Città in svendita: l’impero della finanza urbana e il suicidio democratico

C’è un filo rosso – anzi, dorato – che collega le trasformazioni urbane di Milano agli assetti emergenti di molte città italiane ed europee: la finanziarizzazione integrale dello spazio urbano. Non è più la città a plasmare la vita dei suoi abitanti, ma la rendita a modellare la città secondo i desideri di chi detiene capitale, fondi d’investimento e algoritmi predatori. Il “modello Milano”, finito oggi al centro di nuove inchieste giudiziarie che coinvolgono l’assessore Tancredi e l’imprenditore Catella (Coima), non è il fallimento di una politica urbanistica: è il successo pieno di una strategia neoliberale che ha scelto di abbandonare ogni funzione pubblica in nome del profitto.

Dietro le vetrine scintillanti di Porta Nuova e CityLife si cela infatti una guerra silenziosa: quella contro gli abitanti reali, contro i lavoratori, contro i quartieri popolari, contro la partecipazione democratica. Un conflitto senza sangue ma dagli effetti letali, che ha già prodotto sfratti di massa, desertificazione sociale, iper-gentrificazione e un aumento sistemico delle disuguaglianze. La parola d’ordine è “valorizzazione”, ma il significato autentico è esproprio: dei beni comuni, del diritto alla casa, dello spazio pubblico.

La città come asset finanziario

Milano è solo l’archetipo di un meccanismo ben più esteso: la città trasformata in un asset class, una categoria d’investimento come lo sono le miniere, i derivati, le fonti d’acqua. Non si progettano quartieri, si assemblano pacchetti immobiliari da piazzare sui mercati globali. Non si costruisce per abitare, si edifica per vendere, ipotecare, rivendere. Ogni edificio deve essere redditizio, ogni strada deve attrarre investimenti, ogni metro quadro deve produrre plusvalore.

In questo scenario, le amministrazioni comunali smettono di essere organismi di governo per diventare “facilitatori” del capitale. Le “semplificazioni” normative, evocate come modernizzazione, sono in realtà processi sistematici di deregolamentazione che abbattono le difese sociali e ambientali, aggirano la pianificazione democratica, neutralizzano ogni possibilità di conflitto e partecipazione. La politica urbanistica diventa una questione privata, affidata a tecnici, advisor, banche d’affari e studi legali. I cittadini? Ridotti a spettatori passivi o espulsi oltre la tangenziale.

Il linguaggio della truffa: rigenerazione, resilienza, sostenibilità

A rendere ancora più insidioso questo processo è il lessico usato per giustificarlo. Le parole che un tempo evocavano emancipazione – “rigenerazione”, “resilienza”, “inclusione” – sono oggi le maschere di una predazione pianificata. Ogni piano di trasformazione urbana si presenta come “green”, ogni progetto come “smart”, ogni insediamento come “sostenibile”. Ma sotto questi slogan si cela spesso la logica della svendita: vendere aree pubbliche a privati, costruire grattacieli in cambio di parchetti verticali, chiudere mercati rionali per aprire food courts da 20 euro al panino.

E mentre le città diventano vetrine per il turismo di lusso e i grandi eventi internazionali – Expo, Olimpiadi, Cop – cresce il divario tra centro e periferia, tra chi può vivere in città e chi è costretto a fuggirne. I lavoratori dei servizi, i migranti, le famiglie monoreddito, i giovani precari vengono cacciati da un mercato immobiliare che non ha più nulla di urbano, se per urbano intendiamo il diritto alla città.

Roma, Napoli, Bologna: l’epidemia si allarga

Il vero dramma è che Milano non è un’eccezione, ma un paradigma esportabile. Napoli, Torino, Bologna, Roma stanno adottando lo stesso modello. Sotto la retorica della “semplificazione” si replicano gli stessi meccanismi: riduzione delle funzioni pubbliche, esternalizzazioni selvagge, alienazione del patrimonio comune, creazione di “cabine di regia” fuori controllo democratico. Le città vengono gestite come start-up territoriali, in cui il cittadino è un cliente e l’amministrazione un’agenzia di marketing territoriale. Lo spazio urbano diventa il teatro di una guerra per attrarre investimenti esteri, speculazioni immobiliari e flussi turistici di breve durata. E chi si oppone, viene bollato come “nemico del progresso”.

Ma questo progresso è velenoso. Come ricorda la denuncia dei magistrati, la linea di confine tra lobbying legale e corruzione strutturale è sempre più sottile. I grandi player finanziari si muovono con gli strumenti del potere morbido: cooptazione delle élite locali, produzione di “visioni strategiche” a uso e consumo delle rendite, controllo delle informazioni e dell’agenda pubblica. La trasparenza viene erosa, il dissenso silenziato, la pianificazione svuotata.

Verso una nuova urbanistica popolare

Contro questa deriva, occorre ricostruire una nuova idea di città, fondata non sul valore di scambio ma su quello d’uso. Un’urbanistica dei bisogni, non dei profitti. Un’idea che restituisca centralità alla pianificazione democratica, al diritto alla casa, alla tutela del paesaggio, all’equilibrio ambientale. La città non può essere un campo di battaglia per l’estrazione di rendita, ma deve tornare a essere un laboratorio di convivenza, equità, giustizia sociale.

Il “modello Milano” non va solo smascherato: va respinto, rifiutato, disinnescato. Non con la nostalgia delle città che furono, ma con l’intelligenza collettiva di chi sa immaginare alternative. Perché un’altra città è possibile. E non ha bisogno di grattacieli.

Bibliografia e fonti consultate:
• Lucia Tozzi, Il modello Milano: la finanza padrona del territorio, Il Manifesto, 17 luglio 2025
• David Harvey, Beni comuni e diritto alla città
• Saskia Sassen, Espulsioni. Brutalità e complessità nell’economia globale
• Anna Marson, Città pubblica. Per una nuova urbanistica
• Urbanistica Informazioni, INU, n. 303
• Dati Istat su prezzi immobiliari, disuguaglianze e popolazione urbana
• Osservatorio Nazionale sulla Rigenerazione Urbana – Legambiente e INU (2023–2025)

BRICS: L’Alba del Sud Globale. La Rivolta Silenziosa Contro l’Impero del Debito

Il 17° vertice dei BRICS, conclusosi a Rio de Janeiro, rappresenta molto più di un semplice incontro diplomatico tra potenze emergenti. È il simbolo concreto di una rivoluzione in atto, una sfida all’architettura coloniale dell’economia globale. Il Sud del mondo – finora trattato come periferia del sistema – reclama il proprio spazio, non più come oggetto di aiuti umanitari o di interventi armati, ma come soggetto politico, economico e culturale autonomo.

Il “Piano Marshall al contrario”: il debito come arma geopolitica

Il presidente brasiliano Lula da Silva ha sintetizzato con estrema lucidità il nodo centrale della crisi globale: l’asimmetria strutturale delle istituzioni finanziarie internazionali. Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale – create nel secondo dopoguerra per stabilizzare l’ordine economico globale – sono oggi percepite come strumenti di coercizione economica. Non distribuiscono solidarietà, ma impongono disciplina fiscale. Non liberano, ma vincolano. Il cosiddetto “Washington Consensus”, con la sua ossessione per l’austerità e la privatizzazione, ha prodotto più miseria che sviluppo.

I dati parlano chiaro. Secondo un rapporto della UNCTAD (2023), oltre 60 Paesi in via di sviluppo spendono oggi più per il servizio del debito che per la sanità o l’istruzione pubblica. Questo paradosso è il cuore del “Piano Marshall al contrario”: sono i poveri a finanziare i ricchi, non viceversa.

Il dollaro sotto scacco: una nuova architettura monetaria

Tra le iniziative più significative del vertice vi è l’Iniziativa per i Pagamenti Transfrontalieri dei BRICS, che mira a sottrarre il commercio globale alla tirannia del dollaro statunitense e del sistema SWIFT, utilizzati da Washington come strumenti di guerra finanziaria. La rete proposta punta sull’interoperabilità tra le valute locali e su infrastrutture digitali autonome, anticipando quella che potremmo definire una “de-dollarizzazione etica”.

Non si tratta solo di economia. Come già dimostrato dalle sanzioni unilaterali contro Iran, Venezuela, Russia o Cuba, il dollaro è anche un’arma geopolitica. Controllare la valuta globale significa poter strangolare interi popoli. I BRICS stanno costruendo un sistema che liberi il mondo dalla dipendenza monetaria e apra la strada a un commercio più equo.

