Addio, transizione ecologica: a Bruxelles il PPE sceglie i padroni contro il pianeta

La scena è questa: a Bruxelles il Parlamento europeo vota il pacchetto Omnibus I, presentato dalla Commissione come “semplificazione” delle norme su reporting di sostenibilità e due diligence delle imprese. In realtà si tratta di un vero e proprio svuotamento del corpo centrale del Green Deal: la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) e la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD). A guidare l’operazione è il Partito popolare europeo, che abbandona la “maggioranza Ursula” e costruisce un nuovo blocco con l’estrema destra: ECR, Patrioti (con Lega, Le Pen e Orbán) e il gruppo delle “nazioni sovrane”, legato all’AfD tedesca.

Il risultato è noto: 382 voti a favore, 249 contrari, 13 astenuti. Numeri che descrivono non una “semplificazione tecnica”, ma uno spostamento politico netto a destra su uno dei terreni chiave del conflitto contemporaneo: chi paga il costo della crisi climatica e delle violazioni dei diritti lungo le catene globali del valore.

Un Green Deal svuotato dall’interno

La narrazione ufficiale parla di “riduzione degli oneri amministrativi”, “fine della burocrazia europea”, “ritorno del buonsenso”, come ha esultato il leader del PPE Manfred Weber. Ma, letta nel merito, la decisione del Parlamento è una severa resa alle pressioni delle grandi lobby industriali ed energetiche, che da mesi incalzano per annacquare le norme su trasparenza, responsabilità nelle filiere e piani di transizione climatica.

Cosa cambia concretamente?

• La soglia di applicazione degli obblighi di reporting e due diligence viene alzata a livelli tali da escludere la stragrande maggioranza delle imprese. Per il reporting di sostenibilità, saranno obbligate solo le aziende con più di 1.750 dipendenti e 450 milioni di euro di fatturato; per la due diligence, solo colossi con oltre 5.000 dipendenti e 1,5 miliardi di fatturato.

• Sparisce l’obbligo per le imprese di predisporre un piano di transizione compatibile con l’Accordo di Parigi: cancellata, di fatto, la pretesa che il modello di business sia coerente con l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale.

• Viene meno l’obbligo di chiedere informazioni sulla sostenibilità lungo l’intera filiera: le catene di subappalti e fornitori – spesso quelle dove si annidano lavoro minorile, sfruttamento e deforestazione – tornano nell’ombra, ridotte a un livello di “informazione minima” e, in molti casi, puramente volontaria.

• Le responsabilità giuridiche vengono riportate a livello nazionale, indebolendo l’idea stessa di un quadro vincolante europeo, proprio mentre Nazioni Unite, esperti indipendenti e oltre 150 organizzazioni della società civile chiedevano di non riaprire al ribasso la legislazione conquistata con fatica negli ultimi anni.

Il messaggio è chiaro: l’Europa che si presentava come avanguardia della transizione ecologica decide di blindare lo spazio di manovra delle grandi multinazionali, scaricando ancora una volta costi sociali e ambientali su lavoratori, comunità e paesi del Sud globale.

Il ruolo del PPE: partito di sistema o partito di blocco sociale?

Il dato politico più grave è la scelta del PPE di costruire in modo esplicito una maggioranza alternativa stabile a destra. Come hanno sottolineato varie analisi a caldo, la stessa giornata di voto racconta un doppio movimento: da un lato, il PPE approva con la piattaforma “pro-europea” (socialisti, liberali, verdi) il target di riduzione delle emissioni del 90% al 2040; dall’altro, usa la stessa forza numerica per smontare gli strumenti che dovrebbero rendere credibile e socialmente giusta quella transizione.

È una schizofrenia solo apparente. In realtà, la linea è coerente con la strategia di Weber: dietro il racconto di un centro “responsabile” che tiene insieme ambiente e competitività, il PPE decide che i costi del cambiamento non devono toccare troppo profondamente il potere delle grandi imprese. I target climatici a lungo termine restano, purché siano sterilizzati gli strumenti che potrebbero trasformarli in vincoli concreti su governance aziendale, investimenti, scelta dei fornitori, rapporti con i territori.

La costruzione di una maggioranza con l’estrema destra, a partire da italiani e francesi, non è un incidente tattico ma un salto di qualità: legittima come “alleato di governo” un blocco politico che nega sistematicamente la crisi climatica o la riduce a una guerra ideologica contro i “burocrati di Bruxelles” e gli “ambientalisti radical chic”. E manda un messaggio ai governi: la bussola non è più il compromesso europeista tra famiglie tradizionali, ma l’asse tra conservatorismo di mercato e nazionalismo reazionario.

Socialisti prigionieri, opposizioni isolate

In questo quadro, la posizione dei socialisti europei rivela tutta la crisi del campo progressista. Il gruppo S&D ha votato compatto contro il testo finale, con parole durissime sul rischio di trasformare la due diligence in una foglia di fico, capace solo di coprire l’agenda delle destre e degli interessi più forti. Ma questa presa di posizione si ferma a metà strada: non arriva a dichiarare finita la maggioranza Ursula, né a porre un ultimatum politico al PPE.

La conseguenza è una schizofrenia speculare a quella dei popolari. I socialisti denunciano – a ragione – di non voler essere ridotti a “foglia di fico” per un programma di estrema destra, ma continuano a tenere in piedi l’architettura che permette a quel programma di affermarsi e normalizzarsi, nel nome della “governabilità” europea.

Le forze di sinistra e i verdi più coerenti finiscono così isolate: sufficienti a segnare il dissenso, insufficienti per ribaltare i rapporti di forza. E mentre l’asse PPE–estrema destra costruisce una propria agenda comune su clima, bilancio pluriennale e agricoltura, la cosiddetta “maggioranza europeista” si rivela sempre più una formula vuota, buona per i comunicati stampa ma incapace di difendere davvero il terreno conquistato sulle politiche climatiche e sociali.

La retorica contro la “burocrazia” come arma di classe

Dietro tutte le parole d’ordine usate per giustificare il voto – “semplificazione”, “fine della burocrazia”, “alleggerimento per le PMI” – si intravede la vecchia logica dell’Europa delle imprese: quando si tratta di imporre vincoli di bilancio agli Stati, tagliare welfare, precarizzare il lavoro, nessuno parla di eccesso di burocrazia; quando invece si prova, sia pure timidamente, a chiedere alle multinazionali trasparenza e responsabilità sulle proprie catene del valore, improvvisamente le norme diventano “insostenibili”, “pesanti”, “nemiche della competitività”.

Gli stessi organismi internazionali che hanno applaudito alla CSDDD e al rafforzamento del quadro europeo sui diritti umani e ambientali, dalle Nazioni Unite alle reti di giuristi e ONG, avevano messo nero su bianco il rischio di un arretramento grave se il pacchetto Omnibus fosse stato utilizzato come cavallo di Troia per riaprire norme già concordate. È esattamente ciò che è accaduto.

Il voto di Bruxelles manda dunque un messaggio pericoloso anche fuori dall’Europa: la stessa Unione che chiede agli altri di rispettare lo Stato di diritto, i diritti umani, gli impegni climatici, si dimostra pronta a rinegoziare al ribasso i propri standard quando sono in gioco i margini di profitto di alcune filiere strategiche, dall’energia alle materie prime.

Le vittime invisibili: lavoratori, comunità, Sud globale

Il vero “alleggerimento”, in questa storia, non riguarda la carta che si risparmia negli uffici delle grandi aziende. Riguarda il carico che continua a schiacciare milioni di lavoratori e lavoratrici lungo le filiere globali: chi estrae materie prime in miniere insicure, chi lavora nei campi in condizioni semi-schiavistiche, chi cuce vestiti o assembla componenti elettronici per salari da fame.

Indebolire gli obblighi di due diligence significa rendere più difficile documentare e perseguire lo sfruttamento, la violenza, la distruzione ambientale. Significa togliere strumenti a comunità e sindacati che cercano di far valere i propri diritti di fronte a colossi transnazionali. Significa, in definitiva, trasferire ricchezza dal basso verso l’alto: meno vincoli per chi inquina e sfrutta, più costi sociali e sanitari per chi subisce le conseguenze della crisi climatica, dalla siccità alle alluvioni.

Non è un caso che molte imprese responsabili, università e centri di ricerca abbiano firmato appelli per difendere un quadro robusto di regole: la deregolamentazione non premia “il mercato” in astratto, ma un tipo preciso di impresa, quella che basa il proprio vantaggio competitivo sulla compressione dei diritti e sull’esternalizzazione dei danni.

Ricostruire un fronte sociale ed ecologista europeo

Il voto del Parlamento europeo sull’Omnibus I non è solo un passaggio tecnico in un dossier complesso. È un campanello d’allarme politico. Dice che il cuore del progetto europeista – l’idea di un mercato interno regolato da diritti, standard sociali e ambientali comuni – è sotto attacco da una nuova alleanza tra conservatorismo di mercato e nazionalismo reazionario, con il PPE nel ruolo di perno.

Rispondere a questa svolta significa abbandonare ogni illusione di “normalità” istituzionale. Servono tre movimenti, almeno.

Primo: rompere la retorica tossica che contrappone ambiente e lavoro. Le direttive su reporting e due diligence non sono un capriccio di tecnocrati, ma strumenti minimi per impedire che la transizione ecologica si traduca in una semplice ristrutturazione dei profitti a favore di pochi.

