che cresce: quello ambientale.

Nel solo primo anno e mezzo di guerra in Ucraina, secondo l’Osservatorio sui conflitti e l’ambiente, sono state immesse nell’atmosfera oltre 150 milioni di tonnellate di CO₂. È come se un intero Paese industrializzato — il Belgio, ad esempio — avesse bruciato petrolio a pieno regime per un anno intero.

A Gaza, l’uso intensivo di bombe al fosforo, l’abbattimento sistematico delle infrastrutture idriche, elettriche e fognarie, e l’incendio di interi quartieri ha provocato una catastrofe ambientale che durerà decenni. Eppure, nessun vertice sul clima ha il coraggio di parlare di emissioni di guerra.

  1. L’industria dell’ipocrisia: chi governa davvero?

Dietro la maschera della democrazia, il vero potere è nelle mani dei consigli di amministrazione. Le aziende belliche finanziano campagne elettorali, dettano agende parlamentari, partecipano ai tavoli di lavoro dei governi. In Italia come in Francia, negli USA come in Israele.

I governi si sono trasformati in agenzie di distribuzione di risorse pubbliche verso interessi privati. Ogni missile, ogni aereo da guerra, ogni nave porta con sé miliardi prelevati dalle tasche dei contribuenti e sottratti a sanità, scuola, lavoro, cura. E la propaganda — che oggi ha sostituito l’informazione — ci convince che tutto questo sia “per la nostra sicurezza”.

  1. La pace come diritto esigibile, non utopia retorica

Ma la pace non è un’illusione. È un diritto, e come tale deve essere giuridicamente riconosciuto, politicamente protetto, socialmente preteso. La Carta delle Nazioni Unite e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani già pongono le basi. Serve però la volontà politica per rendere la guerra un crimine e la pace un obbligo costituzionale per ogni Stato.

Chi oggi finanzia, legittima e promuove la guerra — con armi, parole o silenzi — dovrebbe rispondere non solo alla storia, ma a un tribunale internazionale.

Da che parte vogliamo stare?

Non possiamo più fingere neutralità. Ogni euro speso per un carro armato è un euro tolto a un respiratore, a un libro scolastico, a una pensione dignitosa. Ogni silenzio è complicità. Ogni giustificazione è una coltellata alla verità.

La scelta è chiara: o stiamo con la vita o stiamo con i profitti di morte. Non c’è terza via.

Fonti principali:
• SIPRI – Stockholm International Peace Research Institute
• Guardian, settembre 2025
• Osservatorio sui Conflitti e l’Ambiente
• Etica SGR
• GABV – Global Alliance for Banking on Values
• Relazioni ufficiali NATO e UE
• Dati ONU e IPCC

Due pesi, una menzogna: il genocidio palestinese e l’ipocrisia strategica dell’Europa

C’è un momento in cui la verità, per quanto cruda, diventa un dovere morale. Questo è uno di quei momenti. Mentre l’Europa affila sanzioni contro la Russia, alza la voce sulla guerra in Ucraina e promette armi e fondi a Kiev in nome dei “valori occidentali”, tace, complice, davanti a un’ecatombe in Palestina che ha assunto ormai i contorni inequivocabili di un genocidio. Una selettività che non è frutto di distrazione, ma di una strategia deliberata: quella dell’ipocrisia strutturale, della doppia morale, del doppiopesismo geopolitico.

Il 19° pacchetto di sanzioni contro Mosca e il silenzio su Tel Aviv
La Commissione europea discute, ormai con cadenza rituale, nuove sanzioni alla Russia. Siamo al diciannovesimo pacchetto: misure economiche, restrizioni individuali, blocchi alla tecnologia e investimenti. Il motivo? L’aggressione russa all’Ucraina. Nessuno mette in dubbio la gravità del conflitto, ma il confronto con ciò che accade in Palestina svela una scandalosa asimmetria.

Israele non riceve 19 pacchetti di sanzioni. Riceve fondi, cooperazione militare e scientifica, investimenti pubblici europei. Mentre a Gaza si consuma uno sterminio sistematico, Israele continua a beneficiare del programma Horizon Europe: oltre 100 milioni di euro in progetti scientifici, di cui una quota consistente finisce alla Rafael Advanced Defense Systems, l’azienda che produce droni usati nei bombardamenti sui civili palestinesi.

Droni pagati da noi che massacrano bambini
Un video promozionale della Rafael, disponibile online, mostra il drone Spike FireFly – finanziato in parte dai fondi europei – che si avventa su un civile disarmato. È una scena emblematica. È l’Europa che si proclama garante dei diritti umani a finanziare, di fatto, una guerra totale contro la popolazione palestinese. E mentre il diritto internazionale viene fatto a pezzi sotto gli occhi del mondo, le uniche sanzioni europee avanzate finora sono state simboliche: qualche misura restrittiva contro ministri estremisti e coloni violenti, senza alcun impatto concreto.

Espiazione selettiva: il caso Germania e l’alibi dell’Olocausto
La Germania continua a sostenere lo Stato israeliano anche quando commette crimini documentati contro l’umanità. Lo fa, si dice, per espiare le colpe del nazismo. Ma c’è qualcosa di profondamente perverso in questa logica: si espierebbe un genocidio sostenendone un altro? Si salvaguarderebbe la memoria dei 6 milioni di ebrei assassinati da Hitler, lasciando che 2 milioni di palestinesi vengano sterminati da Netanyahu?

Questo non è espiare: è ripetere, è usare il passato come scudo ideologico per consentire nuovi crimini, stavolta con il benestare delle cosiddette “democrazie occidentali”.

Il genocidio certificato: il rapporto Pillay e l’omertà dell’informazione
Il rapporto della Commissione ONU d’inchiesta sui Territori Palestinesi Occupati, presieduta da Navi Pillay, ha parlato chiaro: Israele ha commesso almeno quattro dei cinque crimini previsti dalla Convenzione sul genocidio del 1948. Il documento, pubblicato il 16 settembre, conferma che a Gaza non è in corso una guerra nel senso tradizionale, ma un atto deliberato di sterminio etnico, culturale e biologico. Si tratta di:
1. Uccisione sistematica di membri del gruppo palestinese;
2. Danni fisici e psichici gravi;
3. Condizioni di vita intese a distruggere il gruppo;
4. Misure per impedire le nascite.

Senza mezzi termini, il rapporto accusa le massime autorità israeliane: il presidente Herzog, il premier Netanyahu, l’ex ministro Gallant. È l’atto di accusa più grave rivolto a uno Stato occidentale dai tempi del processo ai generali argentini o serbi.

Uccidere il futuro: l’attacco alla clinica della fertilità
Uno degli episodi più agghiaccianti documentati dal rapporto riguarda la distruzione della clinica di fecondazione assistita Al-Basma. Migliaia di embrioni, ovuli e spermatozoi sono stati deliberatamente annientati. Nessuna prova d’uso militare. Nessuna scusa plausibile. Solo un obiettivo: impedire ai palestinesi di generare nuova vita. È la logica dell’annientamento biologico, la sterilizzazione forzata mascherata da bombardamento.