Dilma Rousseff e la Nuova Banca di Sviluppo: l’alternativa sistemica

A incarnare questo nuovo corso è la Nuova Banca di Sviluppo (NDB), guidata dall’ex presidente brasiliana Dilma Rousseff. L’istituto finanziario si pone come alternativa concreta al FMI, proponendo finanziamenti non condizionati da riforme strutturali imposte dall’alto, bensì orientati allo sviluppo reale, alla resilienza sociale e alla transizione ecologica. Il suo focus sull’uso delle valute locali e il sostegno a progetti di infrastruttura verde segna un cambio paradigmatico nella logica della cooperazione internazionale.

Secondo i dati forniti dalla stessa NDB, sono già oltre 30 i progetti finanziati per un totale di 33 miliardi di dollari, con un impatto significativo su trasporti, energia pulita e sviluppo urbano.

Sovranità digitale e intelligenza artificiale: oltre il colonialismo tecnologico

Un altro pilastro del vertice è stato il tema dell’intelligenza artificiale. Il timore, ben espresso da Lula, è che l’IA diventi un nuovo strumento di dominio in mano alle grandi multinazionali occidentali. Il documento finale del BRICS chiede una governance multilaterale dell’IA sotto l’egida delle Nazioni Unite, per evitare che algoritmi opachi e discriminatori siano imposti ai Paesi in via di sviluppo come parte di pacchetti tecnologici standardizzati.

In parallelo, si è ribadita l’urgenza di costruire una big tech pubblica, che assicuri il controllo dei dati, la privacy digitale e la libertà di espressione, sottraendole all’oligopolio delle corporation statunitensi e cinesi. In gioco non c’è solo l’accesso alla tecnologia, ma la sovranità culturale, politica e informativa delle nazioni.

Dalla lotta alla fame alla giustizia climatica: un’agenda integrata per il Sud globale

Il vertice non ha trascurato i grandi nodi della povertà e dell’emergenza climatica. L’approvazione della “Partnership BRICS per l’Eliminazione delle Malattie Determinate Socialmente” e la dichiarazione congiunta sul finanziamento climatico sono segnali di una volontà politica orientata all’equità. Ma ciò che più colpisce è l’inclusione della società civile nel processo decisionale, attraverso il Consiglio Civile dei BRICS: movimenti, sindacati, università e organizzazioni sociali finalmente ascoltati ai massimi livelli.

João Pedro Stedile, del Movimento dei Lavoratori Senza Terra, ha rilanciato un appello potente: tassare i capitali speculativi nei paradisi fiscali e investire in progetti sociali, veri e propri strumenti di pace e giustizia.

Palestina, giustizia e multipolarismo

In un contesto internazionale segnato dal genocidio in Palestina e dalla complicità passiva di molte potenze occidentali, il BRICS ha assunto una posizione chiara: cessate il fuoco immediato, condanna dell’uso della fame come arma e sostegno all’indagine per genocidio avviata dalla Corte Internazionale di Giustizia.

In un’epoca in cui l’Europa tace o si allinea, il BRICS si erge a difensore del diritto internazionale e dei popoli oppressi. Non è solo una coalizione economica, ma un progetto politico che mira a costruire un ordine globale multipolare, in cui la giustizia non sia un lusso riservato ai vincitori.

Conclusione – Il Sud globale si alza in piedi

Il 17° Vertice BRICS ha tracciato un sentiero. Tra mille contraddizioni interne – dalla diversità dei regimi politici ai differenti interessi strategici – il blocco si sta configurando come una contro-architettura del mondo, capace di mettere in discussione i pilastri stessi dell’unipolarismo occidentale.

Se riuscirà a mantenere la rotta, il BRICS potrà davvero essere il cantiere di una nuova civiltà politica, finanziaria e culturale, dove la cooperazione sostituisce il dominio, la solidarietà prende il posto dell’austerità, e la giustizia non è più una parola vuota ma un progetto collettivo.

Il mondo non è più unipolare. È multipolare, pluriversale. E finalmente parla anche in lingue africane, arabe, latinoamericane, asiatiche. È l’alba del Sud globale. E non chiede più il permesso. olo inedito:
BRICS: L’Alba del Sud Globale. La Rivolta Silenziosa Contro l’Impero del Debito

Articolo originale di Mario Sommella

Il 17° vertice dei BRICS, conclusosi a Rio de Janeiro, rappresenta molto più di un semplice incontro diplomatico tra potenze emergenti. È il simbolo concreto di una rivoluzione in atto, una sfida all’architettura coloniale dell’economia globale. Il Sud del mondo – finora trattato come periferia del sistema – reclama il proprio spazio, non più come oggetto di aiuti umanitari o di interventi armati, ma come soggetto politico, economico e culturale autonomo.

Il “Piano Marshall al contrario”: il debito come arma geopolitica

Il presidente brasiliano Lula da Silva ha sintetizzato con estrema lucidità il nodo centrale della crisi globale: l’asimmetria strutturale delle istituzioni finanziarie internazionali. Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale – create nel secondo dopoguerra per stabilizzare l’ordine economico globale – sono oggi percepite come strumenti di coercizione economica. Non distribuiscono solidarietà, ma impongono disciplina fiscale. Non liberano, ma vincolano. Il cosiddetto “Washington Consensus”, con la sua ossessione per l’austerità e la privatizzazione, ha prodotto più miseria che sviluppo.

I dati parlano chiaro. Secondo un rapporto della UNCTAD (2023), oltre 60 Paesi in via di sviluppo spendono oggi più per il servizio del debito che per la sanità o l’istruzione pubblica. Questo paradosso è il cuore del “Piano Marshall al contrario”: sono i poveri a finanziare i ricchi, non viceversa.

Il dollaro sotto scacco: una nuova architettura monetaria

Tra le iniziative più significative del vertice vi è l’Iniziativa per i Pagamenti Transfrontalieri dei BRICS, che mira a sottrarre il commercio globale alla tirannia del dollaro statunitense e del sistema SWIFT, utilizzati da Washington come strumenti di guerra finanziaria. La rete proposta punta sull’interoperabilità tra le valute locali e su infrastrutture digitali autonome, anticipando quella che potremmo definire una “de-dollarizzazione etica”.

Non si tratta solo di economia. Come già dimostrato dalle sanzioni unilaterali contro Iran, Venezuela, Russia o Cuba, il dollaro è anche un’arma geopolitica. Controllare la valuta globale significa poter strangolare interi popoli. I BRICS stanno costruendo un sistema che liberi il mondo dalla dipendenza monetaria e apra la strada a un commercio più equo.

Dilma Rousseff e la Nuova Banca di Sviluppo: l’alternativa sistemica

A incarnare questo nuovo corso è la Nuova Banca di Sviluppo (NDB), guidata dall’ex presidente brasiliana Dilma Rousseff. L’istituto finanziario si pone come alternativa concreta al FMI, proponendo finanziamenti non condizionati da riforme strutturali imposte dall’alto, bensì orientati allo sviluppo reale, alla resilienza sociale e alla transizione ecologica. Il suo focus sull’uso delle valute locali e il sostegno a progetti di infrastruttura verde segna un cambio paradigmatico nella logica della cooperazione internazionale.

Secondo i dati forniti dalla stessa NDB, sono già oltre 30 i progetti finanziati per un totale di 33 miliardi di dollari, con un impatto significativo su trasporti, energia pulita e sviluppo urbano.

Sovranità digitale e intelligenza artificiale: oltre il colonialismo tecnologico

Un altro pilastro del vertice è stato il tema dell’intelligenza artificiale. Il timore, ben espresso da Lula, è che l’IA diventi un nuovo strumento di dominio in mano alle grandi multinazionali occidentali. Il documento finale del BRICS chiede una governance multilaterale dell’IA sotto l’egida delle Nazioni Unite, per evitare che algoritmi opachi e discriminatori siano imposti ai Paesi in via di sviluppo come parte di pacchetti tecnologici standardizzati.

In parallelo, si è ribadita l’urgenza di costruire una big tech pubblica, che assicuri il controllo dei dati, la privacy digitale e la libertà di espressione, sottraendole all’oligopolio delle corporation statunitensi e cinesi. In gioco non c’è solo l’accesso alla tecnologia, ma la sovranità culturale, politica e informativa delle nazioni.

Dalla lotta alla fame alla giustizia climatica: un’agenda integrata per il Sud globale

Il vertice non ha trascurato i grandi nodi della povertà e dell’emergenza climatica. L’approvazione della “Partnership BRICS per l’Eliminazione delle Malattie Determinate Socialmente” e la dichiarazione congiunta sul finanziamento climatico sono segnali di una volontà politica orientata all’equità. Ma ciò che più colpisce è l’inclusione della società civile nel processo decisionale, attraverso il Consiglio Civile dei BRICS: movimenti, sindacati, università e organizzazioni sociali finalmente ascoltati ai massimi livelli.

