Lo Stato-maschera: il modello-mafia come destino neoliberista

  1. Dalla criminalità all’istituzionalizzazione del dominio privato

Non siamo più di fronte a una semplice “infiltrazione” mafiosa dello Stato. La mutazione genetica delle istituzioni democratiche occidentali ha reso sempre più indistinguibile il confine tra legittimità pubblica e potere privato. Come ha lucidamente osservato Stefano Levi Della Torre, il “modello-mafia” non è più una minaccia esterna al corpo dello Stato: è un possibile esito politico, figlio del lungo processo di privatizzazione, disgregazione del patto sociale e centralità assoluta del profitto.

Da Silvio Berlusconi a Donald Trump, passando per Orban, Bolsonaro e Netanyahu, assistiamo alla progressiva normalizzazione di un sistema politico che assorbe le modalità operative della mafia: gestione familistica del potere, uso del denaro come strumento di consenso, sottomissione delle istituzioni pubbliche a logiche affaristiche e criminali, ostilità sistematica verso la magistratura e i corpi intermedi. Non si tratta di una metafora. È un sistema di governo reale, che riproduce il metodo mafioso dentro lo spazio della legittimità formale.

  1. Lo Stato come facciata: genealogia di una mutazione

La genealogia di questa metamorfosi affonda le radici nel pensiero stesso dello Stato. Max Weber definiva lo Stato come “monopolio legittimo della forza su un determinato territorio”. Ma, come ci ha insegnato Charles Tilly, questo monopolio non è nato in modo etereo o neutro: è il frutto di una guerra tra bande, di un potere predatorio che si istituzionalizza e si riveste di legalità. In quest’ottica, mafia e Stato non sono poli opposti, ma due modalità dello stesso dominio: l’una formale, l’altra informale; l’una riconosciuta, l’altra tollerata.

Norberto Bobbio ci offre una chiave decisiva: la mafia, diceva, è un “potere extralegale vicario”. Svolge funzioni pubbliche in assenza dello Stato, ne supplisce le mancanze, ne occupa gli spazi abbandonati. In Sicilia, la mafia nasce come garante del latifondo; a Napoli, come regolatore del mercato informale; in Calabria, come difesa armata delle famiglie contro lo Stato assente. Non è l’antitesi dello Stato: è la sua controfigura. E a volte, il suo alleato occulto.

  1. Privatizzazione e mafia: convergenze parallele

Oggi, quella funzione “vicaria” è diventata sistemica. La privatizzazione progressiva dello Stato – economica, normativa, culturale – ha prodotto un vuoto politico che viene riempito da attori privati, affiliativi, autoreferenziali. In questo spazio, la criminalità organizzata si muove con agio, mimetizzandosi nel tessuto legale. Il “capo” non è più solo il boss con la coppola, ma il manager che controlla fondi opachi, compra aziende in crisi, finanzia campagne elettorali e partecipa a tavoli di potere.

Reuters e altri studi recenti (NBER, CEPR) lo confermano: le mafie italiane, in particolare la ‘Ndrangheta, stanno spostando il loro focus da attività violente a frodi finanziarie, truffe sui fondi europei, manipolazione dei bilanci pubblici. È il passaggio dalla lupara alla fattura falsa, dalla violenza all’eleganza dell’illegalità “bianca”.

Secondo Legambiente, nel solo 2023 l’ecomafia ha generato quasi 9 miliardi di euro di fatturato illecito. Non solo rifiuti o cemento: sono le energie rinnovabili, le bonifiche, i servizi pubblici a essere colonizzati da consorzi mafiosi legalizzati. È la mafia-imprenditrice, non più in opposizione allo Stato, ma come parte della sua economia legale.

  1. La democrazia svuotata: egemonia, consenso e comunicazione

Il tratto distintivo di questa nuova fase non è la segretezza, ma la spettacolarizzazione. Trump e Berlusconi hanno mostrato che si può governare con metodi mafiosi senza nascondersi. Si può parlare alla “pancia” dell’elettorato, usare i media come arma di distrazione e costruire un’egemonia fondata sul carisma, sul successo personale, sul disprezzo per le regole.

Gramsci parlava di egemonia culturale come forma di consenso attivo. Oggi quell’egemonia è usata per legittimare la distruzione stessa della sfera pubblica. I nuovi leader non agiscono nell’ombra: sono sotto i riflettori, si mostrano come vincenti, creano narrazioni dove l’unico criterio è l’efficacia personale, il potere per sé, il disprezzo per il bene comune.

La politica diventa comunicazione, la democrazia si riduce a plebiscito digitale, e il cittadino si trasforma in follower. È il passaggio dall’homo politicus al cliente del potere.

  1. Il ruolo della magistratura e lo scontro tra mondi

In questo scenario, la magistratura rappresenta l’ultimo argine visibile. Ma è un argine sotto attacco, delegittimato costantemente da chi detiene potere economico e mediatico. La giurisdizione pubblica – che dovrebbe essere il cuore della democrazia – è trattata come una minaccia dai potentati privati che preferiscono l’arbitrio alla regola.

Le leggi ad personam, i condoni, gli attacchi sistematici alla giustizia sono parte di questa strategia. E il conflitto diventa ontologico: tra chi vuole una legalità universale, e chi reclama il diritto di farsi legge da sé. La magistratura viene trattata come corpo estraneo, quando è invece l’ultimo baluardo del principio di uguaglianza.

  1. Da Berlusconi a Trump: un processo storico, non personale

Ridurre tutto a Trump o Berlusconi sarebbe un errore. Essi sono solo gli epifenomeni di un processo più profondo: la dissoluzione della sfera pubblica sotto i colpi del neoliberismo. Con la crisi del fordismo, la distruzione dei sindacati, la precarizzazione dei corpi intermedi, l’erosione delle identità collettive, il cittadino è diventato atomo, l’individuo è stato lasciato solo.

La tecnologia, anziché democratizzare, ha spesso alimentato processi di plebiscitarismo, di controllo, di iper-comunicazione sterile. Il potere reale si è spostato altrove: verso l’alto, verso il privato, verso l’opaco.

  1. Conclusioni: oltre la retorica, una sfida politica

Il “modello-mafia” non è una degenerazione patologica: è una possibilità concreta del capitalismo contemporaneo. È la forma che prende il dominio quando si abbandonano i vincoli pubblici, quando la legalità viene derisa, quando il potere si trasforma in affare.

Resistere non significa solo invocare l’etica. Significa costruire alternative istituzionali, economiche, culturali. Rilanciare la partecipazione, la trasparenza, il controllo popolare. Significa riconoscere che lo Stato, per non diventare un fantoccio in mano ai potenti, deve essere rifondato dal basso, ricostruito nelle sue funzioni pubbliche, restituito al popolo.

Non possiamo più permetterci di osservare con distacco. Il guscio dello Stato rischia di essere indossato dal crimine organizzato, non più come parassita, ma come legittimo erede. Sta a noi, oggi, spezzare questa catena.

Verso un socialismo algoritmico? L’intelligenza artificiale e la sfida ai mercati

In un tempo in cui il capitalismo globale sembra non conoscere alternative visibili, un’idea che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata bizzarra si fa strada tra economisti, attivisti e tecnologi radicali: può l’intelligenza artificiale (IA) sostituire – o quantomeno integrare e ridefinire – il ruolo dei mercati nel coordinamento economico?

L’interrogativo non è retorico né filosofico, ma profondamente politico. Riguarda chi controlla la produzione, chi decide l’allocazione delle risorse, e in definitiva, quale società vogliamo costruire. Partendo dalla riflessione di Andrea Genovese, che a sua volta dialoga con Carlo L. Cordasco e le teorie di Oskar Lange, possiamo cercare di dare una risposta articolata e concreta. Non una fantasia, ma una proposta praticabile. E, forse, rivoluzionaria.

L’illusione del mercato come unica forma di coordinamento

Per troppo tempo, i mercati sono stati descritti come meccanismi naturali e insostituibili per organizzare la vita economica. Ma, come ci insegna una lunga tradizione che va da Marx a Lange, passando per Brus e Devine, il mercato non è una legge di natura. È un’istituzione storica. E come ogni istituzione, può essere superata.

La critica socialista non nega il ruolo informativo dei prezzi né la capacità dei mercati di scoprire conoscenza dispersa tra agenti economici. Ma rifiuta l’assioma secondo cui i mercati siano moralmente e funzionalmente superiori a qualsiasi altro sistema.

Al contrario, sostiene che l’obiettivo della produzione economica non debba essere il profitto, ma la soddisfazione dei bisogni sociali, il benessere collettivo, la libertà e la sostenibilità. E se nuove tecnologie possono aiutarci a coordinare l’economia in modo più efficiente, trasparente e democratico, perché dovremmo continuare ad accettare l’anarchia del mercato?