20.000 bambini uccisi: numeri che non commuovono l’Europa
Secondo Save the Children, oltre 20.000 bambini sono stati uccisi a Gaza. Molti con colpi diretti alla testa e al torace. Si tratta di esecuzioni, non di “effetti collaterali”. Si aggiungano le donne, le madri incinte, i medici, i pazienti, gli anziani. Gli ospedali sono diventati bersagli sistematici: 1.844 attacchi contro strutture sanitarie in poco più di 9 mesi.

Eppure, mentre l’Europa annuncia conferenze sulla pace e affari sul gas con Israele, nessun telegiornale apre parlando di genocidio. Si parla invece di “due fronti di guerra”, Ucraina e Palestina. Ma non esistono “due guerre”. In Ucraina combattono due eserciti. A Gaza c’è un solo esercito contro una popolazione inerme, assediata e affamata. E i governi europei fingono di non vedere, anzi: riforniscono le armi e firmano i contratti.

La farsa delle sanzioni: coloni sanzionati che non viaggiano in Europa
Von der Leyen propone sanzioni a coloni che mai metteranno piede a Bruxelles. Biden l’aveva già fatto mesi fa, senza alcun effetto deterrente. Ma nessuno si azzarda a proporre l’interruzione dei rapporti militari e scientifici, o il blocco all’esportazione di armi verso Tel Aviv. Anzi, l’Italia è tra i paesi che si oppongono attivamente a ogni forma di pressione reale: insieme a Germania, Ungheria e Austria, difende l’intoccabilità dello Stato israeliano, anche quando le prove di genocidio sono evidenti.

La vigliaccheria del mondo arabo e il silenzio dei mediatori
Il 9 settembre, mentre a Doha si discuteva la tregua, Netanyahu bombardava i negoziatori di Hamas. Sei morti. Una violazione diretta della sovranità del Qatar, ma anche un sabotaggio deliberato ai negoziati. Il vertice arabo che ne seguì si concluse con le solite condanne vuote. Nessun embargo, nessuna ritorsione, nessuna mobilitazione seria. Jack Khouri, su Haaretz, l’ha scritto senza ambiguità: “Il regime militare israeliano su Gaza è cominciato quando i leader arabi si sono incontrati a Doha. I libri di storia lo ricorderanno. Così è caduta Gaza City”.

Genocidio normalizzato, coscienze disinnescate
Ci troviamo di fronte a un genocidio in diretta, che non viene più negato, ma normalizzato. I governi europei lo sanno, i dossier dell’ONU lo provano, le ONG lo denunciano, ma tutto resta fermo. Il diritto internazionale viene evocato solo quando utile alla NATO. Altrimenti si sospende. Si chiude un occhio, poi l’altro. Si tagliano i fondi ai palestinesi e si aumentano quelli a Israele.

Questo non è solo un fallimento morale. È una complicità storica. L’Europa, che ama raccontarsi come culla dei diritti umani, sta scrivendo una pagina vergognosa della propria storia. E quando tutto sarà finito – quando Gaza sarà ridotta a una rovina – nessun leader potrà dire “non sapevamo”. Perché stavolta lo sapevamo tutti.

Fonti:
• Rapporto ONU della Commissione presieduta da Navi Pillay (2025) – https://shorturl.at/ILjbs
• Rapporto Francesca Albanese – relatrice speciale ONU (giugno 2025)
• Save the Children – Dati sulle vittime civili a Gaza (maggio 2025)
• Haaretz – Articolo di Jack Khouri (settembre 2025)
• Comunicati stampa Horizon Europe (2024–2025)
• Dichiarazioni ufficiali Commissione Europea (Ursula Von der Leyen)
• Report PaperFirst – “Il genocidio dei palestinesi”
• Video promozionale Rafael Advanced Defense Systems (Spike FireFly)

Il saccheggio annunciato: gli Stati Uniti preparano la conquista del Venezuela per rubarne il petrolio

Quella che si sta preparando al largo delle coste venezuelane non è una missione antinarcotici. È un’invasione imperialista a tutti gli effetti. Una mossa militare strategica per impadronirsi di uno degli scrigni più ricchi del pianeta. Il Venezuela possiede le più grandi riserve petrolifere conosciute al mondo, insieme a giacimenti di gas, oro, coltan e terre rare. Ed è proprio questo che fa gola agli Stati Uniti.

Il nemico non è il narcotraffico. Il vero bersaglio è il modello di Stato che osa tenere per sé le proprie risorse, redistribuirle al popolo, anziché svenderle alle multinazionali. Washington ha già deciso: quel governo va abbattuto. Non perché è “inefficiente” o “fallito”, ma perché resiste.

Predoni in uniforme: la guerra economica si fa guerra militare

Gli Stati Uniti hanno già dispiegato navi da guerra, caccia e sommergibili nel Mar dei Caraibi. Hanno rilanciato la taglia su Nicolás Maduro, offrendone la cattura come fosse un criminale comune. Hanno bombardato un’imbarcazione “sospetta”, uccidendo 11 persone. Hanno accusato Caracas di dirigere un cartello del narcotraffico senza fornire prove concrete. Nel frattempo, il Venezuela ha risposto mobilitando milioni di miliziani, rafforzando le coste e denunciando all’ONU l’imminente aggressione.

Tutto ciò accade mentre il governo venezuelano ha firmato accordi strategici con Cina e Iran per lo sfruttamento del petrolio, fuori dal circuito dollaro. Un affronto inaccettabile per l’impero: le risorse naturali devono restare sotto controllo occidentale. E chi si sottrae, deve essere colpito.

Il pretesto della droga: un copione logoro per legittimare l’aggressione

È la solita sceneggiatura. Si costruisce una narrativa tossica, si demonizza il governo, si isola diplomaticamente un Paese, e infine si giustifica l’azione militare come “intervento umanitario” o “operazione di sicurezza”. In questo caso, l’etichetta scelta è “narco-Stato”.

Ma persino la DEA ammette che il ruolo del Venezuela nel narcotraffico è marginale. I principali corridoi passano da Colombia e Messico, paesi sotto influenza USA. Il famigerato Cartel de los Soles è una costruzione narrativa, usata per infangare l’intera struttura statale venezuelana. Il nemico è funzionale. Serve a giustificare l’assalto.

La vera posta in gioco: sovranità energetica e autodeterminazione

Il Venezuela è uno dei pochi Stati che ha scelto di tenersi stretto il proprio petrolio e metterlo al servizio della popolazione. Nonostante l’embargo, il blocco finanziario, la guerra economica e le campagne mediatiche, Caracas ha mantenuto il controllo pubblico su PDVSA, la compagnia petrolifera nazionale. Ha destinato le proprie ricchezze a programmi sociali, sanità pubblica, istruzione gratuita, edilizia popolare, accesso ai beni primari, costruendo un’alternativa concreta alla barbarie neoliberista.

Per questo è diventato un bersaglio. Il Venezuela è un modello concreto che dimostra come sia possibile resistere al ricatto dei mercati e scegliere la redistribuzione invece dello sfruttamento.