Secondo: costruire un’alleanza larga tra movimenti climatici, sindacati, associazioni dei consumatori, reti contadine e realtà del Sud globale, capace di fare pressione non solo su Bruxelles, ma anche sui governi nazionali chiamati ora a negoziare la versione finale delle norme.

Terzo: obbligare le forze che si definiscono progressiste a scegliere da che parte stare. Non basta votare contro in aula se poi si continua a garantire, per ragioni di equilibrio interno, la sopravvivenza di un sistema di potere che ha deciso di sacrificare la transizione ecologica sull’altare della competitività delle multinazionali.

Il voto di ieri dice “addio” alla transizione ecologica come progetto strutturale di trasformazione dell’economia. Ma nulla impedisce che da questo arretramento nasca una nuova consapevolezza: o la transizione è giusta, sociale, democratica, vincolante per chi inquina e sfrutta, oppure sarà solo un’ennesima operazione di marketing politico. A beneficio, ancora una volta, dei soliti noti.

Fonti e approfondimenti

Parlamento europeo, “Sustainability reporting and due diligence: MEPs back simplification changes” (comunicato stampa, 13 novembre 2025): https://www.europarl.europa.eu/news/en/press-room/20251106IPR31296/sustainability-reporting-and-due-diligence-meps-back-simplification-changes Parlamento europeo, “MEPs to vote on simplified sustainability and due diligence rules in November” (22 ottobre 2025, contesto su Omnibus I): https://www.europarl.europa.eu/news/en/press-room/20251016IPR30956/meps-to-vote-on-simplified-sustainability-and-due-diligence-rules-in-november Consiglio dell’Unione europea, “Simplification: Council agrees position on sustainability reporting and due diligence requirements to boost EU competitiveness” (23 giugno 2025): https://www.consilium.europa.eu/en/press/press-releases/2025/06/23/simplification-council-agrees-position-on-sustainability-reporting-and-due-diligence-requirements-to-boost-eu-competitiveness/ Frank Bold, “EPP sides with the far-right to gut the EU’s sustainability framework in the Omnibus I vote” (analisi critica sul ruolo del PPE e delle destre): https://en.frankbold.org/news/epp-sides-with-the-far-right-to-gut-the-eus-sustainability-framework-in-the-omnibus-i-vote Business & Human Rights Resource Centre, “EU Parliament adopts Omnibus I position for trilogue negotiations, limiting scope & removing mandatory climate transition plans”: https://www.business-humanrights.org/en/latest-news/eu-parliament-adopts-omnibus-i-position-for-trilogue-negotiations-limiting-scope-removing-mandatory-climate-transition-plans/ ESG Today, “EU Parliament Votes to Slash Corporate Sustainability Reporting, Due Diligence Requirements”: https://www.esgtoday.com/eu-parliament-votes-to-slash-corporate-sustainability-reporting-due-diligence-requirements/ Green Central Banking, “EU omnibus: MEPs vote to slash sustainable reporting requirements”: https://greencentralbanking.com/2025/11/13/eu-omnibus-meps-vote-to-slash-sustainable-reporting-requirements/ Courthouse News, “Right notches victory as EU votes to gut corporate sustainability rules”: https://www.courthousenews.com/right-notches-victory-as-eu-votes-to-gut-corporate-sustainability-rules/ CSO Futures, “European Parliament adopts Omnibus package that further dilutes CSDDD”: https://www.csofutures.com/news/european-parliament-adopts-omnibus-package-that-further-dilutes-csddd/ Eunews, “Centre or right, the EPP calls the shots in the European Parliament: yes to 2040 climate target, no to due diligence”: https://www.eunews.it/en/2025/11/13/centre-or-right-the-epp-calls-the-shots-in-the-european-parliament-yes-to-2040-climate-target-no-to-due-diligence/ EcoVadis Blog, “The EU’s Omnibus Saga Enters a New Phase of Uncertainty” (ricostruzione complessiva su soglie, tempistiche e compromessi): https://ecovadis.com/blog/the-eus-omnibus-saga-enters-a-new-phase-of-uncertainty/

Paradisi fiscali, capitalismo estrattivo e democrazia derubata

In sei anni l’Italia si è vista sfilare 22,3 miliardi di dollari che dovevano finire in scuole, ospedali, trasporti, sostegno alla non autosufficienza. Non sono spariti per magia. Hanno semplicemente preso la strada che la finanza globale e le grandi corporation hanno apparecchiato da anni: registrare i profitti dove si pagano meno tasse, anche se quei profitti sono stati generati qui. È la fotografia che emerge dal rapporto di Tax Justice Network che hai riportato, e che combacia con l’andamento globale del fenomeno: le multinazionali spostano centinaia di miliardi di utili ogni anno in giurisdizioni amichevoli, lasciando i conti pubblici dei Paesi reali a fare i salti mortali. Su scala mondiale parliamo di oltre mille miliardi di profitti spostati e di centinaia di miliardi di gettito bruciati ogni anno.

Questo non è un incidente tecnico della fiscalità internazionale. È l’effetto logico di un capitalismo che si è fatto politica, che ha trasformato gli Stati in contenitori da cui estrarre rendita fiscale, e che usa la concorrenza tra Paesi come arma per pagare sempre meno. È la famosa corsa al ribasso. E quando le imprese pagano meno del dovuto, non è che il costo scompare: viene scaricato sulla collettività, cioè sui cittadini che pagano l’Irpef, sull’Iva, sui piccoli imprenditori che non possono aprire una controllata in Delaware.

Il ruolo degli Stati Uniti dopo il taglio Trump

La parte più interessante e più scandalosa del quadro è il comportamento degli Stati Uniti dopo il Tax Cuts and Jobs Act del 2017. Quella riforma, presentata come leva per riportare investimenti in patria, ha in realtà trasformato Washington in un rifugio fiscale per le proprie multinazionali e per molte straniere: imposta federale sulle società più bassa, regole più morbide, e soprattutto la possibilità di far atterrare negli USA profitti prodotti altrove pagando aliquote effettive molto più basse. Risultato: tra il 2016 e il 2024 gli utili dichiarati in patria sono saliti, ma le tasse effettivamente pagate sono scese. Non è un paradosso, è un disegno. 

Così gli USA sono diventati un nuovo polo di attrazione per i profitti sottratti ai Paesi dove sono stati davvero generati, scalzando perfino paradisi fiscali europei più tradizionali. E nello stesso momento Washington ha sabotato o rallentato tutti i tentativi internazionali di far pagare una quota equa alle big tech e alle altre multinazionali, dal fragile accordo OCSE sulla minimum tax fino ai tentativi di tassare i servizi digitali. Perché? Perché quando hai reso il tuo Paese un magnete del profitto altrui non hai alcun interesse a far tornare quei soldi a casa d’altri. 

Europa e Italia: le casse bucano, i servizi arretrano

Dentro questo quadro l’Italia sta nel gruppo dei Paesi che perdono senza avere strumenti adeguati per reagire. La cifra che hai riportato, 22,3 miliardi di dollari tra 2016 e 2021, va letta così: è come se avessimo lasciato aperto un rubinetto fiscale verso l’estero proprio negli anni in cui si diceva che “non ci sono risorse” per scuola, sanità, disabilità, politiche abitative. È una sottrazione silenziosa, perché non passa dal Parlamento, non richiede un decreto, non ha opposizione: avviene nelle note integrative dei bilanci delle multinazionali.

I dati europei confermano che non è un problema solo nostro: Francia e Germania perdono ancora di più in valore assoluto, la Spagna vede evaporare una quota di gettito pari a più del 5 per cento della spesa sanitaria di quegli anni. Vuol dire che i sistemi pubblici stanno pagando la concorrenza fiscale decisa altrove. E vuol dire che quando ci dicono che bisogna “aziendalizzare” la sanità, o aumentare i ticket, o privatizzare pezzi di welfare perché “mancano i soldi”, stanno in realtà scaricando sui cittadini il conto di un trasferimento di ricchezza verso i board delle corporation. 

Le multinazionali si sono fatte politica

Qui sta il punto politico che va detto con chiarezza. Il problema non è solo il Lussemburgo che fa il furbo o l’Irlanda che offre aliquote basse. Il problema è che le grandi imprese hanno conquistato negli anni un potere di interlocuzione diretto con i governi, tale da far scrivere le regole fiscali in modo compatibile con le loro strutture societarie. Non si limitano a usufruire delle norme: le orientano. E siccome sono transnazionali e gli Stati no, la trattativa è sempre sbilanciata.

Questa è la forma aggiornata della subalternità politica al capitale: non più solo lobbying, ma vera e propria co-scrittura delle regole contabili, fiscali e di trasparenza. A livello OCSE si è deciso che i dati che mostrano dove le multinazionali fanno profitti e dove pagano le imposte restano in gran parte riservati, quindi i cittadini non possono vedere chi paga e chi no. Gli USA, già nel decennio scorso, hanno voluto che la rendicontazione paese per paese non fosse pubblica. Senza trasparenza non c’è neppure conflitto democratico. 

La partita ONU e l’astuzia del Nord globale

Per questo è importante che all’ONU sia partita la trattativa per una Convenzione fiscale internazionale, cioè per spostare dal club dei Paesi ricchi al sistema multilaterale la regia sulla tassazione delle multinazionali. È una richiesta che arriva da anni dal Sud globale, perché sono proprio i Paesi a medio e basso reddito quelli che, in proporzione, perdono di più rispetto alle loro entrate complessive. Ma i Paesi guida del capitalismo occidentale hanno già fatto muro e continueranno a farlo, perché un vero registro pubblico e una vera tassazione dove si genera il valore taglierebbero le gambe alle loro stesse imprese e alle loro piazze finanziarie. 

