Vent’anni all’indietro: come l’Italia è diventata l’eccezione povera nell’Europa che cresce

In vent’anni, l’Unione europea ha visto crescere il reddito reale delle famiglie di oltre un quinto. Secondo i dati appena pubblicati da Eurostat, tra il 2004 e il 2024 il reddito reale pro capite dei nuclei familiari nell’Ue è aumentato in media del 22%. Nel frattempo, in Italia è sceso del 4% e in Grecia del 5%. Sono gli unici due Paesi dell’Unione in cui le famiglie, a parità di potere d’acquisto, sono più povere oggi di quanto non fossero vent’anni fa.

Questa non è solo una statistica: è la radiografia di un modello economico che ha scelto consapevolmente chi doveva pagare il prezzo delle crisi, dell’austerità e delle “riforme strutturali”.

  1. La mappa Eurostat: un continente che sale e due Paesi che scendono

Eurostat misura il “household real income per capita”, cioè il reddito reale pro capite delle famiglie, corretto per l’inflazione. È l’indicatore che dice, in concreto, quanta capacità di spesa resta in tasca alle persone dopo vent’anni di crisi, rimbalzi e riprese.

La dinamica europea è chiara:
• crescita continua tra 2004 e 2008;
• stagnazione tra 2008 e 2011, per gli effetti della crisi finanziaria globale;
• calo nel biennio 2012–2013, nel cuore dell’austerità;
• ripresa graduale fino al 2020;
• nuovo scivolone con la pandemia;
• rimbalzo nel 2021 e crescita lenta ma positiva nel 2022–2024, con una nuova accelerazione nei dati preliminari del 2024.

Quando si passa dalla media ai singoli Paesi, la mappa si colora quasi tutta di verde, con intensità diverse. Le maggiori crescite si registrano in:
• Romania: +134%
• Lituania: +95%
• Polonia: +91%
• Malta: +90%

Sono Paesi entrati nell’Ue negli ultimi due decenni, che hanno sfruttato il mix di salari inizialmente bassi, investimenti esteri, mercato interno in espansione e fondi di coesione europei destinati a infrastrutture, digitalizzazione, reti energetiche, formazione e istruzione.

Le grandi economie storiche avanzano a passo più corto ma comunque in terreno positivo:
• Germania: +24%
• Francia: +21%
• Spagna: +11%
• Austria: +14%
• Belgio: +15%
• Lussemburgo: +17%

Poi ci sono i due puntini rossi in fondo alla legenda: Grecia e Italia.

La Grecia paga il prezzo di una crisi esplosa nel 2010, con debito pubblico fuori controllo, bilanci truccati per entrare nell’euro, perdita di competitività e una terapia d’urto imposta dalla Troika fatta di tagli lineari, crollo del Pil, esplosione della disoccupazione, povertà di massa. Oggi Atene galleggia su un’apparente “normalizzazione” finanziaria, con i titoli di Stato che performano bene, ma i redditi reali delle famiglie restano ancora sotto i livelli del 2004 e anche del 2010.

L’Italia, invece, non ha avuto un default, non è stata commissariata, non ha subito memorandum firmati a Bruxelles o a Washington. Eppure è lì, accanto alla Grecia, con un reddito reale familiare più basso di vent’anni fa. Il paradosso si spiega guardando dentro il motore: salari, produttività, mercato del lavoro, modello fiscale.

  1. L’illusione dell’“occupazione record”

Nelle stesse ore in cui Eurostat certifica il declino del reddito reale italiano, un altro dato fa il giro dei media: l’Istat segnala che il tasso di occupazione ha raggiunto il 62,7%, un livello mai toccato prima.

Due fotografie sembrano in contraddizione: più persone lavorano, ma le famiglie sono più povere. In realtà, combaciano perfettamente.

La “buona notizia” occupazionale è infatti accompagnata da almeno tre elementi strutturali:
• precarietà diffusa: una quota consistente dei nuovi posti è a termine, part-time spesso involontario, con giornate spezzate, turni intermittenti e poca capacità di programmare il futuro;
• giovani esclusi o marginali: la stessa nota sui dati occupazionali sottolinea che i progressi riguardano soprattutto over 50 e alcune categorie specifiche, mentre la fascia 25–34 anni resta la più penalizzata, con tassi di disoccupazione e inattività ancora molto alti;
• working poor: cresce l’area di chi lavora ma è povero, perché la combinazione di salari bassi e inflazione elevata ha eroso il potere d’acquisto più di quanto non abbiano compensato i contratti.

