Bombe, libri e verità scomode: perché l’Italia continua a voltarsi dall’altra parte

Parto da qui: Antonio Ingroia. Il suo nome è il filo rosso che tiene insieme due libri e due notizie speculari sullo stato della nostra democrazia informativa.

Primo: Io so (Chiarelettere), scritto da Ingroia con Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza. Per quel libro Fininvest — l’impero privato di famiglia nel campo della televisione, dell’editoria e dei media — ha fatto causa: i telegiornali aprivano, le prime pagine urlavano. Oggi la Corte di Cassazione ha chiuso la partita: “è diritto di critica”, ricorso rigettato e spese a carico di chi aveva citato. Eppure la notizia scivola in fondo ai siti. Questo è il manuale di istruzioni del potere mediatico: il clamore quando si minaccia, il sussurro quando la realtà rimette i fatti in riga. Lo ha ricordato pubblicamente anche la FNSI, riportata da diverse testate.

Secondo: Traditi (Piemme), Ingroia con Massimo Giletti. Qui non c’è nostalgia giudiziaria: c’è l’ostinazione di rimettere al centro gli atti, a partire dalla vecchia, decisiva sentenza palermitana sul covo di Riina e dalla lunga trafila del processo “trattativa”. Per aver ricordato quelle pagine, il “capitano Ultimo” ha preannunciato una citazione per danni. Il messaggio è chiaro: quando tocchi nervi scoperti, la reazione è sempre la stessa — prima il tribunale mediatico, poi (forse) quello vero.

Io so: cosa ha detto davvero la Cassazione

La Suprema Corte ha confermato l’ovvio, che ovvio non è più: se una critica si appoggia su un nucleo fattuale vero e rilevante, è legittima. Nel caso di Io so, quel nucleo è la condanna definitiva di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa e l’ampia documentazione sul sistema di relazioni tra business e Cosa Nostra prima del ’94. Non stiamo parlando di slogan: stiamo parlando di diritto e di sentenze.

Dell’Utri: i fatti essenziali, senza nebbia

Nel 2014 la Cassazione ha reso definitiva la condanna a sette anni per concorso esterno. Nel cuore delle motivazioni c’è l’idea-chiave: un “accordo mafia–imprenditore” che, nel tempo, ha garantito protezione in cambio di utilità. Dell’Utri è la cerniera tra i capi mafiosi e il mondo economico legato a Silvio Berlusconi. Questo prima che Berlusconi scendesse in politica. È la fotografia giudiziaria di una contiguità stabile, non un incidente di percorso.

Dentro quel quadro c’è Vittorio Mangano, uomo d’onore di Porta Nuova “trasferito” ad Arcore negli anni Settanta. Paolo Borsellino lo indicò come “testa di ponte” dei rapporti al Nord; anni dopo Silvio Berlusconi lo chiamò in pubblico “un eroe” perché non “cedette al ricatto dei giudici”. A rafforzare il quadro c’è l’intervista di Borsellino alla televisione francese (Canal+, 21 maggio 1992), registrata due mesi prima della strage di via D’Amelio e mandata in onda postuma: lì il magistrato ricostruisce il ruolo di Mangano come cerniera tra l’imprenditoria milanese e Cosa Nostra. È tutto documentato, e non è una parentesi di costume: è il rovesciamento morale che ci ha educati a scambiare l’omertà per virtù.

Traditi: cosa c’è negli atti (e perché brucia ancora)

Nel 2006 il Tribunale di Palermo assolse Mori, De Donno e De Caprio sul “covo di Riina” ma scrisse che la cessazione della vigilanza, senza avvisare la Procura, era condotta “certamente idonea all’insorgere di una responsabilità disciplinare”, sebbene “equivoca” ai fini di una condanna penale. In Traditi quella pagina viene ricordata, insieme alla lettura, poi ripresa in primo grado nel processo “trattativa”, della mancata perquisizione come “segnale” per tenere aperto un canale con la componente “moderata” di Cosa Nostra.

Il processo “trattativa Stato–mafia” si è chiuso nel 2023 con assoluzioni per gli imputati istituzionali: il reato non regge “oltre ogni ragionevole dubbio”. Ma nelle motivazioni di primo e secondo grado resta il mosaico di contatti e di sconcertanti omissioni. La Cassazione ha spento il reato, non ha cancellato la storia. E questa storia, con i suoi lampi e le sue ombre, va raccontata per intero.

Le bombe che ci hanno cambiati: i nomi, uno per uno

Non c’è pagina sui rapporti tra Stato, mafia e poteri che possa prescindere dai caduti.

23 maggio 1992, Capaci: Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Ventitré feriti. È la strage che squarcia il Paese.

19 luglio 1992, via D’Amelio: Paolo Borsellino e gli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna della Polizia caduta in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. L’unico superstite è Antonino Vullo.

3 settembre 1982: Carlo Alberto Dalla Chiesa, Emanuela Setti Carraro, Domenico Russo.

29 luglio 1983: Rocco Chinnici, i carabinieri Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta, il portiere Stefano Li Sacchi.

30 aprile 1982: Pio La Torre e Rosario Di Salvo. La Torre, autore e simbolo della legge Rognoni–La Torre (art. 416-bis e confisca dei beni), ucciso per aver alzato il livello della sfida istituzionale alla mafia.

6 gennaio 1980: Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana, assassinato sotto casa mentre provava a “rimettere le carte in regola” nella pubblica amministrazione.

Poi il 1993: Firenze, via dei Georgofili (Angela e Fabrizio Nencioni, le figlie Nadia e Caterina, lo studente Dario Capolicchio), Milano, via Palestro (cinque vittime, tra cui tre vigili del fuoco e un agente della Polizia locale), Roma, San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano (decine di feriti). È il terrorismo mafioso che devasta persone, città e patrimonio.

14 maggio 1993, Roma, via Fauro: l’autobomba contro Maurizio Costanzo, che si salva insieme a Maria De Filippi; ventiquattro feriti e danni ingenti. È uno dei bersagli simbolici dell’offensiva, colpire un volto tv che aveva dato spazio pubblico all’antimafia.

23 gennaio 1994, Stadio Olimpico: l’autobomba pronta per falciare i carabinieri non esplode per un malfunzionamento. La strage che non fu, e che avrebbe potuto cambiare tutto.

Perché la notizia “scompare” quando vince la verità

Torniamo al punto di partenza: Ingroia e Io so. Quando la querela parte da un grande gruppo, i titoli aprono; quando la Cassazione ristabilisce che quella critica è lecita perché fondata su atti e sentenze, la notizia si spegne. Non è una distrazione: è la fisiologia di un sistema informativo concentrato, dove chi controlla i megafoni decide anche la gerarchia delle correzioni. La FNSI lo ha ricordato con nettezza; diverse testate lo hanno riportato, ma in sordina rispetto al fragore dell’atto iniziale.

Questa asimmetria uccide la memoria. Perché nel frattempo, mentre discutiamo di “toni”, restano gli atti: la Cassazione 2014 su Dell’Utri; le motivazioni 2006 sul covo di Riina; le sentenze 2018/2021 e la Cassazione 2023 sulla trattativa. E restano i nomi dei caduti, che andrebbero ripetuti più spesso dei nomi degli imputati.

Cosa c’è da capire, adesso

1. La verità giudiziaria non è un’opinione. Io so non “offendeva”: esercitava un diritto fondato su fatti. Lo dice la Cassazione, non un blog.

2. La storia della trattativa esiste, anche quando il reato non regge. Le assoluzioni non cancellano i contatti e le omissioni che le corti di merito hanno descritto. La Cassazione ha spento il profilo penale; la responsabilità politica e morale resta a verbale.

3. Il rovesciamento etico è un fatto, non una sensazione. Dire “Mangano eroe” in pubblico ha normalizzato l’omertà. Quel rovesciamento continua a produrre smemoratezza collettiva.

Che cosa dobbiamo pretendere, da cittadini

– Parità di spazio: se apri i telegiornali quando parte una querela, apri quando cade in Cassazione. Altrimenti non è informazione: è propaganda.

– Rispetto per i libri scomodi: Io so e Traditi non sono invettive, sono opere di interesse pubblico che rimettono gli atti al centro. Minacciarle di continuo con azioni civili è manganello simbolico.

– Memoria con nome e cognome: i magistrati e le scorte; le vittime civili e i soccorritori; e, accanto a loro, le figure istituzionali come Pio La Torre e Piersanti Mattarella, caduti perché hanno osato sfidare la mafia sul terreno delle leggi e del governo della cosa pubblica. Senza questa lingua franca, ogni discussione sullo Stato di diritto è chiacchiera.

Non abbiamo bisogno di eroi di cartone: abbiamo bisogno di nomi, date, responsabilità. Ingroia — con Lo Bianco e Rizza in Io so, e con Giletti in Traditi — ha riportato sul tavolo ciò che gli atti dicono. La Cassazione, adesso, ha rimesso a posto anche il diritto di dirlo. Sta a noi fare il resto: leggere, ricordare, pretendere che le verità scomode abbiano lo stesso volume delle menzogne comode. Solo così le bombe di ieri smetteranno di esplodere, in silenzio, anche oggi.

Fonti essenziali

– FNSI, “È diritto di critica: la Cassazione dà ragione ai giornalisti Lo Bianco e Rizza (caso Io so)”.

– Il Fatto Quotidiano, “Fininvest sconfitta, Cassazione dà ragione ai cronisti” (sintesi).

– Corte di Cassazione, condanna Dell’Utri (notizia e testo, n. 28225/2014).

– Tribunale di Palermo, sentenza “covo di Riina”, 20 febbraio 2006 (estratti).

– Trattativa Stato–mafia: motivazioni 2018 e conferma Cassazione 2023 (assoluzioni imputati istituzionali).

– Borsellino, intervista Canal+ del 21 maggio 1992 (RaiNews e Archivio Antimafia).

– Stragi 1993: via dei Georgofili e via Palestro (portali istituzionali MiC e Regione Toscana).

– Fallito attentato a Maurizio Costanzo, via Fauro (DIA; RaiNews; Sky TG24; dossier sentenze Firenze).

– Fallito attentato Stadio Olimpico (schede e rassegne).

La libertà in saldoRepubblica e Stampa all’asta: quando i padroni vendono anche l’Agorà

C’è un modo molto semplice per capire cosa sta succedendo: quando per settimane ti raccontano che “la libertà di stampa” è minacciata dai ragazzi che protestano, liquidati con l’etichetta sprezzante di “poveri comunisti”, e poi nel giro di pochi giorni la proprietà mette in vendita due giornali storici come fossero un ramo secco da potare, capisci che il racconto era rovesciato. La vera minaccia non è la contestazione, è la proprietà. Non è il corteo, è il consiglio d’amministrazione. E quella frase, oggi in Italia, non è un insulto: è una radiografia morale di chi sta dalla parte del potere proprietario, non dalla parte del lavoro e del diritto a essere informati.

È in questo cortocircuito che si incastrano due testi che mi sono passati sotto gli occhi in questi giorni e che mi hanno lasciato addosso la stessa sensazione: che il punto non sia mai stato la “libertà di stampa”, ma la libertà del padrone di fare ciò che vuole. Da un lato la denuncia frontale: l’applauso al padrone in redazione, la retorica della “solidarietà” trasformata in scudo mediatico, e poi la notizia che taglia la scena: GEDI (controllata da Exor della famiglia Elkann-Agnelli) tratta la vendita delle attività editoriali italiane con il gruppo greco Antenna, guidato da Theodoros/Thodoris Kyriakou, includendo La Repubblica, La Stampa e radio come Deejay e Capital.

Dall’altro lato un ragionamento più lungo e più amaro: la storia industriale e politica che sta dietro a questi giornali, il “peccato originale” di un Paese che ha fatto coincidere per decenni il destino nazionale con quello di una dinastia e delle sue aziende, fino a scoprire che, quando cambia il vento, la dinastia cambia porto. E non lascia dietro di sé una strategia: lascia macerie, precarietà, e un bene comune ridotto a merce.

Il punto politico, oggi, è questo: l’informazione non viene colpita soltanto quando viene intimidita. Viene colpita anche quando viene svuotata, normalizzata, spezzettata e venduta. Perché la libertà di stampa non è solo un diritto astratto: è anche una filiera concreta fatta di redazioni, contratti, autonomia, cultura professionale, memoria storica, e perfino di conflitto interno. Se quella filiera la governa chi la considera una linea di costo o una pedina di influenza, la libertà diventa una parola da convegno, buona per i discorsi e inutile per chi lavora.

Non a caso i giornalisti hanno scioperato e protestato: La Stampa ha fermato le pubblicazioni, Repubblica è entrata in agitazione, con una domanda che suona banalissima e per questo è micidiale: quali garanzie? su lavoro, identità, indipendenza, trasparenza dell’operazione. E lo stesso governo, pur con tutti i suoi doppi standard, ha dovuto convocare e mettere sul tavolo almeno la questione dell’indipendenza editoriale e della trasparenza, richiamando perfino le regole del “golden power” per gli asset ritenuti strategici.

Ma qui arriva la parte che brucia davvero, e che va detta senza anestesia: i padroni restano padroni. E non perché “sono cattivi”, ma perché sono coerenti con la logica del potere economico. La loro libertà è la libertà degli affari. Se un asset non serve più, si vende. Se serve in altro modo, si usa. Se diventa ingombrante, si scarica. Se bisogna fare una bella foto con il lessico della “responsabilità” e della “libertà”, si fa. Poi, finito lo scatto, si passa alla cassa.