João Pedro Stedile, del Movimento dei Lavoratori Senza Terra, ha rilanciato un appello potente: tassare i capitali speculativi nei paradisi fiscali e investire in progetti sociali, veri e propri strumenti di pace e giustizia.

Palestina, giustizia e multipolarismo

In un contesto internazionale segnato dal genocidio in Palestina e dalla complicità passiva di molte potenze occidentali, il BRICS ha assunto una posizione chiara: cessate il fuoco immediato, condanna dell’uso della fame come arma e sostegno all’indagine per genocidio avviata dalla Corte Internazionale di Giustizia.

In un’epoca in cui l’Europa tace o si allinea, il BRICS si erge a difensore del diritto internazionale e dei popoli oppressi. Non è solo una coalizione economica, ma un progetto politico che mira a costruire un ordine globale multipolare, in cui la giustizia non sia un lusso riservato ai vincitori.

Conclusione – Il Sud globale si alza in piedi

Il 17° Vertice BRICS ha tracciato un sentiero. Tra mille contraddizioni interne – dalla diversità dei regimi politici ai differenti interessi strategici – il blocco si sta configurando come una contro-architettura del mondo, capace di mettere in discussione i pilastri stessi dell’unipolarismo occidentale.

Se riuscirà a mantenere la rotta, il BRICS potrà davvero essere il cantiere di una nuova civiltà politica, finanziaria e culturale, dove la cooperazione sostituisce il dominio, la solidarietà prende il posto dell’austerità, e la giustizia non è più una parola vuota ma un progetto collettivo.

Il mondo non è più unipolare. È multipolare, pluriversale. E finalmente parla anche in lingue africane, arabe, latinoamericane, asiatiche. È l’alba del Sud globale. E non chiede più il permesso.

Complicità d’Europa: il silenzio che gronda sangue. I giuristi di JURDI trascinano l’Ue davanti alla giustizia

quando l’inazione è un crimine

L’Unione Europea potrebbe presto trovarsi sul banco degli imputati. Non per atti commessi, ma per quelli colpevolmente omessi. Il ricorso presentato dai giuristi dell’associazione JURDI – Avvocati per il Diritto Internazionale alla Corte di Giustizia dell’Ue rappresenta un fatto senza precedenti: per la prima volta due istituzioni comunitarie – Commissione e Consiglio – rischiano un processo per aver voltato le spalle al diritto internazionale e ai propri stessi trattati di fondazione, restando immobili di fronte a quello che molti giuristi e osservatori definiscono apertamente genocidio in atto a Gaza.

Una denuncia pesantissima che non arriva da frange estremiste o ONG militanti, ma da accademici, penalisti internazionali e consulenti della Corte Penale Internazionale. E che pone una domanda semplice ma ineludibile: quante vite palestinesi devono ancora essere spezzate prima che l’Europa smetta di guardare altrove?

L’articolo 265 del Trattato UE: il cuore dell’accusa

Il fondamento giuridico del ricorso depositato da JURDI è l’articolo 265 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. Questo articolo consente di intentare causa contro un’istituzione dell’Unione quando, pur avendone l’obbligo, non agisce. È esattamente ciò che viene contestato a Commissione e Consiglio: non aver sospeso l’Accordo di Associazione UE-Israele, non aver promosso alcuna sanzione, non aver denunciato pubblicamente i crimini documentati da ventuno mesi nella Striscia di Gaza e nei territori occupati.

Un silenzio che pesa come un macigno. Un’assenza di azione che, per i giuristi, equivale a una complicità materiale: “La Commissione non vuole punire Israele”, ha dichiarato candidamente l’Alto rappresentante Kaja Kallas, ignorando il dovere giuridico dell’UE di rispettare e far rispettare i principi fondamentali della dignità umana, dei diritti umani, della protezione internazionale e del rifiuto del crimine di genocidio.

Il doppio standard: la Russia sì, Israele no

A rendere ancora più scandalosa la posizione europea è il palese doppio standard. Le sanzioni contro la Russia sono state rapide, sistemiche, durissime. Contro Israele, invece, nessuna reazione strutturale. Nonostante le decine di migliaia di morti civili, i bombardamenti su scuole, ospedali e campi profughi, i blocchi umanitari, la distruzione sistematica della Striscia, l’espulsione forzata dei palestinesi, le esecuzioni extragiudiziali.

Non solo. La stessa Unione Europea continua a finanziare con soldi pubblici progetti di ricerca militare e tecnologica con aziende israeliane, molte delle quali partecipano direttamente alla produzione bellica impiegata nei massacri. Come Intracom Defense, partecipata da Israel Aerospace Industries, beneficiaria di 15 progetti sostenuti dal Fondo Europeo per la Difesa. O come le università e i ministeri israeliani che hanno ricevuto circa un miliardo di euro da Horizon Europe, secondo l’inchiesta Follow The Money.

La trappola del consenso unanime e la vergogna dell’Italia

La richiesta avanzata da 17 Stati europei il 20 maggio scorso per rivedere l’articolo 2 dell’Accordo di Associazione con Israele – che vincola il rispetto dei diritti umani alla validità dell’accordo – è stata bloccata da una “minoranza di blocco” composta da Germania, Italia, Ungheria, Polonia e Grecia. Un club di complicità che ha impedito qualsiasi passo concreto verso la sospensione degli accordi o l’avvio di un processo sanzionatorio.

È l’ennesima umiliazione del diritto sull’altare della politica, o peggio ancora, degli interessi militari e geopolitici. L’Italia di Giorgia Meloni – erede culturale della destra neofascista che oggi governa in Israele – si allinea senza esitazioni a chi pratica la pulizia etnica. A Gaza, come in Cisgiordania, la continuità ideologica tra colonialismo e suprematismo si fa guerra concreta, e l’Italia tace. O peggio: coopera.

JURDI: una battaglia legale per il diritto e la verità

Il ricorso non è solo una denuncia: è un’azione legale concreta e articolata. Chiede alla Corte di giustizia UE di obbligare la Commissione e il Consiglio a:
• Interrompere l’Accordo di Associazione con Israele;
• Sospendere i finanziamenti europei a enti e imprese israeliane coinvolte in crimini internazionali;
• Imporre sanzioni mirate ai coloni violenti e ai membri del governo Netanyahu;
• Bloccare l’uso del sistema SWIFT per le transazioni con banche israeliane;
• Dichiarare ufficialmente il rischio genocidio, in conformità al dovere di prevenzione sancito dalla Convenzione del 1948.

È un atto di accusa lucido e potente, che smaschera l’inconsistenza morale dell’Europa dei diritti quando i diritti appartengono a un popolo scomodo, non allineato, deumanizzato. Come i palestinesi.

Conclusione: la Storia non assolve i complici

Il ricorso dei giuristi di JURDI rappresenta un grido di giustizia lanciato contro il muro dell’ipocrisia europea. Un atto necessario per ricordare che non esiste neutralità davanti al genocidio. Che ogni silenzio, ogni ritardo, ogni calcolo politico che rinvia la verità è già complicità.

Se l’Europa continuerà a fingere di non vedere, allora un giorno – come hanno avvertito i legali di JURDI – saranno i suoi stessi vertici a dover rispondere davanti alla Corte Penale Internazionale. E nessuna immunità potrà salvarli dalla storia.

“La verità negata: Borsellino, la pista nera e il tradimento di uno Stato silente”

Il 14 luglio 2025, un colpo di scena giudiziario scuote Caltanissetta: la gip Graziella Luparello ha sospeso l’archiviazione dell’inchiesta sulle stragi del 1992, accogliendo l’istanza dell’avvocato Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino. Un verbale, firmato proprio dal giudice Paolo Borsellino in una riunione del 15 giugno 1992, apre la pista nera: emerge il coinvolgimento di estremisti neofascisti – tra cui legami con Stefano Delle Chiaie – nella strage di Capaci, sulla base delle rivelazioni del pentito/confidente Alberto Lo Cicero  .

🎯 Le prove: Borsellino e la “pista nera”
1. Verbale del 15 giugno 1992 – Nella riunione fra Procure di Palermo e Caltanissetta si discusse l’apporto investigativo su Falcone e sulle intercettazioni legate a Lo Cicero, confermando l’interesse di Borsellino per questa pista ().
2. La relazione del pm Teresi del 1° giugno 1992, depositata da Repici, dimostra il coinvolgimento di Lo Cicero e di Maria Romeo nel confermare i collegamenti col boss Troia: il giudice Borsellino impartì persino l’ordine di confinare la sua collaborazione alla Procura di Palermo  .
3. Il “tradimento” di un amico – Le rivelazioni su Domenico Lo Porto, politico di estrema destra con legami personali e professionali con Borsellino, alimentano il sospetto di un contatto che il giudice avrebbe poi definito traditore ().