L’Ocse sintetizza la situazione in modo brutale: all’inizio del 2025, i salari reali in Italia erano ancora il 7,5% sotto i livelli di inizio 2021, il peggior risultato tra le grandi economie avanzate.

Nel frattempo, l’aumento dei prezzi ha gonfiato il gettito fiscale: l’Italia ha registrato un vero e proprio “tesoretto” di entrate trainate dall’inflazione e da una base imponibile spinta verso scaglioni più alti, senza che i redditi reali delle famiglie migliorassero davvero.

In pratica, si lavora di più, ma ogni euro vale meno.

  1. Vent’anni di stagnazione salariale e produttività zoppa

La radice del problema italiano non è solo nella congiuntura recente, ma in una traiettoria di lungo periodo. Studi recenti sull’andamento della disuguaglianza e dei salari in Italia mostrano un tratto costante: crescita economica debole, produttività stagnante e salari reali che non seguono nemmeno quel poco di crescita disponibile.

I punti chiave sono almeno quattro.
1. Produttività ferma
Dal 2000 in poi, la produttività del lavoro in Italia è cresciuta molto meno rispetto alla media Ocse, e in alcuni periodi praticamente si è fermata. Le imprese hanno risposto comprimendo il costo del lavoro – salari e diritti – più che investendo in innovazione, ricerca, formazione.
2. Salari bloccati e contratti lenti
La dinamica salariale è stata spesso inferiore non solo alla produttività (quando c’era), ma anche all’inflazione. I rinnovi contrattuali sono arrivati con anni di ritardo, erodendo progressivamente il potere d’acquisto. I dati Ocse parlano di una riduzione complessiva dei salari reali tra 1990 e 2020, caso pressoché unico tra le grandi economie.
3. Debolezza sindacale e conflitto addomesticato
Un’inchiesta internazionale recente descrive i sindacati italiani come “grandi ma sdentati”: molta burocrazia, molti servizi, pochi scioperi incisivi e lunghi su salari e condizioni di lavoro. Le vertenze sono spesso simboliche, di un giorno, senza quella pressione che altrove ha permesso di strappare aumenti maggiori.
4. Dualismo generazionale e territoriale
La stagnazione colpisce soprattutto giovani, donne e Mezzogiorno. Il mercato del lavoro è spaccato: una parte di lavoratori “protetti” o relativamente stabili, e una massa di precari, part-time, autonomi di fatto ricattabili, concentrati nei servizi a bassa produttività e nei settori a basso valore aggiunto.

Se negli anni Novanta e Duemila il ceto medio riusciva a reggere grazie ai salari stabili e a un welfare ancora relativamente robusto, oggi l’equilibrio si regge sempre più sui patrimoni ereditati e sulle pensioni degli anziani. È la fotografia, impietosa, di un Paese che vive di rendita più che di lavoro.

  1. Cosa hanno fatto gli altri che l’Italia non ha fatto

Confrontare l’Italia con altri Paesi non serve per nostalgia, ma per capire che le scelte non erano “obbligate”.
• Nel Nord Europa e in parte in Francia e Germania, le crisi sono state affrontate con robusti strumenti di sostegno ai redditi (Kurzarbeit, sussidi straordinari, politiche attive del lavoro), investimenti pubblici mirati e una contrattazione collettiva che, pur con contraddizioni, ha difeso meglio i salari reali.
• Nei Paesi dell’Est, i fondi di coesione Ue sono stati utilizzati in modo più coerente per modernizzare infrastrutture, reti energetiche, sistemi produttivi, formazione digitale: non solo bonus, ma trasformazioni strutturali.

In Italia, invece, il “modello” degli ultimi vent’anni è stato un altro:
• liberalizzazione e precarizzazione del lavoro come leva di competitività;
• uso disorganico delle risorse europee, spesso disperse in mille rivoli o catturate da filiere clientelari;
• compressione della spesa sociale e tagli lineari ai servizi pubblici;
• politiche fiscali a colpi di condoni, che premiano l’evasione più che il lavoro regolare.

Il risultato si vede nella mappa Eurostat: mentre quasi tutti salgono, l’Italia arretra.