È chiaro che le difficoltà economiche che il Paese attraversa non dipendono da inefficienze interne, ma dall’assedio economico, commerciale e finanziario organizzato dagli Stati Uniti, in piena violazione del diritto internazionale. Esattamente come accade a Cuba, anch’essa strangolata da sanzioni illegali che durano da decenni.

Una guerra preventiva mascherata: la violazione del diritto internazionale

L’invasione militare in preparazione viola apertamente ogni norma del diritto internazionale. Nessuna risoluzione ONU, nessuna prova concreta, nessun consenso multilaterale. Solo la forza nuda dell’arroganza imperiale.

Gli Stati Uniti stanno agendo da predoni globali. Schierano forze d’attacco come se si trattasse di un’operazione di polizia, ma agiscono da occupanti. E non è la prima volta. Panama, Iraq, Libia: ogni volta con un pretesto diverso. Ma oggi l’obiettivo è chiaro: togliere al Venezuela il diritto di decidere cosa fare delle proprie ricchezze.

Il Venezuela resiste, il multipolarismo avanza

Il Venezuela non arretra. Ha scelto la via della resistenza e della cooperazione Sud-Sud. Mobilita il suo popolo, stringe accordi con Russia, Cina, Iran e costruisce alleanze fuori dal dominio dollaro. Mentre Washington ricorre alla forza, Caracas scommette sulla diplomazia, sull’integrazione latinoamericana, sulla solidarietà dei popoli.

E non è sola. L’attacco al Venezuela è ormai un banco di prova per tutto il Sud globale. Difenderlo oggi significa difendere la possibilità di un mondo multipolare, non subordinato ai diktat della NATO o al sistema finanziario occidentale.

Scenari e conseguenze: il bivio storico dell’America Latina
1. Escalation militare – un’aggressione frontale con il rischio di un conflitto su scala continentale.
2. Blocco economico rafforzato – ulteriore peggioramento delle condizioni di vita, usato per fomentare il malcontento.
3. Cambio di regime forzato – ritorno delle élite neoliberiste e delle oligarchie legate agli interessi USA.
4. Resistenza e consolidamento del fronte anti-imperialista – rafforzamento delle alleanze sovraniste e popolari in tutta l’America Latina.

Un popolo che resiste è un popolo che insegna

Il Venezuela non è un Paese da compatire. È un esempio di resistenza attiva, che dimostra come si possa resistere all’aggressione imperialista senza cedere. Chi oggi lo attacca, lo fa per paura che il suo esempio diventi contagioso.

Difendere il Venezuela non significa solo opporsi alla guerra. Significa scegliere un modello alternativo di società, in cui le risorse appartengano a chi le abita, e non a chi le saccheggia. In cui la solidarietà venga prima del profitto. In cui la dignità valga più del petrolio.

Fonti
Reuters – “Venezuela to boost troops to tackle drug trafficking as US strengthens military in Caribbean”
Associated Press – “US naval deployment near Venezuela raises alarm in Latin America”
Council on Foreign Relations – “Escalating US-Venezuela tensions: beyond the war on drugs”
TRT World – “Narco-state or propaganda tool? Dissecting the US narrative on Venezuela”
Al Jazeera – “Venezuela, China sign oil megadeal amid rising US tension”

Dal colpo che ha ucciso Kirk alla crisi dell’anima collettiva: quando la violenza torna ad essere politica

L’assassinio di Charlie Kirk, il giovane attivista trumpiano freddato da un colpo di fucile durante un evento pubblico in Utah, è solo l’ultimo, tragico segnale di una società che implode su se stessa. Non è soltanto l’ennesima vittima di un Paese armato fino ai denti. È il sintomo violento di un mondo che ha smarrito l’orientamento e ha trasformato la politica in una battaglia identitaria permanente, dove l’opinione si confonde con la verità e il dissenso con il nemico.

E allora non basta parlare di ordine pubblico. Serve riflettere sull’ordine interiore.

La parabola tragica di Charlie Kirk

Charlie Kirk non era un personaggio neutro. Fondatore di Turning Point USA, volto amato dal movimento MAGA, difensore acceso del diritto costituzionale a portare armi, aveva costruito la sua figura pubblica sull’opposizione netta al multiculturalismo, al movimento LGBTQ+, al femminismo e a tutto ciò che potesse essere etichettato come “woke”. In una dichiarazione agghiacciante, arrivò perfino a sostenere che un certo numero di morti ogni anno fosse un prezzo accettabile per preservare il Secondo Emendamento.

Un’affermazione che oggi risuona con macabra ironia: proprio uno di quei “lupi solitari”, armato fino ai denti, ha posto fine alla sua vita, in una sorta di boomerang tragico, un karma intriso di piombo.

Eppure, anche di fronte a questa spirale perversa, il cordoglio dei leader conservatori si è trasformato subito in un’arma retorica. Trump, il giorno dopo l’omicidio, non ha speso una parola sul facile accesso alle armi, sul disagio psichico diffuso nell’America profonda, né sul contesto sociale che trasforma i giovani in bombe a orologeria. Ha invece puntato subito il dito contro “la sinistra”, trasformando il lutto in strumento di propaganda.

La pistola è carica, ma chi mette il dito sul grilletto?

L’omicida di Kirk è un giovane bianco, senza legami politici noti, apparentemente isolato, cresciuto nel deserto psichico e sociale dell’America delle periferie, tra depressione e mitologie belliche. Il suo gesto non sembra coordinato, ma nasce da un humus culturale dove la violenza è un linguaggio possibile, perfino accettabile.

Ma da dove nasce tutto questo?

L’America è diventata un Far West sociale, dove ogni individuo è potenzialmente armato, dove l’identità politica è una bandiera da difendere con le unghie e con i denti, dove la narrazione collettiva è frantumata in mille bolle digitali. E se è vero che la disponibilità di armi gioca un ruolo determinante, lo è ancor di più il vuoto politico ed esistenziale che molti riempiono con ideologie tossiche, frustrazione e rancore.

Il punto non è se l’assassino fosse di sinistra o di destra. Il punto è che chiunque oggi può essere radicalizzato in assenza di riferimenti comuni, mentre la politica — anziché arginare — cavalca la furia e la trasforma in consenso.

La crisi dell’ordine interiore

La violenza politica, negli Stati Uniti come altrove, sta tornando ad essere una scorciatoia per risolvere frustrazioni che la politica istituzionale non intercetta più. Quando la realtà non corrisponde alle aspettative costruite, quando il presente sembra una gabbia e il futuro una truffa, la rabbia cerca un volto da punire.

Funziona così: si decide come dovrebbe andare il mondo, si identifica chi lo ostacola, e si agisce — verbalmente, digitalmente o fisicamente — per “riparare” la distorsione. Non si accetta la complessità, si vuole imporre una propria verità assoluta, un mondo perfetto a propria immagine. È un delirio ideologico ma anche un abisso psicologico.

La violenza non è più un incidente. È diventata una tentazione. Il problema è profondo e sistemico: la crisi politica è ormai crisi antropologica.

La sinistra: tra responsabilità e reazione

Chi oggi accusa la sinistra di aver “armato la mano” dell’assassino, compie un’operazione strumentale. Non ci sono prove, né appartenenze politiche dirette. Ma è vero che anche nei ranghi progressisti, talvolta, si è cavalcata una narrazione moralista e assolutista, dipingendo l’avversario politico come irredimibile, cattivo, da estirpare.