🔍 Nuovi equilibri e vecchi silenzi

Paolo Borsellino aveva più volte chiesto di sentirlo a Caltanissetta, convinto di poter incidere sull’inchiesta, ma non fu mai convocato prima del 19 luglio 1992  . Un magistrato isolato, che continua a cercare risposte fino all’ultimo momento.

📚 Il contributo di Traditi di Antonio Ingroia

In Traditi, Antonio Ingroia – ex pm antimafia e protagonista delle indagini sulla Trattativa Stato‑mafia – descrive con chiarezza come magistrati come Falcone e Borsellino siano stati “traditi” non solo dalla mafia, ma dallo Stato stesso. Ingroia denuncia le omissioni dei servizi segreti e le connivenze politiche che hanno permesso un clima tossico in cui verità fondamentali sono rimaste sepolte. Queste nuove carte sulle stragi del 1992 confermano la sua tesi: lo Stato è stato un pilastro silenzioso del tradimento, rendendo possibile una trattativa che ha azzerato l’impegno antimafia  .

🕰️ Perché il risveglio arriva ora

Dopo trentatré anni di archiviazioni e omissioni, la scoperta del verbale del giugno 1992 riapre scenari oscuri: la pista nera non era un’ipotesi fantasiosa, ma una via reale seguita da Borsellino. La sua firma su quell’atto lo comprova. Ora la nuova udienza del 22 settembre potrà fare luce su chi abbia sistematicamente oscurato il pensiero investigativo del giudice, fino al suo omicidio ().

✅ Conclusione

La verità sulle stragi del 1992 va riscritta. Quel verbale del 15 giugno 1992 rappresenta un pezzo di storia passato sotto silenzio, e oggi risorge come monito: Borsellino non fu semplice vittima della mafia, ma testimone di rapporti tra organizzazioni criminali, estremismi neri e apparati deviati dello Stato. Il libro Traditi di Ingroia ci guida a interpretare queste omissioni come un tradimento sistemico: un’Italia che ha voltato le spalle ai suoi eroi, tacendo sulla collusione tra politica, servizi e violenza.

[🔜 Prossima udienza: 22 settembre 2025]
Un appuntamento che può segnare una svolta. Ma solo se sarà questa volta la giustizia a parlare, non il silenzio.

“Pizzo Atlantico: Trump riscuote, l’Europa si inchina. Meloni bacia l’anello del Don”

Altro che trattati, alleanze o “partnership strategiche”. Quella che stiamo vivendo è una tragicommedia geopolitica dal titolo: “Il camorrista al Potere e i suoi zerbini europei”. Donald Trump, tornato a capo del carrozzone a stelle e strisce, ha gettato la maschera da diplomatico e ha indossato il cappotto lungo di Al Capone: ora si presenta direttamente al cancello di Bruxelles con la mano tesa, ma non per stringerla — per riscuotere.

E che cos’è questa se non una riscossione? Prima l’obbligo del pizzo NATO, innalzato al 5% del PIL — una follia militarista che drenerebbe risorse pubbliche come neanche il peggiore degli scandali di tangentopoli — e ora la mazzata dei dazi del 30% sull’export europeo, con minacce di ritorsione stile “o accetti o te lo alzo ancora”. A chi osa reagire, il boss risponde: “Se fate i furbi, ve lo faccio pagare il doppio.” Altro che partner: siamo alla sudditanza in salsa mafiosa, con tanto di minacce velate alla sicurezza nazionale americana.

Meloni e l’arte antica dell’inchino

Nel bel mezzo di questo massacro economico, Giorgia Meloni balbetta qualcosa su una “trattativa difficile”, mentre da sotto il tavolo cerca il rosario della coerenza smarrita. Era partita come la “pontiera” d’Occidente, la Giovanna d’Arco anti-Woke che avrebbe rialzato la testa dell’Italia. Ora la ritroviamo inginocchiata davanti all’ambasciatore USA, pronta a firmare qualunque cosa pur di non irritare il nuovo padrone. Altro che “sovranismo”: qui siamo al “sottomessismo integrato”, alla versione XXI secolo della monarchia coloniale.

E che dire di Ursula von der Leyen? Il suo comunicato è stato una sinfonia di piagnistei: “Siamo pronti a continuare a lavorare”, “l’Ue adotterà tutte le misure”, “eventualmente”, “forse”, “magari”. Tradotto: accetteremo tutto, ma con tono burocratico. In fondo, è difficile fare la voce grossa quando si ha il cappio del debito NATO al collo e si teme il click di un nuovo embargo tech statunitense.

L’Europa? Più che unita, scomposta

In questo scenario da commedia degli equivoci, l’Unione Europea si muove come un’orchestra senza direttore: la Germania, paralizzata dal panico per l’automotive, invoca il “pragmatismo” (cioè: “non fate arrabbiare Trump”); Macron finge indignazione ma si guarda bene dal muovere un dito, e i paesi più colpiti — come l’Italia — aspettano che arrivi la cavalleria… da Washington, ovviamente.

La verità è che il colpo inferto da Trump è chirurgico: non solo colpisce i settori nevralgici dell’economia europea (auto, acciaio, agroalimentare), ma lo fa in un momento di estrema debolezza industriale per l’UE. L’Italia, che nel 2024 ha esportato circa 65 miliardi di beni verso gli USA, rischia di perderne almeno 20 nel biennio, secondo Confindustria. E con essi 118.000 posti di lavoro. Una cifra che dovrebbe far tremare i polsi, e invece Meloni si limita a dire: “Dobbiamo trattare”. Trattare cosa? L’agonia in rate mensili?

Gli USA incassano, l’Europa si dissangua

Nel frattempo, Trump fa cassa: giugno 2025 ha segnato un record assoluto, con oltre 100 miliardi di dollari incassati in dazi, cifra che rappresenta ormai la quarta voce di bilancio per il Tesoro statunitense. Altro che “America first”: questa è una guerra economica pianificata e lucidamente diretta contro l’Europa. Un’Europa che, per quieto vivere e servilismo atlantico, si è già messa il cappio da sola, con la rinuncia alla Global Minimum Tax e il continuo sabotaggio del proprio mercato interno per compiacere Washington.

La stessa Europa che continua a rifiutare un’apertura vera verso i BRICS, che si rifiuta di commerciare liberamente con la Cina e con l’America Latina, che si autocondanna all’asfissia economica per non dispiacere al nuovo Don. L’idea stessa di autonomia strategica è diventata una bestemmia: se provi a commerciare con il “nemico”, il Padrino ti punisce.

E adesso?

Siamo al bivio storico. O l’Europa si emancipa, aprendosi a nuovi equilibri multipolari e commerciali, oppure finiremo come quei piccoli negozi di quartiere costretti a pagare il pizzo al boss in cambio della “protezione”. Protezione da chi, se non proprio da lui?

Il mito dell’“Occidente coeso” si sbriciola sotto il peso dell’avidità americana e della viltà europea. Il disegno di Trump è chiaro: smantellare pezzo per pezzo la base industriale europea, per farne un satellite produttivo secondario, completamente dipendente dall’import americano. Come ha dichiarato lo storico americano Robert Volpi: “Trump vuole togliere all’Europa la sua base manifatturiera per renderla un mercato passivo.”

Ma la responsabilità è anche nostra. Abbiamo trasformato il principio della cooperazione transatlantica in una sottomissione sistemica, dove le decisioni cruciali non si prendono più a Bruxelles ma nella West Wing. E chi dissente? Viene ridicolizzato, sanzionato, estromesso. E se alzi la testa, ti dicono che sei putiniano, comunista o filo-cinese.

La domanda è semplice: quanto ancora vogliamo inginocchiarci? Quanto sangue industriale, quanti posti di lavoro, quante aziende dobbiamo sacrificare sull’altare della NATO, della Fed e della Boeing?

Se l’Europa non spezza ora il cordone ombelicale che la lega a un’America cannibale, allora sarà destinata a diventare la colonia gentile del secolo americano. Una colonia che ringrazia ogni volta che le viene concesso di respirare.

Ma ricordiamolo: esiste un altro mondo. E non aspetta altro che un’Europa finalmente libera.

“La Cisgiordania brucia: la nuova milizia di Ben-Gvir e l’avvento del fascismo israeliano”

In Cisgiordania non ci sono ostaggi. Non ci sono tunnel di Hamas. Non c’è alcuna giustificazione possibile, nemmeno la più ipocrita. C’è solo l’occupazione militare illegale di un popolo su un altro, e oggi, con il placet del governo israeliano, anche una nuova milizia d’assalto per completare l’opera: scacciare i palestinesi dalla loro terra, villaggio dopo villaggio, ulivo dopo ulivo, con le armi e l’arroganza coloniale.