  1. L’ipocrisia del “ce lo chiede l’Europa”

Per anni, ogni scelta impopolare è stata giustificata con la formula: “ce lo chiede l’Europa”. Ma se davvero le politiche seguite fossero state un destino comune, dettato da Bruxelles, dovremmo ritrovarci in una condizione simile agli altri grandi Paesi dell’eurozona.

Invece, con regole europee identiche per tutti, l’Italia è l’unica grande economia in cui il reddito reale delle famiglie è più basso di vent’anni fa, e una delle poche dove i salari reali non hanno recuperato nemmeno i livelli pre-pandemia.

Questo significa che il problema non è “l’Europa in astratto”, ma il modo in cui l’Italia ha scelto di stare dentro quella cornice:
• accettando l’austerità come dogma, senza mai costruire un serio piano industriale;
• usando la leva del debito e dei vincoli di bilancio per giustificare tagli e privatizzazioni;
• scaricando i costi delle crisi su salari, diritti, welfare, anziché toccare rendite, grandi patrimoni, profitti di settori iper-tutelati.

Oggi, paradossalmente, il Paese viene elogiato per aver riportato il deficit verso il 3% e aver incassato upgrade dalle agenzie di rating, ma questa “virtuosità” si regge su basi fragili: spinta inflazionistica, tasse crescenti sul lavoro e tagli alle protezioni sociali, mentre la produttività resta stagnante e le disuguaglianze si allargano.

  1. Che cosa servirebbe per invertire la rotta

Se l’obiettivo non è solo piacere ai mercati, ma evitare di essere il fanalino di coda dell’Europa anche tra vent’anni, servirebbe un cambio di paradigma.

Alcune linee di fondo:
• Ricostruire il potere d’acquisto
• salario minimo legale ancorato ai contratti dignitosi;
• indicizzazione parziale dei salari all’inflazione, almeno per i redditi medio-bassi;
• rinnovo rapido dei contratti collettivi, con clausole che impediscano il congelamento dei salari per anni.
• Ridurre la precarietà strutturale
• limitare per legge il ricorso ai contratti a termine e alle forme “spurie” di lavoro autonomo;
• vincolare sconti contributivi e incentivi pubblici alla trasformazione dei contratti in rapporti stabili;
• ripristinare tutele effettive in caso di licenziamenti illegittimi, ridando forza anche alla contrattazione.
• Usare davvero le risorse europee per lo sviluppo
• concentrare gli investimenti su scuola, università, ricerca, sanità pubblica, transizione ecologica;
• colmare i divari territoriali con infrastrutture reali nel Mezzogiorno, non solo con grandi opere spot, per fermare l’emorragia di giovani.
• Redistribuire la ricchezza, non solo il reddito
• una riforma fiscale progressiva che allenti il carico sul lavoro dipendente e colpisca di più le rendite immobiliari e finanziarie elevate;
• una lotta strutturale all’evasione, senza sanatorie cicliche che rendono l’illegalità una strategia premiante.

Conclusione: l’eccezione italiana non è un destino, è una scelta

L’immagine che arriva da Eurostat è semplice e brutale: in un’Europa che, pur tra mille contraddizioni, ha visto crescere il reddito reale delle famiglie, l’Italia e la Grecia sono rimaste indietro. La prima dopo un default de facto, memorandum, commissariamento. La seconda senza nulla di tutto questo, ma con decenni di politiche che hanno sistematicamente sacrificato il lavoro, i diritti e il welfare.

Non è una maledizione geografica, né un tratto “culturale”. È il frutto di scelte politiche, di rapporti di forza, di priorità messe nero su bianco in ogni legge di bilancio, in ogni riforma del lavoro, in ogni taglio alla sanità e alla scuola.

La domanda, ora, non è se i numeri di Eurostat ci piacciano o meno. È un’altra, più secca: vogliamo un Paese che, tra vent’anni, sarà ancora l’eccezione povera in un continente che cresce?

Perché se non cambiano le regole del gioco – salari, diritti, redistribuzione, investimenti – la mappa della decrescita non è un incidente statistico. È un programma politico già scritto. E, come i dati dimostrano, funziona benissimo: basta guardare chi si è arricchito mentre le famiglie italiane diventavano più povere di vent’anni fa.