L’IA come alternativa (non tecnocratica) al caos capitalista

Oggi ci troviamo in una condizione nuova. Le ragioni per cui i socialisti del Novecento hanno spesso fallito – mancanza di dati, lentezza dei processi decisionali, incapacità di correggere gli errori in tempo reale – sono oggi potenzialmente superabili.

L’IA non è solo uno strumento predittivo. È un’infrastruttura cognitiva, capace di:
• processare enormi quantità di dati;
• simulare scenari;
• apprendere da feedback continui;
• allocare risorse in tempo reale su base adattiva.

Nel settore privato, queste capacità sono già una realtà. Le multinazionali utilizzano reti neurali per ottimizzare la logistica, i consumi energetici, la distribuzione dei beni. Le smart grid regolano la produzione e il consumo di elettricità in modo decentralizzato. Gli algoritmi dei social media allocano attenzione e pubblicità, spesso in modo cinico ma sempre più efficiente.

Il paradosso è che la pianificazione economica esiste già. Ma è in mano a soggetti privati, orientati dal profitto e non dal bene comune.

Socialismo digitale, non tecnocrazia

Immaginare un socialismo algoritmico non significa sognare una tecnocrazia autoritaria che sostituisca l’uomo con le macchine. Significa riappropriarsi collettivamente della tecnologia, per usarla in modo democratico, partecipato, trasparente.

In questo quadro, l’IA potrebbe diventare il motore di una nuova pianificazione partecipativa, capace di:
• anticipare bisogni sociali;
• ridurre gli sprechi;
• correggere in tempo reale le inefficienze;
• creare sistemi di feedback tra pari, superando la logica della concorrenza distruttiva.

Si tratta di costruire nuove istituzioni, nuove architetture politiche in cui la gestione economica non sia più il privilegio di pochi capitalisti o tecnocrati, ma l’espressione di una democrazia reale, distribuita, accessibile a tutti.

Un mosaico ibrido per superare la scarsità

Non si tratta di abolire i mercati da un giorno all’altro. Ma di ridisegnarne i confini, come suggerisce Carlo Cordasco. In molti settori – soprattutto quelli digitali, dove il costo marginale tende a zero – la scarsità è già una finzione. In questi ambiti, l’IA può sostituire i prezzi con protocolli di accesso equo, reti distribuite, allocazione algoritmica.

In altri settori, dove la scarsità è ancora reale (come nella produzione alimentare, energetica, abitativa), l’IA può coadiuvare i mercati, migliorandone la trasparenza, riducendo la speculazione, anticipando le crisi. Il tutto sotto il controllo di istituzioni pubbliche, cooperative o comunitarie, e non delle multinazionali.

Il nodo politico: a chi appartiene l’IA?

La vera battaglia, dunque, non è tecnica, ma politica. Chi controllerà l’intelligenza artificiale? Chi avrà accesso ai dati? Chi programmerà gli algoritmi? La posta in gioco è altissima.

Se continueremo a lasciare che siano Amazon, Google, Meta o il Pentagono a disegnare il futuro, avremo un mondo più efficiente, sì, ma anche più diseguale, più opaco, più autoritario.

Ma se riusciremo a costruire un fronte che unisca ricercatori, movimenti sociali, lavoratori, amministrazioni locali e soggetti politici progressisti, allora potremo fare dell’IA un acceleratore di giustizia, e non di dominio.

Conclusione: riscrivere la grammatica del possibile

Il dibattito aperto da Cordasco e ripreso da Genovese non è un esercizio accademico. È un invito a riscrivere la grammatica del possibile, ad abbandonare la religione del mercato e ad affacciarsi con coraggio a un futuro in cui tecnologia e democrazia si sostengano a vicenda.

Non si tratta di sognare un’utopia disincarnata, ma di cominciare a costruire – passo dopo passo – un ecosistema economico che metta al centro la dignità, la partecipazione, l’intelligenza collettiva.

In un’epoca segnata da crisi ecologiche, guerre, diseguaglianze crescenti, non possiamo più permetterci di lasciare l’economia alla spontaneità del profitto. È tempo di immaginare – e praticare – un altro modo di produrre, vivere, decidere. E forse, per farlo, ci serve proprio quell’alleato controverso che chiamiamo intelligenza artificiale.

Fonte :
Andrea Genovese, L’IA può sostituire i mercati? Una risposta socialista di mercato a Carlo L. Cordasco, pubblicato su Jacobin Italia.

Lo Stato svuotato: quando il modello-mafia diventa la nuova forma di governo

  1. Un monito contemporaneo: l’estremismo liberista e il “modello‑mafia”

Stefano Levi Della Torre lancia un avvertimento attuale: l’estremismo liberista, esemplificato da figure come Trump o Bolsonaro, tende alla privatizzazione radicale dello Stato, trasformando il modello “anti-Stato” della mafia in una forma istituzionale. Non è solo il passaggio da comitati d’affari a cricche dominanti – è la sostituzione del pubblico col privato, dove il criterio dell’affiliazione mafiosa sostituisce la cittadinanza.

Analisi analoghe emergono da altri osservatori: un commento definisce l’operato di Trump come un “mafia‑state”, denunciando comportamenti criminali normali nel governo statunitense. Altri lo definiscono addirittura “mafia imperialism”, poiché usa la forza, il condizionamento e la coercizione nelle relazioni internazionali, anziché diplomazia o regole riconosciute.

  1. Contesto storico e analogie filosofiche

2.1 La grande trasformazione e la reazione antitetica

Karl Polanyi, ne La grande trasformazione, descrive il “doppio movimento”: il primo è l’affermazione del liberismo che autoscioglie l’economia nel mercato; il secondo è la reazione difensiva che attiva la società contro la mercificazione totale. La tesi di Levi Della Torre sembra richiamare una forma estrema di quel movimento: la dissoluzione del pubblico in favore del privato, con il potere economico che logora lo Stato dall’interno.

2.2 Corporatocrazia e capitalismo clientelare

In parallelo, il fenomeno della corporatocrazia descrive come poteri privati, grandi corporazioni o lobby, esercitino decisioni pubbliche, favorendo deregolamentazione, privatizzazione e privilegi a scapito della collettività. È un capitalismo di connivenza o cliente‑capitalismo che spinge verso la privatizzazione strutturale dello Stato, confinando il ruolo pubblico alle funzioni repressive o formali.

  1. Dalla teoria alla pratica politica

3.1 Privatizzazione dello Stato e retorica individualistica

Nei paesi democratici occidentali si osserva un calo della partecipazione e fiducia pubblica, un aumento delle disuguaglianze e una crescente fiducia nel privato. L’individualismo di massa spinge verso una morale privatistica – “ognuno per sé” – che si traduce in consenso politico per chi promette di ridurre l’intervento pubblico, contribuendo alla delegittimazione dello Stato e alla sua privatizzazione.

3.2 Bande al posto dei partiti

Levi Della Torre descrive come attorno a potentati finanziari nascano “bande” – lobby, clientele, network personali – che operano parallelamente e spesso in conflitto con le istituzioni rappresentative. Profitto e affiliazione sostituiscono la delega ideologica o programmatica: si privatizza la spesa pubblica, si infiltrano le istituzioni, si personalizza la politica attraverso leader-carismatici, proprio come in un’organizzazione mafiosa.

3.3 Lo scontro pubblico-privato e la magistratura

Si accentua lo scontro tra governance privatistica e giurisdizione pubblica. Chi detiene potere privato tende a delegittimare la magistratura, che rappresenta l’universalismo e il controllo legale. Non si tratta più di divergenze istituzionali isolate, ma di due sistemi contrapposti: potere privato vs legalità pubblica.

  1. Confronti storici e attuali

4.1 Fascismo contro mafia e opposto liberismo

Il fascismo voleva costruire uno Stato potente, non distruggerlo: combatteva la mafia perché rivale del potere statale. Al contrario, il modello che descrive Levi Della Torre è il liberismo che distrugge lo Stato dall’interno, affermando il primato del privato a scapito del potere pubblico.

4.2 Precedenti italiani: Berlusconi e l’“esibizione grottesca”

Secondo l’autore, Berlusconi è stato un emblema precoce di questa dinamica: dagli scandali individuali alle leggi ad personam, fino al rapporto morboso con il potere mafioso. Quel suo stile politico – personalizzato, mediatico, violento verso la sfera pubblica – è ripreso da dirigenti simili a Trump, Orban, Putin o Netanyahu.

4.3 La mafia imprenditrice e l’infiltrazione economica

Studi accademici evidenziano come la mafia non sia solo violenza: è una struttura imprenditoriale, capace di infiltrarsi legalmente nell’economia, e di creare sistemi paralleli di potere economico con gerarchie e regole ferree. La mafia come ordine privato concorrente allo Stato legale.

