L’erede di San Francesco: il pontificato rivoluzionario di Papa Bergoglio

Nel lungo e spesso travagliato cammino della Chiesa cattolica, il pontificato di Jorge Mario Bergoglio, noto al mondo come Papa Francesco, ha rappresentato una vera e propria scossa tellurica. Non tanto per dogmi sovvertiti o dottrine ribaltate, quanto per la profondità spirituale, la radicalità evangelica e la forza simbolica dei suoi gesti, delle sue parole e delle sue omissioni. Nessun papa prima di lui, perlomeno nella contemporaneità, ha saputo riaccendere la coscienza morale e politica di credenti e non credenti con la stessa forza. Ma, al tempo stesso, nessun papa è stato tanto osteggiato — non soltanto fuori dalle mura vaticane, ma dentro la stessa curia romana.

Francesco è stato un papa “scandaloso” nel senso più evangelico del termine: ha messo a nudo le ipocrisie, ha smascherato le liturgie del potere e ha spostato il baricentro dell’attenzione cattolica dai temi “sensibili” come aborto, fine vita, omosessualità, divorzio, alla carne viva del Vangelo: i poveri, la Terra, gli emarginati, gli ultimi.

Il papa dei gesti profetici

I suoi gesti sono rimasti impressi nella memoria collettiva più delle sue encicliche: la visita a Lampedusa, primo atto del suo pontificato, con lanci di fiori in mare per commemorare i migranti morti durante la traversata. Un atto silenzioso e potente, che rivelava la sua intenzione di riportare al centro del cristianesimo la compassione e la giustizia. O ancora il cammino solitario in Piazza San Pietro durante la pandemia, sotto la pioggia, davanti a una piazza vuota ma colma di dolore umano, a simboleggiare la necessità di restare vicini nella distanza.

Ha celebrato giubilei lontano dal centro del potere, nelle carceri, nelle periferie, in Africa. Ha incontrato leader religiosi e politici, ma ha sempre scelto di porgere la mano prima ai diseredati, agli scartati, agli invisibili. Ha tentato la via del dialogo per fermare le guerre, spesso inascoltato, ma mai silente.

Una rivoluzione silenziosa: dalla dottrina al cuore

Papa Francesco non ha rivoluzionato la dottrina cattolica nel senso formale, ma l’ha disinnescata nei suoi automatismi dogmatici. Con cautela, certo, consapevole di non essere un agitatore, ma un pontefice. Tuttavia, ha agito come un vero riformatore, preferendo la pastorale alla teologia, l’incontro alla condanna. Su temi come l’aborto, l’eutanasia, l’identità di genere, ha mantenuto posizioni tradizionali sul piano dottrinale, ma ha sempre invitato a guardare prima le persone che le norme. Ha saputo dire “chi sono io per giudicare?” con una semplicità disarmante e rivoluzionaria.

Il suo pontificato ha incarnato un cristianesimo incentrato non sul dominio dell’uomo, ma sulla custodia del creato. Un ribaltamento epocale della visione antropocentrica tradizionale, in favore di una spiritualità ecologica, radicata nella consapevolezza dell’interdipendenza tra l’essere umano, gli altri esseri viventi e la Terra.

Laudato si’: l’enciclica che parla al mondo

Nel 2015, la pubblicazione dell’enciclica Laudato si’ ha segnato un punto di non ritorno nel magistero della Chiesa. Più che un documento dottrinale, essa si presenta come un manifesto spirituale, filosofico e politico. Con parole semplici, accessibili, ma di impressionante profondità, il papa ha intrecciato i fili della crisi climatica, dell’ingiustizia sociale, della tecnocrazia distruttiva e dell’economia dell’esclusione, legandoli in un’unica trama: il grido della Terra è il grido dei poveri.

Laudato si’ ha fatto propria l’eredità dell’ecologia profonda e dell’ecofemminismo, includendo nella riflessione teologica il pensiero indigeno, in particolare delle comunità dell’Amazzonia. Da questa apertura è nato anche il Sinodo panamazzonico, un evento senza precedenti nella storia della Chiesa, finalizzato all’“inculturazione” del messaggio evangelico nelle culture indigene. Il termine stesso — inculturare — rivela un gesto di umiltà: il Vangelo non si impone, si innesta, cresce dentro ciò che è già vita e spirito.

Fratelli tutti: l’enciclica della fraternità universale

Cinque anni dopo, nel pieno di una crisi pandemica e sociale senza precedenti, Francesco ha pubblicato Fratelli tutti (2020), un richiamo coraggioso a ripensare le basi stesse del vivere insieme. In un mondo lacerato da diseguaglianze, razzismi, nazionalismi, guerre e solitudini, il papa ha invocato un nuovo patto sociale fondato sulla solidarietà e sulla condivisione. Ha rifiutato l’ideologia della competizione come principio regolatore della società, denunciando la cultura dello scarto, che emargina i deboli, gli anziani, i disabili, i migranti, i poveri.

In Fratelli tutti risuona il grido francescano di fraternità universale, ma anche un’eco profonda della dottrina sociale della Chiesa, finalmente spogliata delle incrostazioni moralistiche e ricollegata alla giustizia concreta.

Laudate Deum: l’ultimo grido

Nel 2023, a pochi anni dalla fine del suo pontificato, Papa Francesco ha pubblicato Laudate Deum, un’esortazione accorata, quasi disperata, a non dimenticare la crisi climatica. In un mondo ormai nuovamente sprofondato nella logica della guerra, del riarmo e della distrazione permanente, il papa ha voluto ricordare che il tempo sta per scadere. Che l’umanità ha imboccato una strada che conduce all’abisso. E che la salvezza, se verrà, non potrà essere individuale ma collettiva, fondata sulla cooperazione internazionale, sulla giustizia climatica, sulla conversione ecologica.

Il papa che ha dato voce ai movimenti popolari

Un altro testo fondamentale per comprendere la visione politica e sociale di Francesco è il discorso rivolto nel 2014 ai movimenti popolari. In quel contesto, lontano dai riflettori delle diplomazie, il papa si è rivolto agli ultimi — contadini, senza tetto, lavoratori informali — incitandoli a lottare per la terra, il tetto, il lavoro. Tre parole che sintetizzano i diritti negati nella globalizzazione neoliberista. È stata forse una delle dichiarazioni più forti di un papa nella storia recente, non solo per il contenuto, ma per il soggetto a cui era rivolta: non i potenti, ma i dimenticati.