A guidare questa svolta apertamente fascista è Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale di Israele e colono dell’insediamento illegale di Kiryat Arba, alle porte di Hebron. Ben-Gvir, già condannato da un tribunale israeliano per incitamento al razzismo e per l’appartenenza a un’organizzazione terroristica ebraica, ha annunciato la creazione di un corpo paramilitare di “volontari armati”: coloni estremisti reclutati direttamente dagli insediamenti illegali e dotati di armi da fuoco, addestrati per agire con logiche da guerra etnica.

Non è più solo repressione. È offensiva dichiarata. Ben-Gvir lo ha detto chiaramente: si passa da una “mentalità difensiva a una combattiva, militante e d’attacco”. Lo ha detto da colono, da ministro e da fanatico che brandisce la pistola in pubblico — come quando, durante una manifestazione palestinese a Gerusalemme, estrasse un’arma puntandola sui manifestanti disarmati, incitando la polizia ad aprire il fuoco. Un gesto da gangster, che sarebbe già grave in qualsiasi democrazia; in Israele, invece, è premiato con un ministero.

Lui e il suo compagno di governo Bezalel Smotrich, anch’egli colono e ideologo della destra suprematista religiosa, non si limitano a sostenere i coloni: li finanziano, li proteggono, li armano. Smotrich ha recentemente annunciato con orgoglio l’approvazione di nuovi insediamenti illegali in Cisgiordania, dichiarando: “Non ci nascondiamo più. Innalziamo la bandiera. Costruiamo. Ci insediamo. Riconquistiamo la sovranità sulla Giudea e Samaria”. Parole da regime, da annessione dichiarata, da colonialismo travestito da missione divina.

Ma la realtà è più cruda: non c’è nulla di sacro nell’espellere le persone dalla loro casa, nel bruciare le coltivazioni, nello sparare ai contadini, come mostrano centinaia di video che documentano l’orrore quotidiano in Cisgiordania. Eppure, questo nuovo squadrismo armato viene legittimato, finanziato e messo al servizio dello Stato. Un ritorno alla “Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale” di mussoliniana memoria, solo con la kippah al posto del fez e il M16 al posto del manganello.

Quello che sta accadendo nei Territori Occupati è una nuova fase della pulizia etnica, quella della “terra bruciata” portata avanti non più solo dall’esercito, ma da civili militarizzati con l’appoggio governativo. I coloni armati non si limitano a “difendere” gli avamposti: li espandono, li blindano, trasformano le colline palestinesi in bastioni suprematisti, spesso con il silenzioso appoggio dell’Occidente.

Il silenzio dell’Europa è assordante. Mentre Regno Unito, Canada, Norvegia e Australia hanno sanzionato Ben-Gvir e Smotrich per violazioni dei diritti umani e incitazione alla violenza, l’Italia tace. Non una parola da Meloni, Tajani, Salvini o Mattarella. Anzi: il governo italiano continua a intrattenere accordi commerciali, militari e tecnologici con Tel Aviv, nonostante i crimini evidenti, documentati, persino rivendicati.

E qui vale la pena ricordare che Meloni, Tajani e altri rappresentanti del potere italiano sono eredi diretti — politicamente e culturalmente — di quel regime fascista che, proprio come Israele oggi, ha perpetrato occupazioni, repressioni, colonizzazioni e pulizie etniche, solo in tempi e contesti diversi. Se potessero, lo rifarebbero anche adesso. A trattenerli — per ora — è la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza, e un’opposizione civile che ancora resiste. Ma fino a quando? Perché la deriva fascista è un’onda lunga: quando arriva, non si limita a bagnare le fondamenta della democrazia — le abbatte. E nel suo passaggio distrugge tutto: diritti, giustizia, libertà, e perfino la memoria.

Come se tutto ciò fosse normale. Come se non fosse già genocidio. Come se non ci fosse una relatrice dell’ONU — Francesca Albanese, italiana — minacciata e sanzionata dagli Stati Uniti per aver detto la verità. Una verità che nessun leader europeo ha avuto il coraggio di difendere. Chi tace, acconsente. Chi coopera, partecipa. Chi finge di non vedere, è complice.

La Cisgiordania oggi è il laboratorio di un nuovo fascismo etnico-religioso, che non ha nulla a che fare con la sicurezza, ma tutto con la conquista, la colonizzazione e l’espulsione. È lì che si consuma la fase silenziosa del genocidio. Quella senza bombardamenti, ma con le ruspe, con i fucili dei coloni, con le leggi che trasformano i criminali in ministri e i ministri in criminali di guerra.

A noi spetta un solo compito: non voltare lo sguardo. Non smettere di denunciare. Non smettere di raccontare. E continuare a ripetere, finché non ci ascolteranno: la Cisgiordania è Palestina, e la Palestina non è in vendita. Nessuna menzogna, nessuna propaganda potrà cancellare questa verità.

IL PENTIMENTO IMPOSSIBILE DI UN’EUROPA ARMATA

Mille miliardi di euro: la pace di bilancio sacrificata al nuovo culto bellico

Cinque per cento del PIL. Mille miliardi di euro l’anno. È la cifra annunciata al vertice NATO dell’Aja, un macigno finanziario e politico che sta cadendo sull’Europa senza quasi resistenza, come se fosse naturale che la sopravvivenza dei popoli europei dipendesse da un potenziamento militare pari a tre volte la già gigantesca spesa attuale.

Per comprendere la portata di questo annuncio bastano i numeri: l’intera Russia, in piena guerra con l’Ucraina, nel 2024 ha speso circa 150 miliardi di euro per il comparto militare. L’Unione Europea già oggi spende il doppio, circa 330 miliardi, eppure si racconta alla popolazione di essere disarmata, inerme davanti a un nemico spietato che starebbe per varcare i suoi confini, armato è pronto ad invaderci .

La strategia della paura: come nasce il consenso al riarmo

Questa narrazione, costruita sulla paura primordiale dell’invasione, serve a legittimare una gigantesca operazione di trasferimento di ricchezza dai cittadini ai mercati finanziari globali. Un’operazione che si poggia su tre pilastri:
1. Il drenaggio fiscale: mille miliardi sottratti ogni anno alla sanità pubblica, all’istruzione, alla tutela ambientale e convogliati verso le industrie militari.
2. La speculazione finanziaria: i governi pompano denaro nei bilanci delle aziende belliche, facendone crescere i profitti e attirando investimenti borsistici speculativi.
3. La concentrazione di potere: i grandi fondi di investimento, BlackRock in testa, aumentano il controllo sui flussi di capitale e sulla politica stessa, consolidando il proprio dominio globale.

Non si tratta di un complotto, ma di un modello di governance finanziaria perfettamente visibile. Già oggi esistono strumenti come l’ETF Global Defence NATO che consente agli investitori di guadagnare dalla crescita della spesa militare, mentre BlackRock e Vanguard moltiplicano i loro fondi dedicati alla difesa e alla cybersecurity. Nel 2024 l’ETF iShares U.S. Aerospace & Defense ha segnato un incremento del 240–270% per colossi come Rheinmetall, mentre Leonardo ha guadagnato il 100% in Borsa.

Perché Russia e Cina spendono meno?

Qui si apre una domanda essenziale: perché la Russia e la Cina spendono molto meno dell’Occidente per il comparto militare, pur essendo potenze armate? La risposta sta nel modello economico-politico che regola il complesso militare-industriale.

In Occidente, la produzione di armi è quasi totalmente in mano a grandi multinazionali private, che incassano commesse pubbliche senza limiti reali e generano enormi profitti distribuiti come dividendi agli azionisti e bonus ai dirigenti. Noi cittadini paghiamo due volte: prima con le tasse, poi con la sottrazione di risorse a sanità, scuola e welfare. Come direbbe Totò: “E io pago!”

In Russia e in Cina, invece, la produzione di armi è controllata dallo Stato, che spesso possiede direttamente le aziende belliche. Il risultato è che l’eventuale profitto rimane all’interno delle casse pubbliche o viene reinvestito nella difesa, senza arricchire manager privati o fondi speculativi. Il costo effettivo delle armi è dunque ridotto al minimo indispensabile, perché lo Stato non applica ricarichi speculativi a se stesso, mentre in Occidente le stesse armi vengono pagate fino al doppio o triplo del loro costo reale di produzione, ingrassando una filiera che vive di guerra e per la guerra.