Ed è qui che bisogna essere più caustici, perché la scena non è solo grottesca: è istruttiva. Pochi giorni prima gli applausi al padrone, come se fosse un benefattore venuto a distribuire democrazia a mano. Un applauso che non è ingenuità: è servilismo, è l’abitudine a confondere l’editore con il diritto, la proprietà con la libertà, il possesso con la legittimità morale. Poi, dopo qualche giorno, gli stessi che applaudivano scoprono di essere merce di scambio in una trattativa: svenduti non solo nei bilanci, ma nell’immaginario. Perché il padrone, quando vende, non vende un’idea: vende un pacchetto. E dentro al pacchetto ci finiscono i marchi, le redazioni, le carriere, la dignità di un mestiere.

A quel punto viene voglia di dirlo con brutalità: il padrone non tradisce. Fa il padrone. È chi lo applaude che si mette nella posizione sbagliata. Perché applaudire chi ti possiede è come ringraziare il guinzaglio per la passeggiata. Finché il guinzaglio non viene ceduto a qualcun altro, insieme al cane.

Ed è qui che il ragionamento storico diventa la lente che ingrandisce il paradosso. Perché La Stampa non è solo un giornale: è un simbolo torinese, legato alla lunga stagione Fiat, alla città-fabbrica, alla disciplina sociale costruita attorno a Mirafiori. E quando si rievoca la grande rottura dell’autunno 1980, la marcia dei “quarantamila”, la frattura delle relazioni industriali e il capovolgimento dei rapporti tra impresa, politica e sindacato, si sta dicendo una cosa precisa: in Italia si è normalizzata l’idea che la modernizzazione passi sempre da una resa del lavoro. Prima gli operai, poi gli impiegati, poi i quadri, poi i giornalisti. Cambiano i reparti, non cambia lo schema. E spesso, dopo gli operai, arriva anche la beffa: chi ieri si sentiva “dalla parte dell’impresa” oggi scopre che l’impresa non ha parti, ha interessi.

La domanda che resta appesa è quella più scomoda: quanti di quei linciaggi morali contro chi contestava, contro i ragazzi scesi in piazza, contro chi denunciava omissioni e conformismi, erano difesa della libertà e quanti erano difesa dell’ordine? Un ordine in cui il proprietario è intoccabile e il dissenso deve essere disinnescato, ridotto a “violenza”, così non si parla più del punto vero: chi decide la linea, chi decide i tagli, chi decide la vendita.

Poi c’è Repubblica. Qui si riapre una storia che molti fingono di non vedere: Repubblica come “Agorà” sostitutiva della crisi della politica, e poi Repubblica come bussola, vincolo e perfino dipendenza del campo progressista post-PCI. È una storia che spiega tante cose: la forza culturale di un giornale che per anni ha dettato agenda e lessico, ma anche la fragilità di una sinistra che, invece di costruire organizzazione e radicamento, ha spesso cercato legittimazione nello specchio mediatico. Il risultato è che oggi quella “Agorà” può essere impacchettata e spostata. E con lei si sposta un pezzo di ecosistema democratico. Il paradosso è feroce: per decenni si è creduto di poter fare politica anche attraverso l’aria condizionata delle redazioni, e ora quell’aria viene semplicemente rivenduta, come un impianto in dismissione.

Attenzione: questo non significa assoluzione. Né per Repubblica, né per La Stampa, né per la filiera dei talk show “di opposizione” che in tanti casi ha trasformato la critica in routine, l’indignazione in format, e la guerra in sfondo permanente. Significa però riconoscere una cosa: anche quando un giornale ti fa arrabbiare, il fatto che esista una redazione, una responsabilità legale, una cultura di verifica (imperfetta, contraddittoria, ma reale) è diverso dall’oceano digitale dove ognuno si nutre solo di ciò che lo conferma. L’autarchia informativa ci divide e ci rende deboli. E infatti il potere contemporaneo adora due cose insieme: la concentrazione proprietaria e la frammentazione sociale. Un editore forte sopra, un pubblico atomizzato sotto. Un padrone che compra e vende, e un Paese che si sfoga a pezzi, ognuno nella sua bolla, mentre la proprietà resta intera, compatta, lucida.

E allora questa riflessione non può limitarsi al lamento. Deve arrivare alla domanda pratica: che si fa?

Una risposta sta già, in controluce, dentro questo ragionamento: se l’Agorà non può più essere “servizio pubblico” soltanto perché lo dichiara un marchio, allora bisogna inventare forme nuove di proprietà e di garanzia. Non slogan. Strumenti. Perché la democrazia, se non ha strumenti, diventa un sentimento. E i sentimenti, come sappiamo, non valgono niente in un bilancio.

Alcuni punti, secchi:
1. Statuti di indipendenza editoriali blindati, con potere reale delle redazioni sulla nomina dei direttori e sulle carte etiche.
2. Trasparenza totale su struttura societaria e “catena del controllo”, soprattutto quando entrano gruppi esteri o veicoli con partecipazioni extra-europee, tema già richiamato nel dibattito politico e istituzionale.
3. Modelli di azionariato diffuso e cooperative di giornalisti e lettori, non come favola romantica ma come architettura concreta: meno costi fissi inutili, più inchieste, più verifica, meno opinionismo industriale e meno servitù volontaria.
4. Politiche pubbliche non “a pioggia” ma condizionate: se lo Stato considera l’informazione un asset strategico, allora la tutela del pluralismo non può ridursi a un comunicato. Serve una cornice di garanzie, altrimenti “strategico” diventa solo un’etichetta buona quando conviene.
5. E, soprattutto, una resa dei conti culturale: smettere di chiamare “libertà di stampa” la libertà del proprietario di ristrutturare, tagliare, vendere. Quella è libertà d’impresa. La libertà di stampa è un’altra cosa: è il diritto dei cittadini a non essere governati dall’ignoranza, dalla propaganda e dalla paura di disturbare il padrone.

Perché qui sta l’evocazione più cupa: non è solo una vendita. È un segnale. Un altro. L’ennesimo. Di un pezzo di classe dirigente che, dopo aver legato per decenni il proprio nome a un Paese, ora tratta quel Paese come un mercato qualsiasi: si investe dove rende, si disinveste dove pesa, si lascia la retorica ai comunicati. E se serve, si usa perfino la parola “libertà” come una carta di credito morale: una passata veloce sul lettore, e via.

E in mezzo restano i lavoratori. Operai ieri, giornalisti oggi, precari sempre. E resta un’opinione pubblica che viene invitata a commuoversi a comando: solidarietà quando “serve”, indignazione quando “conviene”, silenzio quando bisogna guardare in faccia il fatto che il problema è strutturale.

Se la democrazia è anche una conversazione collettiva, oggi quella conversazione è in mano a chi la può mettere all’asta. E questo, scusatemi la brutalità, non è un incidente: è un modello. Sta a noi decidere se accettarlo come metodo, o trattarlo per quello che è: un conflitto politico. Non ci interessa essere compatibili con chi compra e vende tutto. Ci interessa essere utili a chi non vuole essere comprato e venduto.

Fonti essenziali
Reuters (11–12 dicembre 2025) sulla trattativa GEDI-Exor con Antenna Group e sulle richieste del governo italiano.
RaiNews sulla trattativa esclusiva e sull’agitazione delle redazioni.
Il Post sulla conferma interna e sulle proteste dei giornalisti.
Corriere della Sera sui dettagli dell’offerta e sulle tensioni.

Questi “facinorosi” siamo noiDisabili alla sbarra per aver chiesto diritti, non privilegi

Ci sono immagini che basterebbero da sole a raccontare lo stato di una democrazia. Una di queste è Mariangela Lamanna, presidente del Comitato 16 Novembre malati SLA, donna che, dopo anni di lotte pacifiche per i malati gravissimi e non autosufficienti, si ritrova seduta al banco degli imputati per “interruzione di pubblico servizio” perché ha guidato un presidio di protesta davanti alla Regione Puglia. Trenta minuti di udienza, tre anni di attesa, una vita intera di cura e fatica alle spalle.

Noi che viviamo la disabilità sulla nostra pelle – e chi scrive se ne annovera – di fronte a questa scena non possiamo limitarci alla solidarietà. Siamo di fronte a una ingiustizia grave, a un tentativo di intimidire chi osa alzare la testa per rivendicare diritti garantiti dalla Costituzione. Non è un eccesso burocratico: è un messaggio politico. Ed è un messaggio che respingiamo con forza.

Cosa è successo davvero davanti alla Regione Puglia

Il 13 luglio 2021, a Bari, davanti alla sede della Presidenza della Regione Puglia, non c’era un manipolo di violenti. C’era un presidio di persone con disabilità e famiglie, molte in carrozzina, organizzato da associazioni come “Stop alle barriere”, Comitato 16 Novembre e altre realtà pugliesi, dopo l’ennesimo mancato rispetto di impegni scritti da parte della Regione sugli interventi per la disabilità gravissima e i fondi per la non autosufficienza.

Il presidio era stato preannunciato, richiesta e ottenuta l’occupazione di suolo pubblico tramite la Digos. I gazebo erano collocati davanti alla Presidenza, le carrozzine – anche elettriche – disposte a ridosso, in parte sul manto stradale per tenere il gruppo unito, in modo che, nel momento dell’incontro con le istituzioni, tutti potessero ascoltare e partecipare. Il traffico non fu bloccato: le ambulanze continuavano a transitare, segno che la circolazione era al massimo rallentata e deviata, non interrotta.

Le forze dell’ordine erano presenti, disposte ai lati, e nessuno intimò di sgomberare la strada. Nonostante il caldo torrido e le lunghe ore di attesa, alle persone con disabilità fu spesso negato persino l’accesso ai bagni interni, costringendole a recarsi più volte in un bar nelle vicinanze per usare i servizi igienici. Una scena che, da sola, dice molto sulla gerarchia reale delle priorità istituzionali.

Dopo ore, arrivarono gli assessori competenti e, successivamente, il presidente Michele Emiliano. Il confronto avvenne a lungo anche in strada, tra le carrozzine, poi dentro una sala conferenze, con l’identificazione dei presenti. In quella sede il presidente riconobbe la legittimità delle ragioni del presidio e la necessità di dare seguito agli impegni presi. Secondo quanto lo stesso Emiliano ha dichiarato in sede processuale, quell’iniziativa non determinò alcuna interruzione dei lavori della Presidenza, che resta “la casa dei cittadini”, e la preoccupazione fu semmai quella di rendere il soggiorno più sopportabile possibile.

Eppure, a distanza di tempo, gli attivisti – sette persone con disabilità – si sono visti recapitare un decreto penale di condanna per “interruzione di pubblico servizio” e “invasione di edificio”, con una multa spropositata (oltre 9.000 euro a testa), poi impugnata con opposizione e ricorso, fino al processo in corso davanti al Tribunale di Bari.

È in questo contesto che Mariangela Lamanna, presidente del Comitato 16 Novembre, si ritrova a dover “difendere” in aula un presidio che ha portato risultati concreti per i malati gravissimi pugliesi. Il paradosso è evidente: ciò che la politica ha riconosciuto come giusto e necessario sul piano sociale, la macchina penale lo trasforma in reato.

Quando il diritto penale diventa un intimidatore sociale

L’accusa principale si fonda sull’articolo 340 del codice penale, “interruzione di un ufficio o servizio pubblico o di pubblica necessità”. La norma punisce chi cagiona un’interruzione o un turbamento di un servizio pubblico, ma la giurisprudenza più attenta ricorda che non ogni rallentamento, non ogni protesta, non ogni deviazione del traffico integra automaticamente questo reato. Serve una compromissione effettiva e significativa del servizio, non una generica situazione di disagio.

Nel caso specifico:
• il presidio era autorizzato su suolo pubblico;
• le forze dell’ordine erano presenti, non è stato intimato alcun immediato sgombero;
• le ambulanze hanno continuato a passare;
• l’ingresso nel palazzo regionale è avvenuto su autorizzazione di un dirigente;
• la stessa “parte offesa” – il presidente della Regione – ha dichiarato che i lavori non sono stati materialmente interrotti.

Non è difficile vedere in questo procedimento una funzione diversa da quella di tutelare un servizio pubblico: la funzione di lanciare un segnale. Un segnale a chi, domani, vorrà tornare in presidio per reclamare assistenza domiciliare, fondi, progetti di vita individuale: attenti, potreste finire alla sbarra, con accuse pesanti e spese legali insostenibili per chi già fatica ad arrivare a fine mese.

È il classico meccanismo “debole coi forti, feroce coi fragili”: si tollerano senza colpo ferire disastri organizzativi, ritardi nei servizi, promesse non mantenute verso i disabili gravissimi; ma si attiva la macchina repressiva con solerzia quando quei cittadini osano usare lo strumento più mite che la democrazia prevede: una manifestazione pacifica.

Noi, persone con disabilità, sappiamo bene che effetto produce tutto questo: un “freddo” che scende sulla voglia di esporsi. Se per difendere un fondo per la non autosufficienza devi mettere in conto un processo penale, quanti saranno disposti a farlo? Chi ha una SLA, chi è ventilato, chi vive ventiquattro ore su ventiquattro accanto a un congiunto totalmente dipendente, può davvero permettersi anche la minaccia di una condanna?

La Costituzione non è un optional: articolo 3, articolo 17, articolo 21

In questa vicenda non è in discussione solo l’applicazione, discutibile, di un articolo del codice penale. È in discussione il rapporto tra Stato e cittadini più vulnerabili.