  1. Approfondimento: l’infiltrazione economica della mafia nella “legale” economia

5.1 Mafia come investimento sistemico nel tessuto economico-legale

La mafia ha colonizzato la cosiddetta economia legale, usando crisi come la pandemia per prendere il controllo di imprese lecite attraverso compravendite societarie opache e intestazioni fiduciarie. Settori come costruzioni, rifiuti e servizi pubblici sono i più vulnerabili alla penetrazione mafiosa, trasformando aziende in veicoli di riciclaggio e potere privato.

5.2 Dal reato violento alla frode “bianca”

Secondo Reuters, l’orientamento mafioso si è spostato da estorsioni e omicidi verso frodi fiscali, evasione e truffe sui fondi post‑COVID o dell’UE, dove le pene sono più lievi rispetto ai reati tradizionali. L’‘Ndrangheta cresce nell’emissione di fatture false e nei fallimenti pilotati, danneggiando lo Stato in modo sistematico.

5.3 Il controllo delle amministrazioni locali

Molti comuni italiani, soprattutto in Calabria e Puglia, sono stati sciolti per mafia a causa dell’infiltrazione nei bilanci e negli appalti. Modelli di machine learning permettono oggi di prevedere quali comuni rischiano di cadere sotto influenza mafiosa, consentendo interventi preventivi.

5.4 Impatti economici diretti e a lungo periodo

Studi sul commissariamento dei comuni (CCDs) mostrano effetti positivi: aumento dell’occupazione formale (+17 %), rinnovamento della classe politica (più giovani e donne) e maggiore trasparenza. Ciò conferma che ridurre l’influenza mafiosa produce crescita economica reale.

5.5 Ecomafia e dominio ambientale

Il giro d’affari dell’“ecomafia” in Italia ha toccato circa 8,8 miliardi di euro nel 2023, con traffici illeciti di rifiuti e abusi edilizi. Anche qui la mafia si maschera da economia “legale”, inserendosi in appalti e settori pubblici strategici.

  1. Implicazioni e scenari futuri

Tema Conseguenze reali
Privato vs pubblico Lo Stato diventa apparato formale, mentre il potere reale è privato e affiliativo
Politica personalistica Leader come boss che impongono accordi e vincoli personali
Legittimità democratica Viene sostituita dalla logica clientelare, affiliazione al posto della cittadinanza
Democrazia in crisi Il sistema democratico perde efficacia di fronte a poteri non controllabili democraticamente

  1. Conclusione: un allarme politico e culturale

Il modello-mafia non è più un’anomalia criminale sotto lo Stato, ma un possibile sbocco politico per un mondo in cui il liberalismo estremo privatizza progressivamente la sfera pubblica. È un processo che trasforma vittime in affiliati, cittadini in clienti, istituzioni in facciata.

Contrastare questo fenomeno non significa solo reprimere reati criminali tradizionali, ma ripristinare trasparenza, partecipazione pubblica, regole efficaci contro la frode, e intervenire preventivamente nelle amministrazioni vulnerabili.

L’allarme lanciato da Levi Della Torre è chiaro: se non si rafforza lo spirito pubblico, lo Stato rischia una mutazione genetica, svuotato e indossato da poteri privati come un guscio morto.

Fonti
• Stefano Levi Della Torre, Per il futuro dello Stato il modello della mafia, Parole Libere, 4 agosto 2025
• Karl Polanyi, La grande trasformazione
• Reuters, Italy’s white-collar mafia is making a business killing (2024)
• CEPR, How machine learning is aiding the fight against mafia infiltration in Italy (2023)
• NBER, The Economic Effects of Anti-Mafia Commissions in Italy (2024)
• Legambiente, Rapporto Ecomafia 2023
• Gurciullo, Network analysis of mafia infiltration (arXiv, 2014)
• AP News, Mafia infiltration in Puglia municipalities (2024)

“La Democrazia dell’Indifferenza: quando il popolo elegge il genocidio”

L’ennesima provocazione sulla Spianata delle Moschee di Gerusalemme, orchestrata dal ministro della Sicurezza Nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir e da oltre un migliaio di coloni fanatici, non è solo l’ennesima sfida al diritto internazionale e all’equilibrio precario tra le religioni. È, soprattutto, la cartina di tornasole di un intero sistema politico e sociale che si sta trasformando in laboratorio del consenso genocidario, dove la responsabilità collettiva si fonde all’indifferenza e all’assuefazione al crimine.

In Occidente ci ostiniamo ancora a parlare di “Israele, unica democrazia del Medio Oriente”, dimenticando che democrazia non è soltanto sommare i voti nelle urne, ma implica un’etica pubblica, la tutela dei diritti umani, il rispetto della minoranza e l’assunzione di responsabilità di fronte all’ingiustizia. Nel 2024, invece, ci troviamo di fronte a uno Stato che elegge democraticamente un governo di fanatici e suprematisti, mentre la maggioranza della popolazione tace, approva o, peggio ancora, celebra la distruzione sistematica di un popolo confinante.

Dal suprematismo religioso al consenso diffuso

L’irruzione sulla Spianata delle Moschee, con canti, preghiere e balli provocatori, non è una devianza rispetto alla normalità: è la normalità. Ben-Gvir, insieme al suo seguito, ha dichiarato con orgoglio l’intenzione di annientare Gaza, espellere i palestinesi, annientare Hamas fino all’ultimo uomo e imporre la “sovranità” ebraica su Gerusalemme e sull’intera Palestina storica. Parole che, fino a pochi anni fa, sarebbero suonate inaccettabili persino nei talk-show più estremi; oggi sono moneta corrente della politica di governo, amplificate dai media israeliani e accolte senza scandalo dalla pubblica opinione.

Il dato che inquieta più di tutti è proprio questo: non siamo di fronte a una dittatura militare, a una giunta di generali o a una setta di fanatici imposta con la forza. Siamo davanti a un sistema politico che trae la sua forza dal consenso elettorale, da una maggioranza popolare che sostiene, giustifica, razionalizza e interiorizza la guerra perpetua contro i palestinesi. Non c’è resistenza di massa, non c’è sollevazione popolare contro il piano di sterminio. Ci sono, certo, minoranze coraggiose e voci dissidenti, ma sono relegate ai margini, spesso perseguitate, tacciate di “tradimento nazionale”, isolate dal mainstream.

La fame come arma, il silenzio come complicità

I numeri snocciolati dalle Nazioni Unite e dalle autorità di Gaza sono agghiaccianti e meritano di essere ricordati, perché dietro ogni tonnellata di aiuti negati c’è un bambino che muore, un anziano che si spegne, una famiglia che sprofonda nell’abisso della disperazione. Israele ha bloccato più di 22.000 camion di aiuti umanitari dall’inizio dell’assedio, lasciando entrare solo le briciole – e anche queste in larga parte saccheggiate, disperse o impedite nella distribuzione. Solo il 10% degli aiuti riesce a raggiungere effettivamente chi ne ha bisogno. Nei pressi dei punti di distribuzione, centinaia di palestinesi vengono uccisi a sangue freddo, in quello che appare come un calcolo glaciale: lasciare che la fame e il terrore facciano il lavoro sporco che la diplomazia non osa dichiarare apertamente.

Il premier Netanyahu, ormai prigioniero delle sue stesse alleanze con l’estrema destra religiosa e coloniale, prende tempo e rimanda le decisioni mentre la macchina della morte prosegue il suo lavoro. Nessun passo indietro, nessun gesto di umanità: l’obiettivo dichiarato è la pulizia etnica, la concentrazione dei palestinesi a Rafah in una “città umanitaria” che sa di ghetto e di preambolo a un’espulsione di massa.

Quando il genocidio è socialmente accettato

A rendere ancora più grottesca e tragica questa vicenda è la totale indifferenza, quando non il sostegno attivo, della maggior parte della popolazione israeliana. I sondaggi dicono che la maggioranza degli israeliani non solo approva l’operato del governo, ma ne chiede addirittura una linea più dura. La società civile israeliana, salvo rare eccezioni, si è allineata allo stato di guerra permanente, ha interiorizzato la logica dell’assedio, del muro, della segregazione e della punizione collettiva. La sofferenza palestinese non è più vista come conseguenza inevitabile del conflitto, ma come condizione desiderata, necessaria, persino giusta. La narrazione dominante trasforma le vittime in colpevoli, i carnefici in difensori della civiltà occidentale, il genocidio in legittima difesa.