Fonti e riferimenti

I dati comparativi sul reddito reale familiare pro capite nei Paesi dell’Unione europea nel periodo 2004–2024 si basano sulle elaborazioni ufficiali di Eurostat, in particolare sul comunicato “EU household real income per capita up 22% since 2004” (sito: https://ec.europa.eu/eurostat, pagina news: https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-eurostat-news/w/ddn-20251125-2), sul dataset “Household real income per capita (nasa_10_ki)” accessibile dal data browser dei Conti nazionali e settoriali (https://ec.europa.eu/eurostat/data/database, sezione “Sector accounts”) e sulla scheda di approfondimento “Households – statistics on income, saving and investment” nella collana Statistics Explained (https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/Households_-_statistics_on_income,_saving_and_investment). A partire da queste fonti sono state inoltre utilizzate le ricostruzioni giornalistiche e i commenti pubblicati da Corriere della Sera/Withub (“Reddito reale, Italia e Grecia sono gli unici due paesi Ue dove le famiglie sono più povere di vent’anni fa: la mappa della decrescita”, https://www.corriere.it), in particolare nella versione online all’indirizzo: https://www.corriere.it/economia/lavoro/25_dicembre_02/reddito-reale-italia-e-grecia-sono-gli-unici-due-paesi-ue-dove-le-famiglie-sono-piu-povere-di-vent-anni-fa-la-mappa-della.shtml; da Assinews (“Eurostat: Italia e Grecia unici paesi Ue in cui il reddito delle famiglie è diminuito negli ultimi 20 anni”, https://www.assinews.it/11/2025/eurostat-italia-e-grecia-unici-paesi-ue-in-cui-il-reddito-delle-famiglie-e-diminuito-negli-ultimi-20-anni/660120194/); da Greenreport (“In Europa il reddito reale delle famiglie segna in 20 anni un aumento del 22%. In Italia invece siamo a -4,4%”, https://www.greenreport.it/news/approfondimenti/58921-in-europa-il-reddito-reale-delle-famiglie-segna-in-20-anni-un-aumento-del-22-in-italia-invece-siamo-a-4-4); da Il Fatto Quotidiano (“Il reddito reale delle famiglie italiane tra 2004 e 2024 è sceso del 4%: il dato peggiore nell’Ue con la Grecia. La media è +22%”, https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/11/25/reddito-famiglie-italiane-calo-eurostat-notizie/8206976/); oltre che dalle sintesi pubblicate da altre testate europee come Euronews (https://it.euronews.com) che riprendono lo stesso quadro Eurostat su Italia e Grecia come uniche eccezioni negative nel contesto europeo.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro italiano, le informazioni sull’“occupazione record” e sulla distribuzione per classi di età derivano dalle note mensili dell’Istat “Occupati e disoccupati (dati provvisori)” pubblicate sul portale ufficiale (sito: https://www.istat.it, sezione Lavoro, pagina di sintesi: https://www.istat.it/it/archivio/occupati+e+disoccupati) e dalle tavole statistiche collegate. Il quadro comparato internazionale è stato integrato con l’“OECD Employment Outlook 2025 – Country Note: Italy”, disponibile sul sito dell’OCSE (https://www.oecd.org, sezione Employment Outlook: https://www.oecd.org/employment-outlook), che mette in luce il nesso tra aumento dei posti di lavoro, diffusione dei contratti atipici e crescita dei lavoratori poveri. Il quadro di lungo periodo su salari reali, produttività e disuguaglianze fa riferimento a studi accademici come Salvati e Tridico, “Real wages and productivity: a lesson from Italy, 1980–2023”, pubblicato su Structural Change and Economic Dynamics e consultabile tramite il portale ScienceDirect (https://www.sciencedirect.com, ricerca per titolo dell’articolo); Checchi et al., “Inequality trends in a slow-growing economy: Italy, 1990–2020”, pubblicato su Fiscal Studies e disponibile sul sito Wiley Online Library (https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/1475-5890.12385) e nella versione working paper sul sito del CSEF/Università di Napoli (https://www.csef.it); il lavoro di Depalo e Lattanzio “The increase in earnings inequality and volatility in Italy: the role and persistence of atypical contracts”, Occasional Paper n. 801 della Banca d’Italia accessibile all’indirizzo: https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2023-0801/index.html; e il paper di Bavaro e Raitano “Is working enough to escape poverty? Evidence on low-paid workers in Italy”, pubblicato su Structural Change and Economic Dynamics e presentato anche tramite l’Institute for New Economic Thinking di Oxford (scheda di sintesi: https://www.inet.ox.ac.uk/publications/is-working-enough-to-escape-poverty-evidence-on-low-paid-workers-in-italy).