Se la Convenzione ONU riuscisse a introdurre la rendicontazione pubblica paese per paese e il principio che il profitto si tassa dove si produce, secondo le stime di Tax Justice si potrebbero recuperare ogni anno centinaia di miliardi. È esattamente ciò che oggi manca ai bilanci pubblici per finanziare i diritti sociali senza doverli trasformare in servizi a pagamento.

Un problema di modello, non di furbetti

Qui è utile togliere di mezzo la retorica dei singoli evasori. Non stiamo parlando del professionista che non emette una fattura. Stiamo parlando di un’architettura pensata per permettere a gruppi con fatturati da Stato medio di sottrarsi alla progressività fiscale. È un problema sistemico, prodotto dall’aziendalizzazione della politica: gli Stati hanno interiorizzato l’idea che per essere “attrattivi” bisogna costare poco alle imprese. Il risultato è che si compete al ribasso, e chi vince sono i soggetti globali che possono muovere una riga di bilancio da un continente all’altro con un clic.

Ed è un problema che rompe la democrazia fiscale. Perché se i grandi non pagano, i piccoli pagano di più. Se i grandi portano fuori 22 miliardi in sei anni, lo Stato deve recuperarli altrove: tagliando spesa sociale, vendendo patrimonio, aumentando la pressione su chi non può spostarsi in Irlanda. È la socializzazione delle perdite e la privatizzazione degli utili, la cifra di questo capitalismo.

Cosa dire, allora

Primo, che i paradisi fiscali non sono un’anomalia distante, sono incorporati nel funzionamento del capitalismo occidentale. Secondo, che l’Italia non può continuare a presentare come inevitabili i tagli a sanità, scuola e disabilità finché non mette al centro la lotta al drenaggio di base imponibile. Terzo, che la battaglia per la trasparenza fiscale internazionale è oggi una battaglia democratica: sapere chi paga le tasse è un diritto politico, non un vezzo di tecnici.

E soprattutto va detto che questo drenaggio non è neutro. Ogni miliardo che esce per compiacere una multinazionale è un miliardo sottratto alla vita quotidiana delle persone, ai territori, ai servizi. È un trasferimento dal basso verso l’alto reso possibile da regole scritte dall’alto. Finché non spezziamo questo circuito, continueremo a discutere di micro-bonus, di privatizzazioni necessarie e di austerità “inevitabile”, mentre i veri soldi, quelli che potrebbero cambiare la vita delle persone, seguiranno la rotta invisibile dei paradisi fiscali.

Prima il software, poi l’hardware: perché la rivoluzione (se ci sarà) sarà culturale prima che economica

C’è un punto che fa inciampare ancora tanti compagni generosi e testardi: l’idea che la trasformazione passi anzitutto dall’economia e che basti cambiare i rapporti di produzione per veder fiorire, quasi per magia, nuove istituzioni, nuove coscienze, nuovi comportamenti. È l’eredità più pesante della vulgata marxista: la convinzione che la “struttura” determini linearmente la “sovrastruttura”. La storia, però, si è presa il suo tempo e ci ha restituito un verdetto scomodo: senza una mutazione culturale e antropologica profonda, nessun cambio di assetto economico regge. Il software precede l’hardware.

Una diagnosi potente, una terapia sbagliata
A Karl Marx va riconosciuto un merito enorme: ha capito il capitalismo meglio dei capitalisti, descrivendone dinamiche, contraddizioni, capacità di espansione e di assorbimento. La diagnosi era potente; ma la prognosi (la “fine imminente”) non si è verificata, e la terapia proposta—statalizzazione dei mezzi di produzione e dittatura del proletariato—ha generato, nelle sue traduzioni storiche più note, regimi autoritari, burocrazie asfittiche, nuove élite. Non è un incidente di percorso o una semplice “deviazione”: è il segno di un punto cieco teorico. Se cambi le forme giuridiche della proprietà senza cambiare la grammatica del vivere, il potere si ricompone altrove. Le strutture si piegano; le culture resistono.

Il punto cieco dell’economicismo
Il rapporto struttura/sovrastruttura non è un nastro trasportatore che porta automaticamente dalla riforma economica alla fioritura civile. È un circuito a doppio senso, spesso dominato dalla “sovrastruttura” intesa come abitudini, simboli, desideri, immaginario. L’“uomo nuovo” non nasce per decreto né per esproprio: nasce, se nasce, da una pedagogia sociale lunga, da pratiche diffuse, da un diverso modo di stare al mondo. Qui il marxismo, almeno nella sua forma scolastica, è corto di fiato. Aveva intravisto la centralità dell’alienazione, ma ha sottovalutato quanto profondamente l’alienazione sedimenti stili di vita, aspirazioni, metriche di successo. Senza una rivoluzione del desiderio, la rivoluzione della proprietà è sabbia.

Le prove generali (fallite)
Le esperienze novecentesche che si sono richiamate al comunismo hanno mostrato esattamente questo: dove è mancata una trasformazione culturale capillare—nell’educazione, nella famiglia, nel rapporto con il tempo, con il consumo, con la cura—la nuova struttura si è presto irrigidita, producendo apparati e caste. E dove si è provato a “riformare” dall’alto l’immaginario, si è scivolati nella propaganda. La politica ha tentato di correggere il cuore con la legge, ma il cuore, testardo, è rimasto altrove.

Cosa significa “rivoluzione culturale e antropologica” (senza slogan)
Non è una formula da convegno. È un lavoro di lungo periodo sul modo in cui impariamo, consumiamo, abitiamo, lavoriamo, amiamo. È una pratica che precede e accompagna ogni scelta istituzionale. Tradotto in agenda minima:
1. Educazione critica lungo l’arco della vita
Non basta “istruire”: serve imparare a leggere il mondo, a riconoscere le retoriche della paura e del consumo, a smontare i dispositivi della manipolazione. Didattica cooperativa, media literacy, logica dell’argomentazione. Una società che discute bene, decide meglio.
2. Ecologia del desiderio
Il capitalismo è un motore di desideri. O lo si sostituisce con un’altra ecologia del desiderio—sobrietà felice, beni comuni, tempo liberato, relazioni non mercificate—oppure qualunque modello economico alternativo verrà risucchiato dall’aspettativa di status e possesso.
3. Lavoro come attività dotata di senso
Ridurre il lavoro a puro reddito è stato l’errore di due secoli. La rivoluzione inizia quando il lavoro torna ad essere mestiere, cura, cooperazione e qualità. Politiche di riduzione dell’orario, redistribuzione, ma anche trasformazione dell’organizzazione produttiva: più autonomia, più responsabilità, meno alienazione.
4. Comunità locali come infrastrutture sociali
Senza comunità non c’è democrazia. Cooperative, mutue, spazi civici, biblioteche, case del quartiere: la politica viva si fa nei luoghi, non solo nei parlamenti. Qui si allena il muscolo della partecipazione, si costruisce fiducia, si sperimentano modelli economici di prossimità.
5. Tecnologie al servizio della libertà (non del controllo)
La neutralità tecnologica è una favola. Va pretesa trasparenza algoritmica, software libero nella PA, tutela dei dati come bene comune, infrastrutture digitali pubbliche. Senza questo, ogni rivoluzione economica resta mappata e governata da poteri opachi.
6. Cultura della cura
Una società si misura su come tratta i più fragili. Portare al centro cura, disabilità, infanzia, anziani non è buonismo: è ribaltare la gerarchia dei valori. La cura come criterio guida riprogetta città, tempi di vita, spesa pubblica, metriche economiche.
7. Politica come pratica, non come appartenenza
Meno tifoserie ideologiche, più laboratori civici. Meno “linee” calate dall’alto, più programmi costruiti con chi abita i problemi. Senza questa rivoluzione del metodo, ogni bandiera alternativa diventa un marchio in cerca di mercato.

Tempi lunghi, fermezza quotidiana
Una rivoluzione culturale non ha l’adrenalina dell’evento, non regala l’ebbrezza dell’“ora o mai più”. È un cammino. È progressiva, non traumatica; richiede pazienza, ma anche coerenza radicale. Non significa rinunciare alla conflittualità: significa selezionarla, organizzarla, radicarla in pratiche. Le riforme, in questa prospettiva, non sono palliativi ma tappe di una rivoluzione lenta: il salario minimo che spinge su dignità e contrattazione; i servizi territoriali che ricuciono comunità; la scuola che diventa laboratorio critico; la sanità pubblica che rifiuta l’aziendalizzazione; la fiscalità che smonta rendite e inquina meno. Ogni riforma è un mattone, se orientata.

Perché “rifondare il comunismo” non basta
Si può obiettare: ma il marxismo “vero” era altro, le applicazioni storiche lo hanno tradito. Anche ammesso, resta il fatto politico che l’immaginario collettivo associa “comunismo” a quei fallimenti e a quelle derive. Non si corregge un’immagine sedimentata in miliardi di teste con un esercizio filologico. E, soprattutto, la parte più debole del marxismo—l’economicismo—non si risolve con un’operazione cosmetica: occorre un paradigma che metta al centro soggettività, cultura, simboli, relazioni, e che pensi l’economia come ecosistema sociale, non come leva unica.