Dall’altra parte, la comunità internazionale balbetta, si limita a rituali diplomatici e gesti simbolici – come il riconoscimento, tardivo e irrilevante, dello Stato di Palestina da parte di alcune cancellerie europee. Un gesto che, nella sostanza, non cambia nulla mentre sul campo si consuma la distruzione di una nazione.

La democrazia che elegge il crimine

Il punto di fondo che occorre denunciare senza ambiguità è che in Israele oggi si sta consumando non solo un genocidio materiale, ma una crisi radicale del concetto stesso di democrazia. Quando una maggioranza popolare – educata, informata, partecipe – elegge un governo che fa del crimine il proprio programma, la democrazia cessa di essere garanzia di giustizia e si trasforma in strumento di legittimazione della violenza.

Questa non è una aberrazione passeggera, ma il prodotto di un lungo processo di radicalizzazione, alimentato da decenni di occupazione, apartheid, propaganda suprematista e complicità internazionale. È la “banalità del male” che torna a imporsi nella storia: non serve più il dittatore sanguinario, il consenso popolare basta e avanza per coprire ogni atrocità.

Oltre il muro dell’indifferenza

Il compito di chi si oppone oggi non è solo denunciare il crimine, ma smascherare la complicità collettiva, chiamare alla responsabilità non solo i politici e i generali, ma anche i cittadini comuni, i media, gli intellettuali, le istituzioni che hanno scelto di voltare la testa dall’altra parte. Non possiamo più accettare la favola di una “Israele democratica” che sarebbe ostaggio di una minoranza estremista: la realtà è che la democrazia israeliana, nella sua maggioranza, ha scelto la strada dell’apartheid, della guerra permanente, della cancellazione dell’altro.

In questa tragedia, il futuro non si gioca solo a Gaza, tra le macerie e i campi di sfollati, ma nella coscienza di ciascuno di noi. La storia giudicherà non solo i carnefici, ma anche chi ha taciuto, chi ha giustificato, chi si è rifugiato nell’indifferenza. E, forse, ci sarà chi un giorno saprà raccontare che in un’epoca di democrazie apparenti, la complicità delle masse è stata la più efficace delle armi di distruzione.

Fonti
• Articolo del Fatto Quotidiano, 4 agosto 2025
• Rapporti ONU sugli aiuti umanitari a Gaza, luglio-agosto 2025
• Dichiarazioni di Ben-Gvir, Halevi, Katz, Netanyahu su X e stampa israeliana
• Dati del Waqf e del governo di Gaza
• Sondaggi di opinione israeliani 2024-2025

Francesca Albanese, la voce della verità che fa tremare i nuovi fascisti

Siamo all’abisso morale. Invece di difendere una donna coraggiosa e una vera patriota italiana minacciata dagli Stati Uniti, la maggioranza che governa il nostro Paese si è distinta ancora una volta per viltà e servilismo. Fratelli d’Italia ha presentato un’interrogazione parlamentare contro la relatrice speciale dell’ONU, Francesca Albanese, invitata alla Camera da Movimento 5 Stelle e dalle opposizioni per raccontare l’orrore del genocidio a Gaza.

Il motivo addotto è surreale, degno delle pagine più buie della nostra storia: secondo il partito di Giorgia Meloni, ospitare la Albanese sarebbe “irresponsabile” perché accusata da un senatore americano di antisemitismo e simpatia per il terrorismo. Accuse infondate e infamanti, ripetute come un disco rotto da chi preferisce la menzogna alla verità, il silenzio complice alla denuncia dei crimini di guerra.

Il paradosso della destra neofascista

Ma il paradosso diventa grottesco quando si scopre che tra i firmatari dell’interrogazione figura Galeazzo Bignami, capogruppo di FdI alla Camera, noto per essere stato immortalato in gioventù travestito da gerarca nazista. Con quale coraggio un uomo del genere osa parlare di antisemitismo? Con quale faccia accusa una donna che ha dedicato la sua vita a difendere i diritti dei popoli oppressi?

Francesca Albanese rappresenta oggi una delle voci più limpide e coraggiose della nostra epoca. È per questo che fa paura: perché dice la verità, perché non piega la schiena, perché smaschera l’ipocrisia di governi e istituzioni che si riempiono la bocca di “diritti umani” ma chiudono gli occhi davanti a un genocidio trasmesso in diretta.

Chi è Francesca Albanese e perché è nel mirino

Francesca Albanese è una giurista italiana, nominata nel maggio 2022 Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati. Incarico prestigioso e delicatissimo, che la rende la prima donna italiana a ricoprire questo ruolo.

Nel marzo 2024 ha presentato al Consiglio ONU per i Diritti Umani un dossier storico: “Anatomia di un genocidio”, in cui documentava con prove inoppugnabili come Israele stesse compiendo atti assimilabili al genocidio a Gaza. Ha poi denunciato la cosiddetta “economia del genocidio”, svelando il coinvolgimento di decine di multinazionali – tra cui colossi come Microsoft, Amazon e Alphabet – nell’occupazione e nello sfruttamento dei territori palestinesi.

Queste prese di posizione hanno fatto infuriare Washington e Tel Aviv. Nel luglio 2025, il segretario americano Marco Rubio, sotto l’amministrazione Trump, ha imposto sanzioni personali contro Albanese, accusandola di “antisemitismo sfacciato” e di “sostenere il terrorismo”. Una ritorsione politica senza precedenti: le è stato vietato l’ingresso negli Stati Uniti e congelati eventuali beni sotto giurisdizione USA.

Albanese ha definito le accuse “obscene” e mosse per zittire chi documenta i crimini. L’ONU e Amnesty International hanno denunciato la gravità della decisione: sanzionare un relatore speciale significa minare l’indipendenza delle Nazioni Unite e la credibilità del sistema internazionale dei diritti umani.

Ecco perché Francesca Albanese è così pericolosa agli occhi dei padroni della guerra: perché ha osato pronunciare la parola proibita – genocidio – e perché ha osato indicare nomi e responsabilità.

La complicità dell’Occidente

Non dimentichiamolo: più di 140 Paesi nel mondo hanno già riconosciuto lo Stato di Palestina. In Italia, la maggioranza dei cittadini sa benissimo che a Gaza si sta consumando un genocidio. Eppure, la nostra classe dirigente preferisce inchinarsi agli ordini di Washington e di Tel Aviv piuttosto che difendere i principi della Costituzione nata dalla Resistenza.

Si accusano di antisemitismo coloro che denunciano un massacro. Si criminalizzano le voci libere e si normalizzano i veri eredi dell’odio razziale e della violenza fascista. È l’ennesima prova che questa destra non difende la democrazia: la svende. Non difende la libertà: la soffoca. Non difende l’Italia: la trascina nel fango della subordinazione e dell’autoritarismo.

Un Paese ostaggio di una minoranza reazionaria

Siamo governati da una minoranza politica che rappresenta il peggio del nostro passato. Fascisti in doppiopetto, nostalgici in giacca e cravatta, pronti a manipolare le paure e a trasformare la solidarietà in colpa, la verità in crimine, la giustizia in eresia.

E mentre milioni di italiani affrontano precarietà, salari da fame e il costo della vita insostenibile, loro trovano tempo e denaro per alimentare la macchina del riarmo e per perseguitare chi chiede pace e giustizia. Non sono solo indegni di governare: sono un pericolo concreto per la sopravvivenza stessa della nostra democrazia.

Francesca Albanese non è sola

A Francesca Albanese va tutta la nostra solidarietà. È lei, oggi, a incarnare l’articolo 11 della Costituzione che “ripudia la guerra”. È lei a difendere l’onore dell’Italia quando le istituzioni ufficiali scelgono la vergogna. È lei a rappresentare quel Paese reale che non vuole genocidi, non vuole guerre, non vuole più essere complice dei carnefici.

Appello per l’unità e la convergenza

Non possiamo restare a guardare. È il momento di unirci, superando vecchie divisioni e personalismi, per costruire un fronte popolare ampio e determinato. Un fronte capace di gettare lontano dalle istituzioni questi nuovi fascisti, di difendere la Costituzione e di restituire dignità al nostro Paese.

L’appello è a tutte le forze sane della società: ai movimenti per la pace, ai sindacati, alle associazioni, ai partiti democratici, ai cittadini che non si rassegnano. Non servono bandierine, non servono primazie. Serve la convergenza, qui e ora. Perché il tempo sta finendo, e il silenzio di oggi sarà la vergogna di domani.

Ora e sempre: giù le mani dei fascisti da Francesca Albanese.
Ora e sempre Resistenza.