Una figura scomoda per il potere

Francesco ha suscitato rispetto, ma anche diffidenza e odio. L’ha fatto perché ha toccato nervi scoperti: ha denunciato l’economia che uccide, ha smascherato la guerra come industria, ha accusato il capitalismo predatorio, ha criticato duramente i governi che chiudono i porti, i confini, gli occhi e i cuori. Ma soprattutto ha disturbato molti all’interno della stessa Chiesa. Una Chiesa ancora troppo spesso arroccata nel clericalismo, nel potere, nella misoginia, nella gestione opaca dei beni materiali.

Eppure, persino in questo ambiente ostile, Francesco ha mantenuto uno stile inconfondibile: ironico, autoironico, diretto, tenero. Un uomo che ha saputo attraversare i drammi del nostro tempo senza perdere umanità. E che, con quella famosa immagine avvolto in un poncho — simbolo di semplicità e vicinanza ai popoli indigeni — ha saputo rievocare, senza imitarlo, lo spirito del santo di Assisi.

L’eredità di un pontificato

Il pontificato di Papa Francesco non si misurerà solo nei documenti, ma nella capacità che avrà di germinare nel cuore delle persone, anche dopo la sua morte. È stato il primo papa globale, il primo del Sud del mondo, il primo che ha fatto della parola giustizia il centro del Vangelo, il primo che ha fatto tremare i potenti e che ha parlato alle moltitudini come un fratello.

Forse è stato letto e capito più dai non credenti che dai cattolici praticanti. Ma non è forse questo, in fondo, ciò che accadeva anche a Gesù di Nazareth?

In un tempo in cui i valori evangelici vengono strumentalizzati da forze reazionarie, Francesco ha restituito dignità alla parola cristianesimo. E lo ha fatto da dentro, senza mai rompere, ma aprendo spazi di senso, di dialogo, di possibilità. Un’eredità che non va custodita come reliquia, ma continuata come lotta. Come cammino. Come servizio.

Perché, oggi più che mai, abbiamo bisogno di testimoni. Non di padroni.

Pasqua di luce, non di piombo: il grido di Francesco contro l’indifferenza

Questa mattina, alle 7:35, Papa Francesco ci ha lasciati. È morto il giorno dopo aver pronunciato, forse inconsapevolmente, il suo testamento spirituale. Un discorso che oggi suona come un’eredità affidata a tutti noi, un ultimo appello alla coscienza collettiva, pronunciato con la voce fioca ma con l’anima accesa di fuoco.

In un mondo che sembra avere il cuore avvolto nel ferro, dove la compassione è diventata un lusso e la speranza un esercizio solitario, ieri a San Pietro si era levata una voce che squarciava il silenzio dell’ipocrisia. Era la voce di Francesco, vescovo di Roma, uomo tra gli uomini, che con parole semplici e infuocate aveva ricordato a tutti noi — credenti, atei, dubbiosi, militanti e smarriti — che non c’è pace senza giustizia, non c’è futuro senza umanità.

«Quanto disprezzo si nutre a volte verso i più deboli, gli emarginati, i migranti…» aveva detto. Parole che bruciano come sale sulle ferite della coscienza. Francesco non faceva sconti. Non cercava applausi. Invitava alla rivoluzione del cuore: tornare ad avere fiducia negli altri, anche in chi ha un volto, una lingua, una storia diversa.

Poi, con voce ferma, aveva lanciato un appello che oggi assume il peso sacro di un’ultima volontà: «La Pasqua sia l’occasione per liberare i prigionieri di guerra e quelli politici!».

Non sono state solo parole. Sono state una consegna. A chi crede e a chi lotta. A chi soffre e a chi resiste. A chi non si rassegna all’ingiustizia.

Francesco ha lasciato questa Terra come un profeta: inascoltato da molti potenti, amato dal popolo, coerente fino all’ultimo respiro. «Queste sono le armi della pace!», aveva detto: non i missili, non i bilanci del terrore, ma le mani che nutrono, che curano, che accolgono.

Oggi, nel giorno della sua morte, quelle parole chiedono di non essere archiviate. Di diventare azione. Vita. Memoria viva.

Perché ogni speranza vera è un atto di resistenza.

Ucraina: la pantomima delle “forze di dissuasione” e la grande illusione occidentale

C’è un filo sottile, teso tra la propaganda e il delirio, che attraversa la narrazione dell’Occidente sul conflitto ucraino. Un filo che oggi viene tirato sempre più in là, con il rischio concreto che si spezzi, facendo precipitare l’Europa in una guerra aperta contro la Russia. Eppure, la retorica delle “forze di dissuasione” continua a guadagnare terreno, alimentata da dichiarazioni roboanti e da piani militari che sembrano scritti più per i giornali che per i campi di battaglia.

L’ultima tornata di dichiarazioni, che vanno dall’ottimismo quasi mistico del deputato russo Andrej Kolesnik al realismo disincantato di funzionari ucraini come Pristajko e Rakhmanin, disegna un quadro a dir poco schizofrenico. Kolesnik, parlando dal pulpito di Russia Unita, si mostra certo che l’unico vero deterrente contro l’intervento occidentale sia la paura dell’arsenale nucleare russo. Un’analisi che trova un’eco sorprendente anche nelle parole dell’ex analista della CIA Larry Johnson, per il quale l’idea stessa che gli USA possano prevalere su Mosca è una fantasia da manuale della disinformazione.

Eppure, mentre i missili continuano a cadere e le trincee si moltiplicano, in Europa si discute di contingenti di pace, “forze di deterrenza” e “presenze simboliche”. Ma simboliche per chi? Per quale scopo? A che serve una brigata di 10.000 uomini a L’vov, più vicina a Berlino che alla linea del fronte nel Donbass? È questa la deterrenza? O è solo l’ennesimo gioco di specchi utile a giustificare il progressivo degrado democratico e sociale delle “pacifiche” democrazie liberali?

Le risposte, come spesso accade, non vengono dai tavoli diplomatici, ma dalle crepe del sistema stesso. L’ex ministro degli Esteri ucraino, Vadim Pristajko, lo ammette senza mezzi termini: ogni intervento straniero, ogni soldato francese o britannico inviato nel paese, segna la fine dell’autonomia politica di Kiev. «Non appena si comincia a internazionalizzare la questione, compaiono molte mani sul volante», dice. In altre parole: l’Ucraina non guida più. E, forse, non lo ha mai fatto davvero.