I numeri dietro la retorica: la borsa delle armi

Il mercato globale della difesa, secondo gli ultimi dati di Statista e Mordor Intelligence, crescerà con un CAGR (tasso annuo composto di crescita) del 5,6% entro il 2027, superando i 720 miliardi di dollari, mentre il mercato della cybersecurity crescerà dell’8,9% annuo nello stesso periodo. I gestori patrimoniali internazionali hanno fiutato l’affare: BlackRock gestisce 11 trilioni di dollari, Vanguard quasi 9, Morgan Stanley 4, Goldman Sachs 3. Fondi che si nutrono dell’aumento della spesa bellica, riversando dividendi nelle tasche di azionisti e fondi pensione, mentre per i cittadini resta un sistema pubblico sempre più smantellato.

I burattinai al potere

Non è difficile comprendere come mai la politica europea sia tanto coesa nel perseguire questo modello. I principali leader provengono da esperienze dirette nell’alta finanza. In Germania, il cancelliere Merz è stato presidente di BlackRock Deutschland. Ursula von der Leyen, attuale presidente della Commissione Europea, aveva affidato nel 2020 proprio a BlackRock la consulenza per la strategia green dell’UE, e oggi guida il progetto ReArm Europe con investimenti bellici già superiori a 330 miliardi.

In Francia, Macron è stato managing director di Rothschild & Co, una delle banche d’affari più influenti d’Europa, mentre in Gran Bretagna il nuovo governo laburista guidato da Keir Starmer ha collaborato sistematicamente con i maggiori produttori di armi e fondi d’investimento per definire il programma politico. OpenDemocracy ha documentato almeno 13 incontri tra leader laburisti e aziende della difesa come BAE Systems, Leonardo, Lockheed Martin, Rheinmetall e Rolls Royce nel solo 2024.

Un modello incompatibile con la democrazia

A questo punto la domanda è inevitabile: ha senso parlare di democrazia in un sistema dove i parlamenti ratificano decisioni già prese da fondi d’investimento globali? Dove la partecipazione politica si riduce a scegliere tra partiti finanziariamente dipendenti dagli stessi sponsor multinazionali?

La democrazia occidentale è ormai ridotta a una liturgia vuota, dove il voto legittima un sistema blindato che trasferisce ricchezza verso l’alto, generando povertà, precarietà e alienazione. Un sistema in cui l’homo oeconomicus viene sostituito dall’homo necans: l’essere umano che si autodistrugge, sacrificando salute, benessere, ambiente e futuro sull’altare di un eterno conflitto.

Uscire dalla gabbia

Quale via d’uscita? La politica tradizionale sembra incapace di scardinare queste dinamiche. Solo una rottura radicale dell’antropologia dominante – basata sulla competizione, il consumo e la guerra – può aprire nuove prospettive. È necessario ricostruire un homo vivens, capace di rimettere al centro la vita, la cura e la cooperazione.

Forse, come scriveva Heidegger, “solo un dio ci può salvare”. O forse, più umilmente, una nuova coscienza collettiva, capace di rovesciare il tavolo e rifiutare l’obbedienza al dogma della guerra infinita. Una coscienza che dica finalmente: basta.

Francesca Albanese, l’Occidente e il genocidio: la voce che incrina la menzogna

  1. La condanna americana e la dignità della verità

Quando la storia sarà scritta, Francesca Albanese comparirà come una delle figure più lucide e coraggiose di questa epoca infame. Relatrice speciale dell’ONU sui diritti umani nei Territori Palestinesi, giurista italiana, prima donna a ricoprire tale incarico, è oggi nel mirino di Washington: il segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato sanzioni contro di lei per le sue “azioni illegittime e vergognose” contro funzionari, aziende e dirigenti statunitensi e israeliani.

In realtà, ciò che l’amministrazione americana considera “vergognoso” è la verità. Vergognoso, per Washington, è il suo ultimo rapporto intitolato “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”, dove nomina 45 aziende – tra cui Lockheed Martin, Caterpillar, Palantir, Google, Microsoft, Amazon, Ibm, ma anche l’italiana Leonardo – colpevoli di profitti diretti o indiretti dall’occupazione e dalla distruzione della vita palestinese.

  1. La corruzione morale dell’Occidente

Il peccato di Francesca Albanese è aver nominato la corruzione morale e politica dell’Occidente. È aver mostrato la nudità del re, aver detto senza paura che questo genocidio è redditizio, che Gaza è un campo di sperimentazione militare, tecnologica, psicologica, un laboratorio per le guerre future, per le tecniche di sorveglianza che rientreranno – e già rientrano – contro i popoli stessi dell’Occidente.

La fame, che oggi divora il Nord e il Sud della Striscia, è diventata un’arma. La trasformazione dei palestinesi in “mostri affamati” – come lei stessa racconta, riportando le parole disperate di chi vive sotto assedio – non è un effetto collaterale. È un obiettivo strategico: annientare la dignità e l’umanità stessa del nemico, ridurlo a oggetto di compassione o a scarto biologico.

  1. Il genocidio come business globale

Albanese parla di un ecosistema di profitto che include aziende, fondi pensione, università, compagnie assicurative. Un sistema radicato nel capitalismo coloniale: come le Compagnie delle Indie nel Seicento, come gli industriali tedeschi che sfruttarono l’Olocausto, come le multinazionali sudafricane durante l’Apartheid.

La differenza è che oggi il genocidio è normalizzato, distribuito, democraticizzato. C’è un’azienda che produce i bulldozer per radere al suolo i quartieri; un’altra che costruisce la tecnologia di riconoscimento facciale per i checkpoint; un’altra ancora che assicura i rischi delle colonie. E tutto questo, scrive la relatrice ONU, viene giustificato con la formula: “Non è colpa nostra, è colpa di Israele”. Ma lei risponde: “Oggi l’occupazione è illegale. Israele è indagato per genocidio. Non potete continuare come se nulla fosse”.

  1. Il risveglio del Sud globale

Ma il suo messaggio va oltre la denuncia. Francesca Albanese vede nel mondo un risveglio. Il Sud globale – l’Africa, l’Asia, l’America Latina – inizia a riconoscere nel destino palestinese il proprio destino storico. I popoli che hanno subito genocidi, dall’India coloniale alla Namibia, dall’Algeria al Congo, riconoscono l’odore acre della distruzione, della spoliazione, della sostituzione etnica. Riconoscono, come scrisse Aimé Césaire, le stesse tecniche di dominio applicate contro di loro, ora riversate su un altro popolo, i palestinesi.

Questo risveglio è ancora incerto, lento, pieno di contraddizioni. Ma è l’unica speranza: perché se la Palestina cade, cade anche l’ultima diga simbolica contro l’oscurità che avanza.

  1. Il tradimento dell’Europa e la viltà dell’Italia

Le parole di Elly Schlein, segretaria del PD, sono state nette: “Vergognoso che il governo Meloni non abbia detto una parola in difesa di una sua cittadina che svolge un incarico così delicato presso l’ONU”. Il silenzio di Meloni e Tajani non è solo un atto di viltà diplomatica, è l’adesione piena a un progetto: la rimozione della Palestina dalla mappa politica, culturale, storica del mondo.

Non è un caso che Francesca Albanese sia bandita da Israele da oltre un anno, che riceva minacce di morte quotidiane, che sia accusata di antisemitismo dai portavoce dell’apartheid israeliano. Chi dice la verità in un’epoca di menzogna sistemica, è sempre criminalizzato.

  1. La lezione morale: fermare Israele per salvarci

“Israele è dannoso per i palestinesi, per la regione, per se stesso e per i suoi cittadini”, dice Albanese. Fermarlo non significa essere antisemiti, significa essere umani. Significa non ripetere l’orrore del passato. Significa non accettare l’idea che i palestinesi siano meno umani, sacrificabili in nome di un progetto etnocratico, di un suprematismo armato che ha il pieno sostegno delle democrazie occidentali.

Le sue parole risuonano come un anatema e un appello:

“Non abbiamo salvato vite umane, ma abbiamo contribuito a mostrare il vero volto dell’apartheid israeliano. E forse, grazie a questo, la Palestina non scomparirà dalle mappe”.

  1. Dalla Palestina all’umanità

Il genocidio di Gaza è il banco di prova dell’umanità. Non possiamo più fingere che sia un conflitto locale, una questione di religioni o di terre contese. È l’esito di un sistema globale di dominio che si regge sul silenzio complice di Stati e opinioni pubbliche. Francesca Albanese, con la sua fermezza, ci ricorda che la Palestina non è sola. Ma siamo noi, piuttosto, a restare soli se smettiamo di lottare per lei.