“Educare alla guerra: la nuova religione del capitalismo europeo”

L’Italia è in guerra. Non una guerra dichiarata con carri armati al confine, ma una guerra culturale, ideologica, economica. Una guerra silenziosa, subdola, ma incessante. E il campo di battaglia è l’opinione pubblica. Da tempo ormai, i grandi quotidiani – con Il Corriere della Sera in testa – hanno abbandonato ogni parvenza di imparzialità per assolvere a una funzione ben più antica: non informare, ma educare. Educare alla guerra. E, soprattutto, educare al sacrificio sociale come prezzo inevitabile per la sicurezza armata. In altre parole: abituare gli italiani alla guerra, rieducandoli a rinunciare al welfare per finanziare il warfare.

Il lessico del dominio: come si costruisce l’abitudine al sacrificio

Un articolo apparso sul Corriere della Sera il 12 luglio 2025 a firma dei professori Maurizio Ferrera e Stefano Sacchi ne è il perfetto esempio. I due docenti, con tono rassicurante da pedagoghi del potere, iniziano la loro apologia bellica evocando la figura dell’arcivescovo di Canterbury e il suo “welfare state” contrapposto al “warfare state” nazista, da cui solo la guerra avrebbe potuto salvare l’Europa.

Il loro ragionamento è chiaro quanto insidioso: senza sforzo militare non ci sarebbe stato welfare; dunque, oggi, per difendere quel modello sociale europeo, sarebbe necessario tornare a investire massicciamente in armi e difesa. Si tratta di un ribaltamento logico e storico che punta a convincere la cittadinanza che i tagli a sanità, pensioni e scuola siano sacrifici nobili, necessari, inevitabili. “Si vult salus sanitaque, para bellum”, parafrasano ironicamente gli autori dell’articolo. Se vuoi la salute pubblica, prepara i missili.

La nuova dottrina: 5% del PIL per la guerra

Secondo i due editorialisti, per affrontare la nuova “minaccia” – ovviamente la Russia di Vladimir Putin – l’Europa dovrà portare le sue spese militari al 5% del PIL entro il 2035. Una cifra mostruosa, che significherebbe centinaia di miliardi sottratti ogni anno a servizi essenziali. Ma poco importa: per salvaguardare “la stabilità del nostro modello sociale” – ovvero il capitalismo europeo – non si può badare a spese.

Un refrain già ripreso, appena sette giorni prima, dallo stesso Paolo Gentiloni, che in un’altra omelia sempre sul Corriere spiegava con candore che bisogna “far entrare nelle teste delle persone” che non c’è più una difesa esterna e che quindi è necessario armarsi. In parole povere: convincere i cittadini a tagliarsi da soli la carne viva del welfare per fabbricare armi da guerra, possibilmente comprate dagli Stati Uniti.

L’ipocrisia democratica: decisioni senza parlamento

Dietro la retorica accademica, però, si cela una realtà ben più sporca: gli impegni di spesa militare, come quelli con la NATO, vengono presi regolarmente senza passare dal Parlamento. Le persone comuni vengono informate solo a cose fatte. E chi si oppone? Poco male. I dati vanno manipolati, le statistiche orientate. Come quelle raccolte dai due professori: “L’opinione pubblica italiana appare consapevole della necessità di investire di più nella difesa”. Peccato che, secondo le stesse fonti accademiche, gli italiani siano anche i più contrari in Europa a tagli nel settore del welfare. Forse perché, dopo vent’anni di macelleria sociale, ne conoscono già gli effetti sulla propria pelle.

Opinione pubblica o opinione manipolata?

Il dato più paradossale è proprio questo: mentre i media di regime propagano il verbo bellicista, i cittadini sembrano mantenere un istinto di sopravvivenza. Secondo il progetto SCOaPP, meno del 10% degli italiani sarebbe disposto ad accettare un aumento della spesa militare a discapito di sanità e assistenza sociale. E anche il dato apparentemente preoccupante riportato da Davide Caprioglio – un 48,7% favorevole a un “riarmo nazionale” – va contestualizzato: è il valore più basso d’Europa, e risente fortemente dell’impatto mediatico quotidiano che bombarda le coscienze.

Tra dichiarazioni apocalittiche sulla “minaccia russa”, commenti televisivi ripetuti all’infinito, manipolazioni semantiche e una pedagogia scolastica sempre più militarizzata, l’obiettivo è evidente: preparare le menti dei giovani e degli adulti a considerare normale il riarmo. Persino desiderabile.

Guerra e nazionalismo: i fratelli siamesi del neoliberismo

E così, in parallelo alla grancassa militarista, risuona un’altra nenia martellante: quella dell’“italianità”. Tutto deve essere italiano: la colazione, i gusti, i panorami, le emozioni. Una strategia ben nota: il nazionalismo serve a creare una falsa coesione identitaria utile alla guerra. Chi non si riconosce nella patria, chi non canta gli inni, chi non esibisce bandiere, è un traditore. Un nemico interno. Un potenziale sabotatore.

I richiami alle “gesta eroiche” dell’esercito italiano nelle campagne coloniali di Mussolini non sono un dettaglio nostalgico, ma una strategia comunicativa. Rieducare le masse attraverso una mistica bellica che si traveste da amor di patria.

L’esercito europeo: la guerra che c’è già

Secondo Ferrera e Sacchi, l’opinione pubblica italiana sarebbe anche favorevole alla creazione di un esercito europeo. Un’idea che, a ben guardare, è già realtà. Le cosiddette “missioni di pace” in Medio Oriente, in Africa, nei Balcani sono da anni il volto militare dell’Europa, mascherato da “cooperazione umanitaria”. Missioni dove si bombarda, si reprime, si sorveglia.

L’idea di centralizzare la difesa europea è solo l’ultimo tassello per trasformare la NATO in un’entità organica al potere continentale. Una forza armata sovranazionale utile a sopprimere non solo nemici esterni, ma anche eventuali rivolte interne.

Il capitalismo non vuole la pace. La produce a rate… armate

Il quadro che emerge è chiaro: l’Europa non è minacciata da Mosca, ma dalla propria sete di profitti. L’unico vero ostacolo alla pace è la “inaccettabile” richiesta russa di una Ucraina smilitarizzata. Per le élite europee, smilitarizzare Kiev significherebbe rinunciare a miliardi di euro in commesse, sfruttamento della manodopera e tangenti sulle forniture belliche. Non possono permetterselo.

Così Parigi, Berlino, Varsavia, Copenaghen, Roma e tutte le capitali del vecchio continente si affannano a costruire fabbriche d’armi in Ucraina, sperando che la guerra continui quel tanto che basta a rimpinguare bilanci e dividendi. La Francia, ad esempio, ha stanziato 431 miliardi di euro per l’esercito nel 2026. La Russia, “stato guerrafondaio” per definizione, si ferma a 140 miliardi. E nel complesso, l’Europa spende già il 58% in più in armamenti rispetto a Mosca.

Dunque, chi sta minacciando chi?

Conclusione: la guerra come destino del capitale

“Le guerre sono stadi inevitabili del capitalismo”, scriveva Lenin. Non sono eccezioni, ma tappe del suo sviluppo. E l’Europa di oggi, travestita da umanitarismo armato, sta seguendo alla lettera questo copione. La guerra non è più l’eccezione: è la regola. Il welfare non è più un diritto: è un lusso. E la pace non è più un ideale: è una minaccia per il mercato delle armi.

Di fronte a questa mutazione antropologica della democrazia liberale in macchina bellica, non bastano i sondaggi. Serve una coscienza collettiva nuova, capace di denunciare le ipocrisie, smascherare i falsi profeti della sicurezza e rimettere al centro l’umanità, non l’industria della morte.

Fonti:
• Fabrizio Poggi, Abituare gli italiani alla guerra, articolo originario su https://contropiano.org
• Maurizio Ferrera e Stefano Sacchi, “Welfare e difesa: ora servono entrambi”, Corriere della Sera, 12 luglio 2025
• Paolo Gentiloni, dichiarazioni su difesa e sanità, Corriere della Sera, 5 luglio 2025
• Gregorio Buzzelli, dati del progetto SCOaPP, Corriere della Sera, luglio 2025
• Davide Caprioglio, dati Solid sul riarmo, Corriere della Sera, luglio 2025
• Elena Karaev, “La cupola delle tangenti belliche europee”, RIA Novosti, 12 luglio 2025 – https://ria.ru/20250712/evropa-2028663269.html
• Osservatorio Conti Pubblici Italiani – dati spesa militare 2024
• Vladimir Lenin, “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”, 1916

La maschera infranta della libertà: dall’ideale di emancipazione all’arma dell’oligarchia globale

Nel nostro tempo, la parola “libertà” ha subìto una metamorfosi grottesca. Una parola nata per spezzare le catene dell’oppressione si è trasformata, oggi, nella bandiera più cinica dell’arbitrio dei forti. Carlo Rovelli, nel suo lucido e tagliente articolo “Una rapina chiamata libertà” (pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 17 luglio 2025), ci accompagna in un viaggio spietato e necessario attraverso le derive ideologiche e semantiche del concetto di libertà, ormai svilito e ridotto a simulacro. Ma la riflessione va allargata: oggi la libertà non è più un bene condiviso da conquistare, ma un possesso da blindare. Non è più un diritto da estendere, ma un privilegio da difendere con ogni mezzo.