Dal canto suo, Rakhmanin, deputato della Rada, butta acqua gelata su ogni illusione bellicista: questi contingenti non saranno né risolutivi né influenti. Non avranno reale impatto militare, non fermeranno l’aggressore, non cambieranno le sorti della guerra. Ma serviranno, psicologicamente e politicamente, a rafforzare l’illusione che qualcosa si stia facendo. Che l’Occidente non abbia voltato le spalle all’Ucraina. È la logica dei “Javelin” e degli “Stinger”, che non hanno fatto la differenza sul campo, ma hanno aperto la strada a una narrazione, a un’escalation, a un business.

In questo scenario, Bloomberg avverte: o i contingenti europei saranno imponenti (da 60.000 a 100.000 uomini) oppure è meglio lasciar perdere. Perché altrimenti si rischia di cadere nel paradosso militare: troppo pochi per dissuadere, troppi per ignorarli. Un concetto che Jack Watling porta all’estremo: «Solo dalla regione di Kursk la Russia può schierare 70.000 uomini, più dell’intero esercito britannico». E allora? Dove si troverebbe il vantaggio? Forse nei cieli, dice qualcuno. Ma nel frattempo, la terra brucia.

È evidente che non si tratta più, o forse non si è mai trattato, di una guerra dell’Ucraina. L’intero apparato bellico-mediatico occidentale ha bisogno della guerra per giustificare se stesso: per trasformare l’ecatombe sociale in “sacrificio necessario”; per giustificare le misure eccezionali, la compressione dei diritti, la censura, la repressione delle piazze; per spostare l’attenzione dalle crisi interne, dai tagli, dalla fame e dalla miseria crescente. Perché nulla come la guerra permette di convertire la paura in consenso.

La “dissuasione” di cui si parla tanto non è contro Mosca, ma contro le masse europee. Contro i popoli affamati e traditi, che si vorrebbero ridurre al silenzio sotto la minaccia di una guerra perenne. Perché, come sempre nella storia, dietro le divise si muovono i capitali, e dietro le baionette si muovono le grandi imprese e le élite finanziarie.

L’Ucraina, dal 2014 a oggi, è diventata il laboratorio di questa nuova guerra ibrida permanente, dove l’occupazione militare si traveste da cooperazione, e la perdita di sovranità si spaccia per difesa della democrazia. E allora non stupisce se, da Washington a Bruxelles, da Parigi a Berlino, la parola d’ordine resti una sola: “dissuadere” le popolazioni dal pensare con la propria testa. Spaventare, militarizzare, controllare.

Ma il gioco è pericoloso, e la storia insegna che chi gioca troppo con la guerra, prima o poi, la trova davvero. E allora, forse, dovranno essere proprio i popoli – e non i governi – a dire basta a questa follia lucidamente costruita.

“L’Italia in ginocchio davanti a Trump: Meloni firma il Patto dell’Obbedienza”

Armi, gas, Big Tech e anti-Cina: nessun beneficio per gli italiani, solo servitù atlantica

A Washington non è andato in scena un incontro tra pari. Non c’è stato scambio, non c’è stato equilibrio, non c’è stato neanche il teatrino della diplomazia. C’è stato un inginocchiamento. Giorgia Meloni, leader della destra italiana ed esponente di spicco dell’ondata nera occidentale, ha detto “sì” a tutto: al gas americano, alle armi, alla linea dura contro la Cina, alle reti digitali affidate agli amici di Silicon Valley. Ha portato in dono agli Stati Uniti ciò che resta della sovranità italiana, senza ottenere nulla in cambio. Neppure una promessa credibile sull’abbattimento dei dazi o sulla tutela delle imprese italiane.

In cambio, ha ottenuto l’onore della “dichiarazione congiunta”, un documento che Trump ha finora riservato solo agli alleati strategici di primissimo livello come Modi e Ishiba. Per Meloni, l’investitura simbolica come vassalla prediletta del nuovo imperatore d’Occidente. Per l’Italia, l’ennesima perdita di autonomia, l’ennesimo “patto” firmato col cappello in mano.

Il cuore dell’accordo è un’alleanza totale: più gas liquefatto americano nelle nostre centrali, più armi statunitensi nei nostri arsenali, più soldi spesi per la NATO (e Trump ha già detto che il 2% del PIL non basta), più presenza USA nella nostra industria militare. In cambio, le imprese italiane potranno – forse – entrare nei porti americani per partecipare alla “rinascita cantieristica” a stelle e strisce. Ma nulla è certo: gli Stati Uniti “valuteranno”. Tradotto: vi faremo sapere.

Poi c’è il vero nodo strategico: l’Italia dovrà allinearsi completamente all’asse Washington-Tel Aviv-Riad, rinunciando al dialogo con la Cina, estromettendo le aziende cinesi dai nostri appalti, accettando standard di sicurezza dettati da chi, nel frattempo, vende al mondo intero spyware, armi e controllo digitale. Meloni si impegna a spezzare definitivamente i ponti con la Via della Seta, in ossequio al nuovo “corridoio” India-Medio Oriente-Europa, tracciato sotto dettatura americana per soffocare Pechino.

Nel settore tecnologico, l’Italia si offre come hub privilegiato delle Big Tech USA, rinunciando di fatto alla propria autonomia digitale. Si parla di “fornitori affidabili”, che nella neolingua atlantista significa: solo aziende americane. La Silicon Valley, già immune da regole europee grazie alla complicità di Meloni contro il Digital Service Act e la web tax, potrà ora colonizzare il nostro spazio digitale senza alcun vincolo. E magari, un giorno, anche Starlink sarà il nostro cielo.

In tutto questo, l’Italia non ottiene nemmeno uno sconto. Nessuna riduzione dei dazi, nessuna contropartita economica concreta. Solo promesse vaghe, buone per i comunicati stampa e le campagne social, mentre le famiglie italiane continueranno a pagare bollette gonfiate dal gas americano e a vedere la propria economia soffocata da un protezionismo che vale solo in un senso.

Meloni torna a Roma con un pugno di promesse e un inchino profondo. Trump incassa tutto, compresa la certezza che, nell’Europa balbettante, c’è almeno un leader pronta a obbedire senza discutere. Non è una vittoria diplomatica. È una sottomissione consapevole. E per l’Italia, è una perdita storica.