L’articolo 3 della Costituzione dice che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza e impediscono il pieno sviluppo della persona. Nel caso dei disabili gravissimi e delle loro famiglie quegli ostacoli hanno nomi e cognomi: turni impossibili di cura, mancanza di assistenza domiciliare adeguata, continui rinvii nell’erogazione di sostegni, burocrazia opaca, fondi insufficienti o disomogenei su base regionale.

Quando chi quegli ostacoli li subisce prova a rimuoverli con lo strumento della protesta pacifica, non sta violando lo spirito della Costituzione. Lo sta incarnando. Sta facendo esattamente ciò che una democrazia matura dovrebbe considerare prezioso: portare le contraddizioni alla luce del sole, costringere le istituzioni a misurarsi con le proprie inadempienze.

A questo si aggiungono:
• l’articolo 17, che riconosce il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi, anche in luogo aperto al pubblico;
• l’articolo 21, che tutela la libertà di manifestazione del pensiero, anche collettiva, anche scomoda.

Processare persone in carrozzina per un presidio autorizzato, dopo che lo stesso presidente della Regione ha riconosciuto la legittimità delle loro richieste, è un cortocircuito che non può lasciarci indifferenti. È come se lo Stato dicesse: “Puoi essere disabile, puoi anche soffrire, ma per favore soffri in silenzio. Se vieni sotto le finestre del potere e resti troppo a lungo, diventi un problema di ordine pubblico”.

Il Comitato 16 Novembre lo sa bene: da anni denuncia la condizione dei malati di SLA e delle persone non autosufficienti gravissime, chiedendo fondi adeguati, assistenza indiretta, libertà di scelta sulla gestione della cura. È una realtà nata dal basso, da famiglie che hanno trasformato il dolore in impegno e che sono state già costrette, in passato, a presidiare ministeri e regioni per strappare risultati minimi di civiltà.

Oggi, vedere quella stessa esperienza seduta al banco degli imputati, accusata di essere “facinorosa” per aver osato occupare simbolicamente una strada e una sala consiliare, è uno schiaffo a tutte le persone con disabilità in questo Paese.

La società che celebra la “giornata della disabilità” e processa chi non sta zitto

C’è un’ultima ipocrisia che questo processo mette a nudo. Ogni anno, nelle giornate dedicate ai diritti delle persone con disabilità, istituzioni e media si riempiono di parole: inclusione, centralità della persona, nessuno resti indietro. Si organizzano convegni, si firmano protocolli, si scattano foto accanto alle carrozzine.

Poi, quando quelle stesse persone chiedono conto delle promesse mancate – non sui social, ma fisicamente, con il loro corpo fragile davanti ai palazzi del potere – ecco che vengono trattate come un problema da disciplinare: interdizione del traffico, interruzione di pubblico servizio, invasione di edificio.

È questa la contraddizione che noi, persone con disabilità, respingiamo con fermezza:
non siamo un’icona da esibire in una giornata all’anno. Siamo cittadini a pieno titolo, con il diritto di protestare, di sbagliare un modulo, di alzare la voce, di occupare pacificamente uno spazio quando tutto il resto è stato ignorato.

Per questo, da questa storia non basta aspettarsi un’assoluzione tecnica o una riduzione della pena. Serve una presa di coscienza più profonda: il riconoscimento pubblico che usare il codice penale per colpire chi rivendica diritti fondamentali è un abuso, un atto di violenza istituzionale che produce paura, isolamento, auto-censura.

Noi non ci stiamo. Non accettiamo che chi difende la vita e la dignità dei malati gravissimi venga equiparato a un delinquente. Non accettiamo che la libertà di manifestare venga trasformata in un privilegio di chi può permettersi avvocati e ricorsi infiniti.

Se c’è qualcosa che “turba” il servizio pubblico, in questa vicenda, non è il gazebo sul lungomare. È un sistema che, di fronte ai più fragili, preferisce il manganello giudiziario all’ascolto, il decreto penale alla responsabilità politica.

E allora sì, continueremo a “parlare troppo”. Perché troppi, tra noi, non possono più parlare. E perché il silenzio, oggi, sarebbe la complicità più grande.

Fonti essenziali
Articoli di cronaca su presidio del 13–16 luglio 2021 e processo per interruzione di pubblico servizio e invasione di edificio contro sette disabili a Bari.
Documentazione e presentazione pubblica del Comitato 16 Novembre, associazione di malati di SLA e patologie altamente invalidanti.
Riferimenti agli articoli 3, 17 e 21 della Costituzione italiana e alla disciplina dell’art. 340 c.p. (interruzione di pubblico servizio).

Oltre la melanconia di sinistra

Come Rodrigo Nunes prova a sciogliere il lutto infinito della sinistra

Nota introduttiva. In Italia e in Europa la sinistra vive da anni dentro un paradosso: mentre le disuguaglianze esplodono, i diritti sociali vengono erosi e il continente si riallinea senza pudore alla logica di guerra e di austerità permanente, le forze che dovrebbero rappresentare il lavoro e i ceti popolari arrancano, si dividono, si ricollocano ai margini o diventano semplici gestori “responsabili” dell’esistente. Dai partiti socialdemocratici convertiti al neoliberismo alle sinistre radicali bruciate dall’esperienza di governo (Syriza) o dalla parabola discendente dei movimenti elettorali (Podemos), fino al caso italiano di un campo progressista incapace di nominare davvero il conflitto sociale, il paesaggio è segnato da sconfitte, ripiegamenti, nostalgie. È dentro questo sfondo che il capitolo di Rodrigo Nunes sulla “melanconia di sinistra” diventa particolarmente utile anche per noi: non come l’ennesima diagnosi moralistica, ma come una lente per leggere il modo in cui la sconfitta è entrata nel nostro modo di pensare l’organizzazione e l’azione politica, in Italia come nel resto d’Europa.

La parola “melanconia” non è un vezzo psicologico, quando si parla di sinistra. È il nome di un clima affettivo diffuso: una miscela di lutto non elaborato, nostalgia, senso di sconfitta permanente e, a volte, compiacimento nella propria impotenza. Nel suo libro sull’organizzazione politica, Rodrigo Nunes dedica un capitolo proprio a questa “melanconia di sinistra” e la tratta non come un problema di carattere, ma come un nodo teorico e organizzativo decisivo.

Quello che segue è un tentativo di ricostruire e discutere i passaggi principali di quel capitolo, mettendoli in relazione con il dibattito internazionale sulla “left melancholy” (Brown, Dean, Benjamin) e con la tradizione, a noi più vicina, della “melanconia di sinistra” ricostruita da Enzo Traverso.

1. Che cos’è la melanconia di sinistra per Nunes

Nunes parte da una constatazione semplice e scomoda: una parte consistente della sinistra vive come se la sconfitta fosse diventata una seconda natura. Non si tratta solo di aver perso battaglie politiche: è l’idea che la sconfitta sia ormai la forma normale dell’esperienza politica.

Per nominare questo stato, Nunes riprende il lessico della “left melancholy”, una categoria che viene da Walter Benjamin (la melanconia come affezione del militante che si attacca alla propria sconfitta) e che, nel dibattito contemporaneo, è stata ripensata soprattutto da Wendy Brown e Jodi Dean.

Nel capitolo, la melanconia di sinistra non è:

• semplicemente tristezza per ciò che è andato perduto

• né un generico pessimismo storico

È piuttosto una struttura di desiderio: la tendenza a identificarsi con la perdita, a trasformare le sconfitte in oggetto di attaccamento, fino al punto da difenderle quasi gelosamente. È il momento in cui l’idea di rivoluzione, comunismo, emancipazione, lotta di classe smette di essere un orizzonte praticabile e diventa un feticcio da esibire, un segno di purezza morale, un “noi” identitario contrapposto a un mondo irrimediabilmente corrotto.

Nunes insiste su un punto decisivo: questa melanconia non è solo culturale o emotiva, ma profondamente organizzativa. Si traduce in scelte concrete: rifiuto di costruire organizzazioni durevoli, sospetto permanente verso le forme esistenti, oscillazione sterile tra nostalgia del partito e feticismo del movimento puro.

2. La “doppia melanconia”: 1917 e 1968 come epoche perdute

Uno dei contributi più originali di Nunes è l’idea di una “doppia melanconia”: la melanconia di ciò che è finito con il 1917 e quella di ciò che è finito con il 1968.

• 1917 diventa il simbolo del ciclo dei partiti comunisti, dell’organizzazione verticale, della centralità della fabbrica e del proletariato industriale. La melanconia qui assume la forma della nostalgia per il partito forte, la disciplina, l’identità di classe compatta.

• 1968 (e il lungo ’68) rappresenta invece il ciclo dei movimenti, dell’orizzontalità, dell’autonomia, delle soggettività plurali, dei nuovi diritti e della democrazia diretta. La melanconia prende la forma della nostalgia per il momento insurrezionale, per le assemblee permanenti, per la spontaneità.

Secondo Nunes, oggi buona parte della sinistra si muove in un corridoio stretto tra queste due melanconie: chi rimpiange il “partito di una volta”, chi rimpiange le piazze e le occupazioni del ciclo altermondialista e di Occupy, chi si limita a opporre una all’altra come se fossero le uniche due opzioni possibili.

Il risultato è paralizzante: se il modello del partito novecentesco appare irripetibile e quello del movimento puro si è rivelato insufficiente a cambiare i rapporti di forza, la sinistra rischia di restare intrappolata in un lutto doppio, incapace di immaginare forme nuove di organizzazione all’altezza del presente.

3. Wendy Brown, Jodi Dean, Benjamin: il dialogo sotterraneo

Il capitolo di Nunes è costruito, come lui stesso dichiara altrove, su una rilettura critica di due testi chiave: “Resisting Left Melancholy” di Wendy Brown e il lavoro di Jodi Dean sul “desiderio comunista” e sull’“orizzonte comunista”, entrambi in dialogo con l’intuizione originaria di Benjamin sulla melanconia di sinistra.

• In Benjamin, la melanconia di sinistra è quella dell’intellettuale che vende al mercato la propria radicalità come posa estetica, trasformando la politica in un repertorio di immagini della sconfitta.

• Wendy Brown, alla fine degli anni Novanta, radicalizza questo spunto: per lei una parte della sinistra resta aggrappata a oggetti politici perduti (il movimento operaio, il socialismo reale, certe forme di partito) al punto da trasformare la sconfitta in identità. L’“eroismo del fallimento” diventa una forma di conservatorismo mascherato.

• Jodi Dean, al contrario, prova a salvare qualcosa da questa ostinazione, leggendo la persistenza del desiderio comunista non come patologia, ma come desiderio collettivo che sopravvive alle sconfitte e che chiede nuove forme organizzative (il partito come forma che tiene aperta la possibilità comunista, invece di chiuderla nel lutto).

Nunes mette queste letture in tensione. Da un lato riconosce il rischio, denunciato da Brown, di una sinistra che si compiace del proprio fallimento, trasformando la memoria in culto sterile. Dall’altro lato, rifiuta l’idea che l’unica soluzione sia “guarire” dalla melanconia liquidando il passato: ciò che serve non è l’amnesia, ma una lavorazione politica della ferita, come suggeriscono Dean e, a modo suo, anche Traverso.

4. Traverso e la “tradizione nascosta”: quando la melanconia diventa risorsa

Qui la riflessione di Nunes incrocia direttamente quella di Enzo Traverso. Traverso parla di melanconia di sinistra come di una “tradizione nascosta”: non nostalgia per il socialismo reale, ma memoria delle sconfitte e dei vinti che continua a trasmettere, nelle macerie, una promessa emancipativa.

La melanconia, in questa chiave, non è soltanto peso che trascina verso il basso, ma anche:

• memoria critica dei disastri prodotti in nome del socialismo

• consapevolezza che la storia non è una marcia trionfale, ma un susseguirsi di rotture, regressioni, ritorni del peggio

• rifiuto di trasformare le vittorie del capitale in “fine della storia”

Nunes, pur non scrivendo un libro di storia delle idee come Traverso, si muove in un territorio simile: la melanconia non va semplicemente curata come se fosse una malattia, perché in quella memoria dolorosa ci sono lezioni politiche preziose. È il modo in cui la si maneggia che fa la differenza: o diventa culto della sconfitta, oppure si trasforma in capacità di guardare in faccia i fallimenti senza rinunciare ad agire.

5. “Chiarificare l’esistente”: la proposta di Nunes per uscire dallo stallo

Il punto forse più forte del capitolo è il legame che Nunes stabilisce tra melanconia e immaginario organizzativo. Una sinistra melanconica, dice in sostanza, è una sinistra che proietta le sue energie su forme politiche impossibili: il partito perfetto che non esiste, il movimento assolutamente puro che non si compromette mai, la rivoluzione improvvisa che cade dal cielo.

Per questo Nunes, nel libro, rovescia il canone: invece di proporre l’ennesimo “modello di organizzazione” da calare dall’alto, inizia da un’opera di chiarificazione dell’esistente. Prima di sognare il partito ideale o il movimento ideale, bisogna mappare la reale ecologia di organizzazioni, collettivi, sindacati, campagne, reti in cui la sinistra già si muove.

La melanconia, in questa prospettiva, è anche il prodotto di un errore di sguardo:

• ci si concentra su ciò che non c’è più (il PCI, il grande sindacato di massa, il ciclo di Genova o Occupy)

• si ignorano le forme nuove, ibride, contraddittorie, già in atto (reti mutualistiche, comitati territoriali, collettivi femministi, movimenti climatici, campagne digitali, ecc.)