Dall’utopia alla menzogna

“Liberté, égalité, fraternité”: lo slogan della Rivoluzione Francese incarnava la speranza di liberarsi dall’arbitrio dell’aristocrazia. Era una rivolta collettiva contro l’ingiustizia. La stessa energia animava la resistenza antifascista, le rivoluzioni anticoloniali, i movimenti femministi, operai, studenteschi. La libertà, in quei contesti, era un atto di rottura con l’oppressione sistemica. Ma cosa resta oggi di quel valore originario?

Nel linguaggio della governance neoliberale e dell’imperialismo economico, “libertà” è diventata sinonimo di deregulation, di privatizzazione del mondo, di disprezzo per la solidarietà sociale. È la “libertà di fare affari” a ogni costo. È il grido di battaglia dei predatori finanziari, dei potentati digitali, dei guerrafondai mascherati da liberatori. La “libertà” oggi è funzionale all’espansione illimitata del Capitale e alle sue narrazioni tossiche.

Libertà come dominio: il paradigma USA-NATO

Rovelli mette il dito nella piaga quando denuncia l’uso geopolitico della parola “libertà”. I paesi della NATO si dichiarano “liberi” per giustificare aggressioni militari, interventi unilaterali, embarghi, colpi di Stato, espansioni strategiche. In nome della libertà sono state ridotte in macerie la Libia, l’Iraq, l’Afghanistan, la Jugoslavia. Nessuna di queste “missioni di pace” ha portato la democrazia, solo destabilizzazione, profughi e nuovi mercati per le armi e il petrolio.

La libertà invocata dagli Stati Uniti non è un diritto universale, ma un privilegio imperiale: il diritto a non essere giudicati dalla Corte Penale Internazionale, il diritto a possedere più armi di quanti siano gli esseri umani nel Paese, il diritto a condurre guerre per procura, come in Ucraina o a sostenere regimi genocidari come quello israeliano.

Libertà ed economia: la distopia del libero mercato

Il neoliberismo ha fatto della libertà il suo mantra. Libertà di iniziativa, libertà di consumo, libertà di competere. Ma dietro lo slogan si cela un’ideologia classista: la libertà del Capitale di non essere tassato, di non essere regolato, di sfruttare lavoro, ambiente e società. Come ha sottolineato l’economista premio Nobel Joseph Stiglitz, “il libero mercato senza regole è semplicemente un mezzo per permettere ai più forti di sopraffare i più deboli”. Eppure, ogni tentativo di limitare questi eccessi viene bollato come “attacco alla libertà”.

Le privatizzazioni sono presentate come conquiste di libertà individuale, ma hanno generato disuguaglianze record. Il sistema fiscale è stato reso regressivo, lasciando i miliardari “liberi” di eludere mentre la classe media e i poveri pagano tutto. La libertà di delocalizzare ha distrutto interi distretti industriali. La libertà di speculare ha prodotto bolle e crisi globali, come nel 2008.

Il falso pluralismo: libertà di parola e manipolazione mediatica

La riflessione di Rovelli trova eco anche negli scritti di Herbert Marcuse e Noam Chomsky. La libertà di parola, oggi, non significa pluralismo reale. Significa solo la possibilità, per tutti, di parlare nel vuoto. La sovraesposizione di voci crea una cacofonia controllata: il dissenso esiste, ma è sterilizzato. I media, proprietà di poche conglomerate, selezionano cosa conta e cosa no. I social network, dominati da algoritmi opachi, privilegiano l’emotività, l’indignazione, la polarizzazione. L’apparente libertà è in realtà una sofisticata forma di ingegneria del consenso.

Le “libertà democratiche” dell’Occidente si basano su un’illusione di partecipazione. Ma chi controlla l’accesso alla comunicazione? Chi stabilisce l’agenda? Chi ha le risorse per farsi ascoltare? La risposta è semplice: i miliardari e i loro apparati ideologici. Ecco perché Trump, Johnson, Meloni o Netanyahu possono dominare la scena: non perché siano i più liberi, ma perché sono i più serviti dal potere reale.

Ecologia e democrazia: le libertà che ci stanno uccidendo

Il “diritto” di inquinare, di possedere SUV, di costruire ovunque, di accumulare senza limiti, sta conducendo l’umanità verso un collasso climatico. Ma i padroni del pianeta si difendono in nome della libertà: “non possiamo imporre limiti al mercato”. E intanto, intere isole affondano, le foreste bruciano, le specie si estinguono.

Il “diritto” di armarsi — anche questo una “libertà” sacra — ci porta più vicini a una catastrofe nucleare. L’ossessione per la sicurezza, la militarizzazione delle società e l’escalation permanente sono giustificate dalla necessità di “difendere la nostra libertà”. Anche in questo caso, la retorica è un paravento: chi comanda davvero ha bisogno della paura per giustificare la propria esistenza.

Una nuova grammatica della libertà

Rovelli ci ricorda una verità dimenticata: ogni libertà è sempre libertà da qualcosa. La libertà vera è quella che spezza i vincoli dell’oppressione. È la libertà dei diseredati, dei popoli colonizzati, delle donne schiacciate dal patriarcato, dei lavoratori sfruttati. Non è la libertà di dominare, ma quella di respirare, di autodeterminarsi, di vivere con dignità. È quella che chiede giustizia, non arbitrio.

Per questo oggi serve una nuova grammatica della libertà. Una che metta al centro la giustizia sociale, l’uguaglianza sostanziale, l’ecologia integrale. Una libertà solidale, non competitiva. Condivisa, non predatoria. Regolata, non selvaggia. Una libertà che riconosca i limiti, non come catene, ma come condizioni per una convivenza civile. Una libertà che non sia il privilegio di chi ha già tutto, ma la possibilità di chi ha sempre avuto troppo poco.

Conclusione: per chi vale ancora la libertà

In un mondo in cui la libertà viene brandita dai potenti come giustificazione per perpetuare il dominio, l’unico senso autentico della parola resta quello pronunciato dagli ultimi. Chi invoca libertà perché è oppresso, affamato, bombardato, sfruttato, torturato, discriminato, ha ancora il diritto di usarla. Gli altri — quelli che hanno trasformato il termine in uno scudo per il profitto, in un alibi per l’indifferenza, in una bugia ideologica — dovrebbero restare in silenzio.

Perché la libertà, come la verità, non può essere sequestrata da chi opprime. Può solo essere pronunciata da chi lotta per essere finalmente umano.

Fonte dell’articolo originale di riferimento: Carlo Rovelli, “Una rapina chiamata libertà”, pubblicato su Il Fatto Quotidiano, 17 luglio 2025.

Città in svendita: l’impero della finanza urbana e il suicidio democratico

C’è un filo rosso – anzi, dorato – che collega le trasformazioni urbane di Milano agli assetti emergenti di molte città italiane ed europee: la finanziarizzazione integrale dello spazio urbano. Non è più la città a plasmare la vita dei suoi abitanti, ma la rendita a modellare la città secondo i desideri di chi detiene capitale, fondi d’investimento e algoritmi predatori. Il “modello Milano”, finito oggi al centro di nuove inchieste giudiziarie che coinvolgono l’assessore Tancredi e l’imprenditore Catella (Coima), non è il fallimento di una politica urbanistica: è il successo pieno di una strategia neoliberale che ha scelto di abbandonare ogni funzione pubblica in nome del profitto.

Dietro le vetrine scintillanti di Porta Nuova e CityLife si cela infatti una guerra silenziosa: quella contro gli abitanti reali, contro i lavoratori, contro i quartieri popolari, contro la partecipazione democratica. Un conflitto senza sangue ma dagli effetti letali, che ha già prodotto sfratti di massa, desertificazione sociale, iper-gentrificazione e un aumento sistemico delle disuguaglianze. La parola d’ordine è “valorizzazione”, ma il significato autentico è esproprio: dei beni comuni, del diritto alla casa, dello spazio pubblico.

La città come asset finanziario

Milano è solo l’archetipo di un meccanismo ben più esteso: la città trasformata in un asset class, una categoria d’investimento come lo sono le miniere, i derivati, le fonti d’acqua. Non si progettano quartieri, si assemblano pacchetti immobiliari da piazzare sui mercati globali. Non si costruisce per abitare, si edifica per vendere, ipotecare, rivendere. Ogni edificio deve essere redditizio, ogni strada deve attrarre investimenti, ogni metro quadro deve produrre plusvalore.