L’Unione armata dei paradossi. La guerra come nuova Costituzione europea

L’Europa non riesce a mettersi d’accordo neppure sull’ora legale. Figuriamoci su un esercito comune. Ma proprio mentre gli Stati membri litigano da anni sul fuso orario, il Parlamento Europeo approva una sterminata Risoluzione sulla “politica di sicurezza e difesa comune” che promette coesione militare, mobilità di truppe, produzioni belliche armonizzate e addirittura una “comprensione condivisa” tra cittadini e governi. Una specie di miracolo politico, a patto che si parli di guerra e non di diritti.

Dietro i buoni propositi ufficiali si cela una mutazione profonda del progetto europeo. Dall’utopia della pace alla distopia della deterrenza permanente. Dalla carta dei diritti fondamentali al prontuario bellico perenne. Una trasformazione orchestrata in silenzio, senza consultazioni popolari, con l’arroganza tecnocratica di chi presume di sapere sempre cosa sia il bene comune, anche quando lo impone con le armi in pugno.

L’illusione della guerra preventiva

Nel documento del 2 aprile – lungo quanto un’epopea omerica – si legge che la Russia «ha scelto di dichiarare guerra ai Paesi europei». Nessuna dichiarazione ufficiale, nessun atto conforme al diritto internazionale, ma una formula buttata lì, come una verità autoevidente. È il principio della guerra preventiva rovesciato in dottrina ufficiale dell’Ue, una “verità percepita” da far diventare realtà a colpi di decreti e voti parlamentari.

Tutto questo mentre l’America di Trump, nuovo presidente degli Stati Uniti, annuncia il ritorno all’unilateralismo isolazionista e rispolvera il vecchio sogno coloniale di annettere la Groenlandia – regione autonoma della Danimarca e quindi parte integrante dello spazio europeo. Nessuna indignazione, nessun comunicato infuocato. Solo silenzio. Perché i muscoli dell’alleato a stelle e strisce sono evidentemente immuni da ogni sospetto imperialista.

I doppi standard dell’Unione e la democrazia a geometria variabile

In Ucraina il mandato di Volodymyr Zelensky è scaduto nel maggio 2024. Nessuna nuova elezione, nessun voto popolare. Ma l’Unione Europea – così solerte nel denunciare presunti autoritarismi altrui – approva senza fiatare. Anzi, rilancia, chiedendo un’escalation militare, l’invio di armamenti sempre più sofisticati, e l’abolizione di ogni limite all’uso delle armi occidentali sul territorio russo.

Eppure anche in tempi tragici la democrazia può sopravvivere: nel 1944, nel mezzo della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti celebrarono regolarmente le elezioni presidenziali. Ma le regole valgono solo quando sono funzionali agli interessi geopolitici dell’asse euro-atlantico. Altrimenti si sospendono, in nome di una “emergenza” che ormai è diventata perenne.

Nato, Turchia e l’occupazione che non fa notizia

Nel pantano delle ipocrisie europee, spunta anche il caso di Cipro, membro dell’Ue con un terzo del proprio territorio ancora occupato militarmente dalla Turchia. La Risoluzione cita il fatto come giustificazione per armarsi, ma evita con cura di dire che la Turchia è il secondo esercito più potente della Nato. Alleato sì, ma con licenza di invadere. Il doppio standard è ormai prassi consolidata.

Il business della guerra e il saccheggio silenzioso del welfare

ReArm Europe, il nuovo piano di armamento europeo, è il cuore economico della Risoluzione. Si parla apertamente di aumentare la produzione interna di armi e sistemi bellici, mentre si favoleggia di un budget da 800 miliardi di euro. Ma da dove verranno questi soldi? Quali capitoli di bilancio verranno sacrificati sull’altare del riarmo? Salute, istruzione, transizione ecologica? Non si dice. Il saccheggio avverrà nel silenzio delle burocrazie, lontano dai riflettori e ancora più lontano dai cittadini.

Nel frattempo, i grandi gruppi industriali dell’apparato militare ringraziano. La guerra, come sempre, è un’occasione straordinaria per fare profitti. E se per aumentare gli utili bisogna militarizzare le coscienze, si può sempre contare sul “riallineamento delle percezioni” invocato dalla Risoluzione. Una formula che in tempi diversi si sarebbe chiamata propaganda.

I parlamentari italiani: tra guerra e Costituzione

A votare a favore della Risoluzione sono stati anche 25 eurodeputati italiani: 17 del Partito Democratico e 8 di Forza Italia. Il voto è libero, certo, ma se davvero questi rappresentanti credono in una “vittoria militare decisiva” e nella necessità di armare l’Europa fino ai denti, allora abbiano almeno il coraggio di proporre la revisione dell’articolo 11 della Costituzione italiana. Perché quel principio – che vieta la guerra “come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” – è incompatibile con la dottrina bellicista che stanno abbracciando.

E non si tratta solo di coerenza giuridica. Si tratta di rispetto verso la storia. La nostra Repubblica nasce dalla Resistenza al nazifascismo. Il rifiuto della guerra è stato inciso a fuoco nella Carta del 1948 come antidoto eterno all’orrore. Stravolgere quel principio significa negare le radici stesse del nostro patto democratico.

L’unica voce di pace ai vertici: Francesco

In questo coro assordante di tamburi di guerra, l’unica voce dissonante ai vertici istituzionali europei è quella di papa Francesco. Non per ragioni religiose, ma per una lucidità che oggi sembra rivoluzionaria. Francesco ricorda al mondo le vere priorità: giustizia sociale, ambiente, educazione, salute pubblica, dignità umana, dialogo tra popoli. E lo fa con ostinazione, consapevole che ogni euro speso in armi è un euro sottratto alla vita.

Una nuova Resistenza civile

Oggi serve una nuova Resistenza. Non armata, ma culturale e politica. Una Resistenza che dica no alla militarizzazione delle nostre vite, no all’omologazione delle coscienze, no alla sostituzione della pace con la paura. Serve un fronte ampio, trasversale, che riunisca cittadini, associazioni, giuristi, lavoratori, insegnanti, giovani, per difendere la Costituzione, la libertà e il futuro.

Perché la pace non si costruisce accumulando missili, ma costruendo ponti. La pace non si impone con i droni, ma si semina con la parola, con il rispetto, con la giustizia. Ed è questo il compito dell’Europa che vogliamo: non quella delle guerre mascherate da difesa, ma quella delle democrazie vere, partecipate, vive.