Un’alternativa senza scorciatoie
Le scorciatoie sono seducenti e inutili. La via che resta è più umile e più esigente: cominciare da dove siamo, costruire istituzioni giuste mentre costruiamo persone libere, cambiare il senso comune mentre cambiamo le regole del gioco. Fare pace con l’idea che le svolte epocali hanno tempi epocali. E allo stesso tempo accettare l’urgenza: perché senza questa rivoluzione del software—educativa, culturale, antropologica—l’hardware del pianeta e delle nostre democrazie si romperà. L’alternativa è nota: la barbarie o, peggio, l’autodistruzione. Non è un iperbole morale: è un promemoria politico.

Cominciare adesso, dove siamo
La rivoluzione comincia quando smettiamo di delegarla a un evento salvifico e iniziamo a praticarla come stile di vita e progetto collettivo. Non è meno politica: è più politica. Non rinuncia a cambiare la struttura: prepara le condizioni perché il cambiamento non venga riassorbito. È una rivoluzione che insegna a desiderare diversamente, a lavorare diversamente, a contare diversamente. Lontana dagli slogan, vicina alle persone. Lenta, ma ostinata. E, soprattutto, possibile.

Il vento nero che soffia: dalle Marche al mondo la conferma dell’autoritarismo

Nelle Marche la destra resta saldamente al potere: Francesco Acquaroli è stato riconfermato governatore. Un risultato prevedibile, ma che porta con sé una domanda più profonda: davvero il problema è solo il candidato o il programma del centrosinistra? Oppure la radice sta nella totale assenza di una visione politica capace di offrire un futuro diverso, fuori dalle logiche del capitalismo predatorio e della lotta tra poveri?

Le Marche come laboratorio politico

La riconferma di Acquaroli non è stata una sorpresa. Il centrodestra aveva già consolidato il proprio radicamento nel 2020 e oggi ne ha solo confermato la forza. Fratelli d’Italia si conferma il primo partito, il Partito Democratico si ferma al 20%, i 5 Stelle arrancano e l’astensionismo cresce ancora.

Ma ridurre questa fotografia a una questione di candidati sarebbe un errore. La verità è che il centrosinistra non ha saputo offrire una prospettiva che andasse oltre la gestione dell’esistente. Non basta dire “noi non siamo loro”: serve delineare un orizzonte, dare una direzione. Gli elettori non si accontentano più di programmi deboli o di figure calate dall’alto: vogliono sapere quale futuro si immagina per i loro figli, fuori dalle logiche dello sfruttamento e della precarietà.

Senza una visione che affronti le cause profonde del malessere sociale – la disuguaglianza crescente, il lavoro svalutato, il dominio dei mercati finanziari sulle vite – ogni candidatura è destinata a fallire. Le Marche, in questo senso, diventano un laboratorio che mostra in piccolo la crisi della sinistra italiana: un vuoto di prospettiva che la destra riempie con slogan semplici e identità autoritarie.

La destra che si nutre del vuoto

Il successo della destra non è tanto merito delle sue politiche, quanto del vuoto lasciato dagli avversari. Lo aveva capito Karl Marx, quando nel Manifesto del Partito Comunista parlava della capacità del capitale di plasmare i rapporti sociali e culturali, piegando la politica alla sua logica di profitto. Se la politica progressista non si oppone a questa dinamica, finisce per inseguirla, diventandone complice.

Gramsci, nelle sue Lettere dal carcere, aveva colto la centralità della “battaglia culturale”: quando una parte non riesce a imporre un’egemonia culturale, il campo resta libero per chi costruisce consenso sulle paure, sulle identità più elementari, sulla “lotta tra poveri”. Ed è proprio ciò che accade oggi: mentre la sinistra balbetta, la destra indica un nemico semplice – il migrante, il diverso, l’assistito – e lo trasforma in capro espiatorio.

Gli studi contemporanei, da Naomi Klein con Shock Economy a David Harvey con Breve storia del neoliberismo, mostrano come le crisi economiche e sociali vengano regolarmente sfruttate per imporre politiche reazionarie. L’austerità, la privatizzazione, la riduzione dei diritti sono spacciate come necessarie, mentre arricchiscono pochi e impoveriscono molti. È la stessa logica che alimenta oggi il consenso alla destra: paura, shock, rassegnazione.

Oltre confine: il modello americano

Guardare agli Stati Uniti significa osservare una versione amplificata di queste dinamiche. Donald Trump ha saputo trasformare la frustrazione sociale in consenso politico, promettendo ordine e forza. Dall’assalto al Campidoglio all’uso di militari nelle città, alle restrizioni nelle università, alla deportazione forzata degli immigrati, la sua parabola dimostra come l’autoritarismo possa diventare “normale” quando la democrazia perde credibilità.

Anche qui non si tratta solo di un leader carismatico o di un programma radicale: è la crisi del sistema capitalistico stesso a offrire terreno fertile. Il neoliberismo ha dissolto comunità, distrutto tutele, precarizzato vite. In questo vuoto, l’autoritarismo appare come l’unica forma di protezione.

E l’eco americana non si ferma oltreoceano: in Europa, e in Italia in particolare, il mito dello “Stato forte” trova terreno fertile proprio perché manca un’alternativa credibile che metta al centro diritti sociali, redistribuzione, giustizia, salute e lavoro.

L’Italia: tra memoria corta e capitalismo predatorio

L’Italia vive una condizione ancora più fragile. Qui la memoria del fascismo si è affievolita, ridotta a rituali celebrativi senza radici profonde. Le istituzioni sono screditate, la sfiducia dilaga. In questo contesto, la destra avanza non perché proponga soluzioni concrete, ma perché cavalca un malessere reale, offrendo un nemico da odiare e un senso di appartenenza.

David Harvey lo ha definito “accumulazione per espropriazione”: il neoliberismo arricchisce i pochi sottraendo beni e diritti ai molti. La precarietà non è un effetto collaterale, ma un ingranaggio funzionale al sistema. E quando la politica progressista non denuncia apertamente questo meccanismo, si condanna a essere percepita come parte del problema.

Naomi Klein ci ha mostrato come il capitalismo delle catastrofi usi ogni emergenza – sanitaria, economica, climatica – per restringere i diritti e rafforzare il controllo. È quello che accade oggi con la normalizzazione di decreti autoritari, di leggi securitarie, di misure che trasformano la paura in consenso.

Lo squillo d’allarme: ricostruire una visione

Se davvero vogliamo invertire questa rotta, non basta cambiare candidati o limare programmi. Serve una visione politica che parli di emancipazione dal capitale, che indichi un futuro in cui il lavoro sia dignità e non sfruttamento, in cui la solidarietà sostituisca la guerra tra poveri, in cui la giustizia sociale diventi la bussola delle scelte politiche.

È necessario riportare al voto i delusi non con slogan vuoti, ma con la promessa concreta di una società più giusta. È necessario ricostruire un’identità politica capace di denunciare apertamente il capitalismo predatorio, di indicare chi è il vero responsabile delle disuguaglianze, di proporre un modello alternativo di convivenza.

Come ricordava Gramsci, “il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. Il compito di chi crede nella democrazia è rompere questo interregno, dare vita al nuovo, spezzare la spirale della paura.

Un appello civile

La libertà non si perde in un colpo solo: si consuma lentamente, fra rassegnazione e silenzio. Oggi vediamo crescere astensionismo, autoritarismo, normalizzazione del linguaggio politico aggressivo. Non possiamo più fingere che sia un fenomeno passeggero.

Se chi ama la democrazia resta fermo, il futuro sarà scritto da chi divide e sfrutta. Non è una battaglia di parte, ma una sfida di civiltà: costruire un mondo dove il capitale non governi la vita delle persone, ma siano le persone a dare senso e limiti all’economia.

Marx ci ha insegnato che “gli uomini fanno la loro storia, ma non la fanno a loro piacimento”: il contesto conta, ma il cambiamento dipende dalle scelte collettive. Sta a noi decidere se subire l’ennesima stagione di sfruttamento o se costruire, insieme, un orizzonte diverso.

La libertà appartiene a chi la difende ogni giorno. E il futuro dei nostri figli dipenderà dal coraggio che avremo oggi di dire no al capitalismo predatorio e sì a una società fondata sulla giustizia e sulla solidarietà.

Sitografia e riferimenti

• Karl Marx, Friedrich Engels, Manifesto del Partito Comunista, 1848.

• Karl Marx, Il Capitale, 1867.

• Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, 1929-1935.

• Antonio Gramsci, Lettere dal carcere, 1926-1937.

• Naomi Klein, Shock Economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri, Rizzoli, 2007.

• Naomi Klein, Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile, Feltrinelli, 2015.

• David Harvey, Breve storia del neoliberismo, Il Saggiatore, 2007.

• David Harvey, L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza, Feltrinelli, 2011.

• Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, 2014.

• Robert O. Paxton, Anatomia del fascismo, Mondadori, 2005.

• Federico Finchelstein, Dalla dittatura al populismo, Laterza, 2020.

• The Guardian: “Donald Trump threatens to deploy military against US protests”, 1 giugno 2020.

• Corriere della Sera: “Rimonta di Trump e allarme fascismo: a che punto è la campagna elettorale USA”, 21 ottobre 2024.

• Internazionale: “Il vento della destra in Europa”, dossier 2023-2024.

Il nuovo ordine armato: il profitto come motore della guerra globale

Siamo già in guerra. Non si tratta più di “minacce”, “tensioni” o “scenari potenziali”: la Terza Guerra Mondiale è iniziata, ma non è stata dichiarata. L’abbiamo anestetizzata nel linguaggio tecnico, nei bollettini della Borsa e nei report strategici della NATO. In Ucraina, l’Alleanza Atlantica è di fatto parte attiva del conflitto, mentre a Gaza l’esercito israeliano ha abbattuto ogni maschera, colpendo deliberatamente scuole, ospedali, rifugi civili. In Africa, le guerre dimenticate si moltiplicano in silenzio, perché lì il capitale occidentale non ha interessi strategici da difendere.

