Ucraina: la pantomima delle “forze di dissuasione” e la grande illusione occidentale

C’è un filo sottile, teso tra la propaganda e il delirio, che attraversa la narrazione dell’Occidente sul conflitto ucraino. Un filo che oggi viene tirato sempre più in là, con il rischio concreto che si spezzi, facendo precipitare l’Europa in una guerra aperta contro la Russia. Eppure, la retorica delle “forze di dissuasione” continua a guadagnare terreno, alimentata da dichiarazioni roboanti e da piani militari che sembrano scritti più per i giornali che per i campi di battaglia.

L’ultima tornata di dichiarazioni, che vanno dall’ottimismo quasi mistico del deputato russo Andrej Kolesnik al realismo disincantato di funzionari ucraini come Pristajko e Rakhmanin, disegna un quadro a dir poco schizofrenico. Kolesnik, parlando dal pulpito di Russia Unita, si mostra certo che l’unico vero deterrente contro l’intervento occidentale sia la paura dell’arsenale nucleare russo. Un’analisi che trova un’eco sorprendente anche nelle parole dell’ex analista della CIA Larry Johnson, per il quale l’idea stessa che gli USA possano prevalere su Mosca è una fantasia da manuale della disinformazione.

Eppure, mentre i missili continuano a cadere e le trincee si moltiplicano, in Europa si discute di contingenti di pace, “forze di deterrenza” e “presenze simboliche”. Ma simboliche per chi? Per quale scopo? A che serve una brigata di 10.000 uomini a L’vov, più vicina a Berlino che alla linea del fronte nel Donbass? È questa la deterrenza? O è solo l’ennesimo gioco di specchi utile a giustificare il progressivo degrado democratico e sociale delle “pacifiche” democrazie liberali?

Le risposte, come spesso accade, non vengono dai tavoli diplomatici, ma dalle crepe del sistema stesso. L’ex ministro degli Esteri ucraino, Vadim Pristajko, lo ammette senza mezzi termini: ogni intervento straniero, ogni soldato francese o britannico inviato nel paese, segna la fine dell’autonomia politica di Kiev. «Non appena si comincia a internazionalizzare la questione, compaiono molte mani sul volante», dice. In altre parole: l’Ucraina non guida più. E, forse, non lo ha mai fatto davvero.

Dal canto suo, Rakhmanin, deputato della Rada, butta acqua gelata su ogni illusione bellicista: questi contingenti non saranno né risolutivi né influenti. Non avranno reale impatto militare, non fermeranno l’aggressore, non cambieranno le sorti della guerra. Ma serviranno, psicologicamente e politicamente, a rafforzare l’illusione che qualcosa si stia facendo. Che l’Occidente non abbia voltato le spalle all’Ucraina. È la logica dei “Javelin” e degli “Stinger”, che non hanno fatto la differenza sul campo, ma hanno aperto la strada a una narrazione, a un’escalation, a un business.

In questo scenario, Bloomberg avverte: o i contingenti europei saranno imponenti (da 60.000 a 100.000 uomini) oppure è meglio lasciar perdere. Perché altrimenti si rischia di cadere nel paradosso militare: troppo pochi per dissuadere, troppi per ignorarli. Un concetto che Jack Watling porta all’estremo: «Solo dalla regione di Kursk la Russia può schierare 70.000 uomini, più dell’intero esercito britannico». E allora? Dove si troverebbe il vantaggio? Forse nei cieli, dice qualcuno. Ma nel frattempo, la terra brucia.

È evidente che non si tratta più, o forse non si è mai trattato, di una guerra dell’Ucraina. L’intero apparato bellico-mediatico occidentale ha bisogno della guerra per giustificare se stesso: per trasformare l’ecatombe sociale in “sacrificio necessario”; per giustificare le misure eccezionali, la compressione dei diritti, la censura, la repressione delle piazze; per spostare l’attenzione dalle crisi interne, dai tagli, dalla fame e dalla miseria crescente. Perché nulla come la guerra permette di convertire la paura in consenso.

La “dissuasione” di cui si parla tanto non è contro Mosca, ma contro le masse europee. Contro i popoli affamati e traditi, che si vorrebbero ridurre al silenzio sotto la minaccia di una guerra perenne. Perché, come sempre nella storia, dietro le divise si muovono i capitali, e dietro le baionette si muovono le grandi imprese e le élite finanziarie.

L’Ucraina, dal 2014 a oggi, è diventata il laboratorio di questa nuova guerra ibrida permanente, dove l’occupazione militare si traveste da cooperazione, e la perdita di sovranità si spaccia per difesa della democrazia. E allora non stupisce se, da Washington a Bruxelles, da Parigi a Berlino, la parola d’ordine resti una sola: “dissuadere” le popolazioni dal pensare con la propria testa. Spaventare, militarizzare, controllare.

Ma il gioco è pericoloso, e la storia insegna che chi gioca troppo con la guerra, prima o poi, la trova davvero. E allora, forse, dovranno essere proprio i popoli – e non i governi – a dire basta a questa follia lucidamente costruita.

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