Se l’Unione Europea sceglie la strada dell’economia di guerra, noi dobbiamo scegliere quella dell’umanità. E farlo con la stessa determinazione con cui un tempo si difendeva la libertà sulle montagne. Perché oggi, la montagna da scalare, è il coraggio di restare umani.

Fonte: articolo pubblicato su La Stampa il 14 aprile 2025 

– Il fronte dei Brics ora sfida «The Donald»”:

ECONOMIA – La sfida dei BRICS a Trump e all’Occidente ipnotizzato

di Mario Sommella

C’è un altro mondo, là fuori. Un mondo che non si riconosce nei parametri della NATO, nel dollaro come valuta di scambio obbligata, nel primato morale e commerciale degli Stati Uniti d’America. Un mondo che si chiama BRICS, ma che oggi andrebbe scritto tutto in maiuscolo e con qualche punto interrogativo in più sul volto di chi crede che la globalizzazione sia ancora una faccenda euro-atlantica.

Nato come acronimo tecnico negli uffici di Goldman Sachs, diventato club diplomatico, il gruppo BRICS è ormai una struttura geopolitica alternativa. Con l’allargamento recente (tra i nuovi entrati: Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi, Argentina, Arabia Saudita), ha smesso i panni dell’esperimento e indossa l’armatura del competitor globale. Un competitor che si prepara a sfidare apertamente Donald Trump nella partita più decisiva del secolo: quella per la sovranità economica globale.

Addio G7, benvenuto G40

Oggi i BRICS rappresentano quasi il 40% del PIL mondiale, più del G7. E non è solo una questione di numeri. È una questione di visione del mondo. Mentre l’Occidente blatera di valori democratici e minaccia sanzioni come fossero salmi evangelici, il Sud globale si organizza: parla di pace in Ucraina senza criminalizzare la Russia, intrattiene relazioni con l’Iran, apre le porte al Venezuela, flirta con regimi ritenuti “non allineati”.

Questo non per spirito di contrapposizione ideologica, ma per interesse strategico, quella parola che l’Europa ha dimenticato in nome della sua funzione ancillare al progetto americano. I BRICS, invece, un progetto ce l’hanno. E, come ogni progetto credibile, ha una sua moneta.

La moneta anti-dollarocentrica

Che i BRICS stiano lavorando a una valuta comune non è più una suggestione. È un dato. Che se ne sappia poco è un altro dato, ben più inquietante, perché denota l’assenza completa della stampa occidentale all’ultimo vertice di Kazan. Ma Lula, che ospiterà il prossimo summit a luglio a Rio de Janeiro, promette che questa volta “il Sud globale parlerà al mondo”. E se parlerà, dirà cose semplici e dirompenti: basta con il dominio del dollaro.

La nuova moneta, ancora in gestazione, sarà pensata per bypassare le sanzioni, stabilizzare gli scambi tra economie complementari, e — fatto cruciale — sottrarsi all’instabilità endemica di una valuta Usa sempre più condizionata da guerre tariffarie, inflazione interna e scelte politiche arbitrarie.

Il nuovo “made in”: non Italy, ma Moscow

Altro che griffe italiane. In Cina oggi il nuovo status symbol è comprare russo. Le borse non portano più la firma di Milano, ma quella di Mosca (autentica o contraffatta). La banca Qichacha segnala quasi 1.000 aziende cinesi specializzate in prodotti “made in Russia”, e i supermercati a tema sovietico crescono come funghi. Secondo l’università di Tsinghua, due cinesi su tre hanno oggi una visione positiva della Russia. Un dato che sarebbe sembrato fantascientifico negli anni ’90.

Questa saldatura culturale accompagna quella commerciale e geopolitica. Pechino è andata allo scontro diretto con Washington sul piano dei dazi, bloccando le importazioni di film hollywoodiani e consolidando un surplus commerciale con gli USA da quasi 300 miliardi di dollari.

Brasile: tra uova, dazi e materie prime

Il vero ago della bilancia però è Lula. Il Brasile è primo fornitore di materie prime per Pechino e gioca su due tavoli: da un lato con Biden-Trump, dall’altro con Xi Jinping. Trump lo sa bene: ha evitato di colpire il Brasile con tariffe elevate (solo il 10%), per non spingere Lula definitivamente tra le braccia del Dragone. Ma il presidente brasiliano ha risposto con controdazi, approvati persino dalla destra bolsonarista.

Curiosità che dice tutto: da gennaio a marzo 2025, le esportazioni di uova brasiliane verso gli USA sono esplose del 346%. Mentre Washington si arrabatta con la sua crisi alimentare, il gigante latinoamericano incassa e rilancia.

Il Sud globale è un Nord politico

Altro che “Global South”, come lo definisce romanticamente Lula. Quella dei BRICS è una macchina da guerra economica e diplomatica, un’internazionale multipolare che ha smesso di aspettare l’elemosina dell’Occidente e ora scrive le sue regole.

A luglio, a Rio de Janeiro, si capirà se il nuovo ordine mondiale sarà ancora scritto a Washington… o se il vento è cambiato, e il Sud del mondo ha deciso che il suo Nord non è più Manhattan, ma qualcosa che assomiglia a Pechino, Mosca, Pretoria e Nuova Delhi, con una bandiera che si chiama indipendenza economica.

E Donald Trump — il re dell’unilateralismo muscolare — si troverà a fare i conti non più con un G7 impaurito, ma con un blocco che non teme più le sue minacce, perché ha imparato a fare da sé. E a pensare in grande.

L’incoerenza del capitalismo svelata dai dazi: l’ultimo bluff di un sistema in agonia

Per cinquant’anni ci hanno raccontato che il mondo doveva essere globalizzato, che le barriere commerciali erano ostacoli al progresso, che il libero scambio era il fondamento della pace e della prosperità. Ci hanno ripetuto come un mantra che la globalizzazione era inarrestabile, naturale, perfino desiderabile. E oggi? Assistiamo, senza troppi giri di parole, a una retromarcia storica: Donald Trump vara dazi fino al 104% contro la Cina, in una manovra che suona come il colpo di coda di un impero in declino.

Il capitalismo globalista, che aveva promesso di unire i popoli sotto il segno del mercato, oggi si rinnega. E lo fa con una violenza sorda, che tradisce il panico di una classe dirigente incapace di governare le contraddizioni che ha creato. Per salvare se stesso, il sistema capitalista è disposto a bruciare le sue stesse dottrine, a riscrivere le regole che ha imposto al mondo intero, e a scatenare una nuova guerra commerciale su scala planetaria. È l’ammissione implicita del fallimento.