In questo scenario, le amministrazioni comunali smettono di essere organismi di governo per diventare “facilitatori” del capitale. Le “semplificazioni” normative, evocate come modernizzazione, sono in realtà processi sistematici di deregolamentazione che abbattono le difese sociali e ambientali, aggirano la pianificazione democratica, neutralizzano ogni possibilità di conflitto e partecipazione. La politica urbanistica diventa una questione privata, affidata a tecnici, advisor, banche d’affari e studi legali. I cittadini? Ridotti a spettatori passivi o espulsi oltre la tangenziale.

Il linguaggio della truffa: rigenerazione, resilienza, sostenibilità

A rendere ancora più insidioso questo processo è il lessico usato per giustificarlo. Le parole che un tempo evocavano emancipazione – “rigenerazione”, “resilienza”, “inclusione” – sono oggi le maschere di una predazione pianificata. Ogni piano di trasformazione urbana si presenta come “green”, ogni progetto come “smart”, ogni insediamento come “sostenibile”. Ma sotto questi slogan si cela spesso la logica della svendita: vendere aree pubbliche a privati, costruire grattacieli in cambio di parchetti verticali, chiudere mercati rionali per aprire food courts da 20 euro al panino.

E mentre le città diventano vetrine per il turismo di lusso e i grandi eventi internazionali – Expo, Olimpiadi, Cop – cresce il divario tra centro e periferia, tra chi può vivere in città e chi è costretto a fuggirne. I lavoratori dei servizi, i migranti, le famiglie monoreddito, i giovani precari vengono cacciati da un mercato immobiliare che non ha più nulla di urbano, se per urbano intendiamo il diritto alla città.

Roma, Napoli, Bologna: l’epidemia si allarga

Il vero dramma è che Milano non è un’eccezione, ma un paradigma esportabile. Napoli, Torino, Bologna, Roma stanno adottando lo stesso modello. Sotto la retorica della “semplificazione” si replicano gli stessi meccanismi: riduzione delle funzioni pubbliche, esternalizzazioni selvagge, alienazione del patrimonio comune, creazione di “cabine di regia” fuori controllo democratico. Le città vengono gestite come start-up territoriali, in cui il cittadino è un cliente e l’amministrazione un’agenzia di marketing territoriale. Lo spazio urbano diventa il teatro di una guerra per attrarre investimenti esteri, speculazioni immobiliari e flussi turistici di breve durata. E chi si oppone, viene bollato come “nemico del progresso”.

Ma questo progresso è velenoso. Come ricorda la denuncia dei magistrati, la linea di confine tra lobbying legale e corruzione strutturale è sempre più sottile. I grandi player finanziari si muovono con gli strumenti del potere morbido: cooptazione delle élite locali, produzione di “visioni strategiche” a uso e consumo delle rendite, controllo delle informazioni e dell’agenda pubblica. La trasparenza viene erosa, il dissenso silenziato, la pianificazione svuotata.

Verso una nuova urbanistica popolare

Contro questa deriva, occorre ricostruire una nuova idea di città, fondata non sul valore di scambio ma su quello d’uso. Un’urbanistica dei bisogni, non dei profitti. Un’idea che restituisca centralità alla pianificazione democratica, al diritto alla casa, alla tutela del paesaggio, all’equilibrio ambientale. La città non può essere un campo di battaglia per l’estrazione di rendita, ma deve tornare a essere un laboratorio di convivenza, equità, giustizia sociale.

Il “modello Milano” non va solo smascherato: va respinto, rifiutato, disinnescato. Non con la nostalgia delle città che furono, ma con l’intelligenza collettiva di chi sa immaginare alternative. Perché un’altra città è possibile. E non ha bisogno di grattacieli.

Bibliografia e fonti consultate:
• Lucia Tozzi, Il modello Milano: la finanza padrona del territorio, Il Manifesto, 17 luglio 2025
• David Harvey, Beni comuni e diritto alla città
• Saskia Sassen, Espulsioni. Brutalità e complessità nell’economia globale
• Anna Marson, Città pubblica. Per una nuova urbanistica
• Urbanistica Informazioni, INU, n. 303
• Dati Istat su prezzi immobiliari, disuguaglianze e popolazione urbana
• Osservatorio Nazionale sulla Rigenerazione Urbana – Legambiente e INU (2023–2025)

Il Paradiso dei Potenti, l’Inferno dei Lavoratori: Viaggio nella Regressione Fiscale Italiana ed Europea

Ridere sotto la pioggia di soldi, viaggiare tra le nuvole dei paradisi fiscali, immortalare la propria vita sui social: la classe capitalista globale ama farsi vedere “normale”. Ma la normalità, per chi possiede capitali immensi, è un’altra cosa: non pagare le tasse come tutti gli altri.

Siamo cresciuti col mito dell’uguaglianza davanti alla legge, della progressività fiscale come colonna portante delle democrazie occidentali. Eppure, negli ultimi quarant’anni, questa architettura è stata smantellata, pezzo dopo pezzo. Nei Paesi ricchi, le aliquote massime sui grandi redditi sono crollate: dal 90% degli anni Sessanta al 40% di oggi, con una caduta ancora più rovinosa sui redditi da capitale. Un tempo erano imposte capaci di ridistribuire ricchezza e finanziare sanità, scuola, sicurezza sociale. Oggi, sono diventate un simulacro, una foglia di fico per sistemi sempre più iniqui.

La vera rivoluzione l’hanno fatta le élite economiche, spesso in silenzio. Bezos, Arnault, Elkann e i loro sodali vivono in un mondo dove la pressione fiscale reale è prossima allo zero. Non è una boutade di Warren Buffett – che dichiara di pagare meno tasse della sua segretaria – ma la spia di un sistema malato, costruito per proteggere e moltiplicare i patrimoni di pochi a scapito dei molti.

Paradisi fiscali, ora a due passi da casa

Non serve più nascondere denaro alle Fiji o alle Cayman: oggi i veri paradisi fiscali si trovano nel cuore dell’Occidente. La Svizzera, gli Stati Uniti, il Lussemburgo, la Germania: questi sono i paesi ai primi posti nel Financial Secrecy Index del Tax Justice Network. È l’invisibilità legale, garantita da sistemi finanziari opachi, trust, fondazioni, scatole cinesi che blindano l’identità dei beneficiari reali.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale, tra l’8 e il 10% della ricchezza mondiale (oltre 10.000 miliardi di dollari) è nascosta offshore. Non solo un “gioco da ricchi”, ma un sabotaggio diretto dei sistemi pubblici di welfare, dei diritti e della coesione sociale.

Il grande spostamento del carico fiscale

Le conseguenze sono devastanti: più i ricchi eludono o evitano le tasse, più il fisco si accanisce sui lavoratori dipendenti e sui ceti medi. Secondo l’Ocse, il continuo abbattimento delle imposte sui grandi patrimoni è stato “compensato” dall’aumento delle tasse sui redditi da lavoro e sui consumi. Mentre i miliardari si concedono matrimoni di lusso a Venezia, la sanità e la scuola pubblica rischiano la paralisi, finanziate con il sudore di chi non può sottrarsi al prelievo alla fonte.

In Italia, questa dinamica è particolarmente drammatica. Oltre il 90% del gettito Irpef arriva da lavoratori dipendenti e pensionati, mentre imprenditori e autonomi, pur rappresentando circa un terzo dei contribuenti, contribuiscono a meno del 10% del totale a causa della sistematica sotto-dichiarazione dei redditi (secondo il MEF, circa 90 miliardi di imponibile sommerso ogni anno).

Italia: il laboratorio della regressività

Dietro la maschera della progressività formale, il sistema fiscale italiano è diventato regressivo nei fatti. Il cuore del problema?
• Redditi da capitale (interessi, dividendi, plusvalenze) tassati con una flat tax del 26%, molto inferiore all’aliquota massima Irpef.
• Grandi immobili: tassazione tra le più basse d’Europa (in Francia vige la patrimoniale IFI sugli immobili di lusso).
• Trust e fondazioni: strumenti per schermare eredità e patrimoni, quasi immuni da verifiche.

Non esiste in Italia una vera imposta patrimoniale sui grandi capitali. L’Imu colpisce solo gli immobili diversi dalla prima casa e con aliquote ridotte, mentre i grandi portafogli finanziari versano una modesta imposta di bollo (0,2%), che per i patrimoni miliardari è del tutto marginale.

Il risultato?
• Il 10% più ricco degli italiani possiede il 55% della ricchezza nazionale (Banca d’Italia, 2023).
• L’1% più ricco detiene da solo il 20% della ricchezza.
• La quota di ricchezza in mano alla classe media è in costante erosione da oltre un decennio.