Questa retorica, seppur nata in risposta alla radicalizzazione trumpiana, ha contribuito ad alimentare un clima di perenne guerra civile fredda.

Se la sinistra vuole davvero rompere questa spirale, deve uscire dalla logica binaria della contrapposizione cieca e costruire un orizzonte comune. Non basta vincere le elezioni, serve ricostruire fiducia, senso civico, spazi di ascolto, comunità. Altrimenti si resta intrappolati nella stessa logica tossica che si vorrebbe combattere.

Dove ci sta portando tutto questo?

In Europa, la crisi della politica si traduce in apatia e disaffezione. In America, in polarizzazione armata. Ma il comune denominatore è chiaro: il fallimento della democrazia rappresentativa come spazio di elaborazione collettiva. Oggi la politica è spesso solo marketing elettorale, scontro tra personalità e non tra visioni, polemica invece di progetto. La sua crisi è così profonda da aver generato una nuova fede: quella nella violenza come strumento legittimo di cambiamento.

E in questo scenario, chi ha responsabilità politica, sociale o culturale dovrebbe ricordarsi che le parole costruiscono mondi, e i mondi che costruiscono possono anche uccidere.

Il sistema è in bilico

L’omicidio di Charlie Kirk non è solo un fatto di cronaca nera. È uno specchio. Riflette una società in crisi di senso, un sistema politico che alimenta il conflitto invece di gestirlo, un’umanità che ha smarrito la bussola morale e collettiva.

La violenza è tornata a bussare alla porta della politica. E non se ne andrà finché non sarà ricostruita una cultura del rispetto, della giustizia sociale, della responsabilità pubblica. Il vero problema non è l’ordine pubblico, ma l’ordine interiore di una civiltà che ha dimenticato come si convive con il dissenso.

E se non cambiamo rotta, la prossima pallottola potrebbe colpire chiunque — perché quando il conflitto si fa sistema, la violenza diventa il suo linguaggio naturale.

FRANCIA IN TENSIONE: DAL “BLOQUONS TOUT!” ALLE PROMESSE DI ROTTURA

Il 10 settembre 2025 segna un punto di svolta nella protesta sociale francese: il movimento “Bloquons tout!” – nato sui social – chiama alla paralisi del Paese e accende focolai di rabbia in tutte le regioni. Le cifre ufficiali raggiungono quasi 200 000 manifestanti, decine di blocchi, centinaia di arresti. Il nuovo governo Lecornu si insedia sotto l’ombra di un malcontento che non accenna a calare.

La marea umana e i blocchi che attraversano la Francia
• Secondo il Ministero dell’Interno, 197 000 persone hanno partecipato alla mobilitazione “Bloquons tout!” in 596 raduni e 253 blocchi in tutto il territorio.
• Alcune fonti parlano di fino a 200 000 manifestanti coinvolti nelle proteste.
• La partecipazione è stata capillare: grandi città (Parigi, Lione, Marsiglia, Nantes, Rennes, Grenoble) e aree più periferiche.

Arresti, fermi e tensioni: il bilancio
• 540 persone interpellate, di cui 211 solo a Parigi.
• 415 messe in garanzie a vista (garde à vue), 110 a Parigi.
• Incidenti e tensioni: circa 267 incendi di spazio pubblico (cassonetti, veicoli) registrati alla sera.
• Feriti tra le forze dell’ordine: 23 agenti lievemente feriti in tutta la giornata.

Un movimento senza volto, con mille volti
• “Bloquons tout!” non nasce da un soggetto politico né sindacale centralizzato, ma da un appello civico diffuso via social media — in particolare Telegram — da gruppi come “Les Essentiels”.
• La proposta di tagli per il 2026 (circa 43,8 miliardi €) presentata da François Bayrou – includenti tagli al sociale, giorni festivi soppressi, blocco degli aumenti pensionistici — ha catalizzato il malcontento.
• Il movimento è plurale: studentesse e studenti, lavoratori precari, sans-papiers, ambientalisti, collettivi artisticici, giovani in cerca di futuro. Rally di “disobbedienza civile” miscelati con richieste di giustizia fiscale (“Tassate i ricchi”), rifiuto dell’inasprimento delle pensioni, lotta per diritti fondamentali.
• Il sostegno politico arriva da sinistra: partiti come La France Insoumise (LFI), i Verdi, il Partito Comunista (PCF) aumentano la propria vicinanza al movimento. Alcuni sindacati (CGT, Solidaires) si dicono pronti a sostenere azioni come lo sciopero generale del 18 settembre.

Dal voto di sfiducia a Lecornu: il governo che non placa la crisi
• Bayrou, primo ministro fino all’8 settembre, cade su una mozione di sfiducia dopo le reazioni violente al suo piano. Macron nomina Sébastien Lecornu, già ministro della Difesa, nuovo premier il 10 settembre, nel mezzo delle mobilitazioni.
• Lecornu promette “una rottura di metodo”, dialogo con l’opposizione, ma il movimento considera questa mossa insufficiente: “non basta cambiare facce”.

Temi centrali e richieste emergenti
• Austerità vs. servizi pubblici: scuole, ospedali e diritti sociali al centro della protesta.
• Giustizia fiscale: si torna a parlare anche della “tassa Zucman” sui super ricchi.
• Rappresentanza democratica: il malessere punta contro Macron, l’élite politica e le decisioni prese a tavolino. “Macron il tuo mondo è finito”, si legge in molti striscioni.

Punti chiave di questa giornata

Elemento Dato / Dettaglio
Manifestanti totali Tra 175 000 e 200 000
Raduni e blocchi Circa 596 e 253
Arresti & fermi 540 interpellazioni, 415 garde à vue
Incidenti pubblici Circa 267 incendi e tensioni
Feriti tra polizia 23 agenti leggermente feriti
Si teme ripresa Appello a sciopero generale il 18 settembre.

una crisi che rischia di non spegnersi

La giornata del 10 settembre non ha paralizzato la Francia, ma ha disegnato una mappa netta del malessere. Il movimento “Bloquons tout!” ha mostrato che la rabbia non è soltanto una reazione all’austerità, ma a un modello politico che si ritiene escludente. Macron prova a cambiare volto della governance con Lecornu, ma la mobilitazione continua e promette di essere lunga: sciopero generale, blocchi diffusi, assemblee di quartiere, intersezioni dei conflitti sociali. Questo non è solo un tempo di rottura, ma la possibilità di un nuovo “patto” tra cittadini e Stato.

Dalla parte giusta della storia: la Spagna di Sánchez e la lezione di dignità che l’Italia rifiuta

Ci sono momenti in cui la Storia bussa alla porta della politica. E non accetta silenzi, né ambiguità. Il governo spagnolo, guidato da Pedro Sánchez, ha risposto con fermezza e coraggio morale. Lo ha fatto assumendosi una responsabilità che altri, come l’Italia, continuano a scansare dietro il paravento della “neutralità”, della “realpolitik” o, peggio, della complicità silenziosa.