Per il contesto politico, fiscale e sindacale, l’analisi è stata arricchita dalle inchieste e dagli articoli internazionali firmati da Reuters, in particolare “Big but toothless – Italy’s unions blamed for wage stagnation” e “Italy reaps tax windfall thanks to inflation, job growth”, entrambi consultabili sul sito dell’agenzia (https://www.reuters.com, sezione World/Europe, ricerca per titolo degli articoli); dal commento di Le Monde “Meloni’s deficit reduction masks Italy’s struggling economy”, pubblicato nell’edizione inglese del quotidiano e accessibile all’indirizzo: https://www.lemonde.fr/en/economy/article/2025/09/30/meloni-s-deficit-reduction-masks-italy-s-struggling-economy_6745957_19.html; e da ulteriori approfondimenti sul ruolo dei sindacati, sulle politiche di bilancio e sul legame tra inflazione, gettito fiscale e vincoli di rating, veicolati da agenzie e osservatori internazionali, tra cui Anadolu Agency (portale: https://www.aa.com.tr/en/) e rassegne economiche specializzate che collegano la stagnazione salariale italiana alle scelte di politica economica dell’ultimo ventennio.

Operaicidio di Stato

perché chi muore in cantiere è già una “vittima del dovere”

In Italia, nel 2024 sono morte sul lavoro 1.090 persone, quasi il 5% in più rispetto all’anno precedente. Significa fra tre e quattro lavoratori al giorno, ogni giorno dell’anno, che escono di casa per guadagnarsi da vivere e trovano la morte. 

Nel primo semestre del 2025 le denunce con esito mortale si assestano comunque intorno a quota cinquecento: una media di circa un morto ogni otto ore, mentre i comunicati ufficiali provano a rassicurare parlando di lievi cali percentuali. 

Dentro questo numero enorme, c’è un altro dato che dovrebbe togliere il sonno a chiunque: nei soli cantieri edili, nei primi sei mesi del 2025, i morti sono stati 53. Un lavoratore ogni tre giorni. 

È in questo contesto che la Fillea Cgil ha lanciato la sua iniziativa “La Repubblica delle vittime del dovere”, chiedendo una cosa che a molti sembrerà persino ovvia: chi muore lavorando dev’essere riconosciuto, anche giuridicamente, come vittima del dovere. Non solo il poliziotto, il militare, il magistrato – giustamente tutelati – ma anche l’operaio che precipita da un ponteggio, l’autista che muore sull’autostrada, il bracciante schiacciato da un trattore.

Dietro questa richiesta non c’è solo un’esigenza simbolica: c’è l’idea, radicale e semplice, che il lavoro non sia una faccenda privata fra datore e dipendente, ma un pezzo di sovranità repubblicana. Se è così, allora chi perde la vita “nell’adempimento dei propri doveri di lavoratore” l’ha persa anche per lo Stato. E lo Stato non può continuare a comportarsi come se fosse un incidente qualunque.

Un Paese che si abitua al sangue

Se guardiamo la curva lunga, ci raccontano che “le morti sono in leggera diminuzione” o “stabili”. Poi però scopriamo che il tributo complessivo resta pesantissimo: oltre 1.200 decessi all’anno secondo la relazione Inail 2024, con l’istituto stesso che ammette un bilancio di 3–4 morti al giorno. 

E c’è un altro dato che urla vendetta: nel 2024 l’Italia ha registrato circa 34 morti sul lavoro per milione di lavoratori, contro i 13 della Germania e i 20 della Francia. Siamo stabilmente in cima alla classifica europea, a fianco della Spagna che si ferma comunque sotto i nostri livelli. 

Non è una fatalità mediterranea. È un modello produttivo.

Il settore delle costruzioni ne è la cartina di tornasole. Nel 2024, con 176–182 morti in occasione di lavoro (a seconda delle elaborazioni), l’edilizia è il comparto con più decessi in Italia, e in Europa raggiunge quasi un quarto di tutte le morti sul lavoro. 

Tradotto: mentre celebriamo il “rilancio delle opere pubbliche”, “l’effetto PNRR”, “la ripresa dell’edilizia”, sappiamo benissimo che ogni crescita di questo settore porta con sé una quota prevedibile di morti. E continuiamo lo stesso.