Evasione, elusione, nuovi paradisi: il volto “legale” dell’ingiustizia

L’Italia detiene il poco invidiabile primato europeo dell’evasione fiscale: tra 80 e 100 miliardi di euro l’anno. Non solo piccoli artigiani o commercianti, ma soprattutto grandi aziende, multinazionali e dinastie patrimoniali che sfruttano regimi di favore, prezzi di trasferimento, sedi “di comodo” all’estero.
Lo studio dell’EU Tax Observatory (2023) rivela che oltre il 25% dei grandi patrimoni italiani usa trust, società offshore, polizze vita “blindate” per occultare ricchezza in Svizzera, Lussemburgo, Regno Unito.

La flat tax per ricchi – introdotta nel 2017 – consente a chi sposta la residenza in Italia di pagare solo 100.000 euro di imposte l’anno, a prescindere dal reale ammontare dei redditi detenuti fuori confine. Nel 2023 sono stati più di 1.400 i super-ricchi stranieri ad approfittarne, facendo dell’Italia un nuovo paradiso “domestico”.
La flat tax per le partite Iva fino a 85.000 euro ha ampliato la forbice tra lavoratori dipendenti e autonomi, premiando i secondi con un carico fiscale drasticamente inferiore.

La crisi del welfare e la narrazione tossica

Il cuneo fiscale per un lavoratore medio italiano ha raggiunto il 46% (tra i più alti d’Europa), mentre il gettito generato dai “paperoni” si riduce di anno in anno. La spesa pubblica per istruzione, sanità, politiche sociali è in stagnazione da un decennio.
Il mantra dominante è che tassare i ricchi “spaventa i capitali”, che la patrimoniale sia il male assoluto, che bisogna “competere” in attrattività fiscale. Ma questa è una narrazione tossica, fatta apposta per scoraggiare ogni reale riforma, mentre i patrimoni si consolidano e la forbice sociale si allarga.

Liberalizzazione dei capitali: la vera svolta storica

Non siamo di fronte a una degenerazione casuale. La liberalizzazione globale dei movimenti di capitale – iniziata negli anni Ottanta e accelerata dopo la caduta del Muro di Berlino – ha segnato il passaggio dalla sovranità degli Stati al dominio dei grandi investitori. Gli Stati competono al ribasso, abbattendo le aliquote per attrarre o trattenere i ricchi, sotto la minaccia di “capital flight”.
L’Olanda, l’Irlanda, il Lussemburgo hanno costruito fortune intere come “tunnel” fiscali per le multinazionali. Anche l’Italia si è adattata, offrendo regimi di favore ai nuovi residenti “globali”.

La partita internazionale e i sabotaggi: chi vince e chi perde

Ci sono tentativi di invertire questa tendenza. La global minimum tax dell’Ocse/G20, la proposta spagnola e brasiliana di una patrimoniale mondiale sui super-ricchi, la battaglia all’Onu promossa da Lula e Sanchez. Ma la realtà resta amara: ogni volta che si arriva al dunque, qualcuno si sfila, come ha fatto l’amministrazione Trump esentando le imprese americane dall’accordo, o come fa l’Irlanda con il suo veto europeo.

La chiave, come suggerisce Brancaccio, sta nel rompere l’illusione dell’unanimità. Andare avanti tra chi ci sta, applicare restrizioni commerciali e finanziarie ai Paesi che si chiamano fuori. È la logica degli standard minimi sociali, fiscali e ambientali: la lotta, non il compromesso.

Conclusione: tornare a una giustizia fiscale reale

In Italia e in Occidente il paradigma fiscale è stato stravolto: più ricchi, più esenti; più poveri, più tassati. La progressività è rimasta nei codici, non nei fatti. Eppure senza una giustizia fiscale autentica – senza una riforma coraggiosa e una strategia europea coordinata – la democrazia sociale rischia di trasformarsi in un carnevale senza fine per pochi e una quaresima infinita per tutti gli altri.

Luigi Einaudi, padre della Repubblica, ammoniva: “Le imposte sono il prezzo della civiltà”. Oggi la civiltà paga per tutti, i ricchi pagano per nessuno. Questa è la vera emergenza, il nodo da sciogliere. Il resto – inclusi selfie, matrimoni e jet privati – è solo rumore di fondo.

Fonti principali:
Ministero Economia e Finanze, Relazione sull’economia non osservata ed evasione fiscale (2023);
Banca d’Italia, Indagine sui bilanci delle famiglie italiane (2023);
Agenzia delle Entrate, Statistiche fiscali (2024);
EU Tax Observatory, Report 2023-2024;
OCSE, Taxing Wages 2024, Revenue Statistics;
Tax Justice Network, Financial Secrecy Index.

“Il Leviatano neoliberale e il destino rapito: come il capitalismo digitale sta divorando la democrazia”

Se Karl Marx potesse osservare il nostro tempo, vedrebbe realizzata davanti ai suoi occhi la profezia più cupa contenuta nel Capitale. L’accumulazione senza freni, la concentrazione del potere economico nelle mani di pochi, la trasformazione delle imprese da luoghi di lavoro collettivo a macchine di estrazione di ricchezza per gli azionisti globali. Ma c’è qualcosa di nuovo e persino più inquietante rispetto ai suoi tempi: il Leviatano neoliberale ha mutato pelle, inglobando le tecnologie digitali come strumenti di dominio e controllo.

Lo ricorda Emanuele Felice, economista e docente di Storia economica alla IULM di Milano, nel suo Manifesto per un’altra economia e un’altra politica (Feltrinelli, 2024). Felice non si limita a confermare l’analisi marxiana sulla concentrazione del capitale, ma l’aggiorna con un’osservazione netta: questa legge non è inevitabile. E porta prove storiche. Durante buona parte del Novecento, la forza organizzata del movimento dei lavoratori, unita a una politica democratica capace di redistribuire la ricchezza, è riuscita a rallentare o invertire questa tendenza, generando decenni di crescita inclusiva.

Oggi, invece, assistiamo a un paradosso. Mentre il neoliberalismo sventola la bandiera della concorrenza, l’economia reale è strangolata da monopoli e oligopoli digitali; mentre invoca la libertà, facilita regimi autoritari che usano la sua stessa logica di sfruttamento, purché garantiscano stabilità ai mercati; mentre predica la crescita infinita, si pone in antitesi totale con i limiti ambientali del pianeta.

Il punto politico è chiaro: il neoliberalismo è incompatibile persino con il liberalismo classico, quello di John Stuart Mill, che auspicava un futuro in cui “l’arte di vivere” e il progresso morale e sociale avessero la meglio sulla cieca accumulazione di capitale. Un pensiero dimenticato in favore dell’idolo della crescita illimitata, che oggi sacrifica lavoro, salute, ambiente e democrazia stessa.

L’ascensore sociale si è rotto, la forbice tra ricchi e poveri si allarga, le politiche fiscali sono regressivamente orientate contro i ceti medi e popolari. In Italia, ad esempio, gli ultimi rapporti ISTAT e Oxfam confermano che il 20% più ricco possiede circa il 70% della ricchezza nazionale, mentre la povertà assoluta colpisce oltre 5,6 milioni di persone, un record storico.

In parallelo, i giganti tecnofinanziari dominano ogni settore: Amazon con la logistica e il commercio, Google con i dati e la pubblicità, BlackRock e Vanguard con le partecipazioni incrociate che tengono in pugno le principali multinazionali. La concorrenza è morta. Gli antitrust, nati per garantire pluralismo economico e difendere i cittadini da abusi di posizione dominante, sono diventati armi spuntate, ostaggio di lobby e governi complici.

Felice propone soluzioni tanto intuitive quanto rivoluzionarie: investire massicciamente sull’istruzione per formare coscienze critiche, introdurre un salario minimo dignitoso, riformare la tassazione in senso progressivo, reintrodurre il finanziamento pubblico ai partiti per spezzare la catena di comando tra grandi gruppi economici e politica, misurare il Pil correggendolo per l’impatto ambientale, arginare la finanza speculativa, favorendo credito ed economia reale. Soprattutto, ricostruire un tessuto sociale e politico che possa affrontare i due Leviatani contemporanei: gli Stati totalitari e lo strapotere delle Big Tech e della finanza.

Il destino non è scritto, ma la lotta è impari. Se la sinistra vorrà tornare a essere popolare e non solo un club di élite illuminate, dovrà rimettere al centro la giustizia sociale, l’uguaglianza sostanziale e la difesa della democrazia dal potere concentrato. Perché la concentrazione del capitale non è una legge naturale: è una scelta politica. Ed è sempre il popolo a pagarne il prezzo più alto.