In questo quadro globale, ciò che unisce questi fronti di morte è un solo elemento: il profitto. Il motore occulto — e oggi neanche più tanto — di un sistema capitalistico che prospera sulla produzione e sul commercio di armi. Un sistema che ha sostituito la diplomazia con i dividendi, la pace con i portafogli, i diritti con gli algoritmi di Borsa.

  1. Bilanci di guerra: le cifre di un’industria mortale

Nel 2024 la spesa militare globale ha superato i 2.700 miliardi di dollari, un aumento del 9,4 % rispetto all’anno precedente: la crescita più alta dal crollo dell’URSS. Il trend è planetario. L’Europa, dopo la retorica sulla pace, ha imboccato senza indugi la strada del riarmo. Gli Stati Uniti restano di gran lunga il primo Paese al mondo per spesa militare (quasi un terzo del totale globale), ma l’intero blocco NATO ormai considera la guerra un investimento strategico.

E lo è. Per chi produce armi, per chi le vende, per chi le finanzia. Le cinque maggiori aziende del comparto bellico mondiale — Lockheed Martin, Raytheon, BAE Systems, Northrop Grumman, General Dynamics — hanno visto crescere vertiginosamente i loro ricavi. Il valore delle loro azioni ha raggiunto picchi record, grazie all’aumento dei conflitti e alle forniture garantite dai governi, spesso in deroga alle normali procedure democratiche.

  1. Finanza etica? Sì, ma controvento

In mezzo a questa macchina di morte, poche voci si oppongono. Una di queste è la finanza etica, che continua ostinatamente a escludere le aziende coinvolte nella produzione e nel commercio di armi. Etica SGR, ad esempio, ha avviato un progetto per affermare il diritto alla pace come diritto fondamentale delle persone e dei popoli, in collaborazione con il Centro Papisca dell’Università di Padova.

Ma è una battaglia in salita. Perché oggi anche il settore armamenti viene fatto rientrare, con cinica astuzia, tra gli “investimenti sostenibili”. La guerra, riscritta nel lessico delle “necessità geopolitiche” e dell’“economia della sicurezza”, è diventata compatibile con i fondi ESG. Un’aberrazione morale e culturale che rivela l’ipocrisia strutturale di un sistema finanziario che si finge etico ma vive delle guerre.

  1. Le vittime invisibili: società distrutte, ambiente devastato

Ogni conflitto lascia dietro di sé un cratere di devastazione. Non solo vite spezzate, ma ospedali rasi al suolo, scuole distrutte, città trasformate in deserti. I danni sociali sono incalcolabili, i traumi psicologici transgenerazionali. Ma c’è anche un danno invisibile che cresce: quello ambientale.

Nel solo primo anno e mezzo di guerra in Ucraina, secondo l’Osservatorio sui conflitti e l’ambiente, sono state immesse nell’atmosfera oltre 150 milioni di tonnellate di CO₂. È come se un intero Paese industrializzato — il Belgio, ad esempio — avesse bruciato petrolio a pieno regime per un anno intero.

A Gaza, l’uso intensivo di bombe al fosforo, l’abbattimento sistematico delle infrastrutture idriche, elettriche e fognarie, e l’incendio di interi quartieri ha provocato una catastrofe ambientale che durerà decenni. Eppure, nessun vertice sul clima ha il coraggio di parlare di emissioni di guerra.

  1. L’industria dell’ipocrisia: chi governa davvero?

Dietro la maschera della democrazia, il vero potere è nelle mani dei consigli di amministrazione. Le aziende belliche finanziano campagne elettorali, dettano agende parlamentari, partecipano ai tavoli di lavoro dei governi. In Italia come in Francia, negli USA come in Israele.

I governi si sono trasformati in agenzie di distribuzione di risorse pubbliche verso interessi privati. Ogni missile, ogni aereo da guerra, ogni nave porta con sé miliardi prelevati dalle tasche dei contribuenti e sottratti a sanità, scuola, lavoro, cura. E la propaganda — che oggi ha sostituito l’informazione — ci convince che tutto questo sia “per la nostra sicurezza”.

  1. La pace come diritto esigibile, non utopia retorica

Ma la pace non è un’illusione. È un diritto, e come tale deve essere giuridicamente riconosciuto, politicamente protetto, socialmente preteso. La Carta delle Nazioni Unite e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani già pongono le basi. Serve però la volontà politica per rendere la guerra un crimine e la pace un obbligo costituzionale per ogni Stato.

Chi oggi finanzia, legittima e promuove la guerra — con armi, parole o silenzi — dovrebbe rispondere non solo alla storia, ma a un tribunale internazionale.

Da che parte vogliamo stare?

Non possiamo più fingere neutralità. Ogni euro speso per un carro armato è un euro tolto a un respiratore, a un libro scolastico, a una pensione dignitosa. Ogni silenzio è complicità. Ogni giustificazione è una coltellata alla verità.

La scelta è chiara: o stiamo con la vita o stiamo con i profitti di morte. Non c’è terza via.

Fonti principali:
• SIPRI – Stockholm International Peace Research Institute
• Guardian, settembre 2025
• Osservatorio sui Conflitti e l’Ambiente
• Etica SGR
• GABV – Global Alliance for Banking on Values
• Relazioni ufficiali NATO e UE
• Dati ONU e IPCC

Tecnocrazia e immortalità: la sinistra ha perso la terra sotto i piedi

Nel dialogo filosofico-immaginifico tra Putin e Xi Jinping sull’immortalità, come lo racconta Sergio Labate nel suo brillante articolo, non c’è solo l’eco di una battuta platonica. C’è la spia inquietante di una civiltà che, nel declino dell’Occidente, cerca nuove fondamenta non nella giustizia, non nell’uguaglianza, ma nel controllo assoluto della vita. E forse, persino della morte. È qui che la riflessione si fa urgente, e politica.

Labate ha il merito di cogliere il nodo: l’ossessione tecnocratica per l’immortalità non è una devianza dei tiranni, ma un’epifania del potere nella sua forma più perversa. È l’ultimo stadio del dominio: non accontentarsi più del controllo sulla vita sociale, ma pretendere la sovranità sulla vita biologica. E, per quanto possa sembrare paradossale, l’immortalità come progetto politico è la negazione definitiva della democrazia.

Perché? Perché, come giustamente osserva Labate, la morte è l’unica livella, per dirla con Totò. L’ultima garanzia di uguaglianza, anche se drammatica. Chi vuole abolirla – e ha i mezzi per tentare di farlo – non sta solo sognando un futuro post-umano, ma sta già oggi consolidando un privilegio di casta, di classe, di potere. L’immortalità è, prima di tutto, un’esclusiva: non è il futuro dell’umanità, è l’arroganza dei pochi che pensano di vivere per sempre sulle spalle di molti che non vivono nemmeno abbastanza.

Ed è qui che il discorso tocca la sinistra. Una sinistra che, troppo spesso, si è fatta sedurre dalle mitologie della tecnica, abbandonando il suo compito originario: emancipare i corpi, non potenziarli; liberare le vite, non renderle infinite. Una sinistra che, dimentica del suo mandato storico, si accoda al culto della potenza, smarrendo il senso della giustizia.

Labate è lucido: non basta criticare l’Occidente per sentirsi dalla parte giusta. Il rischio è che, nella foga di abbattere l’impero decadente, si finisca per celebrare gli autocrati del nuovo ordine mondiale. Ma cosa hanno da offrire, questi “novelli re” che promettono la vita eterna ai ricchi e la guerra ai poveri? Dove sta il progetto alternativo? Dov’è la pace? Dov’è la redistribuzione? Dov’è la democrazia?

La Cina e la Russia non mettono in discussione il capitalismo, ma lo riorganizzano secondo modelli autoritari e tecnocratici. Non contestano la guerra, ma la gestiscono con razionalità glaciale. Non credono nella democrazia, ma nell’efficienza del comando. E nel frattempo, noi – noi che dovremmo essere la sinistra – ci accontentiamo di tifare per “chi si oppone all’Occidente”, senza domandarci cosa propone in cambio. Come se la critica fosse già una politica. Come se l’opposizione fosse già rivoluzione.

Ecco allora la posta in gioco: ritrovare un pensiero radicale, che non si limiti a sostituire un polo imperiale con un altro, ma che immagini davvero un’alternativa. Una sinistra che non sogni l’immortalità dei potenti, ma la felicità dei viventi. Una sinistra che, come dice Labate, torni ad avere il coraggio e la presunzione di voler “abolire la povertà”, non la morte.

Ed è proprio su questa frase – la più importante di tutto il pezzo – che vale la pena insistere. L’abolizione della povertà non è un’utopia più modesta dell’abolizione della morte. È un’utopia più giusta. Perché riguarda tutti, e non solo chi può pagarsi un cuore artificiale. Perché tocca la qualità della vita, non la sua durata. Perché è un progetto politico, non un delirio aristocratico. E perché è possibile: la ricchezza mondiale basterebbe, oggi, a sradicare la fame e la miseria da ogni angolo del pianeta. Se non lo si fa, non è per mancanza di mezzi, ma per mancanza di volontà. E di giustizia.