Il ritorno del protezionismo: sintomo o strategia?

La nuova impennata dei dazi americani, voluta da Trump, non è un semplice atto politico: è una dichiarazione di guerra economica. La Cina risponde con fermezza, e il rischio è la paralisi delle catene di approvvigionamento mondiali. I mercati tremano, le Borse crollano, le grandi imprese americane — che hanno costruito la loro fortuna sul lavoro a basso costo nei paesi asiatici — si ritrovano improvvisamente esposte, vulnerabili, sconfessate. Il mondo interconnesso che ci avevano venduto come inevitabile si sgretola davanti ai nostri occhi.

Non è difficile intuire a chi andrà il conto: ai lavoratori, ai consumatori, ai cittadini comuni, che pagheranno prezzi più alti, che vedranno licenziamenti, che subiranno una nuova ondata di insicurezza economica. Il capitalismo non si riforma: si contrae e si difende, trasformandosi nel suo contrario pur di sopravvivere.

La faccia nascosta del protezionismo: criminalità e mercato parallelo

Ma c’è un altro effetto collaterale, spesso ignorato: l’aumento vertiginoso dei dazi apre spazi enormi al mercato nero e al contrabbando. Quando una merce raddoppia di prezzo per via delle tariffe, il crimine organizzato fiuta l’opportunità. I prodotti proibiti o iper-tassati diventano oro per chi gestisce i traffici illeciti. Ed è qui che la storia prende una piega inquietante.

Perché è lecito porsi una domanda: a chi giova davvero questa guerra commerciale? Solo alla retorica trumpiana o forse anche a quei circuiti opachi, fatti di vecchie alleanze tra imprenditoria corrotta e criminalità organizzata? Gli intrecci tra la famiglia Trump e figure legate alla mafia italo-americana non sono una fantasia giornalistica. Roy Cohn, mentore e avvocato di Trump, era il legale di boss come Fat Tony Salerno e Paul Castellano. I primi grattacieli di Trump sono stati costruiti grazie a forniture di cemento controllate dai Gambino. Il “self-made man” newyorkese ha sempre saputo con chi stringere la mano.

Non servono teorie cospirative per vedere che l’incremento del contrabbando e delle attività illegali sarà uno degli effetti concreti di questa strategia. Quando si chiude un mercato ufficiale, se ne apre uno parallelo. E a riempirlo non saranno gli imprenditori onesti, ma i clan.

L’ideologia del profitto contro se stessa

Ci troviamo davanti a una contraddizione strutturale: il capitalismo, che ha eretto il libero scambio a religione, ora si traveste da difensore dell’interesse nazionale. Ma è solo una maschera. Dietro c’è sempre il profitto, solo che ora è diventato più difficile da garantire. Il protezionismo non è un ritorno ai valori, è una tattica disperata. È l’ennesima mutazione genetica di un sistema che, pur di restare in piedi, è disposto a sacrificare tutto: coerenza, alleanze, stabilità, verità.

Chi paga il prezzo di questa incoerenza? Non i miliardari né i loro consiglieri: pagheremo noi, con una vita più cara, con una democrazia sempre più debole e con un futuro sempre più opaco. I dazi non sono solo numeri, ma l’indicatore preciso di un mondo che ha smesso di credere nelle sue stesse illusioni.

Il globalismo era una menzogna utile. Ora che non serve più, la si può smantellare. E in questa marcia all’indietro c’è tutta la decadenza morale ed economica di un sistema alla fine del suo ciclo storico. Un sistema che, come un animale ferito, morde nel buio.

Lo schianto della globalizzazione e l’inerzia italiana: Trump alza i dazi, la Meloni resta a guardare

Il ritorno dei dazi di Donald Trump si sta rivelando come un gigantesco boomerang, lanciato con arroganza verso il mondo e tornato indietro a colpire per primi proprio gli Stati Uniti. In un solo giorno, Wall Street ha perso 2.000 miliardi di dollari in capitalizzazione, un collasso che non si vedeva dai tempi della crisi finanziaria globale. Apple ha lasciato sul terreno l’8%, Amazon il 7%, Nike ha addirittura perso il 12%. E non è finita. Il dollaro ha cominciato a traballare, il prezzo di petrolio e gas è crollato e le principali borse europee hanno perso complessivamente 422 miliardi. A crollare, però, è stata soprattutto la credibilità economica di chi, come Trump, gioca con la geopolitica come fosse un videogioco e governa un impero economico come se fosse un reality show.

Trump non ha idee, ha solo istinti. Un uomo che agisce di pancia, secondo l’umore che legge sulla sua piattaforma social, dove confonde i sondaggi con la strategia. Un arrogante senza visione, che spera di riconquistare l’America con le stesse armi che l’hanno condotta sull’orlo della crisi. L’ordine esecutivo che consente di alzare o abbassare i dazi in base all’obbedienza dei partner commerciali è degno di un autocrate d’altri tempi. Una specie di moneta di scambio che somiglia pericolosamente al ricatto economico.

E mentre Trump bombarda la globalizzazione col bazooka, la risposta europea appare divisa, timida, esitante. L’Unione è messa spalle al muro: da un lato la Germania e la Francia che invocano dure contromisure contro i colossi digitali americani, dall’altro Tajani che predica moderazione, come se l’applauso a Washington valesse più della salvaguardia del nostro tessuto industriale. Ma almeno qualcosa si muove.

La Spagna, per esempio, ha già fatto la cosa più semplice e giusta: ha stanziato immediatamente 14 miliardi di euro a sostegno di famiglie e imprese colpite dai dazi. Una risposta rapida, concreta, incisiva. Un esempio di politica economica responsabile, che riconosce l’impatto devastante di una guerra commerciale e si schiera dalla parte dei cittadini e dei lavoratori. Un provvedimento che ricorda ai governi cosa significhi davvero governare.

E l’Italia? L’Italia è rimasta come sempre in panchina. La premier Meloni, convinta di poter ottenere un trattamento di favore negli Stati Uniti, si è illusa di essere protagonista in un gioco di potere che non controlla. Credeva di essere ricevuta come un’alleata privilegiata. Si è ritrovata ignorata come una comparsa senza copione. La verità è che Trump se ne infischia dell’Italia, e Meloni non ha né il peso politico né la visione strategica per reagire. Ancora una volta, la sua azione di governo si riduce a pura propaganda: molti annunci, pochi fatti, zero soluzioni.