“Chiarificare l’esistente” significa allora rendersi conto che non partiamo da zero, che non siamo in un deserto totale, ma in un paesaggio affollato e caotico che ha bisogno di essere connesso, coordinato, messo in relazione. L’antidoto alla melanconia non è l’ennesima tabula rasa, ma una cartografia lucida del presente.

6. Dalla melanconia alla strategia: cosa vuol dire, concretamente, “superarla”

Nunes non invita a “smettere di essere tristi” in nome di un ottimismo ingenuo. Il suo è un invito a politizzare la melanconia, trasformandola da affetto paralizzante in motore strategico.

Superare la melanconia di sinistra, nel capitolo, significa almeno tre cose:

1. Riconoscere che nessuna forma organizzativa è innocente

Il partito ha prodotto gerarchie, burocratizzazione, compromessi; il movimento ha prodotto verticalità occulte, deleghe non riconosciute, impotenza decisionale. Ma se ogni fallimento diventa motivo per rifiutare in blocco una forma, finiamo per non avere più strumenti con cui agire.

2. Accettare che la politica del futuro non potrà essere né solo verticale né solo orizzontale

Il titolo stesso del libro è un manifesto: l’organizzazione deve essere pensata come ecologia di livelli, funzioni, nodi diversi, non come una forma unica da opporre al nemico. La melanconia che rimpiange solo il passato impedisce di vedere questa pluralità come possibilità, e la vive invece come frammentazione senza rimedio.

3. Trasformare il lutto in criterio di scelta, non in habitat permanente

Le sconfitte del Novecento, il crollo delle utopie, le restaurazioni neoliberali, i tradimenti dei partiti socialdemocratici non devono essere rimossi. Devono diventare parametri con cui giudicare le nostre scelte presenti: come evitare di ripetere quelle forme di verticalismo cieco? Come evitare di riprodurre la dispersione impotente dei movimenti senza strategia? La melanconia diventa allora memoria critica, non gabbia.

4. Uno sguardo dalla nostra parte del mondo

Se spostiamo lo sguardo verso l’Italia e l’Europa, la diagnosi di Nunes suona terribilmente familiare, anche se il libro non parla direttamente del nostro contesto.

Da un lato c’è una melanconia “1917”: il rimpianto per un ciclo del movimento operaio che non tornerà identico a se stesso, per partiti che non ci sono più, per un radicamento sociale che la precarizzazione e la deindustrializzazione hanno frantumato.

Dall’altro lato c’è una melanconia “1968–2011”: il rimpianto per i grandi cicli di movimento – dal lungo ’68 al G8 di Genova, fino alle primavere arabe e a Occupy – che hanno aperto immaginari radicali senza riuscire a consolidare istituzioni alternative durature.

In mezzo, una sinistra istituzionale che ha interiorizzato la sconfitta al punto da farsi gestore obbediente del neoliberismo, e una galassia di sinistre sociali, mutualistiche, ambientaliste, femministe e internazionaliste che faticano a riconoscersi in un progetto comune. Qui la melanconia non è solo affettiva: è anche organizzativa, frammentazione cronica, incapacità di articolare livelli diversi di lotta (locale, nazionale, transnazionale).

Leggere Nunes da questa prospettiva significa usare il suo capitolo come specchio: non per cercare l’ennesimo “manuale del buon militante”, ma per domandarci quanto della nostra pratica quotidiana sia ancora governato dal lutto, dalla nostalgia, dal rifiuto delle forme realmente disponibili.

Conclusione: una melanconia che pensa, non una melanconia che si compiace

Il merito del capitolo di Nunes sulla melanconia di sinistra sta nel rifiuto di due risposte facili:

• da un lato, il moralismo che colpevolizza i militanti: “siete depressi, dovete solo smettere di esserlo”

• dall’altro, l’estetizzazione che trasforma la sconfitta in stile di vita, in posa identitaria

Al loro posto, Nunes propone una prospettiva più esigente: prendere sul serio la melanconia come sintomo storico e organizzativo, leggerla alla luce delle grandi sconfitte del secolo scorso, delle illusioni e dei limiti dei movimenti più recenti, e usarla come leva per ripensare l’organizzazione politica in chiave ecologica, complessa, non dicotomica.

In questo senso, la melanconia non viene cancellata, ma attraversata. Diventa memoria vigilante, anticorpo contro le scorciatoie, rifiuto di raccontarsi la storia come se la vittoria fosse garantita. Però smette di essere il nostro unico orizzonte emotivo.

Per una sinistra che vuole ancora dirsi tale, forse la sfida è proprio questa: imparare a guardare le rovine senza trasformarle in casa, a portare con sé i morti senza vivere nel cimitero, a fare della melanconia una lente critica e non un rifugio. È qui che il capitolo di Nunes parla anche a noi, ai nostri movimenti, alle nostre sconfitte: non ci promette consolazione, ma ci chiede di ricominciare a organizzare, malgrado tutto, con la lucidità di chi sa che il lutto, da solo, non farà mai politica.

Fonti e sitografia essenziale

Rodrigo Nunes, Neither Vertical nor Horizontal: A Theory of Political Organization, Verso Books, London–New York, 2021.

Wendy Brown, “Resisting Left Melancholy”, in boundary 2, vol. 26, n. 3, 1999, pp. 19–27.

http://www.jstor.org/stable/303736

Jodi Dean, The Communist Horizon, Verso Books, London New York, 2012.

Jodi Dean, “The Communist Horizon” (estratti e capitoli in PDF):

Enzo Traverso, Melancholy of the Left (edizioni inglesi e traduzioni, spesso pubblicato come Left-Wing Melancholia), varie edizioni. Presentazione e discussione del concetto di “melancholy of the left”:

“From Left-Wing to Communist Melancholy: Traverso’s Wager”, su Academia.edu: https://www.academia.edu/38532081/From_Left_Wing_to_Communist_Melancholy_Traversos_Wager

Intervista e sintesi del libro su Europe Solidaire: https://www.europe-solidaire.org/spip.php?article47330

Il welfare a pezzi: ausili negati, caregiver trattati da variabile e riforme senza carburante

C’è una parola che torna, come un ronzio di fondo, in troppe storie di disabilità oggi in Italia: scaricabarile. È il suono del diritto che si sbriciola quando passa dal testo di una norma alla vita concreta delle persone. È il rumore di un sistema che, invece di proteggere chi è più esposto, finisce per chiedere a chi ha meno di anticipare soldi, energia, tempo e pazienza.

Il caso degli ausili e dei ricambi per carrozzine elettriche è emblematico. Un anno dopo l’entrata in vigore del nuovo Tariffario dal 1° gennaio 2025, molte famiglie risultano ancora costrette a pagare totalmente o parzialmente ciò che dovrebbe essere garantito nei Livelli Essenziali di Assistenza, con un quadro regionale disomogeneo e un aumento delle disuguaglianze territoriali. 

Eppure la cornice normativa, per come è stata ribadita pubblicamente dal Ministro della Salute, è teoricamente chiara. Nel question time di fine giugno 2025, Schillaci ha ricordato che le Regioni e le ASL devono includere nei capitolati di gara per gli ausili di serie la personalizzazione, la manutenzione ordinaria e la riparazione o sostituzione dei componenti, obblighi già previsti dai LEA del 2017. L’arrivo del decreto Tariffe 2025, che ha sostituito il precedente impianto tariffario, non avrebbe ridotto i diritti dell’assistito ma solo cambiato le modalità di approvvigionamento. 

Il problema, dunque, non è l’assenza di una regola, ma la frattura tra regola e applicazione. E quando quella frattura riguarda dispositivi che determinano autonomia, salute e vita sociale, non è un difetto amministrativo: è una lesione dei diritti.

La FISH, audita al Ministero della Salute nel 2025, ha messo numeri e proposte su questa distanza: tempi d’attesa lunghi e una persistente tendenza a scaricare spese accessorie sugli assistiti, con la richiesta di armonizzare procedure e contenere le difformità territoriali. 

Qui entra in gioco la domanda che questo dibattito ha posto con crudele semplicità: chi può permettersi questi costi? La pensione di inabilità civile per il 2025 è pari a 336 euro mensili per 13 mensilità e l’indennità di accompagnamento è di 542,02 euro mensili.  Parliamo di importi che, anche sommati, non trasformano certo un diritto in un acquisto sostenibile sul mercato privato.

Il punto politico è evidente: se lo Stato riconosce il bisogno ma consente che la risposta dipenda dal cap di residenza, crea una cittadinanza sanitaria a scacchiera. È un modello che somiglia più a una lotteria territoriale che a un sistema universalistico.

La stessa logica di fondo affiora nel dibattito sui caregiver familiari. Il disegno di legge promosso dalla ministra Locatelli viene raccontato come un passo avanti culturale, ma scatena reazioni durissime perché, nei fatti, ridurrebbe la platea effettiva e fisserebbe contributi giudicati insufficienti rispetto all’intensità di cura richiesta. Si parla di un sostegno massimo di 1.200 euro trimestrali per il caregiver convivente “prevalente”, legato a requisiti stringenti e a un impegno di assistenza molto elevato. 

Il messaggio implicito, che molte associazioni leggono tra le righe, è pericoloso: la cura familiare diventa ammortizzatore strutturale di un welfare che non vuole investire a sufficienza su servizi, sollievo, tutela previdenziale e riconoscimento giuridico pieno.

E intanto la grande riforma della disabilità procede tra dichiarazioni ottimistiche e allarmi dal territorio. La sperimentazione della nuova procedura è partita nel 2025 e dovrebbe estendersi ulteriormente nel 2026, con l’obiettivo dichiarato di arrivare all’attuazione nazionale nel 2027. Ma sul campo restano ritardi e disomogeneità, con il rischio che una riforma ambiziosa venga frenata da carenze organizzative e di risorse. 

A questo quadro va aggiunta una quarta faccia della stessa crisi, spesso invisibile perché confinata nelle case e nei letti: la condizione dei malati gravissimi, allettati, totalmente dipendenti. Qui la retorica dell’autonomia si scontra con la realtà dell’assistenza continua, dei costi sommersi e della solitudine istituzionale.

La sclerosi laterale amiotrofica è uno dei simboli più duri di questa zona cieca. Nelle fasi avanzate può comportare compromissione respiratoria e necessità di assistenza altamente intensiva, spesso gestita al domicilio da famiglie che diventano, di fatto, il primo presidio sanitario e sociale. 

In questo terreno ha inciso storicamente e continua a incidere il Comitato 16 Novembre, nato dall’esperienza diretta dei malati di SLA e di altre disabilità gravissime e reso visibile da anni di mobilitazioni per il Fondo per la non autosufficienza e per un modello di assistenza domiciliare realmente esigibile in tutta Italia. La sua richiesta di fondo è semplice: un diritto non può dipendere dalla fortuna geografica. E proprio nelle settimane più recenti il Comitato ha ribadito la necessità di estendere a livello nazionale modelli di assistenza domiciliare indiretta già adottati in alcuni territori, sottolineando anche lo squilibrio tra spesa per residenzialità e investimento sull’autonomia possibile al domicilio. 

Letta insieme, questa triade di vicende racconta un’unica storia.

Gli ausili dovrebbero essere il ponte tra corpo e mondo, tra fragilità e libertà di movimento. Se diventano una spesa da anticipare, quel ponte si trasforma in pedaggio.

Il caregiver dovrebbe essere riconosciuto come soggetto con diritti propri, non come sostituto silenzioso dello Stato. Se la legge nasce con fondi percepiti come esigui e criteri troppo selettivi, rischia di istituzionalizzare l’insufficienza.

La riforma dovrebbe unificare, semplificare e rendere più giuste le valutazioni. Se parte senza risorse e senza una infrastruttura territoriale adeguata, rischia di somigliare a una grande promessa appoggiata su fondamenta ancora umide.

Per questo la proposta che emerge da queste denunce ha un valore politico semplice e potente: un atto di indirizzo nazionale, chiaro e vincolante, che inviti tutte le Regioni a non applicare alcuna forma di compartecipazione economica quando un ausilio è prescritto e ricade nei LEA, e che rafforzi il monitoraggio delle inadempienze. In sostanza: se è essenziale, non è negoziabile.

Perché il vero scandalo non è solo che alcune famiglie paghino le batterie di una carrozzina. Il vero scandalo è l’idea sottesa: che l’autonomia delle persone con disabilità e la sopravvivenza dignitosa dei malati gravissimi possano essere trattate come una voce di spesa opzionale, un extra da contrattare tra bilanci regionali, capitolati e interpretazioni elastiche.

E qui l’articolo 3 della Costituzione torna come bussola e come atto d’accusa. Non basta dichiarare l’uguaglianza: la Repubblica ha il dovere di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che la impediscono nella vita reale.  Quando un ausilio essenziale diventa un costo privato, quando l’assistenza per la disabilità gravissima si trasforma in un percorso a ostacoli regionali, quando il caregiver è riconosciuto a parole ma lasciato con tutele ridotte, l’ostacolo non è astratto. Ha un prezzo, un tempo d’attesa, una notte in più senza sollievo, una rinuncia lavorativa, una vita che si restringe.

Un welfare serio non chiede ai più fragili di anticipare la dignità. La garantisce. E quando non lo fa, la questione non è tecnica. È profondamente politica.

Fonti essenziali

Ministero della Salute, question time su riparazioni e sostituzioni ausili per carrozzine elettriche (giugno 2025). 

Quotidiano Sanità e Il Fatto Quotidiano, ricambi e ausili e disomogeneità regionali (2025). 

