Quando gli insulti fanno piazza: la riscossa identitaria del Movimento 5 Stelle

Ci sono momenti in politica in cui le accuse degli avversari diventano la miglior campagna elettorale. È quello che sta accadendo al Movimento 5 Stelle in vista del corteo del 5 aprile a Roma. Una manifestazione che, nelle intenzioni degli organizzatori, dovrebbe rappresentare un chiaro «no» all’escalation bellicista e alla folle corsa al riarmo che attraversa l’Europa. Ma che, nei fatti, sta già diventando molto di più: un’occasione di rilancio identitario, di riscoperta di un protagonismo politico che sembrava smarrito.

Il paradosso è evidente: più gli avversari attaccano, più il Movimento si rafforza. Le parole del ventriloquo Carlo Calenda, nel pieno di una crisi mistica da possessione per la presenza della Giorgia nazionale, – che ha auspicato senza mezzi termini «la cancellazione dei Cinque Stelle» – sono diventate il detonatore di una mobilitazione che supera ogni previsione. Non solo i cinquemila manifestanti già certi, ma un numero che potrebbe triplicare grazie a un sentimento diffuso di rivalsa. Perché nulla compatta come l’insulto, nulla galvanizza come l’essere messi all’angolo dal sistema politico e mediatico.

Il Movimento 5 Stelle sta così ricostruendo, mattone dopo mattone, la sua vecchia narrazione: quella del partito contro tutti, della forza antisistema che sfida i poteri costituiti. E poco importa se negli anni abbia governato, stretto alleanze, ceduto su molte delle sue promesse originarie. Oggi Conte e i suoi cavalcano di nuovo lo spirito dell’assedio, sapendo che lì, in quello spazio di conflitto e marginalità, possono tornare ad aggregare consenso.

Non si tratta soltanto di opposizione al riarmo o alle politiche europee sulla sicurezza: dietro la piazza del 5 aprile c’è una precisa strategia di occupazione dello spazio politico che il Partito Democratico non riesce o non vuole presidiare. Quel fronte ampio e popolare fatto di sindacati, associazioni, intellettuali, militanti pacifisti e semplici cittadini che non si riconoscono né nella retorica atlantista né nell’ortodossia neoliberista.

Lo dimostrano le adesioni illustri all’appello pubblicato dal Fatto Quotidiano: firme autorevoli come Luciana Castellina, Luigi Ferrajoli e Gian Giacomo Migone, seguite da oltre 150 intellettuali, giornalisti, attivisti. Un endorsement che non è solo politico, ma culturale: la sinistra che non trova casa nelle stanze del Partito Democratico guarda al M5S come all’unico argine possibile contro l’omologazione bellicista.

Indicativa anche la presenza annunciata di Michele Santoro, così come la partecipazione di Azione Civile di Antonio Ingroia, Rifondazione Comunista. E, sullo sfondo, la silenziosa assenza di Elly Schlein, stretta tra le sue contraddizioni interne, e quella più rumorosa di Maurizio Landini, che segna la distanza dei grandi apparati sindacali da questa piazza “autarchica”.

Il paradosso è tutto qui: mentre il Movimento si prepara a sedersi ai tavoli di coalizione per le prossime elezioni regionali, nelle strade si ricompatta su un’identità di lotta che lo rende, almeno per un giorno, autosufficiente e protagonista. È la vecchia strategia del conflitto come collante, dell’insulto come carburante politico.

Virginia Raggi lo ha detto senza mezzi termini: «Siamo la maggioranza degli italiani, anche se ci etichettano come pacifinti o filoputiniani». Una frase che, al di là dell’enfasi, coglie il senso profondo di questa mobilitazione: l’intenzione di occupare uno spazio che la sinistra ufficiale ha abbandonato e che la destra non potrà mai conquistare.

Il corteo del 5 aprile sarà dunque molto più di una marcia contro la guerra. Sarà la prova che, nella politica italiana, le etichette affibbiate dai salotti sono spesso il preludio a un ritorno sulla scena. Che l’autarchia identitaria, in tempi di crisi e di guerra, può ancora diventare un’arma potente.

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