Il futuro della sinistra, allora, non sta né a Ovest né a Est. Sta nel tornare a pensare la libertà non come prestazione o durata, ma come condizione collettiva. Sta nel liberarsi sia dall’americanismo decadente sia dal tecnonichilismo autocratico. Sta nel dire che non ci interessa vivere 150 anni in un mondo ingiusto, ma vivere bene – insieme – per quanto il nostro corpo fragile ci consente.

Perché il vero scandalo politico non è morire. È vivere male, sotto il giogo dell’ingiustizia. È nascere in una periferia senza sanità, crescere senza scuola, invecchiare senza cure. È vedere la morte distribuita secondo il PIL, i vaccini secondo le borse, la speranza secondo il capitale.

Allora sì, aboliamo qualcosa. Ma non la morte: aboliamo la sua distribuzione diseguale. Aboliamo la povertà, la fame, la disuguaglianza. Aboliamo la condanna a una vita breve per chi non può permettersela lunga. E facciamolo con una sinistra che torni ad essere radicale, umana, e terrena. Profondamente terrena. Perché è qui che si gioca la vera immortalità: nella memoria di ciò che abbiamo fatto per gli altri. Non nel numero degli anni vissuti.

Fonte dell’articolo citato: Sergio Labate, La sinistra e l’immortalità, pubblicato su Volere la luna, 9 settembre 2025.
Link diretto all’articolo: https://volerelaluna.it

La fantasia scabrosa di ridurre le disuguaglianze

Il capitalismo contemporaneo non solo tollera le disuguaglianze: le trasforma in carburante del proprio motore. È un sistema che funziona dividendo i poveri tra loro, convincendoli ad amare i propri oppressori e a odiare chi condivide la loro stessa condizione. Una guerra tra poveri costruita a colpi di propaganda, mentre i ricchi accumulano profitti sempre più smisurati.

In questo quadro si colloca la stagione politica di Matteo Renzi, che ha segnato un punto di rottura nella storia della sinistra italiana. L’uomo che avrebbe dovuto rappresentare lavoratori e ceti popolari si è presentato come il cavallo di Troia dei poteri forti. Con il Jobs Act e l’abolizione dell’articolo 18, ha privato milioni di lavoratori della principale tutela contro i licenziamenti ingiusti, rendendo il lavoro ancora più precario e ricattabile. Quella riforma, mascherata da modernizzazione, ha in realtà sancito il trionfo dell’impresa sul diritto, dello sfruttamento sulla dignità, riducendo il lavoratore a variabile usa e getta del mercato.

Non pago, Renzi ha lasciato un’ulteriore eredità velenosa: la flat tax per i super-ricchi. Introdotta nel 2017, ha trasformato l’Italia in un paradiso fiscale per miliardari, con un’imposta sostitutiva di soli centomila euro sui redditi esteri. Una misura che ha spalancato le porte a una nuova colonizzazione economica: attici con piscina a Milano e ville sul lago di Como per i nuovi signori globali, mentre i giovani italiani devono emigrare o accontentarsi di stipendi da fame.

La destra meloniana non ha invertito questa rotta: l’ha radicalizzata. Ha raddoppiato la flat tax per i ricchi, stendendo un tappeto rosso agli evasori internazionali. Ha rifiutato ogni ipotesi di patrimoniale, lasciando intatti i profitti stellari delle banche, degli speculatori e dei grandi gruppi industriali, mentre taglia i fondi per scuola, sanità e welfare. Ha difeso interessi privati e privilegi, mentre i ceti popolari sono schiacciati da inflazione, precarietà e disoccupazione giovanile.

E intanto, mentre milioni di famiglie faticano a pagare il mutuo o l’affitto, le banche italiane registrano utili miliardari grazie all’aumento dei tassi d’interesse imposto dalla BCE. Profitti stratosferici che non vengono redistribuiti né in salari più alti né in servizi migliori, ma che finiscono in dividendi per gli azionisti e bonus per i manager. Un banchetto indecente a spese di chi ogni giorno stringe la cinghia.

A ciò si aggiungono i continui condoni fiscali varati dai governi, compreso quello guidato da Giorgia Meloni, che hanno premiato evasori e grandi patrimoni. Un segnale chiaro: in Italia chi evade viene premiato, mentre chi paga le tasse fino all’ultimo centesimo è considerato un ingenuo da spremere. La logica è sempre la stessa: proteggere i privilegiati, scaricare i costi sui più deboli.

La continuità è lampante: la sinistra renziana e la destra meloniana appaiono come facce diverse della stessa medaglia. Entrambe hanno tradito la funzione originaria della politica: rappresentare il popolo e difendere i più deboli. Entrambe hanno scelto di essere strumenti del capitale finanziario, abbandonando la Costituzione che al contrario sancisce la centralità del lavoro, la solidarietà e la giustizia sociale.

Gli economisti Matteo Dalle Luche, Demetrio Guzzardi, Elisa Palagi, Andrea Roventini e Alessandro Santoro hanno dimostrato che il 7% più ricco della popolazione paga oggi proporzionalmente meno tasse di lavoratori e ceti medi. Una regressività fiscale che non è frutto del caso, ma di precise scelte politiche. Come nota Quinn Slobodian nel suo Capitalismo della frammentazione, le élite stanno cercando di liberarsi da ogni vincolo democratico, costruendo una società a misura dei ricchi e ostile ai poveri.

Robert Reich, ex ministro del lavoro statunitense, ha avvertito che simili politiche rischiano di riportarci al darwinismo sociale: sopravvive solo chi possiede, gli altri sono scartati. E in Italia questo processo è già in atto.

La vera domanda, allora, è se vogliamo continuare a vivere in una società governata dall’egoismo dei pochi, dove i ricchi non contribuiscono e i poveri vengono accusati di essere un peso, o se siamo ancora in grado di coltivare quella che qualcuno chiama “fantasia scabrosa”: l’idea che ogni persona abbia diritto a un tetto, a un lavoro dignitoso e a una vita libera dall’incubo della miseria.

Forse oggi sembra un sogno anacronistico, ma è l’unica via per salvare non solo la giustizia sociale, ma la stessa democrazia.

Guerra, capitale e paradisi fiscali: l’economia del disastro come ultima risorsa del capitalismo putrescente

Quando la guerra smette di essere un evento eccezionale e si trasforma in una necessità ciclica, vuol dire che qualcosa si è guastato nel motore stesso della storia. E quel motore, oggi, ha il nome di capitalismo globale in fase di decomposizione. Un capitalismo che non produce più progresso, ma distruzione. Che non genera più sviluppo, ma morte. Che non distribuisce ricchezza, ma la trasferisce sistematicamente verso l’alto, occultandola nei forzieri dorati dei paradisi fiscali.

La guerra non è un errore. È sistema.

La narrazione ufficiale ci racconta che le guerre in corso – in Ucraina, in Palestina, in Africa, nel Pacifico che si scalda – siano esiti tragici ma inevitabili di crisi geopolitiche, interessi divergenti o minacce alla democrazia. Ma questo è solo il trucco retorico con cui si maschera una verità molto più profonda, strutturale, sistemica: la guerra è oggi il principale meccanismo attraverso cui il capitalismo prova a sopravvivere alla propria crisi storica.

Non è un caso se proprio l’Unione Europea, devastata dalle conseguenze economiche della guerra russo-ucraina, non solo non frena, ma rilancia sulla linea del riarmo. Non è questione di servilismo verso Washington, come vorrebbe una lettura semplicistica o complottista, ma di necessità interna. L’imperialismo non è un’aberrazione del capitalismo, è la sua forma politica naturale quando lo sviluppo economico non è più garantito dalla produzione, ma solo dalla distruzione.

Crisi di sovrapproduzione e caduta del tasso di profitto

Il cuore del problema è noto da tempo a chi ha ancora il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Il modo di produzione capitalistico, basato sull’estrazione di plusvalore dal lavoro vivo, è entrato in una fase in cui lo sviluppo tecnologico stesso, sostituendo sempre più lavoro umano con macchine, riduce progressivamente la quota di valore estraibile. In altre parole, più si investe in automazione, meno si estrae profitto.

Questa tendenza alla caduta del saggio di profitto è l’origine strutturale della crisi. Per rimediare, il capitale cerca allora nuovi spazi: mercati vergini, manodopera a basso costo, materie prime depredabili. E se non bastano i trattati commerciali o le privatizzazioni selvagge, allora si passa alla guerra. Per colonizzare, soggiogare, distruggere e infine ricostruire a debito. È il ciclo necro-economico della guerra capitalista.

Dove vanno a finire i profitti della distruzione? Nei paradisi fiscali

Mentre si socializzano i costi delle armi e della guerra – pagati con tagli alla sanità, alla scuola, alle pensioni – si privatizzano i profitti. E questi profitti non rimangono nei territori devastati, né nei paesi che combattono. Volano via, letteralmente. Fuggono in luoghi dove la sovranità fiscale non esiste e dove il segreto bancario è ancora sacro: i paradisi fiscali.

Nel 2024, secondo stime dell’OCSE, oltre 11 trilioni di dollari erano parcheggiati offshore da corporation e super-ricchi, al riparo da tasse e responsabilità sociali. Questi capitali non sono solo nascosti. Sono reinvestiti, usati per speculare su materie prime, per finanziare guerre per procura, per comprare media e politici. Sono la linfa segreta della guerra permanente.