Comitato 16 Novembre, documenti e presentazione dell’associazione. 

Notizie e ricostruzioni su mobilitazioni del Comitato 16 Novembre e richieste sul Fondo per la non autosufficienza. 

Senato della Repubblica e Governo, testo dell’articolo 3 della Costituzione. 

La spilla del cappio e la democrazia che si è tolta la maschera

Quando un ministro brandisce la pena di morte come simbolo politico, non siamo davanti a una “risposta al terrorismo”, ma a un salto di qualità nella disumanizzazione istituzionale dei palestinesi.

C’è un’immagine che inchioda più di mille comunicati: Itamar Ben Gvir che si presenta in commissione con una spilla a forma di cappio, insieme ai parlamentari di Otzma Yehudit, per sostenere un disegno di legge che introduce la pena di morte per chi uccide cittadini israeliani in nome del“terrorismo” ) io direi resistenza ). Non è solo una provocazione estetica. È un messaggio politico: il potere che ostenta la punizione estrema come trofeo e la trasforma in performance pubblica. Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, Ben Gvir ha esplicitato anche i metodi possibili, dalla forca ad altre modalità di esecuzione, rivendicando il cappio come “opzione” di Stato.

Qui il nodo non è solo la pena di morte in astratto. Il nodo è la sua natura selettiva. Il testo avanzato alla Knesset prevede una cornice che, per formulazione e per contesto giuridico, rischia di colpire esclusivamente palestinesi, mentre lascia fuori, nella sostanza, i coloni o estremisti ebrei responsabili di violenze analoghe contro palestinesi. Lo hanno denunciato osservatori, testate israeliane critiche e organizzazioni per i diritti umani. Anche Amnesty International ha reagito duramente, sostenendo che si tratterebbe di una misura discriminatoria e strumentale,

Israele, è bene ricordarlo, ha abolito la pena di morte per omicidio nel 1954 e l’unica esecuzione dopo un processo civile resta quella di Adolf Eichmann nel 1962. Il ritorno di una norma così estrema non sarebbe quindi una semplice “riforma penale”: sarebbe un cambio di paradigma simbolico e politico, spinto da un’ultradestra che ha fatto della vendetta legislativa una bandiera identitaria.

Il cappio come grammatica del potere

La spilla non è un dettaglio da costume parlamentare. È la traduzione visiva di un’idea di dominio: trasformare il nemico in categoria assoluta, negargli la biografia umana, ridurlo a bersaglio morale. Se lo Stato indossa il cappio come distintivo, la pena di morte non è più la “punizione eccezionale” di un ordinamento in guerra con sé stesso: diventa un rito di appartenenza, uno strumento di consenso interno, un dispositivo per dire al proprio elettorato che la pietà è un tradimento e la dismisura è virtù.

E questa retorica non nasce nel vuoto. Si innesta su anni di radicalizzazione violenta,sul trauma del 7 ottobre 2023 e sull’uso politico permanente di quel trauma. Non per proteggere la vita, ma per riscrivere il perimetro stesso dell’umano.

Qui è impossibile eludere il tema politico di fondo: la spinta di un sionismo ormai egemonizzato dalla sua variante più suprematista e messianica, quella che ha smesso di discutere la convivenza e ha scelto la gerarchia. In questa cornice, la sicurezza non è più un obiettivo, ma un linguaggio identitario. Il diritto non è più un confine morale, ma un’arma di appartenenza, uno strumento del genocidio. E il palestinese non è più un soggetto di diritto, ma un oggetto di amministrazione punitiva.

Dalle carceri alla soglia dell’esecuzione

Il terreno su cui questa ideologia cresce è già visibile nel sistema detentivo. In queste settimane sono emerse nuove denunce sulle condizioni dei detenuti palestinesi: sovraffollamento, malnutrizione, violenze, scarsa assistenza sanitaria. Un audit dell’Ufficio del Difensore Pubblico israeliano e varie organizzazioni hanno segnalato un peggioramento drammatico dopo l’inizio della guerra. Il dato che colpisce, perché arriva da una fonte istituzionale interna, è la descrizione di celle troppo piccole, di detenuti dimagriti in modo estremo, di malattie diffuse e di un clima di violenza ricorrente. In sintesi: non un’anomalia episodica, ma una cornice di sistema.

È in questo punto che il discorso si fa più feroce, perché la spilla del cappio non sembra allora una novità “teorica”, ma il sigillo simbolico di una pratica già normalizzata. Secondo Physicians for Human Rights–Israel, almeno 110palestinesi sono morti in custodia israeliana dall’inizio della guerra, con un bilancio definito senza precedenti e con forti indizi che la cifra reale sia più alta, soprattutto per l’opacità sui detenuti di Gaza e per il ricorso a forme di detenzione militare poco trasparenti. Reuters e Associated Press hanno riportato le accuse di torture, privazione di cure, denutrizione e violenze sistematiche come possibili cause di molte di queste morti.

Dal 17 novembre 2025 a oggi, tra nuove segnalazioni e decessi confermati da organizzazioni palestinesi e israeliane di tutela legale, è plausibile che il conteggio reale abbia ormai superato la soglia dei cento. Anche la stessa PHRI, nelle sue note aggiornate, ha sottolineato che i dati disponibili non fotografano l’intero quadro e che nuove morti hanno continuato ad accumularsi dopo la chiusura della fase principale del rapporto.

Qui la questione non è solo numerica. È politica e morale. Perché una detenzione che diventa fame, scabbia, mancata assistenza medica, percosse e umiliazione sistematica è già una forma di pena senza processo. È un tribunale parallelo, ma senza giudici. È un’esecuzione a bassa intensità, distribuita nel tempo e nascosta dietro la parola “sicurezza”.

E Ben Gvir non si limita a cavalcare questo clima: lo celebra. L’ultradestra al potere, ha più volte rivendicato l’inasprimento delle condizioni carcerarie come prova di forza, come segnale al proprio elettorato che lo Stato non deve più “contenere” la violenza, ma esibirla come deterrenza morale. Quando il ministro responsabile del sistema di sicurezza interna rivendica il deterioramento della vita carceraria come successo politico, la forca non è più un eccesso retorico. È la coerente prosecuzione di una logica già in atto, la logica dello sterminio di massa.

In questo scenario, la pena di morte non si presenta come una novità isolata, ma come il vertice naturale di una scala di disumanizzazione già in salita. Quando la prigione diventa luogo di sospensione sistematica dei diritti, il cappio rischia di diventare, nella logica politica dell’ultradestra, la “soluzione finale”.

L’Europa e l’Italia davanti allo specchio

E qui si apre la domanda più scomoda per i nostri governanti. Come si può continuare a ripetere, con automatismo da comunicato, la formula dell’“unica democrazia del Medio Oriente” mentre si tollera una deriva così esplicita verso un diritto penale etnico? Come si può invocare lo Stato di diritto solo quando conviene, e poi tacere quando l’eccezione diventa sistema?

La scelta di non parlare, di non denunciare, di non porre condizioni politiche reali, è una forma di complicità soft. Non serve un applauso pubblico per essere corresponsabili: basta la normalizzazione diplomatica di ciò che non dovrebbe essere normalizzabile.

Criticare questa deriva non significa negare il dolore delle vittime israeliane né sminuire la gravità del terrorismo. Significa rifiutare la scorciatoia più pericolosa: quella in cui la sicurezza diventa alibi per costruire una gerarchia delle vite, con un diritto che punisce un popolo e assolve l’ideologia che lo colonizza.

Il punto politico vero

Ben Gvir non è un incidente folkloristico. È un sintomo di fase. E il disegno di legge sulla pena di morte è un test di realtà: misura fino a che punto l’Occidente accetterà che la guerra contro il “terrorismo” venga trasformata in un impianto di punizione collettiva.

Se passerà, il messaggio sarà chiaro: non si vuole solo vincere militarmente. Si vuole educare un intero popolo alla paura permanente, fare della giustizia un’estensione della supremazia, sostituire l’idea di diritto con l’idea di dominio.

E allora sì, c’è qualcosa da dire. Anzi, c’è qualcosa che non si può più non dire: la pena di morte selettiva non è un capitolo di sicurezza nazionale. È un tassello di un progetto politico di cancellazione, una tappa ulteriore sulla strada che molti osservatori internazionali descrivono come disumanizzazione sistemica dei palestinesi.

Chi oggi tace, domani fingerà stupore. Ma la storia, quando arriva a questi bivi, non concede l’alibi della distrazione.

Fonti
• Haaretz
• The Times of Israel
• Reuters
• Associated Press
• The Guardian
• Physicians for Human Rights–Israel
• Ufficio del Difensore Pubblico israeliano

Quando la “competitività” diventa sabotaggio: la controffensiva fossile contro il Green Deal

Il Green Deal non sta arretrando per una banale “stanchezza naturale” della politica europea. Sta arretrando perché una parte dell’industria fossile e chimica, assistita da consulenti di altissimo livello e favorita da un asse politico sempre più spostato a destra, ha scelto una strategia di logoramento scientifico, chirurgico, transatlantico.

La mappa del sabotaggio: quando la competitività diventa un passe-partout

Il bersaglio principale di questa offensiva è la direttiva europea sul dovere di vigilanza nelle catene del valore, la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD). Una norma nata per imporre alle grandi imprese un obbligo strutturato di prevenzione e riparazione dei danni ambientali e delle violazioni dei diritti umani lungo l’intera filiera, insieme alla richiesta di piani di transizione climatica coerenti con gli obiettivi europei.

Dopo l’entrata in vigore nel 2024, la CSDDD è diventata uno dei simboli più concreti del Green Deal nella sua versione “materiale”: non solo target climatici e dichiarazioni di principio, ma responsabilità legale e costi reali per chi inquina o tollera abusi fuori dal perimetro europeo.

In questo quadro si colloca la macchina di influenza attribuita a Teneo e alla rete di aziende riunite nella cosiddetta “Tavola rotonda per la competitività”. I nomi che emergono sono pesanti, con un baricentro evidente nel mondo oil and gas e nella chimica globale: ExxonMobil, Chevron, Dow Chemical, Koch Industries, TotalEnergies. L’obiettivo non appare come un aggiustamento tecnico o un compromesso fisiologico. Il centro della manovra sembra essere lo svuotamento politico della direttiva, fino a renderla innocua.

La tecnica del “divide et impera” parlamentare

Il cuore della strategia non è soltanto la pressione economica. È l’ingegneria politica della maggioranza. Dai documenti e dalle ricostruzioni disponibili emerge una metodologia quasi da manuale:

costruire un fronte pro-business trasversale spingere il relatore verso un’alleanza stabile con i gruppi di destra usare ECR come ponte verso l’estrema destra più dura dividere Renew e S&D sfruttando le delegazioni nazionali

Questa architettura si innesta nella fase in cui la Commissione ha aperto lo spazio istituzionale per la retromarcia, proponendo il pacchetto di semplificazione “Omnibus I” il 26 febbraio 2025, ufficialmente per ridurre gli oneri amministrativi e riequilibrare competitività e sostenibilità.

Il Consiglio ha poi assunto una posizione negoziale di semplificazione il 23 giugno 2025, trattando il dossier come priorità economica. E il Parlamento è arrivato al nodo politico dell’autunno con il voto in plenaria del 13 novembre 2025 e il ruolo centrale del relatore Jörgen Warborn.

Il quadro complessivo suggerisce una tendenza più ampia: la deregolazione presentata come modernizzazione, e la sostenibilità ridotta a cornice narrativa, non più a vincolo reale.

L’Italia come perno di una minoranza di blocco

Dentro questa geometria di potere, l’Italia emerge come possibile perno di una minoranza di blocco utile a colpire la responsabilità civile armonizzata e a indebolire gli obblighi più scomodi della direttiva.

È una dinamica coerente con la nuova grammatica del potere europeo. Quando una norma rischia di toccare margini industriali e finanziari, la battaglia non si combatte solo nei corridoi di Bruxelles. Si combatte nelle capitali, nei grandi forum globali, in quegli incontri laterali dove l’agenda reale spesso non coincide con quella ufficiale.

Il braccio americano e l’ombra del negoziato commerciale

Il dato più istruttivo è forse quello transatlantico. L’offensiva ha cercato di trasformare la CSDDD in una “barriera non tariffaria”, portandola dentro il lessico delle trattative commerciali USA-UE e sollecitando un aumento di pressione da Washington.

Nel frattempo, anche attori energetici non europei hanno alzato la posta. Un segnale forte è arrivato dal Qatar, che nei primi giorni di dicembre 2025 ha ribadito le sue critiche alla direttiva e si è detto fiducioso che l’Unione arrivi a un compromesso entro fine mese, contestando in particolare il livello delle sanzioni potenziali.

Questa pressione esterna rende la partita ancora più politica. Non si discute solo di filiere etiche. Si discute di equilibri energetici, di dipendenze strategiche, e di quale tipo di globalizzazione l’Europa voglia accettare o subire.

La contraddizione che divora il Green Deal

Il punto non è negare che alcune imprese fatichino a implementare diligence complesse. Il punto è un altro: quando la “semplificazione” diventa un cavallo di Troia per eliminare i piani di transizione climatica, ridurre la responsabilità lungo le filiere extra-UE e depotenziare la leva della responsabilità civile, non siamo più nel campo della manutenzione normativa. Siamo nel campo della restaurazione industriale.

Il patto tra una parte della destra europea e gli interessi fossili assume così una forma concreta: usare maggioranze alternative come grimaldello permanente per ridisegnare il Green Deal da progetto trasformativo a etichetta compatibile con qualunque status quo.