Con una decisione senza precedenti nell’Unione Europea, Sánchez ha annunciato nove misure dure e concrete contro Israele, accusato apertamente di genocidio nella Striscia di Gaza. Non è più solo una questione di posizionamento diplomatico, ma di rottura netta con il disumano. Lo ha detto con chiarezza: «Non è difendersi. Non è nemmeno attaccare. È sterminare un popolo indifeso». Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce un atto politico tanto radicale quanto necessario.

L’embargo legale sulle armi: dalla parola all’azione

La misura più forte è il decreto legge reale che sancisce l’embargo totale e vincolante sulle forniture militari a Israele. Una scelta che mette fine all’ipocrisia dei “blocchi di fatto” e degli embarghi mai applicati fino in fondo. In un’Europa che ancora permette transiti bellici, vendita di tecnologie dual use, e addirittura gemellaggi militari con Tel Aviv, la Spagna compie un passo di rottura con le logiche dominanti dell’atlantismo cieco.

L’embargo spagnolo non si limita al commercio di armi. Vieta anche il transito nei porti e negli aeroporti di navi e aerei diretti in Israele con materiali bellici o combustibili per uso militare. Nessun altro governo occidentale ha avuto il coraggio di fare altrettanto. E nessun altro leader europeo ha pronunciato parole tanto chiare nel denunciare quello che sta accadendo a Gaza: un genocidio, sotto gli occhi di tutti.

Sanzioni personali e sostegno concreto al popolo palestinese

Altrettanto significative sono le misure che vietano l’ingresso in Spagna ai responsabili diretti e indiretti delle operazioni militari nella Striscia. Una risposta limpida ai mandati d’arresto della Corte Penale Internazionale contro Netanyahu e Gallant, che la Spagna si è detta pronta a rispettare. È un segnale potente: chi stermina i civili non può godere dell’impunità diplomatica.

Ma la politica del governo Sánchez non si ferma alla condanna. Punta a rafforzare gli strumenti di sostegno concreto al popolo palestinese, in particolare attraverso l’aumento degli aiuti umanitari e lo stanziamento di 150 milioni di euro all’UNRWA entro il 2026, nonostante le pressioni israeliane e statunitensi volte a screditare l’agenzia ONU. Sono stati inoltre varati nuovi progetti nei campi dell’agricoltura, della sanità e dell’alimentazione, e la Spagna rafforzerà il proprio impegno nella missione europea alla frontiera di Rafah.

Altre due misure emblematiche: il divieto di importazione di prodotti dai territori occupati, come i datteri Medjoul, e la riduzione dei servizi consolari agli israeliani residenti negli insediamenti illegali. È il segnale che la legalità internazionale non è solo una formula astratta, ma una linea di condotta concreta.

Il coraggio politico che manca all’Italia

Di fronte a questa presa di posizione netta e coerente, il governo italiano appare ancora una volta dalla parte sbagliata della Storia. Giorgia Meloni e il suo esecutivo, pur professandosi fedeli ai valori della Costituzione, preferiscono l’inerzia e la subalternità. Mentre Sánchez chiude i porti alle armi, l’Italia li apre agli F35 israeliani per manutenzioni segrete e addestramenti congiunti. Mentre la Spagna vieta l’ingresso agli sterminatori di bambini, l’Italia ospita militari IDF “in vacanza”, a ritemprarsi prima di tornare a massacrare civili nella Striscia.

Meloni alza la voce contro i migranti, ma tace davanti alle bombe su ospedali e campi profughi. Difende la “civiltà occidentale” mentre la civiltà implode sotto il peso dell’indifferenza e della complicità. L’Italia – Paese firmatario della Convenzione per la prevenzione del genocidio – si ostina a non vedere, non sentire, non agire. Persino la sinistra istituzionale balbetta, incapace di proporre una linea chiara, schiacciata tra il terrore di essere etichettata come “filo-Hamas” e l’ignavia di chi ha perso ogni riferimento etico.

La dignità come atto politico

Le parole di Sánchez non sono retorica. Sono un appello alla coscienza europea. E ricordano che governare non significa semplicemente amministrare, ma scegliere. E le scelte hanno un peso storico. «La Spagna vuole che la sua società sappia di essersi collocata dalla parte giusta della storia» ha detto il premier. Ecco cosa significa essere democratici: non difendere l’ordine costituito a prescindere, ma rompere con l’ingiustizia quando questa si fa sistema.

Di fronte al genocidio in corso, ogni ambiguità è complicità. Ogni silenzio è tradimento. Ogni neutralità è un atto di viltà. Ecco perché la scelta del governo spagnolo va sostenuta, diffusa, imitata. Perché ci ricorda che esiste un altro modo di fare politica, che non si inginocchia davanti ai padroni del mondo e non chiude gli occhi davanti alla morte.

La Storia registra tutto. E non perdona chi si gira dall’altra parte.

Fonti
• Il Fatto Quotidiano, 6 settembre 2025
• El País, dichiarazione ufficiale di Pedro Sánchez
• Dichiarazioni ONU, UNRWA, ICC (Corte Penale Internazionale)
• Articoli e report di Amnesty International e Human Rights Watch
• Osservatori indipendenti su Gaza (Euro-Med Monitor, PCHR)

Il ricatto incrociato: l’Europa minaccia Israele per salvare l’Ucraina, ma Trump non abbocca

Nel teatro geopolitico contemporaneo, lo scontro tra gli interessi degli Stati Uniti, le aspirazioni belliciste dell’Unione Europea e la resistenza russa si sta trasformando in un gioco di ricatti e bluff, in cui le carte si scoprono solo per lanciare segnali ambigui. L’ultima mano, in ordine di tempo, vede protagonista l’Europa che, con sorprendente cinismo, lascia filtrare un messaggio tanto esplicito quanto disperato all’amministrazione Trump: “Se abbandoni l’Ucraina, noi abbandoniamo Israele.”

Una minaccia velata, che più che un atto di forza, rivela una debolezza strutturale del progetto atlantista: l’incapacità dell’Europa di reggersi in piedi senza l’ombrello militare, finanziario e simbolico di Washington. Ma andiamo per gradi.

Trump e l’arte dello scaricabarile

Donald Trump, rieletto presidente degli Stati Uniti, ha subito imposto una linea netta nei rapporti con l’Ucraina: “Non regaliamo nulla, vendiamo armi. E la NATO paga.” Il suo entourage, a partire da J.D. Vance, è stato altrettanto chiaro: la difesa dell’Ucraina è compito europeo. Punto. Nessuna copertura ideologica, nessun appello all’eroismo democratico. Solo affari.

Non è un caso che, subito dopo l’incontro con i leader europei, Trump abbia telefonato a Putin nel cuore della notte, ignorando ogni forma di protocollo diplomatico. Il messaggio implicito? L’Europa non detta più l’agenda e la guerra può essere ricalibrata a Washington con un colpo di telefono, se e quando conviene.