Il Paradiso dei Potenti, l’Inferno dei Lavoratori: Viaggio nella Regressione Fiscale Italiana ed Europea

Ridere sotto la pioggia di soldi, viaggiare tra le nuvole dei paradisi fiscali, immortalare la propria vita sui social: la classe capitalista globale ama farsi vedere “normale”. Ma la normalità, per chi possiede capitali immensi, è un’altra cosa: non pagare le tasse come tutti gli altri.

Siamo cresciuti col mito dell’uguaglianza davanti alla legge, della progressività fiscale come colonna portante delle democrazie occidentali. Eppure, negli ultimi quarant’anni, questa architettura è stata smantellata, pezzo dopo pezzo. Nei Paesi ricchi, le aliquote massime sui grandi redditi sono crollate: dal 90% degli anni Sessanta al 40% di oggi, con una caduta ancora più rovinosa sui redditi da capitale. Un tempo erano imposte capaci di ridistribuire ricchezza e finanziare sanità, scuola, sicurezza sociale. Oggi, sono diventate un simulacro, una foglia di fico per sistemi sempre più iniqui.

La vera rivoluzione l’hanno fatta le élite economiche, spesso in silenzio. Bezos, Arnault, Elkann e i loro sodali vivono in un mondo dove la pressione fiscale reale è prossima allo zero. Non è una boutade di Warren Buffett – che dichiara di pagare meno tasse della sua segretaria – ma la spia di un sistema malato, costruito per proteggere e moltiplicare i patrimoni di pochi a scapito dei molti.

Paradisi fiscali, ora a due passi da casa

Non serve più nascondere denaro alle Fiji o alle Cayman: oggi i veri paradisi fiscali si trovano nel cuore dell’Occidente. La Svizzera, gli Stati Uniti, il Lussemburgo, la Germania: questi sono i paesi ai primi posti nel Financial Secrecy Index del Tax Justice Network. È l’invisibilità legale, garantita da sistemi finanziari opachi, trust, fondazioni, scatole cinesi che blindano l’identità dei beneficiari reali.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale, tra l’8 e il 10% della ricchezza mondiale (oltre 10.000 miliardi di dollari) è nascosta offshore. Non solo un “gioco da ricchi”, ma un sabotaggio diretto dei sistemi pubblici di welfare, dei diritti e della coesione sociale.

Il grande spostamento del carico fiscale

Le conseguenze sono devastanti: più i ricchi eludono o evitano le tasse, più il fisco si accanisce sui lavoratori dipendenti e sui ceti medi. Secondo l’Ocse, il continuo abbattimento delle imposte sui grandi patrimoni è stato “compensato” dall’aumento delle tasse sui redditi da lavoro e sui consumi. Mentre i miliardari si concedono matrimoni di lusso a Venezia, la sanità e la scuola pubblica rischiano la paralisi, finanziate con il sudore di chi non può sottrarsi al prelievo alla fonte.

In Italia, questa dinamica è particolarmente drammatica. Oltre il 90% del gettito Irpef arriva da lavoratori dipendenti e pensionati, mentre imprenditori e autonomi, pur rappresentando circa un terzo dei contribuenti, contribuiscono a meno del 10% del totale a causa della sistematica sotto-dichiarazione dei redditi (secondo il MEF, circa 90 miliardi di imponibile sommerso ogni anno).

Italia: il laboratorio della regressività

Dietro la maschera della progressività formale, il sistema fiscale italiano è diventato regressivo nei fatti. Il cuore del problema?
• Redditi da capitale (interessi, dividendi, plusvalenze) tassati con una flat tax del 26%, molto inferiore all’aliquota massima Irpef.
• Grandi immobili: tassazione tra le più basse d’Europa (in Francia vige la patrimoniale IFI sugli immobili di lusso).
• Trust e fondazioni: strumenti per schermare eredità e patrimoni, quasi immuni da verifiche.

Non esiste in Italia una vera imposta patrimoniale sui grandi capitali. L’Imu colpisce solo gli immobili diversi dalla prima casa e con aliquote ridotte, mentre i grandi portafogli finanziari versano una modesta imposta di bollo (0,2%), che per i patrimoni miliardari è del tutto marginale.

Il risultato?
• Il 10% più ricco degli italiani possiede il 55% della ricchezza nazionale (Banca d’Italia, 2023).
• L’1% più ricco detiene da solo il 20% della ricchezza.
• La quota di ricchezza in mano alla classe media è in costante erosione da oltre un decennio.

Evasione, elusione, nuovi paradisi: il volto “legale” dell’ingiustizia

L’Italia detiene il poco invidiabile primato europeo dell’evasione fiscale: tra 80 e 100 miliardi di euro l’anno. Non solo piccoli artigiani o commercianti, ma soprattutto grandi aziende, multinazionali e dinastie patrimoniali che sfruttano regimi di favore, prezzi di trasferimento, sedi “di comodo” all’estero.
Lo studio dell’EU Tax Observatory (2023) rivela che oltre il 25% dei grandi patrimoni italiani usa trust, società offshore, polizze vita “blindate” per occultare ricchezza in Svizzera, Lussemburgo, Regno Unito.

La flat tax per ricchi – introdotta nel 2017 – consente a chi sposta la residenza in Italia di pagare solo 100.000 euro di imposte l’anno, a prescindere dal reale ammontare dei redditi detenuti fuori confine. Nel 2023 sono stati più di 1.400 i super-ricchi stranieri ad approfittarne, facendo dell’Italia un nuovo paradiso “domestico”.
La flat tax per le partite Iva fino a 85.000 euro ha ampliato la forbice tra lavoratori dipendenti e autonomi, premiando i secondi con un carico fiscale drasticamente inferiore.

La crisi del welfare e la narrazione tossica

Il cuneo fiscale per un lavoratore medio italiano ha raggiunto il 46% (tra i più alti d’Europa), mentre il gettito generato dai “paperoni” si riduce di anno in anno. La spesa pubblica per istruzione, sanità, politiche sociali è in stagnazione da un decennio.
Il mantra dominante è che tassare i ricchi “spaventa i capitali”, che la patrimoniale sia il male assoluto, che bisogna “competere” in attrattività fiscale. Ma questa è una narrazione tossica, fatta apposta per scoraggiare ogni reale riforma, mentre i patrimoni si consolidano e la forbice sociale si allarga.

Liberalizzazione dei capitali: la vera svolta storica

Non siamo di fronte a una degenerazione casuale. La liberalizzazione globale dei movimenti di capitale – iniziata negli anni Ottanta e accelerata dopo la caduta del Muro di Berlino – ha segnato il passaggio dalla sovranità degli Stati al dominio dei grandi investitori. Gli Stati competono al ribasso, abbattendo le aliquote per attrarre o trattenere i ricchi, sotto la minaccia di “capital flight”.
L’Olanda, l’Irlanda, il Lussemburgo hanno costruito fortune intere come “tunnel” fiscali per le multinazionali. Anche l’Italia si è adattata, offrendo regimi di favore ai nuovi residenti “globali”.

La partita internazionale e i sabotaggi: chi vince e chi perde

Ci sono tentativi di invertire questa tendenza. La global minimum tax dell’Ocse/G20, la proposta spagnola e brasiliana di una patrimoniale mondiale sui super-ricchi, la battaglia all’Onu promossa da Lula e Sanchez. Ma la realtà resta amara: ogni volta che si arriva al dunque, qualcuno si sfila, come ha fatto l’amministrazione Trump esentando le imprese americane dall’accordo, o come fa l’Irlanda con il suo veto europeo.

La chiave, come suggerisce Brancaccio, sta nel rompere l’illusione dell’unanimità. Andare avanti tra chi ci sta, applicare restrizioni commerciali e finanziarie ai Paesi che si chiamano fuori. È la logica degli standard minimi sociali, fiscali e ambientali: la lotta, non il compromesso.

Conclusione: tornare a una giustizia fiscale reale

In Italia e in Occidente il paradigma fiscale è stato stravolto: più ricchi, più esenti; più poveri, più tassati. La progressività è rimasta nei codici, non nei fatti. Eppure senza una giustizia fiscale autentica – senza una riforma coraggiosa e una strategia europea coordinata – la democrazia sociale rischia di trasformarsi in un carnevale senza fine per pochi e una quaresima infinita per tutti gli altri.

Luigi Einaudi, padre della Repubblica, ammoniva: “Le imposte sono il prezzo della civiltà”. Oggi la civiltà paga per tutti, i ricchi pagano per nessuno. Questa è la vera emergenza, il nodo da sciogliere. Il resto – inclusi selfie, matrimoni e jet privati – è solo rumore di fondo.