Non a caso, nell’autunno 2025 alcuni grandi gruppi industriali hanno spinto apertamente per l’abolizione della direttiva, segnalando che l’obiettivo massimo non è l’attenuazione ma la cancellazione.

Che cosa ci dice davvero questa storia

Questa vicenda è un promemoria duro e utile:

Le norme ambientali più efficaci sono quelle che toccano profitti e responsabilità legale. Le lobby non cercano solo di convincere: cercano di ricostruire maggioranze. La parola “competitività” può essere un concetto economico legittimo o un’arma retorica totale. Dipende da chi la impugna e per cosa. Il Green Deal è ormai un campo di battaglia sulla democrazia economica europea.

In altre parole, la partita sulla CSDDD non è un capitolo tecnico tra tanti. È un test di sovranità politica. Se l’Europa accetta che la sostenibilità venga riscritta da una coalizione di interessi fossili e da un nuovo asse parlamentare di destra, allora il Green Deal non viene “corretto”. Viene addomesticato.

E un Green Deal addomesticato è come un ombrello bucato in pieno temporale: ti fa credere di essere protetto proprio mentre ti stai bagnando fino alle ossa.

Fonti

Somo, documenti e ricostruzioni sul ruolo di Teneo e dell’alleanza industriale contro la direttiva sul dovere di vigilanza. Mediapart, inchiesta sulla strategia di lobbying delle multinazionali fossili e chimiche in Europa. Commissione europea, documentazione ufficiale sulla CSDDD e sul pacchetto di semplificazione “Omnibus I” (26 febbraio 2025). Consiglio dell’Unione europea, posizione negoziale sulla semplificazione della normativa (23 giugno 2025). Parlamento europeo, iter e passaggi di voto relativi alla revisione della direttiva (voto del 13 novembre 2025). Politico e altre testate europee, ricostruzioni sul clima politico e sulle nuove maggioranze alternative attorno ai dossier del Green Deal. Dichiarazioni e prese di posizione di attori energetici extra-UE sul dossier CSDDD, inclusi i rilievi del Qatar (dicembre 2025).

Crescita da prefisso telefonico, salari da emergenza: l’Italia del PNRR e dei lavoratori impoveriti

L’Italia è quasi ferma, cammina come con la sabbia nelle scarpe: avanza di pochi decimi e intanto lascia indietro chi lavora. Se si mettono in fila le indicazioni contenute nelle prospettive Istat e nel rapporto della Cgil-Fondazione Di Vittorio, emerge un quadro coerente e anche politicamente esplosivo: crescita lenta, domanda estera debole, tenuta affidata soprattutto a investimenti e PNRR, ma salari reali ancora lontani dal recupero dell’inflazione.

Il punto di partenza: un Paese che cresce senza slancio

Le stime Istat indicano un PIL atteso intorno allo 0,5% nel 2025 e allo 0,8% nel 2026, dopo il +0,7% del 2024. Non è recessione, ma non è neanche quell’orizzonte di sicurezza economica che permetterebbe a famiglie e imprese di fare piani lunghi. Il tratto più significativo non è solo la lentezza, ma la composizione della crescita: la domanda interna regge il quadro, mentre la componente estera rischia di sottrarre spinta.

Qui pesa l’incertezza globale, ma anche fattori più concreti: rallentamento della domanda mondiale, euro forte, e la variabile della politica commerciale statunitense. Tradotto: esportare diventa più difficile proprio mentre l’economia interna non ha abbastanza benzina per correre da sola.

PNRR: non un dettaglio, ma l’ossatura della tenuta

Dentro questo scenario, il PNRR appare come il vero pilastro anticaduta. Diverse ricostruzioni giornalistiche basate sulle valutazioni della Corte dei Conti indicano che la quota di crescita attribuibile al Piano diventa molto significativa nel 2026 e 2027, arrivando a superare in ampiezza l’intero tasso annuo previsto del PIL. È un dato che, letto politicamente, significa che senza Recovery l’Italia avrebbe rischiato una dinamica ben più vicina allo zero pieno.

Questo però apre un problema doppio:

la crescita è “a progetto”, quindi temporanea se non si trasforma in produttività, infrastrutture sociali, innovazione diffusa; il beneficio macro non si trasmette automaticamente ai salari.

Il paradosso più duro: più lavoro, meno potere d’acquisto

La fotografia sindacale è netta: le retribuzioni reali risultano ancora inferiori di circa l’8,8% rispetto ai livelli di inizio 2021. Nel settore privato la perdita cumulata media indicata dalla Fondazione Di Vittorio è dell’ordine di diverse migliaia di euro per lavoratore, con un impoverimento annuo che i comunicati e le sintesi stampa quantificano intorno ai duemila euro l’anno in termini reali nel triennio più colpito dall’inflazione.

Non è solo una questione di “quanto” si lavora, ma di “come”. La diffusione di contratti brevi, discontinui e di un part-time spesso non scelto riduce reddito e potere negoziale. La presenza di una quota rilevante di part-time involontario, richiamata dai materiali Cgil e ripresa dalla stampa, è uno dei meccanismi concreti attraverso cui la crescita occupazionale può convivere con un impoverimento reale.

Il confronto europeo: la crepa storica

Il nodo salariale non nasce ieri. Da anni la letteratura economica e sindacale insiste sulla particolarità italiana: una stagnazione prolungata delle retribuzioni reali rispetto ai principali partner europei. Le sintesi circolate in questi giorni richiamano un confronto ormai diventato simbolico: l’Italia è il grande Paese europeo con la dinamica salariale reale più debole nel lungo periodo.

Qui il punto non è fare classifiche morali, ma riconoscere un dato strutturale: quando la quota del lavoro sul valore complessivo tende a restare bassa o a scendere, il sistema produce più diseguaglianza e meno domanda interna robusta. Questo è il terreno economico su cui cresce anche la sfiducia democratica.

Fiscal drag e manovra: il conflitto sociale torna centrale

La Cgil collega la questione salariale allo sciopero generale del 12 dicembre 2025 contro la manovra del governo. La critica non è solo rivolta alla dinamica delle buste paga, ma anche al drenaggio fiscale: l’inflazione fa salire i redditi nominali, ma se gli scaglioni non vengono adeguati con decisione, aumenta il prelievo reale sul lavoro dipendente e sulle pensioni. È un pezzo decisivo della rabbia sociale di questi mesi.

Che cosa ci dice davvero questo incrocio di dati

Messo insieme, il quadro racconta tre verità semplici:

• la crescita italiana nel biennio 2025-2026 appare troppo debole per “guarire” da sola le fratture sociali;

• il PNRR sta svolgendo un ruolo di sostegno determinante, ma non può essere l’unico motore né può essere considerato automaticamente redistributivo;

• la crisi salariale è ormai una questione di architettura economica e di scelte politiche, non un incidente di percorso.

Una chiusura necessaria

Se l’Italia vuole uscire dalla logica del “galleggiamento”, deve spezzare l’idea che salari bassi e flessibilità povera siano un vantaggio competitivo. È un modello che ha prodotto un Paese più fragile, più diseguale e con minore capacità di affrontare shock esterni.

La sfida, oggi, è trasformare la spinta straordinaria del PNRR in una politica ordinaria di giustizia economica: rinnovi contrattuali che recuperino davvero l’inflazione, lotta alla precarietà strutturale, rafforzamento della contrattazione, misure fiscali che non scarichino l’aggiustamento sui redditi fissi. Senza questa svolta, la crescita resterà un numero da comunicato e la povertà lavorativa il volto quotidiano di un sistema che ha smesso di premiare il lavoro.

Note

Le prospettive macro per il 2025-2026 indicano una crescita rallentata, con un ruolo centrale della domanda interna e un contributo estero debole o negativo. Il PNRR risulta determinante per sostenere gli investimenti e la tenuta complessiva del PIL nel biennio e soprattutto nel passaggio 2026-2027. Le retribuzioni reali restano sotto i livelli di inizio 2021, con una perdita di potere d’acquisto stimata intorno a circa l’8,8%. La precarietà e il part-time involontario contribuiscono a spiegare perché più occupazione non equivalga automaticamente a più sicurezza economica. Il fiscal drag viene indicato come uno dei meccanismi che comprimono ulteriormente redditi di lavoratori e pensionati in un contesto di inflazione recente. Lo sciopero generale del 12 dicembre 2025 è presentato come risposta sindacale a una manovra giudicata inadeguata sul fronte sociale e salariale.

Riferimenti sitografici

• Istat, Prospettive dell’economia italiana 2025-2026.

• Cgil, materiali e comunicati sullo sciopero generale del 12 dicembre 2025.

• Fondazione Giuseppe Di Vittorio, rapporto “La crisi dei salari”.

• Corte dei Conti, relazioni e documenti sul PNRR e sul suo impatto macroeconomico.

• La Repubblica, 6 dicembre 2025, Valentina Conte, “Istat, crescita lenta e paghe basse la Cgil: persi in media 6mila euro”.

Il PD davanti al genocidio: perché non riesco più a chiamarlo sinistra

(e perché chiedo a Schlein di cacciare i complici)

C’è un punto oltre il quale non è più questione di sfumature politiche, ma di igiene morale.

Per me quel punto è stato superato quando ho visto Piero Fassino, deputato del Partito Democratico, collegato dalla Knesset a magnificare Israele come “società aperta, libera, democratica”, anche negli ultimi due anni. Cioè nel pieno della distruzione di Gaza, mentre la Corte Internazionale di Giustizia esamina se siano in corso atti di genocidio e ha già imposto misure urgenti a Israele in base alla Convenzione sul genocidio. 

Io la parola genocidio non la uso per rabbia. La usa una Relatrice speciale ONU, Francesca Albanese, nel suo rapporto “Anatomy of a Genocide”, dopo mesi di raccolta dati: oltre 30.000 morti nelle prime fasi, più della metà bambini, distruzione sistematica delle infrastrutture civili, imposizione deliberata di condizioni di vita disumane all’intera popolazione di Gaza. 

La prendono sul serio la Corte Internazionale, che ha ordinato a Israele di prevenire atti genocidari, permettere aiuti e fermare l’offensiva su Rafah, e una Commissione d’inchiesta ONU che parla apertamente di atti di genocidio. 

Nel frattempo, nei campi profughi allagati e pieni di fango, UNICEF e altre agenzie descrivono bambini che dormono con i vestiti fradici di acqua di fogna, esposti al freddo, alla malnutrizione, alle malattie. Alcuni muoiono di ipotermia, non per “effetti collaterali”, ma perché l’assedio è diventato arma climatica. 

È su questo sfondo che devo guardare a ciò che fanno e dicono i dirigenti del PD. Ed è qui che, più che delusione, provo disgusto politico.

Fassino e Provenzano: la foglia di fico della “opinione personale”

Piero Fassino non è un passante qualunque. È un ex segretario dei DS, deputato di lungo corso, figura simbolo dell’area più atlantista del centrosinistra. Alla Knesset, nel pieno del massacro di Gaza, racconta Israele come una democrazia vivace “anche in questi due anni”, con tanto di dialettica sulle “soluzioni” possibili. Nessuna parola sul genocidio, nessun accenno agli ordini della Corte Internazionale, nessuna menzione alle decine di migliaia di civili palestinesi cancellati. 

Di fronte allo scandalo, la risposta del responsabile Esteri del PD, Peppe Provenzano, è un capolavoro di vigliaccheria politica: Fassino, dice, “non era lì in missione per conto del Pd”. Come se il problema fosse la nota spese, non il contenuto politico di quelle parole, pronunciate da un deputato del PD nel parlamento dello Stato accusato di genocidio. 

Tradotto: il partito prende le distanze a parole, ma lascia intatto il messaggio di fondo. Fassino resta lì, integro, come rappresentante naturale di quella componente del PD che considera Israele una “democrazia” a prescindere da qualsiasi massacro. È la “sinistra per Israele”, che si presenta come pacifista ma si colloca stabilmente sul crinale sionista, recitando il mantra vuoto dei “due popoli, due Stati” mentre sul terreno esiste solo un popolo armato che occupa e uno disarmato che subisce. 

Io, in quel collegamento dalla Knesset, vedo una cosa sola: un pezzo di ex sinistra italiana che va a rassicurare un potere sotto accusa per genocidio, garantendogli che l’“Occidente per bene” è ancora schierato al suo fianco.

Picierno: l’antisemitismo usato come lasciapassare per i coloni

Poi c’è Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, anche lei esponente di punta del PD. In Italia propone “un nuovo patto sociale contro l’antisemitismo”, parole che, in astratto, potrei sottoscrivere una per una. 

Peccato che la stessa Picierno sorrida in foto di gruppo con rappresentanti del mondo dei coloni israeliani, cioè di quella galassia che sulla terra, con soldati e ruspe, trasforma la teoria sionista in furto concreto: case demolite, ulivi sradicati, villaggi cancellati, strade solo per ebrei. 

Non si tratta di gaffe. È un messaggio politico chiaro:

l’antisemitismo diventa lo scudo etico per coprire un movimento coloniale che pratica l’apartheid e la pulizia etnica.

Chi denuncia quel sistema è sospettato di odio. Chi lo frequenta e lo legittima resta una rispettabile esponente democratica europea.

Quando l’antisemitismo viene ridotto a manganello ideologico contro la solidarietà alla Palestina, si sporca una parola che dovrebbe servire a difendere vite, non a coprire crimini.

Delrio e Violante: la legge-bavaglio e l’ordine pubblico contro la Palestina

A saldare il quadro arrivano Graziano Delrio e Luciano Violante.