L’Ucraina, da Stato fallito a laboratorio industriale bellico

Mentre l’asse atlantico perde coesione, l’Europa tenta disperatamente di mantenere vivo il conflitto per evitare di dover accettare l’inevitabile: una vittoria strategica russa sul campo e la conseguente umiliazione politica e finanziaria. In questo scenario si inserisce il “porcospino d’acciaio”, ovvero la trasformazione dell’Ucraina in un distretto produttivo bellico europeo.

Come evidenzia l’ISPI, l’interconnessione industriale tra Kiev e Bruxelles è ormai una realtà, anche se tenuta sotto traccia. Colossi come Rheinmetall e BAE Systems stanno aprendo fabbriche in Ucraina per sfruttare una capacità produttiva bellica sottoutilizzata. La guerra, insomma, diventa un’opportunità di investimento, e i corpi dei giovani ucraini – reclutati con metodi sempre più forzati – si trasformano in carburante umano per l’industria militare occidentale.

La trappola del cessate il fuoco (per riarmare Kiev)

Nel frattempo, le dichiarazioni ufficiali di pace da parte dei leader europei si rivelano per quello che sono: una manovra tattica per guadagnare tempo e rifornire l’Ucraina di armi e risorse. Il cancelliere tedesco Merz parla di “cessate il fuoco”, mentre Macron auspica un “forte esercito ucraino”. Persino Meloni richiama l’articolo 5 della NATO – quello sulla difesa collettiva – in modo strumentale.

Il Washington Post rivela che Francia e Gran Bretagna stanno pianificando l’invio di truppe in Ucraina, supportate dall’intelligence statunitense. Berlino “valuta l’opzione”. Tutto questo mentre Mosca ammonisce sull’inevitabilità di una “escalation incontrollata” nel caso di un intervento diretto europeo. Ma gli avvertimenti russi, come sempre, vengono ignorati.

Israele come moneta di scambio

Ed è qui che entra in gioco Israele. Per convincere Trump a non abbandonare l’Ucraina, le élite europee giocano la carta della pressione emotiva: l’Occidente potrebbe rivedere il suo sostegno incondizionato allo Stato ebraico. Un messaggio che sembra essere stato autorizzato ai massimi livelli.

Prova ne è il repentino cambio di tono della stampa mainstream europea. “La Repubblica”, notoriamente filo sionista, pubblica un’intervista a Nathan Thrall in cui si parla apertamente di pulizia etnica e disumanizzazione sistemica dei palestinesi. Il “Sole 24 Ore”, altro baluardo del governo genocidiario filo-israeliano, ospita un editoriale che ammette l’inutilità del riconoscimento della Palestina senza sanzioni contro Israele. In tutta Europa, da Le Monde a The Guardian, emergono titoli che certificano lo sterminio dei civili a Gaza e la crisi interna allo Stato ebraico, tra fuga dei giovani e carenza di soldati.

La tempistica di questa ondata mediatica non è casuale. Il messaggio a Trump è chiaro: se vuoi mantenere la nostra complicità nel genocidio, devi pagare pegno in Ucraina. Un ricatto geopolitico mascherato da coscienza morale ritrovata.

La trappola cinese e il miraggio dei capitali

A complicare il quadro, arriva un altro messaggio indiretto all’amministrazione Trump: l’elogio improvviso al mercato finanziario cinese sulle colonne del “Sole 24 Ore”. Si parla di rapporti prezzo/utili più convenienti rispetto al Nasdaq e della stabilità garantita dalla politica monetaria di Pechino. Un’allusione appena velata: “Se non investite in Ucraina, potremmo spostare i nostri capitali in Cina.”

Ma anche questa è una minaccia poco credibile. L’Europa, nella sua attuale configurazione politica e ideologica, non ha né la volontà né il coraggio di rompere davvero con Washington e l’atlantismo. Lo dimostra la sua assoluta subalternità nelle decisioni strategiche, militari ed economiche.

Un bluff destinato a fallire?

La strategia europea è dunque chiara: mostrarsi disponibili al dialogo con Trump, assecondarlo formalmente, mentre si lavora per coinvolgere direttamente gli eserciti del Vecchio Continente nella guerra contro la Russia. Come sostiene Aleksandr Dugin, si tratta di una manovra psicologica per congelare il conflitto, resettare le forze ucraine e rilanciare il confronto con più potenza distruttiva.

Ma senza il sostegno pieno e convinto degli Stati Uniti, tutto questo rischia di crollare come un castello di carte. L’ipotesi di abbandonare Israele è infatti un bluff, così come il flirt finanziario con la Cina. L’Europa, priva di sovranità reale, resta un attore subalterno. E Trump lo sa benissimo.

Il suicidio geopolitico dell’Europa

Nel tentativo di salvare il fronte ucraino, l’Europa è arrivata a mettere sul tavolo persino la questione israelo-palestinese, strumentalizzando una tragedia umanitaria per ottenere dividendi geopolitici. Un’operazione cinica, che rischia di rivelarsi un boomerang devastante. Il sostegno all’Ucraina si sta dimostrando economicamente insostenibile, politicamente suicida e moralmente indegno.

Il problema, in fondo, non è solo Trump, né la Russia. È l’incapacità dell’Unione Europea di concepirsi come soggetto autonomo. Finché non romperà la gabbia dell’atlantismo e del capitale militarizzato, continuerà a sacrificare i popoli – compreso il proprio – sull’altare della guerra per procura.

Fonti:
https://www.lariscossa.info/ci-sono-cascati-per-la-quarta-volta/
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/perche-lucraina-sta-diventando-il-cuore-della-difesa-europea-213817
https://www.lariscossa.info/severgnini-pal-washing-libia-e-verita-censurate/
• The Washington Post, France24, The Guardian, Le Monde, Il Sole 24 Ore, La Repubblica.

Guerra, capitale e paradisi fiscali: l’economia del disastro come ultima risorsa del capitalismo putrescente

Quando la guerra smette di essere un evento eccezionale e si trasforma in una necessità ciclica, vuol dire che qualcosa si è guastato nel motore stesso della storia. E quel motore, oggi, ha il nome di capitalismo globale in fase di decomposizione. Un capitalismo che non produce più progresso, ma distruzione. Che non genera più sviluppo, ma morte. Che non distribuisce ricchezza, ma la trasferisce sistematicamente verso l’alto, occultandola nei forzieri dorati dei paradisi fiscali.

La guerra non è un errore. È sistema.

La narrazione ufficiale ci racconta che le guerre in corso – in Ucraina, in Palestina, in Africa, nel Pacifico che si scalda – siano esiti tragici ma inevitabili di crisi geopolitiche, interessi divergenti o minacce alla democrazia. Ma questo è solo il trucco retorico con cui si maschera una verità molto più profonda, strutturale, sistemica: la guerra è oggi il principale meccanismo attraverso cui il capitalismo prova a sopravvivere alla propria crisi storica.

Non è un caso se proprio l’Unione Europea, devastata dalle conseguenze economiche della guerra russo-ucraina, non solo non frena, ma rilancia sulla linea del riarmo. Non è questione di servilismo verso Washington, come vorrebbe una lettura semplicistica o complottista, ma di necessità interna. L’imperialismo non è un’aberrazione del capitalismo, è la sua forma politica naturale quando lo sviluppo economico non è più garantito dalla produzione, ma solo dalla distruzione.