Israele, ad esempio, mentre bombarda Gaza, riceve miliardi in armamenti e investimenti dai fondi speculativi americani che passano da Delaware, Isole Cayman, Svizzera, Lussemburgo. Lo stesso avviene con l’Ucraina. Prestiti FMI, aiuti militari e fondi per la ricostruzione gestiti da banche internazionali e aziende di contractor che fanno base in paradisi fiscali.

Il capitalismo di guerra non è solo un meccanismo militare, ma un gigantesco schema finanziario. Si distrugge per creare debito, si ricostruisce a debito, si privatizza il futuro delle popolazioni colpite e si estrae ulteriore ricchezza da quella sofferenza. Il tutto con il sigillo delle istituzioni internazionali e l’impunità garantita dall’anonimato fiscale.

La mistificazione della democrazia e il ritorno dell’imperialismo razionale

Molti commentatori si ostinano a leggere la geopolitica con lenti morali. L’Occidente combatte per la libertà. La Russia è reazionaria. Israele è una democrazia minacciata. Ma questa narrazione regge solo per chi si ostina a credere che esista un capitalismo buono, pacificato, capace di agire nel nome dei diritti umani.

In realtà, la differenza tra l’imperialismo umanitario dei progressisti e quello brutale dei conservatori è solo di forma, non di sostanza. Il primo lo giustifica con i diritti civili, il secondo con la sopravvivenza della nazione. Ma entrambi servono il medesimo padrone: il capitale in cerca di profitto, ovunque esso possa essere ancora estratto. E ogni nazione che si oppone a questo processo viene indicata come canaglia, terrorista, dittatura.

La Russia e Hamas, per quanto discutibili o contraddittori nella loro azione, non sono i protagonisti del disordine mondiale. Sono il sintomo di un mondo che non riesce più a funzionare senza un nemico permanente. L’Occidente ha bisogno della guerra non solo per i profitti che genera, ma per sopravvivere alla propria agonia economica e al proprio declino di legittimità sociale.

Capitale e democrazia: un divorzio ormai irreversibile

Chi ancora crede che la democrazia sia il contrappeso naturale del capitalismo si aggrappa a un’illusione storicamente superata. Oggi più che mai, la democrazia liberale non è in crisi per eccesso di populismo o per il ritorno dell’autoritarismo, ma perché è diventata del tutto incompatibile con le esigenze strutturali del capitale globale.

Il capitalismo finanziarizzato ha bisogno di governi rapidi, obbedienti, efficienti nel tagliare diritti, nel reprimere il dissenso, nell’adattarsi alle richieste dei mercati. Il tempo della deliberazione democratica è troppo lungo. Il consenso va gestito con l’algoritmo, non costruito nel dibattito. Il Parlamento è teatro, i fondi speculativi sono il vero governo.

In questo contesto, le guerre – reali o simboliche – diventano strumenti essenziali non solo per mantenere il dominio economico, ma anche per neutralizzare la democrazia. Il popolo sotto assedio vota come vuole il potere. E chi dissente, viene isolato, criminalizzato o ridotto al silenzio. La guerra, dunque, non è solo una scorciatoia economica, ma anche una scorciatoia politica per evitare la partecipazione popolare e l’autodeterminazione collettiva.

Non è un caso che proprio nei paesi più attivamente coinvolti nelle guerre globali – dagli Stati Uniti a Israele, dall’Europa orientale all’Italia in versione NATO – assistiamo a un collasso simultaneo delle garanzie costituzionali, dei diritti sociali, della rappresentanza. Il capitalismo in agonia non tollera più neppure la finzione della democrazia.

Conclusione: cambiare sistema o affondare insieme

Di fronte a questo scenario, illudersi che basti votare meglio o cambiare qualche governo per fermare la spirale distruttiva in atto è ingenuo. Non siamo davanti a un problema politico contingente, ma a una crisi strutturale di civiltà. Il capitalismo ha smesso da tempo di essere una forza progressiva. È diventato un cadavere che cammina, che si nutre di corpi e territori, che si protegge con eserciti privati e scudi fiscali.

La democrazia stessa, svuotata della sua sostanza, è oggi ostaggio del capitale. Non decide, non protegge, non rappresenta. È diventata una maschera dietro cui si nasconde un’oligarchia finanziaria che manovra guerre, profitti, disastri climatici, speculazioni e propaganda.

La vera alternativa non è tra guerra o pace, ma tra capitalismo o vita. E chi non ha il coraggio di dirlo, chi cerca ancora un capitalismo etico o verde, chi propone rattoppi progressisti senza mettere in discussione la radice del problema, si fa complice, consapevole o meno, di questa agonia mascherata da civiltà.

La guerra è il linguaggio con cui il capitale grida il suo fallimento. Tocca a noi, ora, imparare a parlare un’altra lingua. Una lingua fatta di giustizia sociale, redistribuzione, partecipazione reale, sovranità popolare. Perché se non cambiamo rotta, l’unica democrazia che ci resterà sarà quella del mercato armato, della moneta anonima, del voto inutile. E sarà troppo tardi.

Fonti principali
• OCSE, Tax Transparency Report 2024
• IMF, World Economic Outlook, April 2024
• OXFAM, Survival of the Richest, 2023
• Zucman, G., The Hidden Wealth of Nations, 2016
• Harvey, D., L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza, 2011
• Luxemburg, R., L’accumulazione del capitale, 1913
• Lenin, V. I., L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, 1916
• Naomi Klein, Shock Economy, 2007
• World Bank Data on Capital Flows and FDI (2023–2024)

Riforma o morte”: il grido di battaglia dell’élite che ha già vinto

Una volta era “Rivoluzione o morte”, oggi è “Riforma o morte”. Ma a pronunciarlo non sono i popoli oppressi, né i leader rivoluzionari. Sono i tecnocrati dell’élite finanziaria.
Mario Draghi lancia il suo ennesimo ultimatum all’Europa: o si piega al nuovo paradigma del mercato globale, o scompare. Dietro il monito si cela una visione che ha già escluso i cittadini: una nuova egemonia capitalista che pretende riforme imposte dall’alto, mentre le democrazie si svuotano e le diseguaglianze si consolidano.
È davvero questo il futuro che ci viene offerto?

Il dogma della riforma: una religione senza popolo
“Riforma o morte”: il titolo scelto da Mario Draghi per la sua nuova offensiva comunicativa è più che una sintesi economica. È un manifesto ideologico. Non c’è spazio per il dissenso, per l’alternativa, per il tempo del confronto democratico. L’Europa, dice l’ex presidente della BCE, è irrilevante perché non si riforma abbastanza, perché non investe abbastanza, perché non si adegua abbastanza alla nuova guerra mondiale dei capitali.

Ma cos’è, in concreto, questa riforma? Non è certo un’idea condivisa di giustizia sociale o di redistribuzione. Riforma, nel linguaggio di Draghi e delle istituzioni sovranazionali, significa sempre la stessa cosa: tagli, flessibilità, privatizzazioni, efficienza di bilancio, deregolamentazione industriale, compressione dei diritti collettivi. È un’economia armata contro il lavoro e blindata nei suoi dogmi.

Il tramonto dell’Europa e il risveglio della verità
Draghi ha lanciato l’allarme da Rimini, proprio mentre la Germania sprofonda nella stagnazione. Il PIL tedesco è tornato a contrarsi e l’economia europea nel suo insieme fatica a riprendersi. Il motivo? Secondo Draghi, non si è fatta abbastanza integrazione finanziaria, non si è costruita una rete energetica comune, non si sono liberalizzati i mercati. Ma il sospetto è che, dietro queste parole, ci sia molto di più.

Il modello europeo fondato sull’austerità, sulla tecnocrazia e sull’illusione di una forza geopolitica data solo dal peso commerciale, è arrivato al capolinea. Draghi stesso lo ammette: l’Europa ha creduto per anni che le sue dimensioni economiche le garantissero automaticamente influenza. Ma si sbagliava. Lo dimostra Trump, che tratta Bruxelles come una pedina marginale sullo scacchiere globale.

Il messaggio è chiaro: non abbiamo più alcun potere se non ci adeguiamo al modello americano, se non diventiamo anche noi una “economia di guerra” capace di produrre, investire, controllare. Ma questa narrazione dimentica che l’Europa non è solo un mercato. È, o dovrebbe essere, anche un’idea di civiltà, di welfare, di diritti, di pace.

Le riforme che nessuno ha chiesto
Da un anno Draghi ripete lo stesso mantra: serve una nuova strategia industriale, un bilancio europeo ambizioso, una rete elettrica integrata, una finanza unificata. Ma nulla si muove. E il motivo è semplice: gli Stati membri, stretti tra interessi nazionali e vincoli esterni, non sono disposti a cedere altra sovranità a Bruxelles. E i cittadini, soprattutto, non vengono mai coinvolti in questo dibattito.

Quello che Draghi propone è un’accelerazione tecnocratica dell’integrazione, in nome della competitività globale. Ma senza un progetto democratico, senza partecipazione popolare, senza redistribuzione, questa accelerazione diventa un suicidio politico. Lo stesso think tank Bruegel ammette che solo il 20% delle proposte è stato attuato. Il resto è carta straccia. Non per caso, ma per mancanza di legittimità.

Una rivoluzione al contrario: il potere dei pochi contro i molti
Il paradosso è drammatico. Il linguaggio di Draghi richiama quello delle rivoluzioni, ma in modo rovesciato. Dove i popoli dicevano “o ci liberiamo o moriamo”, ora le élite affermano “o ci seguite o morirete”. È il capitalismo che si è appropriato dell’immaginario rivoluzionario, svuotandolo di ogni contenuto emancipativo. Le riforme non servono più a liberare, ma a garantire i profitti dei fondi speculativi, delle multinazionali, delle piattaforme digitali.