Delrio presenta un disegno di legge per combattere l’antisemitismo “dilagante” nelle scuole, all’università, sul web. Obiettivo dichiarato nobile, strumento pericolosissimo: il DDL si fonda sulla definizione operativa IHRA, quella che, nella pratica, tende a far scivolare dentro la categoria “antisemitismo” buona parte della critica radicale a Israele e al sionismo. 

Così slogan come “From the river to the sea” e l’analisi del sionismo come progetto coloniale razzista rischiano di essere trattati come incitamento all’odio contro gli ebrei. Un colpo perfetto: criminalizzi il linguaggio della liberazione palestinese facendo finta di difendere una minoranza.

Luciano Violante, ex Presidente della Camera, completa l’opera dal fronte dell’ordine pubblico. In interviste e interventi pubblici, descrive le mobilitazioni pro Palestina come un fenomeno che sfiora l’eversione, invoca “misure forti” contro questa ondata di protesta, intreccia piazze, antisemitismo e ritorno alla violenza politica. 

Risultato:

chi scende in piazza contro un genocidio viene equiparato a un potenziale terrorista, chi chiede il rispetto del diritto internazionale finisce nel mirino come minaccia all’ordine democratico, lo Stato che bombarda, affama, congela un milione di bambini resta una “democrazia in difficoltà”.

È un capovolgimento indecente: il problema non è il genocidio, ma chi lo denuncia troppo forte.

Funaro, Prodi e l’ossessione di punire Francesca Albanese

In questo quadro, il caso Francesca Albanese è un test di verità.

Relatrice speciale ONU sui territori occupati, autrice del rapporto “Anatomy of a Genocide” che spiega perché a Gaza si sono raggiunte e superate le soglie giuridiche del crimine di genocidio, Francesca Albanese viene trattata dal PD come un corpo estraneo da neutralizzare. 

A Firenze la sindaca PD Sara Funaro decide che non ci sono le condizioni per darle la cittadinanza onoraria: è “divisiva”, dice, perché osa chiamare genocidio il genocidio. Firenze, “città della pace”, preferisce non turbare l’immagine moderata, anche se in gioco c’è la verità sui crimini più gravi che il diritto internazionale conosca. 

A Bologna, mentre la cittadinanza onoraria è sotto attacco, entra in scena Romano Prodi, padre nobile del centrosinistra, che invita il Comune a fare marcia indietro: “Perseverare è diabolico”, dice di Albanese, come se la diabolica fosse lei e non chi ha trasformato Gaza in un cimitero a cielo aperto. 

Siamo al paradosso:

un’alta funzionaria ONU che documenta il genocidio rischia di essere cancellata dallo spazio simbolico delle città “progressiste”; sindaci e notabili del PD si mobilitano più contro una giurista che contro Netanyahu, Ben Gvir, Smotrich; la parola “pace” viene usata per coprire la censura, non per fermare la guerra.

Non è più ambiguità. È schieramento.

Il filo che lega tutti questi nomi: complicità politica nel genocidio

Metto in fila i nomi:

Piero Fassino, Peppe Provenzano, Pina Picierno, Graziano Delrio, Luciano Violante, Sara Funaro, Romano Prodi, l’area “Sinistra per Israele”.

Che cos’hanno in comune?

Non un generico “filosionismo”, che già basterebbe. Hanno in comune questo:

chiamano democrazia uno Stato che è sotto accusa per genocidio e che l’ONU descrive come impegnato in atti genocidari contro il popolo palestinese;  usano l’antisemitismo come clava per colpire chi sta con Gaza e con la Palestina, mentre stringono rapporti con coloni e lobby sioniste;  dipingono le piazze pro Palestina come minaccia all’ordine democratico, invece di riconoscerle per quello che sono: l’ultimo argine morale contro un massacro normalizzato;  lavorano per delegittimare la principale voce giuridica internazionale che parla di genocidio, Francesca Albanese, e spingono sindaci e consigli comunali a “punirla” negando o revocando onori simbolici. 

Questa, per me, si chiama complicità politica nel genocidio.

Non serve un giudice per usarla come categoria etica e storica. Basta guardare la direzione in cui spingono i fatti.

Un appello diretto a Elly Schlein

A questo punto la domanda non è più “quanto fa schifo il PD”, anche se la risposta è sotto gli occhi di chi vuole vederla.

La domanda, per me, è rivolta a una persona precisa: Elly Schlein.

Schlein non è una spettatrice. È la segretaria del partito. Firma appelli per il cessate il fuoco, denuncia il governo Meloni per i rapporti con Netanyahu, chiede lo stop alla cooperazione militare con Israele. Ma lascia dentro il PD, e spesso in posizione di potere, chi lavora ogni giorno per sabotare quella linea, chi definisce democratica la macchina di guerra israeliana, chi trasforma l’antisemitismo in bavaglio e chi tratta Francesca Albanese come un problema da rimuovere. 

Allora io, da sinistra e in prima persona, le dico questo:

Se davvero pensi che a Gaza sia in corso qualcosa di più di una “crisi umanitaria”, se prendi sul serio la parola genocidio che viene dalle Nazioni Unite, non puoi continuare a tenere in casa chi fa propaganda per Israele dal parlamento dello Stato accusato, chi si fa fotografare coi coloni, chi scrive leggi-bavaglio, chi chiede misure forti contro le piazze per la Palestina, chi boicotta e umilia Francesca Albanese.

Espelli Fassino, Picierno, Delrio, Violante, chi difende la linea dei coloni, chi usa l’antisemitismo per colpire la solidarietà alla Palestina, chi lavora politicamente contro Albanese. Mettili fuori, apertamente. Di’ al Paese che quelle posizioni non sono compatibili con un partito che pretende di difendere il diritto internazionale e i diritti umani.

Se non lo fai, se tutto si riduce all’ennesimo comunicato di “presa di distanza” da Fassino e alla solita gestione cerchiobottista dei casi Picierno, Delrio, Violante, Funaro, Prodi, allora la verità è semplice: il PD è un luogo dove la complicità col genocidio è tollerata, anzi rappresentata nelle sue correnti più influenti.

Io, davanti ai bambini di Gaza che muoiono di bombe, di fame, di freddo e di infezioni, mentre la Corte Internazionale e le commissioni ONU parlano di genocidio, non ho più nessuna voglia di cercare attenuanti a questo partito. 

Per me la questione è chiusa:

un soggetto politico che, nel pieno di un genocidio, permette a dirigenti di spingersi fino a questo livello di adesione, copertura e normalizzazione del massacro, non è “la mia” sinistra.

È uno dei pilastri del nuovo ordine armato occidentale, che pretende di insegnare diritti umani al mondo mentre lascia che Gaza venga cancellata dalla mappa.

E finché questo non cambia, la mia risposta resterà la stessa, dura e semplice:

non è più una questione di sigle, è una questione di coscienza.

“Don’t Look Up” dall’oceanoAMOC, 2050 e l’umanità in piedi sulla scogliera

C’è una scena che ormai fa parte del nostro immaginario: in Don’t Look Up (2021), il film di Adam McKay, due scienziati scoprono una cometa che distruggerà la Terra. Provano a dirlo al mondo, ma la politica gioca a rimandare, i media trasformano la catastrofe in un talk show, i social riducono tutto a meme, un miliardario della tecnologia cerca di farci affari. Alla fine, la cometa arriva davvero.

Quel “non guardare in alto” del titolo è un ordine politico, mediatico e culturale: non guardare il problema, non disturbare il mercato, non interrompere lo show.

Se spostiamo lo sguardo dall’astronomia ai mari, oggi abbiamo qualcosa di analogo: il possibile collasso dell’AMOC, la grande corrente atlantica che tiene in piedi il nostro clima. Non c’è un asteroide nel cielo, ma c’è un oceano che manda segnali sempre più chiari. E, come nel film, la reazione dominante è: minimizzare, rinviare, trasformare l’allarme in rumore di fondo.

  1. La corrente invisibile che rende abitabile l’Europa

L’Atlantic Meridional Overturning Circulation (AMOC) è un gigantesco “nastro trasportatore” di calore: porta acqua calda e salata dai tropici verso Nord, dove si raffredda, diventa più densa, sprofonda fino a 3.000 metri e torna verso Sud come corrente profonda. È uno dei pilastri del clima terrestre.

Grazie all’AMOC, l’Europa occidentale è molto più mite di quanto la sola latitudine farebbe pensare. Senza questo flusso, città come Londra o Parigi avrebbero inverni molto più duri. Questa corrente trasporta una quantità di calore enormemente superiore a tutta l’energia che l’umanità produce in un anno: è un’infrastruttura termica gratuita, costruita dall’oceano in milioni di anni.

Il motore dell’AMOC è la combinazione di temperatura e salinità: l’acqua fredda e salata è più densa e tende a sprofondare. Ma il riscaldamento globale sta accelerando la fusione dei ghiacci della Groenlandia e dell’Artico, riversando enormi quantità di acqua dolce nel Nord Atlantico. Più acqua dolce significa meno salinità, quindi meno densità. Il risultato: il motore si inceppa.

  1. Dal “quasi impossibile” al “altamente probabile”

Per anni il collasso dell’AMOC è stato trattato come uno scenario estremo: l’IPCC lo definiva un evento a “bassa probabilità ma alto impatto” entro il 2100, pur riconoscendo l’incertezza e la gravità di un’eventuale crisi.

Poi è arrivato lo studio di Peter e Susanne Ditlevsen, pubblicato nel 2023 su Nature Communications. Analizzando le variazioni della temperatura superficiale del mare e i segnali tipici di un sistema che si avvicina a un punto critico, gli autori hanno stimato che il collasso dell’AMOC potrebbe verificarsi tra il 2025 e il 2095, con maggiore probabilità attorno alla metà del secolo.

Da allora, altri lavori hanno rafforzato l’allarme:
• uno studio pubblicato nel 2025 ha concluso che il collasso non può più essere considerato “poco probabile” e che, anche in scenari di riduzione parziale delle emissioni, il rischio resta significativo nei prossimi 50–100 anni, con il punto di non ritorno che potrebbe essere superato già nelle prossime decadi;
• un’altra ricerca, usando un nuovo indicatore basato su calore e salinità (surface buoyancy flux), suggerisce che l’AMOC sta già indebolendosi e potrebbe iniziare a collassare tra il 2055 e il 2063 se le emissioni continuassero a crescere.

Nel 2025 l’Islanda ha classificato ufficialmente il possibile collasso dell’AMOC come rischio per la sicurezza nazionale ed esistenziale, inserendolo tra le priorità del Consiglio di sicurezza e avviando piani di adattamento per energia, infrastrutture e cibo. È un segnale politico chiaro: ciò che per anni è stato confinato nei capitoli speciali dei rapporti scientifici sta entrando nel linguaggio della sicurezza e della sopravvivenza.

Nel frattempo, però, la narrativa pubblica dominante continua a trattare l’AMOC come una curiosità per addetti ai lavori. È la versione climatica del “non guardare in alto”: non guardare al mare, continua a guardare il talk show.

  1. La Macchia Blu: il faro dell’Atlantico

A occhio nudo non vediamo la corrente cambiare. Ma i satelliti sì.

Se guardiamo le mappe del riscaldamento globale degli oceani, quasi tutto l’Atlantico diventa rosso e arancione: acque più calde rispetto alla media del Novecento. Tranne una zona: nel Nord Atlantico, a sud della Groenlandia, compare una grande “macchia blu”, l’unica area del mondo oceanico che non si scalda, in alcuni periodi si raffredda.

Quella macchia fredda è un faro: indica che qualcosa non funziona nella redistribuzione del calore. È uno dei segnali che gli scienziati collegano al rallentamento dell’AMOC.

Per superare la scarsità di dati diretti (abbiamo osservazioni strumentali dettagliate dell’AMOC solo dal 2004), la ricerca ha incrociato:
• ricostruzioni paleoclimatiche ricavate dai sedimenti marini, che raccontano le crisi passate della circolazione atlantica su scale di migliaia di anni;
• misure di temperatura superficiale dell’oceano raccolte da navi e boe nell’ultimo secolo;
• analisi statistiche dei “segnali di allarme precoce” tipici dei sistemi complessi vicini a un punto di rottura.

Il quadro che emerge è coerente: ciò che vediamo oggi – macchia fredda, rallentamento, perdita di stabilità – assomiglia a ciò che la Terra ha già vissuto prima di grandi riorganizzazioni della circolazione oceanica. Con una differenza gigantesca: questa volta sopra il pianeta vivono otto miliardi di persone, legate da reti alimentari, energetiche, finanziarie globali.

  1. Una glaciazione selettiva in un pianeta che si surriscalda

Un errore frequente è immaginare l’AMOC come un interruttore apocalittico che spegne il riscaldamento globale e ci riporta nell’era glaciale. Non è così. Il riscaldamento continua, ma il calore si ridistribuisce in modo diverso e potenzialmente disastroso.

Gli studi indicano che, in caso di forte indebolimento o collasso, l’Europa nord-occidentale potrebbe sperimentare inverni molto più freddi, con stagioni più lunghe e instabilità meteo: ondate di gelo, tempeste atlantiche più intense, impatti durissimi su agricoltura e sistemi energetici. Alcune stime parlano di perdite fino al 30% della produzione agricola in alcune regioni europee.