Crisi di sovrapproduzione e caduta del tasso di profitto

Il cuore del problema è noto da tempo a chi ha ancora il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Il modo di produzione capitalistico, basato sull’estrazione di plusvalore dal lavoro vivo, è entrato in una fase in cui lo sviluppo tecnologico stesso, sostituendo sempre più lavoro umano con macchine, riduce progressivamente la quota di valore estraibile. In altre parole, più si investe in automazione, meno si estrae profitto.

Questa tendenza alla caduta del saggio di profitto è l’origine strutturale della crisi. Per rimediare, il capitale cerca allora nuovi spazi: mercati vergini, manodopera a basso costo, materie prime depredabili. E se non bastano i trattati commerciali o le privatizzazioni selvagge, allora si passa alla guerra. Per colonizzare, soggiogare, distruggere e infine ricostruire a debito. È il ciclo necro-economico della guerra capitalista.

Dove vanno a finire i profitti della distruzione? Nei paradisi fiscali

Mentre si socializzano i costi delle armi e della guerra – pagati con tagli alla sanità, alla scuola, alle pensioni – si privatizzano i profitti. E questi profitti non rimangono nei territori devastati, né nei paesi che combattono. Volano via, letteralmente. Fuggono in luoghi dove la sovranità fiscale non esiste e dove il segreto bancario è ancora sacro: i paradisi fiscali.

Nel 2024, secondo stime dell’OCSE, oltre 11 trilioni di dollari erano parcheggiati offshore da corporation e super-ricchi, al riparo da tasse e responsabilità sociali. Questi capitali non sono solo nascosti. Sono reinvestiti, usati per speculare su materie prime, per finanziare guerre per procura, per comprare media e politici. Sono la linfa segreta della guerra permanente.

Israele, ad esempio, mentre bombarda Gaza, riceve miliardi in armamenti e investimenti dai fondi speculativi americani che passano da Delaware, Isole Cayman, Svizzera, Lussemburgo. Lo stesso avviene con l’Ucraina. Prestiti FMI, aiuti militari e fondi per la ricostruzione gestiti da banche internazionali e aziende di contractor che fanno base in paradisi fiscali.

Il capitalismo di guerra non è solo un meccanismo militare, ma un gigantesco schema finanziario. Si distrugge per creare debito, si ricostruisce a debito, si privatizza il futuro delle popolazioni colpite e si estrae ulteriore ricchezza da quella sofferenza. Il tutto con il sigillo delle istituzioni internazionali e l’impunità garantita dall’anonimato fiscale.

La mistificazione della democrazia e il ritorno dell’imperialismo razionale

Molti commentatori si ostinano a leggere la geopolitica con lenti morali. L’Occidente combatte per la libertà. La Russia è reazionaria. Israele è una democrazia minacciata. Ma questa narrazione regge solo per chi si ostina a credere che esista un capitalismo buono, pacificato, capace di agire nel nome dei diritti umani.

In realtà, la differenza tra l’imperialismo umanitario dei progressisti e quello brutale dei conservatori è solo di forma, non di sostanza. Il primo lo giustifica con i diritti civili, il secondo con la sopravvivenza della nazione. Ma entrambi servono il medesimo padrone: il capitale in cerca di profitto, ovunque esso possa essere ancora estratto. E ogni nazione che si oppone a questo processo viene indicata come canaglia, terrorista, dittatura.

La Russia e Hamas, per quanto discutibili o contraddittori nella loro azione, non sono i protagonisti del disordine mondiale. Sono il sintomo di un mondo che non riesce più a funzionare senza un nemico permanente. L’Occidente ha bisogno della guerra non solo per i profitti che genera, ma per sopravvivere alla propria agonia economica e al proprio declino di legittimità sociale.

Capitale e democrazia: un divorzio ormai irreversibile

Chi ancora crede che la democrazia sia il contrappeso naturale del capitalismo si aggrappa a un’illusione storicamente superata. Oggi più che mai, la democrazia liberale non è in crisi per eccesso di populismo o per il ritorno dell’autoritarismo, ma perché è diventata del tutto incompatibile con le esigenze strutturali del capitale globale.

Il capitalismo finanziarizzato ha bisogno di governi rapidi, obbedienti, efficienti nel tagliare diritti, nel reprimere il dissenso, nell’adattarsi alle richieste dei mercati. Il tempo della deliberazione democratica è troppo lungo. Il consenso va gestito con l’algoritmo, non costruito nel dibattito. Il Parlamento è teatro, i fondi speculativi sono il vero governo.

In questo contesto, le guerre – reali o simboliche – diventano strumenti essenziali non solo per mantenere il dominio economico, ma anche per neutralizzare la democrazia. Il popolo sotto assedio vota come vuole il potere. E chi dissente, viene isolato, criminalizzato o ridotto al silenzio. La guerra, dunque, non è solo una scorciatoia economica, ma anche una scorciatoia politica per evitare la partecipazione popolare e l’autodeterminazione collettiva.

Non è un caso che proprio nei paesi più attivamente coinvolti nelle guerre globali – dagli Stati Uniti a Israele, dall’Europa orientale all’Italia in versione NATO – assistiamo a un collasso simultaneo delle garanzie costituzionali, dei diritti sociali, della rappresentanza. Il capitalismo in agonia non tollera più neppure la finzione della democrazia.

Conclusione: cambiare sistema o affondare insieme

Di fronte a questo scenario, illudersi che basti votare meglio o cambiare qualche governo per fermare la spirale distruttiva in atto è ingenuo. Non siamo davanti a un problema politico contingente, ma a una crisi strutturale di civiltà. Il capitalismo ha smesso da tempo di essere una forza progressiva. È diventato un cadavere che cammina, che si nutre di corpi e territori, che si protegge con eserciti privati e scudi fiscali.

La democrazia stessa, svuotata della sua sostanza, è oggi ostaggio del capitale. Non decide, non protegge, non rappresenta. È diventata una maschera dietro cui si nasconde un’oligarchia finanziaria che manovra guerre, profitti, disastri climatici, speculazioni e propaganda.

La vera alternativa non è tra guerra o pace, ma tra capitalismo o vita. E chi non ha il coraggio di dirlo, chi cerca ancora un capitalismo etico o verde, chi propone rattoppi progressisti senza mettere in discussione la radice del problema, si fa complice, consapevole o meno, di questa agonia mascherata da civiltà.

La guerra è il linguaggio con cui il capitale grida il suo fallimento. Tocca a noi, ora, imparare a parlare un’altra lingua. Una lingua fatta di giustizia sociale, redistribuzione, partecipazione reale, sovranità popolare. Perché se non cambiamo rotta, l’unica democrazia che ci resterà sarà quella del mercato armato, della moneta anonima, del voto inutile. E sarà troppo tardi.