L’“operaicidio” dei subappalti a cascata

La Fillea Cgil ha il coraggio di chiamare questo fenomeno con un nome crudo: “operaicidio”. Non è solo un modo forte di parlare di “morti bianche”. È il rovesciamento di un lessico ipocrita che per anni ha provato a far passare il lavoro come un terreno neutro, dove al massimo avvengono “incidenti”.

Se andiamo a vedere dove e come avvengono questi “incidenti”, il quadro è chiarissimo: catene di subappalti, ribassi al massimo, turni spezzati, contratti pirata, formazione ridotta a firma su un foglio.

Il meccanismo del subappalto a cascata è presto detto:

un’impresa vince una gara; scarica parte dei lavori a una seconda impresa; che a sua volta subappalta a una terza; e così via, in una giungla di rapporti formali e informali che rende quasi impossibile individuare il vero “padrone del rischio”.

In fondo a questa catena c’è spesso la microimpresa a tre o quattro addetti, magari mono-committente, che regge tutto il peso della produzione e tutti i rischi. Non a caso, gli studi Inail mostrano che oltre il 40% degli infortuni mortali riguarda proprio le microimprese sotto i 10 dipendenti, e un altro 15% le piccole aziende sotto i 50: quasi il 60% dei morti è concentrato nelle realtà più deboli del sistema. 

È qui che l’“operaicidio” prende forma: non nei grandi proclami, ma nella quotidiana compressione dei costi. Il ribasso vince, il subappalto scarica la responsabilità, il lavoratore è il punto in cui tutta la tensione della catena si spezza.

“Patente a crediti”: la grande illusione burocratica

Dal 1° ottobre 2024 è obbligatoria nei cantieri la famosa patente a crediti. Sulla carta, doveva essere la svolta: più sicurezza, più controlli, più responsabilità. Ogni impresa parte con un punteggio, che può essere decurtato in caso di violazioni e incidenti gravi, fino alla sospensione dall’attività. 

Ma nella realtà, come denuncia la Fillea, il sistema è costruito per non fare male a nessuno (se non ai più piccoli). La norma prevede infatti che la decurtazione dei punti scatti solo dopo un provvedimento definitivo: cioè dopo che tutto il percorso giudiziario – indagini, primo grado, appello, Cassazione – si è chiuso. 

In un Paese dove un processo per omicidio colposo sul lavoro può durare sette-otto anni, questa scelta significa una cosa sola: un’impresa può provocare oggi la morte di un operaio e continuare tranquillamente a lavorare per quasi un decennio prima che la patente subisca una decurtazione. Sempre che il reato non cada in prescrizione, o che il fatto non venga derubricato.

In compenso, la patente grava di adempimenti e costi le imprese più piccole che lavorano in regola, mentre lascia sostanzialmente intatto il modello di business di chi campa sul ribasso e sul sommerso. È un perfetto strumento di “scarico in giù”: ai piani alti del sistema tutto resta com’è, ai piani bassi si aggiunge un po’ di burocrazia.

Non è un caso se, nonostante la patente e le promesse di più ispezioni, i morti nel 2024 sono aumentati e il 2025 si apre con numeri che restano drammaticamente alti. 

Una Procura del lavoro: mettere l’operaio sullo stesso piano delle vittime di mafia

Fra le proposte più forti avanzate dalla Fillea c’è l’istituzione di una Procura nazionale e di procure distrettuali del lavoro, sul modello di quelle antimafia. Non una trovata simbolica, ma una risposta alla realtà: oggi le indagini sugli infortuni mortali sono frammentate in decine di procure, spesso piccole, spesso prive di competenze tecnico-specialistiche adeguate sui temi della sicurezza, della catena degli appalti, della responsabilità d’impresa.

Il risultato lo conosciamo: fascicoli che si arenano, consulenze raffazzonate, perizie che non ricostruiscono la filiera delle responsabilità ma si fermano al capocantiere di turno. Troppo spesso la morte di un lavoratore viene trattata come un “fatto locale”, un incidente fra tanti, invece che come un fenomeno sistemico che coinvolge appalti pubblici, grandi imprese, catene logistiche, governance del PNRR.

Una Procura del lavoro significherebbe:

indagini coordinate a livello nazionale; banche dati comuni su imprese recidive, modelli di infortunio, catene di subappalto; nuclei stabili di periti e consulenti in grado di leggere i cantieri, i bilanci, i capitolati.

In altre parole: prendere sul serio le morti sul lavoro come prendiamo sul serio mafia e terrorismo. Perché oggi le statistiche ci dicono che in termini di vittime, il “terrorismo del profitto” uccide molto di più.