Al tempo stesso, i modelli mostrano:
• un aumento del livello del mare sopra la media globale lungo certe coste europee e nordamericane, proprio a causa della riorganizzazione delle correnti;
• cambiamenti profondi nella fascia tropicale: spostamento della zona delle piogge equatoriali, monsoni destabilizzati in Africa, India e Sud America, con conseguenze enormi per le regioni dipendenti da agricoltura pluviale.

È una sorta di “glaciazione selettiva” in un pianeta che continua nel complesso a scaldarsi: alcune regioni diventano più fredde e instabili, altre più torride e siccitose. Un incubo per la sicurezza alimentare e per le migrazioni, non un semplice problema di “fare più caldo o più freddo”.

  1. “Don’t Look Up”: il film che ci aveva già spiegato tutto

Torniamo al film. Don’t Look Up nasce esplicitamente come allegoria della crisi climatica: il creatore Adam McKay ha raccontato che l’idea gli è stata proposta dal giornalista David Sirota, che aveva paragonato il cambiamento climatico a una cometa che si dirige verso la Terra.

Nel film, la cometa è il tipping point: l’evento che, una volta innescato, non puoi più fermare. Il resto del racconto è una satira accurata di tutto ciò che oggi rende difficile reagire alla crisi climatica:
• un potere politico cinico, che misura ogni decisione in termini di consenso a breve termine;
• media che trasformano anche la fine del mondo in un segmento “leggero” da talk show, da bilanciare con gossip e intrattenimento;
• social network che assorbono l’allarme in un flusso di meme, insulti, campagne coordinate;
• un miliardario della tecnologia che promette una soluzione miracolosa – spezzare la cometa per estrarne minerali rari – trasformando l’emergenza globale in un’opportunità di business.

Non è un caso se diversi climatologi hanno scritto che Don’t Look Up è, per loro, una rappresentazione molto fedele della follia collettiva con cui affrontiamo il riscaldamento globale: più che una caricatura, uno specchio deformante ma riconoscibile.

Se sostituiamo la cometa con il collasso dell’AMOC (o con altri punti di non ritorno: scioglimento irreversibile dei ghiacciai, morte della foresta amazzonica, sbiancamento permanente delle barriere coralline), vediamo lo stesso copione:
• gli scienziati lanciano allarmi dettagliati;
• la politica li diluisce in promesse vaghe;
• le lobby fossili spingono per guadagnare tempo;
• l’opinione pubblica oscilla tra panico momentaneo e rimozione.

  1. Sapevano. E hanno scelto lo stesso di non guardare in alto

Questa non è una tragedia dovuta all’ignoranza. È una tragedia dovuta alla scelta.

Già nel 1979 il famoso Charney Report, commissionato dalla National Academy of Sciences statunitense, concludeva che un raddoppio della CO₂ avrebbe portato a un riscaldamento significativo del pianeta, con cambiamenti climatici potenzialmente gravi. Era un documento ufficiale, destinato ai decisori politici.

Negli anni successivi, le grandi compagnie petrolifere hanno finanziato ricerche interne ancora più precise. Un’analisi pubblicata su Science nel 2023 ha mostrato che le proiezioni climatiche elaborate dagli scienziati di ExxonMobil tra il 1977 e il 2003 erano sorprendentemente accurate: prevedevano con grande precisione l’andamento reale delle temperature globali in funzione delle emissioni.

Eppure, in pubblico, la stessa compagnia ha per anni minimizzato, messo in dubbio o attivamente contrastato la scienza del clima, finanziando think tank e campagne di disinformazione. Un’inchiesta di InsideClimate News, Exxon: The Road Not Taken, ha ricostruito questa storia in dettaglio: la strada non intrapresa è quella in cui si decideva di cambiare modello energetico proprio quando si aveva la conoscenza per farlo.

Documenti emersi di recente mostrano che il settore fossile sapeva dei rischi legati alle emissioni di CO₂ addirittura dagli anni Cinquanta, quando finanziava ricerche pionieristiche sulle concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera.

Oggi, una parte della stessa industria alimenta l’illusione che tecnologie come la cattura e lo stoccaggio del carbonio (CCS) possano permetterci di continuare quasi come prima, nonostante evidenze crescenti indichino che, per come sono state implementate finora, queste soluzioni hanno benefici climatici limitati e servono soprattutto a prolungare la vita dei combustibili fossili.

Siamo oltre la semplice cecità: siamo di fronte a un modello economico che, per difendere i propri profitti, ha deliberatamente scelto di “non guardare in alto” anche quando aveva sotto mano i dati per capire cosa stava arrivando.

  1. Perché non ci muoviamo? La psicologia del suicidio al rallentatore

Se un film come Don’t Look Up ha avuto tanto impatto è perché racconta qualcosa che conosciamo nel profondo: la difficoltà umana a reagire a pericoli lenti ma cumulativi.

Il nostro cervello è tarato sui rischi immediati, visibili, personali: il predatore, la guerra, il terremoto. La crisi climatica – e, dentro di essa, un possibile collasso dell’AMOC – è invece un pericolo che si accumula nel tempo, che non ha un volto preciso, che spesso colpisce altrove prima di arrivare da noi. È perfetta per essere rimossa.

Politicamente, poi, il problema è amplificato da tre fattori:
• i costi delle trasformazioni ricadono nel breve periodo, mentre i benefici maggiori – evitare scenari catastrofici – arrivano tra decenni;
• i governi rispondono su orizzonti elettorali di pochi anni, non sulle scale temporali di un sistema climatico;
• le disuguaglianze globali fanno sì che chi ha contribuito di più al problema (paesi ricchi, élite economiche) sia anche quello meglio attrezzato per proteggerne i propri interessi nel breve periodo, scaricando i danni sui più vulnerabili.

Don’t Look Up mette in scena tutto questo: il presidente che pensa alle elezioni, il miliardario che pensa al proprio portafoglio, i conduttori che pensano allo share. La differenza è che nel film il conto arriva in sei mesi; nella realtà parliamo di decenni. Ma la dinamica è la stessa.

  1. Il 2050 non è una sceneggiatura: è una scelta politica

Quando leggiamo che il collasso dell’AMOC è possibile “intorno al 2050”, rischiamo di interpretarlo come una profezia scolpita nella pietra. Non lo è.

Si tratta di traiettorie condizionate dalle nostre azioni. Gli studi lo dicono con chiarezza:
• maggiore è il livello di riscaldamento globale, maggiore è la probabilità di innescare punti di non ritorno;
• riduzioni rapide e profonde delle emissioni – in particolare l’uscita dai combustibili fossili – abbassano il rischio, anche se non lo annullano del tutto, perché il sistema ha inerzie e incertezze.

Il 2050, insomma, non è un appuntamento inevitabile: è il risultato cumulativo di ogni centrale a carbone tenuta aperta, di ogni trivellazione nuova approvata, di ogni rinvio su efficienza, trasporti, agricoltura, consumo materiale.

La grande assente, in questa discussione, è la parola “giustizia”. La crisi dell’AMOC – come gli altri tipping point – colpirà in modo sproporzionato i paesi e le comunità che hanno meno responsabilità storica per le emissioni. Quando parliamo di rischi per i monsoni asiatici o per le piogge in Africa occidentale, stiamo parlando della vita quotidiana di centinaia di milioni di persone.

Continuare a “non guardare in alto”, in questo contesto, non è solo irresponsabile: è profondamente ingiusto.

  1. Tornare indietro dalla scogliera (e finalmente guardare in alto)

Verso la fine di Don’t Look Up, c’è una scena silenziosa: gli scienziati e le loro famiglie si siedono a tavola, si tengono per mano, condividono un ultimo pasto mentre la cometa sta per colpire. È una scena dolce e terribile: l’umanità che, dopo aver fatto di tutto per non ascoltare, si ritrova a salutarsi.

Dal punto di vista climatico, noi non siamo ancora lì. Non siamo ancora all’ultima cena prima dell’impatto. Siamo ancora nel tempo in cui si può decidere di ridurre drasticamente le emissioni, di fermare l’espansione fossile, di pianificare una transizione giusta per lavoratori e comunità, di spostare soldi dalle fonti di rischio alle soluzioni reali.

La metafora dell’uomo sulla scogliera che aspetta lo tsunami ci parla di impotenza. Ma la politica, l’economia, la cultura non sono forze di natura: sono scelte. Possiamo ancora decidere di scendere dalla scogliera, di non vivere come personaggi di un film già scritto.

“Don’t Look Up” ci ha mostrato quanto sia assurdo ridere, litigare sui social e fare campagne elettorali mentre una cometa si avvicina. La possibile crisi dell’AMOC (insieme alle altre soglie climatiche) ci dice che quella situazione, oggi, è più vicina di quanto pensassimo.

La domanda vera è se vogliamo continuare a recitare quella parte o se, finalmente, vogliamo alzare lo sguardo – verso il cielo, verso gli oceani, verso le generazioni che verranno – e cambiare sceneggiatura prima che la Terra diventi il set del nostro ultimo film.

Note

[1] Don’t Look Up è un film del 2021 diretto da Adam McKay, scritto con David Sirota, con un cast corale che comprende Leonardo DiCaprio, Jennifer Lawrence, Meryl Streep e altri. Il film è stato concepito esplicitamente come allegoria della crisi climatica e satira dell’indifferenza politico-mediatica.

[2] Diversi commentatori e studiosi di comunicazione hanno analizzato il film come una critica delle dinamiche di comunicazione scientifica, della polarizzazione politica e della spettacolarizzazione mediatica dell’emergenza climatica.

[3] Ditlevsen P., Ditlevsen S., “Warning of a forthcoming collapse of the Atlantic meridional overturning circulation”, Nature Communications, 14, 4254 (2023), con correzione pubblicata nel 2025. Lo studio utilizza indicatori statistici di avvicinamento al tipping point applicati a serie di dati sulle temperature superficiali del Nord Atlantico.

[4] L’IPCC, nel Rapporto AR6 (Gruppo di lavoro 1), classifica il collasso dell’AMOC come evento a bassa probabilità ma ad alto impatto entro il 2100, pur riconoscendo incertezze e rischi crescenti con l’aumento delle temperature globali.

[5] Uno studio pubblicato su Environmental Research Letters e sintetizzato da varie testate internazionali nel 2025 conclude che il collasso dell’AMOC non può più essere considerato “low-likelihood” e che il punto di non ritorno potrebbe essere superato nelle prossime decadi, con il collasso nei successivi 50–100 anni.

[6] Analisi recenti basate su un nuovo indicatore di galleggiamento superficiale (surface buoyancy flux) suggeriscono che l’AMOC si sta indebolendo e potrebbe iniziare a collassare tra metà secolo e i primi anni Sessanta, in scenari di forti emissioni.

[7] Nel 2025 l’Islanda ha classificato il potenziale collasso dell’AMOC come rischio per la sicurezza nazionale, avviando valutazioni su energia, cibo, infrastrutture e trasporti.

[8] Il Charney Report (Carbon Dioxide and Climate: A Scientific Assessment, National Research Council, 1979) rappresenta una pietra miliare: già allora gli scienziati concludevano che l’aumento della CO₂ avrebbe riscaldato il pianeta con impatti potenzialmente gravi.

[9] Lo studio di Supran et al., pubblicato su Science nel 2023, mostra che le proiezioni interne di ExxonMobil sul riscaldamento globale (1977–2003) erano mediamente molto accurate, in contrasto con le posizioni pubbliche dell’azienda.

[10] L’inchiesta giornalistica Exxon: The Road Not Taken (InsideClimate News) ricostruisce in dettaglio come la compagnia avesse compreso il rischio climatico già dagli anni Settanta, scegliendo tuttavia di non cambiare modello di business e di finanziare campagne di disinformazione.

[11] Documenti emersi nel 2024 mostrano che il settore fossile aveva finanziato ricerche sulla CO₂ e i suoi effetti climatici già negli anni Cinquanta, con piena consapevolezza del problema ben prima del dibattito pubblico contemporaneo.

[12] L’IPCC AR6 e successive analisi sui tipping points climatici evidenziano che, con l’aumento del riscaldamento globale, cresce la probabilità di shock improvvisi e irreversibili in sistemi come calotte glaciali, correnti oceaniche e grandi foreste, con effetti su scala di secoli o millenni.

Sitografia essenziale
• Voce “Don’t Look Up” (2021), film di Adam McKay, in enciclopedie e database cinematografici online.
• H. Little, “The science communication of Don’t Look Up”, Journal of Science Communication (2022).
• Articoli e commenti sul valore allegorico del film rispetto alla crisi climatica e alla comunicazione scientifica.
• P. Ditlevsen, S. Ditlevsen, “Warning of a forthcoming collapse of the Atlantic meridional overturning circulation”, Nature Communications 14, 4254 (2023), e relativa correzione del 2025.
• IPCC, Sixth Assessment Report, Working Group I, in particolare il Capitolo 9 (“Ocean, Cryosphere and Sea Level Change”) e il Technical Summary.
• Studi recenti sul rischio di collasso dell’AMOC pubblicati su Environmental Research Letters e altre riviste, sintetizzati da articoli di stampa internazionale.
• Agenzie di stampa e analisi politiche sul riconoscimento da parte dell’Islanda del collasso dell’AMOC come rischio per la sicurezza nazionale.
• National Research Council, Carbon Dioxide and Climate: A Scientific Assessment (Charney Report, 1979).
• G. Supran et al., “Assessing ExxonMobil’s global warming projections”, Science (2023), e commenti correlati.
• Serie di inchieste Exxon: The Road Not Taken (InsideClimate News).
• Ricostruzioni storiche sul ruolo dell’industria fossile nel finanziamento della ricerca sul clima e nella successiva disinformazione.