Mentre Lagarde tesse l’elogio dei migranti come forza-lavoro invisibile che salva l’Europa dalla stagnazione, Draghi grida all’irrilevanza se non ci si piega alla concorrenza globale. Ma nessuno, tra questi grandi tecnocrati, si chiede che fine abbia fatto il consenso sociale. Nessuno parla di salario minimo, di diseguaglianza, di diritto all’abitare, di servizi pubblici. Il popolo non è previsto nel loro disegno. Se non come ostacolo.

Lo spettro della guerra economica totale
Nel frattempo le crisi si moltiplicano. Gaza muore di fame sotto embargo israeliano, l’Ucraina è intrappolata in un conflitto interminabile, la Francia viene attaccata diplomaticamente dagli Stati Uniti per non essere abbastanza allineata sul piano ideologico. E l’Europa? Rimane spettatrice o peggio: complice silenziosa.

La guerra commerciale con Washington è stata evitata a prezzo di una resa: accettare il 15% di dazi sui prodotti europei per non aprire uno scontro. Altro che sovranità. Intanto la coesione sociale si sgretola, la sicurezza alimentare si dissolve, e le reti pubbliche vengono smantellate. Eppure la priorità resta sempre la stessa: “riformare per crescere”. Ma crescere per chi?

Conclusione: disobbedire al futuro che ci impongono
Il problema non è Mario Draghi in sé. Il problema è il mondo che rappresenta. Un mondo che non ha bisogno della politica, che considera il consenso un ostacolo, che riduce la democrazia a un rito inutile. Un mondo in cui si parla di riforme come se fossero leggi della fisica, e in cui al popolo resta solo da obbedire.

Ma questa narrazione non può più bastare. L’alternativa non è “riforma o morte”, ma “partecipazione o sottomissione”. Non abbiamo bisogno di una nuova governance tecnocratica, ma di una nuova sovranità popolare. Non ci serve un’economia armata per competere, ma una società giusta per vivere.

Per troppo tempo abbiamo creduto che il cambiamento potesse arrivare dall’alto. Ma oggi è evidente: o il popolo riprende in mano il proprio destino, o l’élite continuerà a riformare tutto. Tranne sé stessa.

Fonti e approfondimenti:
• Discorso di Mario Draghi, Rimini, agosto 2025
• Bruegel Think Tank – Rapporto sulla competitività europea 2025
• BCE – Discorso di Christine Lagarde, Jackson Hole Symposium
• Eurostat – PIL e crescita UE 2022–2025
• Politico EU Playbook – Agosto 2025
• ISTAT – Rapporto su disuguaglianze e investimenti pubblici in Italia
• OCSE – Industrial Policy and Inequality, 2024
• Amnesty International – Famine in Gaza and International Responsibility, luglio 2025

“Il deserto dell’umanità: tra bunker, genocidi e algoritmi della pace”

Un nuovo inferno sotto controllo: il potere che distrugge e chiama tutto questo civiltà

C’è un filo nero, spesso, che lega l’élite tecnologica della Silicon Valley ai crateri radioattivi di Hiroshima e alle macerie polverose di Gaza. Un filo che si chiama potere, ed è quello che si esercita non più soltanto attraverso i carri armati e i missili, ma attraverso l’algoritmo, la propaganda, la selezione genetica e, soprattutto, la rimozione del concetto stesso di umanità. Il potere oggi si nasconde nei recessi di un bunker, si traveste da missione di pace, si professa pronatalista, si dice progressista mentre prepara il prossimo massacro. E mentre i miliardari si blindano sottoterra, le nazioni si confrontano con un’idea nuova – e insieme arcaica – di guerra: non più la conquista di territori, ma l’annientamento culturale, simbolico e fisico dell’altro.

Il documentario trasmesso nel programma NewsRooms da Monica Maggioni, che ha ispirato l’articolo di Giovanna Lo Presti, non ci mostra soltanto le manie di grandezza dei signori della tecnologia. Quello che si dipana davanti ai nostri occhi è uno scenario orwelliano che non ha più nulla di distopico: è la realtà. Bunker con fori per granate, bambini selezionati geneticamente come start-up del futuro, sistemi educativi privati che fuggono l’istruzione pubblica perché “troppo di sinistra”. La nuova aristocrazia del potere globale, quella che possiede la tecnologia e la narrazione, si prepara a sopravvivere al mondo che sta contribuendo a distruggere.

Silicon Valley: l’incubatrice della post-umanità

Quella che si presenta come la culla dell’innovazione è in realtà diventata la fucina di una nuova forma di disumanizzazione. Gli imprenditori digitali oggi si muovono tra l’ossessione per la giovinezza eterna e il panico da apocalisse. Non si limitano a finanziare bunker anti-atomici: li progettano come piccole cittadelle armate, dove l’ingresso è riservato a chi può permettersi milioni di dollari e dove ogni dettaglio è pensato per resistere a un mondo ridotto in cenere. Non è più una questione di sopravvivenza, ma di separazione: noi e gli altri. Dentro e fuori. I salvati e gli scartati.

Come in un libro di J.G. Ballard, la tecnologia diventa il veicolo di una nuova aristocrazia, che sogna di vivere per sempre e controllare ogni aspetto della riproduzione e della formazione umana. I figli sono programmati, l’intelligenza artificiale sostituisce l’insegnante, l’empatia è eliminata in quanto inefficiente. È la logica della tecnocrazia spinta fino alla sua deriva eugenetica.

Gaza: il deserto chiamato pace

Mentre i miliardari si preparano al domani, nel presente si consuma un’ecatombe. Le immagini di Gaza – martoriata, spianata, “rieducata” – sono state per mesi filtrate, minimizzate o contestualizzate. Ma oggi anche i più cauti tra i commentatori devono ammettere che quello che sta avvenendo non è una guerra, ma un genocidio. La citazione di Tacito, “Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”, non è solo pertinente: è profetica. L’annientamento della popolazione civile diventa premessa per un’illusione di ordine, mentre i portavoce del potere parlano di pace “duratura” e “necessaria”.

L’orrore di dichiarazioni come quella dell’ex parlamentare israeliano Moshe Feiglin – secondo cui «ogni bambino a Gaza è un nemico» – non è frutto di estremismo marginale, ma l’espressione scoperta di una logica consolidata, che considera la popolazione palestinese come un ostacolo antropologico e demografico. Non si combatte contro un esercito, ma contro un popolo, contro l’idea stessa che esso possa esistere.

La retorica del “dopo 7 ottobre”: un alibi per l’eterno sterminio

Per mesi si è vietato di parlare delle vittime palestinesi senza prima genuflettersi alla narrazione del 7 ottobre. Un evento tragico, certamente, ma che è stato trasformato in totem ideologico per legittimare qualsiasi crimine successivo. È come se le vite palestinesi avessero perso il loro diritto alla dignità per un peccato originale che non hanno commesso, in una perversa riedizione teologica della colpa collettiva.

È proprio questa logica che rende il nostro presente così mostruosamente simile alle fasi più nere del Novecento: la riduzione dell’altro a subumano, la legittimazione del massacro in nome di una presunta sicurezza, l’occupazione delle menti prima ancora che dei territori. E, ancora una volta, il silenzio assordante dell’Occidente complice.

Il ritorno dell’assolutismo: la democrazia come facciata

Mentre le bombe cadono e le intelligenze artificiali sostituiscono le intelligenze umane, i capi di Stato si atteggiano a monarchi. Trump è solo il sintomo più evidente di una tendenza globale: quella dell’iper-liderismo, dove l’unico principio guida è l’impunità. “Impune quae libet facere, id est regem esse”, scriveva Sallustio: fare ciò che si vuole senza punizione, ecco il vero volto del potere oggi.

Ma come ci ricorda l’ultima parte dell’articolo, anche il re più impunito può cadere. E se è vero che i miliardari si scavano bunker e si costruiscono figli su misura, resta vero anche che il mondo reale, quello fatto di carne, coscienza e resistenza, non si lascia spegnere così facilmente. I piccoli possono ancora rovesciare i grandi. A patto, però, di rompere l’incantesimo.

Conclusione: spezzare la narrativa del deserto

Quello che oggi viene venduto come “resilienza”, “sviluppo” o addirittura “progresso” è, in molte sue forme, solo un nuovo modo di fare il deserto. Ma non è obbligatorio restare spettatori. Come diceva Debord, lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale tra persone, mediato dalle immagini. E come ogni rapporto sociale, può essere cambiato.

Questo deserto può ancora fiorire. Ma servono parole nuove, azioni condivise, una visione radicale. Non basta indignarsi. Serve un contro-spettacolo, fatto di verità, di giustizia, e di umanità. E servono – ora più che mai – nuove forme di resistenza culturale, politica e simbolica, prima che il potere faccia il deserto… e ci convinca a chiamarlo ancora una volta pace.

Fonti utili per approfondimento:
• Guy Debord, La società dello spettacolo, 1967
• Tacito, Agricola
• Monica Maggioni, NewsRooms (puntata sulla Silicon Valley, Rai)
• Dichiarazioni di Moshe Feiglin (Zehut Party)
• Amnesty International, Human Rights Watch, Al Mezan – report sui crimini di guerra a Gaza
• Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, 2019
• Naomi Klein, Shock economy,2007
• Guy Standing, The Precariat, 2011