Vittime del dovere: una questione di giustizia, non di retorica

Riconoscere tutte le vittime del lavoro come “vittime del dovere” non è solo un gesto simbolico. È una riforma che chiama in causa diritti concreti: pensioni di reversibilità, tutele per coniugi e figli, indennizzi, accesso facilitato ai concorsi pubblici, percorsi di sostegno psicologico ed economico.

È il modo per dire che lo Stato riconosce una verità elementare: chi muore in un cantiere pubblico o in una fabbrica che produce per il mercato interno non stava “facendo un affare personale”, stava contribuendo – nel suo piccolo – alla ricchezza collettiva. Tanto quanto chi indossa una divisa.

Oggi, invece, le famiglie delle vittime si trovano spesso in una doppia condanna: quella della perdita affettiva ed economica, e quella di dover pagare di tasca propria avvocati, periti, spese di causa, mentre dall’altra parte siedono assicurazioni, grandi gruppi, strutture tecniche. La richiesta di patrocinio legale gratuito per i familiari delle vittime del lavoro – sul modello di quanto già previsto per le vittime di violenza sessuale – è il minimo che lo Stato possa fare dopo non essere riuscito a proteggere i suoi cittadini. 

Se chi muore lavorando diventa a pieno titolo “vittima del dovere”, allora lo Stato è costretto a guardare in faccia le proprie omissioni e a farsi carico non solo dell’indennizzo Inail, ma di un percorso di giustizia.

La radice del problema: quando il costo della vita pesa meno del costo del lavoro

Le statistiche Inail raccontano anche un’altra verità scomoda. L’incidenza maggiore degli infortuni mortali cade:

nei settori a più alta intensità di sfruttamento fisico: costruzioni, agricoltura, trasporti e logistica;  nelle regioni dove il tessuto produttivo è più fragile, il lavoro più precario, i controlli più rari; nelle micro e piccole imprese che spesso vivono perennemente sul filo del ribasso, schiacciate dalla concorrenza di grandi gruppi e appalti al massimo ribasso.

In questo quadro, parlare solo di “educazione alla sicurezza” o di “comportamenti imprudenti dei lavoratori” è una colossale ipocrisia. La verità è che in troppe filiere il costo della vita pesa ancora meno del costo del lavoro: un parapetto in meno, un ponteggio montato in fretta, una formazione saltata “perché non c’è tempo”, un DPI non acquistato “perché costa”.

Se guardiamo i numeri freddi, li chiamiamo “infortuni mortali”. Se ascoltiamo i racconti dei compagni di cantiere e dei familiari, vediamo spesso una sequenza ripetuta di allarmi inascoltati, segnalazioni ignorate, “così si è sempre fatto”, “così lavorano tutti”. È questo che rende il termine “operaicidio” così aderente alla realtà: non è l’incidente imprevedibile, è la cronaca di una morte annunciata.

Da emergenza a scelta politica

Riconoscere le vittime del lavoro come vittime del dovere, creare una Procura del lavoro, limitare i subappalti a un solo livello con responsabilità solide del committente, superare la patente a crediti per costruire un vero sistema di sanzioni rapide ed efficaci: tutto questo non è un “pacchetto tecnico”.

È una scelta politica di campo.

O continuiamo a ripetere, ogni volta che un decesso apre un buco nella cronaca, le solite frasi di circostanza – “mai più”, “serve più sicurezza”, “stiamo studiando nuove norme” – mentre le statistiche restano inchiodate su tre o quattro morti al giorno. Oppure decidiamo che la vita di chi lavora non è una variabile indipendente del Pil, ma il parametro fondamentale con cui giudicare la salute di una democrazia.

Chiamare “vittime del dovere” gli operai che muoiono in cantiere significa, in fondo, una cosa molto semplice: dire che la Repubblica si regge sul loro lavoro almeno quanto sulle uniformi che aprono le parate del 2 giugno. E che ogni volta che uno di loro cade da un ponteggio, non è solo un caso di cronaca: è una sconfitta dello Stato.

Fino a quando non avremo il coraggio di dirlo apertamente, continueremo a contare i morti, a discutere di percentuali e a consolarci con i decimali. Ma un Paese che accetta un “operaicidio” permanente non è un Paese normale: è una democrazia che ha deciso, giorno dopo giorno, che la vita di chi lavora vale meno del profitto di chi appalta.