Fonti principali:
Ministero Economia e Finanze, Relazione sull’economia non osservata ed evasione fiscale (2023);
Banca d’Italia, Indagine sui bilanci delle famiglie italiane (2023);
Agenzia delle Entrate, Statistiche fiscali (2024);
EU Tax Observatory, Report 2023-2024;
OCSE, Taxing Wages 2024, Revenue Statistics;
Tax Justice Network, Financial Secrecy Index.

Autonomia Differenziata: La Frattura che Non Guarisce – Dati, Percezioni e la Necessità di Cancellare la Legge Calderoli

Il vento che negli ultimi decenni ha soffiato sulle vele del federalismo italiano si è fermato, lasciando la nave dell’autonomia differenziata in balia di correnti opposte e pericolose. L’ultimo sondaggio Demos, illustrato da Ilvo Diamanti, parla chiaro: sei italiani su dieci non vogliono l’autonomia differenziata. Un’inversione storica, considerando che solo pochi anni fa il consenso sfiorava il 50% e il tema era uno dei motori principali dell’ascesa della Lega, capace nel 2019 di toccare il 34% alle Europee anche grazie alla bandiera del Nord produttivo, “sovrano” e separato dal “resto d’Italia”.

La crisi del consenso e l’erosione dei vecchi miti

Cos’è successo, allora? Perché l’Italia sembra aver perso interesse per l’autonomia e il federalismo, nonostante siano rimasti temi caldi per una parte del Nord? L’analisi va oltre le cifre: negli ultimi anni la crisi economica, le pandemie e soprattutto la crisi geopolitica globale hanno dimostrato che i problemi e le sfide non si risolvono chiudendosi nel proprio orticello regionale. Le emergenze arrivano da fuori, spesso senza chiedere permesso, e richiedono risposte nazionali, coordinate, perfino sovranazionali.

Non è un caso che l’appoggio all’autonomia differenziata resti alto (oltre il 60%) solo nel Nordest, in particolare Veneto e Lombardia, mentre scenda sotto il 50% nel Nordovest e addirittura sotto il 30% nell’Italia centrale. Più sorprendente, forse, è la risalita della domanda di autonomia nel Mezzogiorno, vicino al 40%, ma qui si tratta più di una rivendicazione anti-nord che di una reale spinta autonomista: è una domanda di equità, di risorse, di dignità contro il rischio di essere ulteriormente penalizzati.

Un’Italia sempre più frammentata?

La “Terza Italia” individuata da Arnaldo Bagnasco nel suo celebre saggio del 1977, fatta di distretti industriali, piccoli comuni e cooperative, oggi si trova a fare i conti con una realtà molto più complessa. Non ci sono più tre Italie, ma una miriade di differenze: economiche, culturali, infrastrutturali. E il rischio concreto è che la spinta all’autonomia, invece di sanare queste ferite, finisca per approfondirle, creando nuovi muri e vecchi rancori.

D’altronde, come ricordava Carlo Azeglio Ciampi, l’Italia è un “Paese di paesi”, la cui unità sta nella pluralità. Ma questa pluralità, se non governata da una visione comune, può degenerare in frammentazione. I dati Eurostat confermano che le disparità territoriali in Italia sono tra le più alte d’Europa: il PIL pro capite del Nord supera di oltre il 60% quello del Sud, il tasso di occupazione giovanile resta drammaticamente più basso nelle regioni meridionali, l’accesso ai servizi sanitari e all’istruzione è ancora segnato dal “codice postale”.

Autonomia differenziata come detonatore delle disuguaglianze

Il cuore della questione non è solo identitario, ma profondamente politico e sociale. Il progetto di autonomia differenziata rischia di istituzionalizzare il divario tra regioni ricche e povere. L’assegnazione di poteri e risorse a macchia di leopardo, sulla base di accordi bilaterali tra Stato e Regioni, sancirebbe il principio secondo cui “chi ha di più, avrà sempre di più”, lasciando indietro territori già svantaggiati.

Non si tratta di una previsione catastrofista, ma della logica stessa della riforma, che, anche se integrata da presunti meccanismi di solidarietà e perequazione, rischia di dare il colpo di grazia all’unità sociale e democratica del Paese. La sanità durante il Covid-19 ha mostrato tutte le debolezze di un modello regionale: cittadini di serie A e di serie B, diritti diversi a seconda del luogo di nascita o di residenza. Questo non è più accettabile.

Il caso Lega e la crisi dei partiti “territoriali”

Sul piano politico, la questione autonomia ha prodotto fratture anche tra i “padri fondatori” del progetto. Il caso Zaia, storico governatore del Veneto, che ha appena fondato una lista personale e potrebbe trasformare l’autonomia in bandiera di battaglia separata da quella della Lega nazionale di Salvini, racconta di un partito che si trova davanti al suo bivio esistenziale: restare movimento territoriale o diventare forza nazionale? La crisi della Lega, in costante calo nei sondaggi, è lo specchio della fine di una fase politica che aveva illuso molti italiani sulla possibilità di un “federalismo dolce”.

Autonomia differenziata: una risposta fuori tempo massimo?

Mentre il mondo va verso nuove polarizzazioni e minacce che travalicano i confini (economici, digitali, ambientali), la proposta di autonomia differenziata sembra arrivare fuori tempo massimo. La domanda che molti italiani si pongono è: serve davvero, oggi, dividere ulteriormente il Paese, mentre ci sarebbe bisogno di più coesione, più investimenti comuni, più giustizia sociale?

Non è solo una questione di percezione. L’Italia è in fondo uno degli Stati più “debolmente federali” d’Europa: la Germania ha un federalismo maturo, bilanciato da una fortissima solidarietà fiscale, la Spagna ha il problema storico della Catalogna e dei Paesi Baschi, ma anche lì le crisi si sono tradotte spesso in rotture drammatiche.

In Italia, invece, la paura è che una “autonomia a metà” possa diventare il detonatore di nuove disuguaglianze, in un Paese che già fatica a trovare una bussola comune. I sondaggi Demos, e quelli di altri istituti come SWG ed Ipsos, confermano: il consenso all’autonomia cala costantemente e la priorità per la maggioranza degli italiani resta il lavoro, la lotta alla povertà, la sanità pubblica, non certo il moltiplicarsi dei “piccoli stati” dentro la Repubblica.

Cancellare la Legge Calderoli: una necessità per il futuro del Paese

Qui sta il punto essenziale: la legge Calderoli sull’autonomia differenziata non va semplicemente “corretta”. Le modifiche e gli aggiustamenti non sono sufficienti. Questa legge va cancellata, revocata, rimossa dall’ordinamento perché costituisce un pericolo strutturale per la coesione nazionale, la parità dei diritti e la giustizia sociale. La stagione delle “grandi riforme a metà”, delle mediazioni e delle ipocrisie deve finire.

Nei prossimi mesi e nelle future alleanze politiche, questa posizione dovrà essere chiara, pubblica, vincolante: il superamento dell’autonomia differenziata e la cancellazione della legge Calderoli dovranno essere punti irrinunciabili nei programmi elettorali di chi vuole realmente difendere l’unità repubblicana e la dignità delle cittadine e dei cittadini. Solo così potremo tornare a parlare di riforme vere, solidali, capaci di colmare le disuguaglianze, investire nel Mezzogiorno, rafforzare la sanità e l’istruzione pubblica, rilanciare un progetto nazionale condiviso.

La vera sfida è ricucire, non dividere

Il rischio non è solo quello di una nuova secessione, ma di una lenta erosione della solidarietà nazionale, quella che tiene insieme un “Paese di paesi”, come ci ricordava Ciampi, ma che deve restare una comunità politica, economica e civile, soprattutto nei momenti di crisi. L’autonomia differenziata, se serve solo a rafforzare chi è già forte, è una scorciatoia pericolosa, un alibi per non affrontare le vere riforme di cui il Paese ha bisogno.

Se non si ha il coraggio di investire nelle periferie, di ricucire il tessuto sociale, di colmare i divari con politiche nazionali e non regionaliste, la frattura non potrà che allargarsi. E la pluralità italiana, invece di essere una ricchezza, rischia di diventare una condanna.
Oggi la vera responsabilità politica è prendere posizione, senza compromessi: l’autonomia differenziata deve essere cancellata. Solo così si potrà restituire agli italiani una prospettiva di futuro condiviso, equo e realmente solidale.

Fonti e dati consultati:
• Sondaggi Demos, SWG, Ipsos (2023-2024)
• Eurostat, Regional GDP per capita and employment (2022)
• ISTAT, “Rapporto annuale sulla situazione del Paese”
• Arnaldo Bagnasco, Tre Italie (1977)
• Carlo Azeglio Ciampi, discorsi pubblici sull’unità nazionale
• Analisi su sanità e disuguaglianze territoriali (GIMBE,2023)