A rendere la situazione ancora più drammatica, c’è un errore strategico che oggi presenta il conto. Il governo Meloni ha volontariamente chiuso quelle linee di commercio alternative che ora sarebbero essenziali per affrontare la tempesta. Ha abbandonato la Via della Seta, allineandosi senza condizioni agli interessi statunitensi, e ha trascurato i rapporti commerciali con i paesi del Sud globale, preferendo un’unica direzione: Washington. Ora che quella strada si è trasformata in un vicolo cieco disseminato di dazi, a pagare saranno, come sempre, i cittadini, i lavoratori, le imprese grandi e piccole che non hanno più alternative. È il fallimento di una visione miope, tutta giocata sull’obbedienza atlantica e sull’illusione di un favore che non arriverà mai.

La crisi dei dazi, in fondo, non è solo una questione commerciale. È il segnale che la fase attuale del capitalismo globale è entrata in una pericolosa spirale di implosione. Un ritorno al XIX secolo, quando le economie si blindavano dietro muri doganali, portando alla fame i popoli e alla guerra le nazioni. La storia ci aveva insegnato qualcosa. Ma il trumpismo – come tutte le forme degenerative di populismo autoritario – non studia, non ascolta, non impara.

Così, mentre il mondo precipita verso una recessione globale – come prevede persino JP Morgan – i governi sono chiamati a una scelta: proteggere il proprio sistema produttivo o restare ostaggi dell’ideologia e dell’inazione. La Spagna ha scelto. La Francia anche. La Germania si prepara. L’Italia, invece, galleggia nel limbo, tra le indecisioni della sua classe dirigente e le fantasie di grandezza della sua premier.

Il tempo stringe. La guerra commerciale non è uno spettacolo da osservare, è una bomba a orologeria. E se non si è capaci di disinnescarla, si ha il dovere di proteggere almeno chi rischia di esserne colpito. Famiglie, imprese, lavoratori. L’Italia non può più permettersi il lusso dell’inerzia. Perché questa volta non è solo il mercato a tremare, ma l’intera impalcatura della nostra sovranità economica.

Trump, dazi e sanzioni: la guerra commerciale che affossa l’Europa e isola l’America

Donald Trump, con la solita teatralità da reality show, ha dato ieri il via a quella che potremmo definire senza mezzi termini una nuova guerra commerciale globale. Dal Giardino delle Rose della Casa Bianca, circondato da telecamere e slogan roboanti, ha annunciato l’introduzione di dazi punitivi verso buona parte del mondo: un 20% sull’Unione europea, un 34% sulla Cina, fino al 46% sul Vietnam, e via dicendo, con tariffe variabili per Corea del Sud, India, Giappone e altri partner commerciali.

Il pretesto? Difendere il «sogno americano» che – a suo dire – sarebbe stato «saccheggiato» da decenni di scambi squilibrati. Una retorica già sentita, ma che nasconde un’enorme contraddizione e un clamoroso boomerang economico.

L’imperialismo commerciale che si morde la coda

Trump prova ora a mettere una pezza sugli effetti di quel capitalismo predatorio che gli stessi Stati Uniti hanno imposto al mondo negli ultimi cinquant’anni. Sono stati loro, infatti, a svendere l’industria americana sull’altare del profitto, delocalizzando produzioni strategiche verso paesi a basso costo e disintegrando la manifattura interna. Ora si svegliano e scoprono che l’imperialismo economico non paga.

Il tafazzismo americano raggiunge vette tragicomiche: dazi su tutto, ma non sulle armi. Già, perché in questo disegno protezionista c’è una sola industria che deve restare intoccabile: quella bellica. Trump ha già fatto sapere agli alleati europei che, mentre potranno dimenticarsi di esportare auto, acciaio, formaggi e vini, saranno obbligati a comprare armi made in USA. La guerra, si sa, non conosce recessione.

L’Italia paga il conto (e non è l’unica)

In questo scenario, l’Italia è tra le vittime designate. Il comparto agroalimentare, quello che esporta nel mondo l’eccellenza dei nostri territori, sarà colpito duramente. Formaggi, vini, spumanti, prodotti lattiero-caseari di alta qualità: tutto finirà sotto la scure dei dazi.

Potremmo rispondere ironicamente ai consumatori americani: cari amici d’Oltreoceano, ora gustatevi i vostri formaggi di plastica, gli hamburger di carne ignota e le bibite zuccherate che raccontano la triste parabola del Genk Food, mentre noi continuiamo a difendere la cultura del cibo come valore, identità e piacere.

Ma l’ironia lascia presto spazio alla realtà. Secondo il Centro Studi di Confindustria, una guerra commerciale prolungata potrebbe ridurre lo sviluppo italiano fino a un -0,6% del PIL nei prossimi due anni. Un colpo durissimo, che rischia di schiacciare un’economia già fragile.

Le sanzioni alla Russia: un altro cappio al collo europeo

A rendere questo quadro ancora più drammatico c’è un’altra, enorme contraddizione della politica occidentale: le sanzioni imposte alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Sanzioni che, nei proclami ufficiali, avrebbero dovuto fiaccare l’economia russa, ma che di fatto hanno chiuso uno dei mercati più floridi per le produzioni italiane ed europee.

Dal vino alle macchine utensili, dai formaggi ai prodotti di lusso, gli esportatori europei hanno perso l’accesso a un bacino commerciale vastissimo, mentre altre potenze – Cina in primis – si sono affrettate a riempire il vuoto lasciato. Ora, con l’arrivo dei dazi americani, l’Europa si trova con due mercati chiusi: quello russo, per scelta politica, e quello statunitense, per decisione unilaterale di Washington.

È un cortocircuito perfetto. L’Europa, obbediente agli interessi geopolitici americani, ha scelto di tagliarsi un braccio con le sanzioni alla Russia; ora Trump gliene sega anche l’altro, chiudendo il mercato USA a colpi di tariffe.

Un’Europa sempre più debole, un’America sempre più sola

In definitiva, mentre Trump sogna di «rifare l’America ricca», sta costruendo un castello di sabbia su un terreno che lui stesso sta erodendo. I dazi aumenteranno i prezzi per i consumatori americani, aggraveranno l’inflazione, renderanno più poveri lavoratori e famiglie. Ma, soprattutto, isoleranno gli Stati Uniti dal resto del mondo, trascinandoli in una spirale di autarchia e arroganza.