Fonti principali
• OCSE, Tax Transparency Report 2024
• IMF, World Economic Outlook, April 2024
• OXFAM, Survival of the Richest, 2023
• Zucman, G., The Hidden Wealth of Nations, 2016
• Harvey, D., L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza, 2011
• Luxemburg, R., L’accumulazione del capitale, 1913
• Lenin, V. I., L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, 1916
• Naomi Klein, Shock Economy, 2007
• World Bank Data on Capital Flows and FDI (2023–2024)

Caschi blu a Gaza: la via dell’ONU oltre il veto USA

L’emergenza umanitaria a Gaza ha superato la soglia dell’indicibile: assedi, carestia, bombardamenti, ospedali trasformati in obitori, nessun accesso garantito per gli aiuti umanitari. La governance israeliana, sempre più priva di contrappesi, opera sub specie militari, ignorando apertamente la legalità internazionale. E mentre le Nazioni Unite restano paralizzate dal veto sistemico degli Stati Uniti, emerge con forza un interrogativo: può l’Assemblea Generale aggirare questa impasse e agire?

La risposta esiste, è sul tavolo dal 1950, si chiama Uniting for Peace – ed è l’unica carta concreta che oggi l’ONU può giocare per difendere ciò che resta del diritto internazionale e della sua stessa credibilità.

Gaza sotto assedio, la diplomazia sotto scacco

Il 10 agosto 2025, il Consiglio di Sicurezza si è riunito per affrontare l’esplicito piano di conquista totale di Gaza annunciato dal governo Netanyahu. Un piano di annessione de facto, considerato da più giuristi internazionali come genocidio in fieri, secondo i criteri della Corte Internazionale di Giustizia. Eppure, neppure un voto: il veto statunitense, ampiamente preannunciato, ha impedito anche solo una risoluzione interlocutoria.

Questo ennesimo fallimento ha rimesso al centro dell’attenzione una vecchia arma giuridica, ancora pienamente in vigore: la risoluzione 377 (A) V – Uniting for Peace, adottata nel 1950 proprio su iniziativa degli Stati Uniti, allora per contrastare i veti sovietici sulla guerra di Corea.

Uniting for Peace: lo strumento esiste, manca il coraggio

La risoluzione 377 afferma che, quando il Consiglio di Sicurezza “viene meno al proprio dovere” a causa di un veto, l’Assemblea Generale può intervenire, convocando un’assemblea d’urgenza e adottando raccomandazioni vincolanti per l’uso di misure collettive, anche armate, per mantenere o ristabilire la pace.

Questo meccanismo non è una chimera: è stato attivato in 11 casi, incluso il conflitto di Suez nel 1956, l’invasione sovietica dell’Ungheria, e più recentemente, nel 2022, per condannare l’invasione russa dell’Ucraina.

Tuttavia, mai è stato applicato al conflitto israelo-palestinese, nonostante le ripetute escalation e le gravi violazioni del diritto umanitario. La domanda è dunque politica, non giuridica.

Francesca Albanese e la mobilitazione per una forza di protezione

Il rilancio è arrivato da più parti: la relatrice speciale ONU Francesca Albanese ha chiesto esplicitamente l’attivazione del meccanismo, suggerendo una “forza protettiva internazionale composta da soldati amici”. L’ONG DAWN ha appoggiato questa proposta, sottolineando come l’inazione ONU stia contribuendo alla complicità passiva nello sterminio in corso.

Nei giorni tra l’8 e il 10 agosto, la delegazione palestinese ha formalmente avanzato la richiesta all’Assemblea Generale, invocando l’articolo 7 della Carta delle Nazioni Unite e la procedura Uniting for Peace. Ma nessuno, finora, ha osato raccoglierla.

Un consenso larvato, ma nessuna volontà politica

Il quadro all’interno del Consiglio di Sicurezza è eloquente: Slovenia, Francia, Regno Unito, Danimarca, Grecia, Pakistan, Panama, Somalia, Algeria, Corea del Sud, Guyana, Sierra Leone – tutti hanno condannato apertamente il piano di occupazione israeliano. Ma nessuno ha promosso formalmente l’attivazione della 377 A.

Cina e Russia, pur critiche verso Israele, restano silenti. I motivi sono geopolitici: Pechino teme che una spaccatura netta con gli USA possa ripercuotersi su Taiwan, Mosca guarda all’Ucraina. Anche le diplomazie europee, pur favorevoli alla Palestina nei toni, preferiscono un approccio graduale e simbolico, evitando lo scontro frontale con Washington.

Nel frattempo, la “rassegnazione connivente” – per usare le parole di Gian Giacomo Migone – si espande tra le istituzioni internazionali.

Oltre la retorica: serve un mandato ai caschi blu

A Gaza non servono più solo dichiarazioni, ma azioni concrete: corridoi umanitari, protezione dei civili, accesso a viveri e medicinali, verifica indipendente dei crimini di guerra. Tutto ciò può essere garantito da una forza internazionale sotto mandato ONU, sul modello delle missioni UNIFIL o MINURSO.

Il mandato dei caschi blu non può più essere ostaggio dei giochi di potere del Consiglio. Come ricordava lo stesso António Guterres, “la legalità internazionale non è opzionale”. Ma se resta lettera morta, il rischio di implosione del sistema multilaterale diventa reale.

Nel 1938, la Società delle Nazioni fallì nel suo scopo primario: prevenire un nuovo conflitto globale. Oggi, l’ONU rischia la stessa sorte se non reagisce. Gaza non può essere il nuovo fallimento di Ginevra.

Direzione di marcia: quale mobilitazione possibile?

L’Assemblea Generale, come corpo rappresentativo delle Nazioni Unite, può e deve agire. Serve il voto favorevole di due terzi dei membri presenti e votanti: un obiettivo realisticamente raggiungibile, vista la larga maggioranza di paesi che sostengono i diritti dei palestinesi.

Anche azioni simboliche, come l’ipotesi suggerita da alcuni diplomatici italiani di boicottare l’intervento di Netanyahu lasciando vuota l’aula, possono avere un valore politico forte. Ma la priorità resta operativa: l’implementazione immediata di una forza internazionale di protezione civile e umanitaria.

Conclusione: oltre la rassegnazione, la responsabilità collettiva

L’ONU è a un bivio. Gaza è oggi la cartina al tornasole della sua capacità di incidere nella realtà, non solo nella diplomazia. Se l’Assemblea Generale non interverrà, la storia la giudicherà corresponsabile di un’ecatombe annunciata.

Per questo oggi, richiamando il principio stesso che fondò le Nazioni Unite – “Mai più” – occorre agire, senza più alibi.

🕊️ Missione delle fonti
• Risoluzione 377 (V) “Uniting for Peace” (3 novembre 1950): https://digitallibrary.un.org/record/111019
• DAWN MENA – Proposta di forza di protezione internazionale: https://dawnmena.org/un-general-assembly-deploy-international-protection-force-to-gaza/
• Francesca Albanese – Interventi pubblici e dichiarazioni ufficiali: https://www.ohchr.org/en/special-procedures/sr-palestine
• Riunione ONU del 10 agosto e posizionamenti nazionali: resoconti da volerelaluna.it, ejiltalk.org
• Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza 2720, 2728 (2023–2025): https://digitallibrary.un.org
• Analisi parallele: Janine Di Giovanni su The Atlantic e Newlines Magazine
• Finanziamenti italiani all’UNRWA e politica estera: https://it.wikipedia.org/wiki/Italia_e_Palestina