L’Europa, dal canto suo, sta pagando a caro prezzo la subalternità politica e commerciale nei confronti di Washington. Dopo aver sacrificato sull’altare della NATO un mercato come quello russo, ora rischia di vedere sgretolarsi anche l’accesso al mercato americano.

E, paradossalmente, a vincere questa guerra commerciale saranno proprio quei paesi che gli USA e l’UE volevano marginalizzare: la Cina, l’India, la Russia, che intanto rafforzano i loro legami, creando nuovi assetti multipolari.

A conti fatti, chi sta davvero saccheggiando il «sogno americano» e la prosperità europea non sono gli scambi internazionali, ma le scelte miopi di chi governa senza visione, con la clava dei dazi in una mano e la pistola delle sanzioni nell’altra.

Dal Recovery al Riarmo: il grande inganno dei fondi europei

Tra ritardi sospetti e decisioni già scritte, l’ombra di una strategia deliberata dietro il fallimento del PNRR. Dalla ricostruzione promessa alla corsa agli armamenti: quando il denaro pubblico smette di servire i cittadini per alimentare l’industria bellica.

C’è un filo sottile, quasi invisibile, che unisce le decisioni prese nei palazzi del potere e le strategie che si svelano solo a posteriori, quando i giochi sembrano ormai fatti e le carte già distribuite. La vicenda del PNRR italiano e la recente decisione europea di dirottare fondi strutturali e di coesione verso le industrie del riarmo ne sono un esempio lampante. Un esempio che solleva domande scomode e dubbi legittimi, che vale la pena affrontare senza preconcetti ma con sguardo critico.

La svolta del riarmo europeo

Nei giorni scorsi, la Commissione Europea ha annunciato una revisione senza precedenti dei criteri di utilizzo dei Fondi europei di sviluppo regionale (FESR), estendendo la possibilità di finanziamento anche alle grandi imprese strategiche, in particolare a quelle operanti nel settore della difesa. Una decisione che, dietro l’alibi del “mutato quadro geopolitico” e della necessità di garantire la sicurezza collettiva, rappresenta in realtà un ribaltamento dei principi fondativi della coesione europea: non più priorità a riduzione delle disuguaglianze, inclusione sociale o transizione ecologica, ma risorse destinate all’industria bellica, alla mobilità militare e alla produzione di armi.

Fitto, il commissario italiano, ha provato a rassicurare: “Non useremo questi fondi per comprare armi.” Ma la realtà è che quei soldi, che dovevano servire per scuole, ospedali, infrastrutture civili e inclusione sociale, serviranno a potenziare le linee produttive di Leonardo, Rheinmetall, Iveco Defence e delle grandi fabbriche d’armi europee. Un giro di denaro colossale, che muove in prospettiva 800 miliardi di euro in quattro anni, quasi quanto la spesa militare annua degli Stati Uniti.

L’ipotesi scomoda: un ritardo “programmato”

A questo punto si inserisce un dubbio che appare irragionevole solo a chi preferisce non farsi domande. È possibile che i clamorosi ritardi nell’attuazione del PNRR in Italia — quei fondi che dovevano rilanciare il Paese dopo la pandemia — non siano stati solo il frutto di inefficienze, burocrazia e incapacità politica? È possibile che, dietro il balletto di piani non approvati, progetti bloccati e fondi non spesi, ci sia stato un calcolo politico freddo e razionale?

L’ipotesi, certo, non poggia su prove certe. Ma alcuni segnali inquietanti fanno riflettere. È curioso che proprio ora, a giochi quasi chiusi, quei 90 miliardi di euro che l’Italia rischiava di perdere perché “non riusciva a spenderli” possano essere tranquillamente riprogrammati per la produzione di armi. È lecito domandarsi se il ritardo nel mettere a terra i progetti del PNRR non sia stato favorito, o quantomeno tollerato, per arrivare esattamente a questo punto: liberare risorse per indirizzarle verso un settore che, negli ultimi due anni, ha scalato le priorità politiche europee.

Le decisioni prese altrove e molto prima

Quando la Commissione europea giustifica questa svolta con il “mutato quadro geopolitico”, finge di scoprire oggi qualcosa che, in realtà, si decideva già ieri. La guerra in Ucraina dura da oltre tre anni. Gli Stati Uniti e i principali Paesi NATO avevano già da tempo chiesto agli alleati europei un massiccio aumento delle spese militari. I mercati finanziari, che non si muovono mai senza informazioni privilegiate, hanno fatto schizzare le azioni di Rheinmetall, Leonardo, Thales e Bae Systems ben prima degli annunci ufficiali. Chi lavora nelle stanze dei bottoni sapeva già tutto da tempo.

Dal welfare alla guerra: la grande sostituzione

Così, nell’arco di pochi anni, abbiamo assistito alla metamorfosi del Next Generation EU, nato come piano di ricostruzione e resilienza dopo la pandemia, in un gigantesco piano di riarmo chiamato — con un’abile operazione di maquillage linguistico — Readiness 2030. È la storia di un tradimento politico annunciato: soldi promessi ai cittadini per ricostruire un futuro di diritti, benessere e giustizia sociale, dirottati silenziosamente verso l’industria della guerra.

Il vero obiettivo non era mai stato la coesione sociale, ma la coesione militare. Il PNRR, con tutti i suoi ritardi e le sue inefficienze, potrebbe allora apparire come un cavallo di Troia perfettamente riuscito. Un meccanismo che ha tenuto in stand-by investimenti cruciali, per poi riversarli, al momento opportuno, nell’unico settore che oggi pare garantire “posti di lavoro” e “competitività industriale”: quello delle armi.

Un dubbio necessario

Questa, sia chiaro, è solo un’ipotesi, un dubbio irragionevole forse, ma necessario. Perché quando le decisioni dei governi sembrano inspiegabili, quando i ritardi si sommano e le priorità si capovolgono, bisogna sempre guardare oltre la superficie, seguire il denaro e chiedersi: cui prodest?

In fondo, come insegnava Seneca, “nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa dove andare”. Ma a ben vedere, forse qualcuno la rotta l’aveva tracciata da tempo. E oggi stiamo solo vedendo dove ci sta portando.